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Il momento del cuore… poesie di Matilde Maisto

settembre 26th, 2012 // 10:43 pm @

 
GLI INNAMORATI

Camminano
a due, a due
mano, nella mano
stretti,

nei vicoli stretti. Per tetto solo il cielo
con una falce di luna
e mille e mille stelle.

Gli occhi, negli occhi,
si baciano in piedi
appoggiati ad invisibili pareti.

Si baciano, non ci sono per nessuno,
sono soli nell’abbagliante splendore
del loro grande amore.

(Matilde Maisto 13 Settembre 2012)

 
 
 
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CERCAMI Non arrenderti mai
CERCAMI…

Cercami in un cantuccio del tuo cuore
Cercami tra le pieghe dell’animo
Cercami nel silenzio assordante
Cercami tra i veli del ricordo
Cercami in tutte le tue malinconie
Cercami nella gioia e nel dolore
Cercami in ogni sentiero, in ogni zolla
Cercami sulle cime più alte dove nasce il sole Cercami ancora ed ancora…
urla il mio nome, quello che conosci solo tu
chiamami amore
ED IO CI SARO’!(Matilde Maisto 11.9.2012)

Category : Poesia

Nostalgia di Nazim Hikmet

settembre 26th, 2012 // 10:29 pm @

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell’afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.

Nazim Hikmet

In sottofondo: ” Nostalgia ” – Yanni

 

 

Category : Poesia

“Alzarsi in volo” di Giovanna Pezzera

agosto 1st, 2012 // 8:04 pm @

 

Alzarsi in volo

Il più in alto possibile

E con lo sguardo abbracciare

Il mondo intero

Scrollarsi di dosso

Il peso inutile

Delle nostre limitatezze

Per potersi di spazio

Inebriare

Un solo istante

E poi la fine

Category : Poesia

“Pianura” poesia di Antonia Pozzi

giugno 17th, 2012 // 4:03 pm @

 

Pianura

 

Certe sere vorrei salire
sui campanili della pianura,
veder le grandi nuvole rosa
lente sull’orizzonte
come montagne intessute
di raggi.

Vorrei capire dal cenno dei pioppi
dove passa il fiume
e quale aria trascina;
saper dire dove nascerà il sole
domani
e quale via percorrerà, segnata
sul riso già imbiondito,
sui grani.

Vorrei toccare con le mia dita
l’orlo delle campane, quando cade il giorno
e si leva la brezza:
sentir passare nel bronzo il battito
di grandi voli lontani.

 

Category : Poesia

Due bellissime poesie di Alessandro Manzoni

giugno 12th, 2012 // 10:33 am @

 

 

La sabbia del tempo

L’Onda

Come scorrea la calda sabbia lieve
Per entro il cavo della mano in ozio
Il cor sentì che il giorno era più breve

E un’anzia repentina il cor massalse
5 Per l’apprezzar dell’umido equinozio
10 Che offusca l’oro delle spiagge salse

Alla sabbia del tempo urna la mano
Era clessidra il cor mio palpitante
l’ombra crescente dogni stelo vano
Quasi ombra d’ago in tacito quadrante.

 

Regala ciò che non hai…

 

Occupati dei guai, dei problemi

del tuo prossimo.

Prenditi a cuore gli affanni,

le esigenze di chi ti sta vicino.

Regala agli altri la luce che non hai,

la forza che non possiedi,

la speranza che senti vacillare in te,

la fiducia di cui sei privo.

Illuminali dal tuo buio.

Arricchiscili con la tua povertà.

Regala un sorriso

quando tu hai voglia di piangere.

Produci serenità

dalla tempesta che hai dentro.

“Ecco, quello che non ho te lo dono”.

Questo è il tuo paradosso.

Ti accorgerai che la gioia

a poco a poco entrerà in te,

invaderà il tuo essere,

diventerà veramente tua nella misura

in cui l’avrai regalata agli altri.

Category : Poesia

Orfeo ed Euridice

giugno 1st, 2012 // 10:48 am @

 

…Un giorno il Dio Apollo donò ad Orfeo una lira e le muse gli insegnarono ad usarla.
Acquistò una tale padronanza dello strumento che aggiunse anche altre due corde portando a nove il loro numero per avere una melodia più soave.

Come prima grande impresa Orfeo partecipò alla spedizioni degli Argonauti e quando la nave Argo giunse in prossimità dell’isola delle Sirene, fu grazie ad Orfeo e alla sua cetra che gli argonauti riuscirono a non cedere alle insidie nascoste nel canto delle sirene.

Ogni creature amava Orfeo ed era incantata dalla sua musica e dalla sua poesia ma Orfeo aveva occhi solo per una donna: Euridice, figlia di Nereo e di Doride che divenne sua sposa.

Il destino però non aveva previsto per loro un amore duraturo infatti un giorno la bellezza di Euridice fece ardere il cuore di Aristeo che si innamorò di lei e cercò di sedurla.

La fanciulla per sfuggire alle sue insistenze si mise a correre ma ebbe la sfortuna di calpestare un serpente nascosto nell’erba che la morsicò, provocandone la morte istantanea.

Orfeo, impazzito dal dolore e non riuscendo a concepire la propria vita senza la sua sposa decise di scendere nell’Ade per cercare di strapparla dal regno dei morti.

Convinse con la sua musica Caronte a traghettarlo sull’altra riva dello Stige; il cane Cerbero ed i giudici dei morti a farlo passare e nonostante fosse circondato da anime dannate che tentavano in tutti i modi di ghermirlo, riuscì a giungere alla presenza di Ade e Persefone.

 

Una volta giunto al loro cospetto, Orfeo iniziò a suonare e a cantare la sua disperazione e solitudine e le sue melodie erano così piene di dolore e di disperazione che gli stessi signori degli inferi si commossero.

Fu così che fu concesso ad Orfeo di ricondurre Euridice nel regno dei vivi a condizione che durante il viaggio verso la terra la precedesse e non si voltasse a guardarla fino a quando non fossero giunti alla luce del sole.

Orfeo, presa così per mano la sua sposa iniziò il suo cammino verso la luce.

Durante il viaggio, un sospetto cominciò a farsi strada nella sua mente pensando di condurre per mano un’ombra e non Euridice.

Dimenticando così la promessa fatta si voltò a guardarla ma nello stesso istante in cui i suoi occhi si posarono sul suo volto Euridice svanì, ed Orfeo assistette impotente alla sua morte per la seconda volta.

 

Invano Orfeo per sette giorni cercò di convincere Caronte a condurlo nuovamente alla presenza del signore degli inferi ma questi per tutta risposta lo ricacciò alla luce della vita.

Si rifugiò allora Orfeo sul monte Rodope, in Tracia trascorrendo il tempo in solitudine e nella disperazione. Rifiutava le donne e riceveva solo ragazzi e adolescenti maschi che istruiva all’astinenza e sull’origine del mondo e degli dei.
Quale che fosse il modo come Orfeo morì è certo che ogni essere del creato pianse la sua morte, le ninfe indossarono una veste nera in segno di lutto ed i fiumi si ingrossarono per il troppo pianto.

Le Muse recuperarono le membra di Orfeo e le seppellirono ai piedi del monte Olimpo ed ancor oggi, in quel luogo, il canto degli usignoli è il più soave che in qualunque parte della terra.

… Fu recuperata anche la sua lira che fu portata a Lesbo nel tempio di Apollo che però decise di porla nel cielo in modo che tutti potessero vederla a ricordo del fascino della poesia e delle melodie dello sfortunato Orfeo, alle quali anche la natura si arrendeva, creando la costellazione della Lira.

 

Category : Cultura &Poesia

Sulle tracce di Antonia Pozzi…

maggio 27th, 2012 // 3:25 pm @

“…e di cantare non può più finire…”

 

Biografia

 

ANTONIA POZZI (Milano 1912-1938)

Quando Antonia Pozzi nasce è martedì 13 febbraio 1912: bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non farcela a durare sulla scena del mondo; ma la vita ha le sue rivincite e …

… Antonia cresce: è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie, dalle quali sembra trasudare tutto l’amore e la gioia dei genitori, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo. Il 3 marzo la piccola viene battezzata in San Babila ed eredita il nome del nonno, primo di una serie di nomi parentali (Rosa, Elisa, Maria,Giovanna, Emma), che indicherà per sempre la sua identità. Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala, dove poi la seguirà anche Antonia; ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo. Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa. Bisogna, poi, aggiungere la zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; le tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza tra l’infanzia e la prima adolescenza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina. Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica: l’assenza, tra i documenti, della pagella della prima elementare, fa supporre che la bimba frequenti come uditrice, non avendo ancora compiuto i sei anni, la scuola delle Suore Marcelline, di Piazzale Tommaseo, o venga preparata privatamente per essere poi ammessa alla seconda classe nella stessa scuola, come attesta la pagella; dalla terza elementare, invece, fino alla quinta frequenta una scuola statale di Via Ruffini.

