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Ampio spazio alla cultura con un occhio di riguardo agli scrittori di casa nostra

maggio 2nd, 2014 // 5:58 am @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – L’associazione culturale “Letteratitudini” nell’incontro del 30 Aprile u.s. ha realizzato, come sempre, una serata molto frizzante all’insegna della cultura. Questa volta, però, non sono stati scomodati i grandi poeti italiani e stranieri, ma si è trattato di un evento improntato sulla spontaneità e la freschezza di una giovane scrittrice locale, Marialuisa Santonicola.
3In proposito si è, concordemente, giunti alla conclusione di lasciare, per il futuro, sempre una “finestra aperta” per le nuove e giovani generazioni. Si è parlato, infatti, della possibilità di valorizzare il talento locale, in modo che, per una volta, il nostro territorio non venga ricordato solo come “terra di gomorra” e come “terra dei fuochi”, ma bensì di un territorio sempre alla sospirata ricerca di un riscatto morale, sociale e culturale. Allo scopo, è necessario diffondere la cultura come fattore di coesione sociale, di cittadinanza attiva e di apprendimento permanente.
Intanto Marialuisa Santonicola, nel raccontarsi agli amici di Letteratitudini, dice che lei scrive da anni e da anni “esplode per implodere”, ossia nella sua anima avviene come una deflagrazione, una necessità di chiudersi in sé stessi e non comunicare con gli altri, per timore di non essere compresa ed anche per la necessità di custodire gelosamente i propri sentimenti e le proprie emozioni.
La sua necessità di scrivere è iniziata con uno strano malessere che la faceva sentire inadeguata, “tu mai abbastanza di fronte agli altri”, ma con tanta voglia di dire, parlare, farsi ascoltare. E tuttavia, senza mai riuscire a fare un vero discorso, come se le parole venissero bloccate in gola – dice Marialuisa – insomma ci si sente attraversare da una brezza leggera che dà benessere, ma che non si riesce mai a respirare pienamente.
E poi continua: “Pensavo e scrivevo pagine di diario, riflettevo e scrivevo anche sulle parole mai scritte, quelle guardate con il cuore. Osservavo e guardavo, anzi non guardavo, 1 600 maria luisaleggevo in tutte le cose che mi circondavano: nelle foglie, nel mare, negli alberi, nel sole, nella terra della mia terra, negli occhi della mia gente, nelle strade del mio paese, nei riflessi iridescenti del sole che lo illuminano, nel vocìo dei bambini, nella mia anima, come per imprimere tutto nella mia mente e conservarlo dentro di me.
I miei racconti “Vita… per caso” e “Angeli violati”, per quanto possano essere parzialmente storie inventate, sono sempre al limite della realtà, sono storie reali, comuni, lucidamente vere, con personaggi che, se chiudo un attimo gli occhi, vedo lì, li sento respirare, così come sento respirare le mie radici nel battito dell’universo”.
La serata di Letteratitudini si è chiusa con il consueto assaggio di prodotti tipici locali, quali la mozzarella di bufala campana, pizze varie appena sfornate dai forni dei panifici locali, salsiccia arrostita fornita dalle locali macellerie, che ancora hanno l’abitudine di macellare i maiali, frittatina con le uova fresche dei nostri pollai, dolci realizzati dalle varie signore del gruppo, il tutto bagnato da gustosi vinelli offerti puntualmente dal nostro professore Raimondo.
Ed è proprio il professore Raffaele Raimondo il relatore del prossimo incontro del mese di Maggio, tema dell’incontro sarà Salvatore Di Giacomo con “Era ‘de Maggio”, con chiaro riferimento alla famosa canzone di Di Giacomo: “Era ‘de maggio e te cadéano ‘nzino, a schiocche a schiocche, li ccerase rosse… Fresca era ll’aria… e tutto lu ciardino addurava de rose a ciento passe…”, ma con riferimento anche al mese dei fiori ed in particolare alle rose, ed anche al mese dedicato alla Madonna.
Matilde Maisto

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Buona Pasqua 2014

aprile 20th, 2014 // 6:19 am @

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Pasqua 2014. Quante persone soffrono per la fame, per problemi di salute, per mancanza di affetti, per mancanza di serenità, per mancanza di pace. A tutti un augurio che questo giorno realizzi i loro sogni, i loro desideri, donando eterna gioia nei loro cuori.

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Cancello ed Arnone – A Letteratitudini alto momento “Mariano”

aprile 9th, 2014 // 9:41 pm @

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Cancello ed Arnone – Il mese di marzo s’è chiuso “alla grande” nel salotto di Tilde Maisto, dove puntualmente continua l’esperienza di lettura/commento di celebri testi letterari d’ogni tempo.

Infatti, al centro dell’attenzione del cementato gruppo di “Letteratitudini” stavolta si è posta la Vergine Santa, l’Addolorata, l’Avvocata Celeste dei cattolici di tutto il mondo. E, come ormai d’abitudine, i sensibili cuori di “Letteratitudini” hanno scelto il meglio, limitandosi però ad autori italiani: Jacopone da Todi, Dante e Manzoni.

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 La serata è cominciata con la recitazione a più voci del tardo medievale e straziante “Pianto della Madonna” (Tilde, Raffaele, Arkin). A seguire, la professoressa Maria Sciorio, anteponendo alcune illuminanti chiavi interpretative teologiche, ha proposto la “Preghiera di San Bernardo” dal XXXIII Canto del Paradiso dantesco. Infine il clou quando la signora Felicetta Montella s’è immersa nella penetrante lettura de “Il nome di Maria”, uno degli Inni Sacri manzoniani. Ne è derivata una magica sequenza poetica su cui è spontaneamente maturato un “alto momento mariano”.

S’è svolto così uno dei più indimenticabili incontri dell’amichevole sodalizio cancellese, di quelli che a lungo rimangono nella memoria dei fortunati partecipanti al periodico meeting culturale, sempre desiderosi comunque di accogliere nuovi ospiti, per ulteriori e sempre graditi e mutui arricchimenti.

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Al termine del raduno, il “solito” irrinunciabile banchetto, con prelibatezze enogastronomiche e dolciarie preparate dalle stesse donne del gruppo inflessibili nell’affidare alla rappresentanza maschile il solo compito di gustare.

Infine è stata individuata nella scrittrice Maria Luisa Santonicola la “Relatrice d’aprile”. Soltanto il testo sarà “a sorpresa”: un suo romanzo o un’opera di Baricco?

