Letteratitudini: Grande serata con l’avvocato Iannotta e l’eloquenza Antica in Atene e in Roma

novembre 25th, 2016 // 2:48 pm @

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Cancello ed Arnone – Come da copione, la serata di Letteratitudini di ieri sera, 24 Novembre, è stata assolutamente illuminante e di altissima cultura. La bravura, il sapere e l’oratoria utilizzata dall’avvocato Iannotta è stata di grandissimo spessore culturale e giuridico.

Il nostro relatore  ha parlato dell’eloquenza  Antica in Atene e in Roma con un linguaggio scioltissimo, facendo riferimento alla storia, alla filosofia, alla retorica e all’eloquenza nell’antica Grecia e nell’antica Roma, con una competenza minuziosa , ricca di dettagli, di precisazioni, di nomi che solo una persona coltissima ed amante della cultura può avere.

E’ stata una serata che, senza alcun dubbio, ha arricchito tutti i partecipanti che, per l’occasione, erano veramente tanti. Oltre alla padrona di casa, Matilde Maisto, erano presenti:   Raffaele Raimondo con la gentile consorte Lella Coppola, Prof. Falcone e consorte,   Mattia Branco , Raffaele De Lucia,   Italia Casella,   Marinella Viola, Felicetta Montella, Giannetta Capozzi, Laura Sciorio ed ovviamente l’avvocato Gaetano Iannotta.

 In sintesi l’Avvocato Iannotta ci ha precisato che  la retorica è l’arte del parlar bene  ovvero è la disciplina che studia il metodo di composizione dei discorsi.  Lo scopo della retorica è la  persuasione, intesa come approvazione della tesi dell’oratore da parte di uno specifico uditorio.

Per la nascita della retorica è possibile fornire indicazioni geografiche e cronologiche precise: allorché nel 465 a.C. terminò la tirannia di trasibulo, ultimo dei fratelli Gelone e Gerone, che si erano resi protagonisti di massicci espropri di terreni, molti cittadini di Siracusa intentarono processi per tornare in possesso dei beni confiscati, facendo valere i propri diritti in tribunale con l’arma della parola. In questo contesto il primo a dare a dare lezioni di eloquenza fu il filosofo Empedocle di Agrigento, subito imitato dai suoi allievi siracusani Corace e Tisia, i primi a scrivere ‘manuali’ di retorica e a chiedere un compenso per i propri insegnamenti.

 Corace e il suo discepolo Tisia vengono sovente indicati come i «padri» della retorica, sebbene la testimonianza di Cicerone ci informi che essa doveva essere conosciuta in  Sicilia fin da tempi remoti: il loro merito sta dunque nell’aver teorizzato «con metodo e precettistica» quella che era un’antica pratica. Fondamento della loro arte (a quanto risulta dalla testimonianza di Platone) è il concetto di «verisimile» (eikós), ovvero tutto ciò che non può essere definito «vero» o «falso» in termini assoluti, che essi studiarono con un metodo rigoroso, scientifico.

Gli insegnamenti dei due retori si affermarono rapidamente in Sicilia, ma il loro non fu certo l’unico orientamento diffuso: in contrapposizione alla loro retorica scientifica si affermò nella  scuola pitagorica una retorica che potremmo definire irrazionalista, basata sulla seduzione che la parola è in grado di esercitare sull’anima di chi ascolta (psicagogia). I pitagorici distinguevano gli argomenti e i discorsi in base al tipo di pubblico (polytropía), e facevano largo uso di antitesi inoltre, sempre a essi si deve la prima teoria del Kairos («opportuno»), concetto inteso come armonia numerica e strettamente collegato alla polytropía, con il quale si indica il grado di opportunità di un discorso in relazione all’uditorio che si ha di fronte.

Tuttavia, come per la maggior parte delle arti, anche l’eloquenza non poteva che nascere in Grecia; perché i Greci amarono anche il parlare fiorito, elegante, adorno di metafore e similitudini, come fiorito era il loro senso architettonico, quel gusto del bello e dell’armonia che ancora oggi ammiriamo anche nelle raffigurazioni scultoree a noi pervenute.

Si badi bene, però, che culla del multiforme ingegno greco fu l’Attica, la cui perla più famosa fu Atene, protesa nel ceruleo mare Egeo, che, con i suoi tre porti diffuse la propria cultura per tutto il Mediterraneo, spingendosi anche ad oriente, avendo come viatico la poesia omerica ed i due capolavori del “grande cieco”: l’Iliade e l’Odissea.

E proprio in Omero scopriamo l’arte del discorrere armonioso; gli eroi omerici non sono solo coraggiosi combattenti, ma sono capaci di affascinare l’uditorio con un linguaggio originale e limpidoUlisse è non solo l’astuto per eccellenza, ma riesce a commuovere o infiammare i suoi ascoltatori; e così, anche il saggio Nestore; chi non ricorda l’addio di Ettore al figlio e alla moglie, o la dignitosa orazione del gran sacerdote Crise, o l’accorata preghiera del vecchio Priamo che supplica il tremendo Achille affinché gli restituisca la salma del figlio Ettore.

