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“Lezione di tango” di Matilde Maisto

luglio 25th, 2011 // 10:16 am @

 

Il tango argentino la mia passione! “Mi piace veramente moltissimo – dicevo a mia madre –  ma non ho un compagno che faccia coppia con me, per imparare a ballarlo. Però ho deciso che prenderò ugualmente qualche lezione, magari ballando direttamente con il maestro”.
Ero decisa, ormai, e sia madre che io stessa, sapevamo che nessuno mi avrebbe dissuasa, con la testa dura che mi ritrovo!
Quel pomeriggio misi piede nel salone della scuola di ballo, con timidezza, guardandomi intorno, un po’ impacciata ed arrossendo violentemente quando, entrando, tutti mi guardarono con curiosità…che cosa ci faceva quel pulcino impaurito in un luogo dove il ritmo era molto sensuale ed  i ballerini sprizzavano sangue caliente da ogni poro?
Io ero un pò confusa, ma  non mi arresi, mi diressi decisa verso il banco della reception, dove c’era una bionda signora, molto bella e gentile, che subito s’interessò a me, mettendomi a mio agio.
Dopo aver sentito le mie esigenze si rivolse ad un tale : “Luis – disse – occupati di questa signorina, che desidera prendere lezioni di tango!”
Luis mi guardò senza alcun interesse, pregandomi di attendere che terminasse la lezione con una bella brunetta tutto pepe, che continuava a sculettare, lasciandosi cullare dalla musica e dalle braccia forti del suo partner.
Solo dopo circa venti minuti Luis, si degnò di rivolgermi la parola: “hai già preso qualche lezione di tango?” – mi disse – “No” – sussurrai – alquanto incerta! “Meglio così – continuò – sarà più facile insegnartelo.”
Poi, da quel momento in poi, fu come se non parlasse più con me: mi prese per mano e mi condusse al centro della sala, guardami mi disse e cerca di desiderare il mio corpo: per imparare il tango, prima di tutto bisogna sentirlo, bisogna respirarlo, devi desiderare il tuo partner, come se fosse il tuo ultimo atto d’amore, così dicendo inizio a ballarmi intorno, con un ritmo incessante dei piedi e battendo le mani, come se ballasse un flamenco, continuava a girare, girare, girare…. ed io mi sentii stordita dalla musica, dal ritmo e da Luis, come era possibile? In un attimo mi ero innamorata di lui.
Luis aveva compreso tutto ed allora, come per consolarmi, mi prese tra le braccia ed iniziò a dondolare con me, facendomi attraversare tutta la sala. Io non mi muovevo eppure mi ritrovavo da una parte all’altra, senza comprendere come tutto ciò avvenisse!
Improvvisamente la musica s’interruppe e Luis mi disse – Per oggi basta, ci vediamo mercoledì prossimo –
Noooooo, gridava il mio cuore, ancora stordito, non voglio lasciarti! Ma dissi semplicemente: “si, va bene, a mercoledì”.
Subito fui in strada, pioveva a dirotto, ma io non mi accorgevo della copiosa pioggia che scendeva su di me che continuavo a dondolarmi pensando di trovarmi ancora tra le braccia di Luis.
Dopo poco fui a casa, non cenai quella sera, avevo solo voglia di stare da sola nella mia camera a pensare che cosa fosse accaduto in me… Ero innamorata pensai, era incredibile, ma vero! Aspettai il mercoledì successivo trepidante ed impaziente e poi finalmente, dopo una settimana varcai la soglia del salone. Immediatamente cercai  con gli occhi Luis, ma non lo vidi, pensai che fosse malato… che avesse avuto qualche impegno…! Poi fui avvicinata da un altro maestro, al quale timidamente chiesi: “Ho già ballato con Luis, non sarebbe possibile avere lui come insegnante?”
“No – mi rispose l’altro – Luis non c’è più, è ripartito per la Spagna, ha raggiunto sua moglie che gli ha appena regalato una bella bambina!”
Nel breve tempo di un attimo si frantumava il mio splendido, ma patetico ed inutile sogno d’amore!
Addio Luis – pensai – ti auguro tanta felicità! Intanto la musica del tango argentino incalzava e diventava sempre più affascinante!

Category : Racconti/Romanzi

Katherine Mansfield: Alla baia e altri racconti

luglio 19th, 2011 // 8:38 pm @

 
In uscita con la collana “Racconti d’autore” de Il Sole 24 Ore, tre racconti della famosa scrittrice neozelandese Katherine Mansfield: Alla baia, Garden-party e Ferragosto. In essi la sua terra, la sua gente, si mescolano alla sua scrittura, uno stile originale, molto descrittivo, ma estremamente fresco e melodico. Ecco, la prima impressione che ho avuto è che ci fosse una musica di sottofondo nel leggere le sue parole.
Katherine Mansfield era nata a Wellington, in Nuova Zelanda, nel 1888 da una famiglia benestante vive un’infanzia solitaria e alienata. Comincia a pubblicare le sue prime storie sul giornalino del liceo che frequentava nella città natale. Ma nel 1902 si trasferisce a Londra, dove studia al Queen’s College. Violoncellista di talento, in un primo momento non mostra un grande interesse per la letteratura. Fa ritorno in Nuova Zelanda nel 1906, dove scrive i primi racconti, ma solo due anni più tardi, stanca della vita provinciale, decide che Londra è la sua città. Trascorrerà, tuttavia, gli ultimi anni di vita in Francia, e sarà sepolta nel cimitero di Fontainebleau, nella città di Avon.
Ma il ricordo della sua terra natale non si spegne, anzi rivive tra le righe dei suoi racconti, come in Alla baia, che si apre con una suggestiva veduta della Baia di Crescent. Qui la natura sembra quasi prendere vita:
 
