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“Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh

agosto 11th, 2011 // 11:29 am @

 

• Titolo: Il linguaggio segreto dei fiori
• Autore: Vanessa Diffenbaugh
• Editore: Garzanti

“Non mi fido, come la lavanda,
Mi difendo, come il rododendro
Sono sola, come la rosa bianca, e ho paura. E quando ho paura, lascio che la mia voce siano i fiori” (da Il linguaggio segreto dei fiori, di  Vanessa Diffenbaugh, ed. Garzanti)

Nell’era del postmodernismo dove tutto è merce, la sensazione che spesso anche i libri siano soggetti più a leggi di mercato che ad arricchire un bagaglio personale o a lavorare su una storia è forte. Allora ecco che il genere pesa più che l’autore (trame sempre uguali che si susseguono in contesti diversi, facili da consumare, veloci da digerire) , il colpo di scena a tavolino vale più che la storia.
Ma, come nel caso de “Il linguaggio segreto dei fiori”, di Vanessa Diffenbaugh, a volte si hanno piacevoli sorprese. Il nuovo romanzo della Diffenbaugh si è candidato ad essere  un libro rivelazione.  Il volume uscito il 5 maggio edito da Garzanti , sorprende piacevolmente.
Personalmente. mi ha sorpresa perché un titolo così dolce nasconde una storia molto amara. Dura e allo stesso tempo romantica. Mi ha sorpresa perché, voltata la copertina floreale (ce ne sono di quattro tipi, a seconda del “mood floreale del lettore, io personalmente ho scelto Rosa rosa, che significa grazia ed eleganza).
Il romanzo si apre con inaspettata durezza, la protagonista, Victoria, è una “ragazza interrotta”: non sa cosa siano una famiglia, l’affetto, perché è vissuta dentro e fuori famiglie adottive e case di accoglienza, tra maltrattamenti e bullismo, fino all’incontro drammatico con una donna, Elizabeth, che le insegnerà  il linguaggio dei fiori.
E per Victoria, che ha paura del contatto fisico, delle parole, di amare e lasciarsi amare, il linguaggio segreto dei fiori diventa la sua voce. C’è solo un posto in cui tutte le sue paure sfumano nel silenzio e nella pace: è il suo giardino segreto nel parco pubblico di Portero Hill, a San Francisco, dove per un periodo vive da senza tetto. I fiori, che ha piantato lei stessa in questo angolo sconosciuto della città, sono la sua casa. Il suo rifugio. Attraverso il loro linguaggio Victoria comunica le sue emozioni più profonde. E attraverso questo “codice” .
Una storia di fragilità e durezza: fragile lei e le corolle colorate che cresce e accudisce, dure le sue vicende e le persone che incontrerà durante il cammino. A loro volta, dure e fragili. In questo bel romanzo dolceamaro, la difficoltà di comunicare tra le persone è uno dei sottili fili conduttori che accompagnano la trama e le vicende dei protagonisti.  Incapacità di comunicare, falsità nella comunicazione, ipocrisia, isolamento: “Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh è un bel viaggio nelle solitudini personali e nel percorso delicato e sospeso che si percorre per uscirne.
Altro tema, non meno importante e non meno presente nel romanzo è  la differenza tra quello che siamo e quello che di noi vedono gli altri. Soprattutto nell’infanzia,  la visione che hanno gli altri di noi fino a che punto può essere condizionante?  Ne “il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh,  tra flashback e incroci di ricordi, Victoria viene plasmata  da osservatori esterni, che le fanno credere di essere ciò che non è, che le inculcano una errata percezione di sé. E quando ormai sei convinta di non valere niente e di non essere nessuno, è difficile risalire la china. E arriviamo a un altro tema cardine del romanzo: la volontà e il suo rapporto con l’amore. Quando Victoria può dedicarsi alla sua unica vera passione, la cura dei fiori, lavorando come fioraia, trasformerà la sua vita.
“Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh, porta il lettore attraverso un percorso che segue due binari: l’evoluzione di Victoria da maggiorenne in avanti e un percorso a ritroso nel suo passato verso un trauma che l’ha segnata per sempre.
A interagire con lei, una serie di personaggi e camei ben tratteggiati e ricchi di significato e poesia nonostante brevi comparsate.

Category : Racconti/Romanzi

“La strada che va in città” di Natalia Ginzburg

agosto 4th, 2011 // 4:01 pm @

 L’appuntamento domenicale con il Sole 24 Ore e la sua collana dei Racconti d’autore,  ci presenta questa settimana una delle più importanti novelle dell’allora ancora giovane Natalia Ginzburg, scrittrice italiana fra le più celebri del Novecento. Pubblicato sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, a causa delle leggi razziali, La strada che va in città è il racconto di una giovanissima ragazza che sceglie di dare una svolta alla sua vita attraverso un matrimonio di interesse, la cosiddetta “strada che va in città”.