Si trova, così, nel 1922, non ancora undicenne, ad affrontare il ginnasio, presso il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.

Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, le sorelle elettive, già in terza liceo quando lei si affaccia alla prima; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ché nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi, per i quali non risparmia tempo ed ai quali elargisce libri perché possano ampliare e approfondire la loro cultura. La giovanissima allieva non fatica a scoprire dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, molte affinità: l’amore per il sapere, per l’arte, per la cultura, per la poesia, per il bello, per il bene, è il suo stesso ideale; inoltre il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo: il fascino diventa ben presto amore e sarà un amore tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad essa. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita.

 

Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità intelligente, desta ad ogni emozione che il bello o il tragico o l’umile suscitano nel suo spirito: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce alpine, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini; nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, mentre, vi è stata quasi costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi; nel 1934 compie una crociera, visitando la Sicilia, la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore e il mondo ancora non condizionato dalla civiltà europea, dove la primitività fa rima, per lei, con umanità; fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca, che ha imparato ad amare all’Università, seguendo le lezioni di Vincenzo Errante, lingua che tanto l’affascina e che la porta a tradurre in italiano alcuni capitoli di “Lampioon”, di M. Hausmann. Intanto è divenuta “maestra” in fotografia: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, aridamente, quanto perché le cose, le persone, la natura hanno un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere. Si vanno così componendo i suoi album, vere pagine di poesia in immagini. Questa normalità, si diceva, è, però, solamente parvenza. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica. La mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: è il 3 dicembre del 1938.

Lo sguardo di Antonia Pozzi, che si era allargato quasi all’infinito, per cogliere l’essenza del mondo e della vita, si spegne per sempre mentre cala la notte con le sue ombre viola.

 

 

Preghiera alla poesia

 

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Category : Poesia

Salvatore Quasimodo “Poesia di Primavera”

maggio 10th, 2012 // 3:11 pm @

 
 
 
“Poesia di Primavera”
 
Ed ecco sul tronco
si rompono gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era 

 
(Salvatore Quasimodo)
 
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E’ l’inizio della primavera.
I rami apparentemente secchi degli alberi incominciano a mettere le prime gemme.
Sembrava che l’albero fosse morto ed invece…Eecco che la scorza si spacca, e spunta la gemma di un verde brillante, tenerissimo, ancora più splendente (più “nuovo”) dell’erba, che pure ha ripreso a crescere nei prati prima desolati ed ardidi.
E’ la vita che rinasce dopo il lungo letargo invernale, ed il cuore del poeta ha un sospiro di sollievo (“e il cuore si riposa”, cioè non sta più in ansia). Tutto questo, per il poeta, ha del miracoloso (e tutto mi sa di miracolo) ed anche lui si sente parte della natura che si sveglia e rinasce in tutto il suo splendore, di quell’incantevole spettacolo di un cielo più azzurro che mai che si specchia nei fossi ingrossati dalla pioggia (l’acqua di nube) e nel verde della gemma che spacca la scorza e che solo stanotte non c’era ancora.

Category : Poesia

Incontro di Letteratitudini del 24 Aprile 2012. Ugo Foscolo “…e senza rimembranze, in che freddo e taciturno deserto s’affanerebbero tutte le mie potenze vitali!…”

aprile 26th, 2012 // 10:48 am @

da sx Tilde Maisto (Ospitante) – Felicetta Montella (Relatrice)

Olga, Tilde e Felicetta

 

di Matilde Maisto

E’ da tutti risaputo che la poetica del Foscolo è veramente bellissima e molto vasta; nell’incontro del 24 u.s., il gruppo di lettura “Letteratitudini”, tramite la relatrice di turno, signora Felicetta Montella, si è limitato a parlare delle opere, diciamo, più conosciute e si è approcciato ad una conoscenza, direi parziale, di questo illustre poeta.
Una discussione molto intensa e pareri diversi sono stati esternati dai componenti del nostro gruppo: secondo alcuni il Foscolo è sostanzialmente un ateo: per lui non esiste l’aldilà e l’unica immortalità che possiamo aspettarci è quella nel ricordo delle persone che ci hanno amato in vita e nelle cose buone e belle che abbiamo fatto durante la vita (vedi “I Sepolcri”). Invece, volendo fare un paragone con il Manzoni che è profondamente religioso, notiamo che attraverso le sofferenze e il dolore  si viene temprati e se si acquista abbastanza fede e ci si abbandona alla volontà divina, alla fine, dal male e dalle disgrazie, nascerà il bene. Questa è la cosiddetta teoria della Provvidenza manzoniana (vedi per es. i personaggi di Lucia o di frate Cristoforo nei Promessi Sposi).
Ma ritornando al Foscolo ed al nostro incontro di “Lettaratitudini”, secondo il parere della relatrice, poiché il Foscolo afferma: “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani” sembrerebbe che in lui ci sia un barlume di religiosità, benché egli sia dichiaratamente ateo.
A questa interpretazione ha fatto seguito il commento di un’altra partecipante che ha affermato che secondo la sua interpretazione il Foscolo non solo è e rimane ateo, ma egli ha inteso mettersi al riparo delle sofferenze della vita, creandosi “le illusioni”.

Tuttavia il Foscolo rimane un grande personaggio della letteratura italiana e con le sue stesse parole, ricordiamo che: “la noia proviene o da debolissima coscienza dell’esistenza nostra, per cui non ci sentiamo capaci di agire o da coscienza eccessiva, per cui vediamo di non poter agire quanto vorremmo. – una parte di uomini opera senza pensare, una parte pensa senza operare, pochi operano dopo aver pensato –
Inoltre egli afferma che è purtroppo destino ineluttabile che il tempo distrugga ogni cosa nel suo fluire perenne.
Il suo atteggiamento nei confronti della Patria sembrerebbe passivo poiché egli dice: – sono solo contro tutti, mi è difficile difendere la  patria, per tanto a male in cuore decido di accettare l’esilio –
Ma è evidente che il suo cuore arde d’amor patrio, come da “Ultime lettere di Jacopo Ortis”: – taci, taci: – vi sono de’ giorni ch’io non posso fidarmi di me: un demone mi arde, mi agita, mi divora. Forse io mi reputo molto; ma è mi pare impossibile che la nostra patria sia così conculcata mentre ci resta ancora una vita….Oh! se il tiranno fosse uno solo, e i servi fossero meno stupidi, la mia mano basterebbe: Ma chi mi biasima ori di viltà, m’accuserebbe allor di delitto….. –
L’amore per Foscolo era il motore della sua vita e della sua poesia, ma anche il segno tangibile della sua inquietudine. Un esempio, sempre da “Ultime lettere di Jacopo Ortis”. – era neglettamente vestita di bianco; il tesoro delle sue chiome biondissime diffuse su le spalle e sul petto, i suoi divini occhi nuotanti nel piacere, il suo viso sparso di un soave languore, il suo braccio di rose, il suo piede, le sue dita arpeggianti mollemente, tutto, tutto era armonia: ed io sentivo una nuova delizia nel contemplarla…  Armoniosi accenti dal tuo labbro volavano, e dagli occhi ridenti tralucevano di Venere i disdegni e le paci la speme, il pianto e i baci. –

Un incontro travolgente per l’armonia, la socialità e la convivialità dei partecipanti che a distanza di circa tre anni, si sono bene amalgamati tra di loro e che sono sempre lietissimi di allargare il gruppo lasciando  ed auspicando l’ingresso di nuovi e più giovani amanti della letteratura.

UGO FOSCOLO

«Cos’è l’uomo se tu lo abbandoni alla sola ragione fredda, calcolatrice? scellerato, e scellerato bassamente».
[Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis]

asce a Zante (l’antica Zacinto), una delle isole Ionie allora appartenente alla Repubblica Veneta, il 6 febbraio 1778 — dal medico Andrea Foscolo, di antica famiglia veneziana, e dalla greca Diamantina Spathis. Il suo nome di battesimo è Niccolò, ma dal 1795 preferisce farsi chiamare Ugo.

