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Resoconto della serata di “Letteratitudini” (Gabriele D’Annunzio)

marzo 12th, 2012 // 8:34 pm @

 

di Matilde Maisto

 

“Il lettore vero non è chi mi compra, ma chi mi ama”

Grande serata quella del gruppo di lettura “Letteratitudini”. Un incontro, come sempre, improntato sulla convivialità, all’insegna della vera amicizia e del reciproco piacere di ritrovarsi in un salotto per trascorrere una bella serata discorrendo di argomenti culturali.
Non poteva essere scelto un argomento, una figura letteraria più affascinante, emozionante, ammaliante ed incantevole come quella del D’Annunzio e della sua poetica.
Un grande uomo, un eccentrico amante, innamorato della parola, adoratore della musica e della poesia il D’Annunzio fu parlatore squisito. Tutti quanti scrivono di lui, ne ricordano la voce limpida, armoniosa, metallica, e attestano che la seduzione esercitata da lui sulle folle e sui singoli era riposta soprattutto nella parola.
La sua voce scandita, metallica, e insieme carezzevole dava di per sé una sensazione analoga a quella che suscitano le sue liriche più prestigiose: di trasognamento…
Miracoloso era il suo potere d’adattamento alla persona che, per improvvisa simpatia, eleggeva e a cui voleva piacere: non falsandosi, ma estraendo dalla sua molteplice natura quel che in essa v’era di consono a quella dell’interlocutore; ponendo certo in quella operazione un’arte non minore di quella che nelle sue più venuste pagine: ma arte, non artifizio, non istrionismo. Obbedienza al ritmo scelto per quel dato colloquio, ma ritmo suo; attenzione vitale.
Fu evidentemente per questa sua indole che l’impresa di Fiume, i motti Dannunziani, le apparizioni pubbliche e il modo squillante, acuto e cristallino di arringare le folle rappresentano inconsapevolmente le prove generali degli strumenti propagandistici utilizzati per più di vent’anni dal regime.
Famosissimi i motti del vate, che ci raccontano la sua vita, come ad esempio: Ognora desto – motto che serviva al Poeta da sprone al suo lavoro letterario. Lo usò per i suoi ex libris accompagnato dall’immagine di un gallo che canta ritto su una pila di libri.
Io ho quello che ho donato – Inciso sul frontone all’ingresso del Vittoriale, è questo il più celebre dei motti dannunziani. Alla affermazione apparentemente paradossale, usata dal poeta fino agli ultimi anni della sua vita, è legata l’idea della generosità e della munificenza a cui il Poeta si ispirò sopratutto negli ultimi anni trascorsi al Vittoriale. Racchiuso in un tondo recante la figura di una cornucopia, simbolo dell’abbondanza, o impresso al centro di due cornucopie, il motto si trova impresso sui sigilli, sulla carta da lettere e su tutte le opere di Gabriele d’Annunzio pubblicate dall’Istituto Nazionale e dall’Oleandro. Il Poeta affermò di aver trovato la frase incisa su una pietra di focolare appartenente a un camino del Quattrocento. In realtà è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:”Hoc habeo quadcumque dedi”.La frase e’ riportata in un trattato seicentesco dell’Abate Giovanni Ferro come motto di un cavaliere spagnolo del Cinquecento.
Piegando lego – Motto impresso sulla carta da lettere e sugli ex libris con l’immagine di un salice piangente che si piega legandosi ad un altro albero. Non è escluso che si “piega” alla volontà di Mussolini che lo vuole lontano dalla vita politica della nazione.
Suis viibus pollens possente di sua propria forza – Una delle frasi predilette dal d’Annunzio che la fece incidere sui sigilli dorati con cui chiudeva le buste e sugli oggetti che usava donare agli amici: gemelli e portasigarette d’argento. E’ inscritta in un tondo recante l’immagine di un elefante con la proboscide in alto.
Vivere ardendo e non bruciarsi mai – Parafrasi di un verso di Gaspara Stampa:” Vivere ardendo e non sentire il male”.Il motto fu adottato da d’Annunzio anche in guerra durante l’impresa di Fiume.
Resto dentro di me – La frase  è legata alla immagine della tartaruga che resta nel suo guscio. D’Annunzio la fece incidere su una placca che inviò a Mussolini ne ’35. Il Poeta era solito regalare agli amici piccole tartarughe d’argento che usava come “talismani”.
D’Annunzio diceva che il fallimento più grande della vita dell’uomo stava nel non mettere a frutto gli ARDORI GIOVANILI ovvero quel desiderio che ognuno di noi serba nel petto di condurre un’esistenza attiva, viva, operosa, ricca di stimoli intensi, profondi ideali, attività fiorenti.
Egli affermava che solo abbandonandosi appieno alla vita come una foglia sospinta dalle placide o impetuose acque di un fiume l’uomo poteva essere davvero felice. Il vitalismo, l’incoerenza e la passionalità questo contraddistingue l’esistenza di D’Annunzio nei confronti di tutta la massa di poeti che compiange ciò che avrebbe potuto vivere o avrebbe voluto vivere.
In mezzo a questo scenario di vita e passione comunque D’Annunzio nasconde un rapporto molto profondo e complesso con la morte e principalmente scomporrei la visione della morte in più argomenti legati dal medesimo filo conduttore : Amore e Morte
L’antico tema trattato dai poeti latini, da Leopardi, da Gozzano e, in un modo del tutto suo, da D’Annunzio. Amore e Morte per D’Annunzio sono uno l’effetto dell’altro, l’amore è un sentimento talmente intenso viscerale, profondo, impetuoso e lancinante che solo chi non ha paura della morte può vivere nella maniera più profonda. Quanti di noi, di fronte a un vero amore perduto si sentono vittima di un qualcosa di talmente grande, doloroso ed irrimediabile da avvertirlo simile alla morte. Significa che il vero amore esiste soltanto quando siamo disposti a donare noi stessi per il sentimento.
Ma esiste anche  il D’annunzio ardito e la morte: d’Annunzio partecipa alla guerra mondiale in maniera eclatante con Il volo su Vienna, la beffa di Buccali e tante altre imprese che lo resero popolare e che diedero sfogo al suo grande desiderio patologico di platea. Negli anni 20 incendia l’animo degli italiani parlando di “vittoria mutilata” e in seguito marciando su fiume con una schiera di legionari pronti a tutto spinti da amore di patria.
Il pensiero di D’Annunzio in merito è che il vero ardito è colui che è disposto anche a donare la vita per perseguire quello in cui crede : MEMENTO AUDERE SEMPER ( Ricordati di osare sempre ) soltanto chi osa ed è disposto a perdere ciò che possiede è in grado di assaporare appieno l’esistenza.
Questo pensiero si riflette non solo nelle imprese di guerra ma soprattutto nella sua vita, nei suo amori complessi ma impetuosi, profondi, passionali, veementi per i quali D’Annunzio era disposto a donare la vita con amore. Nota che al Vittoriale c’è un tabernacolo con il volante d’un ardito morto in una gara di motoscafo, simbolo che per il poeta chi donava la propria vita in un impresa ardua era degno di venerazione.
Il D’Annunzio ed il declino – Negli ultimi anni D’Annunzio dovette assistere alla propria decadenza fisica e morale, costretto a vivere nella “prigione dorata” del Vittoriale nella penombra più completa per occultare alle amanti l’onta della decadenza sul suo volto. Ormai non era più in grado di compiere imprese magnifiche o essere una guida spirituale per il paese ( come se D’Annunzio fosse già morto prima della morte fisica ).
Deluso dal fallimento di fiume si ritira in una villa costruita su misura di uomo eccentrico. Fra le stanze del Vittoriale bisogna rammentare la più significativa che è la stanza del lebbroso dove c’è un letto fatto come una culla e stretto come una bara, simbolo esplicito che la vita e la morte si compenetrano e che una è insita nell’altra come dice Gozzano ( quanti me stesso son morti in me stesso ).
Nella stanza del lebbroso c’è un’effige raffigurante D’Annunzio moribondo fra le braccia di San Francesco poiché, nel raffigurarlo, il Vate si immaginava lui ammalato di peste tra le braccia d’un santo ( allora la peste era considerata come simbolo divino ). Nella stanza del lebbroso inoltre ci sono nel soffitto rappresentate immagini di sante con il volto delle amanti più significative del D’Annunzio in quanto il poeta amava fondere sacro e profano.
La morte del poeta – C’è chi vocifera che “ il volo dell’arcangelo “ ovvero la caduta dalla finestra non sia stata causata dall’amante del vate Luisa Baccara ma che D’Annunzio meditasse un suicidio, c’è chi dice persino che anche la sua morte ha qualcosa di misterioso. C’è da dire che D’Annunzio costruì per lui e per i suoi legionari un altissimo mausoleo dove fu deposta la sua salma eretta verso il cielo in onore del sommo poeta.
Per coronare la nostra serata di “Letteratitudini”, non poteva, ovviamente mancare, la recitazione di una delle poesie più belle di D’Annunzio “La pioggia nel Pineto” tratta da Alcyone.

