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“Letteratitudini” tutto il materiale dell’incontro del 13 dicembre dal tema “Croci e delizie del matrimonio in Anna Karenina

dicembre 16th, 2012 // 9:14 pm @

 

Lev Tolstoj

Lev Nikolaevič Tolstoj nasce nella tenuta di Jasnaja Poljana il giorno 28 agosto 1828; la famiglia è di tradizioni aristocratiche, appartenente alla vecchia nobiltà russa. Le condizioni del suo ceto faranno sempre in modo che si distingua dagli altri letterati del suo tempo, da cui egli stesso si sentirà separato anche quando la sua condizione gli parrà essenzialmente negativa.

Perde la madre quando ha solo due anni e rimane orfano all’età di nove: il piccolo Lev viene cresciuto da una zia che gli permette di frequentare l’Università: studia dapprima lingue orientali, poi legge, tuttavia non arriverà a conseguire il titolo.

Già negli anni dell’adolescenza Tolstoj sostiene un ideale di perfezionamento e di santità: la sua è la ricerca di una giustificazione della vita davanti alla coscienza.

Si ritira in campagna a Jasnaja Poljana dove si arruola come ufficiale dell’esercito nel 1851; partecipa nel 1854 alla guerra di Crimea, dove ha modo di essere a contatto con la morte, e con le considerazioni di pensiero che ne derivano. Inizia in questo periodo la sua carriera di scrittore con “I racconti di Sebastopoli”, ottenendo un buon successo a Mosca.

Lasciato l’esercito, dal 1856 al 1861 si sposta tra Mosca, Pietroburgo, Jasnaja Poljana con qualche viaggio anche oltre confine.

In questo periodo Tolsotj si trova diviso tra un ideale di vita naturale e senza preoccupazioni (la caccia, le donne e i piaceri) e l’incapacità di trovare in questi contesti il senso dell’esistenza.

Nel 1860 perde il fratello; l’evento lo lascia molto turbato; a trentadue anni si reputava già vecchio e senza speranza: si unisce in matrimonio a Sofja Andrèevna Behrs. Il matrimonio gli permetterà di raggiungere uno stato naturale di serenità stabile e duraturo. In quesiti anni nascono i suoi capolavori più noti, “Guerra e pace” (1893-1869) e “Anna Karenina” (1873-1877).

Dopo anni di vera e propria crisi razionalistica, grazie all’esperienza della vita famigliare, matura la convinzione che l’uomo sia stato creato proprio per la felicità, e che il senso della vita sia la vita stessa.

Ma queste sicurezze vengono però lentamente incrinate dal tarlo della morte: in questo ambito si sviluppa la sua conversione verso la religione, che rimane comunque molto legata al pensiero razionalista.

Nell’ultimo periodo della sua vita Tolstoj scrive moltissimo: il suo scopo rinnovato non è più l’analisi della natura umana, bensì la propagazione del suo pensiero religioso, che nel frattempo aveva raccolto numerosi seguaci. Cambiando totalmente lo stile e il messaggio filosofico delle sue opere, senza però perdere la propria maestria stilistica, talento per il quale verrà definito “il più grande esteta russo”. Di fatto nella produzione letteraria di Tolstoj vi sono affrontati temi diversissimi, ma sempre è possibile percepire il tocco del maestro assieme alla sua inconfondibile voce, sempre tesa verso l’uomo e il suo dubbio esistenziale.

Lev Tolstoj muore all’età di 82 anni, il giorno 20 novembre 1910, a Astapovo.

Anna Karenina: l’amore fatale e il fallimento

 

In questo incontro affronteremo la vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo Anna Karenina di Lev Tolstoj (1828-1910). Questo grande romanzo ebbe una difficile gestazione. Tolstoj era stato ispirato da un fatto realmente accaduto a Mosca e vi lavorò per ben cinque anni, in un momento di forte crisi spirituale. Per motivi politici – una larvata polemica nei confronti della guerra che la Russia zarista aveva appena intrapreso contro la Turchia che lo scrittore considerava una soluzione selvaggia e terribile – fu costretto a pubblicarlo a sue spese nel 1877. Ebbe però un successo travolgente, addirittura superiore a quello di “Guerra e pace” (1869), il ponderoso romanzo corale in sei libri dedicato agli avvenimenti storici iniziati con l’invasione napoleonica del 1812, che già gli aveva meritato grande fama in patria.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, Virginia Woolf ha scritto che sono “le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi” Simboli di un modernodisagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è nota ma val la pena di ricordarla. Anna è la sorella del principe Stiva Oblonskij, uomo allegro e superficiale che vive a Mosca ed è lo sposo infedele di Dolly, che vorrebbe lasciarlo dopo aver scoperto l’ultimo suo tradimento con la governante dei bambini. Andata a trovarli da Pietroburgo a Mosca, Anna riesce a comporre con abile semplicità il dissidio tra i due sposi che sono i genitori di ben cinque figli. Dolly è la sorella di Kitty, una ragazza graziosa e ragionevole che riceve una dichiarazione d’amore dal timido e serio Konstantin Levin. Kitty, che è corteggiata anche dal vacuo Aleksandr Vronskij, ricchissimo e seducente aiutante dell’imperatore con molte relazioni mondane, respinge con dispiacere Levin, che ne soffre grandemente. Anna è una donna bella ed elegante, vivace e annoiata. Vive a Pietroburgo ove è sposata con Aleksej Aleksandrovic, un alto burocrate (influente, rigido e perbenista), ed è la madre affettuosa di un ragazzo, Sereza. Anna e Vronskij si conoscono ed è subito colpo di fulmine. Durante un ballo dal quale Kitty – interessata a Vronskij – si aspetta molto, i due flirtano insieme e gettano nello sconforto la ragazza. Anna è presa da un amore senza il quale non può esserci né gioia, né dolore, e neppure vita. Rimane incinta, partorisce una figlia e si ammala gravemente. Alla fine decide di unirsi a Vronskij e di lasciare il marito e il figlio. I due amanti viaggiano per tre mesi per l’Europa e vanno in Italia, ove Anna impara a vivere soltanto per Vronskij, che è la sua felicità ma anche la sua infelicità. Il marito la punisce con il completo allontanamento dal figlio e con il fermo rifiuto del divorzio. La corrotta aristocrazia pietroburghese, chiusa a riccio nelle sue ipocrite convenienze formali, costringe Anna a vivere nel disprezzo mentre, in qualche modo, perdona Vronskij e si apre per lui. Nonostante tutto, Anna è «imperdonabilmente felice».

Vronskij (che si è dimesso dalla carriera militare) si strugge, invece, dalla noia rimpiangendo la sua precedente esistenza gaia e libera. Vronskij e Anna vivono nel lusso e nell’eleganza una vita agiata e superficiale. Vronskij soffre perché la figlia porta il nome di Karenin e vorrebbe convincere Anna a chiedere il divorzio per sposarlo e risolvere così le mille complicazioni della loro situazione. Anna non è, però, interessata al divorzio sia perché non riesce a voler bene ad Anny, la bambina di Vronskij, sia perché sa che il divorzio in ogni caso non le restituirà il figlio che ama. Anna si limita a rendersi attraente e seducente per Vronskij, è tesa e nervosa perché teme di perderlo e riesce a dormire soltanto quando usa una pozione a base di morfina. Pur apprezzando la sua dedizione, Vronskij sente il peso di quelle reti amorose nelle quali Anna tenta di avvilupparlo e diventa sempre più freddo e distante, in taluni istanti, anche ostile e crudele: non intende sacrificare la sua indipendenza di uomo a quell’amore oppressivo, rimpiangendo la libertà perduta. Si affacciano i primi gravi dissapori con i segni inequivocabili della fine di quella passione disperata. Anna avverte di perdere il controllo della situazione: si sente capace di qualunque follia e inizia ad aver paura di se stessa; sente che accanto all’amore si è inserito uno spirito maligno che la spinge a una lotta crudele con l’uomo che ama.

I due vanno a Mosca: Vronskij per affari, Anna in attesa delle decisioni del marito riguardo al divorzio: «Eppure non esisteva una cagione esterna di dissidio, ma ogni tentativo fatto per calmare quest’irritazione latente non faceva che accrescerla. Il male veniva di dentro. Per lei l’irritazione nasceva dal veder diminuire l’amore di Vronskij; per lui, dal riconoscere di essersi messo, a cagione di Anna, in una situazione penosa che essa, invece di alleviare, rendeva sempre più penosa. Né l’uno né l’altra conveniva dei motivi di questa irritazione, ma ognuno di loro credeva che l’altro avesse torto e ad ogni occasione essi lo volevano dimostrare. Anna avrebbe preteso che Vronskij concentrasse tutta la sua vita in lei e quindi era gelosa. Non era gelosa di una data donna, ma la diminuzione dell’amore di lui la rendeva gelosa ed essa cercava un oggetto per la sua gelosia. […] Ed essendo gelosa, Anna si adirava contro Vronskij e cercava tutte le occasioni per prendersela con lui. Lo accusava di tutto ciò che aveva di penoso la sua situazione. Attribuiva a lui lo stato tormentoso di attesa nel quale s’era trovata a Mosca, sospesa fra cielo e terra, la lentezza e l’indecisione di Aleksej Aleksandrovic, la sua solitudine. Era colpa di lui se stavano a Mosca invece che in campagna. Era colpa di lui se essa era divisa da suo figlio. Anche quei rari momenti di tenerezza che capitavano fra loro non la calmavano: ora negli slanci amorosi di lui essa vedeva una tranquillità, un’assoluta sicurezza che non c’era prima e che l’irritava.».

Le discussioni e le recriminazioni tra Anna, ormai distrutta dalle continue torture morali, e Vronskij, non più in grado di affrontare la situazione penosa nella quale lo ha posto l’amore per lei, continuano sempre più aspre e crudeli. Anna scopre in Vronskij una punta di antipatia nei suoi confronti; ormai è convinta che lui non l’ami più, che tutto è finito o deve finire. Nella sua anima regna la tempesta e si sente a una svolta della sua vita che potrebbe avere conseguenze terribili. Comincia a pensare alla morte come alla sola cosa in grado di risolvere tutto, di riaccendere l’amore e di provocare in lui pentimento, commozione e sofferenza. Nonostante il desiderio di consolarla e la paura per una tremenda minaccia che Anna pronuncia in tono disperato, Vronskij decide di andare dalla madre ove si trova anche la principessina Sorokina (che la madre vorrebbe fargli sposare). Anna è presa dal disgusto e dall’odio: sente di amarlo e di odiarlo nello stesso tempo. Come un automa, fa una strana e confusa visita a Kitty e Dolly, e decide di andare in stazione e di prendere un treno per coglierlo in flagrante. Durante il viaggio, in mezzo alla confusione e alle innumerevoli distrazioni, in un soliloquio delirante che i critici hanno chiamato «monologo interiore», Anna passa in rassegna tutta la sua vicenda esistenziale. Arrivata in stazione, cede all’impulso di gettarsi sotto le ruote del vagone di un treno merci e di liberarsi così da tutti e da se stessa. A lei che si era chiesta: «Perché non dobbiamo spegnere la candela quando tutto ciò che vediamo ci fa orrore?», nell’istante della morte «in un lampo la vita le apparve con lo splendore di tutte le sue gioie passate». Allora si pente e fa il tentativo impossibile e inutile di ritirarsi, chiede perdono al Signore e la luce si spegne per sempre.

Ma il romanzo non finisce qui! C’e una Parte Ottava – quasi un epilogo morale – nella quale si racconta, tra l’altro, la disperazione di Vronskij che, indurito dal dolore ma arricchito da una nuova forza interiore, parte volontario per la guerra in Turchia, pronto a morire o a rinascere nell’eroica lotta. (Brani tratti da Anna Karenina, nella traduzione di Enrichetta Carafa D’Andria, Newton Compton Editori, Roma 1996)

Il romanzo di Tolstoj non narra la storia di un banale adulterio o di un passeggero capriccio sentimentale, bensì quella di un’attrazione reciproca fortissima e irresponsabile tra due esseri in fondo molto diversi. Questo trasporto si trasforma in una passione travolgente e fatale, non lasciando spazio agli impegni presi, agli affetti già esistenti, alle abitudini inveterate o alle convenzioni sociali. Vronskij è un aristocratico privo d’interiorità e dall’elevata posizione mondana, che ama la vita militare e il suo reggimento, che predilige i cavalli e che gode nel divertirsi con donnine allegre: non ha mai preso in considerazione la possibilità del matrimonio, non amando la vita di famiglia. Anna, invece, è una donna sensibile e tormentata, che sceglie per amore di cedere a «quello che l’anima sua desiderava e che la sua ragione temeva […] uno spaventevole e tanto più seducente sogno di una felicità impossibile». Si convince ad accettare un rapporto adulterino, rinunciando alla sua rispettabilità di donna sposata: «Devi capire che per me, dal primo giorno che t’ho amato, tutto si è trasformato. Per me non c’è che una cosa sola: il tuo amore. Se lo posseggo, mi sento così in alto che nulla può umiliarmi. Sono orgogliosa della mia situazione […]». In realtà, Anna paga l’adulterio con tremendi complessi di colpa, con l’abbandono del figlio e con uno sdoppiamento di sé: «C’era qualcosa di terribile, di odioso nel ricordo di quello che avevano pagato col prezzo della loro vergogna […] Anna gli teneva stretta una mano e non si muoveva. Sì, quei baci li aveva comprati a prezzo del suo onore, quella mano era la mano del suo complice […] Ella sentiva che le era impossibile di tradurre in parole la vergogna, l’orrore, la gioia che provava di fronte a questo ingresso in una nuova vita […]».

