Browsing Category Racconti/Romanzi

Ernest Hemingway “Sotto il crinale e altri racconti”

giugno 8th, 2011 // 7:37 pm @

Si definiva un “corrispondente di guerra contrario alla guerra”, eppure Ernest Hemingway lascia l’America per la Spagna e, tra il 1937 e il 1939, segue il conflitto civile con passione, affascinato dal pericolo e dagli atti di valore.

Da quell’esperienza ricava il suo romanzo più famoso “Per chi suona la campana” (1940), e questi racconti di straordinaria potenza narrativa che testimoniano le sue doti di incisività, il gusto tenero e disperato per l’avventura, il rischio, l’amore.

Dunque…Terra di Spagna, guerra civile. Ernest Hemingway partecipa al conflitto in qualità di inviato di guerra e autore di un documentario. Il celebre narratore e giornalista americano scrive lucidi appunti sulle esperienze da lui vissute durante quegli anni.

Lo stile è conciso, puntuale, meticoloso ma ugualmente emozionante nel momento in cui a essere riportate sono le sensazioni, le paure, le speranze. Questi racconti sono ambientati per lo più in un bar, il Chicote, del quale l’autore conosce ogni cameriere, ogni bevanda servita, ogni cliente. C’è la guerra, è vero, ma Hemingway è qui più interessato alla componente umana e sociale che inevitabilmente si sbriciola al contatto con la ferocia del conflitto.

Ne La denuncia ci immergiamo subito nella fosca atmosfera della guerra, che annulla qualsiasi dimensione affettiva, ogni legame. A farla da padrone è il cinismo, il freddo calcolo utilitaristico, capace finanche di distruggere amicizie decennali.

Particolarmente toccante è poi il racconto intitolato La farfalla e il carro armato. Già dal titolo si evince come siamo in presenza di pesanti contrasti; gli eventi, infatti, riguardano un uomo fin troppo allegro (oltre che brillo) la cui gaiezza viene malintesa, contraccambiata con l’obolo della violenza. Al bar di Chicote questo individuo verrà ucciso per aver goliardicamente importunato qualche cameriere. In tempi di guerra chi si ‘permette’ di ridere e far ridere può solo essere punito. Una morte così assurda mette in risalto la drammaticità che corrode gli animi di chi vive sentendo l’eco dei bombardamenti ogni giorno, a tutte le ore.

Hemingway trova l’occasione anche per destreggiarsi con particolare abilità nelle dettagliate descrizioni delle battaglie -che filmava, rischiando la vita, per realizzare un documentario- tra nazionalisti e repubblicani. La potenza dei carri armati, l’imprevedibilità degli attacchi aerei: si parla di giornate frenetiche ma anche di notti di riflessione, di notti in cui la paura di una morte fulminea quanto inutile si palesa a chi, l’alba seguente, dovrà marciare verso la propria fine. La sera prima della battaglia illumina i mali dell’animo di quei combattenti consapevoli delle loro azioni e al tempo stesso fragili, deboli come tutti gli uomini.

In Sotto il crinale si scorge con maggiore evidenza lo sfilacciamento dei legami di solidarietà tra gli individui; ne è esempio la morte che colpisce il soldato che cerca di scappare dall’orrore della guerra contravvenendo alla brutale disciplina militare.

Questi racconti lanciano un forte grido di pace, emesso dalle trincee in cui i repubblicani perdevano la vita, sotto il crinale dell’umanità.

Da: I libri della domenica – Racconti d’Autore (Il Sole 24 ore)

Category : Racconti/Romanzi

“Cime Tempestose”

giugno 3rd, 2011 // 9:58 am @

 

Avete mai letto questo romanzo? Cosa ne pensate dell’amore che non muore,ma che si pospone dopo il trapasso?

Io ho amato sempre questo romanzo, sin da quando ero un’adolescente, ma ancora di più l’ho apprezzato nel tempo, con la mia crescita personale ed intellettiva ed anche grazie alla canzone di Kate Busch (Vedi video qui sotto).

La storia mi fa sentire molta tristezza per quell’amore che provoca così tante angosce agli stessi protagonisti, che sono logorati da amori illusori, rancori, invidie, cattiverie…

Quanto dolore in Heathcliff quando Katherine muore! Che tormento in lui quando ogni cosa intorno  gli ricorda quanto l’avesse amata…!

Una passione fortissima che va al di là della morte, egli che lascia le finestre aperte, dopo la morte di Katherine, in modo che possa entrare il suo fantasma…E poi…loro due insieme, dopo la morte di Heathcliff, che vagano mano nella mano nella brughiera…finalmente liberi di vivere il loro amore!

Un capolavoro di Emily Brontè: l’ambientazione, i personaggi, la trama accattivante e la conferma che l’amore, quando è vero, dura per sempre!

TRAMA

Il romanzo narra la storia di Heathcliff, del suo amore per Catherine, e di come questa passione alla fine li distrugga entrambi.

Il narratore è un gentiluomo di città, Mr Lockwood, da poco trasferitosi come inquilino a Thrushcross Grange, una proprietà appartenente a Heathcliff. Thrushcross Grange è nelle vicinanze di una tenuta Wuthering Heights (Cime tempestose). Mr Lockwood si reca in visita a Wuthering Heights, e si trova costretto a passare la notte lì poiché fuori imperversa una bufera. L’uomo rimane subito molto colpito dagli strani personaggi che abitano la casa. Durante la tormentata notte trascorsa a Wuthering Heights, a Mr. Lockwood succedono strani episodi come il sogno del “fantasma” di una bambina che bussa alla sua finestra. Poco dopo, Lockwood si ammala e durante la noiosa convalescenza si fa raccontare da Ellen (Nelly) Dean, la governante di Thrushcross Grange, la storia del suo affittuario. La storia di Ellen Dean offre al lettore la possibilità di comprendere a fondo come la relazione fra Heathcliff e Catherine dovesse avere grandi ripercussioni per le loro famiglie ed i loro figli. La passione di Heathcliff per Catherine è così violenta e sinistra da farlo giungere alla distruzione della felicità degli Earnshaw e dei Linton. Mr. Earnshaw, il proprietario originale di Wuthering Heights, porta un orfano dalla pelle scura, Heathcliff, da una sua visita a Liverpool. All’inizio i bambini di Earnshaw, Hindley e Catherine, detestano il ragazzo, ma col tempo Heathcliff conquista l’amicizia della seconda.