La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia

che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

Spiegazione
“La pioggia nel pineto” è una tra le più belle poesie di D’Annunzio. E’ rivolta alla donna amata, Ermione. La scena si svolge in un bosco, nei pressi del litorale toscano, sotto la pioggia estiva. Il poeta passeggia con la sua donna, Ermione e la invita a stare in silenzio per sentire la musica delle gocce che cadono sul fogliame degli alberi. Inebriati dalla pioggia e dalla melodia della natura, il poeta e la sua donna si abbandonano al piacere delle sensazioni con un’adesione così totale che a poco a poco subiscono una metamorfosi fiabesca e si trasformano in creature vegetali.
La poesia è ricca di enjambement e similitudini. Le rime sono libere e sono presenti molte onomatopee.

Category : Cultura &Letteratitudini

Questa sera in scena la cultura con “Letteratitudini” (incontro di Gennaio 2012)

marzo 12th, 2012 // 8:28 pm @

 

Il gruppo di lettura “Letteratitudini” – costituito da Arkin Jafuri, Matilde Maisto, Pina Manzo, Felicetta Montella, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Giannetta Pezzolo, Raffaele Raimondo, Laura Sciorio e Marinella Viola – si è dato appuntamento per questa sera, alle ore 20,00 nel salotto di Matilde Maisto in V.le Europa – Cancello ed Arnone (Caserta).

La scelta letteraria per il primo incontro del 2012, si è orientata verso la poetica dannunziana, con una selezione di testi racchiusi nella tematica “Gabriele D’Annunzio: la Patria, l’Amore”.
Ed è con le stesse parole del poeta che mi dispongo in questa tappa del viaggio, già intrapreso con gli amici di Letteratitudini: “Bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità è tutta qui”.

Un appuntamento con l’Immaginifico al quale sono lieta d’invitare gli ammiratori del poeta pescarese che dominò, con la sua originalissima produzione artistica, il periodo a cavallo fra il XIX ed il XX secolo. E’ auspicabile, infatti, che il numero dei partecipanti aumenti nel corso dell’anno,  in un crescendo di contributi puntuali e interessanti sugli argomenti che man mano saranno oggetto di approfondite letture e conseguenti riflessioni critiche.

In un’Italia che ha impellente bisogno di ritrovare la sua migliore identità culturale – dice il professore Raimondo -, rileggere le pagine dannunziane nelle quali l’autore seppe concentrare la sua forte passione patriottica sarà occasione propizia per riaprire, nel seno del gruppo, i varchi concettuali dell’indispensabile difesa della storia e della cultura italiana in Europa e nel mondo.

Parimenti, ripartendo dall’attualità planetaria tuttora afflitta da innumerevoli focolai d’odio e di guerra, attingere a D’Annunzio – benché prevalentemente esteta e propugnatore dell’esaltazione dei piaceri sentimentali – rappresenterà un’utile circostanza onde riprendere un discorso sul più nobile sentimento nelle sue mille dimensioni, a cominciare dagli spunti del celebre amante, per giungere a quelle che vedono appunto l’amore come potente antidoto ad ogni forma di egoismo e di violenza. E la discussione, quindi, andrà prevedibilmente ben oltre la versione letteraria legata alla multiforme esperienza del poeta decadente, al fine di sfiorare almeno gli aspetti e le incredibili potenzialità che proprio la forza dell’amore può diffondere senza limiti nelle vicende umane, individuali e collettive, i gioiosi suoni e gli aggreganti colori di un afflato capace di valorizzare ed esaltare il meglio della vita personale ed universale.

Tuttavia bisogna ricordare che D’Annunzio riesce ad andare oltre ad ogni retorica romantica rendendo l’amore un sentimento arcano fatto di passione, entusiasmo, esultanza fisica e spirituale, desiderio viscerale ed intenso di possesso, ebbro di fiumane desideri e orde di voluttà. Egli nell’arte d’amare ricorre al verso, alla fantasia, alla spiritualizzazione del sentimento “ambedue non avevano alcun ritegno alle mutue prodigalità della carne” elevando l’amata in uno stato di felicità intensa, viva, piena. Molte amanti sedotte e abbandonate dal vate diedero in seguito segni di squilibrio, chi scelse l’esilio, alcune ricorsero alla monacazione, altre optarono per l’omosessualità. Ma non si deve trascurare il fatto che esse per un giorno vissero un sentimento colmo d’ardore e che le rese diverse, elette, magnifiche, eccelse, un sentimento forte, veemente e impetuoso che ogni donna meriterebbe d’avere, per la vita.

Matilde Maisto

Category : Cultura &Letteratitudini

“Letteratitudini” saluta l’arrivo del 2012 inneggiando all’Italia e all’amore

marzo 12th, 2012 // 8:24 pm @

Gabriele D’Annunzio

 

Prof. Raffaele Raimondo
cronista free lance
Via A.Diaz, 33
81046 GRAZZANISE (Caserta)
tel 0823-96.42.12 – 340-500.67.64
e-mail: raffaeleraimondo1@virgilio.it                                

COMUNICATO-STAMPA del 29 dicembre  2011

                                                        Conviviale scambio d’auguri nella tenera e dolce atmosfera natali

Il “gruppo di lettura” ha scelto Gabriele D’Annunzio, patriota ed  
                                               ‘immaginifico’ cantore dell’amore, per l’incontro del 24 gennaio

CANCELLO ED ARNONE (r.r.) – Attratto dalla tenera e dolce atmosfera natalizia, il gruppo di lettura “Letteratitudini” – costituito da Arkin Jafuri, Matilde Maisto, Pina Manzo, Felicetta Montella, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Giannetta Pezzolo, Raffaele Raimondo, Laura Sciorio e Marinella Viola – mercoledì 28 dicembre si è ritrovato, nella splendida casa della generosa fondatrice Maisto, per salutare, con un autentico ed amichevole scambio augurale, il fausto anno 2011 che ormai volge al termine e l’imminente 2012, rinviando in tal modo, ancora una volta, ad altra data la stupenda “Lettera ai Romani” di San Paolo su cui, prima o poi, relazionerà il parroco di Arnone, don Rocco Noviello. Tutta centrata sulla convivialità più schietta – e scoppiettante come legna ardente – la bella serata degli organizzati lettori snodatasi mediante assaggi di prelibatezze gastronomiche accompagnate da ottimo aglianico ed immancabile spumante. L’allegra comitiva si è dedicata dopo, con l’ausilio del supertecnico Gianni Cacciapuoti, ai tradizionali canti natalizi seguiti da brani del repertorio patriottico e da classici e travolgenti motivi della nostra grande musica leggera. Quanto è bastato per orientare la scelta letteraria per l’incontro di martedì 24 gennaio 2012, quando il gruppo tornerà a riunirsi a Cancello ed Arnone con una selezione di testi racchiusi nella tematica “Gabriele D’Annunzio: la Patria, l’Amore”. Un appuntamento con l’Immaginifico al quale sono fin d’ora invitati gli ammiratori del poeta pescarese che dominò, con la sua originalissima produzione artistica, il periodo a cavallo fra il XIX ed il XX secolo. E’ auspicabile, infatti, che il numero dei partecipanti aumenti nel corso dell’anno alle porte, in un crescendo di contributi puntuali e interessanti sugli argomenti che man mano saranno oggetto di approfondite letture e conseguenti riflessioni critiche. In un’Italia che ha impellente bisogno di ritrovare la sua migliore identità culturale, rileggere le pagine dannunziane nelle quali l’autore seppe concentrare la sua forte passione patriottica sarà occasione propizia per riaprire, nel seno del gruppo, i varchi concettuali dell’indispensabile difesa della storia e della cultura italiana in Europa e nel mondo. Parimenti, ripartendo dall’attualità planetaria tuttora afflitta da innumerevoli focolai d’odio e di guerra, attingere a D’Annunzio – benché prevalentemente esteta e propugnatore dell’esaltazione dei piaceri sentimentali – rappresenterà un’utile circostanza onde riprendere un discorso sul più nobile sentimento nelle sue mille dimensioni, a cominciare dagli spunti del celebre amante, per giungere a quelle che vedono appunto l’amore come potente antidoto ad ogni forma di egoismo e di violenza. E la discussione, quindi, andrà prevedibilmente ben oltre la versione letteraria legata alla multiforme esperienza del poeta decadente, al fine di sfiorare almeno gli aspetti e le incredibili potenzialità che proprio la forza dell’amore può diffondere senza limiti nelle vicende umane, individuali e collettive, i gioiosi suoni e gli aggreganti colori di un afflato capace di valorizzare ed esaltare il meglio della vita personale ed universale.

Category : Cultura &Letteratitudini

“Letteratitudini” incontro Dicembre 2011

marzo 12th, 2012 // 8:12 pm @

 


CANCELLO ED ARNONE
– E’ in programma per il 9 c.m. l’incontro di Letteratitudini,  per gli amanti della letteratura, del gruppo di lettura di Cancello ed Arnone, neonata “piazza del sapere” di Terra di Lavoro.

