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“Elena e il suo dodò” da “STORIE… TANTE STORIE” di Matilde Maisto

settembre 5th, 2013 // 4:17 pm @

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Elena era appena guarita da una brutta influenza, ma non poteva ancora lasciare la sua cameretta. Allora la mamma, per coccolarla un pochino, le aveva permesso di portare in cameretta il suo bel cagnolino “dodò”.

Elena era estremamente felice in compagnia del suo amico preferito ed insieme a lui trascorreva ore liete e spensierate.

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Ora entrambi erano rapiti da una storia meravigliosa che Elena leggeva con interesse ed il piccolo “dodò” sdraiato accanto a lei sembrava altrettanto interessato.

Vederli insieme era uno spettacolo, Elena si rivolgeva a dodò con un affetto fraterno ed il cagnolino ascoltava le sue parole come se comprendesse tutto perfettamente.

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Poi ad un tratto Elena nella foga della lettura si è ritrovata in un bosco, il suo cagnolino non c’era più, anzi lei lo cercava ovunque, ma di “dodò” non c’era alcuna traccia.

Scrutava attentamente intorno a lei, ma non vedeva nulla, sentiva solo uno strano rumorio tra gli alberi, tra il frusciare delle foglie ed il calpestio del sottobosco.

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Lo stupore della bimba è stato assoluto quando intorno a lei sono comparse tante allegre figurine, erano dei piccoli gnomi, che le hanno fatto una grande festa accogliendola come una di loro.

All’improvviso accanto ad Elena è comparso anche il suo amico Matteo che prendendola per mano l’ha condotta in un regno incantato, correndo a piedi nudi su un morbido manto erboso.

Ma poi…. Elena ha aperto i suoi nerissimi occhi e risvegliandosi dal suo sogno felice, si è ritrovata sul suo lettino con accanto il suo “dodò” che l’aveva tranquillamente vegliata.

 

 

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“La favola bella” da “STORIE… TANTE STORIE” di Matilde Maisto

settembre 5th, 2013 // 4:05 pm @

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C’era una volta una giovane ragazza che, per motivi di lavoro, si era trasferita nella città di Milano, ma era solita ritornare al suo paesello, alla sua famiglia, per il periodo delle ferie estive.

Quell’estate….: ero arrivata in mattinata, il lungo viaggio mi aveva stancata per cui avevo preferito restare con i miei familiari, seduta in giardino, alla leggera frescura della serata estiva.

Chiacchieravo allegramente con i miei nipoti e mi lasciavo coccolare da mio fratello che voleva farmi cenare di tutto e di più, ma soprattutto mi lasciavo coccolare dallo sguardo amorevole di mia madre, i cui occhi belli, luminosi, splendenti e ricolmi d’amore non si staccavano da me! Io facevo finta di niente, anzi facevo la preziosa, ma poi all’improvviso mi alzavo e l’abbracciavo con tutta la forza che avevo, le baciavo le guance e mi preparavo a ricevere tutte le coccole che solo lei ha saputo darmi in tutta la mia vita. Mi accovacciavo accanto a lei, le poggiavo la testa sul grembo e mi lasciavo carezzare i capelli, il collo, la schiena: era una carezza leggera, delicata, che mi dava un senso di immenso benessere…! Ero finalmente lì…ero con la mia mamma ed ero ancora la sua piccolina…! Che dolce sensazione, ancora oggi, al solo pensarci, sento dei brividi lungo la schiena che mi fanno desiderare la sua presenza.

Già…! La mia amata mamma, buona, onesta, caritatevole, bella, anzi bellissima: nonostante la sua età, ormai, avanzata, aveva una bellezza innata che non ha mai mutato il suo aspetto: mani lunghe e dita affusolate, come quelle di un pianista, pelle rosea e levigata come una preziosa porcellana, capelli lunghissimi, con qualche sfumatura grigia qua e là, che lei legava in una lunga treccia che poi arrotolava come uno chignon sulla nuca. Quante volte le ho disfatta quella treccia con la scusa di rimetterla in ordine, ma solo per il piacere di rifargliela a modo mio, per toccare quella lunga chioma che ai miei occhi somigliava a quella di una principessa! Ma lei, invece, era una donna umile ed era questa sua umiltà a renderla speciale, benvoluta da tutti.

Ancora oggi mi capita di incontrare delle persone che mi dicono tua mamma quanto era buona! Quante cose ha saputo insegnarmi! Tu le somigli molto, me la ricordi nel modo di parlare ed anche nel fisico! Per me queste sono parole magiche, stupende e non esiste un complimento migliore che io possa ricevere. Lo so, magari intendono dire che io sono molto rotonda, proprio come era diventata lei, ma io sono felice lo stesso, perché non era importante il suo fisico, ormai appesantito dall’età, ma la sua mente sempre giovane e brillante; il suo gusto raffinato e sobrio, la sua intelligenza sempre viva e soprattutto il suo grande cuore, capace di contenere l’amore per il mondo intero.