Alla morte di Mr. Earnshaw, tre anni dopo, Hindley prende moglie (Frances) e diventa il capo famiglia degli Earnshaw e padrone di Wuthering Heights, obbligando Heathcliff ad abbandonare gli studi e lavorare come garzone. Nonostante questo, Heathcliff e Catherine rimangono molto legati. A causa di un incidente (il morso di un cane durante una fuga da casa culminata nell’intrusione nel parco di Thrushcross Grange), Catherine è forzata a stare alla Grange per cinque settimane (fino a Natale), nelle quali si lega a Edgar Linton, primogenito della ricca famiglia Linton. Al suo ritorno a Wuthering Heights, la ragazza trova un Heathcliff caduto nella rozzezza più totale a differenza della ragazzina che è diventata una vera e propria signorina. Un anno dopo, Frances muore pochi mesi dopo aver dato alla luce Hareton, figlio di Hindley. La perdita lascia avvilito Hindley, che si dà all’alcolismo. Circa due anni dopo, Catherine si fidanza con Edgar, pur confessando a Nelly (la governante) che ama disperatamente Heathcliff. Egli sente solo una parte della confessione di Cathy, nella quale ella pare disprezzarlo (ma non è affatto così) e quindi decide di partire per cercare fortuna.

Dopo tre anni di fidanzamento i due si sposano, mentre Heathcliff ritorna dopo aver accumulato un’enorme ricchezza. Paga i debiti di gioco di Hindley, rilevando Wuthering Heights; sposa senz’amare Isabella Linton, la sorella di Edgar. La sua crudeltà verso Isabella e Hareton, il figlio di Hindley Earnshaw, non conosce limiti.

Catherine si ammala di dolore e muore durante il parto di una bambina, chiamata con il suo stesso nome, ma soprannominata Cathy per distinguerla dalla madre. Prima di morire però Catherine e Heathcliff riescono finalmente a dichiararsi il loro amore infinito ed eterno. Isabella fugge subito dopo il funerale di Catherine, dando alla luce un bambino, Linton. Nello stesso periodo Hindley muore, e Heathcliff assume il controllo definitivo di Wuthering Heights. Alla morte di Isabella prende con sé Linton, suo figlio.

Quindici o sedici anni dopo Cathy visita casualmente Wuthering Heights dove incontra Linton ed Hareton. Prova subito simpatia per il primo, nonostante sia malaticcio e viziato mentre disprezza il secondo, abbrutito e ignorante. Heathcliff fa di tutto per favorire l’unione tra Linton e Cathy poiché alla morte di Edgar Linton, che sembra ormai prossima, Trushcross Grange passerebbe a Linton. Poco dopo il matrimonio tra i due, muore Edgar Linton, seguito a poca distanza da Linton figlio di Heathcliff, il quale mostra di non provare alcun dolore per la perdita del figlio, che anzi ha sempre disprezzato. Heathcliff diventa il padrone assoluto non solo di Wuthering Heights ma anche di Thrushcross Grange.

Qui termina il racconto di Nelly Dean. Mr Loockwood parte allora per Londra. Sette mesi dopo ritorna ma non trova Nelly a Thrushcross Grange bensì a Wuthering Heights. Si fa raccontare quindi l’ultima parte della storia.

Hareton, innamorato di Cathy cerca di togliersi dalla sua condizione e di imparare a leggere: Cathy, tuttavia, si fa beffe di lui. Ma, lentamente, la loro avversione si indebolisce e presto tra i due nasce un sincero affetto. Heathcliff, che potrebbe benissimo stroncare la loro relazione, confessa a Nelly, che nel frattempo è arrivata a Wuthering Heights, di non aver più voglia e interesse a farlo. Egli appare infatti sempre più estraniato dal mondo circostante. A un certo punto sembra iniziare a vedere il fantasma di Catherine che si aggira per la casa e spera in una riconciliazione spirituale fra loro. Poco dopo viene trovato morto nel suo letto. Viene sepolto con la sua amata Catherine.

Cathy e Hareton decidono di sposarsi, mentre la narrazione si conclude con Lockwood che visita la tomba e nega che gli spiriti di Heathcliff e Catherine, finalmente liberi di amarsi, vaghino per la brughiera tenendosi per mano, come sostiene invece la superstizione locale

Category : Racconti/Romanzi

Jane Eyre un romanzo di Charlotte Brontè

giugno 2nd, 2011 // 10:28 pm @

JANE EYRE

 Jane Eyre è un romanzo di Charlotte Brontë, uscito nel 1847 e rivelatosi come il capolavoro della scrittrice inglese. Jane, esplicito alter ego della scrittrice, dopo anni di stenti e di solitudine, diventa istitutrice presso la famiglia Rochester. Il padrone di casa, cinico, è conquistato dalla personalità della ragazza. Ma quando scopre che la moglie di Rochester, creduta morta, è ancora in vita, prigioniera della pazzia, Jane fugge abbandonando l’uomo che le aveva chiesto di sposarlo. Sarà un enigmatico presentimento a farla tornare indietro e a preparare lo sviluppo finale del romanzo. “Jane Eyre” rappresenta per la Bronte l’appagamento artistico di un desiderio, quello dell’incontro con l’esistenza autentica e i sentimenti reali, non solo temuti e sognati.
Jane Eyre è una bambina orfana che viene accolta presso i parenti dopo la morte dei genitori. In questa famiglia Jane è resa oggetto di continue vessazioni da parte di una fredda zia e anche da parte degli altri bambini della casa, suoi cugini. L’unica persona che la amava, suo zio, fratello di sua madre, è morto anni prima, e sua zia si trova costretta ad accudire la fanciulla perché tale era l’ultima promessa strappatale da suo marito prima di morire. Ma Jane Eyre è una ragazzina dal carattere forte e deciso e lo dimostra quando viene affidata ad una scuola di carità, dove l’austerità, il sacrificio ed il pesante lavoro erano la regola del giorno per le fanciulle senza famiglia. Nonostante la durissima disciplina e la prematura morte della sua migliore amica, deceduta per tubercolosi con altre compagne, decedute invece di tifo proprio a causa delle pessime condizioni in cui era tenuto il collegio, Jane Eyre continuerà gli studi prima e successivamente ad operare all’interno dell’istituto come stimata insegnante. Proprio questa professione rende Jane Eyre una donna libera ed indipendente capace di ritagliarsi un modesto posto nella società al momento in cui recide i legami con il passato. Jane Eyre trova un’occupazione presso la sfarzosa dimora di Thornfield Hall appartenuta da sempre alla nobile famiglia dei Rochester, e qui svolge le mansioni di istitutrice per Adele, la figlia adottiva del padrone di casa, il misterioso Mr. Rochester. Questo periodo da istitutrice trascorre serenamente fino
al giorno dell’improvviso arrivo di Mr. Rochester, un uomo imponente e sarcastico, che è subito colpito dalla vivida
intelligenza e dall’indipendenza di spirito di Jane. Il rapporto tra i due subisce varie traversie, tra cui l’annunciato e poi disdetto matrimonio di Mr. Rochester con Blanche Ingram, una donna bellissima che vuole sposarlo soltanto per
interesse.

