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Croci e delizie del matrimonio in Anna Karenina di Lev Tolstoj

dicembre 16th, 2012 // 6:52 pm @

 

Alcuni compenenti del gruppo di lettura “Letteratitudini”

da sx Concetta Pennella – Matilde Maisto – Felicetta Montella – Giannetta Capozzi – Laura Sciorio

Brillante incontro di Letteratitudini giovedì 13 u.s., serata che è stata anche l’occasione giusta per l’immancabile scambio degli auguri natalizi. I soci molto gioviali, in un clima di estrema sobrietà ed amicizia hanno affrontato il tema trattato dalla relatrice di turno Matilde Maisto, con serietà e impegno, ma, come di consueto, in un’atmosfera di allegra convivialità.

In questo incontro è stata affrontata la vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo “Anna Karenina” di Lev Tolstoj.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, Virginia Woolf ha scritto che sono “le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi”. Simboli di un moderno disagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è sicuramente nota, per cui qui di seguito la ricorderò brevemente, desiderando, invece, fare alcune considerazioni che sono nate spontanee nel corso della lettura di questo grandissimo romanzo.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” , così inizia il romanzo, presentando la figura di Stepan Arkad’ic Oblonskij (“Stiva”), un ufficiale civile che ha tradito la moglie Dar’ja Aleksandrovna (“Dolly”). La vicenda di Stiva mostra la sua personalità passionale che sembra non poter essere repressa. Per questa ragione, Anna Karenina, la sorella sposata di Stiva, che vive a San Pietroburgo, viene chiamata da Stiva, per persuadere Dolly a non lasciarlo. Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, un serio aristocratico che vive in una tenuta che gestisce lui steso, Konstantin Dmtric Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly, Kitty rifiuta, poiché aspetta una proposta di matrimonio dall’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovic Vronskij. Ma Vronskij si infatua di Anna ed Anna, scossa dalla propria reazione alle attenzioni di Vronskij, ritorna immediatamente a San Pietroburgo, da suo marito Aleksei Aleksandrovic Karenin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Sereza. Vronskij, perdutamente innamorato, la segue sullo stesso treno. A san Pietroburgo Anna cede alla propria passione per Vronskij ed ha così inizio l’idillio che finirà per tormentarla rovinosamente sino ad indurla al suicidio.

Centro della vicenda è dunque, la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij. Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti.

Pubblicato nel 1877, il libro venne accolto in origine piuttosto freddamente e considerato alla stregua di una semplice storia d’amore, non ottenendo quindi grandi riconoscimenti ma solo critiche. Successivamente rivalutato, è oggi considerato uno dei capolavori dell’epoca. La mole non indifferente del romanzo può scoraggiare ma, in verità, merita tutto il tempo che si impiega per leggerlo!
Anna, divisa tra ciò che reputa giusto e ciò che desidera, vive una vita perennemente in lotta con se stessa, sempre in bilico tra ciò che prova e ciò che le convenzioni le impongono. Romanzo introspettivo con descrizioni molto efficaci, è una storia avvincente che descrive sentimenti forti, dall’amore coniugale a quello materno, all’amore passionale e ancora ipocrisia, paura, attrazione e tanto altro.
La bravura di Tolstoj nel far partecipare il lettore in prima persona ai sentimenti descritti, il grosso lavoro psicologico, il conflitto interiore della protagonista, lo rendono un romanzo estremamente interessante, a tratti quasi difficile da portare avanti per la sofferenza che trasuda dalle pagine.

In effetti, abbraccia diversi temi e contenuti ricorrenti nella letteratura dei grandi classici come questo.
Temi dell’amore senza regole, che infrange un vincolo sacro come il matrimonio; quello tra Anna e il marito Aleskey Aleskandrovich, il tema della morte, molto forte, e dell’amore fraterno disinteressato quello tra Dmitrich e il fratello konstantin, il tema dell’amore puro tra Dimitrich e Kitty; il tema della famiglia che traspare nella vicenda familiare di Dolly e Stiva (fratello di Anna) che tradisce la moglie e che viene perdonato pur di non stravolgere l’equilibrio nella famiglia.

In realtà, Anna Karenina parla dell’unico reale problema dell’uomo. Oggi come due secoli fa.
Come può perdurare l’amore? Tutto quello che occupa le nostre vite, dai problemi politici alle piccole incombenze di tutti i giorni, non è altro che una via molto lunga per capire come amare ed essere amati. Levin, Kitty, Vronkji, Anna, Dolly, Stiva stanno lì al nostro posto tentando di conciliare i desideri più profondi dell’uomo: la passione per la bellezza e l’aspirazione alla pace.

Anna, con il suo animo tormentato, le sue paure e il rifiuto verso un mondo ipocrita che non riesce più ad accettare – portandola a compiere scelte drastiche – entra nel cuore del lettore per non uscirne più.

Ma noi lettori dobbiamo opportunamente farci una domanda: è colpevole Anna? L’epigrafe apposta al romanzo sembra togliere ogni dubbio in proposito “A me la vendetta, e io renderò il dovuto” (Dt. 32,35). E’ Jahvè che parla per bocca di Mosè, contro i disprezzatori della Legge: là dove dice pure:
Poiché il loro vitigno è della vite di Sodoma,
e dai terrazzi di Gomorra:
la loro uva è uva di veleno,
i loro grappoli sono amari.
[…]
Al tempo stabilito il loro piede
comincerà a incespicare,
poiché il giorno della loro sciagura è vicino
e gli avvenimenti preparati per loro
si affrettano, invero.