Ebbene si, ho avuto la fortuna di avere una grande mamma e la porto nel cuore, ove resterà finché avrò vita.

Non so se io sono capace di essere per i miei figli una mamma come lei è stata per me, ma spero proprio di si, così non mi dimenticheranno mai, proprio come io non dimentico la mia!

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Il magico mondo delle fate

settembre 10th, 2012 // 9:46 pm @

 

MAGICHE E MERAVIGLIOSE,

UN MONDO RICCO DI FASCINO

IO RIMANGO SEMPRE INCATATA

DAL MONDO DELLE FATE….

SOGNO O REALTA’????


(foto tratte da Internet)

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Il nontiscordardime, messaggero d’amore.

ottobre 12th, 2011 // 12:52 pm @

 

 
 
 

Un tempo, in un regno prospero e felice, la giovane Daina abitava con la madre ormai vecchia in una piccola capanna dipinta di bianco, sul limitare di un campo di grano, vicino ad un ruscello che scorreva gioioso, alla quieta ombra di alberi secolari. Era bello in inverno, coi severi alberi spogli, i rami immobili contro il cielo grigio e i bruni campi silenziosi dove volavano pigramente i corvi dalle nere, lucide ali. Ed era bello in estate, sotto le fresche foglie luccicanti dove tubavano le colombe innamorate l’una dell’altra, accompagnando con il loro linguaggio d’amore il lieto scorrere del torrente d’argento. 
Le donne andavano a riempire di purissima acqua i loro secchi in quel luogo incantato, ed i viandanti si sedevano per riposare e parlare con Daina, flessuosa, dolce e paziente come l’animale di cui portava il nome.
Ella lavorava filando alla rocca tessuti leggeri e preziosi per le ricche signore del regno e sognava, filando, i suoi sogni, il bel viso piegato sotto il peso dei lunghi capelli neri, raccolti sul capo in una treccia splendida, degna di una regina, i grandi occhi liquidi e scuri levati talvolta ad osservare fiduciosi chi voleva fermarsi a parlare con lei. 
Un giorno, uno dei viandanti la informò che il Nobile Signore, padrone del regno, stava visitando tutte le terre che gli appartenevano, e quindi certo sarebbe giunto anche lì. 
Turbata – senza nemmeno ben capirne la ragione – per la prima volta nella sua breve, placida vita, Daina corse dalla madre, per chiedere alla saggezza di lei quale mai vestito dovesse indossare per rendere omaggio al loro Signore. Quanto ai gioielli, la scelta era obbligata. Daina e la madre erano molto povere, vivevano del lavoro della fanciulla, e non possedevano che la piccola capanna bianca dove vivevano ed uno splendido gioiello, un grande zaffiro che racchiudeva in sé tutti i tenui bagliori del cielo, incastonato in una montatura degna di un re.
Quello zaffiro era appartenuto ad un possente signore del regno, che in anni ormai lontani aveva amato la madre di Daina, bella allora come ora la figlia, e poi l’aveva abbandonata, lasciandole in dono la piccola e quel gioiello prezioso.
La madre, sgomenta per il turbamento della figlia, pregò in silenzio perché la storia non si ripetesse, perché alla fanciulla così ignara fossero risparmiati il dolore dell’abbandono e del disinganno, le lacrime dello struggimento e della solitudine, ma ben sapendo che ogni cosa è già scritta, aiutò comunque la sua bella figlia ad acconciare i lunghi capelli neri e ad indossare un abito bianco come l’alba del mattino, fermandole sul seno il gioiello azzurro colore del cielo.
Finalmente il Nobile Signore passò davanti alla piccola casa di Daina, che attendeva tremando, ma, anche se vide la graziosa capanna dipinta di bianco, la giudicò troppo piccola per prestarle attenzione e passò oltre senza badare alla bellezza di quell’angolo fatato; era estate, ma preso dai gravi pensieri del suo regno, egli non vide le lucide foglie dei grandi alberi, non udì il richiamo amoroso dei colombi innamorati, non fu attratto dal fresco gorgoglio del ruscello d’argento. 
Daina però non poteva tollerare il pensiero di non aver reso alcun omaggio al suo Signore. 
E così, in un gesto dettato da inconsapevole orgoglio, poiché anche nelle sue vene scorreva nobile sangue, e dalla delusione di un’inconfessata speranza, lanciò verso il Principe il suo prezioso gioiello di cielo. 
cielo. 
Indifferente, il Principe passò col suo cavallo là dove il gioiello era caduto, e dietro a lui gli infiniti zoccoli dei cavalli di tutto il suo seguito numeroso. E il bello zaffiro si frantumò in numerose piccole schegge di luce azzurra, che riflettevano il sole.
Fu una dea pietosa che passava di lì a trasformare quelle schegge in migliaia di piccoli fiori azzurri, cui venne dato il nome di “non ti scordar di me” perché il ricordo del gesto orgoglioso e gentile della piccola Daina non andasse del tutto perduto. 
Edoardo VIII, nel 1936, in un secolo dunque apparentemente privo di fiabe, rinunciò al trono di Inghilterra, assumendo il titolo di duca di Windsor, gettando così ben più che un monile di zaffiro ai piedi della donna che amava. La rinuncia al trono era infatti l’unico mezzo per rendere possibili l’anno successivo le nozze con l’americana, due volte divorziata, Wallis Simpson, che, a differenza del principe della fiaba, si chinò a raccogliere il dono.
IL duca volle che nel giorno delle nozze i “non ti scordar di me” decorassero a migliaia la loro abitazione, e che l’abito della sposa avesse quella particolare tonalità di chiaro azzurro che mostrano i petali del fiore sacro all’amore.
La piccola Daina, dal suo mondo di fiaba, deve pur aver visto tutto questo e certamente, nella sua generosità, ne ha sorriso felice.