Questo mese sarà affrontato un argomento biblico: “Paolo, Apostolo dei Gentili” – “Paolo e la Fede: I Romani” – “Paolo e il Giudaismo: I Galati”.

La voce narrante sarà quella di Don Rocco Noviello che con la sua bravura ci parlerà dell’apostolo Paolo.

San Paolo è senz’altro il più grande missionario di tutti i tempi, non conobbe personalmente Cristo, ma per la Sua folgorante chiamata sulla via di Damasco, ne divenne un discepolo fra i più grandi, perorò la causa dei pagani convertiti, fu l’apostolo delle Genti; insieme a Pietro diffuse il messaggio evangelico nel mondo mediterraneo di allora; con la sua parola e con i suoi scritti operò la prima e fondamentale inculturazione del Vangelo nella storia.

La sede dell’incontro sarà  l’abitazione della Signora Felicetta Montella in via Consolare – Cancello ed Arnone.
Saranno presenti i partecipanti abituali, ossia: Raffaele Raimondo, Marinella Viola, Olga Petteruti, Concetta Pennella, Pina Manzo, Arkin Jafuri,  Laura Sciorio, Matilde Maisto, Felicetta Montella, Maria Sciorio, Adele Grassito ed ovviamente Don Rocco Noviello.

Appuntamento al 9, quindi, e buona lettura a tutti.

Category : Cultura &Letteratitudini

“La sposa americana” di Mario Soldati

febbraio 8th, 2012 // 5:55 pm @

 TRAMA

Edoardo, docente universitario italiano di mezza età, conosce Edith presso una tavola calda in cui lavora negli USA, paese di cui si è talmente invaghito da desiderare di diventare cittadino americano. Mentre sta per pronunciare il sì alle nozze con Edith, inopinatamente promossa impiegata di banca, si volta all’arrivo di Anna, la migliore amica italiana di Edith, di cui ha sposato il fratello e subito ne rimane invaghito. Dopo il viaggio di nozze a quattro a Venezia, Edoardo, che ha trovato subito passionalmente disponibile Anna, non riesce a staccarsi da Edith, ma neppure a rinunciare all’amante. Le due coppie partono per l’America, dove Edoardo ha ottenuto un incarico alla Berkeley University e dove – pur geloso di Edith ogni qualvolta un qualche infondato indizio gliene dia occasione – continua a dividere le sue prestazioni sentimentali fra le due donne. Finché, al ritorno di Edith da un viaggio che aveva presentato al marito come esigenza di lavoro, lasciandolo solo con l’amica, Edoardo, al termine di un violento alterco con Edith, scopre che la moglie si è assentata a causa di una visita specialistica, che le ha diagnosticato un incurabile tumore al cervello. Dopo la morte di Edith, Anna si allontana, e il vedovo si consola con l’ottenuta cittadinanza USA

Ho letto questo romanzo di Mario Soldati molti anni fa, quando ero quasi una ragazza, e sin da allora è stato uno di quei romanzi che non ho mai dimenticato, mi aveva colpito moltissimo questo intenso ménage à trois ,  fatto di “Amore e tradimento”. E’ per questo motivo che oggi, all’alba dei miei 60 anni, con un bagaglio di vita maggiore e più intenso, ho desiderato rileggerlo e verificare le mie emozioni.
Emozioni che sono risultate identiche alle precedenti e coinvolgimento totale sino a sentirmi parte della storia stessa, così come mi era già accaduto.

“La sposa americana”, opera di Mario Soldati, presenta al centro del racconto la passione adulterina di Edoardo, un italiano che insegna letteratura americana in California, per la sensuale cognata di origini siciliane, Anna, grande amica della moglie Edith.

Amore e tradimento
“Non so perché in quel momento mi voltai”. Cosa passa per la testa di un traditore seriale?
E’ un thriller dei sentimenti quello raccontato da Mario Soldati, un tradimento che ha inizio davanti all’altare, poco prima della pronuncia del fatidico sì. Lui, lei, l’altra, quando l’altra, terribilmente attraente, è la migliore amica di lei. Le dinamiche del rapporto amoroso e del matrimonio sono analizzate dalla voce narrante di Edoardo, intellettuale italiano che vive in America. La sua è un’analisi obiettiva fino al cinismo, portata avanti attraverso una serie di flashback, e che arriva ad una considerazione di fondo: amore e tradimento sono due facce della stessa medaglia e l’uno si nutre dell’altro. Il destino e la debolezza umana fanno il resto, lasciando poco spazio, almeno nel breve periodo, a rimorsi e rimpianti. Non sono pochi i lettori che potrebbero identificarsi con uno dei tre protagonisti, o riconoscere una storia accaduta nella realtà. C’è un realismo perfino irritante nel libro, soprattutto per quelli che non rinunciano a credere nel potere salvifico dell’amore.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

Mario Soldati “Il berretto di cuoio e altri racconti”

febbraio 8th, 2012 // 5:49 pm @

 

 “Una delle sue grandi qualità è farci apparire degna di racconto qualunque realtà, grande o piccola”: così Cesare Garboli ricordava Mario Soldati, considerato un precursore per aver fatto dialogare la letteratura con il cinema e la televisione. In queste pagine lo scrittore compare con il suo nome e cognome, riferendo storie che nella finzione narrativa attribuisce a un amico carabiniere, il maresciallo Gigi Arnaudi, piemontese di nascita. I due si ritrovano a tavola, in luoghi per loro abituali: “Si mangia, si beve, e si racconta. Soldati intinge brillantemente la sua materia gialla in questa saporosa e cordiale zuppa di conversazioni familiari”. La prosa è quella di un viaggiatore che coglie con “insuperabile perspicacoia e misura” la quotidiana provincia italiana.

 

MARIO SOLDATI

Mario Soldati nacque a Torino il 17 novembre 1906, Fra i suoi tanti lavori letterari dobbiamo ricorda i romanzi A CENA COL COMMENDATORE, LETTERE A CAPRI, LE DUE CITTA’, L’AUTORE.  Soldati nel 1931 si avvicinò al cinema collaborando alla sceneggiatura di LA CANZONE DELL’OPERA per la regia di Nunzio Malasomma,  fondamentale fu il suo incontro con Mario Camerini di cui fu amico e coautore di molte sceneggiature importanti: GLI UOMINI CHE MASCALZONI?, GIALLO, CENTO DI QUESTI GIORNI, MA NON E’ UNA COSA SERIA, IL GRANDE APPELLO e IL SIGNOR MAX. Verso la fine degli anni ’30 Soldati esordì nella regia dirigendo la versione italiana di un paio di film stranieri, per poi iniziare una regolare autonoma attività a partire dal 1940. Fra i suoi numerosi film ricordiamo alcune trasposizioni cinematografiche da celebri romanzi: PICCOLO MONDO ANTICO (1940), MALOMBRA (1942) tratti dagli omonimi romanzi di Antonio Fogazzaro.  Nel dopoguerra girò EUGENIA GRANDET e DANIELE CORTIS (1946) anch’essi tratti da romanzi letterari, poi, nel 1948, fu la volta di FUGA IN FRANCIA, un bell’esempio di cinema socialmente impegnato, influenzato dal neorealismo. Dopo altri film fra i quali IL VENTAGLINO (tratto da una novella di Luigi Pirandello) episodio del film QUESTA E’ LA VITA, LA PROVINCIALE (tratto da un romanzo di Alberto Moravia),. POLICARPO UFFICIALE DI SCRITTURA (nel quale crea tipi e atmosfere della Roma umbertina), la seconda unità della regia di GUERRA E PACE, e la collaborazione alla regia collettiva di BEN HUR, nel 1964 fu l’autore dei dialoghi italiani de LA BIBBIA di John Huston.

Il suo rapporto con la televisione risale agli inizi degli stessi programmi televisivi in Italia, infatti la sera del 3 gennaio 1954 mandò in onda quale primo film LE MISERIE DEL SIGNOR TRAVET per la regia dello stesso Soldati.   Altri film di Soldati mandati in onda dalla televisione: E’ L’AMORE CHE MI ROVINA (andato in onda il 6 gennaio 1954), POLICARPO UFFICIALE DI SCRITTURA (15 febbraio 1956), PICCOLO MONDO ANTICO (25 aprile 1956), DANIELE CORTIS (25 settembre 1957). Era un periodo durante il quale veniva mandato in onda solo un film alla settimana, il lunedì sera.