Anna dunque è di questa stirpe, e non ha scampo: le sue sofferenze e il suo suicidio sono il castigo divino per l’adulterio che ha consumato con il giovane Vrònskij, abbandonando non soltanto il marito ma anche il figlio, e dando lungo scandalo nell’alta società pietroburghese – di cui prima della colpa, Anna era stata un fiore ammiratissimo. L’alta società, dal canto suo, ha punito Anna con il disprezzo e l’emarginazione, ma illegittimamente: poiché non tocca agli uomini punire, ma a Dio soltanto, a quel terribile Dio veterotestamentario che fa vendetta e retribuisce, e non conosce il perdono.
Ma questo, in realtà, ci mostra un Tolstoj moralista, cupo e crudele, che resiste per centinaia di pagine alla tentazione di innamorarsi di quell’Anna dolcissima, bella, intelligente, appassionata che egli stesso va creando, fino al culmine quando egli finalmente distrugge la sua splendida creatura – offrendola in sacrificio, sulle rotaie, alla furia divina. “Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d’inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” proferì, sentendo che era impossibile lottare”… (Parte settima, capitolo 31).
Rabbrividisci, e pensi che non è giusto, per cui il lettore si sente automaticamente investito, dinanzi a tanta crudeltà divina, di insorgere contro l’autore e la sua epigrafe; di prendere le parti di Anna contro quel Dio feroce, e di difendere la colpa di lei, contro la Legge di Lui. “A me la vendetta…”: ma quale vendetta, per cosa? Anna, in fondo, non ha fatto altro che amare, apertamente e con coraggio; e ben più di lei meriterebbe semmai “vendetta” quell’ambiente bigotto, ipocrita e vizioso a cui lei si è ribellata e che le ha voltato le spalle (incapace di perdonarle non tanto l’adulterio, quanto piuttosto il suo coraggio, la sua sincerità, la forza della sua passione) – e innanzi a tutti il marito, lo spregevole Karénin che ricatta la povera Anna facendo leva sul figlio. Perché Tolstoj non massacrò anche Karénin? O Stepàn Arkàd’evic, e Betsy Tverskàja (entrambi colpevoli della stessa colpa di Anna, ma premuratisi sempre di evitare scandali?)
Tuttavia Anna è palesemente una donna condannata: è un personaggio tragico, votato alla tragedia, malato d’angoscia, incline all’ossessione, ed è talmente ingombrante! Ingombrante come può esserlo un ribelle, un individuo cioè che non trova pace nel mondo consueto, e che di nessuno può essere compagno (persino Vrònskij a un certo punto ne è annoiato fino alla disperazione). La sua morte salva, rende tormentosamente bello tutto ciò che in lei sarebbe divenuto insopportabile se fosse vissuta più a lungo: il suo egoismo, il suo orgoglio, la sua malinconia, i suoi incubi, la pena che suscita la sua situazione. Sicché la “vendetta divina” finisce per apparire al lettore in un certo qual modo come provvidenziale e pacificante.
Un capolavoro senza tempo.
Intanto “Letteratitudini” prosegue a vele spiegate ed invita, sin d’ora, a partecipare al convegno letterario che si terrà in data 26 Gennaio 2013 con il Prof. Mario Damiano, filosofo e storico, che affronterà il tema seguente: “La questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo”.

A cura di Matilde Maisto

 

 

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Mamma, quando ti ricrescono i capelli? di Barbara Martinelli Kohler

dicembre 14th, 2012 // 10:29 am @

 

RECENSIONE DEL REGISTA ALDO ZAMPIERI

“Secondo me questo è un piccolo capolavoro letterario anche se è un diario personale, che

avvince, fa VIVERE il calvario di una donna-moglie-MADRECORAGGIO con la semplicità ed il cinismo che a volte il verismo richiede.

Oltre che interessante e per nulla retorico, l’autrice è di una precisione meravigliosa, non prolissa, non ripetitiva se non nel necessario.

Leggere questo libro-diario, chiudere gli occhi e VEDERLO nella sua atroce e schietta VERITA’, mi sono commosso nel leggere le peripezzie, i timori, l’infinito amore per la sua famiglia, lo stoicismo nell’affrontare una situazione assolutamente non facile da affrontare, senza mai menzionare la parola “DOLORE”, quello fisico e quello morale- parla di dispiacere ma non di dolore, inveisce SIMPATICAMENTE contro il mostro che si è impadronito di lei con violenza senza intaccare la sua GIUSTIFICATISSIMA gioia di vivere non per lei sola – che sarebbe egoistico – ma per tutti i suoi cari, i suoi amici, il mondo che la circonda. A volte è sarcastica (nel senso bonario) e commovente coi suoi pianti silenziosi che assalgono tutte le persone emotivamente preoccupate ma non dòme, sfiora il poetico lirismo di una mamma che idolatra i suoi bimbi come la chioccia che protegge i suoi PULCINI.

BELLO! Assolutamente da non perdere per chi ama le esperienze di vita vissute e finite (fortunatamente!) bene!”

