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LA FAVOLA BELLA DI MATILDE MAISTO

gennaio 4th, 2015 // 3:08 pm @

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C’era una volta una giovane ragazza che, per motivi di lavoro, si era trasferita nella città di Milano, ma era solita ritornare al suo paesello, alla sua famiglia, per il periodo delle ferie estive.

Quell’estate….: ero arrivata in mattinata, il lungo viaggio mi aveva stancata per cui avevo preferito restare con i miei familiari, seduta in giardino, alla leggera frescura della serata estiva.

Chiacchieravo allegramente con i miei nipoti e mi lasciavo coccolare da mio fratello che voleva farmi cenare di tutto e di più, ma soprattutto mi lasciavo coccolare dallo sguardo amorevole di mia madre, i cui occhi belli, luminosi, splendenti e ricolmi d’amore non si staccavano da me! Io facevo finta di niente, anzi facevo la preziosa, ma poi all’improvviso mi alzavo e l’abbracciavo con tutta la forza che avevo, le baciavo le guance e mi preparavo a ricevere tutte le coccole che solo lei ha saputo darmi in tutta la mia vita. Mi accovacciavo accanto a lei, le poggiavo la testa sul grembo e mi lasciavo carezzare i capelli, il collo, la schiena: era una carezza leggera, delicata, che mi dava un senso di immenso benessere…! Ero finalmente lì…ero con la mia mamma ed ero ancora la sua piccolina…! Che dolce sensazione, ancora oggi, al solo pensarci, sento dei brividi lungo la schiena che mi fanno desiderare la sua presenza.

Già…! La mia amata mamma, buona, onesta, caritatevole, bella, anzi bellissima: nonostante la sua età, ormai, avanzata, aveva una bellezza innata che non ha mai mutato il suo aspetto: mani lunghe e dita affusolate, come quelle di un pianista, pelle rosea e levigata come una preziosa porcellana, capelli lunghissimi, con qualche sfumatura grigia qua e là, che lei legava in una lunga treccia che poi arrotolava come uno chignon sulla nuca. Quante volte le ho disfatta quella treccia con la scusa di rimetterla in ordine, ma solo per il piacere di rifargliela a modo mio, per toccare quella lunga chioma che ai miei occhi somigliava a quella di una principessa! Ma lei, invece, era una donna umile ed era questa sua umiltà a renderla speciale, benvoluta da tutti.

Ancora oggi mi capita di incontrare delle persone che mi dicono tua mamma quanto era buona! Quante cose ha saputo insegnarmi! Tu le somigli molto, me la ricordi nel modo di parlare ed anche nel fisico! Per me queste sono parole magiche, stupende e non esiste un complimento migliore che io possa ricevere. Lo so, magari intendono dire che io sono molto rotonda, proprio come era diventata lei, ma io sono felice lo stesso, perché non era importante il suo fisico, ormai appesantito dall’età, ma la sua mente sempre giovane e brillante; il suo gusto raffinato e sobrio, la sua intelligenza sempre viva e soprattutto il suo grande cuore, capace di contenere l’amore per il mondo intero.

Ebbene si, ho avuto la fortuna di avere una grande mamma e la porto nel cuore, ove resterà finché avrò vita.

Non so se io sono capace di essere per i miei figli una mamma come lei è stata per me, ma spero proprio di si, così non mi dimenticheranno mai, proprio come io non dimentico la mia!

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“UN CUORE DOLCE – AMARO” da: STORIE…TANTE STORIE di Matilde Maisto