Il 3 novembre 1957 iniziò VIAGGIO NELLA VALLE DEL PO ALLA RICERCA DI CIBI GENUINI, programma da lui ideato, diretto e condotto, in onda sul Programma Nazionale (l’unico canale allora esistente in Italia).  Come ha giustamente osservato Aldo Grasso, Soldati “si rivelò brillante intrattenitore culturale, grazie a questo viaggio. Nelle dodici puntate realizzate in breve lasso di tempo, Soldati volle scoprire e far conoscere la vita della valle del Po”, si trasformò quindi in esperto gastronomo, convinto che nella tradizione culinaria di un paese si decanti tutto lo spirito della gente che vi abita.  “Con il microfono in mano e l’ombrello nell’altra, Soldati passa da un caseificio a un laboratorio di panettoni; intervista dopo intervista, percorre la campagna padana con i potenti mezzi messi a disposizione dalla tv italiana, sconfinando volentieri nella letteratura”.  Ugo Tognazzi e Raimondo Vinello proposero una memorabile parodia di Soldati in UN DUE TRE, Achille Campanile fece delle critiche impietose sulle colonne de L’EUROPEO, ma ciò servì a consacrare Soldati divo televisivo. Nel 1960 fece un ospitata a IL MUSICHIERE, mitica trasmissione condotta da Mario Riva, il bonario presentatore romano introdusse Soldati come faceva con gli altri ospiti, obbligandolo a cimentarsi in una canzone famosa e Soldati si esibì in duetto con Totò in una canzone degli anni ’30. Sempre nel 1960 Soldati Soldari curò un altro programma per la tv italiana: CHI LEGGE?, trasmissione sull’alfabetizzazione e la cultura dell’italiano medio all’inizio del boom economico;  nel 1962 Soldati fu sceneggiatore di Daniele D’Anza, realizzò quindi due piccoli sceneggiati della serie RACCONTI DELL’ITALIA DI OGGI.   Ma il suo programma cult è la serie di telefilm I RACCONTI DEL MARESCIALLO, tratti dal suo omonimo libro e interpretati da Turi Ferro nel 1968, remake nel 1984 stavolta con l’interpretazione di Arnoldo Foà per la regia di Giovanni Soldati, figlio del grande regista, I NUOVI RACCONTI DEL MARESCIALLO. Nel 1976 Soldati, che teneva una rubrica di critica televisiva su IL GIORNO, accusò i tg della Rai di grigiore, monotonia, di totale insensibilità al gusto dello spettacolo, utilissimo invece al giornalismo televisivo, ed ebbe un match verbale con l’allora direttore del Tg2 Andrea Barbato. Chissà cosa direbbe oggi Soldati vedendo i tg di oggi….Lo stesso Soldati si divertì ad intervistare Peppo Sacchi (e fu da questi a sua volte intervistato) quando ebbe inizio l’avventura di  Telebiella;  ma le critiche alla Rai costarono a Mario Soldati l’esilio dalla tv di Stato per un quindicennio, nel 1969 Soldati espresse un giudizio sul brano presentato a Canzonissima da Ombretta Colli, LA MIA MAMMA, tratta da un’antica filastrocca di origine piemontese, rifatta dal grande Giorgio Gaber.

Soldati fu uno dei primi intellettuali a superare l’hortus conclusus della letteratura e ad accorgersi che la cultura poteva essere benissimo trasposta con le immagini, costante fu il suo rapporto fra letteratura, critica, cinema e televisione. Mario Soldati morì a Tellaro, in provincia di La Spezia, il 19 giugno 1999.

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Charles Dickens, 5 libri per festeggiare i 200 anni

febbraio 8th, 2012 // 5:43 pm @

 

 

Qual è il modo migliore per celebrare le 200 primavere? Dato che il festeggiato porta il nome di Charles Dickens (nato a Portsmouth il 7 febbraio 1812), la risposta è quasi scontata: riprendendo in mano le opere che lo hanno reso grande. Fra i tanti suoi libri, o forse sarebbe più giusto parlare di “pietre miliari”, ne abbiamo scelti cinque in grado di provocare un fremito lungo la spina dorsale.
Il circolo Pickwick
Il romanzo d’esordio, scritto quando Dickens non aveva ancora compiuto venticinque anni. Picaresca, piena zeppa di personaggi eccentrici, l’epopea di Mr Pickwick e soci si snoda in un’allegra Inghilterra di inizio ‘800, un paese ancora lontano dai toni cupi e drammatici della successiva produzione dickensiana.
Le avventure di Oliver Twist
La storia la conoscono tutti: Oliver è un orfano perennemente maltrattato che dopo diverse vicissitudine fugge a Londra, dove si lascia coinvolgere da una banda di ladruncoli che fa capo al vecchio Fagin. Si tratta di uno dei primi esempi di romanzo sociale, che con arguzia mette a nudo le ipocrisie della cultura vittoriana.
David Copperfield
La giovinezza, la crescita e la maturità di David Copperfield, un orfano (prima di padre, poi anche di madre) costretto a lavorare in fabbrica che riuscirà, di avventura in avventure, a diventare cronista parlamentare di successo. Il libro è di fatto un’autobiografia romanzata della vita dello scrittore inglese.
Canto di Natale
Il tirchio e insopportabile Ebenezer Scrooge alle prese con i tre spiriti del Natale: passato, presente e futuro. Con tutta probabilità è il racconto più popolare di Dickens, conosciuto da grandi e piccini anche grazie alla sfilza di adattamenti per il grande e piccolo schermo (da Walt Disney ai Muppet, da Bill Murray a Jim Carrey).
Casa desolata
Un’opera monumentale, che intorno al tema centrale della causa giudiziaria (protagonisti i componenti della famiglia Jarndyce) nasconde una moltitudine di sottotrame e valanghe di trovate geniali. Vedi la “filantropia telescopica” di Mrs Jellyby o la morte per autocombustione di Mr Krook.

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Il più amato personaggio di Dickens

febbraio 8th, 2012 // 5:38 pm @

 

 

Oggi è il bicentenario della nascita di Charles Dickens, più grande scrittore inglese (dopo Shakespeare), uno dei più grandi del mondo, e la Penguin Books, casa editrice dei suoi libri, ha deciso di celebrarlo organizzando un sondaggio per scoprire quale sia il più amato dei suoi personaggi. Oliver Twist? No. David Copperfield? Nemmeno. No, a vincere il sondaggio è Scrooge, l’avaro cinico e crudele di uno dei racconti più belli di Dickens, “Canto di Natale”, fonte di innumerevoli riduzioni teatrali, cinematografiche, televisive e a fumetti. “Può sembrare sorprendente che sia un ‘cattivo’ a risultare il suo personaggio più amato”, commenta Claire Tomalin, autrice di un’apprezzata biografia dello scrittore pubblicata lo scorso anno, “considerato che l’equivalente odierno di Scrooge sarebbe probabilmente un avido banchiere. Ma Dickens sapeva creare dei cattivi memorabili e dava loro più energia e brio dei personaggi positivi”. Senza dimenticare che Scrooge è un cattivo redento, che alla fine si pente e diventa buono. Succedesse pure agli avidi banchieri, magari diventerebbero più popolari anche loro.

 Canto di Natale di Topolino è un mediometraggio targato Disney prodotto per la TV che trasporta sul piccolo schermo il racconto di Charles Dickens.