Raffaele Raimondo  

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Nel primo incontro di questo nuovo anno, letti i versi immortali del 6° Canto della Divina Commedia

febbraio 2nd, 2014 // 10:55 am @

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ALLORA COME ORA: A LETTERATITUDINI “LA TRADUZIONE POETICA DELLA SOFFERENZA POLITICA DI DANTE”

CANCELLO ED ARNONE – Proseguendo con l’itinerario dantesco (che ha segnato i coinvolgenti approdi nel tragico destino di Francesca da Rimini e nell’indelebile monito “culturale ed etico” – “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza!”, del re di Itaca, l’astuto Ulisse), il gruppo che si identifica nella “bella avventura” chiamata Letteratitudini ha voluto tornare sui versi della Divina Commedia dedicati ad una problematica che, vista la tremenda stagione politica attuale, in Italia e nel mondo, farebbero dire: sì, allora come ora, cioè ai tempi di Dante come in questa fase storica dello spurio abbraccio Renzi-Berlusconi. E quale titolo per un’opzione simile? Questo: “La traduzione poetica della ‘sofferenza politica’ di Dante”. Se, infatti, all’uomo comune le lotte fratricide e le spregiudicatezze dei potenti fanno senso, nel profondo dell’animo d’un poeta vibrano lacerazioni inguaribili. Forse non avvenne questo nel vortice delle vicende che portarono il più grande genio letterario italiano all’amarissimo esilio? Eppure, elaborando e rielaborando le sue pene, egli seppe sublimarle, lasciandoci in eredità una “traduzione lirico-didascalica” che sa parlare all’umanità contemporanea e a quella d’ogni tempo e luogo. Rigenerante, dunque, il bagno del primo incontro-2014 di Letteratitudini nel singolare “pathos” dantesco intriso della sua finale sconfitta. Tutto ciò è avvenuto, come sempre, nell’accoglientissimo “salotto buono” della fondatrice Tilde Maisto e, per vivificante aggiunta, con alcune new entry una delle quali ha risposto al nome della giovane Mirella Sciorio. Ne è venuta fuori una serata appassionante, con comparazioni e approfondimenti a iosa. Un componente del gruppo ha assunto il compito dell’introduzione e di una prima lettura di terzine tratte dal 6° Canto dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso; poi, a tutti i presenti la libertà di sviluppare, in ampiezza e in profondità, il dibattito, qui e là attingendo ad altri testi (Inferno – Canto X di Farinata degli Uberti -, De Monarchia…), ma anche introducendo ipotesi interpretative favorite, su più versanti, proprio dal desiderio di cogliere quanto di universale e di imperituro esprime la grande arte della poesia sulle pochezze umane o del vivere civile o, ancora, sulle contraddizioni che ciclicamente s’individuano nel governo della res publica. Vieppiù catturante – e facile da prevedere – la strofa che Dante riservò alla celebre invettiva: “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia ma bordello…” (Purgatorio, Canto di Sordello). Versi perennemente disarmanti e purtroppo “indovinati” per i secoli che vanno dalla Caduta dell’Impero Romano d’Occidente ai nostri tristi giorni nei quali il disorientamento è vastissimo, le catastrofi (in senso proprio e figurate) innumerevoli e la deriva quasi sempre all’orizzonte. Eppure la tenacia dantesca e la sua visione politica lasciano comunque aperti, pure all’ italiano d’oggi, i varchi della speranza. E su questa tastiera Letteratitudini, alla scuola delle “grandi penne”, ha inseguito fin dalla sua costituzione esegue legge sua migliore musica ed insegue il sogno, la sperimentazione di un riscatto umano e sociale in un territorio difficile qual è il Basso Volturno. Qui, per l’appunto, stanno le ragioni più autentiche dell’assiduità e dell’entusiasmo, anche conviviale, con cui il gruppo va avanti e si consolida. E dunque non a caso, nell’intervallo “non dantesco” dell’imminente incontro di febbraio, si innesterà il contributo, sicuramente avvincente, della new entry Mirella Sciorio.Raffaele Raimondo

VI canti politici della Divina Commedia

 


VI CANTO POLITICO:

INFERNO

Il VI canto dell’intera Divina Commedia è dedicato alla politica.
Nell’Inferno, vi è un’invettiva contro Firenze; nel Purgatorio vi è un’invettiva contro l’Italia e nel Paradiso vi è un’invettiva contro tutto l’Impero.

Nei tre canti Dante incontra tre personaggi che si differenziano l’uno dall’altro sia per il ruolo svolto (o non svolto) in politica, sia per le colpe e le pene subite nell’aldilà.

Nel VI canto dell’Inferno, Dante e Virgilio si trovano nel terzo cerchio, in cui si situano le anime dei golosi. Esse, che in vita hanno ceduto ai peccati di gola e hanno vissuto attorniati da cibi raffinati, nel mondo dell’aldilà devono scontare la loro colpa stando in mezzo al fango puzzolente e ricevendo una pioggia pesante e fredda che non muta mai il suo ritmo, ma è sempre uguale e continua. Il guardiano di questo cerchio è Cerbero, un mostro a tre teste e tre gole “carinamente latra”, con enormi fauci, con la barba unta e atra che con le sue unghiate mani graffia, scuoia
e squarta le sue anime. Quando Cerbero scorge i due visitatori, mostra loro le sue orrende bocche cosicché Virgilio getta al loro interno un mucchio di terra, come un cane che si acquieta dopo aver ricevuto del cibo. Tutte le anime stavano a terra prostrate nel fango, tranne una, che al veder passare i due, si levò in piedi e rivolse la parola a Dante. L’anima gli chiese se si ricordasse di lui, ma Dante gli negò la memoria perché il suo aspetto era stato profondamente cambiato dalla sofferenza. Essa è l’anima di Ciacco, un fiorentino, parassita di corte che fu soprannominato “maiale” a causa del suo peccato di gola. Egli viveva nelle corti, non si interessava di politica ma sapeva molto circa la storia di Firenze…
dante pone a Ciacco tre domande: dove giungeranno gli uomini della città divisa?; se v’è alcun giusto?; qual è la cagione che ha alimentato tante discordie?
Ciacco risponde facendo riferimento alla continua 1) lotta tra guelfi bianchi e guelfi neri. Inizialmente, i primi prevarranno sui secondi e li perseguiteranno; poi in seguito entro tre anni (dalla profezia) i bianchi saranno sottomessi dai neri aiutati in segreto da un uomo, Bonifacio VIII, il quale proprio in quel periodo non sa da che parte stare, ma intanto opera in segreto. 2) “Giusti son due”: le persone giuste sono pochissime…e 3) “superbia,invidia e avarizia sono le tre faville ch’hanno i cuori acceso”. Dante s’informa anche sul destino che ebbero alcuni suoi amici (Farinata,Tegghiao,Arrigo) che in vita operarono per il bene, ma ne rimane deluso dalla risposta,infatti, Ciacco risponde che si trovano tra le anime più colpevoli e che si scenderà nei cerchi più stretti li incontrerà. Dopo aver risposto e soddisfatto la curiosità di Dante,chinò la testa e cadde.