Finalmente Mr. Rochester scopre che l’amore che egli sin dal primo momento aveva riposto in Jane è ben corrisposto, perciò le chiede la mano. Ma un terribile segreto è racchiuso tra le mura di Thornfield Hall e fortuitamente rivelato il giorno stesso delle nozze tra Jane e Rochester: l’uomo è già sposato con Bertha Mason, una donna pazza, segregata nella soffitta di Thornfield. Rochester nutre un sentimento di pietà ma anche di rabbia per Bertha, che non gli ha mai permesso di abbandonarla al suo già difficile destino. Jane combattuta tra le insormontabili regole religiose e morali e il sincero amore per Rochester, lascia precipitosamente Thornfield. Sull’orlo della morte per inedia, viene accolta in casa di un pastore, St. John e delle sue due sorelle. Poco dopo, trova lavoro come maestra in una scuola rurale.
Nel frattempo approfondisce la conoscenza con il giovane, bello ed idealista St. John e, quando le arriva la notizia
improvvisa di una grossa eredità e del fatto che St. John e le sorelle sono suoi parenti prossimi, divide l’eredità con loro. St. John le propone di sposarlo e di andare in missione in India con lui, ma Jane rifiuta e torna da Mr. Rochester, il quale, in seguito ad un incendio, provocato dalla stessa moglie morta nell’accaduto, è rimasto vedovo e cieco. Jane e Mr. Rochester possono così convolare a nozze.

Category : Racconti/Romanzi

“Uno, nessuno e centomila”

maggio 30th, 2011 // 5:20 pm @

Recensione
 

La realtà non è oggettiva, ma si perde in un vortice di relativismo. Pirandello tratta nel romanzo “Uno, nessuno e centomila” il tema della identità, del conflitto tra essere e apparire, della maschera sociale, della prigione delle convenzioni sociali in cui l’uomo è costretto a vivere.
Come un personaggio pirandelliano alcuni uomini politici prima o poi si accorgeranno che la realtà non è unica e la loro realtà non è l’unica realtà possibile.
Così si accorgeranno che la loro verità non è universale ma individuale e che in realtà sono costretti dentro una maschera con la quale ingannano anche loro stessi.
Non esiste però la sola realtà che l’io attribuisce a sé stesso, esistono anche le altre realtà che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione di realtà l’io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila» quindi «nessuno».
Il problema è che la presa di coscienza di non essere nessuno può avere effetti catastrofici. Nel romanzo di Pirandello il protagonista, Vitangelo Moscarda, inizia una serie di pazzie: sfratta un povero da una catapecchia che il padre gli aveva concesso gratuitamente; impone agli amministratori di liquidare la banca paterna; maltratta la moglie Dida (che pur ama) e la induce a lasciarlo; dona tutti i suoi averi per fondare un ospizio di mendicità, ed egli stesso vi viene ricoverato, vivendo insieme con tutti gli altri mendicanti, “vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno”, come scrive Pirandello. Se prima la consapevolezza di non essere «nessuno» gli dava un senso di orrore e di tremenda solitudine, ora accetta di buon grado l’alienazione completa da sé stesso, rifiuta ogni identità personale, arriva a rifiutare infatti il suo stesso nome, e si abbandona allo scorrere mutevole della vita, al divenire del mondo.
Il problema è che per compiersi questo processo si impongono dolori e sofferenze, sia a se stesso che agli altri. In passato c’è chi per questo ha portato l’Italia in una guerra devastante.
La consapevolezza del relativismo della realtà è l’essenza della democrazia. Non possiamo pensare democratici dei personaggi che vogliono imporre a tutti la loro realtà, disprezzando ogni interpretazione diversa dalla loro.

Romanzo: “Uno, nessuno e centomila”

Uno, nessuno e centomila è uno dei romanzi più famosi di Luigi Pirandello.
Iniziato già nel 1909, uscì solo nel 1926, prima sotto forma di romanzo a puntate edito in una rivista, la Fiera letteraria, e poi di volume. Quest’opera, l’ultima di Pirandello, riesce a sintetizzare il pensiero dell’autore nel modo più completo. L’autore stesso, in una lettera autobiografica, la definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Il protagonista Vitangelo Moscarda, infatti, può essere considerato come uno dei personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente quello con maggior autoconsapevolezza. Dal punto di vista formale, stilistico, si può notare la forte inclinazione al monologo del soggetto, che molto spesso si rivolge al lettore ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, il cui significato è senza dubbio di portata universale. A dispetto della sua lunga gestazione, l’opera non è né frammentaria né disorganizzata; al contrario, può essere considerata come l’apice della carriera dell’autore e della sua tensione narrativa.

Il protagonista di questa vicenda, Vitangelo Moscarda, è una persona ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita. Un giorno, tuttavia, in seguito all’osservazione da parte della moglie che il suo naso è leggermente storto, inizia ad avere una crisi di identità, a rendersi conto che le persone intorno a lui hanno un’immagine della sua persona completamente diversa dalla sua. Da quel momento l’obiettivo di Vitangelo sarà quello di scoprire chi è veramente lui. Decide quindi di cambiare vita (rinunciando ad essere un usuraio) anche a costo della propria rovina economica e contro il volere della moglie che nel frattempo è andata via di casa. In questo suo gesto c’è il desiderio di un’opera di carità ma anche quello di non essere considerato più dalla moglie come una marionetta. Anche Anna Rosa, un’amica di sua moglie che lui conosce poco, gli racconta di aver fatto di tutto per far intendere a sua moglie che Vitangelo non era lo sciocco che lei immaginava e che non c’era in lui il male.

Il protagonista arriverà alla follia in un ospizio, dove però si sentirà libero da ogni regola, in quanto le sue sensazioni lo porteranno a vedere il mondo con altri occhi. Vitangelo Moscarda conclude che, per uscire dalla prigione in cui la vita rinchiude, non basta cambiare nome: proprio perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Dunque, l’unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso.

Il titolo del romanzo è un’ottima chiave di lettura per comprenderlo fino in fondo, infatti quella di Vitangelo Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man mano formando: la consapevolezza che l’uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno, appunto) a concepire che egli è un nulla (Nessuno), attraverso la presa di coscienza dei diversi se stesso che via via diventa nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina. Vitangelo Moscarda è il “forestiere della vita”, colui che ha capito che le persone sono “schiave” degli altri e di se stesse. Egli vede gli altri vivere in questa trappola, ma neanche lui ne è completamente libero: il fatto che la gente l’abbia preso per pazzo è la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. È possibile solo farle impazzire.

La fine del romanzo è molto profonda, conclusione degna per un’opera di questa portata. Il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell’io, perché esso si dissolve completamente nella natura. Pieno di significati è il rifiuto del nome, che falsifica ed imprigiona la realtà in forme immutabili, quasi come un’epigrafe funeraria. Al contrario della vita, che è un divenire perenne, secondo la concezione vitalistica di Pirandello.