Era caduta una pesante rugiada . L’erba era azzurra, e grosse gocce pendevano dai cespugli, erano lì lì per cadere; il toi-toi argenteo e lanuginoso era fiacco sul suo lungo stelo, e tutte le calendule e i garofani dei giardini s’inchinavanofino a terra sotto il peso dell’umidità.
Sembrava che il mare fosse avanzato furtivamente nell’oscurità, che un’unica immensa ondata fosse salita gorgogliando – fino a dove? Forse, se ti fossi svegliato nel mezzo della notte avresti potuto vedere un grosso pesce guizzare per un attimo davanti alla finestra…
Ah-aah! faceva il mare assonnato. E dai cespugli veniva il rumore dei ruscelletti che scorrevano rapidi e leggeri, scivolando tra le pietre lisce, inondando le conche di felci e uscendone di nuovo; si sentivano i goccioloni che si spiaccicavano sulle foglie larghe, e qualcos’altro -che cos’era?- un lieve agitarsi e scuotere, lo schiocco di un ramoscello che si spezza e poi un silenzio tale da credere che qualcuno ascoltasse.
 
Garden-party è come “un pensiero sospeso, un fremito segreto dell’anima, quasi un riverbero”. Laura, la protagonista, avverte qualcosa oltre la sua vita ordinata e protetta.
E’ triste la vi-ta,
una la crima – un sospiro,
un amore che pas-sa,
è triste la vi-ta,
una lacrima – un sospiro,
un amore che pas-sa,
e poi… è fin-i-ta!
Il terzo racconto, Ferragosto, è invece una musicale, allegra descrizione di una festa in strada, che evoca nel lettore un’atmosfera di confusione e di giocosità. Donne grasse in corsetti di velluto, uomini in kaki, marinai e bambini, sono tutti coinvolti un’irrazionale marcia su per il paese. E a rendere la spensieratezza del momento, in tutta la sua gioiosa follia, si uniscono alla festa saltimbanchi, musicisti improvvisati, bambini giocherelloni ed esibizionisti, venditori ambulanti e cartomanti. Ne vien fuori un clima fiabesco: la realtà cittadina si unisce al sogno, in cui tutti, uomini, donne, bambini, nobili e poveri, vengono risucchiati in una emozionante e irragionevole danza.
Ogni tanto qualcuno saltella su una gamba sola, agita un braccio. Un bambino piccolissimo, esausto, barcollante, gira due volte su se stesso, si risiede con solennità, si rialza.
“Che bello!” sussurra una bambina coprendosi la bocca con la mano.
E la musica si frantuma in tanti allegri pezzettini, si ricompone, si frantuma di nuovo, si dissolve, e la folla si disperde, risalendo lentamente il pendio.
E su, su per la collina va la gente, con solletichini e bambolotti e rose e piume. Salgono, salgono, avanzano nella gran luce, nel gran calore, salgono gridando, ridendo, squittendo, come se ci fosse qualcosa a spingerli, laggiù, come se fosse il sole, lassù innanzi a loro – ad attirarli in quella piena, vivida, abbacinante radiosità verso… che cosa?

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“L’entrata di Cristo a Bruxelles” di Amélie Nothomb

luglio 11th, 2011 // 3:48 pm @

 

”Non c’è amore più grande di quello edificato sulle macerie di un crimine inconfessato…”  racconto di Amélie Nothomb. Nel  “L’entrata di Cristo a Bruxelles”, il giovane protagonista Salvator commette per gelosia un’azione orribile, fugge da Parigi e arriva a Hong Kong, dove diventa smisuratamente ricco. Torna nella sua città dopo diciotto anni e si innamora della bellissima Zoe, dai lunghi capelli e dalle fragranze intense…

Parole chiave la Feltrinelli –  racconti, narrativa moderna e contemporanea (dopo il 1945)
Titolo originale - L’Entrée du Christ à Bruxelles -
Genere  – letteratura internazionale -

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Una vita effimera

luglio 5th, 2011 // 3:21 pm @

La voce passava di bocca in bocca…è morto! Si è impiccato! Ma chi? – Diceva qualcuno…- Ma come è possibile, si tratta proprio di Michele? Ma perché mai avrà fatto questo gesto tanto estremo? Che cosa può averlo portato a desiderare la morte alla vita?

Nessuno lo sa, non ha lasciato alcuna traccia che possa spiegare la mostruosità dell’accaduto. Qualcuno dice che da tempo mostrava segni di depressione, che dava chiari segnali di insofferenza verso tutto ciò che era VITA.

La verità è che lui se ne andato in una bella mattinata di sole, lasciandosi penzolare da un albero stracolmo di  albicocche dolci e succose..

Ora in quel posto del giardino è rimasto solo l’albero, qualcuno suggerisce di tagliarlo, di eliminarlo dalla vista delle persone coinvolte (la mamma, il papà, la sorella).  Ma a che serve? – Dice il papà – come può un albero far ricordare o meno un figlio! E’ meglio che si lasci lì, invece, così almeno, nei momenti di peggiore sconforto, (cioè sempre, ormai)mi è rimasto qualche cosa da abbracciare e sui cui piangere tutte le mie lacrime per il folle, atroce dolore che affligge il mio cuore –

Io volevo essere forte per quell’uomo, volevo trovare qualche parola di consolazione, ma non mi è stato possibile, ho saputo solo abbracciarlo e piangere insieme a lui un figlio che non ritornerà mai più!

Nella mia testa un turbinio di domande: perchè…perchè…perchè…Michele ha vissuto una vita così effimera, breve, caduca, fallace, fragile, fugace? Nessuno può rispondere, nessuno lo sa, forse solo Dio conosce i disegni ed i misteri della vita ed è solo a lui che bisogna ricorrere per avere un minimo di conforto e col tempo di rassegnazione!