PURGATORIO

Nel VI canto del Purgatorio, Dante e Virgilio si trovano nella spiaggia dell’ antipurgatorio, in cui si situano le anime dei negligenti, morti per violenza.
Come alla fine di una partita, i giocatori della zara si dividono, il perdente si sofferma ancora e riprova e impara come avrebbe potuto fare meglio, il vincitore si libera a fatica dalla ressa che lo acclama, lo tira a destra e a sinistra e solo con promesse riesce a liberarsi…così era Dante. All’improvviso il poeta viene colto da un dubbio e chiede spiegazione al sommo maestro: “la preghiera non può mutare il decreto del cielo”,come Virgilio afferma nell’Eneide, allora perché queste anime continuano a pregare a mani giunte? Virgilio afferma che nella sua opera si esprime chiaramente e non c’è nulla di sbagliato nelle preghiere delle anime, è soltanto diversa l’epoca. Infatti, all’epoca in cui visse Virgilio le preghiere non raggiungevano Dio perché Cristo non era ancora nato. Virgilio però invita Dante a non soffermarsi su questa spiegazione perché Beatrice potrebbe chiarire meglio ogni dubbio. Al nome di Beatrice, il poeta si sentì rinvigorito ed ebbe voglia di camminare più velocemente per giungere più presto in Paradiso. Virgilio e Dante cammineranno finchè ci sarà luce e chiederanno il cammino ad un’anima che se ne sta in disparte, sola soletta, altera e disdegnosa e con il muover degli occhi onesta e tarda.,che si limitava ad osservare. Virgilio si chinò verso di lui per chiedere la via, ma l’anima non rispose e domandò da dove venisse. All’udire della parola “Mantua…” l’anima si levò e strinse in un caloroso abbraccio il concittadino Virgilio. Era Sordello da Goito, mantovano come Virgilio. L’abbraccio tra i due concittadini dà inizio ad un’invettiva di Dante contro l’Italia che definisce:
Serva di dolore ostello
Nave senza nocchiere in gran tempesta
Non donna di provincia ma bordello
La felicità con la quale Sordello accoglie Virgilio è contrapposta all’odio che dilania le città d’Italia.
“Esamina le regioni marine e poi guarda al tuo interno se qualche città gode di pace”. A cosa servono le leggi di Giustiniano se nessuno potere le fa rispettare? La gente di chiesa dovrebbe occuparsi delle cose spirituali e lasciare all’imperatore il potere temporale. Permettere a Cesare di sedersi sulla sella dell’Italia bestia feroce oramai senza speroni perché Alberto d’Asburgo ha abbandonato l’Italia indomita e selvaggia per cupidigia di cose lassù, nell’impero. (CON TONO IRONICO) “vieni a vedere come le famiglie si odiano e i feudatari si contendono il potere in assenza dell’imperatore (esempio Santafiora), vieni a vedere come Roma giorno e notte invoca il suo Cesare. E se nessuna pietà ti muove verso di noi, vieni a vergognarti della fama di cui godi.
Dante si permette anche un piccolo “ rimprovero” a Dio: hai rivolto gli occhi altrove o ci stai preparando al dolore per recarci un qualche bene?.
Infine sempre con tono sarcastico Dante si riferisce a Firenze ricca, piena di pace e saggezza. Atene e Sparta a suo confronto hanno dimostrato grande senso civile poiché a Firenze non giunge a metà novembre le legislazioni approvate ad ottobre. L’Italia è paragonata ad una malata che non riesce a trovare una posizione e che per il dolore si gira e rigira continuamente.

PARADISO

Nel VI canto del Paradiso, Dante e Beatrice si trovano nel cerchio di Mercurio, in cui si situano le anime di coloro che fecero del bene per ottenere la gloria terrena.
Dante incontra l’imperatore Giustiniano che narra la storia dell’aquila, simbolo dell’ impero romano.
Dopo che Costantino spostò la capitale da Roma a Bisanzio, cioè in una direzione sbagliata rispetto al corso del cielo da Occidente a Oriente, direzione rispettata da Enea quando si mosse da Troia nel Lazio per creare Roma, il sacrosanto simbolo rimase a Bisanzio per oltre duecento anni finchè giunse nelle mani di Giustiniano. Egli tolse dalle leggi di Roma il superfluo e l’inutile e dal momento che credeva in una sola natura di Cristo fu convertito dalle dolci parole di Agapito e si convinse sempre più che doveva affidare il comando militare al suo fidato Belisario e dedicarsi ad opere più morali. Con questa termina la risposta alla domanda di Dante: “chi sei?” ma Giustiniano si sente in dovere di aggiungere qualcosa riguardante l’aquila e chi se n’è appropriato come simbolo di un partito (ghibellini) e chi vi si è opposto (guelfi).
La storia parte dal momento in cui Pallante muore per far cominciare l’impero. Per trecento anni rimase ad Albalonga, fondata da Ascanio, figlio di Enea; poi procede per il periodo monarchico dei sette re, aperto da Romolo (ratto delle Sabine) e chiuso da Tarquinio il Superbo (che fu cacciato dalla città perché suo figlio aveva violentato Lucrezia, la quale denunciò l’accaduto e poi si suicidò); segue il periodo repubblicano in cui l’aquila lottò contro i nemici, Brenno, Pirro e furono eroi Torquato e Quinzio, i Deci e i Fabi; l’aquila sotterrò l’orgoglio dei Cartaginesi di Annibale e vide il trionfo di Scipione e Pompeo; trovò pace nelle mani di Cesare che la mosse dal Varo al Reno,dall’Isere alla Senna al Rodano fino al momento in cui l’imperatore iniziò la guerra contro Pompeo oltrepassando senza consenso il fiume Rubicone; giunse in Spagna, a Durazzo e fino al Nilo, rivide Antandro e Simoenta da dove si mosse e il luogo in cui è sepolto Ettore eripartì con danno di Tolomeo ( cedendo il regno a Cleopatra); dall’ Egitto proseguì come un fulmine verso Giuba, e poi verso l’occidente; rievoca il regno di Ottaviano Augusto, che viene ricordato con rabbia e disgrazia da Bruto e Cassio che lo gridano dalle parti infime dell’Inferno e ne sono addolorate Modena e Perugia che diedero rifugio al nemico Marco Antonio; con Augusto l’aquila giunse fino al Mar Rosso e pose la pace nell’impero, chiudendo il tempio di Giano; ma la cosa più eclatante avvenne sotto Tiberio che ebbe l’onore di crocifiggere Gesù Cristo; una lotta si svolse tra Franchi, che difesero la Chiesa, e i Longobardi e infine, iniziò una straziante lotta tra Guelfi e Ghibellini. I primi, appoggiati da Carlo D’Angiò, opposero all’aquila i gigli d’oro della casa di Francia, mentre i secondi se ne appropriarono ingiustamente come simbolo di un partito politico. Ma entrambe le forze opposte dovranno vedersela con i suoi artigli!
Chiarimento sulla condizione dei beati nel cielo di Mercurio. Riferimento a Romeo di Villanova che operò per il bene ma fu trattato ingiustamente.