Questi esempi omerici furono i primi modelli di oratoria alla quale si ispirarono greci e romani; nella Teogonia di Esiodo, ad esempio, l’oratoria è considerata dono delle Muse, di cui beneficiarono, principalmente, gli ateniesi, grazie, soprattutto, alla loro costituzione democratica che la favorì.

L’assemblea popolare ateniese, la Bulè, era, pertanto, il luogo ove maggiormente era necessario dimostrare padronanza di linguaggio affinché le deliberazioni politiche fossero supportate dal più ampio consenso.

Accanto a questa forma di eloquenza politica o deliberativa, in Atene fiorì anche l’eloquenza giudiziaria, per i vari processi che venivano celebrati; ma vi era tenuta in gran conto anche l’eloquenza celebrativa, per onorare eroi caduti per la patria, oppure onorare un vincitore olimpico, o durante le celebrazioni in onore delle molte divinità che affollavano i magnifici templi dell’epoca.

Ovviamente, l’oratoria era uno studio profondo ed incessante per quanti si dedicavano all’agone politico, ed i più famosi politici di Atene furono tutti grandi ed originali oratori, che misuravano il proprio ingegno in quelle assemblee pubbliche onde suscitare il voto deliberativo e favorevole alle tesi che sostenevano: in ciò era molto abile, come ad esempio, Temistocle; mentre di Pericle si dice, ancora oggi, possedesse un eloquio splendido, al punto che la sua oratoria riusciva a dominare il popolo di Atene, grazie alle metafore di cui era ricca la sua parola, che spesso rendevano il suo discorso fluente come una recitazione poetica, specialmente quando pronunciava le orazioni funebri per i giovani morti in guerra, arrivando a paragonarli agli dei della patria, che, ancorché invisibili, sovrintendono alla tutela della città; e la commozione stringeva le gole ed i cuori quando piangeva la desolazione della città per i figli caduti in battaglia ; così, Pericle infiammava gli animi : “La città ha perduto la sua giovinezza; l’anno ha perduto la sua primavera…”.

Ma molti altri furono gli oratori d’Atene; certamente il più antico fu Antifonte di Ramnunte, perché fu il primo a pubblicare le proprie orazione; visse tra il 480 e il 405 circa a. C., fu uomo politico e maestro di retorica, ma fu considerato anche “logografo”, vale a dire un estensore di discorsi per iscritto, a richiesta di quanti avessero necessità di esporre le proprie ragioni in tribunale, perché la legge ateniese imponeva che sia l’accusatore che l’accusato dovessero sostenere le proprie argomentazioni personalmente; in quel tempo non c’era ancora il patrocinio legale, né erano molti coloro che erano capaci di difendersi da se stessi, per cui ci si rivolgeva a qualche retore per farsi stendere l’atto di citazione o la comparsa di difesa. Naturalmente questo sistema procedurale, sia in tribunale che in politica, favorì il sorgere di vere scuole di logografi, fra i quali grande fama ebbero i Sofisti; e come tutti sanno, i più famosi furono Protagora di Abdera e Gorgia da Lentiniil primo, meglio ricordato per il noto aforisma: “l’uomo è misura di tutte le cose; delle cose che sono in quanto sono e delle cose che non sono in quanto non sono“; come dire, che non c’è una sola verità, che la stessa non è assoluta, né oggettiva; che solo l’uomo può riconoscere o disconoscere quella realtà che, a proprio parere, gli convenga, per cui ciò che è vero al mattino, può essere considerato falso al pomeriggio: Ma Protagora fu anche un agnostico, al punto che mise in discussione la stessa esistenza degli dei del suo tempo affermando: “non posso affermare che esistano o non esistano, né quale aspetto essi abbiano; questa mia impossibilità è determinata da due valutazioni: l’impossibilità di penetrare questo mistero e la brevità della vita“.

Ma, a parte questa aneddotica, Protagora fu maestro rispettato ed esaltato dai suoi contemporanei e dai suoi discepoli, e lo stesso Platone, nel dialogo relativo a questo sofista, lo ammira per la sua eloquenza, per la sua personalità di pensatore oltre che di padronanza della lingua, tanto da essere considerato il padre della grammatica; infatti è grazie a lui se distinguiamo, ancora oggi, il genere dei nomi ed usiamo con correttezza i tempi verbali; ovviamente, alla sua scuola si avvicendavano i figli dei notabili ateniesi e quanti avevano necessità di argomentazioni serrate per riuscire vincitori nei processi giuridici; se oggi ai professionisti e agli avvocati si deve l’onorario per le loro prestazioni, ciò ha avuto come iniziatore il nostro Protagora.