Tra l’altro, Anna ha anche preso consapevolezza della crisi del suo soffocante legame matrimoniale che vive d’ipocrisie: a lei sembra ingiusto continuare a vivere nella finzione, rimanendo accanto a un marito che non ama: «I suoi rapporti con lui avevano sempre avuto una tinta come di falsità, ma ora ne ebbe una coscienza chiara e dolorosa […] Si sentiva fasciata da un’impenetrabile corazza di menzogna!». In seguito, pur continuando ad amare Vronskij, Anna è costretta ad accorgersi che dentro di sé ha creato di lui «un’immagine superiore al vero e impossibile nella realtà». D’altra parte, Vronskij comincia a notare ben presto che «Anna non era più la stessa per lui: moralmente e fisicamente era mutata. La guardava come un uomo guarda il fiore che ha colto e che ora è appassito, e dura fatica a ritrovarvi quella bellezza per la quale lo ha colto e sciupato.».

A proposito di Anna, riporto ciò che ha scritto Gesualdo Bufalino nel suoDizionario dei personaggi di romanzo (Oscar Saggi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1989): «L’adulterio nella meteorologia amorosa dell’Ottocento è non di rado un’acquata di primavera. Per Anna Karenina è l’alluvione che spacca la diga. Da quando Vronskij le apparve, nel suo fatuo splendore di denti e spalline, non esistono più per lei, benché per un po’ insista a rispettarli, né l’alfabeto mondano né il codice dei valori morali. Finirà sotto le ruote di un treno, pietosamente, chiudendo tra una banchina e l’altra di una stazione il curricolo nero della sua deroga. È una vendetta del cielo? E Anna la meritava? O non la meritava piuttosto il mondo che la spinse alla morte? […]».

E Aleksej Aleksandrovic Karenin, il marito tradito? Per Anna, non è un essere umano ma una macchina ministeriale. Per Vronskij, è un personaggio scomodo e apparentemente superfluo! Anna lo ha sposato senza amore (più vecchio di lei di venti anni), non conoscendo l’amore, ed egli è un uomo veramente molto enigmatico e difficile da amare. Forse non aveva mai amato veramente Anna né guardato nell’anima di sua moglie, e certamente non aveva mai tentato di entrare nel segreto dei suoi sentimenti. All’inizio, è impotente davanti alla sfacciata passione dei due: «Come un bue che china dolcemente il capo, egli aspettava il colpo che sentiva sospeso su di sé […] Era come un uomo, furioso, di non aver potuto spegnere un incendio, che dice al fuoco: “Brucia! Fai pure!” […] non voleva guardare in faccia la sua situazione. Preferiva chiudere come in uno scrigno sigillato il suo affetto per la moglie e per il figlio, e anzi era diventato freddo verso il bambino, lui un tempo padre tanto premuroso […] andava inventando pretesti di lavorare per non aprire quello scrigno sigillato, dove erano racchiusi sentimenti e pensieri che il tempo rendeva sempre più penosi […] Non voleva pensare a queste cose e non ci pensava, ma giù, in fondo in fondo all’anima, sapeva, pur senza averne le prove, ma sapeva senza dubitarne di essere un marito tradito, e ne soffriva profondamente […] non soltanto non pensava di uscire da quella situazione ma non voleva riconoscerla, appunto perché era toppo terribile, troppo contro natura […] egli non voleva vedere e non vedeva […] non voleva penetrare nei sentimenti di sua moglie, gl’importavano solo i segni esteriori […]». In seguito, piuttosto brutalmente, Anna gli confessa il suo amore: «No, non sbagliate […] Io ero disperata e lo sono ancora. Vi ascolto e penso a lui. Io lo amo, sono la sua amante, non ne posso più, ho paura, vi odio…Fate di me quel che volete […]». In un primo momento Aleksej Aleksandrovic resta immobile «in quella solennità che hanno i visi dei morti» ma diviene poi un giudice implacabile per quella che considera «una donna depravata… senza onore e senza cuore, senza religione». Pensa di chiedere il divorzio dopo il riconoscimento dell’adulterio, in modo che il figlio non possa assolutamente rimanere con la madre. Cessa di occuparsi di lei e di suo figlio, e senza nessuna indulgenza prende tutte le rigide misure indispensabili per tutelare le apparenze e il suo decoro, e per salvare ciò che resta del suo onore. Si organizza, inoltre, per vivere nel modo più conveniente e per vendicarsi di Anna nella maniera più tremenda: «Non era più la gelosia che lo tormentava ma il desiderio che Anna non trionfasse, che pagasse il fio della sua colpa.». Quando però – in seguito al parto di una bimba e a una febbre puerperale – Anna sta per morire e lo chiama al suo capezzale per chiedergli perdono, egli è preso da una strana commozione e da un più alto sentimento di pietà: con la sua generosità umilia Vronskij, il quale tenta il suicidio sparandosi un colpo di revolver alla parte sinistra del petto senza però toccare il cuore. Anna guarisce e riprende a detestare Aleksej Aleksandrovic, desiderando di essere liberata dalla sua odiosa presenza: «Ho sentito dire che le donne amano gli uomini anche per i loro vizi, ma io l’odio per la sua bontà. Non posso vivere con lui […] Lo odio per la sua magnanimità […] Stiva dice che luiacconsente a tutto, ma io non posso accettare la sua generosità […]». Rinunzia allora al divorzio onorevole che le è stato proposto e parte con Vronskij e la bambina per l’Italia, lasciando il marito solo col figlio nel loro appartamento.

Aleksej Aleksandrovic non è tuttavia quell’uomo freddo e impassibile che tutti credono; anzi, è un individuo distrutto che soffre intensamente e che resta a fronteggiare questo dolore in una disperazione solitaria: «Sapeva che la gente l’odiava e lo disprezzava perché era infelice. Sapeva che, perché il suo cuore era lacerato, tutti sarebbero stati crudeli con lui. Sapeva che la gente lo avrebbe scacciato, come i cani sono pronti a dilaniare un povero cane che urla di dolore. Sapeva che l’unica difesa contro gli uomini era di nascondere la sua ferita e aveva tentato di farlo per due giorni, ma ora non si sentiva più la forza di prolungare quella lotta disuguale. In tutta Pietroburgo non c’era una sola persona alla quale avrebbe potuto confidare il suo tormento, che l’avrebbe compatito, che avrebbe visto in lui non l’alto funzionario, l’uomo di alta posizione sociale, ma semplicemente un essere umano che soffriva.». È da notare che nel piano originario del romanzo, Karenin avrebbe dovuto essere l’eroe tragico al centro della narrazione mentre Anna avrebbe dovuto rappresentare il personaggio negativo (la «donna rivoltante»). Nelle mani di Tolstoj, poi, la situazione si era capovolta con un’Anna nobilitata e un Karenin trasformato in un burocrate grigio e ottuso. In realtà, io credo che un lieve pulviscolo dorato della primitiva nobile tragicità del personaggio sia rimasto appiccicato su Aleksej Aleksandrovic.

Quest’amore così totalizzante sembra, quindi, un errore. Non dimentichiamo, però, che esistono diversi aforismi che inneggiano all’amore smisurato e senza freni: il poeta latino Properzio Sesto (45-15 a.C.) sosteneva: «Il vero amore non ha mai conosciuto misura». Il romanziere e motteggiatore francese Roger Bussy de Rabutin (1618-1693) scriveva: «Quando non si ama troppo, non si ama abbastanza», mentre il poeta e commediografo francese Paul Geraldy (1885-1983) – che aveva pubblicato nel 1913 la raccolta di poesie d’amore Tu e io – si giustificava dicendo: « È perché ti amo troppo, se ti amo così male».

P.S. Il cinema e la televisione hanno amato Anna Karenina. Sono almeno venti le trasposizioni cinematografiche e televisive dal 1911 (film per la regia di Maurice Maître) al 2012 (film diretto da Joe Wright con Keira Knightley, Aaron Johnson e Jude Law). Da ricordare: Love (1927) per la regia di Edmund Goulding con Greta Garbo e i film Anna Karenina di Clarence Brown (1935) con Greta Garbo, di Julien Duvivier (1948) con Vivien Leigh, e di Bernard Rose (1997) con Sophie Marceau. Desidero rammentare anche la stupenda miniserie televisiva italiana del 1974 di Sandro Bolchi con una superba e indimenticabile Lea Massari.

 

Anna Karenina [Lev Tolstoj]
«Mihi vindictaego retribuam»

(A me la vendetta, sono io che ricambierò)

«In Anna Karenina è rappresentata la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità. Per questo Anna e a Vronskij non possono essere felici insieme.

Prima di incontrare Vronskij, Anna era una donna calma e lieta, che dava fiducia e pace a chiunque l’avvicinasse; ella si credeva contenta del proprio destino: la sua vita si svolgeva tranquilla nelle cure domestiche e mondane, ella aveva un figlio che amava, un marito di cui aveva stima, e non chiedeva nulla di più. Ma dopo l’incontro con Vronskij questa sua apparente sicurezza e chiarezza interiore viene meno: ella si rende conto d’improvviso del pauroso vuoto che ha intorno. [...] Tuttavia nella sua vita con Vronskij, Anna non prova rimpianto per la sua vita passata, apparentemente così felice e paga; perchè avendo oramai conosciuto l’amore, quella felicità di allora le appare artificiosa e vuota; poche ora prima di uccidersi, ella rammenta i propri rapporti con il marito, che anche quelli si chiamavano amore, rivede gli occhi spenti di lui e le mani dalle vene turchine, e ne ha un brivido di disgusto. Così Anna Karenina muore a mani vuote: ella non ha conquistato nulla, non ha capito nulla. Ma anche Vronskij, come Anna, non capisce e non conquista nulla: e quando dopo la morte di Anna parte volontario contro i Turchi, anche questo per lui non significa nulla, non è che un mezzo per sfuggire al ricordo del corpo insanguinato di Anna».

 

Natalia Ginzburg



Il Romanzo

«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo».

 

Il romanzo inizia presentando la figura di Stepan Arkad’ič Oblonskij (“Stiva”), un ufficiale civile che ha tradito la moglie Dar’ja Aleksandrovna (“Dolly”). La vicenda di Stiva mostra la sua personalità passionale che sembra non poter essere repressa. Per questa ragione, Anna Karenina, la sorella sposata di Stiva, che vive a San Pietroburgo, viene chiamata da Stiva per persuadere Dolly a non lasciarlo. Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, un serio aristocratico che vive in una tenuta che gestisce lui stesso, Konstantin Dmitrič Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly. Kitty rifiuta, poiché aspetta una proposta di matrimonio dall’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovič Vronskij. Ma Vronskij si infatua di Anna ed Anna, scossa dalla propria reazione alle attenzioni di Vronskij, ritorna immediatamente a San Pietroburgo, da suo marito Aleksei Aleksandrovič Karenin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Serëža. Vronskij, perdutamente innamorato, la segue sullo stesso treno.

A San Pietroburgo Anna cede alla propria passione per Vronskij e rimane incinta. Quando Vronskij cade da cavallo durante una gara, l’angoscia provata da Anna rende palesi i suoi sentimenti al marito, per cui si vede costretta a confessargli la relazione. Karenin, rifiutando di separarsi da Anna, la mette in una situazione molto frustrante, minacciandola di non lasciarle più vedere Serëža, nel caso se ne vada con Vronskij o commetta dei passi falsi.

Karenin inizia a trovare la situazione intollerabile e comincia a valutare la possibilità di divorziare, ma cambia idea dopo aver saputo che Anna sta morendo per complicazioni dovute al parto. Al suo capezzale, Karenin perdona Vronskij, che cerca di suicidarsi per il rimorso. Anna comunque migliora, e decide con Vronskij di partire per l’Europa, senza aver ottenuto il divorzio.

In Europa, Vronskij e Anna fanno molta fatica a trovare degli amici che li accettino, continuando a dedicarsi a passatempi, finché non tornano in Russia. Karenin è consolato e influenzato dalla contessa Lidija Ivanovna, di lui innamorata, entusiasta della religione e delle credenze mistiche di moda nelle classi sociali più elevate, che gli consiglia di tenere Serëža lontano dalla madre. Anna riesce lo stesso a fai visita al figlio il giorno del suo compleanno, ma è scoperta da Karenin, che aveva detto a Serëža che Anna era morta. Poco dopo, lei e Vronskij partono per la campagna.

Vronskij cerca di convincere Anna a chiedere il divorzio a Karenin e solo quando Vronskij parte per alcuni giorni, la noia e il sospetto convincono Anna della necessità di un matrimonio con lui: scrive a Karenin e parte con Vronskij per Mosca.

All’ennesimo rifiuto del divorzio da parte del marito, la relazione tra Anna e Vronskij inizia ad essere sempre più tesa, dominata dal risentimento provocato da un’ingiustificata ed esasperata gelosia da parte della donna. I due decidono di tornare in campagna, ma Anna, mentre Vronskij si trova fuori, in un uno stato di forte confusione e di avversione verso tutto ciò che la circonda, si suicida lanciandosi sotto un treno.

L’altra coppia che sale sul palco di questo bellissimo romanzo, Kitty e Levin, vive una esistenza parallela a quella di Anna e Vronskij, fatta di piccole cose normali, dell’accettazione della realtà di ogni giorno, delle piccole gioie e dei piccoli dolori. Eppure le pagine che toccano nel profondo, restano indiscutibilmente quelle dell’amore tormentato di Anna e Vronskij.

 

Stralci d’autore

Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.