L’autrice
 
Natalia Ginzburg (Levi) nasce a Palermo nel 1916 da padre ebreo e antifascista e madre milanese. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Torino in uno stato di emarginazione, a cui trova conforto nella scrittura. Nel 1933 pubblica sulla rivista Solaria il suo primo racconto “I bambini”, e nel 1938 sposa Leone Ginzburg, col cui cognome firmerà tutte le opere successive, e dal quale avrà tre figli. Pubblica le prime opere come La strada che va in città e E’ stato così, a cui segue una prolifica produzione letteraria, anche in campo teatrale con le commedie Ti ho sposato per allegria e Paese di mare. Di rilevanza è anche il suo impegno politico, in sintonia con i maggiori intellettuali italiani militanti, orientati verso posizione politiche di sinistra. Sarà eletta anche al Parlamento nelle liste del Partito comunista italiano.

 

La strada che va in città
Dalia, la disgraziata protagonista, vive in piccolo paesino di campagna, con una madre che non sopporta – sentimento ricambiato, e i suoi fratelli. La sua vita però è divisa tra il piccolo paese, che vuole lasciare, e la città, fonte sempre rinnovata della sua gioia e delle sue speranze. E’ lì che trascorre intere giornate con i fratelli e con le amiche. E’ lì che vive la sorella maggiore Azalea, sposata col suo ricco marito, che le permette di vivere tra agi e lussi, e indossare quella pelliccia di coniglio e quei guanti bianchi che Dalia invidia tanto.
E mi misi a pensare a certi guanti che mi sarei comprata dopo l’ospedale, di pelle bianca con le cuciture nere, come aveva Azalea, e poi tutti i vestiti e i cappelli che volevo farmi, per essere elegante e far dispetto a mia suocera, che avrebbe detto che sciupavo i denari.
 
Azalea diventa un punto di riferimento per la ragazza, che non perde l’occasione di andarle a far visita nella sua bella casa, animata dai suoi bambini e dalla serva Ottavia che si prende cura di loro e della signora.
Il Nini invece non era sposato. Conviveva con una ricca vedova, e anche lui faceva una bella vita in una casa di lusso – sebbene lavorasse anch’egli in una fabbrica. Questo almeno finché non si fu stancato di stare accanto alla sua fidanzata Antonietta, e aveva deciso di andare a vivere da solo. Allora era diventato uno sporco ubriacone, e Antonietta incolpava Dalia di questo.
Già, perché il Nini faceva da tempo la corte a Dalia, la quale al contrario trovava gusto a farlo soffrire. Del resto Dalia aspettava un bambino, e questo rendeva il Nini amareggiato e deluso. Tuttavia non aveva mai smesso di volerle bene, sebbene tendeva a nasconderlo.
Dalia attendeva un bambino, sì. Era rimasta incinta del ricco figlio del dottore del paese. Lei non era innamorata di lui. E neanche lui di lei, fino ad un certo punto. Ma la storia del bambino aveva cambiato tutto. Aveva cambiato le loro vite, i loro sogni, le loro speranze per il futuro. Dalia amava il Nini. Aveva scoperto che il vero amore era oltre quel finto rapporto tra lei e Giulio, il figlio del dottore.
“Per me sarebbe stato meglio morire, – pensavo, – sono stata troppo stupida e disgraziata. Adesso non so più cosa vorrei”. Ma forse la sola cosa che volevo era tornare com’ero una volta, mettere il mio vestito celeste e scappare ogni giorno in città, e cercare del Nini e vedere se era innamorato di me, e andare anche con Giulio in pineta ma senza doverlo sposare. E quando la mia vita era così non facevo che pensare che mi annoiavo e aspettare qualche cosa d’altro, e speravo che Giulio mi sposasse per andarmene via di casa.
Ma non poteva farci nulla. Soprattutto dopo che il Nini era morto. E allora doveva mettere da parte la sua vita, e far spazio alla sua nuova vita insieme a Giulio e al suo bambino, che non aveva ancora capito se gli volesse bene. Dalia sceglie di prendere la strada che va in città, quella del matrimonio di interesse, rifiuta la vita contadina, e va a vivere come una vera signora in pelliccia, nella sua nuova e lussuosa casa. I sentimenti sembrano avere un marginale. E pure il ricordo del suo amato Nini, che ora che è morto gli fa un po’ paura, la coglie sempre di sorpresa.
Pochi giorni dopo lasciai l’ospedale ed entrai nella mia nuova casa. E cominciò per me un’altra vita, una vita dove non c’era più il Nini, che era morto e non dovevo pensarci perchè non serviva, e dove c’era invece il bambino, Giulio, la casa coi nuovi mobili e le tende e le lampade, la serva che aveva scovato mia suocera, e mia suocera che veniva ogni tanto.
In questo racconto lungo, un’atmosfera di tristezza, passività, avvilimento, accompagna la storia della protagonista lungo le settanta pagine. L’autrice descrive la solitudine, l’abbandono della famiglia, degli affetti, con un turpe realismo, che non lascia spazio all’ironia o alla gioia, perché riprende in modo quantomai essenziale e veritiero la storia di chi è costretto a lasciare la propria terra e i propri cari per vivere una vita, forse di rimpianti, forse di tristezza, nel lusso e negli agi che la mente adolescente della protagonista contempla nell’onirica dimensione della “città”, in un periodo storico di transizione tra la vita rurale e la vita urbana.