gennaio 4th, 2015 // 3:05 pm @

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Una sera qualunque, in un luogo qualunque, con la compagnia di una persona qualunque, Elena si fermò un attimo e si mise a pensare su sé stessa: – ma che cos’era quell’astio, quel cuore duro come un sasso, che sentiva battere nel suo petto? Perché? Com’era possibile che fosse cambiata al punto da non riconoscersi più? – Troppe delusioni…troppi conti in sospeso…troppi bocconi amari…troppi rancori… avevano, alla fine, cambiato il dolce e docile carattere di una ragazza poco più che ventenne.
Ora si era chiusa in uno strano mutismo, non desiderava né parlare, né sfogarsi con alcuno, tanto meno con sua sorella, che la innervosiva, l’ angustiava ancora di più, perché ad ogni occasione lasciava intendere che Elena fosse cambiata per la sua inaspettata presenza in casa.
Non era così! E lei avrebbe dovuto saperlo, ma peggiorava il suo stato d’animo, giocando a far la vittima, la persona che chiedeva il permesso per fare qualsiasi cosa, chiedeva ora a questo ed ora a quello qualche commissione da farle, perché, secondo il suo parere, chiederlo ad Elena sarebbe stato un motivo di fastidio.
Non immaginava neppure che lei, non essendo il centro dell’universo, anzi dell’universo della ragazza, non fosse affatto la causa del suo mutismo, 14
del suo chiudersi nello studio dove poteva, finalmente, ritrovare sé stessa, i suoi sbalzi di umore, le sue tristezze, le sue angosce, la sua voglia di riscatto ed anche la sua voglia di umana vendetta.
Nel silenzio del suo angolo preferito, si faceva molto spesso degli esami di coscienza: come poteva desiderare la vendetta nei confronti di esseri umani, che sebbene avessero le sembianze di persone normali, in realtà erano delle persone rabbiose, cattive, vendicative, ma pur sempre il suo prossimo? No! – Si diceva – io non desidero alcuna vendetta, io sono diversa….io VOGLIO essere diversa!
Allora, come per incanto, il suo cuore si apriva al perdono, alla speranza per il futuro, si apriva alla Pace, a Dio con una semplice e dolce preghiera che sgorgava direttamente dalla sua anima e prendeva la forma di un bellissimo fiore che, ancora bagnato dalla rugiada notturna, si apriva al luminoso sole del mattino!
Ed allora, iniziava il suo bellissimo sogno: viaggiava su un magico tappeto volante in uno splendente cielo azzurro, toccava con le mani piccole nuvole che l’avvolgevano come un velo che magicamente si scioglieva come neve al sole.
Poi, stanca di volare, camminava a piedi nudi in un prato ricolmo di piccoli fiori profumati, che raccoglieva per farne un bel mazzo da mettere in casa, oppure correva libera sulla riva del mare, lasciando che si bagnasse leggermente i vestiti per poterli poi asciugare sotto i raggi del sole.
Ed era solo svegliandosi da questo incantevole sogno che pensava a quanto la vita fosse veramente meravigliosa e che valesse la pena di viverla comunque sarebbero andate le cose e qualunque cosa le avesse riservato il destino!
MERAVIGLIOSA…LA VITA!

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Io e te: un nuovo racconto di formazione per Ammaniti

ottobre 24th, 2013 // 9:49 am @

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Io e te
di Niccolò Ammaniti
Einaudi Stile Libero Big, Torino 2010
Ai primi posti delle vendite, Io e te riporta Ammaniti al romanzo di formazione. Non si può non pensare all’acclamatissimo Io non ho paura (2001), da cui Ammaniti ha preso poi le distanze con il più contorto Come Dio comanda (2005). Solo un anno è passato dal rocambolesco e visionario Che la festa cominci; e lo scrittore romano ci porta in tutt’altri atmosfera e intenti, riconfermando l’eclettismo della sua produzione.

 

Io e te è la storia di un disagio: l’io-narrante Lorenzo è un ragazzino problematico, schivo e narcisista, che disprezza i coetanei per paura di essere rifiutato, e crede di doversi “mimetizzare” nel gruppo solo per essere lasciato in pace. Pieno di rabbia repressa, che sfoga in accessi di violenza, Lorenzo fa di tutto per non preoccupare la madre – iperprotettiva, ansiosa, affettuosa – e il padre – uomo d’affari, brillante e distante -. Così, quasi per gioco (ma Freud parlerebbe), Lorenzo racconta alla madre di essere stato invitato in settimana bianca da una compagna di classe: la donna è così felice, che il figlio non trova il coraggio di tornare sui suoi passi. E’ più facile barricarsi in cantina (come non pensare al covo in cui era nascosto il bambino rapito di Io non ho paura?), con riserve alimentari, la fondamentale playstation e tanta tanta voglia di stare  da solo. Ma il muro d’incomunicabilità e di finzione che Lorenzo ha eretto è destinato a crollare. E tutto grazie all’arrivo dell’allora quasi-sconosciuta sorellastra Olivia, bella ma drogata, che irrompe nella cantina e nella vita asettica di Lorenzo.

 

Il romanzo breve conserva la consueta spontaneità della scrittura di Ammaniti, che non esita a comunicare i più remoti moti dell’animo. Non manca il turpiloquio, che, d’altra parte, è onnipresente nella vita reale: tra dialoghi smozzicati, frasi brevi e brevissime, Ammaniti porta in scena un quadro contemporaneo verosimile di cinismo e paura del giudizio altrui. Viene meno la cruda ironia delle altre opere, fuoriluogo in questo contesto, per dare sfogo alla dinamica controversa di rifiuto dell’altro e ricerca di approvazione. Terribilmente al passo coi tempi.