La storia inizia quando il giorno della vigilia di natale Ebenezer Scrooge (Zio Paperone), papero tirchio e ricco, arriva nel suo studio finanziario. Lì lavora con il suo contabile Bob Cratchitt (Topolino) a cui dà un piccolissimo stipendio pur se questo gli lava pure la biancheria sporca. Questi chiede a Scrooge di poter aver una mezza giornata di permesso nel giorno di Natale, Scrooge accetta a malincuore, poiché vedeva il Natale come un’inutile festa. Nel frattempo arriva suo nipote Fred (Paperino) a che gli chiede cordialmente di partecipare alla sua festa di Natale, ma Scrooge, irritato,rifiuta l’offerta e lo caccia con rabbia. Dopo arrivano due persone che chiedevano soldi per i bambini poveri, ma Scrooge al posto di donare soldi gli dà la ghirlanda regalatagli da Fred giustificandosi dicendo che se avesse dato i soldi ai bambini poveri, non sarebbero più poveri e quindi i due benefattori non avrebbero avuto più in lavoro. Così la giornata finisce e Scrooge torna a casa ma quando sta per aprire la porta vede che la serratura della porta prende le sembianze del suo ex-socio morto Marley (Pippo), allora spaventato entra in casa.Una volta entrato vede delle ombre che lo seguono ma non riesce a vedere Marley finché non gli fa del solletico con un bastone. Quando sente la sua risata scappa in una stanza della sua lussuosa casa e si chiude dentro. Ma Marley essendo un fantasma entra nella stanza e racconta a Scrooge che per i peccati fatti in terra per la sua taccagneria lo hanno costretto ad avere sempre delle catene sul corpo e che se Scrooge avesse continuato questo destino sarebbe toccato pure a lui. Inoltre avvisa Scrooge che nella notte sarebbe stato visitato da tre spiriti. Scrooge inizialmente è poco spaventato da questi avvertimenti a va a dormire, ma nella notte lo spirito del Natale passato (il Grillo Parlante) lo sveglia e lo porta a rivedere un Natale passato molti anni prima quando Scrooge era giovane e lavorava da Fezziwig. C’era una grande festa da Fezziwig e anche Scrooge, ragazzo molto timido, partecipava a quella festa. Lì conobbe la sua fidanzata (Paperina), ma solo qualche anno dopo, già ricco, teme di mantenere la promessa di matrimonio perché lei è povera e non gli porterebbe dote. Lei lo lascia andare distrutta, ma da quel giorno Scrooge resterà solo ed il suo cuore diventerà sempre più arido. Il passato non si può cambiare. Scrooge è disperato, implora il fantasma di non tormentarlo. E così torna nel suo letto. Poco dopo vede fuori dal suo letto un grosso gigante, è lo spirito del Natale presente, che sta facendo una grossa cena natalizia. Questi dopo aver preso in giro Scrooge per la sua taccagneria lo porta fuori e gli fa vedere come sta passando il natale il suo impiegato Cratchitt. Vede un grosso pentolone sul fuoco, ma non è la cena ma la sua biancheria, mentre la cena è solo un piccolo uccellino. Inoltre Cratchitt ha un figlioletto molto malato Timmy, e in famiglia fa i fratelli e i genitori c’è molta apprensione per la sua salute. Lo spirito gi dice ch se il presente rimarrà immutato, ci sarà una sedia vuota, dove il piccolo Timmy è seduto. Poi sparisce ma Scrooge gli chiede ancora spiegazioni sulla salute del piccolo Timmy. Le luci si spengono e Scrooge si trova in un cimitero dove incontra lo spirito del Natale futuro avvolta da un nero mantello e un cappuccio da cui nulla traspare se non una mano che sporge da una manica. Lì Scrooge vede i Cratchitt piangere davanti alla tomba del piccolo Timmy ormai morto, e inoltre vede una fossa vuota. Allora chiede spiegazioni allo spirito per sapere de chi era quella tomba. Lo spirito si leva il cappuccio e con un fiammifero illumina la lapide facendo vedere a Scrooge che è la sua lapide e nello stesso tempo lo butta nella fossa. Qui si aggrappa a una radice chiedendo perdono per tutte le sua angherie finché cade. Ma la mattina si sveglia e capisce che quello non era un brutto sogno ma che gli spiriti gli avevano dato un’altra possibilità. Così appena uscito regala molti soldi hai due benefattori che il giorno prima gli avevano chiesto soldi, poi incontra Fred e gli dice che sarebbe venuto con piacere a pranzare con tutta la famiglia. E poi prima va nel negozio di giocattoli, e poi arriva a casa di Cratchitt per fargli uno scherzo. Infatti dice che la borsa piena di giocattoli e un’altra borsa di biancheria e che la mezza giornata di servizio è finita. Ma mentre sta recitando questa parte il piccolo Timmy scopre che la borsa è piena di giocattoli facendo scoprire lo scherzo, così Scrooge cambia il suo atteggiamento nomina Cratchitt suo socio e fa intendere che nel futuro avrebbe salvaguardato la vita dei Cratchitt e soprattutto quella di Timmy. La storia finisce con una foto di natale dove è riunita tutta la famiglia Cratchitt insieme a Ebenezer Scrooge

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Tesi di laurea: Mariella Mehr – Wie das opfer zum Täter wird

ottobre 26th, 2011 // 2:47 pm @

 (Mariella Mehr)

Università degli studi di Perugia

Facoltà di lettere e filosofia

Corso di laurea in

Lingue e letterature straniere

Tesi di laurea

Mariella Mehr

Wie das Opfer zum Täter wird

Laureanda:        Filomena Icovino

Relatrice:        Prof.ssa Uta Treder

Anno accademico 2002 – 2003
 
4. Riepilogo
Mariella Mehr nasce nel 1947 a Zurigo in Svizzera, quindi nell’immediato dopoguerra, come appartenente alla stirpe dei “Jenisch”, un popolo zingaro molto diffuso in Svizzera e in Germania. La sua vita sarà segnata dalla situazione socio-politica del paese in quell’ epoca.

Esistono varie teorie per definire il significato della parola „zingaro” che secondo le fonti più diffuse deriva dal termine bizzantino „atsiganoi” e ha il significato di “intoccabili”. Probabilmente agli zingari venne attribuito questo nome per indicare il loro stato di non appartenenti a nessuna casta. Appellativi come „Gitanos” in spagnolo e „Gypsies” in inglese indicano una presupposta provenienza dall’ Egitto. In realtà, gli zingari sono riconducibili all’India, precisamente all’nord di questo paese. La loro lingua, il ròmani, contiene infatti numerosi riferimenti alla lingua indiana e ne rappresenta la prova più costante. Altri influssi linguistici derivano dal persiano e dall’armeno in quanto i primi spostamenti avvennero attraversando queste regioni.

Le loro prime emigrazioni verso l’Europa iniziano all’inizio  del-

l’ undicesimo secolo, per le loro situazioni precarie nel paese di origine, probabilmente causate dalle guerre. Si osservano tre itinerari che conducono dalla Turchia ai Balcani, dal Nordafrica alla Spagna e dalla Russia ai paesi scandinavi.

A partire dal 14° secolo, nell’est dell’Europa, per esempio in Romania, i nomadi sono costretti alla schiavitù e per fuggire da questo loro stato, continuano le emigrazioni, avvicinandosi alla Svizzera e alla Germania, fino ad espandersi in tutto il continente europeo. Ciò che ha permesso di facilitare il loro cammino furono delle lettere di protezione, rilasciate dai principi e dai vescovi dei vari paesi, grazie alle quali furono esentati da tasse e tributi.

Nei confronti dei nomadi, la pololazione sedentaria è sempre stata diffidente a causa della loro diverisità di aspetto e di costume. Con il passare dei secoli cresce la sfiducia nei popoli nomadi e per allontanarli dall’ Europa, a partire dal 16° secolo, iniziano le deportazioni in altri continenti, come nell’ America del Sud e in Africa. Nello stesso tempo gli zingari sono vittime di persecuzioni e sono respinti dalla maggior parte dei paesi europei, il che provoca l’accentuarsi di pregiudizi già esistenti, i quali in questo modo vengono anche confermati con strumenti di carattere legale.

A partire dalla fine del 18° secolo, invece, in Svizzera, coloro che contemporaneamente fossero stati sia appartenenti ai popoli zingari, sia nativi svizzeri, avrebbero dovuto accettare la nazionalità del paese il quale, nel caso contrario o nel caso di non natività, avrebbe bandito i migranti dai suoi confini. Questa regolamentazione condusse, verso al fine dello stesso secolo, alla chiusura defintiva delle frontiere svizzere per gli zingari, legge che solo nel 1972 verrà abolita.

L’ ostilità contro i nomadi va sempre crescendo e arriva alla affermazione di disposizioni sempre più rigorose contro questi popoli. Lo psichiatra Josef Jörger, all’ inizio del 20° secolo, prende sotto esame queste persone e nel pubblicare vari studi sulla questione del nomadismo zingaro attribuisce dei nomi falsi alle famiglie le quali ne saranno poi marcate e che per anni saranno conosciute proprio per questi nomi. Le teorie di Jörger si basano su concetti che riconducono alle teorie razziste e alla eugenetica dell’ epoca nazista in Germania. Come soluzione alla problematica, lo studioso propone la deportazione, la sterilizzazione forzata, l’ impedimento dei matrimoni tra gli appartenenti di questi gruppi e la sottrazione dei bambini ai genitori per garantire una netta separazione tra la razza ariana e coloro che erano definiti “inferiori”, senza dare conto al paradosso che, essendo di origine nordindiana, erano proprio gli zingari ad avere radici ariane. 

Con la legge del 1928 “per la prevenzione di prole affetta dalla malattia erditaria” si istaura il processo di estirpazione nei confronti degli zingari, una politica pienamente avversativa che porta allo sterminio di più di mezzo milione di zingari durante la seconda Guerra Mondiale. Durante il conflitto, tra l’altro, era lecito attuare una diretta verifica di studi scientifici su esseri umani considerati “inferiori”. Robert Ritter è uno di questi studiosi, responsabile, per la morte di numerose persone che, dopo le ricerche scientifiche, finivano nei campi di concentramento.

Nel 1926, la Pro-Juventute (PJ), un’organizzazione privata che si impegna per la gioventù, sviluppa un progetto per la realizzazione della sedentarità dei jenisch svizzeri che verrà chiamato “Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse”. Alfred Siegfired è il nome del direttore di questo programma, già direttore della divisione “Schule und Kind” (“scuola e bambino”) della PJ.

L’ attuazione di tali teorie determinerà la sitematica distruzione di famiglie e vite non considerate “conformi alla norma”. Secondo tali studi, la vita non sedentaria, cioè il nomadiso, è dovuta a una disposizione ereditaria che dev’ essere estinta. Secondo le teorie razziste ed eugenetiche si tratta di un comportamento “ereditario-criminale”.