 

Il pensiero politico di Dante nei versi della Commedia

Xilografia del frontespizio della prima edizione del Defensor Pacis di Marsilio da Padovadi Luca Azzetta*

Il pensiero politico dantesco, così come si manifesta negli anni della maturità, appare caratterizzato da un’evoluzione frutto della sua vicenda personale (l’impegno nella politica comunale a Firenze, l’esperienza drammatica dell’esilio, la conoscenza diretta delle corti e delle città italiane ecc.) e di una più ampia riflessione sulla storia (il fallimento della spedizione di Arrigo VII, il problema della libertà e della giustizia, le cause della corruzione della società umana ecc.). Molti e di diversa natura sono i testi in cui esso si manifesta: dal Convivio alle Epistole (V, VI, VII, XI), dalla Commedia alla Monarchia che, portata a compimento probabilmente a Ravenna negli ultimissimi anni di vita, ne rappresenta il punto di arrivo.
Al centro del pensiero politico di Dante, che ruota intorno al rapporto tra Chiesa e Impero, il grande tema della filosofia politica medievale, vi sono due intuizioni fondamentali: la necessità dell’Impero come istituzione universale e sovranazionale e l’autonomia del potere imperiale dal potere ecclesiastico.

L’Impero come istituzione universale
La necessità dell’Impero, istituzione universale e sovranazionale. Solo l’Imperatore, che tutto possiede ed è dunque libero dalla cupidigia, è in grado di porsi come arbitro e di restaurare la pace, l’ordine, la giustizia tra gli uomini.

Il potere imperiale e il potere ecclesiastico: la teoria dei “due soli”
L’autonomia del potere imperiale dal potere ecclesiastico. Questo pensiero, che  non pare ancora acquisito nella coscienza del poeta all’inizio della Commedia, emerge progressivamente: ora a partire da riflessioni circoscritte su singole questioni, ora in invettive di appassionata intensità; trova quindi una prima espressione lirica al centro del Purgatorio (XVI 97-114), quindi una compiuta elaborazione teorica nel terzo libro della Monarchia (III iv e xv). La dualità tra potere temporale e potere religioso, che implica comunque la reverenza dell’imperatore verso il papa (Mon. III xv 17), non è risolta da Dante, uomo di fede profonda e saldissima, nella subordinazione dell’una all’altra, ma sottoponendo entrambe direttamente a Dio, “qui est omnium spiritualium et temporalium gubernator” (Mon. III xv 18).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inferno, Canto VI

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Argomento del Canto

Ingresso nel III Cerchio. Apparizione di Cerbero. Pena dei golosi. Incontro con Ciacco e sua profezia sul destino politico della città di Firenze. Ciacco indica come dannati alcuni fiorentini illustri, tra cui Farinata Degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e Mosca dei Lamberti. Apparizione di Pluto.
È la notte di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.

 

 

 

 

 

 

 

Incontro coi golosi. Cerbero (1-33)

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(Cerbero (min. ferrarese, XV sec.)

Dante si risveglia dopo lo svenimento al termine del colloquio con Paolo e Francesca e si accorge di essere arrivato nel III Cerchio, dov’è tormentata una nuova schiera di dannati. Una pioggia eterna, fredda, fastidiosa cade incessante nel Cerchio, mista ad acqua sporca e neve; forma al suolo una disgustosa fanghiglia, da cui si leva un puzzo insopportabile.
I golosi sono sdraiati nel fango e
Cerbero latra orribilmente sopra di essi con le sue tre fauci. Ha gli occhi rossi, il muso sporco, il ventre gonfio e le zampe artigliate; graffia le anime facendole a brandelli e rintronandole coi suoi latrati. I dannati urlano come cani per la pioggia, voltandosi spesso sui fianchi nel vano tentativo di ripararsi l’un l’altro. Quando Cerbero vede i due poeti gli si avventa contro, mostrando i denti, ma Virgilio raccoglie una manciata di terra e gliela getta nelle tre gole. Il mostro sembra placarsi, proprio come un cane affamato quando qualcuno gli getta un boccone.

 

 

 

 

Incontro con Ciacco (34-57)

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(G. Doré, I golosi)

Dante e Virgilio proseguono e passano letteralmente sopra le anime, che essendo immateriali non oppongono ostacolo. Tutte giacciono al suolo, ma una di esse si leva improvvisamente a sedere e si rivolge a Dante, chiedendogli se lo riconosce, dal momento che il poeta è nato prima che lui morisse. Dante risponde che il suo aspetto è talmente stravolto da renderlo irriconoscibile, quindi gli domanda il suo nome, affermando che la pena sua e degli altri golosi è certo la più spiacevole dell’Inferno, se non forse la più grave.
Il dannato risponde dichiarando anzittutto di essere stato cittadino di
Firenze, la città che è piena di invidia. Il suo nome è Ciaccoed è condannato fra i golosi, che affollano in gran numero il Cerchio. Detto ciò, rimane in silenzio.

 

VERSI 34-57

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.                                   36

Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.                                     39

«O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».                                 42

E io a lui: «L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.                                 45

Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».               48

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.                                      51

 

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.                              54

E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé parola.                            57

 


Noi camminavano sulle anime che la pioggia pesante abbatte, e poggiavamo i piedi sui loro corpi inconsistenti, dall’aspetto umano.

Esse erano tutte sdraiate per terra, tranne una che si mise a sedere non appena ci vide passare davanti.

Mi disse: «O tu che sei guidato attraverso l’Inferno, riconoscimi, se ne sei in grado: tu nascesti prima che io morissi».

Gli risposi: «L’angoscia che dimostri ti rende irriconoscibile, proprio come se non ti avessi mai visto.

Ma dimmi chi sei tu, che sei posto in un luogo così doloroso e subisci una pena tale che, forse, altre sono più gravi, ma nessuna è altrettanto spiacevole».

E lui rispose: «La tua città, che è tanto piena di invidia che ormai ha raggiunto il limite, mi ospitò nella vita terrena.

Voi fiorentini mi chiamaste Ciacco: a causa della colpa della gola, come vedi, sono fiaccato dalla pioggia.

E io non sono l’unico dannato qui, poiché queste altre anime sono soggette alla stessa pena per lo stesso peccato». Poi non disse più nulla.

 

Le tre domande di Dante a Ciacco su Firenze (58-75)

A questo punto Dante ribatte dicendosi pronto a piangere per l’angoscia provocata dalla pena di Ciacco e gli pone tre domande riguardanti la loro comune patria, Firenze: Dante vuol sapere quale sarà l’esito delle lotte politiche, se vi sono cittadini giusti, quali sono le ragioni delle discordie intestine.
Ciacco risponde alla prima domanda con una oscura profezia, dicendo che dopo una lunga contesa i due partiti (Guelfi Bianchi e Neri) verranno allo scontro fisico (la cosiddetta zuffa di Calendimaggio del 1300) e i Bianchi cacceranno i Neri con grave danno. Prima che passino tre anni, però, i Neri avranno il sopravvento grazie all’aiuto di un personaggio che si tiene in bilico tra i due partiti (
Bonifacio VIII). I Neri conserveranno il potere per lungo tempo, infliggendo gravi pene alla parte avversa (condanne ed esili).
La risposta alla seconda domanda è che i giusti a Firenze sono solo in due, ma nessuno li ascolta. Alla terza domanda Ciacco risponde che superbia, invidia ed avarizia sono le tre scintille che hanno acceso le lotte politiche.