Matilde Maisto, 5 Luglio 2011

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Franz Kafka – La metamorfosi

giugno 22nd, 2011 // 9:08 pm @

Il racconto La metamorfosi, insieme al romanzo Il processo, è l’opera di gran lunga più conosciuta di Franz Kafka. Primo di sei figli, nacque a Praga nel 1883 da una famiglia ebrea di madrelingua tedesca e morì di tubercolosi in un sanatorio presso Vienna nel 1924. La sua infanzia è segnata dal contrasto con la figura paterna che si palesa chiaramente in Lettera al padre.

Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale. “Che cosa mi è accaduto?”, si domandò. Non stava affatto sognando…

Questo l’incredibile incipit del racconto. Gregor, che di mestiere fa il commesso viaggiatore, si risveglia trasformato in uno scarafaggio. Sul momento pensa di trovarsi in un sogno e cerca di addormentarsi sperando che al risveglio tutto quanto sia tornato normale. Ma quella sarà la sua condizione fino alla fine dei suoi giorni: un insetto con i sentimenti di un uomo. Una storia in cui emergono le difficoltà di comunicazione con la propria famiglia, l’oppressione della società dei padri e la solitudine dell’uomo. Ancor più che Gregor, colpita da questa mutazione è proprio la famiglia che lo relega a vivere nella sua angusta stanzetta lontano dal suo sguardo. Sembra dirci che anche le persone più care e vicine non sono in grado di amare incondizionatamente. Perfino la sorella, che inizialmente è l’unica a sopportare la sua presenza, si stanca ben presto di questa situazione e propone ai genitori di eliminarlo. Quell’essere spregevole, viscido, abietto, motivo di vergogna per tutti loro, non è Gregor. Non merita più di essere chiamato per nome, non merita alcuna attenzione, deve solo essere schiacciato come uno scarafaggio. Non è fratello e non è figlio, è solo un insetto…
E’ una lettura breve, divisa in soli tre capitoli, ma colma di significato. Il linguaggio è semplice, fluido, quasi leggero e contrasta con la durezza e la difficoltà delle tematiche trattate.
Colpisce l’ermetismo, tipico del mondo Kafkiano e l’ottusa, terrificante e cieca rappresentazione di se stesso. La metafora dell’insetto ci dice che non c’è per Kafka-Samsa alcuna realizzazione dell’io, nemmeno in quella forma di perversione; rappresenta la dipendenza dalla famiglia, la negazione della libertà e l’annientamento della personalità.
Magnifica allegoria dell’umana vicenda e prezioso gioiello della letteratura.

Category : Racconti/Romanzi

Johann Wolfgang Goethe “I dolori del giovane Werther”

giugno 20th, 2011 // 8:23 pm @

 

Il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang Goethe fu pubblicato nel 1774. E’ scritto sotto forma di lettere tramite le quali il protagonista racconta all’amico Guglielmo la sua sfortunata vicenda sentimentale.
Il giovane artista borghese Werther, rifugiatosi in campagna per il disbrigo di alcuni affari di famiglia, incontra ad un ballo la giovane Lotte (italianizzata come Carlotta). E’ una fanciulla dall’animo dolce e sensibile, ma è fidanzata con Albert, momentaneamente lontano. Werther e Lotte cominciano una frequentazione assidua e la bellezza di lei, unita alla sua nobiltà di sentimento fanno perdutamente innamorare Werther. Albert, borghese e conformista, torna presto e stabilisce con Werther un rapporto amichevole e cordiale. Nonostante Albert rappresenti l’antieroe romantico e sia perciò razionale e privo di slanci emotivi, non è mai descritto con toni negativi e lo stesso Werther dimostra di nutrire stima nei suoi confronti. Albert è privo di passione, ma è comunque un uomo saggio, legato alla famiglia e fedele. Per dimenticare Lotte e soffocare i suoi sentimenti, Werther decide di partire al seguito di un ambasciatore. Ma l’ambiente meschino in cui si trova a vivere non gli consente di continuare a svolgere il suo incarico e si dimette; per questa ragione ritorna in campagna da Lotte che però ha già sposato Albert. Lasciatosi prendere dal turbinio emotivo del suo cuore, una sera bacia Lotte che lo respinge con fatica, sentendo anche lei di essere sul punto di cedere a quel sentimento. Dopo questo episodio, Werther, capendo di non avere possibilità, si suicida con un colpo di pistola alla tempia non prima di aver scritto un’ultima lettera appassionata alla sua amata.
Werther e Lotte: Werther colto e raffinato, ma decisamente insofferente verso le convenzioni sociali, ha un atteggiamento che non gli consente di inserirsi appieno nella società in cui vive. Ha l’animo di un bambino, nel senso che è uno spirito libero, innocente e cerca l’amore che può regalargli la felicità. Ma per la sua realizzazione è necessario che Lotte lo ami; è legato alle decisioni dell’amata che, impossibilitata a ricambiare, lo relega al contrario ad uno stato di frustrazione e di infelicità totalizzante. Lotte è bella, dall’animo ingenuo ma anche responsabile nei confronti della sua famiglia. Dopo la morte della madre si è infatti presa cura dei suoi fratelli senza fargli mancare nulla. Rinuncia sempre ai suoi sentimenti lasciandosi trasportare solo in occasione del bacio con Werther e sceglie la sicurezza e la praticità rappresentata da Albert.
L’anima del libro è l’Amore, quel sentimento incomprensibile che illumina l’amata di una luce ultra terrena, angelica e che impedisce di scorgere qualsiasi altra cosa. E’ un sentimento che invade corpo e mente distruggendo ogni elemento di razionalità e volontà. Un destino ineluttabile a cui porta una passione sconvolgente, una rinuncia, ma forse anche una liberazione.
Emozionante e intenso, rappresenta l’ideale più romantico e sensibile che alberga in ciascuno di noi.
Un capolavoro della letteratura.