 

A PROPOSITO DI NICCOLO’ AMMANITI

 

“Bisogna scrivere sotto la pelle. Bisogna che le parole d’amore si fondano con i nervi, che frasi luminose ci illuminino l’encefalo come fuochi d’artificio, che storie d’avventura ci infettino il sistema nervoso e lo stomaco. In una università americana hanno insegnato a scrivere a un “macacus resusu”, con le sue mani tozze e maldestre ha vergato con fatica su un foglio una sola parola: banana. Io ogni giorno scrivo banana. Io scrivo poco, perché scrivendo tanto sbaglio.” Da  Fa un po’ male, di Niccolò Ammaniti.

 

Niccolo’ Ammaniti è nato a Roma il 25 settembre 1966. il suo primo romanzo è Branchie, pubblicato nel 1994. da allora Ammaniti ha prodotto una notevole serie di lavori fino alla vittoria del Premio Strega nel 2007 con Come Dio Comanda. Iscritto alla facoltà di Scienze biologiche, non ha mai completato gli studi (che però trornano nei suoi libri) per dedicarsi interamente alla scrittura.

 

L’ultima sua fatica si intitola Il momento è delicato, una raccolta di racconti in cui l’autore con le parole fa proprio quel che vuole. La felicità di queste storie, che scivolano come un fiume una dopo l’altra, sta in questa sua abilità da maestro del segno e del colore. E queste sono tutte piccole opere compiute come quadri e mondi finiti.  Ironico e profondo, leggero e fulminante insieme, Ammaniti è uno degli scrittori italiani più rappresentativi della sua generazione.

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“Il profumo delle bugie” un libro di Bruno Morchio

ottobre 22nd, 2013 // 9:30 am @

“Cantami di questo tempo

l’astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l’odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi, femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu.”

Otocento, Fabrizio De Andrè

 


Il-profumo-delle-bugieIntrighi, vizi e piccole virtù di una famiglia borghese

 

Un romanzo in sintonia con lo spirito del nostro tempo: vizi privati, pubbliche virtù, ipocrisie di una famiglia borghese che pare essere il ritratto perfetto della piccola Italia di oggi. Poeti e cantautori hanno più volte dedicato ampio spazio ai difetti di questo piccolo strano mondo. È una storia grottesco-borghese quella narrata da Bruno Morchio nel suo nuovo libro, dal titolo Il profumo delle bugie. Bruno Morchio vive e lavora a Genova, è uno psicologo e psicoterapeuta. Ha già pubblicato articoli su riviste di letteratura, psicologia e psicoanalisi ed è autore di altri sette romanzi, che hanno per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano.

In questo romanzo, Morchio lascia il noir e fa emergere tutto il suo anticonformismo, decidendo di analizzare con spirito critico il potere.

Come in ogni romanzo di Morchio, l’omaggio alla sua città, Genova, pare d’obbligo. Scenario perfetto per una storia che racconta gli intrecci e la vita di una delle famiglie più in vista della città ligure: la famiglia D’Aste. La loro è una ricchezza antica, accresciuta negli anni grazie all’attività immobiliare e grazie a relazioni con i potenti del luogo. Politica, potere, grandi  imprenditori e borghesia camminano sui binari incrociati dell’esistenza e il loro incontro dà luogo a situazioni meschine.

Nell’ampia villa con vista sul mare dove risiedono i D’Aste, il nonno Edoardo, il vecchio patriarca, domina su tutti e porta avanti le sorti della famiglia. Edoardo ha deciso di puntare tutto sul venticinquenne nipote Francesco, sarà lui il volto nuovo della famiglia e sarà lui ad avere il compito di risanare un’area industriale dismessa.

Intanto, le tensioni in quella famiglia crescono. Le incomprensioni tra Edoardo e i figli crescono. Il padre di Francesco è un medico, dal carattere insicuro e instabile, la figlia, invece, è appena tornata da un soggiorno in India. Ed è lei, insieme alle altre figure femminili di casa D’Aste, a ricoprire un ruolo fondamentale per gli equilibri della famiglia e per le faide familiari. Alla figura della figlia, si aggiungono altre protagoniste in rosa: la moglie di Edoardo, malata e anziana; sua nuora Rosita, che resta un corpo estraneo al clan; e infine la splendida Dolores, fidanzata di Francesco, sensuale, giovane, conosciuta per la sua leggerezza e per la sua forza seduttiva. E sarà proprio lei a mettere a nudo l’ipocrisia che aleggia nella famiglia, sarà proprio lei a togliere le maschere indossate per troppi anni in casa D’Aste, sarà Dolores a scardinare la finzione che regge i rapporti familiari e a far emergere contrasti celati e nascosti troppo a lungo. Tutto questo in un un arco di tempo relativamente breve: tre settimane saranno necessarie per scardinare l’ipocrisia. Tre settimane che conducono a un Natale decisivo per la famiglia D’Aste, raccontate dai tre uomini della dinastia di quella piccola famiglia borghese.