 

Category : Racconti/Romanzi

“Madame Bovary” di Gustave Flaubert

agosto 1st, 2011 // 3:44 pm @

 

 

Trama

Un ufficiale sanitario, Charles (Carlo) Bovary, dopo aver studiato medicina durante la giovinezza, sposa una donna più grande di lui, che però muore prematuramente. Rimasto vedovo, si risposa con una bella ragazza di campagna, Emma Rouault, impregnata di desideri di lusso e romanticherie, vagheggiamenti che le provengono dalla lettura di novelle popolari. Charles è benestante, ma anche noioso e maldestro. Emma crede che la nascita di un maschio “curerà” il loro matrimonio. Quando rimane incinta, e alla fine partorisce una figlia, si convince che la propria vita sia virtualmente finita.

Charles decide che per Emma ci vuole un cambio di scena, e si trasferisce dal villaggio di Tostes (oggi Tôtes) a un altro villaggio altrettanto deprimente, Yonville (tradizionalmente identificato con la cittadina di Ry). Emma accetta il corteggiamento di una delle prime persone che incontra, un giovane studente di giurisprudenza, Léon Dupuis, che sembra condividere con lei il gusto per le “cose più belle della vita”. Quando Léon se ne va per motivi di studio a Parigi, Emma intraprende una relazione con un ricco proprietario terriero, Rodolphe Boulanger. Confusa dai suoi fantasiosi vagheggiamenti romantici, Emma escogita un piano per fuggire con lui. Rodolphe, anche amandola, non è pronto ad abbandonare tutto per una delle sue amanti; quindi rompe l’accordo la sera precedente a quella dell’architettata fuga, mediante una lettera sul fondo di un cesto di albicocche. Lo shock è tale che Emma si ammala gravemente, e per qualche tempo si rifugia nella religione.

Una sera, a Rouen, Emma e Charles assistono all’opera , ed Emma incontra di nuovo Léon. I due iniziano una relazione: Emma si reca in città ogni settimana per incontrarlo, mentre Charles crede che lei prenda lezioni di pianoforte. Al contempo, Emma sta spendendo esorbitanti somme di denaro. I suoi debiti intanto raggiungono valori esplosivi e la gente inizia a sospettare l’adulterio. Dopo che i suoi amanti le hanno rifiutato il denaro per pagare il debito, Emma ingoia dell’arsenico e muore, in modo penoso e lento. Il leale Charles è sconvolto, tanto più che ritrova le lettere che Rodolphe le scriveva. In breve, muore a sua volta, e la figlia della coppia rimane orfana.

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Una riflessione contro il romanzo 

 “Non capisco come abbiate potuto scrivere tutto ciò! – in cui non c’è assolutamente niente di bello, né di buono! e verrà sicuramente il giorno in cui vedrete che ho ragione. A che pro propagare rivelazioni su tutto quanto è squallido e miserabile, nessuno è riuscito a leggere quel libro [Madame Bovary] senza sentirsi più infelice e più cattivo. Non so quali siano i sentimenti di vostra madre, ma deve provare un dispiacere mortale nel vedere un’opera del genere!”

(Gertrude Tennant, Lettera a Gustave Flaubert su “Madame Bovary”, 1857)

 

Category : Pensieri Sparsi &Racconti/Romanzi

Abraham B. Yehoshua “Le nozze di Galia” e “Di fronte ai boschi”

luglio 27th, 2011 // 10:08 am @

 

Due dei più intensi racconti dello scrittore israeliano Abraham B. Yehoshua: Le nozze di Galia, in una dimensione onirica il giovane amante vive il dramma dell’amore non corrisposto. Uno strano viaggio nel ricordo di un passato che sembra sfumare nell’aria calda della Palestina. Il kibbutz dove si celebrano le nozze della sua amata Galia; e Di fronte ai boschi, una storia dai connotati più concreti, in cui un debole e confuso studente, improvvisato guardiaboschi per sfuggire alle pressioni della società civile si rifugia nella solitudine di un bosco. Ma, complice in un incendio doloso, nel fuoco ritrova l’esplosione del suo animo, costretto ad una vita di repressione.