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Il romanzo “I dolori del giovane Werther” ebbe subito un enorme successo divenendo il primo best seller della storia europea. Il dilagante “wertherismo” generò non solo un gran numero di imitazioni letterarie (tra cui le Ultime lettere di Jacopo Ortis del nostro Foscolo), ma diede anche origine a una vera e propria epidemia di suicidi. La vicenda di Werther, che, non potendo coronare il suo impossibile sogno d’amore, alla fine si suicida, trovò infatti molti giovani imitatori, e Goethe stesso fu testimone, vicino a casa sua a Weimar, del recupero del corpo di una fanciulla, annegatasi con in tasca il suo libro. Ma se il Werther, come poi scrisse Goethe, “suscitò reazioni così forti”, era solo perché “colpì ovunque e rappresentò a tutti in modo chiaro e consapevole il nucleo profondo di un malessere giovanile”.

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Ernest Hemingway “Sotto il crinale e altri racconti”

giugno 8th, 2011 // 7:37 pm @

Si definiva un “corrispondente di guerra contrario alla guerra”, eppure Ernest Hemingway lascia l’America per la Spagna e, tra il 1937 e il 1939, segue il conflitto civile con passione, affascinato dal pericolo e dagli atti di valore.

Da quell’esperienza ricava il suo romanzo più famoso “Per chi suona la campana” (1940), e questi racconti di straordinaria potenza narrativa che testimoniano le sue doti di incisività, il gusto tenero e disperato per l’avventura, il rischio, l’amore.

Dunque…Terra di Spagna, guerra civile. Ernest Hemingway partecipa al conflitto in qualità di inviato di guerra e autore di un documentario. Il celebre narratore e giornalista americano scrive lucidi appunti sulle esperienze da lui vissute durante quegli anni.

Lo stile è conciso, puntuale, meticoloso ma ugualmente emozionante nel momento in cui a essere riportate sono le sensazioni, le paure, le speranze. Questi racconti sono ambientati per lo più in un bar, il Chicote, del quale l’autore conosce ogni cameriere, ogni bevanda servita, ogni cliente. C’è la guerra, è vero, ma Hemingway è qui più interessato alla componente umana e sociale che inevitabilmente si sbriciola al contatto con la ferocia del conflitto.

Ne La denuncia ci immergiamo subito nella fosca atmosfera della guerra, che annulla qualsiasi dimensione affettiva, ogni legame. A farla da padrone è il cinismo, il freddo calcolo utilitaristico, capace finanche di distruggere amicizie decennali.

Particolarmente toccante è poi il racconto intitolato La farfalla e il carro armato. Già dal titolo si evince come siamo in presenza di pesanti contrasti; gli eventi, infatti, riguardano un uomo fin troppo allegro (oltre che brillo) la cui gaiezza viene malintesa, contraccambiata con l’obolo della violenza. Al bar di Chicote questo individuo verrà ucciso per aver goliardicamente importunato qualche cameriere. In tempi di guerra chi si ‘permette’ di ridere e far ridere può solo essere punito. Una morte così assurda mette in risalto la drammaticità che corrode gli animi di chi vive sentendo l’eco dei bombardamenti ogni giorno, a tutte le ore.

Hemingway trova l’occasione anche per destreggiarsi con particolare abilità nelle dettagliate descrizioni delle battaglie -che filmava, rischiando la vita, per realizzare un documentario- tra nazionalisti e repubblicani. La potenza dei carri armati, l’imprevedibilità degli attacchi aerei: si parla di giornate frenetiche ma anche di notti di riflessione, di notti in cui la paura di una morte fulminea quanto inutile si palesa a chi, l’alba seguente, dovrà marciare verso la propria fine. La sera prima della battaglia illumina i mali dell’animo di quei combattenti consapevoli delle loro azioni e al tempo stesso fragili, deboli come tutti gli uomini.

In Sotto il crinale si scorge con maggiore evidenza lo sfilacciamento dei legami di solidarietà tra gli individui; ne è esempio la morte che colpisce il soldato che cerca di scappare dall’orrore della guerra contravvenendo alla brutale disciplina militare.

Questi racconti lanciano un forte grido di pace, emesso dalle trincee in cui i repubblicani perdevano la vita, sotto il crinale dell’umanità.

Da: I libri della domenica – Racconti d’Autore (Il Sole 24 ore)

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“Cime Tempestose”

giugno 3rd, 2011 // 9:58 am @

 

Avete mai letto questo romanzo? Cosa ne pensate dell’amore che non muore,ma che si pospone dopo il trapasso?

Io ho amato sempre questo romanzo, sin da quando ero un’adolescente, ma ancora di più l’ho apprezzato nel tempo, con la mia crescita personale ed intellettiva ed anche grazie alla canzone di Kate Busch (Vedi video qui sotto).

La storia mi fa sentire molta tristezza per quell’amore che provoca così tante angosce agli stessi protagonisti, che sono logorati da amori illusori, rancori, invidie, cattiverie…

Quanto dolore in Heathcliff quando Katherine muore! Che tormento in lui quando ogni cosa intorno  gli ricorda quanto l’avesse amata…!

Una passione fortissima che va al di là della morte, egli che lascia le finestre aperte, dopo la morte di Katherine, in modo che possa entrare il suo fantasma…E poi…loro due insieme, dopo la morte di Heathcliff, che vagano mano nella mano nella brughiera…finalmente liberi di vivere il loro amore!