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Il posto dei miracoli

febbraio 18th, 2013 // 9:16 pm @

In mano ai bambini uno scampolo di velluto a coste può diventare un campo coltivato e la carta delle caramelle un arcobaleno. Una matassa di filo è un gatto e uno scovolino da pipa un uomo, e le cose parlano e le cose ascoltano. I bambini hanno milioni di segreti e un amico immaginario a cui raccontarli. E, in un mondo ideale, una schiera di sentinelle adulte a proteggere tutto questo. A certi bambini, invece, capita di crescere in un mondo di divieti, dove la Legge Fondamentale pretende un occhio per un occhio e una vita per una vita, e la fine dei tempi è sempre in agguato.

Un mondo di bibliche punizioni dove la fantasia è un peccato e le cose servono solamente e non parlano. Judith McPherson è fra quei bambini. Suo padre è un ardente «Fratello» di una setta millenarista che obbliga i suoi membri al proselitismo porta a porta in attesa dell’Armageddon che spazzerà via il mondo e trasporterà i pochi salvati nella Terra Promessa, adornamento di tutti i paesi. La «Terra dell’Adornamento» di Judith ha un aspetto molto concreto.

È fatta dei materiali di scarto che da quasi tutta la vita la bambina va raccogliendo nelle sue peregrinazioni solitarie e dei pochi oggetti ricevuti in eredità dalla madre, ed è il luogo in cui trova rifugio da ogni minaccia. Come tutti i diversi, i McPherson non sono troppo popolari nella cittadina operaia in cui vivono, e mentre il padre si attira le ire dei sindacati rifiutandosi di aderire allo sciopero indetto nella fabbrica in cui lavora, Judith deve tentare ogni giorno di sfuggire alle angherie dell’immancabile bullo della classe, che l’ha prevedibilmente scelta come vittima designata.

Per il giorno seguente, ad esempio, le ha promesso una morte per affogamento nei bagni della scuola e Judith sa che il solo modo per evitarlo è tenersi alla larga dall’edificio, ma come fare? Per una bambina come lei la magia di ogni gioco può chiamarsi miracolo, ed è con questa fede che, incitata da una voce disincarnata che sceglie di chiamare Dio, cosparge la Terra dell’Adornamento di zucchero e farina, e cotone e schiuma da barba e plastilina e gocce di colla, e la mattina seguente apre le tende della sua camera sul candore di una colossale nevicata fuori stagione. È il primo di una serie di miracoli, e l’inizio di un dialogo fitto con un Dio – versione mistica dell’amico immaginario? sintomo psichiatrico? autentica espressione del sovrannaturale? -, del quale Judith si convince di essere l’onnipotente strumento.

Lei, una bambina di dieci anni che vorrebbe solo raddrizzare le cose storte. Grace McCleen, cresciuta, come la sua protagonista in una setta cristiana fondamentalista del Galles, usa lo sguardo leggero e divertente di una decenne fuori dal comune per raccontare una storia che scuote ogni convinzione.

Grace McCleen è nata nel 1981. Dopo aver lasciato la comunità d’origine, ha studiato Letteratura a Oxford e York. Oggi svolge a Londra la sua attività di scrittrice e musicista. Il posto dei miracoli è stato giudicato uno dei quattro debutti piú promettenti del 2012 da «The Sunday Times» e ha vinto il Desmond Elliott Prize per l’opera prima.

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“Abbiamo perduto la bussola! Lettere da Capri di Ferdinando IV a Maria Carolina”

febbraio 18th, 2013 // 8:50 pm @

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Conversazione con Nadia Verdile – Mercoledì 20 febbraio 2013, ore 18.30 – Fondazione “Gerardino Romano” – Piazzetta G. Romano 15 – Telese Terme (BN)

Mercoledì 20 febbraio, alle ore 18.30, la Fondazione “Gerardino Romano”, presso la sede sociale in piazzetta di G. Romano 15, a Telese Terme (BN), ospita la prof.ssa Nadia Verdile. All’incontro, coordinato dal prof. Felice Casucci, viene presentato il libro: “Abbiamo perduto la bussola! Lettere da Capri di Ferdinando IV a Maria Carolina”, Il Campano, Pisa, 2010. Il testo letterario raccoglie ventisette lettere inedite (quella che dà il titolo al volume è del 3 maggio 1787), rinvenute presso l’Archivio di Stato di Napoli, scritte da Ferdinando IV di Borbone alla moglie Maria Carolina d’Asburgo.

