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Il viaggio del quarto re – Una leggenda per riflettere sul Natale

gennaio 4th, 2013 // 2:27 pm @

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Nei giorni in cui era imperatore Cesare Augusto ed Erode regnava a Gerusalemme, viveva nella città di Ecbatana, tra i monti della Persia, un certo Artabano. Era un uomo alto e bruno, sulla quarantina. Gli occhi sfavillanti, la fronte da sognatore e la bocca da soldato lo rivelavano uomo sensibile ma di volontà ferrea, uno di quegli uomini sempre alla ricerca di qualcosa. Artabano apparteneva all’antica casta sacerdotale dei Magi, detti adoratori del fuoco.

Un giorno convocò tutti i suoi amici e fece loro, più o meno, questo discorso: “I miei tre compagni tra i Magi – Gaspare, Melchiorre e Baldassare – e io stesso abbiamo studiato le antiche tavole della Caldea e abbiamo calcolato il tempo. Cade quest’anno. Abbiamo studiato il cielo e abbiamo visto una nuova stella, che ha brillato per una sola notte e poi è scomparsa. I miei fratelli stanno vegliando nell’antico tempio delle Sette Sfere, a Borsippa, in Babibolia, e io veglio qui. Se la stella brillerà di nuovo, tra dieci giorni partiremo insieme per Gerusalemme, per vedere e adorare il Promesso, che nascerà Re d’Israele. Credo che il segno verrà. Mi sono preparato per il viaggio. Ho venduto la mia casa ed i miei beni e ho acquistato questi gioielli – uno zaffiro, un rubino e una perla – da portare in dono al Re. E chiedo a voi di venire con me in pellegrinaggio, affinchè possiamo trovare insieme il Principe”.

Così dicendo, trasse da una piega recondita della cintura tre grosse gemme, le più belle mai viste al mondo. Una era blu come un frammento di cielo notturno, una più rossa di un raggio al tramonto, una candida come la cima innevata di un monte a mezzogiorno.

Ma un velo di dubbio e diffidenza calò sui volti dei suoi amici, come la nebbia che si alza dalle paludi a nascondere i colli. “Artabano, questo è solo un sogno”, disse uno. E tutti se ne andarono.

Artabano rimase solo e uscì sulla terrazza della sua casa. Allora, alta nel cielo, perfetta di radioso candore, vide pulsare la stella dell’annuncio. “Salvami”. Djemal, il più veloce e resistente dei dromedari di Artabano, divorava la sabbia dei deserti con le sue lunghe zampe. Artabano doveva calcolare bene i tempi per giungere all’appuntamento con gli altri Magi. Passò lungo pendii del monte Orontes, scavati dall’alveo roccioso di cento torrenti. Percorse le pianure dei Nisseni, dove i famosi branchi di cavalli scuotevano la testa all’avvicinarsi di Djemal, e si allontanavano al galoppo in un tuonare di zoccoli. Varcò molti passi gelidi e desolati, arrancando penosamente fra i crinali flagellati dal vento; si addentrò in gole buie, seguendo la traccia ruggente del fiume che le aveva scavate.

Era in vista delle mura sbrecciate di Babilonia, quando, in un boschetto di palme, vide un uomo che giaceva bocconi sulla strada. Sulla pelle, secca e gialla come pergamena, portava i segni della febbre mortale che infieriva nelle paludi in autunno. Il gelo della morte già lo aveva afferrato alla gola. Artabano si fermò. Prese il vecchio tra le braccia. Era leggero e gli ricordava suo padre. Lo portò in un albergo e chiese all’albergatore di avere cura del vecchio e ospitarlo per il resto dei suoi giorni. In pagamento gli diede lo zaffiro.

Il giorno seguente, Artabano ripartì. Sollecitava Djeemal che volava sfiorando il terreno, ma ormai i tre Re Magi erano partiti senza aspettare il loro fratello persiano. Non volevano perdere l’appuntamento con il Grande Re.