Un capolavoro di Emily Brontè: l’ambientazione, i personaggi, la trama accattivante e la conferma che l’amore, quando è vero, dura per sempre!

TRAMA

Il romanzo narra la storia di Heathcliff, del suo amore per Catherine, e di come questa passione alla fine li distrugga entrambi.

Il narratore è un gentiluomo di città, Mr Lockwood, da poco trasferitosi come inquilino a Thrushcross Grange, una proprietà appartenente a Heathcliff. Thrushcross Grange è nelle vicinanze di una tenuta Wuthering Heights (Cime tempestose). Mr Lockwood si reca in visita a Wuthering Heights, e si trova costretto a passare la notte lì poiché fuori imperversa una bufera. L’uomo rimane subito molto colpito dagli strani personaggi che abitano la casa. Durante la tormentata notte trascorsa a Wuthering Heights, a Mr. Lockwood succedono strani episodi come il sogno del “fantasma” di una bambina che bussa alla sua finestra. Poco dopo, Lockwood si ammala e durante la noiosa convalescenza si fa raccontare da Ellen (Nelly) Dean, la governante di Thrushcross Grange, la storia del suo affittuario. La storia di Ellen Dean offre al lettore la possibilità di comprendere a fondo come la relazione fra Heathcliff e Catherine dovesse avere grandi ripercussioni per le loro famiglie ed i loro figli. La passione di Heathcliff per Catherine è così violenta e sinistra da farlo giungere alla distruzione della felicità degli Earnshaw e dei Linton. Mr. Earnshaw, il proprietario originale di Wuthering Heights, porta un orfano dalla pelle scura, Heathcliff, da una sua visita a Liverpool. All’inizio i bambini di Earnshaw, Hindley e Catherine, detestano il ragazzo, ma col tempo Heathcliff conquista l’amicizia della seconda.

Alla morte di Mr. Earnshaw, tre anni dopo, Hindley prende moglie (Frances) e diventa il capo famiglia degli Earnshaw e padrone di Wuthering Heights, obbligando Heathcliff ad abbandonare gli studi e lavorare come garzone. Nonostante questo, Heathcliff e Catherine rimangono molto legati. A causa di un incidente (il morso di un cane durante una fuga da casa culminata nell’intrusione nel parco di Thrushcross Grange), Catherine è forzata a stare alla Grange per cinque settimane (fino a Natale), nelle quali si lega a Edgar Linton, primogenito della ricca famiglia Linton. Al suo ritorno a Wuthering Heights, la ragazza trova un Heathcliff caduto nella rozzezza più totale a differenza della ragazzina che è diventata una vera e propria signorina. Un anno dopo, Frances muore pochi mesi dopo aver dato alla luce Hareton, figlio di Hindley. La perdita lascia avvilito Hindley, che si dà all’alcolismo. Circa due anni dopo, Catherine si fidanza con Edgar, pur confessando a Nelly (la governante) che ama disperatamente Heathcliff. Egli sente solo una parte della confessione di Cathy, nella quale ella pare disprezzarlo (ma non è affatto così) e quindi decide di partire per cercare fortuna.

Dopo tre anni di fidanzamento i due si sposano, mentre Heathcliff ritorna dopo aver accumulato un’enorme ricchezza. Paga i debiti di gioco di Hindley, rilevando Wuthering Heights; sposa senz’amare Isabella Linton, la sorella di Edgar. La sua crudeltà verso Isabella e Hareton, il figlio di Hindley Earnshaw, non conosce limiti.

Catherine si ammala di dolore e muore durante il parto di una bambina, chiamata con il suo stesso nome, ma soprannominata Cathy per distinguerla dalla madre. Prima di morire però Catherine e Heathcliff riescono finalmente a dichiararsi il loro amore infinito ed eterno. Isabella fugge subito dopo il funerale di Catherine, dando alla luce un bambino, Linton. Nello stesso periodo Hindley muore, e Heathcliff assume il controllo definitivo di Wuthering Heights. Alla morte di Isabella prende con sé Linton, suo figlio.

Quindici o sedici anni dopo Cathy visita casualmente Wuthering Heights dove incontra Linton ed Hareton. Prova subito simpatia per il primo, nonostante sia malaticcio e viziato mentre disprezza il secondo, abbrutito e ignorante. Heathcliff fa di tutto per favorire l’unione tra Linton e Cathy poiché alla morte di Edgar Linton, che sembra ormai prossima, Trushcross Grange passerebbe a Linton. Poco dopo il matrimonio tra i due, muore Edgar Linton, seguito a poca distanza da Linton figlio di Heathcliff, il quale mostra di non provare alcun dolore per la perdita del figlio, che anzi ha sempre disprezzato. Heathcliff diventa il padrone assoluto non solo di Wuthering Heights ma anche di Thrushcross Grange.

Qui termina il racconto di Nelly Dean. Mr Loockwood parte allora per Londra. Sette mesi dopo ritorna ma non trova Nelly a Thrushcross Grange bensì a Wuthering Heights. Si fa raccontare quindi l’ultima parte della storia.

Hareton, innamorato di Cathy cerca di togliersi dalla sua condizione e di imparare a leggere: Cathy, tuttavia, si fa beffe di lui. Ma, lentamente, la loro avversione si indebolisce e presto tra i due nasce un sincero affetto. Heathcliff, che potrebbe benissimo stroncare la loro relazione, confessa a Nelly, che nel frattempo è arrivata a Wuthering Heights, di non aver più voglia e interesse a farlo. Egli appare infatti sempre più estraniato dal mondo circostante. A un certo punto sembra iniziare a vedere il fantasma di Catherine che si aggira per la casa e spera in una riconciliazione spirituale fra loro. Poco dopo viene trovato morto nel suo letto. Viene sepolto con la sua amata Catherine.