 

Col tatto abituale dell’uomo di mondo, da una sola occhiata all’aspetto esteriore di questa signora Vronskij giudicò in modo certo ch’ella apparteneva all’alta società. Egli si scusò e stava per andare nella vettura, ma provò la necessità di guardarla ancora una volta, non perchè ella fosse molto bella, non per quell’eleganza e quella grazia modesta che si vedevano in tutta la sua persona, ma perchè nell’espressione del volto leggiadro, quand’ella gli era passata vicino, c’era qualcosa di particolarmente carezzevole e tenero. Quand’egli si volse a guardarla, ella pure voltò il capo. I scintillanti occhi grigi, che sembravano neri per le ciglia folte, si fermarono amichevolmente, con attenzione, sul volto di lui, come se ella lo riconoscesse, e immediatamente si portarono sulla folla che passava, come cercando qualcuno. In questo breve sguardo Vronskij fece a tempo a notare l’animazione rattenuta che balenava sul volto di lei e svolazzava tra gli occhi scintillanti ed il sorriso appena percettibile, che incurvava le sue labbra vermiglie. Come se un’abbondanza di qualcosa colmasse talmente il suo essere, da esprimersi all’infuori della sua volontà ora nello scintillio dello sguardo, ora nel sorriso. Ella aveva spento deliberatamente quella luce nei suoi occhi, ma essa splendeva a suo malgrado nel sorriso appena percettibile.

Ella si volse a guardarle e in quello stesso momento riconobbe il volto di Vrònskij. […] Ma ora, nel primo attimo dell’incontro con lui, la prese un sentimento di orgoglio gioioso. Non aveva bisogno di domandare perchè egli fosse lì. Lo sapeva con altrettanta certezza come se egli le avesse detto che era lì per essere dov’era lei. «Non sapevo che foste in viaggio anche voi. Perchè siete in viaggio?» ella disse, abbassando la mano con cui stava per aggrapparsi alla colonnina. E un’incontenibile gioia e animazione splendeva sul su volto. «Perchè sono in viaggio?» egli ripeté, guardandola proprio negli occhi. «Lo sapete, sono in viaggio per essere là dove siete voi» diss’egli «non posso altrimenti». […] Egli aveva detto proprio quello che desiderava l’anima di lei, ma che ella temeva con la sua ragione. Ella non rispondeva nulla, e sul suo volto egli vedeva la lotta.[…]                     Il senso d’irragionevole vergogna, che ella aveva provato in viaggio e l’agitazione erano scomparsi completamente. Nelle condizioni abituali di vita ella si sentiva di nuovo ferma e irreprensibile. […] Il fuoco sembrava spento in lei o nascosto in qualche luogo lontano.

Nei primi tempi Anna credeva sinceramente d’esser malcontenta di lui perché egli si permetteva di perseguitarla; ma poco dopo il suo ritorno da Mosca, venuta a una serata dove pensava di incontrarlo, e lui non c’era, dalla tristezza che s’impadronì di lei capì chiaramente che ingannava se stessa, che quella persecuzione non solo non le era spiacevole, ma che essa formava tutto l’interesse della sua vita.

«Non sapete forse voi che siete tutta la vita per me? Ma la tranquillità io non la conosco e non ve la posso dare. Tutto me stesso, l’amore… sì. Non posso pensare a voi e a me stesso separatamente. Voi e io per me siamo una sola cosa. E io non vedo per l’innanzi la possibilità della tranquillità, perché per me stesso, perché per voi. Io vedo la possibilità della disperazione, della sventura… o vedo la possibilità della felicità, di che felicità!… E’ forse impossibile?» egli soggiunse con le sole labbra, ma ella sentì. Ella tese tutte le forze della sua intelligenza per dir quello che bisognava; ma invece di questo ella fermò su di lui il suo sguardo pieno d’amore, e non rispose nulla. “Ecco! – egli pensava con entusiasmo – Quando io mi disperavo già e quando sembrava che non sarebbe venuta una fine, ecco! Ella mia ama. Lo confessa!”. «Allora fate questo per me, non ditemi mai queste parole, e siamo buoni amici – ella disse con le parole»  ma il suo sguardo diceva tutta un’altra cosa. «Amici non saremo, questo lo sapete da voi. E se saremo le più felici o le più infelici delle persone, questo è in poter vostro.». Ella voleva dire qualcosa, ma egli l’interruppe: «Perché io chiedo una sola cosa: chiedo il diritto di sperare, di tormentarmi, come ora; ma se anche questo non si può, ordimnatemi di scomparire, e io scomparirò. Non mi vedrete, se la mia presenza è penosa.» «Io non voglio scacciarvi in nessun modo.» «Soltanto non cambiate nulla. Lasciate tutto come è » egli disse con voce tremante «Ecco vostro marito.» [...] «Voi, mettiamo, non avete detto nulla, io non pretendo neppure nulla – egli diceva – ma voi sapete che non è l’amicizia di cui ho bisogno, che per me è possibile una sola felicità nella vita, quella parola che amate così poco… sì, l’amore…» «L’amore – ella ripeté lentamente con una voce interiore e a un tratto, nello stesso momento in cui staccò il pizzo, soggiunse – io non amo questa parola appunto perché essa per me ha un significato troppo grande, molto più grande di quel che voi possiate capire, – ed ella lo guardò in viso – A rivederci!»

Ella si sentiva criminosa e colpevole, che non le rimaneva se non umiliarsi e domandar perdono; e nella vita adesso, all’infuori di lui, ella non aveva nessuno, così ch rivolgeva appunto a lui la sua preghiera di essere perdonata. Ella, guardandolo, sentiva fisicamente la sua umiliazione e non poteva più dir nulla. Egli invece sentiva quel che deve sentire un assassino quando vede il corpo privato della vita da lui. Questo corpo privato della vita da lui era il loro amore, il primo periodo del loro amore. C’era qualcosa di orribile e di ripugnante nei ricordi di quello per cui era stato pagato questo terribile prezzo di vergogna. La vergogna dinanzi alla propria nudità spirituale, la soffocava e si comunicava a lui. Ma malgrado tutto l’orrore dell’assassino dinanzi al corpo, bisogna approfittare di quel che l’assassino ha acquistato con l’assassinio. E l’assassino si getta su questo corpo con rabbia, si direbbe con passioe, e lo trascina, e lo taglia; così anche lui copriva di baci il volto e le spalle di lei. Ella gli teneva una mano e non si muoveva. Sì, questi baci son quello che s’è comprato con questa vergogna. Sì, e questa mano, che sarà sempre mia, è la mano del mio complice. Ella sollevò quella mano e la baciò. Egli si abbassò sui ginocchi e voleva vederle il volto, ma ella lo nascondeva e non diceva nulla.

Egli sentiva tutto il tormento della sua situazione e di quella di lei, tutta la difficoltà in cui si trovavano, esposti com’erano agli occhi di tutta la società, di nascondere il proprio amore, mentire, ingannare, e mentire, ingannare, usare astuzia e pensare continuamente agli altri allorquando la loro passione era tanto forte, che tutt’e due dimenticavano tutto il resto, eccetto il proprio amore. [...] E per la prima volta gli venne in mente il pensiero che era indispensabile far cessare quella menzogna, e quanto più presto tanto meglio sarebbe stato.

«Sono incinta» ella disse piano e adagio. [...] Egli impallidì, volle dire qualcosa ma si fermò, lasciò andare la mano di lei e chinò il capo. «Sì, egli ha capito tutto il significato di questo avvenimento» ella pensò e gli strinse la mano con riconoscenza. [Diss’egli] «Né io  nè voi abiamo mai considerato i nostri rapporti come un giocattolo e ora la nostra sorte è decisa. E’ indispensabile por fine, – egli disse, volgendosi indietro – alla menzogna in cui viviamo». «Por fine? E come por fine, Aleksjéi?» diss’egli piano. Ella s’era calmata adesso, e il suo volto splendeva di un tenero sorriso. «Lasciare vostro marito e unire la nostra vita» «Essa è unita anche così» rispose ella appena udibilmente. «Sì, ma del tutto, del tutto [...]  come hai potuto sacrificare tutto per me? Io non posso perdonarmi che tu sia infelice.»«Io infelice? – ella disse avvicinandosi a lui e guardandolo con un entusiastico sorriso d’amore – io son come una persona affamata cui abbiamo dato da mangiare. Forse ha freddo, ha il vestito rotto, e si vergogna, ma non è infelice.[...] Devi capire che per me dal giorno che ho cominciato ad amarti tutto s’è mutato. Per me c’è una cosa sola: è il tuo amore. Se esso è mio, mi sento allora così in alto, così calda, che nulla per me può essere umiliante.»

“Il mio amore si fa sempre più appassionato ed egoistico, e il suo non fa che spegnersi, ed ecco perchè ci dividiamo, – ella seguitò a pensare. – E porvi rimedio non si può. Io ho tutto lui solo, e pretendo ch’egli mi si abbandoni sempre più. E lui sempre di più vuole allontanarsi da me. Noi ci siamo appunto andati incontro prima della relazione, e ora ci dividiamo andando irresistibilmente da parti diverse. E mutare questo non si può. [...] Se lui, senza amarmi sarà buono, tenero con me per dovere, e non ci sarà quello che io voglio, – ma è mille volte peggio perfino del risentimento! E’ un inferno! Ed è appunto così. Lui non mi ama già da un pezzo. E dove finisce l’amore, là comincia l’odio… Queste strade non le conosco affatto. [...] Noi siamo separati dalla vita, e io faccio la sua infelicità, lui la mia, e non si può rifare nè lui, nè me. Tutti i tentativi sono stati fatti, la vite s’è svitata…”

«La ragione è data all’uomo per liberarsi da quello che lo inquieta» disse in francese la signora. “Liberarsi da quello che inquieta – ripeté Anna – Sì, mi inquieta molto e la ragione è data per liberarsene; perciò bisogna liberarsene. E perchè non spegnere la candela, quando non c’è più nulla da guardare, quando fa schifo guardare tutto questo? Ma come?” E a un tratto, essendosi ricordata dell’uomo schiacciato il giorno del suo primo incontro con Vrònskij, ella capì quel che doveva fare. Dopo essere scesa con un passo veloce, leggero per i gradini che andavano dalla pompa alle rotaie, si fermò accanto al treno che le passava vicinissimo. Ella guardava il basso dei carrozzoni, le viti e le catene e le alte ruote di ghisa del primo carrozzone che scivolava lentamente e cercava di stabilire a occhio il punto di mezzo fra le ruote anteriori e le posteriori e il momento quando questo punto di mezzo sarebbe stato di fronte a lei. [...] Ed esattamente nel momento in cui il tratto di mezzo fra le ruote giunse alla sua altezza, ella gettò indietro il sacchetto rosso e con un movimento leggero, come preparandosi ad alzarsi subito, si lasciò cadere in ginocchio. E in quell’attimo stesso inorridì di quel che faceva. “Dove sono? Che faccio? Perchè?” Voleva sollevarsi piegarsi all’indietro, ma qualcosa di enorme, d’inesorabile le dette una spinta nel capo e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” ella proferì, sentendo l’impossibilità della lotta. Un mužicjòk dicendo intanto qualcosa, lavorava su del ferro. E la candela con la quale ella leggeva il libro pieno di ansie, di inganni, di dolore e di male, s’infiammò d’una luce più vivida che non mai, le illuminò tutto quello che prima era nelle tenebre, scoppiettò cominciò a oscurarsi e si spense per sempre.

CONCLUSIONI

 

 Centro della vicenda è, dunque, la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij. Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti. “In Anna Karenina è rappresentata – scrive Natalia Ginzburg – la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità”. Tra i primi lettori il libro ebbe Dostoevskij che così ne scrisse: “Anna Karenina è un’opera d’arte assolutamente perfetta. Vi è in questo romanzo una parola umana non ancora intesa in Europa… e che pure sarebbe necessaria ai popoli d’Occidente”.

 

Commento:

Pubblicato nel 1877, il libro venne accolto in origine piuttosto freddamente e considerato alla stregua di una semplice storia d’amore, non ottenendo quindi grandi riconoscimenti ma solo critiche. Successivamente rivalutato, è oggi considerato uno dei capolavori dell’epoca. La mole non indifferente del romanzo può scoraggiare ma, in verità, merita tutto il tempo che si impiega per leggerlo!

Anna, divisa tra ciò che reputa giusto e ciò che desidera, vive una vita perennemente in lotta con se stessa, sempre in bilico tra ciò che prova e ciò che le convenzioni le impongono. Romanzo introspettivo con descrizioni molto efficaci, è una storia avvincente che descrive sentimenti forti, dall’amore coniugale a quello materno, all’amore passionale e ancora ipocrisia, paura, attrazione e tanto altro.

La bravura di Tolstoj nel far partecipare il lettore in prima persona ai sentimenti descritti, il grosso lavoro psicologico, il conflitto interiore della protagonista, lo rendono un romanzo estremamente interessante, a tratti quasi difficile da portare avanti per la sofferenza che trasuda dalle pagine.

In effetti, abbraccia diversi temi e contenuti ricorrenti nella letteratura dei grandi classici come questo.

Temi dell’amore senza regole, che infrange un vincolo sacro come il matrimonio; quello tra Anna e il marito Aleskey Aleskandrovich, il tema della morte, molto forte, e dell’amore fraterno disinteressato quello tra Dmitrich e il fratello konstantin, il tema dell’amore puro tra Dmitrich e Kitty; il tema della famiglia che traspare nella vicenda familiare di Dolly e Stiva (fratello di Anna) che tradisce la moglie e che viene perdonato pur di non stravolgere l’equilibrio nella famiglia.

In realtà, Anna Karenina parla dell’unico reale problema dell’uomo. Oggi come due secoli fa.

Come può perdurare l’amore? Tutto quello che occupa le nostre vite, dai problemi politici alle piccole incombenze di tutti i giorni, non è altro che una via molto lunga per capire come amare ed essere amati. Levin, Kitty, Vronkji, Anna, Dolly, Stiva stanno lì al nostro posto tentando di conciliare i desideri più profondi dell’uomo: la passione per la bellezza e l’aspirazione alla pace.

Anna, con il suo animo tormentato, le sue paure e il rifiuto verso un mondo ipocrita che non riesce più ad accettare – portandola a compiere scelte drastiche – entra nel cuore del lettore per non uscirne più.