Artabano arrivò in una vallata deserta dove enormi rocce si innalzavano fra le ginestre dai fiori dorati. All’improvviso udì delle urla venire dal folto degli arbusti. Saltò giù dalla cavalcatura e vide un drappello di soldati che trascinavano una giovane donna con gli abiti a brandelli. Artabano mise mano alla spada, ma i soldati erano troppi e non poteva affrontarli tutti insieme.

La ragaza notò l’aureo cerchio alato che aveva al petto. Si svincolò dalla stretta dei suoi aguzzini e si gettò ai suoi piedi. “Abbi pietà” gli gridò “e salvami, per amore di Dio! Mio padre era un mercante, ma è morto, e ora mi hanno preso per vendermi come schiava e pagare così i suoi debiti. Salvami!”

Artabano tremò, ma mise la mano nella cintura e con il rubino acquistò la libertà della giovane. La ragazza gli baciò le mani e fuggì verso le montagne con la rapidità di un capriolo. Le mani vuote.

Intanto Gaspare, Melchiorre e Baldassarre erano arrivati alla stalla dove stavano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù. I tre santi re si prostrarono davanti al bambino e presentarono i loro doni. Gasparre aveva portato un magnifico calice d’oro. Melchiorre porse un incensiere da cui si levavano volate di profumato incenso. Baldassarre presentò la preziosa mirra.

Artabano correva e correva. Arrivò a Betlemme mentre dalle case si levavano pianti e fiamme, e l’aria tremava come trema nel deserto. I soldati dalle spade insanguinate, eseguendo gli ordini di Erode, uccidevano tutti i bambini dai due anni in giù. Vicino a una casa in fiamme un soldato dondolava un bambino nudo tenendolo per una gamba. il bambino gridava e si dibatteva. Il soldato diceva: “Ora lo lascio, ed egli cadrà nel fuoco…farà un buon arrosto!” La madre alzava urla acutissime. Con un sospiro Artabano prese l’ultima gemma che gli era rimasta, la magnifica perla più grossa di un uovo di piccione, e la diede al soldato perchè restituisse il figlio alla madre. Così fu. Ella ghermì il bambino, lo strinse al petto e fuggì via.

Solo molto tardi Artabano trovò la stalla dove si nascondevano il bambino, Maria e Giuseppe. Giuseppe si stava preparando a fuggire e il bambino era sulle ginocchia di sua madre. Ella lo cullava teneramente cantando una dolce ninna nanna.

Artabano crollò in ginocchio e si prostrò con la fronte al suolo. Non osava alzare gli occhi, perchè non aveva portato doni per il Re dei Re. “Signore, le mie mani sono vuote. Perdonami…”, sussurrò.

Alla fine osò alzare gli occhi. Il bambino forse dormiva? No, il bambino non dormiva. Dolcemente si girò verso Artabano. Il suo volto splendeva, tese le manine verso le mani vuote del re e sorrise.