Cathy e Hareton decidono di sposarsi, mentre la narrazione si conclude con Lockwood che visita la tomba e nega che gli spiriti di Heathcliff e Catherine, finalmente liberi di amarsi, vaghino per la brughiera tenendosi per mano, come sostiene invece la superstizione locale

Category : Racconti/Romanzi

Jane Eyre un romanzo di Charlotte Brontè

giugno 2nd, 2011 // 10:28 pm @

JANE EYRE

 Jane Eyre è un romanzo di Charlotte Brontë, uscito nel 1847 e rivelatosi come il capolavoro della scrittrice inglese. Jane, esplicito alter ego della scrittrice, dopo anni di stenti e di solitudine, diventa istitutrice presso la famiglia Rochester. Il padrone di casa, cinico, è conquistato dalla personalità della ragazza. Ma quando scopre che la moglie di Rochester, creduta morta, è ancora in vita, prigioniera della pazzia, Jane fugge abbandonando l’uomo che le aveva chiesto di sposarlo. Sarà un enigmatico presentimento a farla tornare indietro e a preparare lo sviluppo finale del romanzo. “Jane Eyre” rappresenta per la Bronte l’appagamento artistico di un desiderio, quello dell’incontro con l’esistenza autentica e i sentimenti reali, non solo temuti e sognati.
Jane Eyre è una bambina orfana che viene accolta presso i parenti dopo la morte dei genitori. In questa famiglia Jane è resa oggetto di continue vessazioni da parte di una fredda zia e anche da parte degli altri bambini della casa, suoi cugini. L’unica persona che la amava, suo zio, fratello di sua madre, è morto anni prima, e sua zia si trova costretta ad accudire la fanciulla perché tale era l’ultima promessa strappatale da suo marito prima di morire. Ma Jane Eyre è una ragazzina dal carattere forte e deciso e lo dimostra quando viene affidata ad una scuola di carità, dove l’austerità, il sacrificio ed il pesante lavoro erano la regola del giorno per le fanciulle senza famiglia. Nonostante la durissima disciplina e la prematura morte della sua migliore amica, deceduta per tubercolosi con altre compagne, decedute invece di tifo proprio a causa delle pessime condizioni in cui era tenuto il collegio, Jane Eyre continuerà gli studi prima e successivamente ad operare all’interno dell’istituto come stimata insegnante. Proprio questa professione rende Jane Eyre una donna libera ed indipendente capace di ritagliarsi un modesto posto nella società al momento in cui recide i legami con il passato. Jane Eyre trova un’occupazione presso la sfarzosa dimora di Thornfield Hall appartenuta da sempre alla nobile famiglia dei Rochester, e qui svolge le mansioni di istitutrice per Adele, la figlia adottiva del padrone di casa, il misterioso Mr. Rochester. Questo periodo da istitutrice trascorre serenamente fino
al giorno dell’improvviso arrivo di Mr. Rochester, un uomo imponente e sarcastico, che è subito colpito dalla vivida
intelligenza e dall’indipendenza di spirito di Jane. Il rapporto tra i due subisce varie traversie, tra cui l’annunciato e poi disdetto matrimonio di Mr. Rochester con Blanche Ingram, una donna bellissima che vuole sposarlo soltanto per
interesse.

Finalmente Mr. Rochester scopre che l’amore che egli sin dal primo momento aveva riposto in Jane è ben corrisposto, perciò le chiede la mano. Ma un terribile segreto è racchiuso tra le mura di Thornfield Hall e fortuitamente rivelato il giorno stesso delle nozze tra Jane e Rochester: l’uomo è già sposato con Bertha Mason, una donna pazza, segregata nella soffitta di Thornfield. Rochester nutre un sentimento di pietà ma anche di rabbia per Bertha, che non gli ha mai permesso di abbandonarla al suo già difficile destino. Jane combattuta tra le insormontabili regole religiose e morali e il sincero amore per Rochester, lascia precipitosamente Thornfield. Sull’orlo della morte per inedia, viene accolta in casa di un pastore, St. John e delle sue due sorelle. Poco dopo, trova lavoro come maestra in una scuola rurale.
Nel frattempo approfondisce la conoscenza con il giovane, bello ed idealista St. John e, quando le arriva la notizia
improvvisa di una grossa eredità e del fatto che St. John e le sorelle sono suoi parenti prossimi, divide l’eredità con loro. St. John le propone di sposarlo e di andare in missione in India con lui, ma Jane rifiuta e torna da Mr. Rochester, il quale, in seguito ad un incendio, provocato dalla stessa moglie morta nell’accaduto, è rimasto vedovo e cieco. Jane e Mr. Rochester possono così convolare a nozze.

Category : Racconti/Romanzi

“Uno, nessuno e centomila”