Le lettere sono precedute da due capitoli, il primo ricostruisce la storia dei due regnanti (Coppia Reale), il secondo quella della casa (Lo Palazzo, conosciuto anche come “Palazzo Canale”) in cui Ferdinando IV veniva ospitato ogni volta che si recava a Capri. Infatti, in primavera e in autunno, durante il suo lunghissimo regno, il re raggiungeva l’isola per dare la caccia alle quaglie, che proprio in quei periodi passavano a pelo d’acqua, provenienti e poi dirette in Africa. «Queste lettere di Ferdinando, re di Napoli – scrive Raffaele La Capria, nelle sue “riflessioni disamoranti” introduttive – sembrano più che le lettere di un marito alla moglie, quelle di un figlio alla mamma.

Con una calligrafia semplice ed accurata, da scolaro, il re racconta il suo far niente. La sintassi va in confusione, i periodi sono scoordinati, il contenuto si perde. La sua prosa diventa graziosa quando, alludendo alla gravidanza della moglie e al nascituro, scrive di pregare il Signore che gli faccia avere buone nuove della salute della moglie e che “il nuovo nennillo si faccia quietamente i fatti suoi nella panza”». L’Autrice ha già pubblicato altri testi sui due sovrani, sul loro rapporto di coppia e sulle riforme messe in atto nei primi venti anni di regno, con particolare attenzione a San Leucio e all’omonima Colonia reale. L’incontro telesino sarà dedicato anche a questi benemeriti studi ed a ciò che essi proficuamente evocano.

Gli appuntamenti settimanali della Fondazione sono aperti al pubblico e rappresentano un’occasione di confronto per lo sviluppo culturale del territorio sannita Tutti i video relativi agli incontri sono visibili sul sito della Fondazione: www.fondazioneromano.it, nella Sezione: “Mercoledì culturali”.

Nadia Verdile, docente di Italiano e Storia nella scuola superiore, collabora con la Fondazione Valerio per la Storia delle Donne, con la Colorado State University per il progetto Female Biography Project, con l’Enciclopedia Treccani per il Dizionario biografico degli italiani. Membro della S.I.S (Società Italiana delle Storiche) e della SISEM (Società Italiana Storia dell’Età Moderna). Giornalista pubblicista, scrive per Il Mattino. Prima a leggere in chiave di genere lo Statuto di San Leucio, da anni si occupa di gender studies. Ultimi libri: Maria Luisa, la duchessa infanta. Da Madrid a Lucca, una Borbone sullo scacchiere di Napoleone, Lucca 2013 (in corso di stampa); Abbiamo perduto la bussola! Lettere da Capri di Ferdinando IV a Maria Carolina, Pisa 2010; Utopia sociale, utopia economica. L’esperienza di San Leucio e New Lanark, Roma 2009; Letteratura, sostantivo femminile. Scrittrici del XX secolo rapite dalle Storie della Letteratura italiana, Roma 2009; Un anno di lettere coniugali, Caserta 2008; L’utopia di Carolina. Il Codice delle leggi leuciane, Napoli, 2007. Nel 2011 ha ricevuto il Premio “La Terza Napoli – La città che eccelle” – con la seguente motivazione: “Nadia Verdile, giornalista, studiosa di questioni di genere, da anni impegnata nella ricerca storica dedicata alle donne, ha portato alto il nome della Campania fuori dal circuito locale, collaborando con l’università del Colorado per la scrittura della Female Biography e con la Fondazione Valerio di Napoli per il recupero della storia delle donne nel meridione d’Italia. Le sue numerose pubblicazioni hanno donato fasci di luce in una parte della storia spesso dimenticata».

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“La coscienza di Zeno” di Italo Svevo

gennaio 6th, 2013 // 12:06 am @

Com’era stata più bella la mia vita che non quella dei cosiddetti sani”. Chi può dirsi normale, chi sano? Perché e quale il riverbero esistenziale di questa condizione? La coscienza di Zeno di Italo Svevo è una tra le risposte più originali e importanti della lettertura italiana sulla questione dell’analisi psicologica.

Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su sé stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute”. La coscienza di Zeno sovverte la concezione di cura e malattia. Le teorie freudiane vengono manipolate come strumento per rivelare una natura diversa della condizione patologica. Usando un approccio paradossalmente cattolico, lo psicanalista austriaco trova nel passato il trauma, nel presente la psicanalisi, nel futuro guarigione. Ecco, queste forme sono colmate da nuovi significati, più radenti al rapporto con la singolarità dell’uomo.

Potremmo infatti sostenere che l’utilizzo delle definizioni non è assimilabile alla caratteristiche proprie dell’unicità, condizione che forse più di ogni altra attanaglia la vita umana. Definire è acquisire un dogmatismo, rappresentativo della scienza. E ciò porta alla costituzione di una verità che racchiude un dato ben delineato, la salute.

Alla definizione Svevo oppone la forza descrittiva. Come un calco lascia emergere le imperfezioni, le irregolarità del profilo psicologico individuale. Elementi che dalla lente scientifica possono contrassegnare circostanze anormale. La malattia. E invece no, il proprio limite è da considerarsi un valore, purché divenga coscienza. Il soggetto si appropria di un sé consapevole e scopre nel difetto, pur anche ascrivibile al capitolo scientifico patologico, un nuovo modo di interagire col reale. La scoperta della malattia come dinamismo, nella contraddizione un modo di vivere le infinite sfumature racchiuse in un polo dualistico le cui estremità sono inattingibili.

Nella salute la fissità dell’imperfezione che si autoproclama normalità, conformità alla definizione. Mentre il compendio della malattia diventa ironica parodia, preziosa fragilità. Racchiude, nella sua consapevolezza, una potenza vitale. Compreso il rovesciamento di un paradigma comune, che poi è una maniera diffusa di interpretare il reale ed è quindi a sua volta realtà, possiamo giungere al portato anti-psicanalitico dell’opera. Scelta che anticipa di oltre trent’anni una grande tendenza novecentesca, vittima di un pensiero freudiano degenerato in assillo.

Il romanzo La coscienza di Zeno raffigura un mondo borghese, sotto il cui segno opera il protagonista e vengono espresse le diverse alterità, soprattutto familiari, correlate. Una rete di relazioni che guida la formazione di narrazioni ordinate in composizioni a sé stanti. Spazi della coscienza. Con lo scorrere delle pagine affiora però un’organizzazione chiara. L’opposizione tra il modo di vivere la coscienza alla luce della terapia, e quello della chiave letteraria. “Il mentitore dovrebbe tener presente che, per essere creduto, non bisogna dire che le menzogne necessarie”. Quando la sincerità è solo miraggio scivola la speranza della cura, se ne palesa l’ottusità. Sorge il piacere liberatorio della letteratura, senza la necessità della coerenza di una mira definita. Letteratura che libera la coscienza del bisogno di un miglioramento statico. Letteratura che è vita e quindi legata a un presente a misura d’imprefezione.

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“Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcìa Màrquez

gennaio 6th, 2013 // 12:03 am @

 Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez

“’Il migliore amico,’ soleva dire allora, ‘è quello che è appena morto’”. Un piccolo borgo può riassumere i tratti della solitudine? E quali sono? Cent’anni di solitudine del Premio Nobel Gabriel García Márquez, edito da Mondadori, sceglie un ricco ventaglio di avvenimenti, in un susseguirsi di generazioni dove passato e presente si confondono, con l’eterno riproporsi dell’uguale. Una realtà dalle note favolistiche, in cui s’alternano temi sociali quali la guerra, la lotta per il potere, la morte, la nascita. Malgrado questa superficie, tutto, nel profondo, resta sempre uguale seguendo un tempo ciclico. Dramma irrisolvibile della vita.

Cent’anni di solitudine ricorre a un vasto uso della memoria, da cui deriva una progressione temporale non lineare. Abbiamo pause, regressioni, anticipazione e accelerazioni nel ritmo narrativo. L’impressione che se ne ricava è di un’opera strutturata secondo un gioco costante di riflessi, chiave di svolta della sua originalità. “Aveva dovuto promuovere 32 guerre, e aveva dovuto violare tutti i suoi patti con la morte e rivoltarsi come un maiale nel letamaio della gloria, per scoprire con quasi quarant’anni di ritardo i privilegi della semplicità”.