Iniziato già nel 1909, uscì solo nel 1926, prima sotto forma di romanzo a puntate edito in una rivista, la Fiera letteraria, e poi di volume. Quest’opera, l’ultima di Pirandello, riesce a sintetizzare il pensiero dell’autore nel modo più completo. L’autore stesso, in una lettera autobiografica, la definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Il protagonista Vitangelo Moscarda, infatti, può essere considerato come uno dei personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente quello con maggior autoconsapevolezza. Dal punto di vista formale, stilistico, si può notare la forte inclinazione al monologo del soggetto, che molto spesso si rivolge al lettore ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, il cui significato è senza dubbio di portata universale. A dispetto della sua lunga gestazione, l’opera non è né frammentaria né disorganizzata; al contrario, può essere considerata come l’apice della carriera dell’autore e della sua tensione narrativa.

Il protagonista di questa vicenda, Vitangelo Moscarda, è una persona ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita. Un giorno, tuttavia, in seguito all’osservazione da parte della moglie che il suo naso è leggermente storto, inizia ad avere una crisi di identità, a rendersi conto che le persone intorno a lui hanno un’immagine della sua persona completamente diversa dalla sua. Da quel momento l’obiettivo di Vitangelo sarà quello di scoprire chi è veramente lui. Decide quindi di cambiare vita (rinunciando ad essere un usuraio) anche a costo della propria rovina economica e contro il volere della moglie che nel frattempo è andata via di casa. In questo suo gesto c’è il desiderio di un’opera di carità ma anche quello di non essere considerato più dalla moglie come una marionetta. Anche Anna Rosa, un’amica di sua moglie che lui conosce poco, gli racconta di aver fatto di tutto per far intendere a sua moglie che Vitangelo non era lo sciocco che lei immaginava e che non c’era in lui il male.

Il protagonista arriverà alla follia in un ospizio, dove però si sentirà libero da ogni regola, in quanto le sue sensazioni lo porteranno a vedere il mondo con altri occhi. Vitangelo Moscarda conclude che, per uscire dalla prigione in cui la vita rinchiude, non basta cambiare nome: proprio perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Dunque, l’unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso.

Il titolo del romanzo è un’ottima chiave di lettura per comprenderlo fino in fondo, infatti quella di Vitangelo Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man mano formando: la consapevolezza che l’uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno, appunto) a concepire che egli è un nulla (Nessuno), attraverso la presa di coscienza dei diversi se stesso che via via diventa nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina. Vitangelo Moscarda è il “forestiere della vita”, colui che ha capito che le persone sono “schiave” degli altri e di se stesse. Egli vede gli altri vivere in questa trappola, ma neanche lui ne è completamente libero: il fatto che la gente l’abbia preso per pazzo è la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. È possibile solo farle impazzire.

La fine del romanzo è molto profonda, conclusione degna per un’opera di questa portata. Il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell’io, perché esso si dissolve completamente nella natura. Pieno di significati è il rifiuto del nome, che falsifica ed imprigiona la realtà in forme immutabili, quasi come un’epigrafe funeraria. Al contrario della vita, che è un divenire perenne, secondo la concezione vitalistica di Pirandello.

Alla base del pensiero pirandelliano c’è una concezione vitalistica della realtà: la realtà tutta è vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro.
Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si rapprende, si irrigidisce, comincia secondo Pirandello a morire. Così avviene per l’uomo: si distacca dall’universale assumendo una forma individuale entro cui si costringe, una maschera (“persona”) con la quale si presenta a sé stesso. Non esiste però la sola forma che l’io dà a sé stesso; nella società esistono anche le forme che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione l’io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila», quindi «nessuno».

È proprio dalla disgregazione dell’io individuale che partono in quest’opera le vicende del protagonista: quando la moglie, per un semplice gioco, gli farà notare alcuni suoi difetti fisici che lui non aveva mai notato, primo fra tutti una leggera pendenza del naso, Vitangelo si renderà conto come l’immagine che aveva sempre avuto di sé non corrispondesse in realtà a quella che gli altri avevano di lui e cercherà in ogni modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io. Da tale sforzo verso un obiettivo irraggiungibile nascerà la sua follia. La follia è infatti in Pirandello lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale, l’arma che fa esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all’assurdo e rivelandone l’incoscienza.

Inizia così la serie delle pazzie di Moscarda: prima sfratta un povero squilibrato, Marco di Dio, dalla catapecchia che persino il padre usuraio, per pietà, gli aveva concesso gratuitamente, e in tal modo suscita l’esecrazione di tutta la città. Poi, con un improvviso colpo di scena, rivela alla folla indignata, accorsa per assistere allo sfratto, di aver donato un’altra casa migliore a di Dio. In seguito impone agli amministratori di liquidare la banca paterna, maltratta la moglie Dida (che pur ama) e la induce a lasciarlo. A questo punto i due amministratori, la moglie e il suocero congiurano per farlo interdire. Viene informato della macchinazione da Anna Rosa, un’amica di Dida, ed egli, rivelandole le proprie considerazioni sull’inconsistenza della persona, sulle forme che gli altri ci impongono, l’affascina, ma fa anche saltare il suo equilibrio psichico, e la donna, con gesto improvviso e inspiegabile, gli spara, ferendolo gravemente. Ne nasce uno scandalo enorme: tutta la città è convinta che tra lui e Anna Rosa ci sia una relazione colpevole. A Moscarda, consigliato da un sacerdote, non resta che riconoscere tutte le colpe attribuitegli e dimostrare un eroico ravvedimento. Dona tutti i suoi averi per fondare un ospizio di mendicità, ed egli stesso vi viene ricoverato, vivendo insieme con tutti gli altri mendicanti, “vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno”, come scrive Pirandello.

È il fallimento del tentativo del Moscarda che cerca l’evasione attraverso la follia: nel tentativo di sfuggire alle tante forme impostegli dalla società finirà per dover accettare una nuova, ennesima maschera, quella dell’adultero, e scontare per essa una pesante e immeritata pena. Ma in questa sconfitta trova una sorta di vittoria, una cura alle angosce che lo perseguitavano. Se prima la consapevolezza di non essere «nessuno» gli dava un senso di orrore e di tremenda solitudine, ora accetta di buon grado l’alienazione completa da sé stesso, rifiuta ogni identità personale, arriva a rifiutare infatti il suo stesso nome, e si abbandona allo scorrere mutevole della vita, al divenire del mondo, «morendo» e «rinascendo» subito dopo, in ogni attimo, sempre nuovo e senza ricordi, senza la costrizione di alcuna maschera autoimposta, ma identificandosi in ogni cosa, in una totale estraniazione dalla società e dalle forme coatte che essa impone.