 

SCHEDA DEL LIBRO:

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Paolo Nori: “Garibaldi fu ferito” – “E noi?”

dicembre 1st, 2012 // 8:41 pm @

“Garibaldi fu ferito”,  è un discorso sul Risorgimento pronunciato, la prima volta, a Carpi, il 19 settembre del 2009, nell’ambito del festival filosofia di Modena, Carpi, Sassuolo, invece “E noi?”, è un discorso sul ridicolo pronunciato a Torino il 29 settembre del 2012 in occasione del festival Torino spiritualità.
Qui si parla del fatto che Rinascimento è una parola che ci è stranamente meno familiare di quanto ci sia familiare la sua traduzione in inglese, Revival, si ripercorre la cronaca di una rivoluzione che c’è stata a Carpi nel 1831, si incrociano le vite di Saddam Hussein e di Sathya Sai Baba, si risponde alle domande che fanno a quelli che si mettono a studiare russo, e alle domande che fanno a quelli che si mettono a scrivere libri, si dice come ci si sente ad essere l’unico a sapere la verità, si calcola con una bilancia medica decimale il peso dell’anima, si sostiene che quando ci capita di esser ridicoli, sono quelli i momenti che siamo vivi.
Perché qui siamo a Torino spiritualità, e questa questione della spiritualità, cioè del sacro, uno quando pensa al sacro pensa, non so, alla messa; l’eucarestia, il corpo di Cristo, be’, io, che sono andato a messa fino a quando avevo undici o dodici anni, per fare la cresima, non l’ho mai capito, cosa vuol dire, il corpo di Cristo; «questo è il mio corpo, offerto per voi e per tutti in sacrifico».
Il tuo corpo? Per me? In sacrificio? Ma cosa dici?
«Scambiatevi un segno di pace».
Un segno di pace? Cosa vuol dire, scambiatevi un segno di pace? Che ci diam la mano? Ah, va bene, ci diamo la mano.

…No, io mi ricordo che durante la messa non ho mai avuto la minima esperienza, del sacro, io la cosa più bella era quando dicevano «La messa è finita, andate in pace», io se penso alla messa mi vengono in mente le calze traforate che mi faceva mettere mia mamma quando avevo sei o sette anni con le braghe corte che mi sentivo così coglione «Ma come si fa, – mi chiedevo, – a vestirsi così?», no, io i misteri della religione, le manifestazioni del sacro, per me non hanno mai avuto a che fare con delle cerimonie ufficiali, no, io se devo pensarci, il sacro, nella mia vita, non so, quando stendi il bucato, e poi esci e torni a casa e senti odore di sapone di Marsiglia.
Quando hai un computer nuovo e stai caricando il programma di scrittura.
Quando sei in giro, in centro, con tua figlia, e ti volti a vedere se è dietro di te e la vedi e ti vien da pensare “Ma com’è bella”.
Quando firmi un contratto di allacciamento del gas.
Quando vedi che gli alberi sono diversi e pensi “L’autunno ha cambiato il giardino”.
Tutte le volte che ti svegli che hai fame.
Quando senti qualcuno che sta attento a quello che dice.
Quando ti rammendi le tasche della giacca.

Paolo Nori (Parma, 1963) è uno scrittore italiano. Dopo il diploma in ragioneria ha lavorato in Algeria, Iraq e Francia. Tornato in Italia ha conseguito la laurea in Lingua e Letteratura Russa presso l’Università di Parma, con una tesi sulla poesia di Velimir Chlebnikov. Ha quindi esercitato per un certo tempo l’attività di traduttore di manuali tecnici dal russo part time. Alla redazione de Il semplice conosce Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Ugo Cornia, Daniele Benati, con i quali collabora per anni, cominciando a pubblicare i suoi scritti fortemente influenzati dalle avanguardie russe ed emiliane. È fondatore e redattore della rivista L’Accalappiacani, edita da DeriveApprodi. Collabora con alcuni quotidiani tra cui Il Manifesto, Libero, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
Bibliografia
    Le cose non sono le cose (Fernandel, 1999)
    Bassotuba non c’è (DeriveApprodi, 1999)
    Spinoza (Einaudi, 2000)
    Diavoli (Einaudi, 2001)
    Grandi ustionati (Einaudi, 2001)
    Si chiama Francesca, questo romanzo (Einaudi, 2002)
    Gli Scarti (Feltrinelli, 2003)
    Storia della Russia e dell’Italia (Fernandel, 2003), con Marco Raffaini
    Pancetta (Feltrinelli, 2004)
    Ente nazionale della cinematografia popolare (Feltrinelli, 2005)
    I quattro cani di Pavlov (Bompiani, 2006)
    Noi la farem vendetta (Feltrinelli, 2006)
    La vergogna delle scarpe nuove (Bompiani, 2007)
    Tre discorsi in anticipo e uno in ritardo (DeriveApprodi, 2007)
    Siam poi gente delicata: Bologna Parma, novanta chilometri (Laterza, 2007)
    Mi compro una Gilera (Feltrinelli, 2008)
    Baltica 9. Guida ai misteri d’oriente, con Daniele Benati (Laterza, 2008)
    Pubblici discorsi (Casa editrice Quodlibet, 2008)
    Esattamente il contrario – con disegni di Fausto Gilberti (Drago Edizioni, 2009)
    Bassotuba non c’è (Feltrinelli, 2009)
    I malcontenti (Einaudi, 2010)
    A Bologna le bici erano come i cani (Ediciclo, 2010)
    La matematica è scolpita nel granito (Sugaman, 2011)
    La meravigliosa utilità del filo a piombo (Marcos y Marcos, 2011)
Ha tradotto e curato l’antologia degli scritti di Daniil Charms Disastri (Marcos y Marcos), l’edizione dei classici di Feltrinelli di Un eroe dei nostri tempi di Lermontov, le Umili prose di Puškin, Le anime morte di Gogol, il capolavoro diTurgenev Padri e Figli (Feltrinelli) e l’antologia di Velimir Chlebnikov, 47 poesie facili e una difficile (Quodlibet, 2009); ha infine tradotto e pubblicato nel 2010, per le Edizioni Voland il romanzo postumo di Tolstoj, Chadži-Murat.