maggio 30th, 2011 // 5:20 pm @

Recensione
 

La realtà non è oggettiva, ma si perde in un vortice di relativismo. Pirandello tratta nel romanzo “Uno, nessuno e centomila” il tema della identità, del conflitto tra essere e apparire, della maschera sociale, della prigione delle convenzioni sociali in cui l’uomo è costretto a vivere.
Come un personaggio pirandelliano alcuni uomini politici prima o poi si accorgeranno che la realtà non è unica e la loro realtà non è l’unica realtà possibile.
Così si accorgeranno che la loro verità non è universale ma individuale e che in realtà sono costretti dentro una maschera con la quale ingannano anche loro stessi.
Non esiste però la sola realtà che l’io attribuisce a sé stesso, esistono anche le altre realtà che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione di realtà l’io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila» quindi «nessuno».
Il problema è che la presa di coscienza di non essere nessuno può avere effetti catastrofici. Nel romanzo di Pirandello il protagonista, Vitangelo Moscarda, inizia una serie di pazzie: sfratta un povero da una catapecchia che il padre gli aveva concesso gratuitamente; impone agli amministratori di liquidare la banca paterna; maltratta la moglie Dida (che pur ama) e la induce a lasciarlo; dona tutti i suoi averi per fondare un ospizio di mendicità, ed egli stesso vi viene ricoverato, vivendo insieme con tutti gli altri mendicanti, “vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno”, come scrive Pirandello. Se prima la consapevolezza di non essere «nessuno» gli dava un senso di orrore e di tremenda solitudine, ora accetta di buon grado l’alienazione completa da sé stesso, rifiuta ogni identità personale, arriva a rifiutare infatti il suo stesso nome, e si abbandona allo scorrere mutevole della vita, al divenire del mondo.
Il problema è che per compiersi questo processo si impongono dolori e sofferenze, sia a se stesso che agli altri. In passato c’è chi per questo ha portato l’Italia in una guerra devastante.
La consapevolezza del relativismo della realtà è l’essenza della democrazia. Non possiamo pensare democratici dei personaggi che vogliono imporre a tutti la loro realtà, disprezzando ogni interpretazione diversa dalla loro.

Romanzo: “Uno, nessuno e centomila”

Uno, nessuno e centomila è uno dei romanzi più famosi di Luigi Pirandello.
Iniziato già nel 1909, uscì solo nel 1926, prima sotto forma di romanzo a puntate edito in una rivista, la Fiera letteraria, e poi di volume. Quest’opera, l’ultima di Pirandello, riesce a sintetizzare il pensiero dell’autore nel modo più completo. L’autore stesso, in una lettera autobiografica, la definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Il protagonista Vitangelo Moscarda, infatti, può essere considerato come uno dei personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente quello con maggior autoconsapevolezza. Dal punto di vista formale, stilistico, si può notare la forte inclinazione al monologo del soggetto, che molto spesso si rivolge al lettore ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, il cui significato è senza dubbio di portata universale. A dispetto della sua lunga gestazione, l’opera non è né frammentaria né disorganizzata; al contrario, può essere considerata come l’apice della carriera dell’autore e della sua tensione narrativa.

Il protagonista di questa vicenda, Vitangelo Moscarda, è una persona ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita. Un giorno, tuttavia, in seguito all’osservazione da parte della moglie che il suo naso è leggermente storto, inizia ad avere una crisi di identità, a rendersi conto che le persone intorno a lui hanno un’immagine della sua persona completamente diversa dalla sua. Da quel momento l’obiettivo di Vitangelo sarà quello di scoprire chi è veramente lui. Decide quindi di cambiare vita (rinunciando ad essere un usuraio) anche a costo della propria rovina economica e contro il volere della moglie che nel frattempo è andata via di casa. In questo suo gesto c’è il desiderio di un’opera di carità ma anche quello di non essere considerato più dalla moglie come una marionetta. Anche Anna Rosa, un’amica di sua moglie che lui conosce poco, gli racconta di aver fatto di tutto per far intendere a sua moglie che Vitangelo non era lo sciocco che lei immaginava e che non c’era in lui il male.

Il protagonista arriverà alla follia in un ospizio, dove però si sentirà libero da ogni regola, in quanto le sue sensazioni lo porteranno a vedere il mondo con altri occhi. Vitangelo Moscarda conclude che, per uscire dalla prigione in cui la vita rinchiude, non basta cambiare nome: proprio perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Dunque, l’unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso.

Il titolo del romanzo è un’ottima chiave di lettura per comprenderlo fino in fondo, infatti quella di Vitangelo Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man mano formando: la consapevolezza che l’uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno, appunto) a concepire che egli è un nulla (Nessuno), attraverso la presa di coscienza dei diversi se stesso che via via diventa nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina. Vitangelo Moscarda è il “forestiere della vita”, colui che ha capito che le persone sono “schiave” degli altri e di se stesse. Egli vede gli altri vivere in questa trappola, ma neanche lui ne è completamente libero: il fatto che la gente l’abbia preso per pazzo è la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. È possibile solo farle impazzire.

La fine del romanzo è molto profonda, conclusione degna per un’opera di questa portata. Il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell’io, perché esso si dissolve completamente nella natura. Pieno di significati è il rifiuto del nome, che falsifica ed imprigiona la realtà in forme immutabili, quasi come un’epigrafe funeraria. Al contrario della vita, che è un divenire perenne, secondo la concezione vitalistica di Pirandello.

Iniziato già nel 1909, uscì solo nel 1926, prima sotto forma di romanzo a puntate edito in una rivista, la Fiera letteraria, e poi di volume. Quest’opera, l’ultima di Pirandello, riesce a sintetizzare il pensiero dell’autore nel modo più completo. L’autore stesso, in una lettera autobiografica, la definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Il protagonista Vitangelo Moscarda, infatti, può essere considerato come uno dei personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente quello con maggior autoconsapevolezza. Dal punto di vista formale, stilistico, si può notare la forte inclinazione al monologo del soggetto, che molto spesso si rivolge al lettore ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, il cui significato è senza dubbio di portata universale. A dispetto della sua lunga gestazione, l’opera non è né frammentaria né disorganizzata; al contrario, può essere considerata come l’apice della carriera dell’autore e della sua tensione narrativa.