Diverso, per cultura, fu, invece, Gorgia, nato a Lentini, presso la nostra Catania, verso il 485 a. C.; piuttosto filosofo, mise al servizio della retorica il suo sapere enciclopedico, ma evitò che la sua arte si esplicasse nei tribunali, per cui, la sua eloquenza fu di natura “epidittica” , cioè dimostrativafamoso è il suo “Encomio di Elena” nel quale sostiene l’innocenza della bella moglie di Menelao dall’essere stata la causa scatenante della guerra degli Achei contro Troia.

Fu, a nostro avviso, meno venale di Protagora, se non altro per la sua concezione dell’arte intesa come maestra di moraleal punto che considerava le rappresentazioni teatrali delle tragedie come “un inganno” benefico per quello spettatore che si lasciava ingannare dalla trama della tragedia proprio per ricavarne precetti di vita operosa e saggia. Da questo punto di vista, Gorgia può essere considerato degnamente come l’iniziatore della critica letteraria.

L’arte della parola , anzi, l’abilità forense devono, pertanto, molto alla retorica greca, e più ancora ai sofisti, a Gorgia e a Protagora, che insegnarono ad esporre, nella musicalità dell’orazione, le forme più sottili del ragionamento, ad esprimere la passionalità dell’animo nel confronto di tesi politiche.

Ma, proprio per questo, nacquero i primi raggruppamenti politici che coinvolsero masse di cittadini nelle violenti passioni ideologiche; in tale situazione tempestosa, grande importanza ebbero i grandi oratori come Isocrate, Eschine e il più famoso di tutti, Demostene.

Demostene fu, quindi il più grande degli oratori greci e, insieme, uomo politico e figura di importanza fondamentale per il mondo greco. Infatti la sua vita e la sua opera si intrecciano strettamente con le vicende politiche di Atene, nel momento della caduta sotto la potenza macedone.

Relativamente all’oratoria romana, invece,  lo studio  della stessa è fortemente penalizzato dalla perdita quasi totale di testimonianze, in particolare di quelle risalenti all’età più arcaica della repubblica. Questa penuria di documenti scritti, che costituisce una lacuna gravissima per gli studiosi di civiltà e cultura latina, si spiega con il carattere fortemente pragmatico del genere, legato a finalità pratiche e a circostanze immediate: sino a Cicerone, infatti, l’oratoria si mantenne per lo più nella sfera dell’oralità, nello statuto instabile e precario del non scritto. Fu lo stesso Arpinate ad affidare intenzionalmente per la prima volta alla scrittura la sopravvivenza delle sue orazioni e, nel contempo, a conferire al genere una dimensione letteraria, rievocandone i primi sviluppi e i protagonisti di età repubblicana nel Brutus, un dialogo di argomento retorico. La riluttanza dei primi oratori latini a fornire una stesura scritta dei loro discorsi e l’impostazione di carattere eminentemente pratico che l’oratoria ebbe a Roma sin dalle sue prime origini furono inoltre di ostacolo, a differenza di quanto accadde in Grecia con i sofisti, allo sviluppo della retorica, ovvero di un pensiero teorico sull’arte del dire, passaggio che si ebbe più avanti con l’influenza e la diffusione dei manuali di retorica greci.

Una delle figure più rilevanti di tutta l’antichità romana fu Marco Tullio Cicerone,esponente di un’agiata famiglia  dell’ordine equestre.    La sua vastissima produzione letteraria, che va dalle orazioni politiche aglii scritti di filosofia e retorica, oltre a offrire un prezioso ritratto della società romana negli ultimi travagliati anni della repubblica, rimase come esempio per tutti gli autori del i secolo a.C. , tanto da poter essere considerata il modello della letteratura latina classica.  Attraverso l’opera di Cicerone, grande ammiratore della cultura greca, i Romani poterono anche acquisire una migliore conoscenza della filosofia .Tra i suoi maggiori contributi alla cultura latina ci fu senza dubbio la creazione di un lessico filosofico latino: Cicerone si impegnò, infatti, a trovare il corrispondente vocabolo in latino per tutti i termini specifici del linguaggio filosofico greco.Tra le opere fondamentali per la comprensione del mondo latino si collocano invece le Lettere (Epistulae, in particolar modo quelle all’amico Tito Pomponio Attico ), che offrono numerosissime riflessioni su ogni avvenimento, permettendo di comprendere quali fossero le reali linee politiche dell’aristocrazia  romana.

Cicerone occupò per molti anni anche un ruolo di primaria importanza nel mondo della politica: dopo aver salvato la repubblica dal tentativo eversivo di Lucio Sergio Catilina   ed aver così ottenuto l’appellativo di pater patriae (padre della patria), ricoprì un ruolo di primissima importanza all’interno della fazione degli Optimates  . Fu infatti Cicerone che, negli anni delle guerre civili   difese strenuamente fino alla morte una repubblica giunta ormai all’ultimo respiro e destinata a trasformarsi nel principatus augusteo.

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