I bambini con violenza venivano portati via dai genitori e successivamente cresciuti in istituti per l’ infanzia, collegi, psichiatrie o famiglie adottive con accanto dei tutori legittimi. Nel caso di ribellione, anche i genitori venivano chiusi in psichiatrie dove gli veniva tolta ogni autonomia. Ogni contatto tra genitori e figli era proibito; ai bambini si attribuiva un nuovo nome per spezzare ogni possibilità di ritrovamento da parte dei genitori. Una ricongiunzione della famiglia era resa impossibile.

Tra le conseguenze dirette di queste azioni sono da evidenziare i traumi provocati sui bambini e i genitori a causa di queste scosse forzate, ai quali non restava che la scelta tra la sottomissione e la ribellione.

Numerosi furono i casi di abuso sessuale sui bambini e soprattutto sulle bambine e sugli adolescenti, vittime di questo progetto di “risanamento”, non protetti dai genitori, che nel frattempo dovevano combattere con la depressione, l’ alcolismo e i problemi interpersonali sorti tra i partner. Molti sono i casi di morte precoce.

Circa di seicento bambini furono coinvolti in questo progetto. Solo nel 1972, dopo lo scoppio dello scandalo, attraverso il grande impegno di vari giornalisti, come per esempio H. Caprez, si arriva alla conclusione di tale “Hilfswerk”.

Nascono organizzazioni contrapposte alla divisione “Hilfswerk” della PJ che portano i seguenti nomi: “Pro Tzigania”, “Radgenossenschaft der Landstrasse” etc. e che sono impegnate nella ricostruzione e nel mantenimento della cultura jenisch.

Nel tentativo di recupero delle pratiche istruite per ogni vittima del progetto “Hilfswerk”, inizia un lungo dibattito tra la PJ e le organizzazioni difensive del popolo jenisch. Infine, si decide che le pratiche saranno gestite dalla archivio della Confederazione elvetica. È attraverso lo studio di vari storici, come TH. Huonker, che si arriva alla piena informazione sullo sviluppo e la fine del “Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse”.

Nel 1987, il presidente della commissione della fondazione, Bernasconi, pronuncia per la prima volta le scuse da parte della PJ verso gli appartenenti al popolo jenisch e, nel 2000, la Svizzera ratifica la convenzione dell’ Onu del 1948 riguardo la “prevenzione e la punizione del genocidio”.

Mariella Mehr era tra i bambini coinvolti nel “Hilfswerk”. A seguito delle sue esperienze vissute, la sua autobiografia del 1981 è un inizio della trasmissione delle sue soffferenze subite scrivendo un’ autobiografia che rappresenta sia il ricordo dei momenti più cruciali della sua vita, sia un’ accusa contro medici, psicologi, psichiatri ritenuti responsabili per gli accaduti nel corso della vita della scrittrice. Mehr pubblica steinzeit la quale  opera riscuoterà un grande successo, fino ad essere tradotta in quattro lingue (francese, finlandese, italiano e ungaro). La narratrice si presenta contemporaneamente come Silvia, Silvana e Silvio: Silvia equivale alla narratrice bambina, Silvana alla narratrice adulta e Silvio, invece, è un alter ego della stessa narratrice. Si osserva che tra l’ adulta e la bambina si crea un forte contrasto  dovuto alla difficoltà dell’ adulta Silvana ad accettare la sua infanzia. I sensi di colpa che ingiustamente la bambina si caricava adosso rispetto alla madre ammalata e chiusa in una casa psichiatrica; le ripetute terapie con elettroshock, la violenza fisica e psicologica le rendono la vita dura e difficile. Il testo è segnato dalla paura e il dolore della protagonista. Lo scrivere le permette di esternare il suo vissuto negativo, basandosi su un suo diario compilato durante gli anni di terapia e dando sfogo, così, al suo dolore. Il testo termina con un provocativo “perché?” che incita il lettore a riflettere sui motivi per una vita tanto sofferta.

Anche l’ opera successiva intitolata Kinder der Landstrasse, Ein Hilfswerk, ein Theater und die Folgen del 1987 contiene tratti fortemente autobiografici. Nella prima parte sono descritti il sorgere del programma “Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse” condotto dalla PJ, il suo sviluppo e la sua conclusione. In questa  prima parte, attraverso alcuni articoli del settimanale WoZ, sono illustrate le problematiche intercorse nell’ accordo tra la PJ e la “Radgenossenschaft” riguardo la consegna delle pratiche delle “vittime”. La seconda parte di questo libro è una pièce teatrale che tematizza il soggiorno di Mariella Mehr nel carcere di Hindelbank e la sottrazione, realizzata nell’ ambito del “Hilfswerk”, del figlio all’ età di ca. un anno. L’ introduzione al dramma parla della vita della protagonista che riflette la scrittrice Mehr: descrive il ricordo di sua madre, l’ incontro con il padre del bambino, un breve matrimonio che da la possibilità alla donna di riavere suo figlio il quale nell’ frattempo era stato adottato da un’ altra famiglia e la relazione con un’ altra donna che alla fine la tradirà. Il dramma stesso è composto da vari elementi: citazioni delle opere di Siegfried, copie di lettere su Mariella Mehr, tratte dalla sua pratica. Nelle lettere è espresso il giudizio da parte del personale medico sullo sviluppo della giovane donna. Sempre nella piece teatrale, si trovano fotografie tratte dal film rappresentativo del dramma che è  stato trasmesso nel 1986 in Svizzera. La dramma tratta della vita della una donna di nome Xenos all’ interno del carcere, della pressione e del controllo a cui è sottoposta continuamente. Al momento del rilascio dal carcere, il bambino va per breve tempo in adozione a una famiglia per poi ritornare dalla madre, che nel frattempo ha intrecciato una relazione con un donna di nome Menga. Xenos scopre successivamente di essere stata tradita da Menga la quale ha denunciato alla tutrice di Xenos la trascuratezza della stessa nei confronti del figlio. Infine la giovane madre uccide il figlio che per lei rappresenta il salvatore e poi pone fine alla sua esistenza. Da redentore il figlio diventa vittima della madre stessa non essendoci per lei altra via d’ uscita. La morte di queste due figure rappresenta la conseguenza dell’ oppressione da parte del mondo esterno.

La parte successiva del libro è costituita da lettere a H.U. le quali esprimono chiaramente i sentimenti di rabbia, dolore, incomprensione e accusa da parte della scrittrice alle istituzioni.

Nell’ ultima parte, invece, Th. Huonker descrive lo sviluppo della vita dell’ autrice, dalle sue esperienze all’ interno del “Hilfswerk” fino alla sua attività letteraria.

Dopo la fase autobiografica segue una raccolta di poesie. Ciò che accomuna queste raccolte di Mariella Mehr è il carattere espressisonistico del linguaggio ricco di metafore e neologismi; si tratta di un linguaggio associativo attraverso il quale viene espressa la vita interiore. Le raccolte In diesen Traum schlendert ein roter Findling (1983), Nachrichten aus dem Exil (1998) e Widerwelten (2001) sono state scritte a distanza di alcuni anni. Tra queste poesie si osserva lo sviluppo che lega un’ opera all’ altra:

Le tre raccolte evidenziano il percorso interiore dell’ autrice. Nella prima raccolta, i sentimenti prevalenti sono quelli della rabbia, della violenza e del dolore.

Nella seconda raccolta Nachrichten aus dem Exil tali sentimenti vengono attenuandosi per dare spazio, sempre in un ambito conflittuale, alla speranza, ad una ritrovata voglia di vivere.

Le sensazioni positive sono espresse attraverso l’ immagine della primavera che simboleggia un nuovo inizio e la voglia di un cambiamento interiore. Nella speranza, l’ autrice trova la forza per sopravvivere al dolore della sua esistenza.

È solo nell’ raccolta Widerwelten che l’ io lirico sembra aver trovato la via per liberarsi dalla negatività. Dolore e speranza continuano a superarsi l’ un l’ altro e, nonostante il passato non possa essere dimenticato, prevale la speranza. Attraverso la parola l’ io è riuscito a trovare un miglioramento che lo conduce alla liberazione.

La produzione teatrale di Mariella Mehr rappresenta il passo successivo nell’ analisi del fenomeno della violenza. In Silvia Z. (1986) le figure femminili sono segnate dal loro destino. Nell’ opera è descritta  una madre “vittima” della società patriarcale, costretta a sottomettersi al suo ruolo di madre e moglie, frustrata dalla sua condizione di donna, la cui coscienza deve anche combattere con il mondo. La violenza subita dalla donna le impedisce di comunicare amore verso i suoi stessi figli. La figlia in particolare colpevolizza la madre per la mancanza di affetto e la freddezza dimostrata. La giovane non comprende che la causa dell’ incapacità di amore della madre è scaturita dalla violenza dell’ uomo.

L’ uomo come causa generatrice di sofferenza e dolore non viene accusato. La madre, al contrario, viene messa al rogo per le violenze subite della figlia a causa di terzi, per la trascuratezza affettiva da parte sua, per l’ internamento in un istituto psichiatrico, in somma per tutta la sua vita disperata. Alla figura lottatrice della figlia si contrappone la passività della madre. La figlia brucia una seconda volta per infliggere alla madre il dolore subito. Il suo è un atto di vendetta.