Compiuti i primi studi presso il seminario arcivescovile di Spalato, in Dalmazia, nel 1792, dopo la morte improvvisa del padre (1788), si trasferisce a causa delle difficoltà economiche, con la madre e i suoi tre fratelli, nella mondana salottiera e letteraria Venezia.
Abbandonati gli studi regolari, il giovane Ugo s’immerge nella lettura dei classici greci e latini e degli scrittori italiani e stranieri, mostrando tra l’altro un vivo interesse per i filosofi e gli ideologi del Settecento (in particolar modo per Rousseau). Inoltre, rifacendosi soprattutto alla tradizione arcadica, intraprende il proprio apprendistato poetico e nel 1796 pubblica il suo primo componimento, l’ode religiosa La Croce. E così, grazie al suo singolare selvatico e sdegnoso fascino, rapidamente riesce a farsi ammettere nei salotti dell’aristocrazia, tra cui quello assai esclusivo e raffinato della bellissima e brillante Isabella Teotochi Albrizzi, con cui — lui sedicenne, lei trentaquattrenne — ha un’ardente relazione amorosa. E proprio nel suo salotto conosce Ippolito Pindemonte, Saverio Bettinelli e Aurelio de’ Giorgi Bertola. All’Università di Padova poi si lega di amicizia con Melchiorre Cesarotti e con i suoi allievi di acceso spirito rivoluzionario Liugi Scevola, Gaetano Fornasini e Giovanni Labus. Il Piano di studi da lui redatto nel 1796 documenta la varietà dei suoi interessi.
Dopo la discesa dei francesi in Italia, sotto l’influenza delle idee giacobine s’impegna nell’attività politica, cosicché suscita ben presto i sospetti del governo veneto ed è costretto a rifugiarsi sui Colli Euganei. A seguito, tuttavia, del grande successo ottenuto dalla tragedia Tieste — costruita sui modelli alfieriani e piena di furore libertario — il governo oligarchico diviene ancora più sospettoso nei suoi confronti. Quindi, nell’aprile del ’97 fugge a Bologna dove si arruola nell’esercito napoleonico e pubblica l’ode A Bonaparte liberatore.
A maggio, dopo l’arrivo dei francesi e l’instaurazione del regime democratico, fa ritorno a Venezia e vi svolge un’intensa attività politica fino all’amara delusione del trattato di Campoformio (1797). Venduta la sua patria all’Austria, lascia per sempre Venezia e la madre. Quindi, parte in volontario esilio, per la capitale della Repubblica Cisalpina, Milano, dove si lega ai più attivi gruppi giacobini italiani, conosce il vecchio Parini e diviene amico di Vincenzo Monti, con la cui moglie vive un’intensa e infelice relazione d’amore. Collabora, inoltre, con Melchiorre Gioa alla redazione del «Monitore italiano», pubblicando articoli in difesa di una visione patriottica della rivoluzione. E in difesa della tradizione linguistica italiana esprime, nel coraggioso sonetto Te nudrice alla Muse, ospite e Dea, tutto il suo dissenso contro la decisione del Consiglio Cisalpino di abolire l’insegnamento della lingua latina nelle scuole. Alla chiusura del giornale da parte dei francesi, nell’estate del ’98 torna a Bologna, dove collabora al «Genio democratico» e al «Monitore bolognese» e avvia la stampa delle Ultime lettere di Jacopo Ortis. Ma, al ritorno degli austriaci nel ’99, interrompe in tronco l’edizione (tuttavia il libraio Marsigli, a sua insaputa, dà alla luce il libro portato a termine da un certo Angelo Sassoli), per arruolarsi volontario nella Guardia Nazionale di Bologna. Insieme con i francesi, combatte valorosamente in Emilia e Romagna, ma rimane ferito sia a Cento sia poi, una seconda volta, a Genova assediata. Nel frattempo scrive l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e riesce a ristampare l’ode A Bonaparte, premettendovi una lettera dedicatoria in cui esorta Napoleone a vincere la tentazione della tirannide.
Dopo la battaglia di Marengo, si stabilisce a Milano ed entra a far parte dello stato maggiore del generale Pino, assolvendo vari incarichi in Lombardia, in Emilia e in Toscana. E per l’appunto a Firenze nel 1801 si innamora di Isabella Roncioni, promessa ad un nobile e ricco marchese. Rientrato a Milano (1801-1803), intreccia una relazione amorosa con Antonietta Fagnani Arese, per la quale scrive l’ode All’amica risanata. Per i comizi di Lione del 1802, che confermano il ruolo subalterno toccato all’Italia nel sistema napoleonico, pubblica la spregiudicata Orazione a Bonaparte. Inoltre, mentre entrano definitivamente in crisi le sue idee giacobine, pubblica l’Ortis nella nuova redazione (1802), le Poesie, comprendenti, oltre alle due odi, dodici Sonetti, (tra i quali i celebri Alla sere, A Zacinto, In morte del fratello Giovanni) e il lavoro erudito-filologico su La chioma di Berenice (1803).
La sua naturale irrequietezza e le crescenti difficoltà economiche lo inducono nel 1804 a recarsi in Francia, per partecipare all’invasione dell’Inghilterra. Qui, sulle coste della Manica, si dedica alle traduzioni dal greco dell’Iliade e dall’inglese del Viaggio sentimentale di Sterne. Dalla relazione con la giovane inglese, Lady Mary Hamilton, nasce una figlia di nome Mary, ma che egli chiamerà sempre Floriana. Avendo poi Napoleone rinunciato all’impresa contro l’Inghilterra, dopo un breve soggiorno a Parigi (dove incontra il giovane Manzoni), nel marzo 1806 ritorna a Milano. E a seguito della liberazione del Veneto dal dominio austriaco, corre a Venezia a rivedere la madre, il Cesarotti e la sua prima protettrice, Isabella Teotochi Albrizzi. Proprio dai colloqui con Isabella e con il Pindemonte nasce l’idea del carme Dei Sepolcri, edito nel 1807, quasi ad un tempo con l’Esperimento di traduzione dell’Iliade di Omero. Continua intanto una vita piena di passioni e relazioni amorose con Marzia Martinengo, Maddalena Bignami e Francesca Giovio.
Ottenuta la cattedra di Eloquenza presso l’Università di Pavia, nel 1809 pronuncia, con grande successo, l’orazione inaugurale Dell’origine e dell’ufficio della letteratura. La cattedra tuttavia viene soppressa pochi mesi dopo. Foscolo ricade in nuove difficoltà economiche; si infittiscono le invidie, le maldicenze e gli attriti nell’ambiente letterario milanese, e alla fine viene meno anche l’amicizia con il Monti. La situazione precipita. Nella tragedia Ajace, rappresentata alla Scala nel dicembre del 1811, si scorgono allusioni ingiuriose a Napoleone. La rappresentazione viene proibita e Foscolo è invitato a lasciare Milano. Dopo una breve visita a Venezia e un soggiorno nel castello di Belgioso a Pavia, amareggiato e deluso, nel 1812 ripara a Firenze, dove rimane fino al luglio dell’anno seguente, vivendo, nella suggestiva solitudine della villa di Bellosguardo, uno dei momenti più tranquilli della sua vita. Frequenta il salotto della contessa d’Albany sul Lungarno, corteggia la bella Eleonora Nencini e intrattiene una dolce relazione amorosa con Quirina Mocenni, la «Donna gentile». Compone la tragedia Ricciarda, riprende e pubblica la traduzione del Viaggio sentimentale di Sterne, accompagnata dalla Notizia intorno a Didimo Chierico, e dà vita alle Grazie (alla cui redazione tornerà anche nel ’22).
Nell’ottobre del 1813, approssimandosi dopo la sconfitta di Lipsia il crollo del regime napoleonico — che egli considera il minore dei mali — rientra a Milano per riprendere il suo posto nell’esercito e difendere il Regno Italico. In un primo momento si mette a disposizione del viceré Eugenio Beauharnais. Poi invece, quando gli austriaci entrano a Milano — immaginando di poter contare su un’ampia libertà d’azione — è sul punto di accettare la proposta di preparare per loro un periodico (che di lì a poco si sarebbe realizzato con la Biblioteca italiana). Ma alla vigilia del giuramento di fedeltà all’Austria, tenendo fede ai suoi principi di «libero scrittore», il 30 marzo del 1815, fugge da Milano e prende la via dell’esilio.
Dapprima ripara in Svizzera, dove attende ad una nuova edizione dell’Ortis (1816), porta a termine la satira Ipercalisse e compone i discorsi Della servitù dell’Italia. Poi, dopo varie peregrinazioni, essendo perseguitato dalla polizia, si stabilisce alla fine del 1816 a Londra.
Qui inizialmente viene accolto con favore nei circoli letterari e culturali, ma presto, per il desiderio di vivere in un ambiente di raffinata eleganza, si avventura in imprese economiche rovinose; e a causa sia del suo orgoglioso, aggressivo e polemico carattere sia degli antichi risentimenti, finisce per alienarsi le simpatie e della compunta aristocrazia inglese e dei numerosi italiani in esilio a Londra (Berchet, Confalonieri, Scalvini, Santarosa). Alle difficoltà economiche, tuttavia, cerca di ovviare con un indefesso e ostinato e spesso ingrato lavoro, ovvero con conferenze, lezioni, articoli e saggi sui giornali e riviste. Al periodo 1818-1825 appartengono, infatti, oltre alla Lettera apologetica, gli scritti di critica e storia letteraria: il Discorso sul testo della Divina Commedia di Dante, i Saggi sul Petrarca, il Discorso storico sul testo del Decameron, il Saggio sulla letteratura contemporanea in Italia (Essay on the Present Literature of Italy), i Poemi narrativi e romanzeschi, le Epoche della lingua italiana, La letteratura periodica italiana e Della nuova scuola drammatica italiana. Inoltre, fin dal 1817, anno della redazione definitiva dell’Ortis, abbozza un progetto di Lettere scritte dall’Inghilterra, di cui però solo una parte viene stampata, postuma, con il titolo Gazzettino del bel mondo.
Dopo aver passato un breve periodo in prigione a causa dei debiti contratti, è costretto a vivere sotto falso nome per non farsi raggiungere dai creditori.
La vicinanza amorosa della figlia Floriana e l’affetto di alcuni pochi amici vengono a temperare la solitudine, i disagi, le tristezze e la malattia degli ultimi anni.
Niccolò Ugo Foscolo muore, per idropisia, il 10 settembre 1827 nel sobborgo londinese di Turnham Green e viene sepolto nel vicino cimitero di Chiswick.
Solamente, dopo l’unità d’Italia, nel 1871, le spoglie sono state collocate a Firenze, nella chiesa di Santa Croce, accanto ai grandi italiani che aveva celebrato nel carme Dei Sepolcri.