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“Amanti assassinati da una pernice” di Federico Garcia Lorca

dicembre 1st, 2012 // 8:38 pm @

Un bizzarro incontro con Luis Bunuel; un dialogo tra Buster Keaton, un gufo, un gallo e un negro; un’impietosa riflessione sulla morte della madre di Charlot; alcune descrizioni di appartati e inquietanti giardini … e, ultima ma non meno importante, una conferenza sulla ninnananna. Questi testi di Lorca, quasi tutti inediti in Italia, offrono l’immagine ammaliante di un prosatore, inventivo e arrischiato, sempre geniale.

“Lasciamoli sulla superficie i nostri occhi, come i fiori acquatici, e noi, rannicchiamoci dietro di loro, mentre in un mondo oscuro galleggia la nostra palpitante fisiologia”.

Così il grande poeta andaluso in uno dei suoi testi in prosa qui riuniti: immagini fortemente inventive, a volte arrischiate ma sempre geniali.

“Propagandista del sentimento poetico” come lui stesso si definisce, Lorca aderisce alle cose trasmigrando in esse, vivendole liricamente, associando e dissociando idee, forme e colori in modo totalmente libero.

Sulla ninnananna:

Dormi mio bel bambino,

dormi, che io ti guardo;

Dio t’ha dato molta fortuna

in questo mondo bugiardo.

 

O mora tra le more,

la Virgen del Castanar

nell’ora della morte

ci proteggerà.

 

Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca, pronuncia IPA: [feðeˈɾiko ɣarˈθi.a ˈlorka] (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 19 agosto 1936), è stato un poeta e drammaturgo spagnolo appartenente alla cosiddetta generazione del ’27, un gruppo di scrittori che affrontò le Avanguardie europee con risultati eccellenti, tanto che la prima metà del Novecento viene definita la Edad de Plata della letteratura spagnola.
Apertamente a favore delle forze repubblicane e dichiaratamente omosessuale, scoppiata la Guerra civile spagnola viene per questo ucciso da ignoti, probabilmente legati al movimento nazionalista.
Nato in una famiglia di piccoli proprietari terrieri nel paesino di Fuente Vaqueros, García Lorca è per vari aspetti un ragazzo prodigio, sebbene non raggiunga mai l’eccellenza – non per incapacità, ma per le pieghe del suo complesso carattere – in ambito scolastico. Nel 1909, si trasferisce assieme alla famiglia a Granada, vicina città dell’Andalusia, dove ben presto rimane profondamente coinvolto nelle attività dei circoli artistici del luogo. La sua prima opera letteraria, Impresiones y paisajes, viene pubblicata nel 1918, ma non ha particolare successo, se non in ambito locale.
Nel 1919, giunge, per proseguire gli studi, a Madrid, dimorando presso la famosa Residencia de Estudiantes. All’Università stringe amicizia con Luis Buñuel e Salvador Dalí, così come con molti altri personaggi che oggi annoveriamo tra i più importanti della storia spagnola. Tra questi, Gregorio Martínez Sierra, il Direttore del Teatro Eslava, dietro invito del quale García Lorca scrive e mette in scena, nel 1919-20, la sua opera d’esordio, El maleficio de la mariposa, che però non viene accolta bene dal pubblico.
Nel giro di pochissimi anni, García Lorca sa però ribaltare questi iniziali insuccessi, divenendo membro di spicco dell’avanguardia artistica del proprio Paese: pubblica ulteriori raccolte di poesie, tra le quali Canciones e Romancero Gitano, forse il suo libro più conosciuto. Sul fronte teatrale, Mariana Pineda, con fondali disegnati da Dalí, debutta con clamoroso trionfo a Barcellona.
Tuttavia, verso la fine del 1929, García Lorca cade vittima di una depressione sempre più profonda, esacerbato frutto dei sensi di colpa per una omosessualità che comunque sempre meno riesce a mascherare con amici e parenti, e tutto questo mentre al contrario la fama del suo Romancero Gitano cresce enormemente. Vedendo peggiorare le condizioni psicologiche di Federico, anche se forse ne ignoravano la causa, la famiglia di García Lorca organizza per lui – con la complicità di Fernando de los Ríos, amico attraverso il quale riesce ad ottenere una borsa di studio – un viaggio negli Stati Uniti d’America.
Questo viaggio, ed in particolare il soggiorno a New York, dove Federico frequenta per un breve lasso la Columbia University, assume una importanza fondamentale nella produzione poetica di García Lorca, che difatti compone quello che molti giudicano il suo capolavoro, ovverosia Poeta en Nueva York, incentrato sull’alienazione dell’uomo nella società moderna e sui meccanismi che permettono ai pochi di dominare sui molti. Un’opera, come si comprende, molto avanti sul resto del panorama artistico coevo, così come lo sono le pièces teatrali che realizza in questo periodo, Así que pasen cinco años e El público, tanto che quest’ultima verrà pubblicata solo al termine degli anni Settanta del secolo scorso, e mai integralmente.
Dopo un breve ma importante e intenso soggiorno a Cuba, il suo ritorno in Spagna nel 1930 coincide con la caduta della dittatura di Primo de Rivera ed il ristabilirsi della democrazia. Nel 1931, García Lorca viene nominato direttore della compagnia Teatro Universitario la Barraca. Questa compagnia, fondata dal Ministro dell’Educazione, riceve l’incarico di portare in giro la propria produzione nelle più remote aeree rurali del Paese. García Lorca non si limita a dirigere, ma ne è anche attore. È durante questo tour con La Barraca, che García Lorca scrive le sue opere di teatro più note, e denominate ‘trilogia rurale’: Bodas de sangre, Yerma e La casa de Bernarda Alba.
Scoppia la Guerra civile spagnola: García Lorca lascia Madrid per Granada, nonostante debba essere conscio del fatto che si sta praticamente votando alla morte andando a raggiungere una città con la fama di essere abitata dalla oligarchia più conservatrice d’Andalusia. García Lorca e suo cognato, che era anche sindaco socialista di Granada, sono effettivamente arrestati. García Lorca viene fucilato da militanti del movimento politico CEDA il 19 agosto 1936 perché di sinistra e omosessuale e gettato in una tomba senza nome a Fuentegrande de Alfacar nei dintorni di Víznar, vicino Granada