 

VERSI (58-75)

 Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno                             60

li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita».                          63

E quelli a me: «Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.                             66

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.                               69

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.                           72

Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’hanno i cuori accesi».                              75

 

Io risposi: «Ciacco, il tuo affanno mi angoscia al punto che mi viene da piangere; ma dimmi, se lo sai, quale sarà il destino degli abitanti della città divisa (Firenze); se qualcuno di loro è giusto; e dimmi la causa della discordia che l’ha assalita».

E quello a me: «Dopo una lunga contesa verranno allo scontro violento, e la parte del contado (i Bianchi) caccerà l’altra (i Neri) con gravi danni.

Poi è destino che i Bianchi cadano prima di tre anni, e che l’altra parte prenda il sopravvento con l’aiuto di un uomo (Bonifacio VIII) che, ora, si tiene in bilico fra le due fazioni.

I Neri resteranno a lungo al potere, opprimendo i Bianchi con pesanti condanne, nonostante le loro lamentele.

I fiorentini giusti sono solo due (sono pochissimi) e nessuno li ascolta; superbia, invidia e avarizia sono le tre scintille che hanno acceso i cuori».

 

Purgatorio, Canto VI

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            (G. Doré, Sordello e Virgilio)

 

Argomento del Canto

Ancora fra i morti per forza del secondo balzo dell’Antipurgatorio. Incontro con l’anima di Sordello da Goito. Invettiva contro l’Italia. Apostrofe contro Firenze.
È il pomeriggio di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, alle tre.

 

I morti per forza si affollano intorno a Dante (1-24)

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                (S. Botticelli, Esordio del Canto VI)

Dante spiega che quando finisce il gioco della zara, il perdente resta solo e impara a sue spese come comportarsi nella prossima partita, mentre tutti si affollano intorno al vincitore, attirando la sua attenzione; quello non si ferma, ma si difende dalla calca dando retta a tutti e porgendo la mano all’uno e all’altro. Lo stesso fa il poeta attorniato dalle anime dei morti per forza, rivolgendosi ora a questo ora a quello, e si allontana promettendo. Tra le anime c’è quella dell’Aretino che fu ucciso da Ghino di Tacco e Guccio de’ Tarlati che morì annegato; ci sono Federico Novello e il pisano che fece sembrare forte il padre Marzucco; ci sono il conte Orso degli Alberti e l’anima di Pierre de la Brosse, che dice di essere stato ucciso per invidia e non per colpa, per cui Maria di Brabante dovrebbe pentirsi per evitare di finire tra i dannati.

Virgilio spiega l’efficacia della preghiera (25-57)

Non appena Dante riesce a liberarsi dalle anime che lo pressano, si rivolge a Virgilio e gli ricorda come in alcuni suoi versi egli nega alla preghiera il potere di piegare un decreto divino. Queste anime si augurano proprio questo, quindi Dante non sa se la loro speranza è vana, oppure se non ha capito bene ciò che Virgilio ha scritto. Il maestro risponde che i suoi versi sono chiari e la speranza di tali anime è ben riposta, a patto di giudicare con mente sana: infatti il giudizio divino non si piega solo perché l’ardore di carità della preghiera compie in un istante ciò che devono scontare queste anime. Nei versi dell’Eneide in cui Virgilio parlava di questo, inoltre, la colpa non veniva lavata dalla preghiera, poiché questa era disgiunta da Dio. Virgilio esorta Dante a non tenersi il dubbio, ma di attendere più profonde spiegazioni da parte di Beatrice, che illuminerà la sua mente e lo attende sorridente sulla cima del monte. A questo punto Dante invita il maestro ad affrettare il passo, essendo molto meno stanco di prima e osservando che il monte proietta già la sua ombra (è pomeriggio). Virgilio dice che procederanno sino alla fine del giorno, quanto più potranno, ma le cose stanno diversamente da come lui pensa. Prima  di arrivare in cima, infatti, Dante vedrà il sole tramontare e poi risorgere.

Incontro con Sordello da Goito (58-75)

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(C. Zocchi, Sordello davanti a Virgilio)

Virgilio indica a Dante un’anima che se ne sta in disparte e guarda verso di loro, che potrà indicare la via più rapida per salire. Raggiungono quell’anima che, come si saprà, è lombarda, e sta con atteggiamento altero e muove gli occhi in modo assai dignitoso. Lo spirito non dice nulla e lascia che i due poeti si avvicinino, guardandoli come un leone in attesa. Virgilio si avvicina a lui e lo prega di indicargli il cammino migliore, ma quello non risponde alla domanda e gli chiede a sua volta chi essi siano e da dove vengano. Virgilio non fa in tempo a dire «Mantova…» che subito l’anima va ad abbracciarlo e si presenta come Sordello, originario della sua stessa terra.


Invettiva contro l’Italia (76-126)

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            (Alberto I d’Asburgo (stampa nel 1450)

Dante a questo punto prorompe in una violenta invettiva contro l’Italia, definita sede del dolore e nave senza timoniere in una tempesta, non più signora delle province dell’Impero romano ma bordello: l’anima di Sordello è stata prontissima a salutare Virgilio solo perché ha saputo che è della sua stessa terra, mentre i cittadini italiani in vita si fanno guerra, anche quelli che abitano nello stesso Comune. L’Italia dovrebbe guardare bene entro i suoi confini e vedrebbe che non c’è parte di essa che gode la pace. A che è servito che Giustiniano ordinasse le leggi se poi non c’è nessuno a metterle in pratica? Gli Italiani dovrebbero permettere all’imperatore di governarli, invece di lasciare che il paese vada in rovina, affidato a gente incapace. Dante accusa l’imperatore Alberto I d’Asburgo di abbandonare l’Italia, diventata una bestia sfrenata, mentre dovrebbe essere lui a cavalcarla: si augura che il giudizio divino colpisca duramente lui e i discendenti, perché il successore ne abbia timore. Infatti Alberto e il padre (Rodolfo d’Asburgo) hanno lasciato che il giardino dell’Impero sia abbandonato: Alberto dovrebbe venire a vedere le lotte tra famiglie rivali, gli abusi subìti dai suoi feudatari, la rovina della contea di Santa Fiora. Dovrebbe vedere Roma che piange e si lamenta di essere abbandonata dal suo sovrano, la gente che si odia, e se non gli sta a cuore la sorte del paese dovrebbe almeno vergognarsi della sua reputazione. Dante si rivolge poi a Giove (Cristo), crocifisso in Terra per noi, e gli chiede se rivolge altrove lo sguardo oppure se prepara per l’Italia un destino migliore di cui non si sa ancora nulla. Le città d’Italia, infatti, sono piene di tiranni e ogni contadino che sostenga una parte politica viene esaltato come un Marcello.