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La settimana dell’amicizia

settembre 8th, 2011 // 7:09 pm @

Buona settimana…..
a cura di: Paolo Diani
 

 “Quello che diamo a chi ci circonda ci torna
indietro

 
Il suo nome era Fleming, un povero agricoltore inglese.
Un giorno, mentre cercava di guadagnarsi la vita per la sua famiglia, ascoltò qualcuno che chiedeva aiuto in un pantano vicino.
Immediatamente lasciò i suoi attrezzi da lavoro e corse verso il pantano, lì interrato sino alla vita dal fango , c’era un bambino terrorizzato, gridando e lottando per liberarsi dal fango.
L’agricoltore Fleming salvò il bambino da quello che avrebbe potuto essere una morte lenta e terribile .
Il giorno seguente un carro molto lussuoso arrivò sino alla tenuta dell’agricoltore inglese.
Un nobile inglese vestito elegantemente, scese dal veicolo e si presentò da solo come il padre del bambino che Fleming aveva salvato.
“Io voglio ricompensarvi”disse il nobile inglese “Voi avete salvato la vita di mio figlio”.
“Ma io non posso accettare una ricompensa per quello che ho fatto” rispose l’agricoltore inglese, rifiutando l’offerta.
Proprio in quel momento il figlio dell’agricoltore uscì dalla porte della casa di famiglia.
“Questo e suo figlio? “chiese il nobile inglese.
“Si” rispose l’ agricoltore pieno di orgoglio.
“Le propongo una cosa. Mi lasci prendere suo figlio e offrirgli una buona educazione. Se rassomiglia a suo padre crescerà sino a diventare un uomo di cui sarete molto orgoglioso.
L’ agricoltore accetto . Con il passare del tempo, il figlio di Fleming l’agricoltore si laureò alla Scuola di medicina di St Mari’s Hospital di Londra, e divento un personaggio conosciuto nel mondo, il famoso Sir Alexander Fleming, lo scopritore della penicellina.
Alcuni anni dopo , il figlio del nobile inglese , si ammalò di polmonite.
Cosa lo salvo? La penicellina.
Il nome del nobile inglese? Randolph Churchill. Il nome del figlio? SirWinston Churchill.
Qualcuno disse una volta:
Sempre riceviamo lo stesso che offriamo.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro.
Ama come se niente ti avesse ferito.
Balla come se nessuno ti stesse guardando.
E’ la settimana internazionale dell’amicizia.
Spedisci questa storia a chi consideri tuo amico, e rallegragli (o rallegrale) la giornata.
Niente ti succederà se decidi di non inviarla, e l’unica cosa che succederà se la spedisci è che qualcuno potrà sorridere.

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Il potere del pensiero

giugno 27th, 2011 // 2:11 pm @



Autore: Bruno Ferrero – Libro: L’Importante è la Rosa
Casa Editrice: ElleDiCi

Un uomo camminava per un sentiero di campagna, quando sul margine di esso, tra l’erba, scorse qualcosa, forse un sasso, dalla forma strana:
“E’ un serpente”, pensò.
Il serpente si srotolò, scattò e lo morse a morte.

Un altro pellegrino camminava per quel sentiero, anche lui scorse il sasso dalla forma strana:
“E’ un uccello”, pensò.
In un frullo d’ali, l’uccello volò via.

Un automobilista restò con una gomma a terra su una strada buia e solitaria. Scese dall’auto, ma si accorse di non avere in macchina il crick. Stava per lasciarsi prendere dalla disperazione, quando vide un lumicino in lontananza: era una casa colonica.
Si avviò a piedi in quella direzione, e intanto cominciò a rimuginare: “E se nessuno venisse ad aprire?”, “E se non avessero un crick ?”, “E se quel tizio non me lo volesse prestare anche se ce l’ha?”.
A ogni angosciosa domanda la sua agitazione cresceva, e quando finalmente raggiunse la casa colonica, e il contadino gli aprì, era talmente fuori di sè che gli sferrò un pugno gridando: “Tieniti pure il tuo schifoso crick!”.

Ti piaccia o no, sono i tuoi pensieri a tracciare la rotta del viaggio che si chiama vita. Se hai in mente la depressione e il fallimento, è lì che ti troverai. Se pensi di essere goffo e sgradevole, così ti comporterai. Dì ad un ragazzo che è stupido, lo diventerà.