IL PENSIERO
Alla base del pensiero del Foscolo c’è la concezione materialistica e meccanicistica dell’universo, ereditata dalla cultura illuministica. Per Foscolo la dimensione spirituale e ultraterrena dell’uomo è un valore soggettivo e culturale e non una realtà oggettiva; solo la materia esiste realmente ed è eterna. Tuttavia le forme in cui la materia si manifesta sono soggette ad una “forza operosa” che le modifica e le distrugge, in un ciclo continuo di morte e rinascita. Questa legge violenta che alterna distruzione e costruzione regola tutto l’universo, dagli astri alle più piccole creature viventi. Ad essa non si sottraggono gli uomini: non solo le loro esistenze si annullano con la morte, ma anche le loro istituzioni civili e sociali e la loro storia. La violenza che governa la vita dell’universo regola anche il percorso della storia. La vita delle nazioni e dei popoli è un susseguirsi di sopraffazioni del potente sul debole e la politica è solo un esercizio della forza mascherato con alti valori ideali, tanto proclamati quanto disattesi.

LE ILLUSIONI
Alla brutale violenza della politica, Foscolo contrappone un sistema di valori che non solo nega quella violenza, ma che riesce a sottrarre l’uomo e le sue azioni a quel destino di morte e dimenticanza a cui egli sarebbe condannato. Nasce così il mito foscoliano delle illusioni. Le illusioni, quel mondo di immaginazione e di ricordi nel quale l’uomo si rifugia come in un santuario per sfuggire agli insulti della realtà, l’uomo sopporta la vita solo mercè le illusioni.

DEI SEPOLCRI
Il carme Dei Sepolcri fu composto dal Foscolo nel 1806 fra i mesi di luglio e settembre e pubblicato a Brescia ai primi d’aprile del 1807. All’origine vi fu certamente una discussione che il Poeta, durante la breve visita a Venezia del 16-17 giugno 1806, ebbe nel salotto veneziano della Contessa Isabella Teòtochi Albrizzi con l’amico Ippolito Pindemonte, al quale verrà poi dedicato, sul tema delle sepolture, che in quegli anni, sulla spinta delle legislazioni sia della Francia che dell’Austria, stava modificando costumi e modi di vivere, in una società che cominciava a marciare speditamente sulla via del progresso economico-industriale e civile, favorita anche dalla diffusione delle teorie illuministiche. Il Pindemonte nel suo poemetto intitolato Cimiteri aveva espresso la sua contrarietà alla nuova legislazione e alla nuova filosofia, temendo che queste potessero portare a trascurare il culto dei defunti e il Foscolo aveva risposto, invece, con argomentazioni che affermavano la giustezza di quanto stava avvenendo. Ma a una più attenta analisi Foscolo capì che le idee esposte non corrispondevano al suo modo di sentire e alla sua concezione della vita e dei destini dell’umanità. Il Carme può essere diviso in quattro parti e un’introduzione:

– 1) vv. – 1-22 – introduzione, in cui è dichiarata la materia generale, l’interesse dei vivi per le tombe: “Il sonno della morte non è certamente meno doloroso in un’urna confortata di pianto. Quando il sole non risplenderà più innanzi al poeta nessun compenso sarà per i giorni perduti una pietra che distingua le sue dalle infinite altre ossa. Persino l’ultima dea, la Speranza, abbandona i sepolcri; e tutto il tempo travolge  nella sua notte, non soltanto gli uomini e le loro tombe ma le reliquie stesse della terra e del cielo”.

– 2) vv. 23-90 – parte prima, le tombe sono la “Celeste corrispondenza d’amorosi sensi” e “sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna”; ma una nuova legge impone la sepoltura fuori dai centri abitati, dallo sguardo pietoso degli uomini, e questa ha permesso che senza una tomba sia sepolto Parini, il cui corpo magari giace mischiato a quelli di infami che hanno lasciato la vita sul patibolo: “perché tuttavia l’uomo dovrebbe rinunciare alla benigna illusione del sepolcro, a quelle soavi cure della tomba per le quali ancora sopravvive sotterra? Una celeste dote esiste negli uomini; per questa dote si genera tra i vivi e i trapassati una corrispondenza di amorosi sensi; per questa dote noi viviamo con l’amico estinto e l’estinto con noi, se le sue ossa siano state accolte pietosamente dalla terra nativa, e un sasso conservi il ricordo del nome. Solo per chi non lascia sulla terra eredità di affetti il sepolcro è privo di senso, né alcuna voce dalla tomba può giungere ai viventi. Eppure nuove leggi vorrebbero contendere ai morti la memoria dei nome, e invidiare ai superstiti l’illusione del sepolcro. E senza tomba giace Parini, il sacerdote della Musa Talia, che nella sua povera casa scrisse poesie satiriche come omaggio alla dea, cantando del giovin signore, del moderno e corrotto Sardanapalo, per il quale sola dolcezza era il muggito dei buoi: le sue ceneri avrebbero dovuto essere accolte in una tomba, ornata di alberi ombrosi, tra le mura stesse di Milano, che pure è stata allettatrice di cantori senza dignità e senza virilità, ed ora giace privo di tomba in una fossa comune, nella quale forse il suo capo è insanguinato da quello mozzato di un ladro che ha lasciato sul patibolo la sua vita delittuosa. Invano sulle ossa del Parini la Musa Talia vigila pietosa per custodirle, invano prega che la notte sia larga di rugiada alle reliquie del poeta. Sulle tombe il conforto d’un fiore può sorgere soltanto quando viene onorato dal pianto amoroso e onorato dalla lode degli uomini, facendo sopravvivere l’estinto oltre la morte”.