Category : Racconti/Romanzi

Sant’Agostino “Confessioni”

maggio 17th, 2011 // 10:45 am @

Con le “Confessioni” scritte quando era già vescovo di Ippona, Agostino volle compiere in primo luogo un atto di umiltà, mettendo a nudo le debolezze, le cadute e i vizi dei suoi trascorsi di peccatore, affinchè il gregge dei fedeli non eccedesse in ammirazione per la sua persona, ma ne attribuisse tutte le virtù e i meriti attuali all’azione salvifica della Grazia divina.
Le “Confessioni”, tuttavia, vanno molto al di là dello scopo contingente che Agostino si proponeva, e quest’opera sublime travalica il tempo in cui fu scritta per proporsi oggi come il fondamento della spiritualità occidentale.

Capitolo II

….Una cosa sola mi piaceva: amare ed essere amato. Ma non ne mantenevo la misura, il luminoso limite dell’amicizia, da anima ad anima: invece dalla fangosa concupiscenza della carne e dei gorghi della pubertà esalavano nebbie che oscuravano e offuscavano il mio cuore. Così non riuscivo a distinguere la serenità dell’affetto dalle tenebrosità della libidine. Questo e quello ardevano in un’unica fiamma e trascinavano la mia fragile età giù per i sentieri scoscesi della passione, la sprofondavano nei gorghi del vizio. La tua collera si era addensata su me e io non lo sapevo. Reso sordo dal rumore stridente delle catene della mia mortalità, con cui era punita la superbia dell’anima mia, mi allontanavo sempre più da te, e tu lo permettevi; mi agitavo, mi disperdevo, mi struggevo, smaniavo nelle mie fornicazioni, e tu tacevi! O gioia mia tardiva! Tu tacevi allora, e io mi allontanavo sempre più da te, verso sempre più numerose e sterili fonti di dolori, in superba abiezione, in inquieta stanchezza……

 

 

Category : Racconti/Romanzi

Romeo e Giulietta

aprile 13th, 2011 // 8:52 am @

 


                        

Correva a Verona l’anno trecento,

                         nemici castelli
battuti dal vento,
 
celavan le mura due fulgidi fiori:
splendor di fanciulla, viril giovanotto…
fu amore condito da aspri dolori.
 
Montecchi il casato, il nome: Romeo,
pel ferro nel cuore
divenne poi “reo”.
 
Messer Capuleti sorresse la culla
d’una rara bellezza:
Giulietta fanciulla!
 
Odio di stirpe, il peggiore dei mali,
furon da sempre
rissosi rivali.
 
Splendeva la luna, tonda nel cielo,
notturna la festa,
tutti col “velo”.
 
 
Figure danzanti, voltì mascherati,
la dolce Giulietta, padrona di casa,
scrutava curiosa gli “occhi bendati”.
 
Tocco di mano, la danza alternava
le coppie eleganti
e Giulietta guardava…
 
Guardava silente colui che danzando,
sfiorava la pelle…
un poco tremando.
 
Ardenti e gentili… parole improvvise,
come dardi infocati,
nell’orecchio le mise.
 
Il cuore impazzisce, quasi sobbalza,
il desiderio d’amor…
prepotente si alza.
 
Freme Giulietta, poi parla col cuore
“non mi baciare,
frena il tuo ardore.”
 
“Le tue parole son gocce d’amore,
ma, mia cara Giulietta,
dovrò darti un dolore.”
 
 
“Sono un Montecchi, son mascherato,
dalla tua stirpe…
nemico odiato”.
 
“Ne va della vita: ti devi salvare,
lasciami, adesso
tu devi scappare”.
 
Nascosto nel buio, un vile cugino
osserva la scena,
annebbiato dal vino.
 
L’ardito Montecchi lascia il castello
poi salta il muro
“un po’ da monello”;
 
Romeo s’avvicina con fare silente…
perché una vocina
nel buio si sente.
 
Suon di parole, sembrano canto
assai melodioso
e come d’incanto
 
scorge l’amata, la vista s’appanna,
è proprio Giulietta
e il cuore s’infiamma.
 
 
Chiedeva Giulietta alla pallida luna:
“io amo un Montecchi
non è forse sfortuna?”
 
“Dolce Giulietta, di parlarti io tento…
a te non rinuncio,
è un giuramento”.
 
“Se sol così mi puoi amare,
il nome son pronto
a rinnegare”.
 
Complice notte… morivan le ore,
trafitti i cuori,
nasceva l’amore.
 
Un bacio ardente fu sospirato suggello
per un domani
ancora più bello.
 
Giulietta sospira: “non scherzare col fuoco”
“non mi ingannare
non è questo un gioco”.
 
“Se tu per sempre mi vuoi amare
domattina alle nove io ti fò cercare”.
 
 
 
“Alla mia balia tu dovrai dare
chiare istruzioni
per poterci sposare”.
 
“Stanne sicura, or ti prenda Morfeo
del tuo ricordo
stanotte mi beo”.
 
Sorride l’alba al cuore contento,
corre il ragazzo
verso il convento.
 
Frate Lorenzo al giovane ansioso:
“Stai pur sereno…
domani vi sposo!”
 
Nove rintocchi nel radioso mattino
giunse la balia
e gli venne vicino.
 
“La mia padroncina, con un po’ di tormento,
vuol da Romeo
un appuntamento”.
 
“Gentile signora, ho molto da dire,
per ciò che le dico
non s’abbia a stupire”.
 
 
“Dentro il convento attende un buon frate,
aspetta Giulietta
alle cinque passate”.
 
“Con Frate Lorenzo ho fatto l’accordo,
alle preghiere
non è stato sordo”.
 
“Sicuro qual vento che carezza le foglie
la dolce Giulietta
sarà la mia moglie”.
 
S’invola la balia col viso raggiante,
giunge al castello,
un poco ansimante.
 
“Buone notizie, mia cara bambina,
sarai di Romeo
l’amata sposina”.
 
Lento e costante il cammin delle ore
pei due fanciulli
un gran batticuore.
 
È giunto infine l’atteso momento,
corre Giulietta
verso il convento.
 
 
Severo, ma dolce, Lorenzo il buon frate
grida ai fanciulli:
“Adesso che fate?”
 
Bocca su bocca, labbra incollate,
sospiri d’amore,
mani intrecciate.
 
“Uno per parte! Questa è una chiesa,
se vi baciate
io son parte lesa!”
 
Poi benedice, felice, i due sposi
“E che divider
nessuno mai osi!”
 
“Or che la gente a voi certo non bada,
tornate a casa
per la propria strada”.
 
“È solo per poco triste l’addio,
or siete sposati,
benedetti da Dio”.
 
Recando in cuore grande dolcezza,
tornava Romeo…
alla fortezza.
 