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L’acqua della eterna giovinezza

giugno 6th, 2011 // 8:56 am @

(Illustrazione di Mariarita Brunazzi)    
 
 C’era una volta un re che era molto malato, così malato che i suoi tre figli ne provavano una gran pena. Per nascondere le loro lacrime si erano rifugiati nel parco del castello, allorquando videro venir loro incontro un vecchio al quale confidarono il loro tormento.
– Conosco un rimedio – disse l’uomo – è l’Acqua dell’Eterna Giovinezza. Qualche sorso basterà a guarire il re, ma è molto difficile procurarsela.
Il primo dei tre figli si precipitò al capezzale di suo padre e lo mise al corrente del suo desiderio di partire alla ricerca di questo miracoloso rimedio.
– L’impresa è troppo pericolosa, è meglio che io muoia, figlio mio – rispose il re in fin di vita – non voglio che tu rischi la tua vita.
Ma il figlio primogenito insistette e infine ottenne il consenso di suo padre, pensando che a missione compiuta avrebbe ereditato il suo regno. Il principe inforcò il suo robusto destriero e si mise in cammino. Cavalcò giorni e giorni, allorquando incontrò un nano che sembrava lo stesse aspettando.
– Dove vai così in fretta bravo cavaliere? – gli chiese il nano.
– Sei molto indiscreto, villano di un nano. – gli rispose il principe correndo come un lampo.
Il nano molto offeso, gli lanciò un sortilegio. Ben presto il cavaliere entrò nella gola di una montagna che si chiuse alle sue spalle impedendogli sia di andare avanti, che di retrocedere. Si trovò quindi prigioniero con il suo cavallo come in una fortezza. Durante questo tempo il re ammalato si disperava aspettando il suo ritorno. Il secondo dei figli chiese allora il permesso a suo padre di andare in cerca dell’Acqua dell’Eterna Giovinezza. Il re fece qualche difficoltà, ma finì per cedere. Il principe fece la stessa strada del fratello maggiore. Anch’egli incontrò il nano che gli fece la stessa domanda:
– Questo non ti riguarda maleducato di un nano. – rispose il principe proseguendo il cammino senza nemmeno degnarsi di voltarsi. Il nano, furioso, lanciò anche a lui un sortilegio. Il cavaliere entrò nella gola e fece la stessa fine di suo fratello e non ritornò. Ben presto il figlio minore pregò suo padre di lasciar partire anche lui alla ricerca dell’Acqua dell’Eterna Giovinezza. Il re acconsentì. Il giovane principe incontrò a sua volta il nano che gli chiese il motivo del suo viaggio.
– Mio padre sta per morire ed io sto tentando di trovare l’Acqua dell’Eterna Giovinezza per poterlo salvare – rispose il principe gentilmente.
– Sai almeno dove si trova? – gli chiese il nano.
– Ahimè! No – rispose il principe con rimpianto.
– Tu non sei orgoglioso come i tuoi fratelli, quindi t’indicherò dove trovarla. Quest’acqua miracolosa si trova nel cortile di un castello incantato, dove sgorga da una fontana. Ecco una bacchetta magica con la quale busserai tre volte alla porta del castello. Questa si aprirà e tu vedrai all’interno due leoni che fedelmente fanno la guardia. Getterai loro queste due forme di pane ed essi ti lasceranno passare. Vai dritto alla fontana e raccogli in una coppa l’Acqua dell’Eterna Giovinezza. Ma stai attento, bisogna che tu venga via prima che suonino i dodici colpi di mezzogiorno, in caso contrario rimarrai prigioniero nel castello.
Il principe ringraziò il nano e proseguì il cammino portando con se la bacchetta magica e le due pagnotte. Arrivò al castello e fece quello che gli aveva detto il nano. Mentre attraversava una magnifica sala incontrò una bella ragazza che l’abbracciò e gli diede una spada e un pane, poi l’accompagnò alla fontana.