Un capolavoro senza tempo.

 

 

 

IL TRADIMENTO OGGI

 

Al contrario, purtroppo il tradimento oggi è vissuto non più come qualcosa di eclatante, ma esattamente al contrario. Nella tarda modernità tradire è diventato un’abitudine normalissima per molti, a tal punto da non stupirsene più come accadeva un tempo. Tutti sono consapevoli della possibilità di tradire o di essere traditi. Ed è questa consapevolezza il fattore veramente demotivante, una consapevolezza che in qualche modo giustifica il tradimento come comportamento e malattia sociale.

Il tradimento spesso diventa un mezzo per fuggire ad una situazione di cui non si è soddisfatti, che non si accetta, ma non si ha il coraggio di affrontare direttamente. Il tradimento viene quindi facilmente giustificato. E in questo modo si traduce anche in una trappola mentale, un circolo vizioso in cui un tradimento segue l’altro, senza che ne venga cercata la causa o una soluzione ad esso. Viene semplicemente vissuto come una soluzione temporanea, e non come un indice di malessere.

Perché si tradisce?

Tradimento per trasgressione – tradimento per noia – tradimento per vendetta – tradimento per debole natura.

Tante situazioni per descrivere una paura… paura di cambiare… paura di esser soli…

Non si considera mai, invece, che il cambiamento è una risorsa, e non solo un rischio. Specialmente in campo sentimentale. E’ un modo di evolvere i rapporti, di crescere e maturare. Se si è insoddisfatti della comunicazione di coppia o della propria sessualità, si abbia il coraggio di cambiare… per migliorare se stessi e la propria autostima. Senza necessariamente ricorrere ad un palliativo dequalificante come il tradimento, chiaro indice di personalità deboli e paura di cambiare.

Ovviamente considerando questa prospettiva si possono aprire diversi filoni e correnti di pensiero, legati all’educazione individuale, all’ambiente in cui si vive, alla religione, per cui si può dire tutto ed il contrario di tutto.

 

Tuttavia ritornando ad Anna Karenina dobbiamo opportunamente farci una domanda: è colpevole Anna? L’epigrafe apposta al romanzo sembra togliere ogni dubbio in proposito “A me la vendetta, e io renderò il dovuto” (Dt. 32,35). E’ Jahvè che parla per bocca di Mosè, contro i disprezzatori della Legge: là dove dice pure

Poiché il loro vitigno è della vite di Sodoma,

e dai terrazzi di Gomorra:

la loro uva è uva di veleno,

i loro grappoli sono amari.

[…]

Al tempo stabilito il loro piede

comincerà a incespicare,

poiché il giorno della loro sciagura è vicino

e gli avvenimenti preparati per loro

si affrettano, invero.

 

Anna dunque è di questa stirpe, e non ha scampo: le sue sofferenze e il suo suicidio sono il castigo divino per l’adulterio che ha consumato con il giovane Vrònskij, abbandonando non soltanto il marito ma anche il figlio, e dando lungo scandalo nell’alta società pietroburghese – di cui prima della colpa, Anna era stata un fiore ammiratissimo. L’alta società, dal canto suo, ha punito Anna con il disprezzo e l’emarginazione, ma illegittimamente: poiché non tocca agli uomini punire, ma a Dio soltanto, a quel terribile Dio veterotestamentario che fa vendetta e retribuisce, e non conosce il perdono.

Ma questo, in realtà, ci mostra un Tolstoj moralista, cupo e crudele, che resiste per centinaia di pagine alla tentazione di innamorarsi di quell’Anna dolcissima, bella, intelligente, appassionata che egli stesso va creando, fino al culmine quando egli finalmente distrugge la sua splendida creatura – offrendola in sacrificio, sulle rotaie, alla furia divina. “Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d’inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” proferì, sentendo che era impossibile lottare”… (Parte settima, capitolo 31). Rabbrividisci, e pensi che non è giusto, per cui il lettore si sente automaticamente investito, dinanzi a tanta crudeltà divina, di insorgere contro l’autore e la sua epigrafe; di prendere le parti di Anna contro quel Dio feroce, e di difendere la colpa di lei, contro la Legge di Lui. “A me la vendetta…”: ma quale vendetta, per cosa? Anna, in fondo, non ha fatto altro che amare, apertamente e con coraggio; e ben più di lei meriterebbe semmai “vendetta” quell’ambiente bigotto, ipocrita e vizioso a cui lei si è ribellata e che le ha voltato le spalle (incapace di perdonarle non tanto l’adulterio, quanto piuttosto il suo coraggio, la sua sincerità, la forza della sua passione) – e innanzi a tutti il marito, lo spregevole Karénin che ricatta la povera Anna facendo leva sul figlio: Perché Tolstoj non massacrò anche Karénin? O Stepàn Arkàd’evic, e Betsy Tverskàja (entrambi colpevoli della stessa colpa di Anna, ma premuratisi sempre di evitare scandali?

Tuttavia Anna è palesemente una donna condannata: è un personaggio tragico, votato alla tragedia, malato d’angoscia, incline all’ossessione, ed è talmente ingombrante! Ingombrante come può esserlo un ribelle, un individuo cioè che non trova pace nel mondo consueto, e che di nessuno può essere compagno (persino Vrònskij a un certo punto ne è annoiato fino alla disperazione). La sua morte salva, rende tormentosamente bello tutto ciò che in lei sarebbe divenuto insopportabile se fosse vissuta più a lungo: il suo egoismo, il suo orgoglio, la sua malinconia, i suoi incubi, la pena che suscita la sua situazione. Sicché la “vendetta divina” finisce per apparire al lettore in un certo qual modo come provvidenziale e pacificante.

 


 

Category : Letteratitudini

Croci e delizie del matrimonio in Anna Karenina di Lev Tolstoj

dicembre 16th, 2012 // 6:52 pm @

 

Alcuni compenenti del gruppo di lettura “Letteratitudini”

da sx Concetta Pennella – Matilde Maisto – Felicetta Montella – Giannetta Capozzi – Laura Sciorio

Brillante incontro di Letteratitudini giovedì 13 u.s., serata che è stata anche l’occasione giusta per l’immancabile scambio degli auguri natalizi. I soci molto gioviali, in un clima di estrema sobrietà ed amicizia hanno affrontato il tema trattato dalla relatrice di turno Matilde Maisto, con serietà e impegno, ma, come di consueto, in un’atmosfera di allegra convivialità.

In questo incontro è stata affrontata la vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo “Anna Karenina” di Lev Tolstoj.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, Virginia Woolf ha scritto che sono “le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi”. Simboli di un moderno disagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è sicuramente nota, per cui qui di seguito la ricorderò brevemente, desiderando, invece, fare alcune considerazioni che sono nate spontanee nel corso della lettura di questo grandissimo romanzo.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” , così inizia il romanzo, presentando la figura di Stepan Arkad’ic Oblonskij (“Stiva”), un ufficiale civile che ha tradito la moglie Dar’ja Aleksandrovna (“Dolly”). La vicenda di Stiva mostra la sua personalità passionale che sembra non poter essere repressa. Per questa ragione, Anna Karenina, la sorella sposata di Stiva, che vive a San Pietroburgo, viene chiamata da Stiva, per persuadere Dolly a non lasciarlo. Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, un serio aristocratico che vive in una tenuta che gestisce lui steso, Konstantin Dmtric Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly, Kitty rifiuta, poiché aspetta una proposta di matrimonio dall’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovic Vronskij. Ma Vronskij si infatua di Anna ed Anna, scossa dalla propria reazione alle attenzioni di Vronskij, ritorna immediatamente a San Pietroburgo, da suo marito Aleksei Aleksandrovic Karenin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Sereza. Vronskij, perdutamente innamorato, la segue sullo stesso treno. A san Pietroburgo Anna cede alla propria passione per Vronskij ed ha così inizio l’idillio che finirà per tormentarla rovinosamente sino ad indurla al suicidio.

Centro della vicenda è dunque, la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij. Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti.

Pubblicato nel 1877, il libro venne accolto in origine piuttosto freddamente e considerato alla stregua di una semplice storia d’amore, non ottenendo quindi grandi riconoscimenti ma solo critiche. Successivamente rivalutato, è oggi considerato uno dei capolavori dell’epoca. La mole non indifferente del romanzo può scoraggiare ma, in verità, merita tutto il tempo che si impiega per leggerlo!
Anna, divisa tra ciò che reputa giusto e ciò che desidera, vive una vita perennemente in lotta con se stessa, sempre in bilico tra ciò che prova e ciò che le convenzioni le impongono. Romanzo introspettivo con descrizioni molto efficaci, è una storia avvincente che descrive sentimenti forti, dall’amore coniugale a quello materno, all’amore passionale e ancora ipocrisia, paura, attrazione e tanto altro.
La bravura di Tolstoj nel far partecipare il lettore in prima persona ai sentimenti descritti, il grosso lavoro psicologico, il conflitto interiore della protagonista, lo rendono un romanzo estremamente interessante, a tratti quasi difficile da portare avanti per la sofferenza che trasuda dalle pagine.

In effetti, abbraccia diversi temi e contenuti ricorrenti nella letteratura dei grandi classici come questo.
Temi dell’amore senza regole, che infrange un vincolo sacro come il matrimonio; quello tra Anna e il marito Aleskey Aleskandrovich, il tema della morte, molto forte, e dell’amore fraterno disinteressato quello tra Dmitrich e il fratello konstantin, il tema dell’amore puro tra Dimitrich e Kitty; il tema della famiglia che traspare nella vicenda familiare di Dolly e Stiva (fratello di Anna) che tradisce la moglie e che viene perdonato pur di non stravolgere l’equilibrio nella famiglia.

In realtà, Anna Karenina parla dell’unico reale problema dell’uomo. Oggi come due secoli fa.
Come può perdurare l’amore? Tutto quello che occupa le nostre vite, dai problemi politici alle piccole incombenze di tutti i giorni, non è altro che una via molto lunga per capire come amare ed essere amati. Levin, Kitty, Vronkji, Anna, Dolly, Stiva stanno lì al nostro posto tentando di conciliare i desideri più profondi dell’uomo: la passione per la bellezza e l’aspirazione alla pace.

Anna, con il suo animo tormentato, le sue paure e il rifiuto verso un mondo ipocrita che non riesce più ad accettare – portandola a compiere scelte drastiche – entra nel cuore del lettore per non uscirne più.

Ma noi lettori dobbiamo opportunamente farci una domanda: è colpevole Anna? L’epigrafe apposta al romanzo sembra togliere ogni dubbio in proposito “A me la vendetta, e io renderò il dovuto” (Dt. 32,35). E’ Jahvè che parla per bocca di Mosè, contro i disprezzatori della Legge: là dove dice pure:
Poiché il loro vitigno è della vite di Sodoma,
e dai terrazzi di Gomorra:
la loro uva è uva di veleno,
i loro grappoli sono amari.
[…]
Al tempo stabilito il loro piede
comincerà a incespicare,
poiché il giorno della loro sciagura è vicino
e gli avvenimenti preparati per loro
si affrettano, invero.

Anna dunque è di questa stirpe, e non ha scampo: le sue sofferenze e il suo suicidio sono il castigo divino per l’adulterio che ha consumato con il giovane Vrònskij, abbandonando non soltanto il marito ma anche il figlio, e dando lungo scandalo nell’alta società pietroburghese – di cui prima della colpa, Anna era stata un fiore ammiratissimo. L’alta società, dal canto suo, ha punito Anna con il disprezzo e l’emarginazione, ma illegittimamente: poiché non tocca agli uomini punire, ma a Dio soltanto, a quel terribile Dio veterotestamentario che fa vendetta e retribuisce, e non conosce il perdono.
Ma questo, in realtà, ci mostra un Tolstoj moralista, cupo e crudele, che resiste per centinaia di pagine alla tentazione di innamorarsi di quell’Anna dolcissima, bella, intelligente, appassionata che egli stesso va creando, fino al culmine quando egli finalmente distrugge la sua splendida creatura – offrendola in sacrificio, sulle rotaie, alla furia divina. “Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d’inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” proferì, sentendo che era impossibile lottare”… (Parte settima, capitolo 31).
Rabbrividisci, e pensi che non è giusto, per cui il lettore si sente automaticamente investito, dinanzi a tanta crudeltà divina, di insorgere contro l’autore e la sua epigrafe; di prendere le parti di Anna contro quel Dio feroce, e di difendere la colpa di lei, contro la Legge di Lui. “A me la vendetta…”: ma quale vendetta, per cosa? Anna, in fondo, non ha fatto altro che amare, apertamente e con coraggio; e ben più di lei meriterebbe semmai “vendetta” quell’ambiente bigotto, ipocrita e vizioso a cui lei si è ribellata e che le ha voltato le spalle (incapace di perdonarle non tanto l’adulterio, quanto piuttosto il suo coraggio, la sua sincerità, la forza della sua passione) – e innanzi a tutti il marito, lo spregevole Karénin che ricatta la povera Anna facendo leva sul figlio. Perché Tolstoj non massacrò anche Karénin? O Stepàn Arkàd’evic, e Betsy Tverskàja (entrambi colpevoli della stessa colpa di Anna, ma premuratisi sempre di evitare scandali?)
Tuttavia Anna è palesemente una donna condannata: è un personaggio tragico, votato alla tragedia, malato d’angoscia, incline all’ossessione, ed è talmente ingombrante! Ingombrante come può esserlo un ribelle, un individuo cioè che non trova pace nel mondo consueto, e che di nessuno può essere compagno (persino Vrònskij a un certo punto ne è annoiato fino alla disperazione). La sua morte salva, rende tormentosamente bello tutto ciò che in lei sarebbe divenuto insopportabile se fosse vissuta più a lungo: il suo egoismo, il suo orgoglio, la sua malinconia, i suoi incubi, la pena che suscita la sua situazione. Sicché la “vendetta divina” finisce per apparire al lettore in un certo qual modo come provvidenziale e pacificante.
Un capolavoro senza tempo.
Intanto “Letteratitudini” prosegue a vele spiegate ed invita, sin d’ora, a partecipare al convegno letterario che si terrà in data 26 Gennaio 2013 con il Prof. Mario Damiano, filosofo e storico, che affronterà il tema seguente: “La questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo”.