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“Il ritorno” di Joseph Conrad

dicembre 1st, 2012 // 8:35 pm @

“Il ritorno” apparve nella raccolta Tales of Unrest (“Racconti inquieti” o “Racconti dell’inquietudine” nelle edizioni in lingua italiana) assieme ad altri quattro racconti: Karain, un ricordo (Karain: A Memory), Gli idioti (The Idiots), Un avamposto del progresso (An Outpost of Progress) e La laguna (The Lagoon). Il ritorno è l’unico dei cinque racconti a non essere apparso precedentemente in riviste letterarie. Si pensa, tuttavia, che sia stato scritto, come gli altri, nel 1897, un periodo nel quale Conrad frequentava Henry James.
La morale del racconto è il fallimento del matrimonio, inteso come istituzione. Sono state viste ne Il ritorno influenze soprattutto da James, da Il ventaglio di Lady Windermere di Oscar Wilde e da Bel Ami di Maupassant. Il racconto lasciò sconcertati numerosi lettori, fu definito dall’editore e studioso di Conrad Ugo Mursia «uno dei più trascurati e insieme maltrattati dalla critica». Più tardi lo stesso Conrad, scrisse che aveva la sensazione che Il ritorno fosse «opera della mano sinistra», gli era costato «fatica, rabbia e delusione» e che detestava questo racconto («I hate it».)
Gi abissi di una crisi coniugale, nell’intenso racconto di un maestro della prosa moderna: un uomo, una donna il tradimento e l’abbandono. In poche ore tutto accade tra gli impassibili duellanti, sotto la superficie esplode la rabbia e dietro l’apparenza rispettabile si compie ls crudeltà dell’amore.
Da “Il ritorno” Patrice chéreau ha tratto nel 2005 il film “Gabrielle” con Isabelle Huppert e Pascal Greggory.
Nella Parigi primo Novecento i coniugi Hervey aprono ogni giovedì il loro salotto alla buona società. Formano una coppia agiata e, in apparenza, sperimentata. Monsieur Hervey si vede rispecchiato nella moglie Gabrielle: un uomo solido, rispettato, socialmente invidiato e ammirato. Un pomeriggio, però, tornando a casa, trova un biglietto con cui lei gli annuncia di averlo abbandonato per un altro, ma, mentre è ancora in preda allo choc, lei ritorna: «Ho avuto paura» confessa. Non ce l’ha fatta ad andarsene e tuttavia non accetta più che tutto possa essere come prima.  “Il ritorno”, è costruito con impianto teatrale e un’alternanza cinematografica di bianco e nero e colore, Gabrielle ha il suo punto di forza in una superba ricostruzione di ambienti e, soprattutto, in Isabelle Huppert, bravissima nel disegnare il ritratto di una donna che scopre per la prima volta i suoi sentimenti e quindi se stessa e così facendo si accorge di non aver mai saputo niente del marito, un concentrato di convenzioni più che un essere umano. Nello scontro fra i due, sarà lui ad andare in pezzi e saranno di Gabrielle le parole più crudeli e illuminanti sull’amore, la sua mancanza, la sua ricerca.

 

 

Joseph Conrad, nato Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski (Berdicev, 3 dicembre 1857 – Bishopsbourne, 3 agosto 1924), è stato uno scrittore polacco naturalizzato britannico.
Considerato uno dei maggiori scrittori moderni, è stato capace – grazie a un ricchissimo linguaggio (e nonostante la lingua inglese fosse la sua terza lingua, dopo quella polacca e quella francese) – di ricreare in maniera magistrale atmosfere esotiche e riflettere i dubbi dell’animo umano nel confronto con terre selvagge.
È universalmente riconosciuto come uno dei grandi maestri della prosa. Molti dei suoi lavori sono pervasi di romanticismo ma è considerato soprattutto come un importante precursore del modernismo. Il suo stile narrativo e i suoi personaggi anti-eroici hanno influenzato molti scrittori, tra cui Ernest Hemingway, David Herbert Lawrence, Graham Greene, William S. Burroughs, Joseph Heller, V.S. Naipaul e John Maxwell Coetzee. Ha ispirato inoltre diversi film, tra cui Lord Jim e Apocalypse Now (tratto dal suo Cuore di tenebra).
Monumento a Conrad in Polonia a Gdynia, sulla costa del Mar Baltico
Mentre l’Impero Britannico raggiungeva il suo apice, Conrad sfruttò la sua esperienza prima nella marina francese e, successivamente, in quella britannica per scrivere romanzi e racconti che riflettono aspetti di un impero “globale” e, allo stesso tempo, esplorano gli abissi della mente umana.

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Recensione sul libro di Ida Matilde dal titolo: “Eva voleva volare”

dicembre 1st, 2012 // 8:32 pm @

 

Nel leggere il libro di Ida Matilde :”Eva voleva volare” si ha l’impressione di guardarsi a pezzi nel senso che in ogni rigo,in ogni passo,in ogni parola letta e gustata vi è uno sguardo nuovo sul tema delicato della violenza di genere, nasce quindi una nuova geografia che affronta il tema difficile e complesso della violenza sulle donne.