Il protagonista di questa vicenda, Vitangelo Moscarda, è una persona ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita. Un giorno, tuttavia, in seguito all’osservazione da parte della moglie che il suo naso è leggermente storto, inizia ad avere una crisi di identità, a rendersi conto che le persone intorno a lui hanno un’immagine della sua persona completamente diversa dalla sua. Da quel momento l’obiettivo di Vitangelo sarà quello di scoprire chi è veramente lui. Decide quindi di cambiare vita (rinunciando ad essere un usuraio) anche a costo della propria rovina economica e contro il volere della moglie che nel frattempo è andata via di casa. In questo suo gesto c’è il desiderio di un’opera di carità ma anche quello di non essere considerato più dalla moglie come una marionetta. Anche Anna Rosa, un’amica di sua moglie che lui conosce poco, gli racconta di aver fatto di tutto per far intendere a sua moglie che Vitangelo non era lo sciocco che lei immaginava e che non c’era in lui il male.

Il protagonista arriverà alla follia in un ospizio, dove però si sentirà libero da ogni regola, in quanto le sue sensazioni lo porteranno a vedere il mondo con altri occhi. Vitangelo Moscarda conclude che, per uscire dalla prigione in cui la vita rinchiude, non basta cambiare nome: proprio perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Dunque, l’unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso.

Il titolo del romanzo è un’ottima chiave di lettura per comprenderlo fino in fondo, infatti quella di Vitangelo Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man mano formando: la consapevolezza che l’uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno, appunto) a concepire che egli è un nulla (Nessuno), attraverso la presa di coscienza dei diversi se stesso che via via diventa nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina. Vitangelo Moscarda è il “forestiere della vita”, colui che ha capito che le persone sono “schiave” degli altri e di se stesse. Egli vede gli altri vivere in questa trappola, ma neanche lui ne è completamente libero: il fatto che la gente l’abbia preso per pazzo è la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. È possibile solo farle impazzire.

La fine del romanzo è molto profonda, conclusione degna per un’opera di questa portata. Il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell’io, perché esso si dissolve completamente nella natura. Pieno di significati è il rifiuto del nome, che falsifica ed imprigiona la realtà in forme immutabili, quasi come un’epigrafe funeraria. Al contrario della vita, che è un divenire perenne, secondo la concezione vitalistica di Pirandello.

Alla base del pensiero pirandelliano c’è una concezione vitalistica della realtà: la realtà tutta è vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro.
Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si rapprende, si irrigidisce, comincia secondo Pirandello a morire. Così avviene per l’uomo: si distacca dall’universale assumendo una forma individuale entro cui si costringe, una maschera (“persona”) con la quale si presenta a sé stesso. Non esiste però la sola forma che l’io dà a sé stesso; nella società esistono anche le forme che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione l’io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila», quindi «nessuno».

È proprio dalla disgregazione dell’io individuale che partono in quest’opera le vicende del protagonista: quando la moglie, per un semplice gioco, gli farà notare alcuni suoi difetti fisici che lui non aveva mai notato, primo fra tutti una leggera pendenza del naso, Vitangelo si renderà conto come l’immagine che aveva sempre avuto di sé non corrispondesse in realtà a quella che gli altri avevano di lui e cercherà in ogni modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io. Da tale sforzo verso un obiettivo irraggiungibile nascerà la sua follia. La follia è infatti in Pirandello lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale, l’arma che fa esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all’assurdo e rivelandone l’incoscienza.

Inizia così la serie delle pazzie di Moscarda: prima sfratta un povero squilibrato, Marco di Dio, dalla catapecchia che persino il padre usuraio, per pietà, gli aveva concesso gratuitamente, e in tal modo suscita l’esecrazione di tutta la città. Poi, con un improvviso colpo di scena, rivela alla folla indignata, accorsa per assistere allo sfratto, di aver donato un’altra casa migliore a di Dio. In seguito impone agli amministratori di liquidare la banca paterna, maltratta la moglie Dida (che pur ama) e la induce a lasciarlo. A questo punto i due amministratori, la moglie e il suocero congiurano per farlo interdire. Viene informato della macchinazione da Anna Rosa, un’amica di Dida, ed egli, rivelandole le proprie considerazioni sull’inconsistenza della persona, sulle forme che gli altri ci impongono, l’affascina, ma fa anche saltare il suo equilibrio psichico, e la donna, con gesto improvviso e inspiegabile, gli spara, ferendolo gravemente. Ne nasce uno scandalo enorme: tutta la città è convinta che tra lui e Anna Rosa ci sia una relazione colpevole. A Moscarda, consigliato da un sacerdote, non resta che riconoscere tutte le colpe attribuitegli e dimostrare un eroico ravvedimento. Dona tutti i suoi averi per fondare un ospizio di mendicità, ed egli stesso vi viene ricoverato, vivendo insieme con tutti gli altri mendicanti, “vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno”, come scrive Pirandello.

È il fallimento del tentativo del Moscarda che cerca l’evasione attraverso la follia: nel tentativo di sfuggire alle tante forme impostegli dalla società finirà per dover accettare una nuova, ennesima maschera, quella dell’adultero, e scontare per essa una pesante e immeritata pena. Ma in questa sconfitta trova una sorta di vittoria, una cura alle angosce che lo perseguitavano. Se prima la consapevolezza di non essere «nessuno» gli dava un senso di orrore e di tremenda solitudine, ora accetta di buon grado l’alienazione completa da sé stesso, rifiuta ogni identità personale, arriva a rifiutare infatti il suo stesso nome, e si abbandona allo scorrere mutevole della vita, al divenire del mondo, «morendo» e «rinascendo» subito dopo, in ogni attimo, sempre nuovo e senza ricordi, senza la costrizione di alcuna maschera autoimposta, ma identificandosi in ogni cosa, in una totale estraniazione dalla società e dalle forme coatte che essa impone.

Category : Racconti/Romanzi