A cura di Matilde Maisto

 

 

Category : Letteratitudini &Racconti/Romanzi

Cancello ed Arnone: “Dalla sofferenza i sentimenti di pace e amore per l’intera umanità”

dicembre 1st, 2012 // 8:52 pm @

                                                                                                          

 

“Il problema del dolore in Pascoli” al centro dell’incontro novembrino di Letteratitudini                                     

L’appuntamento di dicembre sarà dedicato ad “Anna Karenina” di Leone Tolstoj

CANCELLO ED ARNONE (Raffaele Raimondo) – Plumbeo il cielo di novembre. La generosa “Estate di San Martino” è già passata. Tutto è tornato autunnale: il clima, il paesaggio, il cuore… In questa malinconica eppur benefica atmosfera, capace di indurre talora a riflessioni perfino struggenti, il gruppo Letteratitudini ha affrontato, leggendo e commentando preselezionati brani, “Il problema del dolore in Pascoli”. Un approccio denso di rievocazioni biografiche, esistenziali, dolcemente poetiche. Una full immersion nella vicenda umana e letteraria di un autore i cui celebri versi restano stampati nella memoria profonda di quanti hanno avuto modo di apprezzarli sui banchi di scuola già tanti anni fa. Semplici, trepidanti, dolenti i componimenti sui quali il gruppo, sempre amabilmente diretto da Tilde Maisto, s’è soffermato. Leimotiv condiviso della serata il convincimento pascoliano racchiuso nell’espressione “Il dolore è ancor più dolore, se tace”. Quasi dissacrante, ma tuttavia non elusa, l’analisi delle probabili morbosità che avrebbero condizionato la vita e l’opera del poeta: miccia accesa da un richiamo al libro “I segreti di casa Pascoli” dello psichiatra Vittorino Andreoli. Ne ha analizzato gli snodi controversi il gruppo, che comunque ha superato il guado preferendo approdare ad una conclusione così riassunta: “Dal dolore Pascoli imparò una grande verità: bisogna sempre dire una parola di perdono, di bontà, di pace e di amore amore agli uomini che, a volte, fanno del male a se stessi e agli altri senza rendersene conto”.  Rinviata a gennaio la problematica di carattere storico, il nuovo incontro di Letteratitudini previsto per il prossimo 13 dicembre, sarà riservato ad un argomento non meno accattivante: “ Croci e delizie del matrimonio in ‘Anna Karenina’ di Leone Tolstoj”. In tal modo circoscritta l’attenzione per uno dei capolavori della letteratura russa, il gruppo tenterà di attualizzare la lezione di Tolstoj, incardinandola nei tratti dominanti dell’odierna vita coniugale ed esplorando inevitabilmente analogie e differenze rispetto alla temperie ottocentesca che fa da sfondo alla narrazione che vide protagonista l’aristocratica Anna tornata quest’anno alla ribalta cinematografica per l’interpretazione di Keira Knightley nel film di Joe Wright. Quali e quanti i motivi che la indussero a dare inizio alla passionale relazione con il conte Vronsky? Sfuggire alla condanna di un matrimonio infelice fu (ed è tuttora) un diritto, un’inesorabile e risolutivo sbocco o un ulteriore bombardamento nella sfera affettiva? Gli appassionati di letteratura che desiderano prender parte al percorso di Letteratitudini potranno certamente intervenire.

Matilde Maisto

 scena di un matrimonio

 

MATERIALE DISCUSSO NEL CORSO DELL’INCONTRO:

Category : Letteratitudini

Cancello ed Arnone: “Letteratitudini” punta sugli stranieri

ottobre 8th, 2012 // 8:19 pm @

Un’immagine della Mostra a Bologna per il centenario pascoliano

Lo scudo di bronzo attribuito alla Maisto

 

Prof. Raffaele Raimondo

cronista free lance

Via A.Diaz, 43

81046 GRAZZANISE (Caserta)

tel 0823-96.42.12 – 340-500.67.64

e-mail: raffaeleraimondo1@virgilio.it                                  COMUNICATO-STAMPA del 7 ottobre 2012

 

 

Il “gruppo di lettura” coordinato da Tilde Maisto ha scelto gli autori per il 2013

Ma l’incontro del prossimo mese sarà dedicato al Centenario pascoliano

 

 

CANCELLO ED ARNONE (Raffaele Raimondo) – Dopo la lunga pausa estiva, si è riunito il gruppo di Letteratitudini che ha voluto anzitutto festeggiare la coordinatrice Tilde Maisto per lo Scudo di Bronzo che – nell’ambito della 13a edizione del Premio letterario internazionale di narrativa edita e inedita “Tra le parole e l’infinito” – le è stato conferito di recente a Vico Equense, per il suo libro “Ho bisogno di sognare”. L’ormai consolidato “gruppo di lettura” ha poi deciso di riservare il prossimo appuntamento, previsto per la serata del 15 novembre, al Centenario della morte del poeta Giovanni Pascoli ed il successivo incontro del mese di dicembre ad una tematica storico-filosofica con l’intervento di un esperto. Ma l’intera programmazione che si snoderà nella prima metà del 2013 sarà tutta dedicata – per unanime volontà degli aderenti a Letteratitudini – ad autori stranieri: Tolstoj, Wilde, Dostoevskij, Moliere, Majakovskij, Cervantes. Così, a cadenza mensile e a partire da gennaio, saranno letti e commentati brani scelti di celebri opere della grande letteratura europea. Aprirà la sequenza “Anna Karenina”, il romanzo ambientato nell’alta società russa di fine Ottocento, un affresco di incisivo realismo in cui Lev Tolstoij seppe concentrare, nello scenario del conflitto tra il mondo rurale e la vita di città, una fitta gamma di interconnessi fenomeni e ricorrenti tendenze: dalla fedeltà coniugale alla funzione della famiglia, dall’ipocrisia nelle relazioni umane agli scossoni dell’inarrestabile  progresso. In febbraio si sfoglierà “Il ritratto di Dorian Gray” col quale Oscar Wilde raccontò le controverse vicende di un uomo catturato dall’impossibile sogno di rendere eterna la sua bellezza, rimanendo infine vittima delle trame da lui stesso escogitate. A marzo l’attenzione di Letteratitudini si sposterà sulle pagine di “Delitto e castigo”, per ripercorrere alcuni struggenti passaggi del tormento di Rodka, il giovane studente omicida protagonista della storia raccontata da Fedor Michajlovic Dostoevskij. A seguire, nel mese di aprile, Moliere, pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin – un genio del teatro di tutti i tempi -, spingerà il “gruppo” a fare un tuffo nel Seicento, scandagliando l’aspra critica del commediografo-attore francese alla morale del suo tempo e, particolarmente, la sottile satira che non risparmiò  ai medici: “Il malato immaginario” sarà dunque privilegiata fonte di lettura. A maggio nel salotto di Letteratitudini riecheggeranno i versi di Vladimir Majakovskij, il poeta della rivoluzione russa che mise fine alla sua vita con un colpo di pistola al cuore. Corsia preferenziale non potrà che essere il testamento riconoscibile nel prologo del poema incompiuto “A piena voce”. In giugno, a conclusione del ciclo 2012/2013, dominerà il “Don Chisciotte” di Miguel de Cervantes Saavedra, per riscoprire la saggia follia di uno straordinario personaggio che -come scrisse Sansone Carrasco-

“Fu del mondo, ad ogni tratto, lo spavento e la paura; fu per lui la gran ventura morir savio e viver matto”.

Gli appassionati della lettura e della letteratura che volessero seguire questo percorso possono fin d’ora prendere contatti con la coordinatrice Maisto che sarà ben lieta di ospitare nuovi adepti.

Category : Cultura &Letteratitudini

“Letteratitudini” Incontro Giugno 2012

giugno 29th, 2012 // 10:06 am @

 

 

 INCONTRO GIUGNO 2012

 

 ANTOLOGIA LETTERARIA

 

 

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Giannetta Capozzi: “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

 Arkin Jafuri: “L’amante di Lady Chatterley diDavid Herbert Lawrence

 Matilde Maisto: William Shekespeare  “Romeo e Giulietta”

Mena Maisto: “Dedicato a tutti i bambini del mondo” di Doret’s Law Nolte

Pina Manzo: Paolo Coelho “Le cose che ho imparato dalla vita”

 Felicetta Montella:”Calannario” – poesia di Antonio De Curtis (Totò)

 Concetta Pennella: Sulle tracce di Antonia Pozzi…(Biografia e Poesie)

 Raimondo Raffaele: Autopresentazione di Boris Vian e la sua poesia “Io non vorrei crepare”

 

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Il Gattopardo

Autore

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

1ª ed. originale 1958

 

Genere

romanzo

Sottogenere

storico

 

Lingua originale

italiano

 

Ambientazione

Sicilia

Protagonisti

Don Fabrizio Salina

Il Gattopardo è un romanzo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958.

L’autore trasse ispirazione da vicende della sua antica famiglia e in particolare dalla vita del suo bisnonno, il Principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, vissuto negli anni cruciali del Risorgimento e noto anche per le sue ricerche astronomiche e per l’osservatorio astronomico da lui realizzato. Per il tema trattato è spesso considerato un romanzo storico, benché non ne soddisfi tutti i canoni.

Scritto tra la fine del 1954 e il 1957, fu presentato all’inizio agli editori Mondadori e Einaudi, che ne rifiutarono la pubblicazione (il testo fu letto da Elio Vittorini che successivamente sembra si fosse rammaricato dell’errore), avvenuta poi dopo la morte dell’autore da Feltrinelli con la prefazione di Giorgio Bassani, che aveva ricevuto il manoscritto da Elena Croce. Nel 1959 ricevette il Premio Strega divenendo il primo best-seller italiano con oltre 100.000 copie vendute[1]. Nel 1963 Luchino Visconti lo tradusse nel film omonimo.

Nel 1967 venne anche tratta un’opera musicale di Angelo Musco, con libretto di Luigi Squarzina.

Il titolo del romanzo ha l’origine nello stemma di famiglia dei Tomasi[2] ed è così commentato nel romanzo stesso: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.»

Trama

Il racconto inizia con la recita del rosario in una stanza della casa del Principe di Salina, la casa gentilizia del Principe Fabrizio Salina, dove abitava con i sette figli e la moglie Maria Stella. Don Fabrizio è un personaggio particolare, dedito allo studio dell’astronomia e a pensieri su amore e morte. Egli è testimone del lento decadere del ceto dell’aristocrazia di cui è rappresentante. Infatti, con lo sbarco in Sicilia di Garibaldi e del suo esercito, si afferma una nuova classe, quella dei borghesi, che il principe ––come tutti gli aristocratici–– disprezza. Il nipote di don Fabrizio, Tancredi, pur combattendo nelle file garibaldine cerca di rassicurare lo zio sul fatto che alla fine le

cose andranno a loro vantaggio. Tancredi inoltre aveva sempre mostrato interesse verso la figlia del principe, Concetta, che ricambiava i suoi sentimenti.

Il principe e la sua famiglia trascorrono un po’ di tempo nella loro residenza estiva a Donnafugata; lì il nuovo sindaco è Calogero Sedara, un uomo di modeste origini, un borghese. Non appena Tancredi vede Angelica, la figlia del sindaco, si innamora perdutamente di lei. La ragazza è però una borghese e non ha perciò i modi degli aristocratici, per questo Concetta trova quasi ripugnante il suo comportamento. Angelica però ammalia tutti con la sua bellezza, tanto che Tancredi finirà per sposarla, attratto oltre che dalla bellezza anche dal suo denaro.

Arriva il momento di votare per un importante plebiscito il cui esito decreterà o no l’annessione della Sicilia al regno italico, a quanti chiedano al principe un parere su cosa votare, il principe affranto dice di essere favorevole a questa entrata. I voti del plebiscito alla fine vengono comunque truccati dal sindaco Sedara e si arriva perciò all’annessione. Dopo questo un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley offre a don Fabrizio la carica di senatore del Regno d’Italia ma il principe rifiuta l’incarico in quanto egli si sente un vero e proprio aristocratico e non vuole sottomettersi alla caduta del suo tempo. Il principe ora conduce una vita desolata fino a quando muore circondato dai suoi cari in una stanza d’albergo a Palermo durante il viaggio di ritorno da Napoli, dove si era recato per delle visite mediche. L’ultimo capitolo del romanzo, ambientato nel 1910, descrive la situazione delle superstiti figlie del principe, che conducono una vita dedite a una formalistica devozione religiosa e nell’illusione che il nome Salina conti ancora come nel passato, che è però irrimediabilmente perduto.

Il significato dell’opera

L’autore compie all’interno dell’opera un processo narrativo che è sia storico che attuale. Parlando di eventi passati, Tomasi di Lampedusa parla di eventi del tempo presente, ossia di uno spirito siciliano citato più volte come gattopardesco. Nel dialogo con Chevalley, il principe di Salina spiega ampiamente il suo spirito della sicilianità; egli lo spiega con un misto di cinica realtà e rassegnazione. Spiega che i cambiamenti avvenuti nell’isola più volte nel corso della storia, hanno adattato il popolo siciliano ad altri “invasori”, senza tuttavia modificare dentro l’essenza e il carattere dei siciliani stessi. Così il presunto miglioramento apportato dal nuovo Regno d’Italia, appare al principe di Salina come un ennesimo mutamento senza contenuti, poiché ciò che non muta è l’orgoglio del siciliano stesso. Egli infatti vuole esprimere l’incoerente adattamento al nuovo, ma nel contempo l’incapacità vera di modificare se stessi, e quindi l’orgoglio innato dei siciliani. In questa chiave egli legge tutte le spinte contrarie all’innovazione, le forme di resistenza mafiosa, la violenza dell’uomo, ma anche quella della natura.