– 3) vv. 91-150 – parte seconda: le tombe trovano la loro giustificazione nella storia; dopo aver delineato il significato di illusione e di tomba, Foscolo ne descrive l’origine: l’uomo quando esce dallo stato ferino, comincia a formare gruppi sociali che hanno bisogno, per cementare l’unione fra i singoli componenti, di norme e linguaggio per capirsi: proprio quando istituisce la famiglia, le leggi e il culto dei morti, non solo come elemento di pietà ma soprattutto come elemento eternante l’illusione di una vita che continua al di là della morte nella mente dei vivi, possiamo dire che sia nata la società civile: “Dal giorno in cui l’uomo istituì le nozze, i tribunali e gli altari (famiglia-legge-religione), superò la sua ferina barbarie primitiva, diventando pietoso verso se stesso e gli altri, e cominciò seppellire i corpi delle persone care togliendole all’insulto dell’aria maligna e delle belve feroci, il sepolcro è diventato testimonianza delle imprese passate un altare per i vivi: e non c’era impresa o decisione importante che non avesse avuto religiosamente il rito degli auspici presi sulle tombe degli antenati venerati come custodi e dèi (Lari) della Patria e sacro e rispettato divenne il giuramento prestato sulle loro tombe: questi riti tramandarono per lunghi secoli gli uomini. Né il culto dei morti è stato sempre così orrido e tenebroso come nei riti che furono propri delle età medioevali, ma un luogo d’incontro tra i vivi è stato il sepolcro, allietato da odorosi cipressi e cedri che impregnavano di puri profumi l’aria circostante (così diverso dal lezzo dei cadaveri impregnato d’incenso delle chiese medioevali) protendendo perenne verde e morbide ombre sulle urne mentre vasi preziosi raccoglievano le lacrime votive, mentre i vivi rubavano una faville al sole per rendere meno buia la sotterranea eterna notte, perché gli uomini emanando l’ultimo sospiro alla luce che sfugge cercano il sole. E sulle tombe venivano coltivati viole e amaranti, e i vivi si sedevano a libar latte e a raccontare le proprie pene, mentre intorno si spandeva la fragranza medesima degli Elisi; è una pietosa insania, una (folle) illusione nata dalla pietà che spinge a cercare e onorare i sepolcri, come fanno le britanne vergini, che curano le tombe suburbane. E mentre si crea un  mausoleo già da vivo nelle reggie piene di adulazioni, il poeta prega che il destino gli prepari un avello in cui le sue ossa possano riposare una volta che il destino abbia cessato di dar corso alle vendette e l’amicizia possa raccogliere non una eredità di tesori materiali, ma l’esempio di nobili sentimenti e di una poesia libera da cortigiania e adulazione”.

– 4) vv. 151-225 – parte terza: è il momento della giustificazione civile delle tombe, che devono ispirare gli uomini forti a intraprendere una vita che può essere forte solo seguendo i grandi ideali che i grandi uomini con le loro opere ci hanno tramandato e dei quali le tombe sono la testimonianza sempre viva e presente; Firenze, che ha dato i natali a Dante, e Santa Croce che conserva le tombe dei grandi (Machiavelli, Petrarca, Alfieri, Michelangelo, ecc.) sono la esemplificazione efficace di questo concetto, insieme all’immagine delle tombe innalzate ai prodi di Maratona che evidenziano l’idea della morte come “giusta dispensiera” di fama e gloria per i generosi che hanno versato il sangue per la Patria e per coloro che hanno ben operato. Per questo la tomba appare come un “riposato albergo” nel quale cessa ogni vendetta e comincia per i morti nei vivi un’esistenza più alta e degna di onori:  “Le urne dei grandi incitano l’animo dei forti a compiere gloriose imprese e rendono nobile e sacra al pellegrino la terra che le accoglie. Quando il poeta visitò in Santa Croce le tombe degli italiani più grandi, di Machiavelli che ha svelato alle genti di quante lagrime e sangue gronda lo scettro dei regnanti, di Michelangelo che in Roma costruì la cupola di San Pietro, di Galilei che vide sotto la volta celeste ruotare più mondi intorno al sole e aprì la via a Newton le vie del firmamento, dichiarò beata Firenze non solo per le felici aure piene di vita, per i natali e la lingua concessi a Dante Ghibellin fuggiasco e a Petrarca che dolcemente cantò d’amore; ma più beata perché serbava accolte in un tempio le glorie della Patria, le uniche superstiti che mai avrebbero potuto essere invase e conquistate, dal giorno in cui le Alpi non han più formato un baluardo difensivo per l’Italia. Da un tempio in cui splenda sull’Italia e nell’animo di uomini forti e coraggiosi la speranza di gloria, gli italiani avrebbero tratto gli auspici per il loro riscatto. Proprio nel tempio di Santa Croce veniva a meditare l’Alfieri che da quei marmi traeva l’unico conforto e l’unica speranza, dopo aver errato muto sulle sponde dell’Arno mirando i campi e il cielo e nessuna presenza umana gli raddolciva l’animo. Tra le mura di Santa Croce spirano quegli ideali ed ora Alfieri abita grande fra quei grandi. E in quel tempio un Nume, una potenza arcana e misteriosa, parla, il dio della Patria che ha nutrito l’animo e la virtù greca contro i Persiani in Maratona, dove Atene consacrò tombe per i suoi prodi che la salvarono dalla distruzione: il navigante che viaggiava presso l’Eubea nell’ampia oscurità poteva vedere un balenar d’elmi e di spade che cozzavano, e l’igneo vapore delle pire che ardevano i corpi degli eroi e le larve guerriere cercar la battaglia nel frastuono delle armi e del suono delle tube, fra i cavalli scalpitanti che incalzavano sugli elmi dei moribondi, fra i pianti e gli inni e il canto delle Parche. Felice il Pindemonte che nella sua giovinezza veleggiò per i mari della Grecia e udì l’eco delle antiche imprese! E se il timoniere diresse la prua della nave oltre le isole greche, certamente d’antichi fatti udisti risuonare i lidi dell’Ellesponto: ai generosi la morte è giusta dispensiera di gloria, una gloria che nè il senno astuto di un Ulisse né il favore di re come Agamennone avrebbe potuto mai togliere, come Ulisse non aveva potuto conservare le armi di Achille che spettavano di diritto ad Aiace perché l’onda del mare incitata dagli dei infernali le aveva ritolte alla poppa della sua nave per ricondurle sulla tomba dello stesso Aiace che reso folle dallo smacco subito si uccise”.

– “A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti…”: alla forza che unisce vivi e morti, nella sacralità giuridica e religiosa che realizza concretamente la stessa pietà umana, si aggiunge l’insegnamento che dalla contemplazione delle tombe, insieme alla meditazione delle gesta compiute dai grandi personaggi che lì hanno trovato l’estremo riposo, l’uomo può ricevere per ben agire ed operare: in questo modo le tombe diventano il simbolo degli ideali che animarono gli antenati, un incitamento al progresso e alle conquiste sociali e civili.

– 5) vv. 226-295 – parte quarta: contiene la “giustificazione poetica”: in questi versi troviamo la sostanza dell’esistenza stessa della poesia; si apre con la figura dello stesso Foscolo, che i tempi e il desio d’onore / fan per diversa gente ir fuggitivo (tema dell’esilio) e si chiude con la grandiosa figura di Ettore, che muore per la difesa della patria, eroe sfortunato, così come sfortunato era stato il Foscolo. Uno dei compiti della poesia è proprio quello di celebrare gli eroi e di tramandarne le imprese e la gloria: così la gloria dell’eroe troiano è eternata dal canto di Omero e di Foscolo, insieme alle donne iliache, che sulle tombe degli eroi caduti sciolgono in segno di lutto le loro chiome, alla stirpe di Elettra amata da Giove e ai suoi discendenti Dardano, Ilo e Assaraco. Il carme si chiude col concetto dell’illusione che nel futuro le tombe possano essere onorate da lagrimati affetti per cui men duro sarà il sonno della morte.