L’autore
Abraham B. Yehoshua è uno scrittore israeliano, nato a Gerusalemme nel 1936. Ha conquistato il pubblico internazionale con i suoi racconti e i suoi romanzi, nei quali esprime la questione del rapporto tra popoli diversi, che hanno religioni e culture differenti. I suoi personaggi sperimentano le drammatiche, spesso tormentate, difficoltà di stabilire rapporti umani e relazioni personali autentiche che non sfocino nell’incomprensione e nell’intolleranza. Questo tema emerge anche nella proiezione storica della sua terra natia – sfondo costante alle sue opere – in romanzi come Viaggio alla fine del millennio e Signor Mani. Altro tema che caratterizza i suoi scritti è il rapporto familiare, che si evolve spesso nell’amore coniugale, il quale non essendo attestato da legami di sangue, viene messo in discussione giorno per giorno nelle situazioni più diverse.

Le nozze di Galia
Le nozze di Galia è il racconto di un viaggio che appare quasi un sogno. Nelle terre della Palestina aleggia il ricordo di un passato ancora vivido nella memoria del protagonista, che, in prima persona, confessa il suo amore mai sopito per Galia, promessa sposa di Dani. Nel giorno delle sue nozze il giovane amante è pronto a compiere uno strano viaggio, insieme a un autista dall’aspetto deforme – quasi fiabesco – e un gruppo di tre uomini, altri tre amanti di Galia.

Mentre per i tre uomini le nozze sono l’occasione per assalire, in un intrico di membra e corpi assassini, il futuro marito, punendolo per l’orgoglio ferito dell’abbandono da parte dell’amante; il giovane è pronto a rivelare il suo amore alla giovane donna, che non ha mai smesso di desiderare, e che aspetterà fino al giorno in cui gli concederà il suo cuore.
– Siederò sulla pietra. Starò giorno e notte a braccia conserte, guardando la collina. […] Dalla pietra spunterà un rampicante, e il rampicante sarà lungo e fine. Mi coprirà. Si attorciglierà su di me, da me germoglierà. […] Nessuno mi accuserà, nessuno accuserà il mio amore.
Eppure, quello strano pulmann che lo aveva accompagnato nel suo viaggio onirico, lo riporterà indietro, in una dimensione che non distingue il vero dal sogno, lontano dalla sua amata donna.

Di fronte ai boschi
Il giovane studente trentenne ha bisogno di evadere dalla città, dalla sua routine quotidiana. Gli amici, le serate, le donne, lo distolgono dallo studio universitario. Dopo aver rimandato anche gli ultimi esami, gli amici, già laureati, lo convincono ad allontanarsi e a rifiugiarsi nell’isolamento di una casa da guardiaboschi.
Solitudine. E’ proprio quello che cerca il giovane studente, che accetta l’incarico di guardiaboschi, e fugge dalla città verso il bosco, un’immensa distesa di pini, dove sembra non esserci anima viva, eccetto uno strano tizio arabo con la sua bambina. Solitudine, una “pura solitudine”, e il silenzio. E’ quella la giusta soluzione? La vista del bosco lo emoziona, è qualcosa di meraviglioso, di cui non immaginava nemmeno la presenza. Ma la consapevolezza di una grande responsabilità gli toglie perfino il sonno.
 
Lo stupisce all’improvviso la pesante responsabilità che gli è toccata. Ma più duro di tutto è il silenzio. Perfino con se stesso non riesce che a scambiare poche parole. Potrà mai aprire un libro qui? Non è aconra sazio del panorame che lo confonde ed esalta.
Al passare della primavera, la stagione estiva porta con sé decine di gruppi di turisti che campeggiano nel bosco. La solitudine lascia il posto ad un’intensa vitalità, le grida, la musica dei giovani gitanti rompono il silenzio. Le responsabilità aumentano, e di studiare non se ne parla proprio.

Ma quando torna l’autunno un nuovo senso di vuoto nel suo animo riporta con sé la tristezza. E’ un animo afflitto, tormentato, che ha bisogno di una riesplosione di vita. “Chi gli restituirà tutte le ore vuote?”. L’arabo. E il suo desiderio di risvegliare il suo antico villaggio, sepolto sotto il manto verde del bosco. L’incendio. La giovane vedetta rimane lì a fissarlo, e nel contemplarlo prova nuove emozioni.
Si riprende da quell’irrazionale stato di trance, di meraviglia che prova per le fiamme che divorano il bosco, solo quando farà ritorno alla sua vita normale. Quando comprenderà di aver perso quell’ennesima occasione che gli era stata offerta per diventare qualcuno.
Come abbiamo già detto, è ancora giovane. Ma i veri amici hanno perso ogni speranza. Lui li cerca nelle notti d’inverno, rabbrividendo dal freddo, un cane fradicio che chiede luce, e calore.
E loro si fanno scuri in volto, e chiedono:
– Be’, cosa vuoi?