 

VERSI 76-126

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!                             78

Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;                                     81

e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.                          84

Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.                                  87

Che val perché ti racconciasse il freno
Iustiniano, se la sella è vota?
Sanz’esso fora la vergogna meno.                                 90

Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,                                 93

guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.                               96

O Alberto tedesco ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,                                     99

giusto giudicio da le stelle caggia
sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia!                    102

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.                        105

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!                            108

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com’è oscura!                                   111

Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
«Cesare mio, perché non m’accompagne?».            114

Vieni a veder la gente quanto s’ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.                                 117

E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?                             120

O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?                             123

Ché le città d’Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.                              126

 

Ahimè, Italia schiava, sede del dolore, nave senza timoniere in una gran tempesta, non più signora delle province ma bordello!

Quell’anima nobile fu così sollecita a fare festa al suo concittadino, solo per il dolce suono della sua terra, e adesso i tuoi abitanti in vita non smettono di farsi la guerra, e anche quelli che abitano la stessa città si rodono l’un l’altro.

Cerca, o infelice, intorno alle tue coste e poi guarda nell’interno, se alcuna parte di te si trova in pace.

A che è servito che Giustiniano ti aggiustasse il freno (emanasse le leggi), se la sella è vuota (nessuno le fa rispettare)? Senza di esso (senza le leggi) la vergogna sarebbe minore.

Oh gente (di Chiesa), che dovresti essere devota e lasciare che Cesare (l’imperatore) sieda sulla sella, se capisci bene la parola di Dio, guarda come è diventata ribelle questa bestia per non essere tenuta a bada dagli sproni, dal momento che la conduci a mano per le briglie.

O Alberto d’Asburgo, che abbandoni questa bestia divenuta indomabile e selvaggia, mentre dovresti inforcare i suoi arcioni (governare l’Italia), possa cadere dal cielo contro di te e la tua famiglia un giusto castigo, e sia straordinario ed evidente, così che il tuo successore (Arrigo VII) ne abbia timore!

Infatti tu e tuo padre (Rodolfo I) avete lasciato che il giardino dell’Impero (l’Italia) sia abbandonato, rimanendo in Germania per cupidigia.

Vieni (o Alberto) a vedere i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i Filippeschi, uomo negligente, i primi già in rovina e gli altri sul punto di cadervi!

Vieni, o crudele, e vedi le oppressioni compiute (o subìte) dai tuoi feudatari, e cura le loro colpe (o danni); e vedrai come è oscura Santa Fiora!

Vieni a vedere la tua città di Roma che piange, vedova e abbandonata, e giorno e notte invoca: «Cesare mio, perché non hai qui la tua sede?»

Vieni a vedere quanto si amano gli Italiani! e se non hai alcuna pietà di noi, vieni almeno a vergognarti della tua reputazione.

E se mi è consentito, o altissimo Giove (Cristo), che fosti crocifisso per noi in Terra, i tuoi occhi giusti sono forse rivolti altrove?

Oppure nell’abisso della tua saggezza stai preparando un bene (per l’Italia) di cui non possiamo renderci conto?

Infatti tutte le città italiane sono piene di tiranni, e ogni contadino che si mette a capo di una fazione politica diventa un Marcello.

 

 

 

 

Paradiso, Canto VI

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                                  (Giustiniano, Mosaico di Ravenna (VI sec.)

 

Argomento del Canto

Ancora nel II Cielo di Mercurio. Giustiniano si presenta a Dante. Digressione sulla storia dell’Impero romano. Invettiva contro i Guelfi e i Ghibellini. Condizione degli spiriti operanti per la gloria terrena. Presentazione di Romeo di Villanova.
È la sera di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Giustiniano narra la sua vita (1-27)

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 (Bassorilievo raff. Giustinano (VI sec.)

Giustiniano risponde alla prima domanda di Dante, spiegando che dopo che Costantino aveva portato l’aquila imperiale (la capitale dell’Impero) a Costantinopoli erano passati più di duecento anni, durante i quali l’uccello sacro era passato di mano in mano giungendo infine nelle sue. Egli si presenta dunque come imperatore romano e dice di chiamarsi Giustiniano, colui che su ispirazione dello Spirito Santo riformò la legislazione romana. Prima di dedicarsi a tale opera egli aveva aderito all’eresia monofisita, credendo che in Cristo vi fosse solo la natura divina, ma poi papa Agapito lo aveva ricondotto alla vera fede e a quella verità che, adesso, egli legge nella mente di Dio. Non appena l’imperatore fu tornato in seno alla Chiesa, Dio gli ispirò l’alta opera legislativa e si dedicò tutto ad essa, affidando le spedizioni militari al generale Belisario che ebbe il favore del Cielo.


Ragioni della digressione sul’Impero (28-36)
Fin qui Giustiniano avrebbe risposto alla prima domanda di Dante, ma la sua risposta lo obbliga a far seguire un’aggiunta, affinché il poeta si renda conto quanto sbagliano coloro che si oppongono al simbolo sacro dell’aquila (i Guelfi) e coloro che se ne appropriano per i loro fini (i Ghibellini). Il simbolo imperiale è degno del massimo rispetto, e ciò è iniziato dal primo momento in cui Pallante morì eroicamente per assicurare la vittoria di
Enea.

 

 

 

 

Storia dell’aquila: dai re alla Repubblica (37-54)

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(Effigie di Scipione (moneta)

Giustiniano ripercorre le vicende storiche dell’aquila imperiale, da quando dimorò per trecento anni in Alba Longa fino al momento in cui Orazi e Curiazi si batterono fra loro. Seguì il ratto delle Sabine, l’oltraggio a Lucrezia che causò la cacciata dei re e le prime vittorie contro i popoli vicini a Roma; in seguito i Romani portarono l’aquila contro i Galli di Brenno, contro Pirro, contro altri popoli italici, guerre che diedero gloria a Torquato, a Quinzio Cincinnato, ai Deci e ai Fabi. L’aquila sbaragliò i Cartaginesi che passarono le Alpi al seguito di Annibale, là dove nasce il fiume Po; sotto le insegne imperiali conobbero i loro primi trionfi Scipione e Pompeo, e l’aquila parve amara al colle di Fiesole, sotto il quale nacque Dante.