” Le Muse ad evocar gli eroi chiamino il Poeta, che per luoghi stranieri va fuggitivo ed esule spinto dal desiderio d’onore e dai tempi malvagi, concedendogli almeno di rievocare le antiche glorie, di rendere eterni col canto gli eroi. Le Muse, animatrici del pensiero mortale, siedono infatti sulle tombe come custodi, e quando su queste si abbatte distruggendole la furia del tempo, esse rendono lieti i deserti col loro canto e l’armonia vince il silenzio di mille secoli: così dal deserto sorge la voce dei poeti, e per quella voce risplendono gli ideali e i sogni dei trapassati. Ancor oggi, nel deserto inseminato della Troade, risplende eterno agli uomini un luogo; eterno per la ninfa Elettra, amata da Giove, cui diede il figlio Dardano, fondatore di Troia, e progenitore di Assaraco e Priamo (al quale la leggenda attribuiva cinquanta figli) ed Enea fondatore della futura Roma. Quando Elettra udì la voce della Parca, chiese all’Amato: ‘Se care ti furono le mie chiome e il viso e le dolci attese e le dolci veglie, in questo momento supremo guarda la tua morta amica dal cielo, affinchè resti immortale almeno la sua fama’. Così pregando moriva Elettra e Giove Olimpio gemendo soffriva per quella morte e con un lieve cenno del capo rese sacra la sua tomba facendo piovere ambrosia sul corpo della Ninfa. Intorno a quella tomba si raccolsero i sepolcri dei grandi troiani, di Erittonio e di Ilo e su quelle tombe le donne iliache scioglievano nel pianto le chiome pregando che fosse allontanato dal capo dei loro mariti l’imminente fato e venne Cassandra, figlia di Priamo, guidando i nipoti ed insegnando loro un amoroso lamento; e sospirando diceva loro: ‘se mai pascerete i cavalli di Diomede figlio di Tideo o di Ulisse figlio di Laerte, e il destino vi permetterà di tornare, invano allora cercherete la vostra patria, perché le mura, opera di Apollo saranno macerie fumanti; ma in queste tombe si troveranno i Penati di Troia, perché dono degli dèi è conservare fiero e indimenticato il nome dei grandi; e voi, cipressi e palme, piantati dalle nuore di Priamo ormai vedove, crescete in fretta innaffiate dalle vedovili lacrime e proteggete i miei padri, e quelli che con pietà terranno lontana la scure da questi alberi soffriranno meno dei luttuosi avvenimenti di persone care; un giorno Omero, un cieco mendìco, errerà tra quelle antichissime ombre, ed abbraccerà i sepolcri ed interrogherà le urne: e narrerà di Ilio (Troia) raso due volte e due volte risorto splendidamente sulle mute vie per rendere più bella l’ultima conquista dei Greci vittoriosi aiutati dal Fato; e il sacro vate, placando le afflitte anime troiane, eternerà col suo canto la gloria dei principi greci, in tutte le terre abbracciate dal grande Padre Oceano; e tu Ettore avrai onore di pianti e sarai ricordato ovunque sarà sacro e onorato di lagrime il sangue versato per la patria, e finché il sole risplenderà sulle sciagure degli uomini

De Sepolcri
All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
Confortate di pianto è forse il sonno
Della morte men duro? Ove più il Sole
Per me alla terra non fecondi questa
Bella d’erbe famiglia e d’animali,
E quando vaghe di lusinghe innanzi
A me non danzeran l’ore future,
Né da te, dolce amico, udrò più Il verso
E la mesta armonia che lo governa,
Né più nel cor mi parlerà lo spirto
Delle vergini Muse e dell’amore,
Unico spirto a mia vita raminga,
Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
Che distingua le mie dalle Infinite
Ossa che in terra e In mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
Ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
Tutte cose l’obblio nella sua notte;
E una forza operosa le affatica
Di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
E l’estreme sembianze e le reliquie
Della terra e del ciel traveste il tempo.
Ma perché pria del tempo a sé Il mortale
Invidierà l’illusion che spento
Pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
Gli sarà muta l’armonia del giorno,
Se può destarla con soavi cure
Nella mente de’ suoi? Celeste è questa
Corrispondenza d’amorosi sensi,
Celeste dote è negli umani; e spesso
Per lei si vive con Pamico estinto,
E l’estinto con noi, se pia la terra
Che lo raccolse infante e lo nutriva,
Nel suo grembo materno ultimo asilo
Porgendo, sacre le reliquie renda
Dall’insultar de’ nembi e dal profano
Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
E di fiori odorata arbore amica
Le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
Poca gioja ha dell’ur’na; e se pur mira
Dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
Fra ‘l compianto de’ templi acherantei
0 ricovrarsi sotto le grandi ale
Del perdono d’Iddio; ma la sua polve
Lascia alle ortiche di deserta gleba
Ove né donna innamorata preghi,
Né passeggier solingo oda il sospiro
Che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi I sepolcri
Fuor de’.guardi pietosi, e il nome a’ morti
Contende. E senza tomba giace il tuo
Sacerdote, o Talia, che a te cantando
Nel suo povero tetto educò un lauro
Con lungo amore, e t’appendea corone;
E tu gli ornavi del tuo riso i canti
Che Il lombardo pungean Sardanapalo
Cui solo è dolce il muggito de’ buoi
Che dagli antri abduani e dal Ticino
Lo fan d’ozj beato e di vivande.
0 bella Musa, ove sei tu? Non sento
Spirar l’ambrosia, indizio del tuo Nume.
Fra queste piante ov’io siedo e sospiro
Il mio tetto materno. E tu venivi
E sorridevi a lui sotto quel tiglio
Ch’or con dimesse frondi va fremendo
Perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio
Cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
Vagolando. ove dorma il sacro capo
Del tuo Parini? A lui non ombre pose
Tra le sue mura la città, lasciva
D’evirati cantori allettatrice,
Non pietra, non parola; e forse l’ossa
Col mozzo capo gl’insanguina il ladro
Che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti’ raspar fra le macerie e i bronchi
La derelitta cagna ramingando
Su le fosse, e famnelica ululando;
E uscir del teschio, ove fuggia la Luna,
L’ùpupa, e svolazzar su per le croci
Sparse per la funerea campagna,
E l’immonda accusar col luttuoso
Singulto i rai di che son pie le stelle
Alle obbliate sepolture. Indarno
Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
Dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
Non sorge fiore, ove non sia d’umane
Lodi onorato e d’amoroso pianto.
Dal dì che nozze e tribunali ed are
Diero alle umane belve esser pietose
Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi
All’etere maligno ed alle fere
I miserandi avanzi che Natura
Con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
Ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
De’ domestici Lari, e fu temuto
Su la polve degli avi il giuramento:
Religion che con diversi riti
Le virtù patrie e la pietà congiunta
Tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolerali a’ templi
Fean pavimento; né agi incensi avvolto
De’ cadaveri il lezzo i supplicanti
Contaminò; né le città fur meste
D’effigiati scheletri: le madri
Balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
Nude le braccia su l’amato capo
Del lor caro lattante onde nol desti
Il gemer lungo di persona morta
Chiedente la venal prece agli eredi
Dal santuario. Ma cipressi e cedri
Di puri effluvj i zefiri impregnando
Perenne verde protendean su l’urne
Per memoria perenne, e preziosi
Vasi accogliean le lacrime votive.
Rapian gli amici una favilla al Sole
A illuminar la sotterranea notte,
Perché gli occhi dell’uom cercan morendo
Il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
Mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
Amaranti educavano e viole
Su la funebre zolla; e chi sedea
A libar latte e a raccontar sue pene
Ai cari estinti, una fragranza intorno
Sentia qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania, che fa cari gli orti
De’ suburbani avelli alle britanne
Vergini dove le conduce amore
Della perduta madre, ove elementi
Pregaro i Genj del ritorno al prode
Che tronca fe’ la trionfata nave
Del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite geste
E sien ministri al vivere civile
L’opulenza e il tremore, inutil pompa,
E inaugurate immagini dell’Orco
Sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed Il patrizio vulgo,
Decoro e mente al bello italo regno,
Nelle adulate reggie ha sepoltura
Già vivo, e i sternmi unica laude. A noi
Morte apparecchi riposato albergo,
Ove una volta la fortuna cessi
Dalle vendette, e l’amistà raccolga
Non di tesori eredità, ma caldi
Sensi e di liberal carme l’esempio.
A egregie cose il forte animo accendono
L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
E santa fanno al peregrin la terra
Che le ricetta. lo quando Il monumento
Vidi ove posa il corpo di quel grande,
Che temprando lo scettro a’ regnatori,
Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
Di che lagrime grondi e di che sangue;
E l’arca di colui che, nuovo Olimpo
Alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
Sotto l’etereo padiglion rotarsi
Più mondi, e il Sole irradiarli immote,
Onde all’Anglo che tanta ala vi stese
Sgombrò primo le vie del firmarnento;
Te beata, gridai, per le felici
Aure pregne di vita, e pe’ lavacri
Che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’áer tuo veste la Luna
Di luce limpidissima i tuoi colli
Per vendemmia festanti, e le convalli
Popolate di case e d’oliveti
Mille di fiori al ciel mandano incensi:
E tu prima, Firenze, udivi il carme
Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,
E tu i cari parenti e l’id’ioma
Desti a quel dolce di Calliope labbro
Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
D’un velo candidissimo adornando,
Rendea nel grembo a Venere Celeste.
Ma più beata ché in un tempio accolte
Serbi l’itale glorie, uniche forse
Da che le mal vietate Alpi e l’alterna
Onnipotenza delle umane sorti
Armi e sostanze t’invadeano ed are
E patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
Intelletti rifulga ed all’Italia,
Quindi trarrem gli auspicj. E a questi marmi
Venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patrii Numi, errava muto
Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
Desioso mirando; e poi che nullo
Vivente aspetto gli molcea la cura,
Qui posava l’austero; e avea sul volto
Il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno, e l’ossa
Fremono amor di patria. Ah sì! da quella
Religiosa pace un Nume parla:
E nutria contro a’ Persi in Maratona
Ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
La virtù greca e l’ira. Il navigante
Che veleggiò quel mar sotto l’Eubèa,
Vedea per l’ampia oscurità scintille
Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
Fumar le pire igneo vapor, corrusche
D’armi ferree vedea larve guerriere
Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
Silenzj si spandea lungo ne’ campi
Di falangi un tumulto e un suon di tube,
E un incalzar di cavalli accorrenti
Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
Oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
Certo udisti suonar dell’Elleaponto
I liti, e la marea mugghiar portando
Alle prode retèe l’armi d’Achille
Sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi
Giusta di glorie dispensiera è morte;
Né senno astuto, né favor di regi
All’Itaco le spoglie ardue serbava,
Ché alla poppa raminga le ritolse
L’onda incitata dagl’inferni Dei.
E me che i tempi ed il desio d’onore
Fan per diversa gente ir fuggitivo,
Me ad ad evocar gli eroi chiamin le Muse
Del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri e quando
Il tempo con sue fredde ale vi spazza
Fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
Di lor canto i deserti, e l’armonia
Vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Tròade inseminata
Eterno, splende a’ peregrini un loco
Eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio
Onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
Talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
Che lei dalle vitali aure del giorno
Chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
Mandò ìl voto supremo: E se, diceva,
A te, fur care le mie chiome e il viso
E le dolci vigilie, e non mi assente
Premio miglior la volontà de’ fati,
La morta amica almen guarda dal cielo
Onde d’Dlettra tua resti la fama.
Così orando moriva. E ne gemea
L’Olimpio; e l’immortal capo accennando
Piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
E fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme Il giusto
Cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
Sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
Da’ lor mariti l’imminente fato;
Ivi Cassandra, allor che Il Nume In petto
Le fea parlar di Troia il di mortale,
Venne, e all’ombre cantò carme amoroso,
E guidava i nepotì, e l’amoroso
Apprendeva lamento ai giovinetti.
E dicea sospirando: Oh, se mai d’Argo,
Ove al Tidìde e di Laerte al figlio
Pascerete i cavalli, a voi permetta
Ritorno il cielo, invan la patria vostra
Cercherete! Le mura opra di Febo
Sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Pepati di Troja avranno stanza
In queste tombe; ché de’ Numi è dono
Servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
Piantan di Priamo, e crescerete ahi presto!
Di vedovili lagrime Innaffiati,
Ptoteggete i miei padri: e chi la scure
Asterrà pio dalle devote frondi
Men si dorrà di consanguinei lutti
E santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
Mendico un cieco errar sotto le vostre
Antichissime ombre, e brancolando
Penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
E interrogarle. Gemeranno gli’antri
Secreti, e tutta narrerà la tomba
Igio raso due volte e due risorto
Splendidamente su le muto vie
Per far più bello l’ultimo trofeo
Ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
Placando quelle afflitte alme col canto,
I prenci argivi eternerà per quante
Abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finché il Sole
Risplenderà su le sciagure umane.