 

 

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L’amante di Lady Chatterley

 

L’amante di Lady Chatterley

Titolo originale Lady Chatterley’s Lover

Autore

David Herbert Lawrence

 

1ª ed. originale 1928

 

Genere

Romanzo

 

Sottogenere

Erotico

 

Lingua originale

inglese

 

 

 

L’amante di Lady Chatterley (titolo originale inglese: Lady Chatterley’s Lover) è un romanzo di David Herbert Lawrence del 1928.

Scritto in Toscana in tre successive stesure tra il 1925 e il 1928 e pubblicato per la prima volta a Firenze, l’opera venne immediatamente tacciata di oscenità a causa dei riferimenti espliciti di carattere sessuale e al fatto che in essa veniva descritta una relazione tra una donna borghese, sposata con un uomo paraplegico, ed un uomo appartenente alla working class. Il romanzo venne perciò messo al bando in tutta Europa e specialmente nell’Inghilterra del tempo, ancora dominata dalla morale vittoriana, tanto che sarà pubblicato in Gran Bretagna solo nel 1960.

Il romanzo ha scosso nel profondo non solo la sensibilità di generazioni di lettori del ventesimo secolo, ma anche i pregiudizi sul piacere femminile e sulla virilità.

A suscitare la disapprovazione dei benpensanti non fu la semplice descrizione degli amori della protagonista: Lady Chatterley è il simbolo di un risveglio culturale e sociale che pervade l’Europa negli anni Venti, ed è un risveglio che non riguarda limitatamente l’universo femminile. Lady Chatterley, eroina ribelle e rivoluzionaria suo malgrado, forse a causa delle sue esperienze giovanili che la rendono inadeguata alla vita rigorosa di una lady, è spinta ad opporsi sia alle convenzioni imposte dalla sua posizione sociale, sia al potere maschile. Lo squallore di un distretto industriale del nord dell’Inghilterra è la molla decisiva che le fa comprendere l’avvilimento della sua esistenza e cercare una vita migliore fino a portare alle estreme conseguenze la sua storia d’amore e la sua rivolta contro la società.

La narrazione è ispirata al tradimento della moglie di Lawrence. La vicenda, infatti, narra di una nobildonna, Lady Chatterley, che, sposata ad un uomo di nobile origine ritornato paralizzato dalla Prima Guerra mondiale, si trova a dover assistere suo marito in una tenuta immersa nelle nebbiose Midlands inglesi, e lo tradisce con un guardiacaccia; la vera storia è stata narrata nel romanzo di Alberto Bevilacqua, Attraverso il tuo corpo. Anni dopo l’uscita del romanzo si sarebbe scoperto che il personaggio del sanguigno Mellors era stato ispirato da un certo Angelo Ravagli, vigoroso capitano dei Bersaglieri.

 

“Temeva, con una repulsione quasi mortale, ogni nuovo contatto umano. Desiderava sopra ogni cosa che ella se ne andasse e lo lasciasse alla sua solitudine. Temeva la sua volontà, la sua volontà di femmina, la sua insistenza di femmina moderna. E, soprattutto, temeva la sua impudenza tranquilla di donna di mondo abituata ad avere tutto quello che voleva. Perché, infine, egli non era che un domestico. Trovava la sua presenza nella capanna intollerabile.”

 

Com’è possibile che quest’uomo, solitario e introverso quanto equilibrato e sensibile, si faccia travolgere da un’irresistibile e violenta passione per la sua giovane e bella “padrona”? E qual è il motivo che spinge la ricca e fresca sposa Connie Chatterley tra le forti braccia del guardiacaccia Mellors? La risposta sta forse in queste parole dello stesso Lawrence: “La strada verso l’avvenire non è agevole: bisogna aggirare gli ostacoli o cercare di scavalcarli … Per quanto grande il numero dei cieli che ci sono crollati sulla testa, dobbiamo pur vivere.” E i due protagonisti di questa storia devono entrambi andare avanti, aggirare gli ostacoli che la vita ha disseminato sul loro cammino verso la felicità e la libertà.

Connie, dopo le nozze con l’aristocratico Clifford, rimane sola perché il marito parte per la guerra. Egli fa ritorno sano e salvo, ma paralizzato dalla cintola in giù, infermità che si erge a metafora della sterilità intellettuale della cultura dell’epoca. La giovane coppia si ritira nella tenuta di Wragby, e qui Clifford scopre la sua vocazione per la scrittura e un nuovo interesse per le sue miniere di carbone. Con l’andare del tempo, però, l’intenso rapporto mentale e spirituale che lega Connie al marito cede alla passione e al desiderio della sua giovane età … ed ella si innamora perdutamente del guardiacaccia del marito. Connie “si sentiva debole e del tutto abbandonata. Desiderava che un aiuto esterno venisse a soccorrerla” da una vita quotidiana monotona e da un marito per il quale era giunta a provare solo avversione fisica. Ella voleva da Mellors “non il rapporto senza mistero, ignudo e sterile; il suo tesoro era l’adorazione: insondabile, dolce, così profonda e nuova.” E quando Connie rimane incinta del guardiacaccia è lei stessa a confessare al marito la sua “infamante” relazione, decidendo di andarsene da Wragby insieme a Mellors e rinunciando così alla ricchezza e al titolo di Lady.

Pubblicato nel 1928 a Firenze, il romanzo andò subito a ruba, un fatto significativo se si considera che i temi e lo stile non erano graditi né all’imperante retorica fascista né alla sensibilità cattolica, urtata dai continui riferimenti al sesso e dai numerosi scandali che scandivano la vita dell’autore. Una delle tante relazioni extraconiugali della bella ed esuberante moglie tedesca Frieda ispirò, infatti, a Lawrence la storia di Lady Chatterley. Considerato dai benpensanti osceno, vergognoso e indecente il libro venne sequestrato e processato, mentre il suo autore lo difese appassionatamente, convinto della purezza dell’eros e dell’innocenza del corpo maschile e femminile. “La vita del corpo è la vita delle sensazioni e delle emozioni. Il corpo prova vera fame, vera sete, vera gioia … vera ira, vero dolore, vero amore, vera tenerezza, vero calore, vera passione, vero odio, vero sconforto. Tutte le emozioni appartengono al corpo; la mente non fa che riconoscerle.”

In un’epoca decisamente miope e bigotta, e nonostante le recenti conquiste intellettuali di psicoanalisti come Freud e Jung, emerge con una forza inaudita l’opera più famosa di David H. Lawrence, bandiera della poetica del suo autore, tutta incentrata sulla sessualità e l’amore come unica possibilità di rigenerazione per l’uomo moderno. L’amore che scoppia improvviso tra la nobildonna e il guardiacaccia, così potente da infrangere tutte le barriere sociali e descritto in modo audace e intrigante, è in fondo un’aperta denuncia nei confronti della borghesia fredda ed esangue, priva di passioni e di sentimenti.

Considerato dai contemporanei come un libro pornografico, per il lettore moderno e smaliziato questo romanzo può far sorridere, perdendo il suo significato scandaloso e trasmettendo unicamente un messaggio di totale anticonformismo, di rifiuto per le convenzioni e le morali precostituite. In sostanza, un messaggio di libertà dei sentimenti e delle aspirazioni personali … un inno all’amore, alla gioia, al piacere, alla speranza … un’aperta condanna dei sentimenti falsi e delle emozioni contraffatte

 

 

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WILLIAM  SHAKESPEARE “ROMEO E GIULIETTA”

 

 

 

Romeo e Giulietta di Francesco Hayez

 

Autore William Shakespeare

 

Titolo originale The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet

 

Lingua originale            inglese

 

Genere Teatro elisabettiano

Ambientazione Verona e Mantova nel Cinquecento

 

Composto nel  1594-1596

 

 Romeo e Giulietta (The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet) è una tragedia di William Shakespeare tra le più famose e rappresentate, e una delle storie d’amore più popolari di ogni tempo e luogo.

Innumerevoli sono le riduzioni musicali (si ricordano: il poema sinfonico di Čajkovskij, il balletto di Prokof’ev, l’opera di Bellini, il notissimo musical West Side Story) e cinematografiche (fra le più popolari quella diretta da Zeffirelli ).

La vicenda dei due protagonisti ha assunto nel tempo un valore simbolico, diventando l’archetipo dell’amore perfetto ma avversato dalla società.

Trama

Nel prologo, il coro racconta agli spettatori come due nobili famiglie di Verona, i Montecchi e i Capuleti, si siano osteggiate per generazioni e che “dai fatali lombi di due nemici discende una coppia di amanti, nati sotto cattiva stella, il cui tragico suicidio porrà fine al conflitto”.

Il primo atto comincia con una rissa di strada tra le servitù delle due famiglie, interrotta da Escalus, principe di Verona, il quale annuncia che, in caso di ulteriori scontri, i capi delle due famiglie saranno considerati responsabili e pagheranno con la vita. Quindi fa disperdere la folla. Paride, un giovane nobile, ha chiesto al Capuleti di dargli in moglie la figlia poco meno che quattordicenne, Giulietta. Capuleti lo invita ad attirarne l’attenzione durante il ballo in maschera del giorno seguente, mentre la madre di Giulietta cerca di convincerla ad accettare le offerte di Paride. Questa scena introduce la nutrice di Giulietta, l’elemento comico del dramma. Il rampollo sedicenne dei Montecchi, Romeo, è innamorato di Rosalina, una Capuleti (personaggio che non compare mai). Mercuzio (amico di Romeo e congiunto del Principe) e Benvolio (cugino di Romeo) cercano invano di distogliere Romeo dalla sua malinconia, quindi decidono di andare mascherati alla casa dei Capuleti, per divertirsi e cercare di dimenticare. Romeo, che spera di vedere Rosalina al ballo, incontra invece Giulietta.

 

 

(Romeo e Giulietta, dipinto di Ford Madox Brown)

 

I due ragazzi si scambiano poche parole, ma sufficienti a farli innamorare l’uno dell’altra e a spingerli a baciarsi. Prima che il ballo finisca,la Baliarivela a Giulietta il nome di Romeo. Rischiando la vita, Romeo si trattiene nel giardino dei Capuleti dopo la fine della festa. Durante la famosa scena del balcone, i due ragazzi si dichiarano il loro amore e decidono di sposarsi in segreto. Il giorno seguente, con l’aiuto della Balia, il francescano Frate Lorenzo unisce in matrimonio Romeo e Giulietta, sperando che la loro unione possa portare pace tra le rispettive famiglie.

Le cose precipitano quando Tebaldo, cugino di Giulietta e di temperamento iracondo, incontra Romeo e cerca di provocarlo a un duello. Romeo rifiuta di combattere contro colui che è ormai anche suo cugino, ma Mercuzio (ignaro di ciò) raccoglie la sfida. Tentando di separarli, Romeo inavvertitamente permette a Tebaldo di ferire Mercuzio, che muore augurando “la peste a tutt’e due le vostre famiglie”. Romeo, nell’ira, uccide Tebaldo. Il Principe condanna Romeo solo all’esilio (perché Mercuzio era suo congiunto e Romeo l’ha solo vendicato): dovrà lasciare la città prima dell’alba del giorno seguente. I due sposi riescono a passare insieme un’unica notte d’amore. All’alba, svegliati dal canto dell’allodola, messaggera del mattino (che vorrebbero fosse il canto notturno dell’usignolo), si separano e Romeo fugge a Mantova.

Giulietta dovrebbe però sposarsi tre giorni dopo con Paride. Frate Lorenzo, esperto in erbe medicamentose, dà a Giulietta una pozione che la porterà a una morte apparente per quarantadue ore. Nel frattempo il frate manda un messaggero a informare Romeo affinché egli la possa raggiungere al suo risveglio e fuggire da Verona.

 

 

(Romeo e Giulietta (Atto V, scena III), Incisione di P. Simon da un dipinto di J. Northcode)

 

Sfortunatamente il messaggero del frate non riesce a raggiungere Romeo poiché Mantova è sotto quarantena per la peste, e Romeo viene a sapere da un suo amico della morte di Giulietta. Romeo disperato si procura un veleno (arsenico), torna a Verona in segreto e si inoltra nella cripta dei Capuleti, determinato ad unirsi a Giulietta nella morte.

Romeo, dopo aver ucciso in duello Paride, che era giunto anche lui nella cripta, e aver guardato teneramente Giulietta un’ultima volta, si avvelena pronunciando la famosa battuta “E così con un bacio io muoio” (Atto 5 scena III). Quando Giulietta si sveglia, trovando l’amante e Paride morti accanto a lei, si trafigge con il pugnale di Romeo.

Nella scena finale, le due famiglie e il Principe accorrono alla tomba, dove Frate Lorenzo gli rivela l’amore e il matrimonio segreto di Romeo e Giulietta. Le due famiglie, come anticipato nel prologo, sono riconciliate dal sangue dei loro figli, e pongono fine alla loro guerra.

Giulietta e Romeo

Scena II Romeo si fa avanti.

 

ROMEO

Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.

                                      (In alto appare Giulietta.)

Ma, piano, quale luce erompe da quella finestra?

E l’oriente, e Giulietta è il sole! Oh, sorgi bel sole,

e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia,

perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.

Non servirla più, quell’invidiosa: la sua vestale

porta il malsano costume verde indossato solo dai buffoni.

Gettalo via! Oh, se sapesse che è la mia donna,

il mio amore! Oh se lo sapesse!