Il libro ricco di dettagli parla una lingua forte e delicata nello stesso tempo e ci conduce per mano nello svelare un universo quello femminile che si scontra ogni giorno contro il fenomeno della sopraffazione non solo fisica ma anche morale e psicologica inflitta alle donne da uomini violenti.

Un libro quello di Ida Matilde che ci fornisce indizi ed alcune caselle vuote e quest’ultime come le parole crociate devono essere completate dal lettore e dalle lettrice che devono essere in grado di riconoscere l’intreccio che lega la protagonista del racconto agli altri personaggi ,ogni lettore e lettrice sulla base delle loro esperienze deve ricercare all’interno del libro  l’arte per poter invertire il cammino verso la violenza  in un cammino verso la valorizzazione delle diversità tutte,verso le vere ed indiscusse politiche di genere che devono condurci ad un mondo sano e completo senza che il plurale femminile /maschile diventi una curtosi di genere.

Se la scrittura vuole cambiare in positivo le lacerazioni della società ,lacerazioni che come il fenomeno della violenza alle donne è sempre più in crescendo allora possiamo senza alcun dubbio affermare che tutto questo può avvenire utilizzando strumenti culturali  idonei a far veicolare un nuovo messaggio che valorizzi le differenze  di genere e  possiamo asserire  con fermezza che il libro “Eva voleva volare” di Ida Matilde  ha questo fine didascalico . Il  libro ,dunque ,  come valido strumento di lavoro per gli insegnanti che vogliano intraprendere il difficile  percorso educativo  che tenga conto delle politiche di genere  e delle azioni positive e quindi sia le politiche di genere che le azioni positive sono chiamate ad esportare  e decodificare le  buone prassi in modo tale che le nuove generazioni non possano essere etichettate come “generazioni” invisibili

 

Adele Grassito

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“La vita accanto” di Mariapia Veladiano

dicembre 1st, 2012 // 8:30 pm @

La vita accanto

 

Titolo: La vita accanto

Autore: Mariapia Veladiano

Editore: Einaudi
Pagine: 172
Prezzo: € 16,00
Pubblicazione: febbraio 2011
ISBN: 978-88-0620-598-0

 

Ci sono una madre senza più parole, con l’anima in briciole. E una zia sfacciatamente bella e innamorata del fratello. Ci sono Maddalena, con la forza di un amore che nasce dal bisogno e gli occhi svelti al pianto; una bambina grassa con il canto nella voce e le mani pronte a spingere nel fiume la violenza, una maestra elementare che protegge e insegna, e una bianca signora della musica, malata solo quando serve. Rebecca, infine, a dirigere il coro delle voci femminili de La vita accanto, breve romanzo d’esordio di Mariapia Veladiano.

Rebecca è una bambina brutta. Che vive con prudenza, «in punta di piedi sul ciglio estremo del mondo». Che ha imparato a mangiare senza fare briciole, a giocare spostando solo il necessario, «a non consumare calze e scarpe perché si muove in modo composto». Perché «una bambina brutta è grata a tutti per il bene che le vogliono nonostante la delusione per la sua nascita (…); vede, osserva, indaga, ascolta, percepisce, intuisce; in ogni inflessione di voce, espressione del viso, gesto sfuggito al controllo, in ogni silenzio breve o lungo, cerca un indizio che la riguardi, nel bene e nel male. Teme di ascoltare qualcosa che confermi quello che sa già, e cioè che la sua esistenza è una vera disgrazia».

È invece, quella di Rebecca, un’esistenza che, con grazia e lucidità, ha imparato a restare ai margini della vita, a tessere una trama che si riverbera nelle forme altre e che la spinge a scavalcare la superficie. Una “vita accanto”, come quella delle donne che con lei si muovono nella trama della narrazione. Fatta di segreti appena accennati e invisibili incrostature. Di piccoli inganni, superstizioni, poesie e follia. Vita sussurrata sulla riva di un fiume, consegnata alle pagine di un diario, alle confidenze che hanno il profumo di cucina. O alla musica «che porta sempre con sé il ricordo del dolore».

E tutto questo contro la messa in scena del mondo, della sua presunta bellezza e delle versioni ufficiali che stanno sulla bocca pettegola di una città di provincia. Una città, Vicenza, dove «le vetrine e i palazzi luccicano come le squame dei coccodrilli», ma la cui anima è nera. Come le acque stagnanti del fiume Retrone e quelle altrettanto torbide in cui si nasconde un universo che pensa bene, ma è il reale portatore della bruttezza descritta nel romanzo.

In una fiaba che non lo è, in un’atmosfera sospesa e quasi fuori dal tempo, Mariapia Veladiano ci mette tra le mani una storia eccezionale. E ci ricorda che l’amore femminile, anche nell’assenza, nelle pieghe a volte crudeli, nell’esibizione volgare e trasgressiva, violenta o sfacciata, non smette mai di circolare e legare. Di scavalcare, come per magia, la vita singolare di ognuna. Per trovare un rammendo comune agli strappi della violenza maschile, con la fiducia e l’obbedienza di chi porta con sé il sapere delle madri.