Category : Racconti/Romanzi

“Lezione di tango” di Matilde Maisto

luglio 25th, 2011 // 10:16 am @

 

Il tango argentino la mia passione! “Mi piace veramente moltissimo – dicevo a mia madre –  ma non ho un compagno che faccia coppia con me, per imparare a ballarlo. Però ho deciso che prenderò ugualmente qualche lezione, magari ballando direttamente con il maestro”.
Ero decisa, ormai, e sia madre che io stessa, sapevamo che nessuno mi avrebbe dissuasa, con la testa dura che mi ritrovo!
Quel pomeriggio misi piede nel salone della scuola di ballo, con timidezza, guardandomi intorno, un po’ impacciata ed arrossendo violentemente quando, entrando, tutti mi guardarono con curiosità…che cosa ci faceva quel pulcino impaurito in un luogo dove il ritmo era molto sensuale ed  i ballerini sprizzavano sangue caliente da ogni poro?
Io ero un pò confusa, ma  non mi arresi, mi diressi decisa verso il banco della reception, dove c’era una bionda signora, molto bella e gentile, che subito s’interessò a me, mettendomi a mio agio.
Dopo aver sentito le mie esigenze si rivolse ad un tale : “Luis – disse – occupati di questa signorina, che desidera prendere lezioni di tango!”
Luis mi guardò senza alcun interesse, pregandomi di attendere che terminasse la lezione con una bella brunetta tutto pepe, che continuava a sculettare, lasciandosi cullare dalla musica e dalle braccia forti del suo partner.
Solo dopo circa venti minuti Luis, si degnò di rivolgermi la parola: “hai già preso qualche lezione di tango?” – mi disse – “No” – sussurrai – alquanto incerta! “Meglio così – continuò – sarà più facile insegnartelo.”
Poi, da quel momento in poi, fu come se non parlasse più con me: mi prese per mano e mi condusse al centro della sala, guardami mi disse e cerca di desiderare il mio corpo: per imparare il tango, prima di tutto bisogna sentirlo, bisogna respirarlo, devi desiderare il tuo partner, come se fosse il tuo ultimo atto d’amore, così dicendo inizio a ballarmi intorno, con un ritmo incessante dei piedi e battendo le mani, come se ballasse un flamenco, continuava a girare, girare, girare…. ed io mi sentii stordita dalla musica, dal ritmo e da Luis, come era possibile? In un attimo mi ero innamorata di lui.
Luis aveva compreso tutto ed allora, come per consolarmi, mi prese tra le braccia ed iniziò a dondolare con me, facendomi attraversare tutta la sala. Io non mi muovevo eppure mi ritrovavo da una parte all’altra, senza comprendere come tutto ciò avvenisse!
Improvvisamente la musica s’interruppe e Luis mi disse – Per oggi basta, ci vediamo mercoledì prossimo –
Noooooo, gridava il mio cuore, ancora stordito, non voglio lasciarti! Ma dissi semplicemente: “si, va bene, a mercoledì”.
Subito fui in strada, pioveva a dirotto, ma io non mi accorgevo della copiosa pioggia che scendeva su di me che continuavo a dondolarmi pensando di trovarmi ancora tra le braccia di Luis.
Dopo poco fui a casa, non cenai quella sera, avevo solo voglia di stare da sola nella mia camera a pensare che cosa fosse accaduto in me… Ero innamorata pensai, era incredibile, ma vero! Aspettai il mercoledì successivo trepidante ed impaziente e poi finalmente, dopo una settimana varcai la soglia del salone. Immediatamente cercai  con gli occhi Luis, ma non lo vidi, pensai che fosse malato… che avesse avuto qualche impegno…! Poi fui avvicinata da un altro maestro, al quale timidamente chiesi: “Ho già ballato con Luis, non sarebbe possibile avere lui come insegnante?”
“No – mi rispose l’altro – Luis non c’è più, è ripartito per la Spagna, ha raggiunto sua moglie che gli ha appena regalato una bella bambina!”
Nel breve tempo di un attimo si frantumava il mio splendido, ma patetico ed inutile sogno d’amore!
Addio Luis – pensai – ti auguro tanta felicità! Intanto la musica del tango argentino incalzava e diventava sempre più affascinante!