I SONETTI

pparsi all’inizio del 1800 i Sonetti riflettono tutta l’esperienza sociale e umana di Ugo Foscolo e il suo atteggiamento nei confronti della realtà: la delusione per il Trattato di Campoformio, il dolore per la morte del fratello suicida, la concezione materialistica della natura, le preoccupazioni per la piega assunta dalla vita.

In prima posizione, nell’edizione definitiva dei Sonetti, Alla sera esprime un desiderio di conoscere ciò che sta fuori dei limiti del finito, che si concretizza nella sofferenza per l’impossibilità di appagare questa volontà. Il tema utilizzato dal Foscolo per sviluppare il concetto è il crepuscolo, visto come immagine della morte, ma anche come momento di pace e di riflessione.
Dedicato alla ridente isola del mar Ionio sulle carte conosciuta come Zante, occupa la nona posizione nella raccolta il sonetto A Zacinto, che costituisce una perfetta sintesi della dominante tradizione neoclassica e degli innovativi orientamenti romantici dell’autore. Il poeta, esule per il mondo, si aspetta di morire in terra straniera.
Composto nel 1803 a Milano, dove Ugo Foscolo si trovava in esilio, In morte del fratello Giovanni accentua il senso di sconforto esistenziale. Anche stavolta il poeta si avvale dei temi della cultura classica, a partire dall’ispirazione, che proviene da alcuni celebri versi di Catullo.
Scritti tra il 1798 e il 1801 i sonetti apparvero in due distinte riprese: i primi otto, scritti dal 1798 al 1801 e pubblicati nel 1802, e gli ultimi quattro, pubblicati nel 1803. Elencati secondo l’ordine definitivo che diede loro il Foscolo, essi sono:

– Alla sera
– Non son chi fui, perì di noi gran parte
– Te nudrice alle Muse
Perché taccia
– Così gl’interi giorni
– Meritamente
– Solcata ho fronte
– E tu ne’ carmi avrai perenne vita
– A Zacinto
– In morte del fratello Giovanni
– Alla musa
– Che stai?

Ultimo dei Sonetti, “Alla sera” fu ritenuto proemiale da Ugo Foscolo, tanto che egli gli riservò il primo posto nella edizione definitiva dell’opera.

Forse perché della fatal quïete
Tu sei l’imago a me sì cara vieni
O sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
E quando dal nevoso aere inquïete
Tenebre e lunghe all’universo meni
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

“A Zacinto”, il nono dei sonetti di Ugo Foscolo, presenta numerose affinità con “In morte del fratello Giovanni”, che occupa la decima posizione. I due componimenti presentano temi affini, un linguaggio poetico corrispondente, e sono stati entrambi composti in un periodo circoscritto. Il decimo è stato scritto successivamente e completa il nono.

A ZACINTO
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Gemello del sonetto “A Zacinto”, ne riprende i temi, introducendo l’evento luttuoso del suicidio del fratello minore di Ugo Foscolo, Giovanni Dionigi, ufficiale dell’esercito della Repubblica Cisalpina, uccisosi a vent’anni nel 1801, forse per il disonore di aver sottratto alla cassa del reggimento la somma necessaria a saldare i propri debiti di gioco. A lui dedicato, ne prende anche il titolo: “In morte del fratello Giovanni”. Decimo dei dodici Sonetti del Foscolo, come il precedente, fonde la tradizione neoclassica con la cultura del Romanticismo.

IN MORTE DEL FRATELLO GIOVANNI
Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de’ tuoi gentil anni caduto.
La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.
Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quiete.
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta
.
LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS

« – Illusioni! grida il filosofo – Or non è tutto illusione? Tutto! Beati gli antichi che si credevano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondevano lo splendore delle divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il Bello ed il Vero accarezzando gli idoli della loro fantasia! Illusioni! Ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e dolorosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele».

ll’indomani del trattato di Campoformio (1797), ceduto il Veneto da Napoleone all’Impero austriaco, Jacopo — fuggiasco, «disperato e della sua patria e di se stesso» — consuma sui Colli Euganei l’estremo amore per l’inafferrabile Teresa, promessa sposa al mediocre Odoardo.