 

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Il mito della camelia

giugno 27th, 2011 // 1:55 pm @

La camelia è un bellissimo fiore, ma, incredibilmente, non ha profumo. C’è un’antica leggenda che spiega la ragione di questa strana caratteristica del fiore:un giorno il dio Vulcano sorprese la moglie Venere scambiarsi effusioni con Marte e colmo di tristezza, si sfogò con Cupido. Questi si adirò moltissimo con la madre, soprattutto perché aveva osato amoreggiare senza l’ausilio delle sue frecce.Venere, estremamente offesa, decise di vendicarsi, nonostante Cupido fosse suo figlio e anche Dio dell’Amore. Ordinò quindi alle Grazie, ‘tate’ di Cupido, di non fargliela passare liscia e di frustarlo con rami di rose, affinché le spine gli lacerassero la pelle!Tutti gli altri Dei rimasero sconvolti dalla crudeltà di Venere; ma a Flora venne un’idea…Ordinò a Zefiro di volare nel lontano Giappone e, una volta lì, di raccogliere i rami di una rara pianta dai fiori rossi simili a quelli della rosa, ma dal gambo totalmente privo di spine.Al suo ritorno Zefiro consegnò alle Grazie le “fruste” innocue con cui punire il piccolo Cupido: il castigo fu quindi solamente formale, e Cupido non provò nessun dolore.In compenso tutto l’Olimpo rimase estasiato dalla bellezza di quei fiori delicati e soprattutto dal loro profumo intensissimo, che paragonavano a quello dell’Ambrosia…Venere però, scoprì presto l’inganno e stavolta decise di vendicarsi sulla pianta stessa: nonostante le suppliche della sua creatrice Flora, ordinò che venisse esiliata in un’isola sconosciuta e lontana e infine, con un incantesimo, le tolse lo splendido profumo.Di essa non si ebbero più notizie fino agli inizi del 1700 quando Giorgio Kamel, un missionario gesuita, rimase incantato nello scoprire sull’isola di Luçon una meravigliosa pianta mai vista prima che gli indigeni chiamavano Tsubakki.La portò con sé in Europa, e le diede il suo nome: camelia.Così finalmente la bella pianta fu conosciuta e apprezzata anche da noi; ma purtroppo, per colpa di una Dea dal pessimo carattere, nessuno potrà mai più godere del suo magico profumo.

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La pianta della pazienza

giugno 15th, 2011 // 6:13 pm @

 

Un uomo duramente provato dalla vita, il quale aveva saputo mantenere sempre integra la sua serenità e il suo coraggio, sentendo avvicinarsi la fine chiamò intorno a sé i figlioli, le nuore, i nipoti e i pronipoti e disse loro:”Voglio svelarvi un segreto. Venite con me nel frutteto”.
Tutti lo seguirono con curiosità e tenerezza, poiché sapevano quanto il vecchio amasse le piante. Con le poche forze rimaste e rifiutando ogni aiuto, l’uomo cominciò a zappare in un punto preciso, al centro del verziere.
Apparve un piccolo scrigno.
Il vecchio lo aprì e disse: “Ecco la pianta più preziosa di tutte, quella che ha dato cibo alla mia vita e di cui tutti voi avete beneficiato”.
Ma lo scrigno era vuoto e la pianticella che l’uomo teneva religiosamente fra le dita era una sua fantasia.
Nonostante tutto nessuno sorrise.
“Prima di morire”, proseguì l’uomo, “voglio dare ad ognuno di voi uno dei suoi inestimabili semi”.
Le mani di tutti si aprirono e finsero di accogliere il dono.
“E’ una pianta che va coltivata con cura, altrimenti s’intristisce e chi la possiede ne è come intossicato e perde vigore.
Affinché le sue radici divengano profonde, bisogna sorriderle; solo col sorriso le sue foglie diventano larghe e fanno ombra a molti.
Infine, i suoi rami vanno tenuti sollevati da terra; solo con l’aiuto di molto cielo diventano agili e lievi a tal punto da non farsi nemmeno notare”.
Il vecchio tacque.
Passò molto tempo ma nessuno si mosse.
Il sole stava per tramontare, quando il figlio maggiore rispose per tutti loro:
“Grazie, padre, del tuo bellissimo dono; ma forse non abbiamo capito bene di che pianta si tratti”.
“Sì che lo avete capito.
Mentre mi ascoltavate e mi stavate intorno, ognuno di voi ha già dato vita al piccolo seme che vi ho consegnato.
E’ la Pianta della Pazienza”.