Category : Racconti/Romanzi

Katherine Mansfield: Alla baia e altri racconti

luglio 19th, 2011 // 8:38 pm @

 
In uscita con la collana “Racconti d’autore” de Il Sole 24 Ore, tre racconti della famosa scrittrice neozelandese Katherine Mansfield: Alla baia, Garden-party e Ferragosto. In essi la sua terra, la sua gente, si mescolano alla sua scrittura, uno stile originale, molto descrittivo, ma estremamente fresco e melodico. Ecco, la prima impressione che ho avuto è che ci fosse una musica di sottofondo nel leggere le sue parole.
Katherine Mansfield era nata a Wellington, in Nuova Zelanda, nel 1888 da una famiglia benestante vive un’infanzia solitaria e alienata. Comincia a pubblicare le sue prime storie sul giornalino del liceo che frequentava nella città natale. Ma nel 1902 si trasferisce a Londra, dove studia al Queen’s College. Violoncellista di talento, in un primo momento non mostra un grande interesse per la letteratura. Fa ritorno in Nuova Zelanda nel 1906, dove scrive i primi racconti, ma solo due anni più tardi, stanca della vita provinciale, decide che Londra è la sua città. Trascorrerà, tuttavia, gli ultimi anni di vita in Francia, e sarà sepolta nel cimitero di Fontainebleau, nella città di Avon.
Ma il ricordo della sua terra natale non si spegne, anzi rivive tra le righe dei suoi racconti, come in Alla baia, che si apre con una suggestiva veduta della Baia di Crescent. Qui la natura sembra quasi prendere vita:
 
Era caduta una pesante rugiada . L’erba era azzurra, e grosse gocce pendevano dai cespugli, erano lì lì per cadere; il toi-toi argenteo e lanuginoso era fiacco sul suo lungo stelo, e tutte le calendule e i garofani dei giardini s’inchinavanofino a terra sotto il peso dell’umidità.
Sembrava che il mare fosse avanzato furtivamente nell’oscurità, che un’unica immensa ondata fosse salita gorgogliando – fino a dove? Forse, se ti fossi svegliato nel mezzo della notte avresti potuto vedere un grosso pesce guizzare per un attimo davanti alla finestra…
Ah-aah! faceva il mare assonnato. E dai cespugli veniva il rumore dei ruscelletti che scorrevano rapidi e leggeri, scivolando tra le pietre lisce, inondando le conche di felci e uscendone di nuovo; si sentivano i goccioloni che si spiaccicavano sulle foglie larghe, e qualcos’altro -che cos’era?- un lieve agitarsi e scuotere, lo schiocco di un ramoscello che si spezza e poi un silenzio tale da credere che qualcuno ascoltasse.
 
Garden-party è come “un pensiero sospeso, un fremito segreto dell’anima, quasi un riverbero”. Laura, la protagonista, avverte qualcosa oltre la sua vita ordinata e protetta.
E’ triste la vi-ta,
una la crima – un sospiro,
un amore che pas-sa,
è triste la vi-ta,
una lacrima – un sospiro,
un amore che pas-sa,
e poi… è fin-i-ta!
Il terzo racconto, Ferragosto, è invece una musicale, allegra descrizione di una festa in strada, che evoca nel lettore un’atmosfera di confusione e di giocosità. Donne grasse in corsetti di velluto, uomini in kaki, marinai e bambini, sono tutti coinvolti un’irrazionale marcia su per il paese. E a rendere la spensieratezza del momento, in tutta la sua gioiosa follia, si uniscono alla festa saltimbanchi, musicisti improvvisati, bambini giocherelloni ed esibizionisti, venditori ambulanti e cartomanti. Ne vien fuori un clima fiabesco: la realtà cittadina si unisce al sogno, in cui tutti, uomini, donne, bambini, nobili e poveri, vengono risucchiati in una emozionante e irragionevole danza.
Ogni tanto qualcuno saltella su una gamba sola, agita un braccio. Un bambino piccolissimo, esausto, barcollante, gira due volte su se stesso, si risiede con solennità, si rialza.
“Che bello!” sussurra una bambina coprendosi la bocca con la mano.
E la musica si frantuma in tanti allegri pezzettini, si ricompone, si frantuma di nuovo, si dissolve, e la folla si disperde, risalendo lentamente il pendio.
E su, su per la collina va la gente, con solletichini e bambolotti e rose e piume. Salgono, salgono, avanzano nella gran luce, nel gran calore, salgono gridando, ridendo, squittendo, come se ci fosse qualcosa a spingerli, laggiù, come se fosse il sole, lassù innanzi a loro – ad attirarli in quella piena, vivida, abbacinante radiosità verso… che cosa?