Delle figure abbiamo spesso una descrizione essenziale, quasi esclusivamente correlata agli aspetti caratteriali. I nomi maschili sono così simili che producono un certo senso di confusione, completata buona parte dell’opera. Vi sono elementi di contorno, appena tratteggiati, che hanno una valenza quasi del tutto strumentale. Nel villaggio di Macondo si susseguono quattro generazioni di abitanti. La nota distintiva è l’isolamento della condizione esistenziale, prodotta dal pericolo di una vulnerabilità coincidente con tutto ciò che è esterno. Un universo chiuso che porta a caratteri fatti di una dimensione introversa e solitaria, abitata dal fallimento. “In quella Macondo dimenticata perfino dagli uccelli, dove la polvere e il caldo si erano fatti cosí tenaci che si faceva fatica a respirare, reclusi dalla solitudine e dall’amore e dalla solitudine dell’amore in una casa dove era quasi impossibile dormire per il baccano delle formiche rosse, Aureliano e Amaranta Ursula erano gli unici esseri felici, e i più felici sulla terra”.

La solitudine acquisisce quindi una funzione basilare nella caratterizzazione dell’uomo di Cent’anni di solitudine. Da una parte abbiamo la vita, alimentata da contrasti, battaglie e una profonda immobilità. Dall’altra la morte, con i defunti che tornano a far visita sulla terra in sembianze ectoplasmatiche, vicine, nella sostanza, ai nemici conosciuti in vita. Dalla solitudine s’affaccia un universo complesso e soprattutto tragico. L’immobilismo della solitudine diviene una maniera per declinare l’impossibilità del cambiamento (miglioramento). “Nella furia del suo tormento cercava inutilmente di provocare i presagi che avevano guidato la sua gioventù lungo sentieri di pericolo fino al desolato ermo della gloria”.

Troviamo infine delle lontane attinenze che dalla circolarità del tempo portano a riferimenti alchemici, esoterici, profetici. Fino a toccare questioni quali l’autodistruzione dell’uomo, del suo ambiente, la simbologia, il significato della vita e della morte. “Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente”.

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“Il profumo delle bugie” un libro di Bruno Morchio

gennaio 5th, 2013 // 11:58 pm @

 “Cantami di questo tempo
l’astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l’odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi, femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu.”

Otocento, Fabrizio De Andrè

 
 
Intrighi, vizi e piccole virtù di una famiglia borghese

 

Un romanzo in sintonia con lo spirito del nostro tempo: vizi privati, pubbliche virtù, ipocrisie di una famiglia borghese che pare essere il ritratto perfetto della piccola Italia di oggi. Poeti e cantautori hanno più volte dedicato ampio spazio ai difetti di questo piccolo strano mondo. È una storia grottesco-borghese quella narrata da Bruno Morchio nel suo nuovo libro, dal titolo Il profumo delle bugie. Bruno Morchio vive e lavora a Genova, è uno psicologo e psicoterapeuta. Ha già pubblicato articoli su riviste di letteratura, psicologia e psicoanalisi ed è autore di altri sette romanzi, che hanno per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano.

In questo romanzo, Morchio lascia il noir e fa emergere tutto il suo anticonformismo, decidendo di analizzare con spirito critico il potere.

Come in ogni romanzo di Morchio, l’omaggio alla sua città, Genova, pare d’obbligo. Scenario perfetto per una storia che racconta gli intrecci e la vita di una delle famiglie più in vista della città ligure: la famiglia D’Aste. La loro è una ricchezza antica, accresciuta negli anni grazie all’attività immobiliare e grazie a relazioni con i potenti del luogo. Politica, potere, grandi  imprenditori e borghesia camminano sui binari incrociati dell’esistenza e il loro incontro dà luogo a situazioni meschine.

Nell’ampia villa con vista sul mare dove risiedono i D’Aste, il nonno Edoardo, il vecchio patriarca, domina su tutti e porta avanti le sorti della famiglia. Edoardo ha deciso di puntare tutto sul venticinquenne nipote Francesco, sarà lui il volto nuovo della famiglia e sarà lui ad avere il compito di risanare un’area industriale dismessa.

Intanto, le tensioni in quella famiglia crescono. Le incomprensioni tra Edoardo e i figli crescono. Il padre di Francesco è un medico, dal carattere insicuro e instabile, la figlia, invece, è appena tornata da un soggiorno in India. Ed è lei, insieme alle altre figure femminili di casa D’Aste, a ricoprire un ruolo fondamentale per gli equilibri della famiglia e per le faide familiari. Alla figura della figlia, si aggiungono altre protagoniste in rosa: la moglie di Edoardo, malata e anziana; sua nuora Rosita, che resta un corpo estraneo al clan; e infine la splendida Dolores, fidanzata di Francesco, sensuale, giovane, conosciuta per la sua leggerezza e per la sua forza seduttiva. E sarà proprio lei a mettere a nudo l’ipocrisia che aleggia nella famiglia, sarà proprio lei a togliere le maschere indossate per troppi anni in casa D’Aste, sarà Dolores a scardinare la finzione che regge i rapporti familiari e a far emergere contrasti celati e nascosti troppo a lungo. Tutto questo in un un arco di tempo relativamente breve: tre settimane saranno necessarie per scardinare l’ipocrisia. Tre settimane che conducono a un Natale decisivo per la famiglia D’Aste, raccontate dai tre uomini della dinastia di quella piccola famiglia borghese.