Storia dell’aquila: l’età imperiale (55-96)

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(Busto di Tiberio)

Nel periodo vicino alla nascita di Cristo, l’aquila venne presa in mano da Cesare, che realizzò straordinarie imprese in Gallia lungo i fiumi Varo, Reno, Isère, Loira, Senna, Rodano. Cesare passò poi il Rubicone e iniziò la guerra civile con Pompeo, portandosi prima in Spagna, poi a Durazzo, vincendo infine la battaglia di Farsàlo e costringendo Pompeo a riparare in Egitto. Dopo una breve deviazione nella Troade, sconfisse Tolomeo in Egitto e Iuba, re della Mauritania, per poi tornare in Occidente dove erano gli ultimi pompeiani. Il suo successore Augusto sconfisse Bruto e Cassio, poi fece guerra a Modena e Perugia, infine sconfisse Cleopatra che si uccise facendosi mordere da un serpente. Augusto portò l’aquila fino al Mar Rosso, garantendo a Roma la pace e facendo addirittura chiudere per sempre il tempio di Giano. Ma tutto ciò che l’aquila aveva fatto fino ad allora diventa poca cosa se si guarda al terzo imperatore (Tiberio), poiché la giustizia divina gli concesse di compiere la vendetta del peccato originale, con la crocifissione di Cristo. Successivamente con Tito punì la stessa vendetta, con la conquista di Gerusalemme; poi, quando la Chiesa di Roma fu minacciata dai Longobardi, fu soccorsa da Carlo Magno.


Invettiva contro Guelfi e Ghibellini (97-111)

Terminata la sua digressione, Giustiniano invita Dante a giudicare l’operato di Guelfi e Ghibellini che è causa dei mali del mondo: i primi si oppongono al simbolo imperiale dell’aquila appoggiandosi ai gigli d’oro della casa di Francia, i secondi se ne appropriano per i loro fini politici, per cui è arduo stabilire chi dei due sbagli di più. I Ghibellini dovrebbero fare i loro maneggi sotto un altro simbolo, poiché essi lo separano dalla giustizia; Carlo II d’Angiò, d’altronde, non creda di poterlo abbattere coi suoi Guelfi, dal momento che l’aquila coi suoi artigli ha scuoiato leoni più feroci di lui. I figli spesso pagano le colpe dei padri e Dio non cambierà certo il simbolo dell’aquila con quello dei gigli della monarchia francese.

 

VERSI 97-111

Omai puoi giudicar di quei cotali
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.                                   99

L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.                                 102

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’altro segno; ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;                             105

e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.                                  108

Molte fiate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli!                         111

 

Ormai puoi giudicare la condotta di quelli che ho accusato prima e le loro colpe, che sono causa di tutti i vostri mali.

Gli uni (i Guelfi) oppongono al simbolo imperiale i gigli gialli della casa di Francia, e gli altri (i Ghibellini) se ne appropriano per la loro parte politica, così che è arduo stabilire chi sbagli di più.

I Ghibellini facciano la loro politica sotto un altro simbolo, giacché chi lo separa sempre dalla giustizia ne fa un cattivo uso;

e non creda di abbatterlo coi suoi Guelfi Carlo II d’Angiò, ma abbia timore dei suoi artigli che scuoiarono leoni più feroci di lui.

Molte volte i figli hanno già pagato per le colpe dei padri, e quindi non creda Carlo che Dio cambi il proprio simbolo con i suoi gigli!

 

 

 

Category : Pensieri Sparsi

Favola: “Il piccolo Albero di Natale”

dicembre 11th, 2013 // 10:24 am @

sfpic

 

C’era una volta un piccolo albero di Natale che, quando parlava con mamma albero di Natale e papà albero di Natale, non vedeva l’ora di poter mettersi addosso le palline colorate, i festoni argentati e le lampadine. Sognava ogni notte il suo momento, entrare nel salotto buono, gustarsi i sorrisi gli auguri in famiglia, lasciarsi sfuggire una lacrima di resina dalla contentezza.

E venne finalmente il giorno del piccolo albero di Natale. Venne scelto quasi per caso tra tanti amici alberi di Natale anche loro. Pensava: “Adesso è venuto il mio momento, adesso sono diventato grande”. Il viaggio fu lungo, incappucciato di stoffa bagnata per non perdere il verde luminoso dei rami ancora giovani. Tornata la luce, il piccolo albero di Natale si trovò nella casa di una famiglia povera. Niente palline, niente festoni, solo il suo verde scintillante faceva la felicità dei bambini che lo stavano a guardare con gli occhi all’insù, affascinati. Era il loro primo albero di Natale. Subito fu deluso, sperava di poter dominare una sala ricca di regali e di addobbi eleganti.

Ma passarono i giorni e si abituò a quella casa povera ma ricca di amore. Nessuno aveva l’ardire di toccarlo. Venne la sera di natale e furono pochi i regali ai suoi piedi ma tanti i sorrisi di gioia dei bambini che per giorni erano rimasti a guardarli sotto il suo sguardo severo per cercare di indovinare che cosa ci fosse dentro. Venne il pranzo di Natale, niente di speciale. Venne Capodanno, con un brindisi discreto, ma auguri sinceri. E venne anche l’Epifania e il momento di andare via. Questa volta non lo incappucciarono. Lo tolsero dal vaso, gli bagnarono le radici e tutta la famiglia lo accompagnò verso il bosco. Era felice di ritornare con mamma albero di Natale e papà albero di Natale. Passando per la strada vide tanti suoi amici, ancora con le palline colorate e i fili d’oro e d’argento, che lo salutavano. Ma c’era qualcosa di strano, erano tutti nei cassonetti della spazzatura, ricchi e sventurati, piangevano anche loro resina, ma non per la contentezza. Chissà dove sarebbero finiti!

Ora il piccolo albero di Natale è diventato un abete grande e possente, ha visto tanti figli andare in vacanza per le feste. Qualcuno è ritornato, sano o con un ramo spezzato. Lui guarda da lontano la città dove i bambini del suo Natale lo hanno amato e rispettato. Perché è un albero di Natale, albero di Natale tutto l’anno, perché Natale non vuol dire essere buoni e bravi solo il 25 dicembre, perché Natale può essere ogni giorno. Basta volerlo come quel piccolo albero di Natale che ci tiene compagnia sulla montagna, anche se lontano, anche se non lo vediamo.

E c’era una volta e c’è ancora oggi, un albero di Natale. Sempre diverso e sempre uguale, quasi un caro amico di famiglia che si presenta ogni anno per le vacanze, le sue vacanze, da Santa Lucia all’Epifania. Grande, piccolo, verde o dorato, testimone di ogni Natale, un amico con il quale aspettare l’apertura dei regali e l’occasione buona per scambiarsi gli auguri, per fare la pace, per dirsi anche una parola d’amore. E tutti vogliamo bene all’albero di Natale, ogni anno disposti ad arricchire il suo abbigliamento con nuove palline colorate, un puntale illuminato e addobbi d’oro e d’argento. È cresciuto con noi, cambiato ogni anno, sempre più bello agli occhi di chi guarda, occhi di bambino, ma anche occhi di adulto che vuole tornare bambino. Per quei giorni di festa è lui a fare la guardia al focolare, a salutare quando si rientra a casa, a tenere compagnia a chi è solo. Una presenza che conforta, non solo nell’anima. È meglio se l’albero è di quelli con le radici, pronto a dismettere l’albero della festa e a compiere il suo dovere in mezzo ai boschi, a diventare grande, libero e felice.