Category : Racconti/Romanzi

“L’entrata di Cristo a Bruxelles” di Amélie Nothomb

luglio 11th, 2011 // 3:48 pm @

 

”Non c’è amore più grande di quello edificato sulle macerie di un crimine inconfessato…”  racconto di Amélie Nothomb. Nel  “L’entrata di Cristo a Bruxelles”, il giovane protagonista Salvator commette per gelosia un’azione orribile, fugge da Parigi e arriva a Hong Kong, dove diventa smisuratamente ricco. Torna nella sua città dopo diciotto anni e si innamora della bellissima Zoe, dai lunghi capelli e dalle fragranze intense…

Parole chiave la Feltrinelli –  racconti, narrativa moderna e contemporanea (dopo il 1945)
Titolo originale – L’Entrée du Christ à Bruxelles –
Genere  – letteratura internazionale -

Category : Racconti/Romanzi

Una vita effimera

luglio 5th, 2011 // 3:21 pm @

La voce passava di bocca in bocca…è morto! Si è impiccato! Ma chi? – Diceva qualcuno…- Ma come è possibile, si tratta proprio di Michele? Ma perché mai avrà fatto questo gesto tanto estremo? Che cosa può averlo portato a desiderare la morte alla vita?

Nessuno lo sa, non ha lasciato alcuna traccia che possa spiegare la mostruosità dell’accaduto. Qualcuno dice che da tempo mostrava segni di depressione, che dava chiari segnali di insofferenza verso tutto ciò che era VITA.

La verità è che lui se ne andato in una bella mattinata di sole, lasciandosi penzolare da un albero stracolmo di  albicocche dolci e succose..

Ora in quel posto del giardino è rimasto solo l’albero, qualcuno suggerisce di tagliarlo, di eliminarlo dalla vista delle persone coinvolte (la mamma, il papà, la sorella).  Ma a che serve? – Dice il papà – come può un albero far ricordare o meno un figlio! E’ meglio che si lasci lì, invece, così almeno, nei momenti di peggiore sconforto, (cioè sempre, ormai)mi è rimasto qualche cosa da abbracciare e sui cui piangere tutte le mie lacrime per il folle, atroce dolore che affligge il mio cuore –

Io volevo essere forte per quell’uomo, volevo trovare qualche parola di consolazione, ma non mi è stato possibile, ho saputo solo abbracciarlo e piangere insieme a lui un figlio che non ritornerà mai più!

Nella mia testa un turbinio di domande: perchè…perchè…perchè…Michele ha vissuto una vita così effimera, breve, caduca, fallace, fragile, fugace? Nessuno può rispondere, nessuno lo sa, forse solo Dio conosce i disegni ed i misteri della vita ed è solo a lui che bisogna ricorrere per avere un minimo di conforto e col tempo di rassegnazione!

Matilde Maisto, 5 Luglio 2011

Category : Racconti/Romanzi

Franz Kafka – La metamorfosi

giugno 22nd, 2011 // 9:08 pm @

Il racconto La metamorfosi, insieme al romanzo Il processo, è l’opera di gran lunga più conosciuta di Franz Kafka. Primo di sei figli, nacque a Praga nel 1883 da una famiglia ebrea di madrelingua tedesca e morì di tubercolosi in un sanatorio presso Vienna nel 1924. La sua infanzia è segnata dal contrasto con la figura paterna che si palesa chiaramente in Lettera al padre.

Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale. “Che cosa mi è accaduto?”, si domandò. Non stava affatto sognando…

Questo l’incredibile incipit del racconto. Gregor, che di mestiere fa il commesso viaggiatore, si risveglia trasformato in uno scarafaggio. Sul momento pensa di trovarsi in un sogno e cerca di addormentarsi sperando che al risveglio tutto quanto sia tornato normale. Ma quella sarà la sua condizione fino alla fine dei suoi giorni: un insetto con i sentimenti di un uomo. Una storia in cui emergono le difficoltà di comunicazione con la propria famiglia, l’oppressione della società dei padri e la solitudine dell’uomo. Ancor più che Gregor, colpita da questa mutazione è proprio la famiglia che lo relega a vivere nella sua angusta stanzetta lontano dal suo sguardo. Sembra dirci che anche le persone più care e vicine non sono in grado di amare incondizionatamente. Perfino la sorella, che inizialmente è l’unica a sopportare la sua presenza, si stanca ben presto di questa situazione e propone ai genitori di eliminarlo. Quell’essere spregevole, viscido, abietto, motivo di vergogna per tutti loro, non è Gregor. Non merita più di essere chiamato per nome, non merita alcuna attenzione, deve solo essere schiacciato come uno scarafaggio. Non è fratello e non è figlio, è solo un insetto…
E’ una lettura breve, divisa in soli tre capitoli, ma colma di significato. Il linguaggio è semplice, fluido, quasi leggero e contrasta con la durezza e la difficoltà delle tematiche trattate.
Colpisce l’ermetismo, tipico del mondo Kafkiano e l’ottusa, terrificante e cieca rappresentazione di se stesso. La metafora dell’insetto ci dice che non c’è per Kafka-Samsa alcuna realizzazione dell’io, nemmeno in quella forma di perversione; rappresenta la dipendenza dalla famiglia, la negazione della libertà e l’annientamento della personalità.
Magnifica allegoria dell’umana vicenda e prezioso gioiello della letteratura.