Category : Pensieri Sparsi &Racconti/Romanzi

“Mamma, quando ti ricrescono i capelli?”

gennaio 5th, 2013 // 11:54 pm @

 

 

 di Matilde Maisto

 Grande, nella sua cruda realtà! Così mi appare l’opera di Barbara Martinelli Kohler. Sentimenti atroci popolano la vicenda narrata. Momenti di vita vissuta, lenti sprofondamenti, ordinarie circostanze ed eventi singolari ed irripetibili: questi gli scenari illustrati, queste le emozioni che l’Autrice ci propone.

Il vasto universo dei ricordi, dai più dolorosi a quelli segnati da una tenerezza dolcissima, è la sostanza degli accadimenti raccontati. Da essi  emerge un ricordare che, nonostante tutto, fa bene all’anima, la addolcisce, la spinge all’ottimismo della ragione, sebbene la navigazione della memoria non sempre si muova sulle rotte della felicità. L’Autrice racconta tutto questo senza veli, ma con pudicizia.

La forma che Barbara predilige è quella diaristica con una meticolosa cronologia dei fatti accaduti; fatti che suggellano la paura – il dolore – la sofferenza ed infine, con la guarigione, la speranza e la gioia.

L’approccio epistolare agevola il dialogo, che non esita a svelare segreti, emozioni, situazioni caratterizzate per lo più da intime fibrillazioni che non tutti sono disposti a sciorinare con immediatezza senza riserve, ma lei  desidera rendere pubblica la sua storia, infatti dice: “In tutti questi mesi, mi sono sempre chiesta se fosse il caso di scrivere l’ennesima storia di tumore, dopo averne viste e lette già tante in passato. Poi mi sono detta: forse la mia esperienza personale può servire anche ad altre donne e un libro in più o in meno sull’argomento può fare la differenza, dato che so di molte ragazze e donne mie conoscenti o amiche che non si fanno mai controllare da un medico, vuoi per paura, vuoi per carattere, per un certo atteggiamento verso la vita o che altro…”

Una storia che è stata scritta sicuramente per superare il dolore, ma anche per dare speranza alle persone afflitte dal medesimo male.

E’ molto bella la pagina che chiude il lavoro di Barbara, allorché lei dice: “Sono a casa da sola. Sono in giardino perché Thomas e Lorenzo sono in giro in bici e Kelly è andata a giocare da un’amichetta. Ci sono 25 °C e tutto è tranquillo perché è la festa del lavoro per cui c’è un silenzio quasi surreale… I miei pensieri sono andati tutto d’un tratto a una mamma del doposcuola che, come me, aveva avuto un tumore al seno l’anno dopo di me (2009), però non dello stesso tipo del mio, il suo è molto probabilmente ereditario perché sua nonna e sua mamma sono purtroppo morte di quello, e che mi aveva detto, l’ottobre scorso (2011), che purtroppo le avevano trovato delle metastasi ai polmoni… ora le hanno trovato metastasi al fegato… Me lo ha detto un’altra mamma del nostro gruppo e mi sono sentita davvero male per lei quando l’ho saputo. E, all’epoca della sua operazione, mi aveva detto che i suoi linfonodi ascellari erano tutti puliti, anche i sentinella……ma mi chiedo: perché la chemio non ha funzionato? Non mi sembra possibile sentire un caso estremo come quello! Mi dispiace tanto…L’altra mamma mi ha riferito che le hanno dato solo più di quindici anni di vita, ma per dire tanto… potrebbero anche essere solo dieci! O anche meno… (e lei ha trentotto anni e una figlia di sette!!!) E mi chiedo se, con una giornata così bella, non mi debba sentire in colpa per essere felice…Sono qui, penso al suo destino, penso che oggi anche lei vede e vive questa giornata, ma forse non riesce ad essere felice come lo sono io ora, al sole, in giardino, al silenzio, ascoltando solo il canto degli uccellini qui intorno… Come si fa a non amare una giornata così? Come si fa a non amare la vita? Lei forse, adesso non ce la fa ad amare questa splendida giornata… O forse si, proprio per il suo destino infame… forse sì… la ama, forse ancora di più e non pensa al futuro.

Category : Racconti/Romanzi