Anni B. oder die fünf Gesänge der Not è definita una pièce grottesca dove il lettore è condotto a partecipare a una messa in scena di “teatro nel teatro” (teatro metateatrale) in quanto all’ interno del dramma teatrale viene rappresentata la vita di Anni B. dove gli attori sono i pazienti dell’ istituto psichiatrico.

In questa pièce si intrecciano il piano della realtà (all’ interno della clinica), il piano della vita di Anni B. ed infine il viaggio attraverso il cervello distrutto effettuato da Mr. Brainslasher.

Il tema centrale dell’ opera è la manipolazione dei pazienti all’ interno della clinica da parte dei medici psichiatrici, fino alla loro totale resa dei pazienti che si ritrovano sotto il dominio dei medici.

Anni B., che ha lottato durante la guerra civile spagnola per i diritti dell’ uomo, viene internata nella clinica psichiatrica dove vive una nuova guerra: è la guerra della sopravvivenza tra i muri dell’ istituto. La protagonista inizialmente non si rende conto del suo destino, mette in atto la sua ribellione e forza contro la sottomissione alla quale viene costretta. Il ricordo le permette di sentirsi viva. Quando però, attraverso le terapie, le medicine e infine la lobotomia, le viene tolta anche la memoria, entra a far parte del quadro dei pazienti che sono stati annientati dalla prassi psichiatrica nella clinica. È diventata parte del meccanismo dell’ istituto contro il quale aveva lottato per non essere sopraffatta. Intanto nella clinica la guerra ricomincia, o meglio, non ha fine, è una continua lotta per sapravvivenza.

Mariella Mehr fa parte di quella generazione di scrittrici che, dopo gli anni settanta, popolano in gran numero il mondo della letteratura il quale per molto tempo aveva visto sorgere solo poche donne svizzere; R. Ullman, S. Walter, E. Burkart, G. Wilkert ne sono qualche esempio. In Svizzera, il numero delle scrittrici è sempre stato, e lo è tutt’ ora, molto inferiore a quello degli scrittori. Se si tiene conto del fatto (storico) che la donna, in questo paese, solo nel 1971 ottiene il diritto di voto, si comprende come mai per lungo tempo è stata una figura quasi assente nell’ ambito della letteratura: non partecipando alla vita pubblica, non era neanche stimolata a scrivere per il pubblico.  Questo cambiamento sociale e i cambiamenti che, in quegli anni, avvenivano a livello mondiale riguardo all’emancipazione della donna, spiegano la loro crescente participazione alla  sfera letteraria e le numerose pubblicazoni. La scrittrice Mehr nella sua opera non si sofferma solo alla lirica e al teatro ma compone anche opere di narrativa. Accanto alla narrativa appare il testo Rückblitze del 1990. Quest’ ultima opera è una raccolta di testi di diverso tipo: lettere, annunci su giornali e riviste, frammenti di un diario, poesie, pubblicati tra il 1976 e il 1990 e sono la testimonianza dell’ impegno da parte di Mariella Mehr a favore di gruppi socialmente svantaggiati. Attraverso il suo carattere ribelle, Mehr da voce a fatti e storie che meritano di essere pubblicati. Nella raccolta è contenuta, per esempio, una intervista fatta a persone senzatetto, a Bern, socialmente emarginate che denunciano l’ indifferenza della società.

Inoltre, in questa raccolta, Mehr continua ad occuparsi della problematica del  progetto “Hilswerk für die Kinder der Landstrasse” che ha coinvolto tutta la sua famiglia.

Nel 1984, la scrittrice pubblica la sua opera successiva intitolata Das Licht der Frau che si definisce “letteratura” e “relazione” allo stesso tempo. L’ argomento centrale è ancora la violenza. In questo caso si tratta principalmente della violenza subita dal toro durante la corrida e della violenza esercitata dalle persone che svolgono quest’ attività.

La narratrice critica fortemente la tauromachia, svolta principalmente in Spagna. È in questo stesso paese dove lei si reca per assistere a ciò che avviene durante la corrida. Nonostante i vari discorsi con Anna e Tencha, due torero femminili, la narratrice non riesce a comprendere le motivazioni che portano a svolgere questo sport. Nell’ arena di Madrid, assiste ad una corrida di giovani ragazzi. Durante la “lotta” l’ osservatrice percepisce solo la brutalità che viene usata contro l’ animale. Non condivide l’ entusiasmo. Il toro per difendersi ferisce i giovani torero, sembra che ne esca vincitore, ma si tratta di una vincita solo apparente. Il toro è comunque destinato alla morte, dietro l’arena lo aspettano le mani del macellaio.

Nel mondo della tauromachia, risulta più che difficile guadagnarsi, come donna, un posto rispettabile. La donna torero è costretta da un lato a sottomettersi al potere maschilista che vige e stabilisce le regole di questo mondo; dall’ altro lato deve riuscire ad attirare l’ attenzione su di sé: sia attraverso la sua bravura, sia attraverso la sua apparenza, la sua bellezza e perfino con scioperi della fame.

Nelle antiche società matriarcali il toro era consacrato a Madre Terra per cui nei giochi con i tori questi non dovevano essere né feriti né uccisi. Nel passaggio alla società patriarcale, invece, dal gioco si arriva all’ uccisione: difronte all’ essere umano maschile si ha la negazione della vita.

Per la donna torero, la corrida rappresenta una via per la realizzazione della propria persona. La relatrice in questo testo non condivide questa opinione; lei vede soltanto la morte del toro. Nella corrida “la torera” trova la possibilità per ottenere il rispetto e l’ indipendenza che nella vita quotidiana le vengono negati dall’ uomo.

Zeus oder der Zwillingston è un’ opera narrativa del 1994 che si basa sulla vita di un amico poeta della Mehr di nome Gilbert Tasseaux il quale è rappresentato dalla figura principale del romanzo: Zeus.

In una clinica psichiatrica si rincontrano Zeus e Rosa Zwiebelbuch, una paziente di questa clinica da molti anni. I due non sono in grado di riconoscersi. Passerà del tempo prima che Rosa comprenda che quest’uomo è il responsabile dello stupro subito vent’anni prima. Da questo atto violento era nato un bambino che Rosa, in seguito alla nascita, uccise. Per questo motivo fu internata e costretta a passare tutta la sua vita nella clinica.

La trama si svolge su due piani: quello reale, all’ interno dell’ ospedale psichiatrico, e quello mitologico dove Zeus è presentato come il padre degli dei e Rosa diventa Tètide, una delle cinquanta Nereidi.

Alla fine del romanzo Rosa si vendica uccidendo Zeus con un morso nel collo e bevendo il suo sangue. Conlamorte di Zeus avviene il capovolgimento del mondo mitologico. Zeus, secondo la mitologia, aveva evitato il suo destino dando Tètide in moglie ad un mortale invece di generare con lei un figlio il quale avrebbe ucciso il padre degli dei. Nel testo fittizio di Mehr, invece, viene soprafatto direttamente dalla donna che ne esce vincitrice. L’ opera di Mehr contiene molti riferimenti critico-ironici alla clinica psichiatrica come istituzione. In questo luogo i pazienti sono sottoposti a terapie e operazioni che causano la perdita della coscienza e della memoria. La morte di Zeus, all’ interno di quei muri, simboleggia la ribellione contro la direzione del manicomio. Dal punto di vista critico-sociologico, la morte della figura maschile equivale alla rinascita della figura femminile e alla ricomposizione di un ordine simbolico nel quale la donna è dominante e determina sia la storia, sia il mito.

M. Mehr compone una trilogia i cui romanzi presentano delle parallele a livello tematico e contenutistico. Al centro di queste narrazioni è situata la problematica della violenza, subita o inflitta. Le eroine di ogni opera, le quali hanno età differenti, subiscono violenza fisica e psicologica durante l’ infanzia. Queste esperienze negative comportano delle conseguenze nello sviluppo di questi personaggi.

In Daskind (1995), opera con la quale ha inizio la trilogia, la protagonista è una bambina di circa dieci anni. Questa figura, la quale non ha un nome perché le viene negato, vive come figlia adottiva in una famiglia nella quale non trova amore: la madre adottiva, Frieda Kenel, è una persona fredda segnata dalle sue frustrazioni per non aver avuto un figlio. Il padre, Kari Kenel, è infelice perché desidererebbe tornare in America, a Idaho, dove ha passato qualche tempo della sua vita per sfuggire alla vita stretta e provinciale del paese in cui è dovuto ritornare. Nel corso della narrazione la bambina risulta essere la figlia naturale di Kari Kenel, frutto dell’ incesto con Leni, la sorella di Kari, la quale ora vive nel bosco, lontana dai giudizi degli abitanti del paese.

La bambina è sottoposta alla violenza del padre che la picchia con la cintura con ritualità. Lei accetta questi castighi come necessari, mentre il padre piange ogni volta che picchia la figlia.