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“Le incomprensioni del cuore” di Matilde Maisto

ottobre 1st, 2013 // 7:39 am @

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Avea i capelli intrecciati con conchiglie…
Occhi luminosi
come la stella del mattino
mi scrutavano
e sorridevano con i raggi del primo sole
Una morsa al cuore
un tuffo nell’anima
Capii all’istante
di aver ritrovato
la mia dolce bambina!
Gresia, oh Gresia…
ti ho cercata attraverso i mille mari
fino alle terre di nessuno,
ma tu eri proprio qui…
ed io cieca non ti vedevo!
(Matilde Maisto 5.9.2012)

 

Nella foto: Gendenwitha, morning star (la stella del mattino)

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Buona Pasqua 2013

aprile 1st, 2013 // 2:58 pm @

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Buona Domenica delle Palme

marzo 24th, 2013 // 3:58 pm @

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“Mamm” dedicatami da mio figlio Luca

febbraio 23rd, 2013 // 3:55 pm @

roseE’ troppo importante cogliere bene il senso di questa canzone di Enzo Avitabile che mio figlio Luca ha voluto dedicarmi in apertura del nostro giornale.

Poichè io stessa, al momento, non ne ho ben compreso il significato, la profondità e l’amore che esprime, l’ho studiata meglio e l’ho, in un certo senso, tradotta, affinché fosse comprensibile a me e a tutte le mamme. E’ bellissima seguitemi…

Mamme
Mamme dietro ai vetri, acqua che scende lentamente bagna,
mamme che pure quando sei nonna, non conosci il mondo,
mamme con la faccia bianca, a cui le antiche paure iniziano a far male,
mamme povere, un fiammifero per guardare il mare,
mamme bestie e mamme per cui amore è solo una parola,
mamme sorde e mute, che sono mamme soltanto a parole,
mamme schiave, mamme per secoli e secoli con la testa china,
mamme feroci con le unghie affilate, per un posto sotto al sole,
mamme coraggiose piene di tritolo sulla pancia, (che si lasciano esploderere)
mamme soldato, legate ad un’ultima speranza,
mamme all’angolo del vicolo, alle quali il grano (per la sopravvivenza) non è mai sufficiente,
mamme in terra straniera, con la faccia china per terra nella polvere,
mamme per sempre mamme.
Mamme, bambine senza gelati e senza giocattoli,
mamme operaie, attente all’ implacabile sirena che le chiama al lavoro e che si consolano con un bicchiere di vino,
mamme che abbandonano i loro figli piccoli, piccoli,
mamme sulla sedia a rotelle, che passano le notti a parlare con le stelle,
mamme sincere, senti che odore celeste di cielo,
mamme nostalgia, una ferita che non guarisce mai,
mamme martiri, con scarpe rotte ed un giardino di rose,
mamme nemiche che conoscono lo stesso dolore,
mamme nascoste sotto un velo pieno di buchi,
mamme perdonate, mamme bollate con un marchio,
mamme con le mani aperte ma che non sanno volare,
mamme nuvole e nuvole,
mamme un sogno a metà,
mamme per sempre mamme.
Mamme lontano,
mamme vento nei capelli,
mamme per sempre dentro al cuore di un figlio,
mamme per sempre mamme.

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“Il profumo delle bugie” un libro di Bruno Morchio

gennaio 5th, 2013 // 11:58 pm @

 “Cantami di questo tempo
l’astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l’odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi, femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu.”

Otocento, Fabrizio De Andrè

 
 
Intrighi, vizi e piccole virtù di una famiglia borghese

 

Un romanzo in sintonia con lo spirito del nostro tempo: vizi privati, pubbliche virtù, ipocrisie di una famiglia borghese che pare essere il ritratto perfetto della piccola Italia di oggi. Poeti e cantautori hanno più volte dedicato ampio spazio ai difetti di questo piccolo strano mondo. È una storia grottesco-borghese quella narrata da Bruno Morchio nel suo nuovo libro, dal titolo Il profumo delle bugie. Bruno Morchio vive e lavora a Genova, è uno psicologo e psicoterapeuta. Ha già pubblicato articoli su riviste di letteratura, psicologia e psicoanalisi ed è autore di altri sette romanzi, che hanno per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano.

In questo romanzo, Morchio lascia il noir e fa emergere tutto il suo anticonformismo, decidendo di analizzare con spirito critico il potere.

Come in ogni romanzo di Morchio, l’omaggio alla sua città, Genova, pare d’obbligo. Scenario perfetto per una storia che racconta gli intrecci e la vita di una delle famiglie più in vista della città ligure: la famiglia D’Aste. La loro è una ricchezza antica, accresciuta negli anni grazie all’attività immobiliare e grazie a relazioni con i potenti del luogo. Politica, potere, grandi  imprenditori e borghesia camminano sui binari incrociati dell’esistenza e il loro incontro dà luogo a situazioni meschine.

Nell’ampia villa con vista sul mare dove risiedono i D’Aste, il nonno Edoardo, il vecchio patriarca, domina su tutti e porta avanti le sorti della famiglia. Edoardo ha deciso di puntare tutto sul venticinquenne nipote Francesco, sarà lui il volto nuovo della famiglia e sarà lui ad avere il compito di risanare un’area industriale dismessa.

Intanto, le tensioni in quella famiglia crescono. Le incomprensioni tra Edoardo e i figli crescono. Il padre di Francesco è un medico, dal carattere insicuro e instabile, la figlia, invece, è appena tornata da un soggiorno in India. Ed è lei, insieme alle altre figure femminili di casa D’Aste, a ricoprire un ruolo fondamentale per gli equilibri della famiglia e per le faide familiari. Alla figura della figlia, si aggiungono altre protagoniste in rosa: la moglie di Edoardo, malata e anziana; sua nuora Rosita, che resta un corpo estraneo al clan; e infine la splendida Dolores, fidanzata di Francesco, sensuale, giovane, conosciuta per la sua leggerezza e per la sua forza seduttiva. E sarà proprio lei a mettere a nudo l’ipocrisia che aleggia nella famiglia, sarà proprio lei a togliere le maschere indossate per troppi anni in casa D’Aste, sarà Dolores a scardinare la finzione che regge i rapporti familiari e a far emergere contrasti celati e nascosti troppo a lungo. Tutto questo in un un arco di tempo relativamente breve: tre settimane saranno necessarie per scardinare l’ipocrisia. Tre settimane che conducono a un Natale decisivo per la famiglia D’Aste, raccontate dai tre uomini della dinastia di quella piccola famiglia borghese.

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