Nel romanzo epistolare, le Ultime lettere di Jacopo Ortis (edizione definitiva 1817), Ugo Foscolo rappresenta la sua insanabile amorosa e politica irrequietezza, la «delusione storica» vissuta dalla società italiana tra Settecento e primo Ottocento e il «dramma eterno dell’uomo dominato dalla violenza e dalla paura».
Dopo il trattato di Campoformio, che «trafficò la sua patria, insospettì le nazioni, e scemò dignità» al nome di Bonaparte liberatore, consumatosi il sacrificio di Venezia ceduta all’Austria, Ugo Foscolo, disperato amante senza patria, inizia a scrivere il diario delle proprie angosciose passioni, le Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Indiscutibilmente, la contaminazione e la contiguità di vita e letteratura fanno dell’Ortis e un’opera nuova nella storia letteraria e un’opera aperta — tanto quanto aperta e provvisoria, instabile e convulsa fu la vita del suo autore: «libero scrittore», sradicato di terra in terra.
Pertanto, delusione politica e amore deluso finiscono solamente per sommarsi e giustapporsi in un romanzo epistolare dalla redazione non compiuta e organica ma prolungata e stratificata. Sulla orme della Nouvelle Héloïse di Rousseau e della poesia notturna di Young, nel 1796, sui Colli Euganei, nasce Laura, lettere, una storia d’amore e di suicidio. Il libro con il titolo definitivo Ultime lettere di Jacopo Ortis prende vita invece a Bologna nel 1798, dopo l’abbandono di Venezia, l’amore breve e violento per Teresa Monti e la lettura de I dolori del giovane Werther di Goethe. Ma presto, in seguito all’arrivo degli Austro-Russi, la stesura si interrompe.
Poi, le battaglie, le inquiete peregrinazioni per l’Italia contesa da eserciti stranieri, l’infelice e travolgente amore per Isabella Roncioni (promessa sposa ad un ricco marchese) e la relazione con Antonietta Fagnani, inducono il Foscolo a una revisione integrale dell’opera giovanile. E al ritorno dei francesi in Italia, mentre le sue idee giacobine e rivoluzionarie entrano definitivamente in crisi, nel 1802, con grande successo in Italia e in Europa, esce a Milano l’edizione di un nuovo Ortis, oramai maturo. Infine, durante l’esilio svizzero, a Zurigo nel 1816 appare una nuova edizione (datata però Londra 1814), cui poi seguirà, frutto di un’accurata e definitiva revisione linguistico-stilistica, l’edizione di Londra del 1817.
Dall’adolescenza alla maturità, nel corso delle diverse redazioni, le lettere che il ribelle Jacopo indirizza all’amico Lorenzo Alderani, vanno così adeguandosi al mondo interiore dello scrittore e alla sua vitalità passionale impetuosa e desiderosa di imporre il proprio individuale «sentire». E Jacopo appare sì un tragico eroe alfieriano, ma un eroe alfieriano che con tutta la sua assoluta ansia di libertà contro la tirannide, scende dalle remote e mitiche scene, e viene a vivere e a morire nell’Italia borghese, prosaica e antieroica dell’ultimo Settecento. Al tramonto del mito napoleonico e delle grandi speranze libertarie e ugualitarie, il tragico scontro con i limiti imposti dalla realtà presente si consuma, infatti, in un’Italia «schiava, denudata, venduta» e in una società storica e umana «foresta di belve».
Foscolo — e con lui Jacopo, il personaggio o meglio la maschera che nell’Ortis fa da schermo allo scrittore — è oramai lontano dalla fiducia che l’Illuminismo riponeva nella realizzazione positiva della ragione nella storia. E così approda alla visione laica e materialistica della società e della natura di Macchiavelli e di Hobbes: «le nazioni si divorano, perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra». Al di là, poi, dei significati storici e ideologici contingenti, recenti letture critiche d’impostazione psicanalitica hanno evidenziato come nell’Ortis dramma politico e dramma affettivo trovino nelle strutture profonde dell’io la loro unità. Venezia sarebbe la città-madre, Napoleone il padrone-padre e quindi in Jacopo, il figlio-suddito, si ripeterebbe la situazione edipica.
Dall’altra parte, in quest’opera dalla «natura dirompente, esplosiva, persino scomposta, ma così autentica, ardente», è già presente in via di formazione tutta la poesia del Foscolo posteriore. Quindi, accanto e in contrasto al meccanicismo fatalistico settecentesco e alla sua immagine della vita sociale come di una guerra di tutti contro tutti, sussistono, come sogno, speranza, nostalgia, conforto e consolazione, i miti della nascente civiltà romantica. L’amor di patria, il mito del sepolcro confortato dal pianto, il mito dell’amicizia e del rapporto con gli spiriti di forte sentire, il mito dell’amore e della «segreta armonia» della bellezza della natura. E infine, il mito dell’arte e della poesia che in sé riassume tutte le illusioni — perché, «tutto, tutto quello ch’esiste per gli uomini non è che la lor fantasia. Caro amico! […] e le nostre passioni non sono in fine del conto che gli effetti delle nostre illusioni».

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Leopardi e i giovani del nostro tempo (resoconto della serata)

marzo 23rd, 2012 // 10:43 am @

 I coniugi Cacciapuoti ai fornelli

La relatrice Laura Sciorio

Felicetta Montella con il festeggiato Gianni Cacciapuoti

              22 marzo 2012

    Se n’è discusso al recente incontro di Letteratitudini
                                                   L’appuntamento di aprile sarà dedicato ad Ugo Foscolo

CANCELLO ED ARNONE (Raffaele Raimondo) – Il gruppo “Letteratitudini” nel suo più recente incontro, svoltosi nella serata di martedì 20 marzo, ha polarizzato l’attenzione su uno dei più grandi lirici della letteratura italiana, Giacomo Leopardi, e la convivialità sul compleanno di Gianni Cacciapuoti, amato consorte della gentile ospitante Tilde Maisto. Dunque, due principali cardini di attrazione in felice coincidenza. La relatrice Laura Sciorio, introducendo i lavori, ha disegnato il profilo e la poetica del “genio di Recanati” ed ha arricchito il suo intervento con interessanti stimoli di riflessione. Fra l’altro è emerso un interrogativo dominante: i giovani del nostro tempo hanno i prerequisiti e la sensibilità sufficienti per comprendere ed amare l’uomo ed il letterato Leopardi? Sviluppatosi così un vivace dibattito, intervallato dalla lettura di alcuni celebri componimenti, un certo motivato scetticismo intorno all’accennata questione ha cementato tuttavia le pur diversificate opinioni espresse dai presenti. Inevitabile, d’altra parte, è stato il confronto riguardante le origini e gli aspetti cruciali della pessimistica visione da cui non seppe/non volle mai liberarsi il poeta spentosi ad appena 39 anni; parimenti degni di approfondimento i connessi temi della solitudine e del dolore. La maggior convergenza s’è comunque trovata nell’unanime apprezzamento della sempre sorprendente bellezza stilistica e sentimentale della poesia leopardiana.
A discussione conclusa, l’invitante buffet di ogni raduno, con una prelibatezza in più: i gustosissimi “fusilli alla siciliana” preparati, per la straordinaria occasione, dai coniugi Cacciapuoti, peraltro anche maestri di arte culinaria. Poi il gruppo, in un’atmosfera di sincera amicizia, ha continuato  entusiasticamente a festeggiare il genetliaco di Gianni, al quale, nel momento in cui soffiava sulla classica candelina, è stato riservato uno scrosciante applauso. Al brindisi augurale, Pina Manzo ha letto la splendida dedica in cui Tilde, fondatrice del gruppo, ha concentrato stupende espressioni
d’amore profondo e senza fine.
Ancora un grande poeta, Ugo Foscolo, al centro del prossimo appuntamento di “Letteratitudini” fissato per il 24 aprile. A relazionare provvederà Felicetta Montella. Hanno assicurato more solito la loro partecipazione tutti i componenti di una piccola ma collaudata comunità culturale che resta perennemente aperta a chiunque voglia inserirsi ex novo, per concedersi, almeno una volta al mese, una pausa di gratificante otium letterario.

Fra le varie liriche lette, “La sera del dì di festa” di cui, qui di seguito, si riporta il testo:

1.    Dolce e chiara è la notte e senza vento,
2.    E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
3.    Posa la luna, e di lontan rivela
4.    Serena ogni montagna. O donna mia,
5.    Già tace ogni sentiero, e pei balconi
6.    Rara traluce la notturna lampa:
7.    Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
8.    Nelle tue chete stanze; e non ti morde
9.    Cura nessuna; e già non sai né pensi
10.    Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
11.    Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
12.    Appare in vista, a salutar m’affaccio,
13.    E l’antica natura onnipossente,
14.    Che mi fece all’affanno. A te la speme
15.    Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
16.    Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
17.    Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
18.    Prendi riposo; e forse ti rimembra
19.    In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
20.    Piacquero a te: non io, non già ch’io speri,
21.    Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
22.    Quanto a viver mi resti, e qui per terra
23.    Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
24.    In così verde etate! Ahi, per la via
25.    Odo non lunge il solitario canto
26.    Dell’artigian, che riede a tarda notte,
27.    Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
28.    E fieramente mi si stringe il core,
29.    A pensar come tutto al mondo passa,
30.    E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
31.    Il dì festivo, ed al festivo il giorno
32.    Volgar succede, e se ne porta il tempo
33.    Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
34.    Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
35.    De’ nostri avi famosi, e il grande impero
36.    Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
37.    Che n’andò per la terra e l’oceano?
38.    Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
39.    Il mondo, e più di lor non si ragiona.
40.    Nella mia prima età, quando s’aspetta
41.    Bramosamente il dì festivo, or poscia
42.    Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
43.    Premea le piume; ed alla tarda notte
44.    Un canto che s’udia per li sentieri
45.    Lontanando morire a poco a poco,
46.    Già similmente mi stringeva il core.

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