Oltre le percosse dal padre, la bambina è vittima dell’ abuso sessuale da parte di un inquilino della famiglia Kenel. Questa persona, Armin Lacher, ha preso in affitto una camera che si trova accanto a quelle della bambina. Di notte approfitta della creatura causandole profondi traumi. Accanto a queste situazioni, la bambina subisce il maltrattamento psichico degli abitanti del paese. Questi la trattano con diffidenza e infine la accusano per gli eventi negativi avvenuti all’ interno del paese, in quanto la bambina, non parlante, è considerata un’ alleata del diavolo.

Davanti a tutte queste circostanze, la bambina, alla fine del romanzo, quando teme di essere allontanata dalla sua famiglia perdendo così ogni punto di riferimento, uccide il sagrestano del paese con una pietra lanciata da una fionda. Era tramite lui, che veniva messa in pericolo la permanenza della bambina nella casa dei genitori adottivi. Quando vede l’ uomo cadere per terra, nasce in lei un sentimento di pace.

L’ eroina della seconda parte della trilogia, intitolata Brandzauber (1998), si chiama Anna Prika Kreuz. È una donna di mezz’ età che lavora in uno stabilimento alberghiero termale. Si tratta di una persona riservata e fradda, con pochi contatti verso l’ esterno. Le piante carnivore che coltiva in una serra sono la sua passione. A loro lei dedica il suo tempo libero, osservando e misurando con alta meticolosità i movimenti di queste piante.

Un giorno, Anna vede nella sala d’ingresso dell’ ospedale una donna su una sedia a rotelle, completamente fasciata che porta ancora i segni del maltrattamento. Questa immagine ha, per Anna, un effetto sconvolgente: La donna le ricorda la sua amica Franziska con la quale condivise alcuni anni trascorsi in un istituto di educazione per ragazze. Il passato, che fin’ ora Anna era riuscita a dominare, da quel istante in poi, la assale.

Anna e Franziska si incontrarono nell’ istituto dove tutte e due erano emarginate. Anna, di origine rom, era stata portata via dai genitori. La madre era alcolista e il padre si suicidó dopo un incendio della loro roulotte per il quale fu accusato. Franziska, invece, di origine ebrea, fu salvata dalla morte in campo di concentramento tedesco grazie al padre che la gettò oltre il confine. Tra le due ragazze circa quindicenni si istaurò un rapporto intimo. Le loro vite erano marcate da varie esperienze negative vissute, da violenza, tristezza e solitudine. Anna ricorda la severa educazione impartita loro dalle suore dell’ istituto e la quale è caratterizzata dalla brutalità delle punizioni ordinate alle ragazze. Quest’ ultime erano educate secondo la fede e secondo un cattolicesimo rigido, nel segno di Cristo sulla croce la quale per loro diventa un’ ossessione. Durante i loro incontri intimi, svolti in segreto e con chiare tendenze sado-masochistiche, Anna legava l’ amica a una croce costruita da Anna stessa. Qui si rispecchiano i ruoli delle ragazze all’ interno del loro rapporto e anche nelle loro vite. Franziska è di carattere sottomissivo: si subordina a tutti i torti subiti senza ribellarsi. Al contrario, Anna si contrappone in modo decisivo alle ingiustizie e ai mali inflitti.

A causa di ciò, Franziska vive in uno stato di sofferenza continua perché non riesce a liberarsi dalle sue angoscie. Inoltre, si carica adosso la colpa per essere sopravvissuta come unico membro della famiglia la quale, invece, è stata uccisa nell’ Olocausto. Accanto a questa pena, la ragazza viene colpevolizzata per la sua origine ebrea. Questa colpa rappresenta per lei un grande peso perché viene quotidianamente confrontata con il patimento di Cristo sullla croce, causato appunto, come era noto tra la gente, dagli ebrei. È proprio sulla croce che muore Franziska: Anna provoca la sua morte senza segno di contrapposizione da parte dell’ amica. Franziska si lascia andare al comportamento di Anna. In questo modo Anna libera la ragazza ebrea da ogni sofferenza e dolore.

Mentre all’ interno dello stabilimento di cura è invasa da questi ricordi, la sua vita apparentemente ordinata e sicura, perde ogni stabilità. Anna è mentalmente assente, sconvolta e infine questo stato la porta al suicidio. La sua morte è la conclusione di un circolo vizioso nel quale la violenza subita, trasformandosi in violenza da infliggere, non trova una fine. Anna si arrende; da persona ribelle si trasforma in una donne abbattuta dal suo passato. Per lei non c’ è altra via d’ uscita che il suicidio.

La morte di Franziska, invece, simboleggia sia la liberazione dalla propria pena, sia l’ espiazione e il sacrificio nel nome del popolo ebreo.

L’ immagine della donna ebrea sacrificata sulla croce offre una nuova definizione del nostro mondo a livello sociale, culturale e storico. Nello stesso momento, Franziska diviene il ritratto di un nuovo creatore e salvatore del mondo, ma con attributi femminili. In questo modo è la donna ad essere posta al centro della terra e dell’ universo, non l’uomo.

Angeklagt, pubblicato nel 2002, è l’ ultima opera trattata all’ interno di questo lavoro e della tematica della violenza.

Una giovane 26enne, Kari Selb, è accusata di incendio colposo plurimo e di omicidio plurimo. Il testo è un lungo monologo tenuto dalla protagonista alla psicologa legale che in tutto il romanzo non parla. Kari Selb descrive la propria vita con parole dirette e crude. La protagonista racconta di essere cresciuta in una famiglia dove sia padre che la madre abusavano dell’ alcool. Il padre era spesso fuori casa. Si recava dal paese in cui viveva la famiglia in città dove tradiva la moglie e si dava allo sfarzo. Col passare del tempo si distaccò totalmente dal paese per andare a convivere con sua cognata. Quest’ ultima era spesso presente nella loro casa. In tre gli adulti si chiudevano nella mansarda dove avevano rapporti sessuali.

La madre si lasciò andare alla depressione per l’ assenza defintiva del marito e beveva sempre di più. Era la figlia che quindi si occupava della madre che si trovava in quelle condizioni pietose. Si convertono i ruoli tra madre e figlia.

Nel corso del racconto, il lettore scopre che la bambina fu costretta a partecipare alle orge sessuali all’ età di cinque anni provocandole un profondo trauma. A queste orge parteciparono la madre, il padre, la cognata, un’ altro uomo e, inoltre, una giovane prostituta. Kari fu violentata da ambedue gli uomini.

All’ età di dodici anni, nella vita di Kari entra Malik, un suo alter ego. Malik rappresenta la parte più forte di Kari con la quale la ragazza trova il coraggio di attirare su di sé l’ attenzione della madre. Ciò avviene incendiando insieme, Kari e Malik, case fabbriche e altre costruzioni. La madre è l’ unica persona nel paese a sapere che la responsabile è sua figlia.

Kari parla dei regali che riceveva dal padre dopo la sua assenza. Tra questi regali, Kari ebbe delle scarpe rosse che provocarono in lei una reazione molto violenta contro la madre. In questo modo sfogò la sua rabbia contro di lei per non averla protetta nel momento dell’ abuso.

Queste scarpe rosse accompagnavano Kari ogni volta che metteva un incendio, distinguendo tra le scarpe che ricevute dal padre e quelle che portava Malik.

Solo verso la fine della narrazione si scopre perché queste scarpe erano la causa per reazioni tali da picchiare e da uccidere delle persone che indossavano delle scarpe rosse:

Durante l’ orgia, sotto il letto, la bambina scopre delle scarpe femminili di colore rosso che si imprimono nella sua psiche e diventano il filo conduttore della sua vita e dell’ opera di Mariella Mehr.  Kari ricollega le scarpe rosse al male subito e reagisce di conseguenza in maniera drastica. È per questa ragione che uccide la giovane donna nel parco e infine anche la psicologa la quale le indossa.

Le motivazioni per l’ uccisione delle altre due donne sono in ogni caso riconducibili agli avvenimenti nella mansarda.

La signora Huber, che dopo l’ incendio della sua proprietà, causato dalla protagonista, si trasferì nella casa della famiglia Kenel, si presentò sulla soglia della porta con in mano le scarpe rosse che Kari aveva portato durante l’ incendio.

Questo fatto turba la protagonista perché si mischiano per lei il piano della realtà (dove hanno luogo le scarpe regalate dal padre) con il piano della sua immaginazione (dove lei vede Malik con le scarpe rosse che corrispondono a quelle nella mansarda). Questo sconvolgimento la portò ad uccidere la donna. 

La ragazza aggredita da Kari sotto il ponte portava con sé un vestito da sposa. Questo vestito fa scatenare in Kari il ricordo della madre che nelle orge talvolta indossava il suo vestito matrimoniale. Il collegamento tra presente e passato fa scatenare in lei la rabbia per cui uccise la ragazza.

Con l’ omicidio della psicologa il lettore realizza che la violenza subita genera altra violenza e  questo processo è irreversibile

 

 by Università degli studi di Perugia, Filomena Iacovino

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