L’AUTORE

Mariapia Veladiano vive a Vicenza, è laureata in lettere e teologia e collabora con ‘Il Regno’, rivista conciliare che mantiene un dialogo ecumenico con ogni cultura e religione. Insegna italiano e storia in un istituto professionale frequentato soprattutto da ragazze. La vita accanto, premio Calvino aprile 2010, è il suo primo romanzo pubblicato.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

Io e te, di Niccolò Ammaniti

dicembre 1st, 2012 // 8:28 pm @

Titolo: Io e te

Autore: Niccolò Ammaniti

Editore: Einaudi
Pagine: 104
Prezzo: € 8,00
Pubblicazione: ottobre 2010
ISBN: 978-88-0620-680-2


Una grossa bugia, una cantina dimenticata, un incontro-scontro inaspettato. Questi gli ingredienti che danno forma a Io e te, racconto lungo in cui le straordinarie doti narrative di Niccolò Ammaniti intessono una vicenda di drammatica poesia e raccontano il tanto atteso e temuto passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

L’adolescente in questione è Lorenzo, cresciuto con l’unico desiderio di avere a che fare il meno possibile con il resto del mondo, e proprio a tale scopo ispira il suo essere ad alcuni tipi di insetti che imitano i propri nemici per passare inosservati ai loro occhi. Così, per non apparire troppo diverso dai suoi coetanei, Lorenzo racconta ai propri genitori di essere stato invitato ad una settimana bianca dai compagni di classe. Si tratta di una grossa bugia che finisce per intrappolarlo: l’unico modo per evitare di deludere i suoi è quello di simulare la partenza rifugiandosi per l’intera settimana nella cantina di casa sua.

Ma proprio quando Lorenzo crede di aver conquistato la tanto sospirata solitudine, il suo regno dorato viene assediato da un’ospite tanto inattesa quanto indesiderata, la sua sorellastra Olivia. La scoperta della tossicodipendenza della ragazza, le sue terribili crisi d’astinenza e la determinazione a volersi tirar fuori dal mondo della droga irromperanno non solo nell’ambito della strana vicenda di Lorenzo, ma influiranno anche sulla sua mancata propensione alla crescita e all’apertura nei confronti del mondo esterno. Sarà quindi la struggente voglia di vivere di Olivia a spogliare Lorenzo del suo egoismo e dalle sue paure.

Ammaniti, che da sempre nei suoi racconti utilizza parole come fotografie, descrive attraverso i suoi personaggi due possibili implicazioni della fragilità umana, dei suoi infiniti modi di declinarsi, che, incontrandosi e scontrandosi, danno vita a un cortocircuito in grado di causare una decisa inversione di rotta nelle due esistenze.

Tutto ciò viene raccontato attraverso uno stile che si adegua agli stati d’animo del personaggio. Inizialmente giovanile, colloquiale, asciutto, per riuscire a renderne il cinismo, da un certo punto in poi sembra quasi “fiorire”, arricchendosi in maniera direttamente proporzionale alla messa in discussione personale di Lorenzo. Il racconto lungo di Ammaniti illustra bene quale sia la paura di molti adolescenti di oggi: il confronto, che implica il contatto con un altro universo, temibile in quanto sconosciuto.


L’AUTORE

Niccolò Ammaniti è nato a Roma. Ha pubblicato da Mondadori Nel nome del figlio, un saggio sull’adolescenza scritto insieme al padre (1995),Fango (1996) e Ti prendo e ti porto via (1999). Presso Einaudi sono usciti un suo racconto nell’antologia Gioventú cannibale (1996), i romanziBranchie (1997), Io non ho paura (2001) e Che la festa cominci (2009 e 2011), Io e te (2010) e la raccolta di storie a fumetti Fa un po’ male (2004), sceneggiata da Daniele Brolli e disegnata da Davide Fabbri. Dai suoi libri sono stati tratti film di successo, di importanti registi. È pubblicato in quarantaquattro Paesi e il suo sito ufficiale è all’indirizzo www.niccoloammaniti.com.

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“Roquenval” di Nina Berberova

novembre 9th, 2012 // 5:08 pm @

Un luogo senza tempo. Un’anziana contessa russa. Una famiglia dal passato misterioso. L’invito a trascorrere l’estate nel castello di Roquenval, nel cuore della Francia, è per il giovane Boris l’inizio del viaggio. I ricordi d’infanzia, le amate letture, le amicizie, tutto diventa parte di una riflessione profonda sul tempo e sugli affetti, una sorta di prova generale dell’esistenza per prepararsi ad affrontare il futuro.

Roquenval è un luogo incantato e fuori dal tempo, dove il giovane Boris viene invitato a trascorrere l’estate da un amico. Qui, Boris, emigrato in Francia con i suoi genitori dalla Russia, ritrova il ricordo remoto della casa del nonno e inizia un’ansiosa ricerca delle proprie origini. La parabola struggente di Roquenval e dei suoi abitanti sembra indicare un’assorta riflessione sul ciclo inesorabile del tempo, che nemmeno il potere fantasmatico dell’immaginazione può sperare di interrompere. Breve parentesi nella vita di un giovane, l’estate a Roquenval è una sorta di prova generale dell’esistenza, che autorizza Boris, quando il momento è giunto, a tirare il sipario sulla scena del vecchio castello, per pensare alla propria vita.

A Roquenval, misteriosa e decadente dimora nobiliare dell’Ile-de-France, Boris viene invitato a passare l’estate dall’amico di liceo Jean-Paul e in questo luogo incantato e fuori del tempo, Boris ritrova il ricordo remoto della casa del nonno, in Russia, trasfigurato dalla suggestione di qualche pagina di Tolstoj, o di Turgenev, o di Cechov. Perché Boris è emigrato in Francia con i suoi genitori dalla Russia, come tanti personaggi della Berberova, e sangue rosso scorre anche nelle vene di Jean-Paul e della sua famiglia. Così, la frequentazione di Boris con la vecchia nonna del compagno si traduce nella ricerca ansiosa delle proprie origini. Ma oltre i confini di una specifica civiltà, la parabola struggente di Roquenval e dei suoi abitanti sembra indicare un’assorta riflessione sul tempo e sul suo ciclo inesorabile, che nemmeno il potere fantasmatico dell’immaginazione può sperare di interrompere e di fissare. Breve parentesi nella vita di un giovane, l’estate a Roquenval costituisce nondimeno una sorta di prova generale all’esistenza: l’esperienza dell’amore e dell’amicizia sembrano autorizzare Boris, quando il momento è giunto, a tirare il sipario sulla scena del vecchio castello, per pensare al proprio futuro. A questo sottile e amabile intrigo estivo, l’arte allusiva e insinuante della Berberova ha conferito i tratti di un piccolo capolavoro.