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Messaggio di saggezza

giugno 14th, 2011 // 8:46 pm @

“Un ragazzino e suo padre passeggiavano tra le montagne…
All’improvviso il ragazzino inciampò, cadde e, facendosi male, urlò :”AAAhhhhhhhhhhh!!!”
Con suo gran stupore il bimbo sentì una voce venire dalle montagne che ripeteva :
“AAAhhhhhhhhhhh!!!”

Con curiosità, egli chiese: “Chi sei tu?”
E ricevette la risposta: “Chi sei tu?”
Dopo il ragazzino urlò: “Io ti sento! Chi sei?”
E la voce rispose: “Io ti sento! Chi sei?”

Infuriato da quella risposta egli urlò: “Codardo”
E ricevette la risposta: “Codardo!”

Allora il bimbo guardò suo padre e gli chiese: “Papà, che succede?”
Il padre gli sorrise e rispose:”Figlio mio, ora stai attento:”

E dopo l’uomo gridò: “Tu sei un campione!”
La voce rispose: “Tu sei un campione!”

Il figlio era sorpreso ma non capiva.
Allora il padre gli spiegò: “La gente chiama questo fenomeno ECO ma in realtà è VITA.
La Vita, come un’eco, ti restituisce quello che tu dici o fai.
La vita non è altro che il riflesso delle nostre azioni.

Se tu desideri più amore nel mondo, devi creare più amore nel tuo cuore;

Se vuoi che la gente ti rispetti, devi tu rispettare gli altri per primo.

Questo principio va applicato in ogni cosa, in ogni aspetto della vita; la Vita ti restituisce ciò che tu hai dato ad essa.

La nostra Vita non è un insieme di coincidenze,
è lo specchio di noi stessi.

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Come vive una geisha…

giugno 14th, 2011 // 10:08 am @

 

 

Lei si dipinge il viso  per nascondere il viso

I suoi occhi sono acqua profonda.

 Non è per una geisha desiderare.

Non è per una geisha provare sentimenti.

La geisha è un’artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene.

Tutto quello che volete.

Il resto è ombra.

Il resto è segreto…

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La leggenda del girasole

giugno 13th, 2011 // 9:11 pm @


Il girasole era deriso e disprezzato da tutti i fiori dell’estate.
Nessun fiore lo voleva vicino per paura che la sua bruttezza lo danneggiasse.
Gli animali della fattoria lo chiamavano “brutto sgorbio”.
Il povero fiore soffriva ma non si lamentava mai, se ne stava tutto solo in disparte a guardare il Sole che ammirava e amava tanto.
Il sole se ne accorse e decise di aiutarlo, così lo avvolse coi suoi raggi caldi e luminosi circondandolo di una bellissima aureola tutta d’oro.
Il povero fiore da quel giorno crebbe tanto da diventare più alto di tutti i fiori del campo, si protese verso il sole ed il sole gli diede il suo nome: Girasole.

Il girasole  ha origini antiche.
                           
Nell’America settentrionale sono stati trovati resti di questo fiore
che risalgono a tremila anni prima di Cristo.
Gli Indiani d’America lo consideravano una pianta sacra.
In Perù è l’emblema del Dio Sole.
E’ dal Perù che il girasole venne per la prima volta importato in Europa.
Fu apprezzato dal Re Luigi XIV, e durante l’età vittoriana, in Gran Bretagna,
viene disegnato su stoffe, inciso nel legno, forgiato nei metalli.
In Italia, poeti come Eugenio Montale e Gabriele D’Annunzio
hanno elogiato il girasole nei propri versi.
                                             Nelle opere di Van Gogh la presenza del fiore è ricorrente.                                             
    Il significato dei fiori di girasole, nel linguaggio dei fiori, è di allegria e orgoglio.
 
 

    

                                                           

 

Portami il girasole
Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925)

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