 
D’opposta fazion, incontro fatale
che cominciò
con l’insulto verbale.
 
C’era Tebaldo arrogante cugino,
della dolce Giulietta…
spiata al festino.
 
Montecchi Romeo gli parlò da fratello,
lui rifiutò…
lì voleva il duello.
 
Rissoso Tebaldo dalla pessima fama,
gli grida: “Vigliacco!”
e sguaina la lama.
 
Mercuzio interviene da vero amico
e lo difende
dal “ferro” nemico.
 
Sfregar di spade, la lama lucente,
già taglia l’aria,
parte un fendente.
 
Mercuzio cade, a morte ferito,
sangue sul petto,
è forte “l’invito”
 
 
al buon Romeo che ingaggia battaglia,
Tebaldo indietreggia,
la mano non sbaglia…
 
ferro mortale, diritto al cuore,
cade Tebaldo
e a terra muore.
 
Romeo non bramava questa tenzone
pianse Tebaldo…
con disperazione.
 
È confusione, la gente accorsa
allontana Romeo
che scappa di corsa.
 
Due morti, due schiere e tutti gli astanti
dal principe a corte
giunsero ansanti.
 
Urla, invettive… reciproche accuse…
nessuno poi volle
porgere scuse.
 
“Ancor di due vite spente l’essenza”
il principe emise
la cruda sentenza:
 
 
“Condono la morte a Montecchi Romeo”
che di atroce delitto
si rese reo,
 
“Ma lo condanno a lasciar la città
teatro di morte
e d’infamità”.
 
Mantova scelse pel triste esilio
e il padre perse…
l’unico figlio.
 
Avara la notte, anché di dolore,
per coronare
il sogno d’amore.
 
Il talamo accolse i giovani amanti,
febbre d’amor…
corpi ansimanti.
 
Dolci parole, un po’ sussurrate
cocenti i baci
sulle labbra agognate.
 
Condanna spietata… l’inceder del tempo
rende più triste…
il temuto momento.

Category : Poesia &Racconti/Romanzi

“Le pareti della solitudine” di Tahar Ben Jelloun

aprile 11th, 2011 // 7:21 am @

 

 

 

“Coloro che se ne vanno sono gli stessi che

non vogliono perdere la loro dignità…

Partire è un modo di conservare la propria dignità.”

Sguardi smarriti o tristi, pensierosi o inquieti, sguardi profondi con mille domande: il passato è sulle spalle, il presente è un sacrificio e una lotta continua, e il futuro?…, sguardi lucidi e consapevole della grande responsabilità che non permette di rassegnarsi, di piangersi addosso, di rimpiangere il passato…, sguardi che riflettono la forte determinazione e la tenacia di andare avanti malgrado i limiti legislativi, economici , informativi e relazionali; sguardi che nascondono tante delusioni, ma che cercano comunque di continuare a percorrere la strada che le conduce a migliorare la propria sorte, la stessa strada che le ha portate a immigrare…è la strada della dignità umana.

Tratto da “Le pareti della solitudine” , Tahar Ben Jelloun, scrittore Marocchino, premio Goncourt Francese per il romanzo “ La notte sacra”, 1987

 

(“Le pareti della solitudine” è una denuncia poetica del razzismo.
La doppia forza della poesia e della denuncia generata dal testo, immette l’energia necessaria per fa si che si riesca a comprendere, a vedere e sentire cosa accade ad un immigrato clandestino durante le ore di solitudine, le ore private, quando si è soli con sé stessi, la sera, la notte, le domeniche.)

Category : Racconti/Romanzi

“Tutto sotto il sole” di Matilde Asensi

aprile 6th, 2011 // 8:44 am @

 

Scrutando bene nella mia mente, ho compreso che sono stata attratta da questo romanzo perchè l’autrice si chiama ‘Matilde’, proprio come me; un complesso di eccessiva autostima, lo comprendo bene…!  Ma credetemi, più mi addentravo nella lettura e più venivo catturata dalla prodigiosa capacità dell’autrice di creare un’ altissima suspense, un intreccio avventuroso e inestricabili enigmi in una cornice storica impeccabile e ben documentata. 
Allora sono andata avanti a leggere e quando sono arrivata alla fine, sono rimasta soddisfatta, ma un pò dispiaciuta per averlo terminato…! 

 
 
 
 “Quei concetti mi interessavano, però mi sembravano molto complicati, e poi non vedevo che relazione ci fosse tra il metallo, l’acqua, il legno, la terra e il fuoco e lo yin e lo yang. Senza dubbio, mi dissi, in questa vita tutto ha il suo yin e il suo yang, cioè la sua testa e la sua croce, solo non pareva che il maestro stesse facendo una valutazione semplicistica nel senso del bene e del male; assicurava, semplicemente, che entrambi gli opposti, entrando in relazione, generavano il movimento e il cambiamento delle cose.”

Cina, 1923. Un paese in bilico fra modernità e passato imperialista, tentazioni occidentali e antiche tradizioni, percorso da avventurieri e affaristi provenienti da ogni parte del mondo: imprenditori americani, venditori di gioielli russi, trafficanti d’arte… Un paese che appare come un’infinita riserva di ricchezze, sfruttata dall’avidità degli europei, ma anche nelle mani della mafia locale che controlla il traffico di oppio, la prostituzione e le scommesse; un paese dove la cultura ancestrale viene distrutta dagli invasori stranieri e, soprattutto, dalla debolezza di un’instabile dinastia che ha lasciato il potere nelle mani dei signori della guerra; dove nazionalismo e comunismo devono fare i conti con il folle tentativo di restaurazione monarchica ad opera di ambiziosi imperialisti giapponesi.