– Tu mi hai liberata dall’incantesimo che sovrasta questo castello – gli disse – tra un anno celebreremo le nostre nozze e questo regno ti apparterrà. Ma ora bisogna fare in fretta, poiché stanno per suonare i dodici colpi di mezzogiorno.
Il principe riempì una coppa d’Acqua dell’Eterna Giovinezza, poi se ne andò prima che scoccasse l’ora prevista. Sulla via del ritorno incontrò il nano che l’aspettava.
– La spada, che è magica, ti permetterà di combattere i tuoi nemici ed il pane non si esaurirà mai – gli disse.
– Aiutami a trovare i miei fratelli – implorò il principe.
– Quando ti avvicinerai alle montagne blu, saranno liberati. Io li ho tenuti prigionieri per punire il loro orgoglio. Diffida della loro perfidia – disse il nano.
Il giovane ritrovò i suoi fratelli e raccontò loro tutto quello che gli era capitato. Tutti e tre i fratelli fecero insieme il viaggio di ritorno verso il castello del loro padre, ma durante il cammino attraversarono tre paesi dove imperversava la guerra e la carestia.
Il principe prestò la sua spada a ciascuno dei tre sovrani ed inoltre il pane magico. Li aiutò fino a quando non tornò la pace. Dopo un lungo viaggio e molte peripezie, i principi arrivarono finalmente al capezzale del loro padre.
L’ultimo dei tre fratelli tese la sua coppa al re che ne bevve il contenuto. Sfortunatamente la sua malattia si aggravò. Allora gli altri due fratelli presentarono al loro padre la coppa che avevano portato e che conteneva l’acqua che avevano sottratto al suo fratello sostituendola con quella salata.
Il sovrano, non solo guarì subito, ma si trovò anche ringiovanito. I due fratelli intriganti accusarono il più giovane di aver voluto avvelenare il loro padre allo scopo di ereditare il regno.
Poi lo presero anche in giro:
– Tu sei coraggioso, ma molto ingenuo, caro fratello. Noi abbiamo scambiato le coppe. Tra un anno uno di noi sposerà la principessa di cui tu ci hai parlato. Ma non parlare se non vuoi morire.
Nel frattempo il re era molto irritato. Poiché credeva che il suo giovane figlio avesse voluto attentare alla sua vita, lo fece condannare a morte dalla corte ed incaricò uno dei suoi cacciatori di eseguire la sentenza. Costui non ebbe il coraggio, poiché conosceva il principe sin dalla più tenera infanzia. Gli confessò l’incarico che aveva ricevuto, poi l’aiutò a fuggire nella foresta. Qualche tempo dopo arrivarono al castello tre carri pieni d’oro e di pietre preziose. Erano regalati dai tre re che aveva aiutato. Il vecchio re allora subodorò la verità e poco dopo venne a conoscenza dal cacciatore che suo figlio era ancora vivo.
Passò un anno.
La principessa nel frattempo aveva fatto costruire un viale pavimentato d’oro sino al cancello del suo castello e ordinò ai suoi servitori di lasciar entrare soltanto quel cavaliere che l’avesse attraversato senza esitazione, poiché sarebbe stato quello che lei aspettava.
Ben presto i principi più anziani si presentarono al castello, ma nessuno dei due osò calpestare il pavimento d’oro con il suo cavallo.
Al contrario il giovane principe che aveva finalmente lasciato la foresta, non ci fece nemmeno caso: cieco d’amore, galoppò dritto verso il castello fin davanti alla porta della principessa che l’accolse teneramente.
Le nozze furono celebrate tra la gioia di tutti.
Un giorno il principe venne a sapere che suo padre desiderava rivederlo. Andò quindi a trovarlo e gli raccontò la perfidia dei suoi fratelli. Allora il re volle castigarli, ma essi erano fuggiti per sempre.

 

di Jacob e Wilhelm Grimm

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