Ella parla, pur senza dire parola. Com’è mai possibile?

Sono i suoi occhi a parlare, e io risponderò loro.

Sono troppo ardito. Non è a me che parla.

Due tra le stelle più luminose del cielo, dovendo assentarsi,

supplicano i suoi occhi di voler brillare

al loro posto sin che abbiano fatto ritorno.

E se i suoi occhi fossero in quelle sfere,

e le stelle sul suo volto? Le sue guance luminose

farebbero allora vergognare quelle stelle,

come il giorno fa impallidire la luce di una torcia.

E i suoi occhi, in cielo, scorrerebbero nella regione dell’aria

con un tale splendore che gli uccelli,

credendo finita la notte, riprenderebbero a cantare.

Guarda come appoggia la guancia alla sua mano:

potessi essere io il guanto di quella mano,

e poter così  toccare quella guancia!

 

GIULIETTA

Ahimè!

 

ROMEO

Ma parla…

Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente,

così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa,

come un messaggero alato del cielo quando abbaglia

gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all’indietro

per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre,

e alzare le vele nel grembo dell’aria.

 

GIULIETTA

Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?

Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,

oppure, se non vuoi, giura che sei mio e smetterò io d’essere una Capuleti.

 

ROMEO

Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?

 

GIULIETTA

E solo il tuo nome che m’è nemico, e tu sei te stesso

anche senza chiamarti Montecchi. Cos’è Montecchi?

Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,

o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!

Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,

con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,

così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,

conserverebbe quella cara perfezione che possiede

anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,

e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.

 

ROMEO

Ti prendo in parola.

Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:

ecco, non mi chiamo più Romeo.

 

GIULIETTA

Chi sei tu che così avvolto nella notte

inciampi nei miei pensieri?

 

ROMEO

Con un nome non so dirti chi sono:

il mio nome, sacra creatura, mi è odioso

in quanto tuo nemico.

L’avessi qui scritto, strapperei la parola.

 

GIULIETTA

Ancora le mie orecchie non hanno bevuto

cento parole della tua voce, e già ne riconoscono il suono.

Non sei tu Romeo, un Montecchi?

 

ROMEO

Né Romeo né Montecchi, amor mio, se ti dispiacciono.

 

GIULIETTA

Dimmi come sei arrivato qui, e perché?

I muri del giardino sono alti, difficili da scalare,

e questo posto, col nome che porti,

significa morte per te, se mai ti trovassero.

 

ROMEO

Sulle ali leggere dell’amore ho superato queste mura:

non ci sono limiti di pietra che possano impedire il passo all’amore,

e ciò che l’amore può fare, l’amore ossa tentarlo.

Ecco perché i tuoi parenti non mi possono fermare.

 

GIULIETTA

Se ti vedono ti uccideranno.

 

ROMEO

Ahimè, c’è più pericolo nei tuoi occhi

che in venti delle loro spade. Guardami con dolcezza

e sarò corazzato contro il loro odio.

 

GIULIETTA

Per tutto il mondo, non vorrei ti vedessero qui.

 

ROMEO

Ho il mantello della notte per nascondermi ai loro occhi,

ma se tu non mi ami, lascia pure che mi trovino qui.

Preferirei che la mia vita finisse per il loro odio

che prorogare la morte senza il tuo amore.

 

GIULIETTA

Come hai fatto a scoprire questo luogo?

 

ROMEO

E stato l’amore che per primo mi ha spinto a cercarlo.

Lui mi ha prestato consiglio, io gli ho prestato i miei occhi.

Non sono certo un pilota di nave, ma se tu fossi lontana da me

quanto quella vasta spiaggia bagnata dal mare più lontano,

io mi ci avventurerei per una merce così preziosa.

 

GIULIETTA

Sai che la maschera della notte è sul mio viso,

altrimenti un rossore verginale tingerebbe le mie guance

per ciò che m’hai sentito dire stanotte.

Davvero, vorrei rispettare le forme, davvero, davvero cancellare

ciò che mi è uscito di bocca, ma ormai, addio cerimonie!

Mi ami davvero? So che mi dirai di sì

e che io ti crederò

 

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“DEDICATO A TUTTI I BAMBINI DEL MONDO”

 

 

 

“Infrangete i muri di cristallo che vi circondano e dispiegate le ali per volare più in alto che potete. Se vi sentite troppo vicini all’abisso non abbiate paura… E’ soltanto arrivato il momento di fare visita alle stelle!”

 

 

 

 

 

 I bambini imparano ciò che vivono.

Se un bambino vive nella critica impara a condannare.

Se un bambino vive nell’ostilità impara ad aggredire.

Se un bambino vive nell’ironia impara ad essere timido.

Se un bambino vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole.

Se un bambino vive nella tolleranza impara ad essere paziente.

Se un bambino vive nell’incoraggiamento impara ad avere fiducia.

Se un bambino vive nella lealtà impara la giustizia.

Se un bambino vive nella disponibilità impara ad avere una fede.

Se un bambino vive nell’approvazione impara ad accettarsi.

Se un bambino vive nell’accettazione e nell’amicizia impara a trovare l’amore nel mondo.

Doret’s Law Nolte

 

 

 

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LE COSE CHE HO IMPARATO DALLA VITA di Paolo  Coelho

 

Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:

Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.

Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.

Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.

Che le circostanze e l’ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.

Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te.

Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.

Che la pazienza richiede molta pratica.

Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.

Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti

Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso.

Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.

Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.

Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.

Forse Dio vuole che incontriamo un po’ di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.

Quando la porta della felicità si chiude, un’altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.

La miglior specie d’amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti come se è stata la miglior conversazione mai avuta.

È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.

Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un’ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.

Non cercare le apparenze; possono ingannare.

Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.

Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.

Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.

Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!

Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.

Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.

Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.

Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.

La felicità è ingannevole per quelli che piangono, quelli che fanno male, quelli che hanno provato, solo così possono apprezzare l’importanza delle persone che hanno toccato le loro vite.

L’amore comincia con un sorriso, cresce con un bacio e finisce con un the.

Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e tuoi dolori.

Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano. Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l’unico che sorride e ognuno intorno a te pianga.

 

 

**********

 

 

 

 

CALANNARIO

 

 

Mo accumencia l’anno nuovo,

è Jennaro, ch’alleria!

Cu ‘a speranza e ‘a fantasia,

tu te pienze ca chist’anno

forse è cchiù meglio ‘e chill’ato…

quanno è a fine t’he sbagliato.

A Febbraio nce sta ‘o viglione:

chi se veste d’arlecchino,

pulcinella o colombina…

e me fanno tanta pena

chesti ggente cu sti facce:

ma songh’uommene o pagliacce?!

 

Quanno vene ‘o mese ‘e Marzo

pure ‘e ggatte fanno ammore,

ch’aggia fa? Me guardo a lloro?

‘Mmiezo ‘e grade cu ‘a vicina,

faccio un anema e curaggio

e m’acchiappo nu passaggio.

 

Comme è ddoce ‘o mese Abbrile,

tutta ll’aria è profumata!

P’ ‘e ciardine quanno è ‘a sera

cu na femmena abbracciata,

musso e musso, core e core…

tutta smania e tutto ammore.

 

Quant’è bello ‘o mese ‘e Maggio

quanno schioppano sti rrose!

Che prufumo int’a stu mese

pe Pusiileco addiruso!

Stongo ‘nterra o ‘mparaviso

quanno tu staje ‘mbraccio a mme?

 

Quanno è Giugno la stagione

vene e trase chianu chiano:

s’ammatura pure ‘o ggrano,

s’ammatura tutte cose…

Pure ‘a femmena scuntrosa

tu t’ ‘a cuoglie cu nu vaso.

 

Quanno è Luglio ‘mmiezo ‘o mare,

‘ncopp’ ‘a spiaggia, ‘nterra ‘a rena

mamma mia, quanta sirene!

Io cu ll’uocchie m’ ‘e magnasse;

guardo a chesta, guardo a chella,

ma pe mme tu si ‘a cchiù bella!

 

Quanno è Austo che calore!

lo nun saccio che me piglia…

Chistu sole me scumpiglia!

E te guardo cu passione:

volle ‘o sango dint’ ‘e vvene

e nisciuno me trattene.

 

è chest’aria settembrina

ca te mette dint’ ‘e vvene

tanta smania ‘e vulè bbene!

Nu suspiro, ciente vase

mille cose e ‘o desiderio

ca st’ ammore fosse serio.

 

Vene Uttombre, int’ ‘a stu mese

ll’aria è fresca p’ ‘a campagna.

Chisto è tiempo d’ ‘a vennegna,

si t’astrigne a na cumpagna

zittu zittu dint’ ‘a vigna,

nun se lagna e lass’a fà.

 

Chiove, nebbia, scura notte.

Stu Nuvembre porta ‘mpietto

nu ricordo fatto a llutto:

nu canisto ‘e crisanteme…

chistu sciore, che tristezza,

mette ‘ncore n’amarezza!

 

A Natale, ‘o zampugnaro,

‘e biancale, ‘e spare, ‘e bbotte,

‘o presebbio a piede ‘o lietto.

Quann’ è ‘mpunto mezanotte

cu mugliereta tu miette

‘o Bambino dint’ ‘a grotta…

 

 

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SULLE TRACCE DI ANTONIA POZZI…

 

“…e di cantare non può più finire…”

 

Biografia

 

ANTONIA POZZI (Milano 1912-1938)

 

Quando Antonia Pozzi nasce è martedì 13 febbraio 1912: bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non farcela a durare sulla scena del mondo; ma la vita ha le sue rivincite e …

 

… Antonia cresce: è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie, dalle quali sembra trasudare tutto l’amore e la gioia dei genitori, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, dettaLa Zelata, a, Bereguardo. Il 3 marzo la piccola viene battezzata in San Babila ed eredita il nome del nonno, primo di una serie di nomi parentali (Rosa, Elisa, Maria,Giovanna, Emma), che indicherà per sempre la sua identità. Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequentala Scala, dove poi la seguirà anche Antonia; ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo. Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa. Bisogna, poi, aggiungere la zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; le tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza tra l’infanzia e la prima adolescenza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina. Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica: l’assenza, tra i documenti, della pagella della prima elementare, fa supporre che la bimba frequenti come uditrice, non avendo ancora compiuto i sei anni, la scuola delle Suore Marcelline, di Piazzale Tommaseo, o venga preparata privatamente per essere poi ammessa alla seconda classe nella stessa scuola, come attesta la pagella; dalla terza elementare, invece, fino alla quinta frequenta una scuola statale di Via Ruffini.

Si trova, così, nel 1922, non ancora undicenne, ad affrontare il ginnasio, presso il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.

Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, le sorelle elettive, già in terza liceo quando lei si affaccia alla prima; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ché nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi, per i quali non risparmia tempo ed ai quali elargisce libri perché possano ampliare e approfondire la loro cultura. La giovanissima allieva non fatica a scoprire dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, molte affinità: l’amore per il sapere, per l’arte, per la cultura, per la poesia, per il bello, per il bene, è il suo stesso ideale; inoltre il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo: il fascino diventa ben presto amore e sarà un amore tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad essa. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita.

Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità intelligente, desta ad ogni emozione che il bello o il tragico o l’umile suscitano nel suo spirito: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce alpine, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini; nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, mentre, vi è stata quasi costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi; nel 1934 compie una crociera, visitandola Sicilia,la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore e il mondo ancora non condizionato dalla civiltà europea, dove la primitività fa rima, per lei, con umanità; fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca, che ha imparato ad amare all’Università, seguendo le lezioni di Vincenzo Errante, lingua che tanto l’affascina e che la porta a tradurre in italiano alcuni capitoli di “Lampioon”, di M. Hausmann. Intanto è divenuta “maestra” in fotografia: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, aridamente, quanto perché le cose, le persone, la natura hanno un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere. Si vanno così componendo i suoi album, vere pagine di poesia in immagini. Questa normalità, si diceva, è, però, solamente parvenza. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica. La mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: è il 3 dicembre del 1938.

Lo sguardo di Antonia Pozzi, che si era allargato quasi all’infinito, per cogliere l’essenza del mondo e della vita, si spegne per sempre mentre cala la notte con le sue ombre viola.i

 

Poesie di Antonia Pozzi

 

 

 

Preghiera alla poesia

 

Oh, tu bene mi pesi

l’anima, poesia:

tu sai se io manco e mi perdo,

tu che allora ti neghi

e taci.

Poesia, mi confesso con te

che sei la mia voce profonda:

tu lo sai,

tu lo sai che ho tradito,

ho camminato sul prato d’oro

che fu mio cuore,

ho rotto l’erba,

rovinata la terra –

poesia – quella terra

dove tu mi dicesti il più dolce

di tutti i tuoi canti,

dove un mattino per la prima volta

vidi volar nel sereno l’allodola

e con gli occhi cercai di salire –

Poesia, poesia che rimani

il mio profondo rimorso,

oh aiutami tu a ritrovare

il mio alto paese abbandonato –

Poesia che ti doni soltanto

a chi con occhi di pianto

si cerca –

oh rifammi tu degna di te,

poesia che mi guardi.

 

****************

 

Rigurgito di giovinezza a L. B.

 

umida strada

cielo d’ametista

lacrime e lacrime

sulle tue lunghe ciglia

sulle mie lunghe dita

ma la mia anima

canora contro il vento

come un drappo di seta

a sbandierare

frenetica di strappi

per versare in uno squarcio

la sua giovinezza

ed inondarne te

nuvola bionda

impolverata dalla vita

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 BORIS VIAN

                                                                         

Nasce nel 1920 a Ville d’Avray, e nasce piuttosto con la camicia.

La sua è una famiglia decisamente benestante. Il babbo, Paul, formalmente sarebbe rappresentante di medicinali omeopatici, ma di fatto vive di rendita. Diciamo che fino al 1933 le cose vanno benissimo.