Ed è proprio qui che, dopo quaranta interminabili giorni trascorsi a bordo di un postale a vapore in compagnia della nipote Fernanda, fra nausee e malesseri vari, giunge, Elvira Aranda, pittrice spagnola trapiantata a Parigi dopo il matrimonio con un imprenditore della seta lionese, Rémy De Poulain. Un legame basato sull’interesse, il loro, che, dopo il trasferimento a Shanghai di Rémy, divenuto amministratore e legale delle filande di famiglia nella metropoli più importante e ricca dell’Asia, lascia il posto ad una buona e duratura amicizia. Nonostante la ventennale permanenza del marito in Cina, Elvira non lo ha mai raggiunto e se ora è stata costretta ad affrontare un viaggio simile è solo perché la sua morte improvvisa la costringe ad occuparsi delle sue proprietà. Ben presto,  però, Elvira scoprirà che Rémy, dopo aver dilapidato la sua fortuna nell’oppio, nel gioco e nei bordelli, non le ha lasciato alcun patrimonio, e che la sua unica eredità, oltre alla casa, consiste in debiti incalcolabili. In suo aiuto sembra giungere il giornalista irlandese Paddy Tichborne che, informandola sulle reali circostanze della morte del marito, la mette in contatto con Lao Jiang, antiquario di Shanghai e amico di Rémy. Insieme convincono Elvira che l’unica soluzione di tutti i suoi problemi – i debiti ed i sicari della pericolosa Banda Verde che hanno già ucciso una volta – consiste nel trovare un prezioso cofanetto, unico oggetto di valore ereditato. Secondo la leggenda, fra gli oggetti in esso custoditi si nasconde la chiave per rintracciare la tomba del Primo Imperatore del Celeste Impero e quindi immensi tesori.
Elvira e la nipote Fernanda non sembrano avere altra scelta se non quella di partire per un’avventura appassionante ma molto rischiosa: in compagnia del giornalista, dell’antiquario, del maestro taoista Jade Rojo e del giovane servo Biao, dovranno sciogliere enigmi, superare prove pericolose e penetrare uno dei più grandi segreti d’Oriente di tutti i tempi.
“Tutto sotto il cielo”, il nome con cui i figli di Han chiamano il grande paese conosciuto anche come “Impero di mezzo”, dà il nome al nuovo romanzo di Matilde Asensi, autrice spagnola conosciuta e apprezzata a livello internazionale per titoli quali L’ultimo Catone, Iacobus e L’origine perduta. In Tutto sotto il cielo la Asensi riprende lo schema narrativo che più le è congeniale e che si può considerare una delle caratteristiche peculiari dei suoi romanzi. C’è un mistero, naturalmente, che per un’innata curiosità la scrittrice è portata ad investigare con letture, ricerche e studi approfonditi – in questo caso, il luogo dove è celata la tomba del Primo Imperatore del Celeste Impero. Si tratta dello stesso mistero che i protagonisti, loro malgrado, si trovano a dover risolvere, attraverso la soluzione di una serie di enigmi ed il superamento di prove pericolose ed imprevedibili.
Ma come ogni romanzo “di qualità”, Tutto sotto il cielo presenta elementi distintivi ed originali. Innanzitutto lo sterminato e suggestivo scenario storico che conquista immediatamente il lettore, per la ricchezza con cui l’autrice descrive paesaggi e ambienti, colori e odori, ma anche le tradizioni, la storia, la cultura, l’arte, la lingua e la religione di una Cina che appare più che mai un territorio tanto vasto quanto ancora inesplorato e, per certi versi, inesplorabile. E poi l’insieme dei personaggi: dalla protagonista e narratrice in prima persona, donna moderna ed emancipata, alla nipote che, da adolescente seria, testarda e grassoccia, si trasformerà in una giovane sicura di sé; dal combattivo e determinato antiquario, al silenzioso, ma determinante, maestro taoista; dal servo con insospettabili doti matematiche, al giornalista coraggioso. Insieme accompagneranno il lettore fino all’ultima pagina, mettendo in scena, fra l’altro, l’eterno scontro fra due civiltà, l’orientale e l’occidentale, così diverse e lontane ma che, nonostante tutto, riescono a trovare elementi di dialogo e di reciproco scambio.
Storia, tradimenti, intrighi internazionali, misteri orientali si intrecciano ai destini dei protagonisti, in un inesauribile affresco dove il confine fra realtà, leggenda e finzione è davvero sottile, ma che si presenta, ancora una volta, come un perfetto meccanismo narrativo.

Le prime righe

Un certo mezzogiorno, dopo l’interminabile sequela di nausee e di malesseri vari che mi aveva tormentata durante la traversata a bordo della Andre Lebon, una sorprendente calma si era impossessata della nave costringendomi allo spiacevole sforzo di aprire un poco gli occhi, come se in quel modo avessi potuto scoprire perché il postale, per la prima volta in sei settimane, aveva smesso di sbattere contro le onde. Sei settimane! Quaranta giorni infami durante i quali ricordavo di essere salita in coperta soltanto una o due volte, e anche per quelle scarse uscite c’era voluto molto coraggio. Non avevo visto né Porto Said, né Gibuti né Singapore. E non ero nemmeno stata in grado di affacciarmi agli oblò della mia cabina mentre attraversavamo il canale di Suez o attraccavamo a Ceylon e a Hong Kong. Nausea e depressione mi avevano tenuta sdraiata sulla branda della mia cabina di seconda classe sin dal giorno della nostra partenza da Marsiglia, cioè dal mattino della domenica 22 luglio, e nemmeno gli infusi di zenzero e le inalazioni di laudano, che mi intontivano, erano riusciti ad alleviare la nausea.
Il mare non faceva per me. Io ero nata a Madrid, nell’entroterra, nella meseta castigliana, a molta distanza dalla costa, e il fatto di salire su una nave e di attraversare mezzo mondo galleggiando e cercando di mantenermi in equilibrio non mi sembrava naturale. Avrei preferito mille volte fare il viaggio per ferrovia, ma Rémy diceva sempre he era molto più rischioso, e indubbiamente, dalla rivoluzione dei bolscevichi in Russia, attraversare la Siberia rappresentava una vera follia. Così non avevo potuto fare altro che comprare i biglietti per quell’elegante postale a vapore della Compagnie des Messageries Maritimes sperando ardentemente che il dio dei mari, compassionevole, non sentisse lo stravagante desiderio di portarci sul fondo, dove saremmo stati divorati dai pesci e dove la melma avrebbe coperto per sempre le nostre ossa. Ci sono cose che non portiamo con noi nascendo e io, certamente, non ero venuta al mondo con lo spirito marinaro.
Quando la quiete e lo sconcertante silenzio della nave mi rianimarono osservai intensamente le familiari pale girevoli del ventilatore appeso al soffitto. In un momento della traversata avevo giurato a me stessa che, se fossi arrivata a posare di nuovo i piedi a terra, avrei dipinto quel ventilatore così come lo vedevo sotto i confusi effetti del laudano; forse sarei riuscita a venderlo al mercante d’arte Kahnweiler, appassionato delle opere cubiste dei miei connazionali Picasso e Juan Gris. Ma la visione confusa delle pale del ventilatore non mi aiutò a capire perché la nave si era arrestata e, siccome non si sentivano nemmeno i segnali tipici dell’arrivo nei porti né le corse chiassose dei passeggeri che si dirigevano in coperta, ebbi di colpo un brutto presentimento… In fin dei conti ci trovavamo nei pericolosi mari della Cina dove, ancora in quell’anno, il 1923, temibili pirati orientali abbordavano le imbarcazioni di passaggio per rubare e assassinare. Il cuore cominciò a battermi forte e le mani a sudare, e proprio in quel momento risuonarono alla mia porta dei colpetti inquietanti. “Permesso, zia?” indagò la voce spenta di quella nipote appena acquisita che avevo vinto alla lotteria senza aver comprato nessun biglietto.
“Avanti”, mormorai reprimendo una leggera nausea. Siccome Fernanda veniva a trovarmi solo per portarmi l’infuso contro il mal di mare, ogni volta che compariva nella mia cabina mi si scombussolava lo stomaco.