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Johann Wolfgang Goethe “I dolori del giovane Werther”

giugno 20th, 2011 // 8:23 pm @

 

Il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang Goethe fu pubblicato nel 1774. E’ scritto sotto forma di lettere tramite le quali il protagonista racconta all’amico Guglielmo la sua sfortunata vicenda sentimentale.
Il giovane artista borghese Werther, rifugiatosi in campagna per il disbrigo di alcuni affari di famiglia, incontra ad un ballo la giovane Lotte (italianizzata come Carlotta). E’ una fanciulla dall’animo dolce e sensibile, ma è fidanzata con Albert, momentaneamente lontano. Werther e Lotte cominciano una frequentazione assidua e la bellezza di lei, unita alla sua nobiltà di sentimento fanno perdutamente innamorare Werther. Albert, borghese e conformista, torna presto e stabilisce con Werther un rapporto amichevole e cordiale. Nonostante Albert rappresenti l’antieroe romantico e sia perciò razionale e privo di slanci emotivi, non è mai descritto con toni negativi e lo stesso Werther dimostra di nutrire stima nei suoi confronti. Albert è privo di passione, ma è comunque un uomo saggio, legato alla famiglia e fedele. Per dimenticare Lotte e soffocare i suoi sentimenti, Werther decide di partire al seguito di un ambasciatore. Ma l’ambiente meschino in cui si trova a vivere non gli consente di continuare a svolgere il suo incarico e si dimette; per questa ragione ritorna in campagna da Lotte che però ha già sposato Albert. Lasciatosi prendere dal turbinio emotivo del suo cuore, una sera bacia Lotte che lo respinge con fatica, sentendo anche lei di essere sul punto di cedere a quel sentimento. Dopo questo episodio, Werther, capendo di non avere possibilità, si suicida con un colpo di pistola alla tempia non prima di aver scritto un’ultima lettera appassionata alla sua amata.
Werther e Lotte: Werther colto e raffinato, ma decisamente insofferente verso le convenzioni sociali, ha un atteggiamento che non gli consente di inserirsi appieno nella società in cui vive. Ha l’animo di un bambino, nel senso che è uno spirito libero, innocente e cerca l’amore che può regalargli la felicità. Ma per la sua realizzazione è necessario che Lotte lo ami; è legato alle decisioni dell’amata che, impossibilitata a ricambiare, lo relega al contrario ad uno stato di frustrazione e di infelicità totalizzante. Lotte è bella, dall’animo ingenuo ma anche responsabile nei confronti della sua famiglia. Dopo la morte della madre si è infatti presa cura dei suoi fratelli senza fargli mancare nulla. Rinuncia sempre ai suoi sentimenti lasciandosi trasportare solo in occasione del bacio con Werther e sceglie la sicurezza e la praticità rappresentata da Albert.
L’anima del libro è l’Amore, quel sentimento incomprensibile che illumina l’amata di una luce ultra terrena, angelica e che impedisce di scorgere qualsiasi altra cosa. E’ un sentimento che invade corpo e mente distruggendo ogni elemento di razionalità e volontà. Un destino ineluttabile a cui porta una passione sconvolgente, una rinuncia, ma forse anche una liberazione.
Emozionante e intenso, rappresenta l’ideale più romantico e sensibile che alberga in ciascuno di noi.
Un capolavoro della letteratura.

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Il romanzo “I dolori del giovane Werther” ebbe subito un enorme successo divenendo il primo best seller della storia europea. Il dilagante “wertherismo” generò non solo un gran numero di imitazioni letterarie (tra cui le Ultime lettere di Jacopo Ortis del nostro Foscolo), ma diede anche origine a una vera e propria epidemia di suicidi. La vicenda di Werther, che, non potendo coronare il suo impossibile sogno d’amore, alla fine si suicida, trovò infatti molti giovani imitatori, e Goethe stesso fu testimone, vicino a casa sua a Weimar, del recupero del corpo di una fanciulla, annegatasi con in tasca il suo libro. Ma se il Werther, come poi scrisse Goethe, “suscitò reazioni così forti”, era solo perché “colpì ovunque e rappresentò a tutti in modo chiaro e consapevole il nucleo profondo di un malessere giovanile”.

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