Nina Nikolaevna Berberova in russo: Нина Николаевна Берберова (San Pietroburgo, 8 agosto 1901 – Filadelfia, 26 settembre 1993) è stata una scrittrice russa.
Nacque l’8 agosto 1901 a San Pietroburgo, allora capitale dell’Impero Russo, figlia unica di Nikolaj Ivanovič Berberov, funzionario del Ministero delle Finanze e di Natal’ja Ivanovna Berberova, nata Karaulova.
Lasciata la Russia nel giugno del 1922 sull’onda della persecuzione operata dalla rivoluzione dei Soviet contro gli intellettuali, dopo alterne peregrinazioni si stabilì a Parigi nel 1925 dove rimase fino al 1950, anno in cui si trasferì negli Stati Uniti.
Degli anni francesi è la produzione letteraria più intensa dell’autrice tra cui “Bijankurskie prazdniki” (Биянкурские праздники, “Chroniques de Billancourt”, in edizione italiana “le feste di Billancourt”).
Negli Stati Uniti la scrittrice iniziò la sua carriera accademica dapprima alla Yale University e in seguito dal 1963 alla Princeton University, dove lavorò fino al 1971.
La storia di Berberova come scrittrice emigrée a Berlino prima, poi Parigi e negli Stati Uniti è da lei stessa descritta nell’autobiografia dal titolo “Kursiv moj”, (Курсив мой, “Il corsivo è mio”) pubblicata nel 1957. Degli anni berlinesi è la biografia di Čajkovskij (Il ragazzo di vetro, 1936) forse il più interessante approfondimento psicologico della complessa personalità dell’artista.
La Berberova è da molti considerata il cantore della melanconica vita degli emigrés russi, transfughi dalla rivoluzione, incapaci di adattarsi alla dura realtà di una nuova vita lontani dalla madre patria e perduti nel sogno di un passato incantato, in una Russia spesso più immaginata che reale.
Tornò una sola volta in Russia, per un soggiorno di alcune settimane, nel 1989, pochi anni prima di morire.
Morì il 27 settembre 1993 a Filadelfia in seguito alle complicazioni di una caduta.

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Campiello 2012 per “La collina del vento” di Carmine Abate

novembre 9th, 2012 // 5:07 pm @

È Carmine Abate il vincitore della 50a edizione del  Premio Campiello, con il suo romanzo ”La collina del vento”, edito da Mondadori. Calabrese di nascita, cresciuto ad Amburgo, e attualmente residente in Trentino, Abate esordisce nella letteratura in Germania nel 1984 e da allora tra poesie, racconti e romanzi, scrive e pubblica oltre 12 titoli. Dopo l’annuncio della vittoria, un commosso Abate ha dedicato il premio alla moglie e ai figli: “In questo cinquantenario del Premio è una responsabilità ancora più grande scrivere storie non solo intriganti ma impegnate come questa. Si tratta di un libro sulla memoria del passato che illumina il presente e sul passaggio di consegne fra padri e figli”.

Impetuoso, lieve, sconvolgente: è il vento che soffia senza requie sulle pendici del Rossarco, leggendaria, enigmatica altura a pochi chilometri dal mar Jonio. Il vento scuote gli olivi secolari e gli arbusti odorosi, ulula nel buio, canta di un antico segreto sepolto e fa danzare le foglie come ricordi dimenticati.
Proprio i ricordi condivisi sulla “collina del vento” costituiscono le radici profonde della famiglia Arcuri, che da generazioni considera il Rossarco non solo luogo sacro delle origini, ma anche simbolo di una terra vitale che non si arrende e tempio all’aria aperta di una dirittura etica forte quanto una fede.
Così, quando il celebre archeologo trentino Paolo Orsi sale sulla collina alla ricerca della mitica città di Krimisa e la campagna di scavi si tinge di giallo, gli Arcuri cominciano a scontrarsi con l’invidia violenta degli uomini, la prepotenza del latifondista locale e le intimidazioni mafiose. Testimone fin da bambino di questa straordinaria resistenza ai soprusi è Michelangelo Arcuri, che molti anni dopo diventerà il custode della collina e dei suoi inconfessabili segreti.
Ma spetterà a Rino, il più giovane degli Arcuri, di onorare una promessa fatta al padre e ricostruire pezzo per pezzo un secolo di storia familiare che s’intreccia con la grande storia d’Italia, dal primo conflitto mondiale agli anni cupi del fascismo, dalla liberazione alla rinascita di un’intera nazione nel sogno di un benessere illusorio.
Carmine Abate dà vita a un romanzo dal ritmo serrato e dal linguaggio seducente, che parte da Alberto, il tenace patriarca, agli inizi del Novecento, passa per i suoi tre figli soldati nella Grande Guerra e per tutte le sue donne forti e sensuali, e giunge fino a Umberto Zanotti-Bianco, all’affascinante Torinèsia e all’ultimo degli Arcuri, uomo dei nostri giorni che sceglie di andare lontano. La collina del vento è la saga appassionata e coinvolgente, epica ed eroica di una famiglia che nessuna avversità riesce a piegare, che nessun vento potrà mai domare.

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