Category : Racconti/Romanzi

L’amore di mia madre

marzo 12th, 2011 // 11:45 am @

 

di Matilde Maisto

Ero arrivata in mattinata, il lungo viaggio mi aveva stancata per cui avevo preferito restare con i miei familiari, seduta in giardino, alla leggera frescura della serata estiva.
Chiacchieravo allegramente con i miei nipoti e mi lasciavo coccolare da mio fratello che voleva farmi cenare di tutto e di più, ma soprattutto mi lasciavo coccolare dallo sguardo amorevole di mia madre, i cui occhi belli, luminosi, splendenti e ricolmi d’amore non si staccavano da me! Io facevo finta di niente, anzi facevo la preziosa, ma poi all’improvviso mi alzavo e l’abbracciavo con tutta la forza che avevo, le baciavo le guance e mi preparavo a ricevere tutte le coccole che solo lei ha saputo darmi in tutta la mia vita. Mi accovacciavo accanto a lei, le poggiavo la testa sul grembo e mi lasciavo carezzare i capelli, il collo, la schiena: era una carezza leggera, delicata, che mi dava un senso di immenso benessere…! Ero finalmente lì…ero con la mia mamma ed ero ancora la sua piccolina…! Che dolce sensazione, ancora oggi, al solo pensarci, sento dei brividi lungo la schiena che mi fanno desiderare la sua presenza.
Già…! La mia amata mamma, buona, onesta, caritatevole, bella, anzi bellissima: nonostante la sua età, ormai, avanzata, aveva una bellezza innata che non ha mai mutato il suo aspetto: mani lunghe e dita affusolate, come quelle di un pianista, pelle rosea e levigata come una preziosa porcellana, capelli lunghissimi, con qualche sfumatura grigia qua e là, che lei legava in una lunga treccia che poi arrotolava come uno chignon sulla nuca. Quante volte le ho disfatta quella treccia con la scusa di rimetterla in ordine, ma solo per il piacere di rifargliela a modo mio, per toccare quella lunga chioma che ai miei occhi somigliava a quella di una principessa! Ma lei, invece, era una donna umile ed era questa sua umiltà a renderla speciale, benvoluta da tutti. Ancora oggi mi capita di incontrare delle persone che mi dicono tua mamma quanto era buona! Quante cose ha saputo insegnarmi! Tu le somigli molto, me la ricordi nel modo di parlare ed anche nel fisico! Per me queste sono parole magiche, stupende e non esiste un complimento migliore che io possa ricevere. Lo so, magari intendono dire che io sono molto rotonda, proprio come era diventata lei, ma io sono felice lo stesso, perché non era importante il suo fisico, ormai appesantito dall’età, ma la sua mente sempre giovane e brillante; il suo gusto raffinato e sobrio, la sua intelligenza sempre viva e soprattutto il suo grande cuore, capace di contenere l’amore per il mondo intero.
Ebbene si, ho avuto la fortuna di avere una grande mamma e la porto nel cuore, ove resterà finché avrò vita.
Non so se io sono capace di essere per i miei figli una mamma come lei è stata per me, ma spero proprio di si, così non mi dimenticheranno mai, proprio come io non dimentico la mia!

Category : Racconti/Romanzi

Un cuore dolce/amaro

marzo 12th, 2011 // 11:28 am @

 

di Matilde Maisto

Ma che cos’era quell’astio, quel cuore duro come un sasso, che sentivo battere in me? Perché? Com’era possibile che io fossi cambiata al punto da non riconoscermi più? Troppe delusioni…troppi conti in sospeso…troppi bocconi amari…troppi rancori… avevano, alla fine, cambiato il mio dolce e docile carattere.
Ora mi ero chiusa in uno strano mutismo, non desideravo né parlare, né sfogarmi con alcuno, tanto meno con mia sorella, che mi innervosiva, mi angustiava ancora di più, perché nella sua mente (secondo me) contorta, pensava che io fossi cambiata per la sua presenza in casa!
Non era così! E lei avrebbe dovuto saperlo, ma peggiorava il mio stato d’animo, giocando a far la vittima, la persona che chiedeva il permesso per fare qualsiasi cosa, chiedeva ora a questo ed ora a quello qualche commissione da farle, perché, secondo il suo parere, chiederlo a me sarebbe stato un motivo di fastidio. Non immaginava neppure che lei, non essendo il centro dell’universo, anzi del mio universo, non era affatto la causa del mio mutismo, del mio chiudermi nello studio dove potevo, finalmente, ritrovare me stessa, i miei sbalzi di umore, le mie tristezze, le mie angosce, la mia voglia di riscatto ed anche la mia voglia di umana vendetta.
Nel silenzio del mio angolo preferito, mi facevo molto spesso degli esami di coscienza: come potevo desiderare la vendetta nei confronti di esseri umani, che sebbene avessero le sembianze di persone normali, in realtà erano delle persone rabbiose, cattive, vendicative, ma pur sempre il mio prossimo? No! Mi dicevo io non desidero alcuna vendetta, io sono diversa….io VOGLIO essere diversa!
Allora, come per incanto, il mio cuore si apriva al perdono, alla speranza per il futuro dei miei figli, si apriva alla Pace, a Dio con una semplice e dolce preghiera che sgorgava direttamente dalla mia anima e prendeva la forma di un bellissimo fiore che, ancora bagnato dalla rugiada notturna, si apriva al luminoso sole del mattino!
Ed allora, iniziava il mio bellissimo sogno: viaggiavo su un magico tappeto volante in uno splendente cielo azzurro, toccavo con le mani piccole nuvole che mi avvolgevano come un velo che magicamente si scioglieva come neve al sole.
Poi, stanca di volare, camminavo a piedi nudi in un prato ricolmo di piccoli fiori profumati, che io raccoglievo per farne un bel mazzo da mettere in casa, oppure correvo libera sulla riva del mare, lasciando che mi bagnassi leggermente i vestiti per poterli poi asciugare sotto i raggi del sole.
Ed è solo svegliandomi da questo incantevole sogno che pensavo a quanto la vita fosse veramente meravigliosa e che valesse la pena di viverla comunque sarebbero andate le cose e qualunque cosa mi avesse riservato il destino!
MERAVIGLIOSA…LA VITA!

Meraviglioso
perfino il tuo dolore
potrà  guarire poi
meraviglioso
Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato
il mare eh!
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole!
La vita
l’amore
Meraviglioso
il bene di una donna
che ama solo te
meraviglioso
La luce di un mattino
l’abbraccio di un amico
il viso di un bambino
meraviglioso

Category : Racconti/Romanzi