Boris ha due fratelli e una sorella, impara presto a suonare la chitarra, legge già a cinque anni, a otto ha già fatto fuori mezza biblioteca della letteratura francese.

A dieci anni mette su una prima orchestrina, per gioco, con i due fratelli, Lelio e Alain.

E’ il primo segnale di una folgorante carriera di musicista e di organizzatore di manifestazioni, bande, happening notturni. A tredici anni inizia a suonare la tromba, e non molto tempo dopo scopre la musica che diventerà la sua preferita: il jazz.

A scuola va benino, ma neppure benissimo. Prende il diploma superiore con una votazione media, ma decide di iscriversi all’esame della scuola superiore per le arti e i mestieri, che in realtà equivale alla nostra facoltà di ingegneria meccanica.

Ed è così che si reca, poco più che diciottenne, a Parigi.

Ed è qui che esplodono nel giro di poco tempo tutti i suoi vari talenti.

Tutti sbocciano contemporaneamente, in tutte le cose a cui si applica, Vian si tuffa con tutto se stesso.

Raymond Queneau, che incontrerà di lì a non molto, ce ne fornisce un ritratto divertente.

Dopo il diploma di ingegnere, Vian si impiega presso L’istituto Francese di Normalizzazione, e successivamente presso l’ufficio per la promozione della carta e cartoni.

Ma questa, appunto, non è che una parte della sua vita, forse poco più di un terzo.

Boris è rimasto legato al fratello Alain, che suona in una banda di jazz piuttosto importante, ed è assieme a lui che si occupa della programmazione musicale del Tabou.

Il Tabou è un locale notturno dove si suona, ovviamente musica jazz, ma dove Vian inventa spettacoli di cabaret, serate a tema, e ben presto diventa un punto di incontro di alcuni esponenti dell’esistenzialismo francese.

Vian conosce Sartre,la De Beauvoir, e pur diventandone amico si prende beffe dei loro atteggiamenti nella Schiuma dei giorni, il romanzo che viene ancora oggi considerato il suo più importante.

 

La donna è quel che si è trovato di meglio per sostituire l’uomo quando si ha la scalogna di non essere pederasti

 

 

 Autopresentazione di Boris Vian

Sono nato, casualmente, il dieci marzo 1920 sulla porta di una clinica ostetrica che era chiusa per uno sciopero contro il calo delle nascite. Mia madre era rimasta incinta non ricordo se per via delle opere o proprio per opera di Paul Claudel (da quel tempo non lo reggo e non lo leggo), comunque la mamma era al tredicesimo mese e non poteva certo aspettare il concordato. Un prete, un sant’uomo che passava di lì, mi raccolse e immediatamente mi riposò: in effetti pesavo un casino!! (è da allora che soffro della mia ben nota aspersoriofobia). Fortunatamente una lupa affamata, che aveva appena dato la luce a Pierre Hervé (ho, quindi, esattamente la sua stessa età, cosa in perfetto accordo con le teorie di Einstein relative alla simultaneità) la lupa mi prese sotto la sua protezione e mi diede qualcosa da bere. Crescevo in forza e saggezza ma rimanevo molto brutto benché adornato da un sistema pilifero discontinuo, ma sempre molto, molto sviluppato. Infatti avevo la testa della Vittoria di Samotracia. A sette anni, entrai alla Scuola Centrale e ne uscii tre anni più tardi, nel 1942 completamente fuori di testa per l’idrodinamica del corso del sig. Bergeron.

Certo allora non prevedevo che dodici anni dopo, nel 1946…

Ma non anticipiamo i fatti.

Nel 1938 cominciai a studiare la trombetta a rosolio e immediatamente raggiunsi il livello di Armstrong, la mollai subito per non privare il poveretto della pagnotta: a causa dei soliti pregiudizi razziali ero avvantaggiato, la mia pigmentazione verde offriva un effetto piacevole.

Poi, tutt’a un tratto, la mia fisionomia prese a trasformarsi e mi misi ad assomigliare a Boris Vian, da ciò il mio nome.

Senza entrare nei dettagli, vi segnalo che in un’epoca    indeterminata della mia vita sono stato tre anni e mezzo rinchiuso all’Associazione Francese di Normalizzazione, distrutta, in seguito, da un incendio provocato dalle cure di Jacques Lemarchand, nascosto tra due parentesi.

Raimond Queneau mi incontrò mentre pescavo con la lenza, sport che per altro non pratico, e sedotto dal mio drive mi propose una battuta di caccia. Cosa che feci. Il resto appartiene alla storia. Sono un metro e ottantasei a piedi nudi e peso molto e metto al primo posto le opere di Alfred Jarry, la fornicazione, Un Rude Hiver e la mia beneamata sposa. Non dimentico, anche se vengono dopo: la musica di New Orleans, Dube Ellington, Lana Turner, Ann Sheridan, le sinfonie del Commodoro W. Spotlight per doppia campana e petroletta d’armonia, la pittura a olio che pratico con felicità rara, i baffoni del mio venerato Jean Rostand. Le ragazze dei Jazz-Club universitari (soprattutto quella bionda col vestito verde… va beh, lasciamo stare). Mi piace anche il Two-Beat (e questa non è un’allusione sessuale) e anchela Mere Chaput.Detesto Paul Claudel (l’ho già detto, ma è piacevole ripeterlo ed è per questo che non ho mai letto nulla di suo), aborrisco anche le Grand Meaulnes, Alain (non mio fratello, che è un tipo completamente fuori), Peguy, il violoncello jazz come lo suonano i francesi, le opere di immaginazione, le bugie, gli apparecchi di piccolo formato, Ivan il Terribile, Leonard Father, Edgar Jackson, Le Dictateur, Dumont d’Urville (esagero. In fondo non me ne frega niente di lui). Odio anche: Monseigneur Suhard e il papa. Barbotin, mi piace molto. Invece non mi piace il davanti piatto (questo nelle donne), poi l’invidia e la merda salvo quando son ben preparate. Inoltre sto cercando un appartamento di cinque stanze con tutti i confort. Ho avuto una vita movimentata ma sono pronto a ricominciare!!!

Boris Vian

 

 

IO NON VORREI CREPARE

di B.Vian

Io non vorrei crepare

Senza aver visto almeno

I cani messicani

Neri, che senza sognare

Dormono a ciel sereno,

senza aver conosciuto ai tropici

le voraci scimmie divoratrici

le scimmie a culo nudo

e anche i ragni argentati dai serici

nidi felici di spruzzi traforati.

Io non vorrei crepare

Ignorando, se la presunta

Monetina che spunta

Sotto la faccia della luna

Stia a nascondere una seconda

Faccia a punta,

se dopo grandi flessioni il sole è freddo,

se le famose quattro stagioni

son proprio quattro e non tre,

senza aver passeggiato

per il corso in vestaglia

guardando fisso la marmaglia

dei guardoni, senza aver ficcato

i miei coglioni in ogni posto vietato.

Io non vorrei finire

Senza sapere la lebbra

Dico, si fa per dire

O la febbre dei sette mali che più

O meno certamente si acchiappano laggiù.

Io resterei indifferente

Al bene e al male, purchè

Di tutta questa vasta delizia

L’assoluta primizia

Fosse riservata a me.

E poi non basta, c’è

Tutto ciò che conosco

Che ho imparato ad amare

Il fondo verdebosco

Del mare

Dove le alghe sottili

Gareggiano nel disegnare

Onde di valzer sugli arenili,

e poi ancora

la terra che a giugno crepita e sbotta

di odori, e le conifere o un semplice pugno d’erba

e i baci di quella…….si insomma quella là

signori, Ursula e Ursulotta.

 

Distruggono il mondo

 

Distruggono il mondo

in pezzettini

distruggono il mondo

a colpi di martello

ma è lo stesso per me

è proprio lo stesso

ne resta abbastanza per me

ne resta abbastanza

basta che io ami

una piuma azzurra

un sentiero di sabbia

un uccellino pauroso

basta che ami

un filo d’erba sottile

una goccia di rugiada

un grillo di bosco

massì possono distruggere il mondo

in pezzettini

ne resta abbastanza per me

ne resta abbastanza

avrò sempre un po’ d’aria

un filino di vita

nell’occhio un barbaglio di luce

e il vento tra le ortiche

e anche e anche

se mi sbattono in prigione

ne resta abbastanza per me

ne resta abbastanza

basta che io ami

questa pietra corrosa

questi ganci di ferro

dove spiccia un filo di sangue

io l’amo io l’amo

la superficie consumata del mio letto

il saccone e la lettiera

la polvere del sole

amo lo spioncino che s’apre

gli uomini che sono entrati

che avanzano che mi trascinano via

ritrovare la via del mondo

e ritrovare il colore

amo questi due lunghi travi

questa lama triangolare

questi signori vestiti di nero

mi fanno la festa e ne sono fiero

io l’amo io l’amo

questo paniere riempito di suoni

dove metterò a posto la testa

oh io l’amo per davvero

basta che io ami

un breve filo d’erba azzurra

una goccia di rugiada

un amore d’uccellino pauroso

distruggono il mondo

con i loro martelli pesanti

ne resta abbastanza per me

ne resta abbastanza cuor mio.

     — Boris Vian (scheda) dal libro “Non vorrei crepare” di Boris Vian

 

 

 

 

 

Category : Cultura &Letteratitudini

Incontro di “Letteratitudini” del 29 Maggio 2012

giugno 4th, 2012 // 8:07 pm @

Gruppo storico di Letteratitudini

Matilde Maisto

 

CANCELLO ED ARNONE – L’incontro mensile dei componenti del gruppo di lettura locale, meglio conosciuto con il nome di “Letteratitudini”, si è ritrovato mercoledì 29 Maggio, presso il “salotto letterario” di Matilde Maisto per parlare del grande Giovanni Boccaccio e del suo “Decameron”.

Gli amici storici: Capozzi Giannetta, Arkin Jafuri, Maisto Matilde, Manzo Pina, Montella Felicetta, Pennella Concetta, Petteruti Olga, Raimondo Raffaele, Sciorio Laura e Viola Marinella, sempre in un clima di grande convivialità ed amicizia si sono ben amalgamati con alcuni partecipanti dell’ultima ora, che si sono uniti al gruppo.

La relatrice di turno Pennella Concetta, con grande rispetto ed in punta di piedi ha iniziato ad illustrarci la vita  e le opere del poeta, proiettandomi, come per incanto, sui banchi di scuola della terza B; infatti, mentre lei parlava, sono stata invasa da un turbinio di ricordi, che mi ha travolto e resa molto felice.

La signora Pennella diceva: Giovanni Boccaccio,  narratore e poeta italiano, uno dei massimi letterati di tutti i tempi, anticipatore delle tendenze umanistiche del Quattrocento.

 

Figlio illegittimo di un mercante fiorentino, Boccaccio fu allevato a Firenze. Nel 1327 si recò a Napoli con il padre, socio della compagnia dei Bardi, per compiervi gli studi mercantili e fare pratica bancaria. Qui frequentò gli ambienti mondani, partecipando alla vita culturale della città, e ben presto abbandonò la mercatura per dedicarsi alla letteratura.

 

Nel 1334 compose la Caccia di Diana (secondo il modulo allora in voga della rassegna di gentildonne), e intanto intensificò il lavoro di scrittore. Prese parte attiva alla stimolante vita della corte angioina di Napoli e pare abbia avuto una relazione con una figlia illegittima del re, che si cela forse dietro la Fiammetta immortalata in diverse sue opere. A Napoli subì il fascino della letteratura cortese e cavalleresca francese, ma si dedicò anche alla cultura latina e all’erudizione storica, mitologica e letteraria.

 

Richiamato dal padre a Firenze intorno al 1340, scampò alla terribile peste cominciata nella primavera del 1348, ebbe vari incarichi diplomatici dal governo della città e nel 1350 conobbe Francesco Petrarca, da lui ammirato e ritenuto un vero e proprio maestro. I due scrittori rimasero amici fino alla morte: Boccaccio incontrò nuovamente Petrarca a Padova nel 1351, a Milano nel 1359 e si recò a Venezia appositamente per fargli visita nel 1363. Per il Comune della sua città fu ambasciatore presso Ludovico di Baviera nel 1351. Nel 1360 ospitò a Firenze l’amico Leonzio Pilato, insegnante di greco antico, una lingua allora pochissimo conosciuta in Italia. Grazie a lui poté leggere l’iliade (vedi Omero) tradotta in latino. Nello stesso anno Innocenzo VI lo autorizzò al sacerdozio. Nel 1362 tornò a Napoli su invito di un amico ma, deluso dall’accoglienza ricevuta, si recò subito a Firenze e, per incarico della città, partì per Avignone come ambasciatore presso papa Urbano V. All’inizio degli anni Settanta si ritirò nella sua casa di Certaldo, vicino a Firenze, dove visse appartato, dedicandosi quasi esclusivamente allo studio, interrotto da qualche breve viaggio (tra il 1370 e il 1371 fu a Napoli).

 

Negli ultimi anni della sua vita, Boccaccio si dedicò alla meditazione religiosa. Un incarico per lui molto importante fu quello conferitogli nel 1373 dal comune di Firenze: si trattava di leggere la Divina Commedia di Dante alla cittadinanza, incarico che dovette abbandonare nel 374 per il sopraggiungere della malattia che lo avrebbe portato alla morte l’anno seguente.

 

Il Decameron

 

L’opera maggiore di Boccaccio è il Decameron (iniziato nel 1349 e portato a termine nel 1351), raccolta di cento novelle inserite in una cornice narrativa comune che prende le mosse da un tragico fatto storico. Per sfuggire alla peste del 1348, che aveva ucciso il padre e numerosi amici dello scrittore, un gruppo di dieci amici si rifugia in una villa fuori Firenze. Sette donne e tre uomini trascorrono dieci giornate (da cui il titolo dell’opera) intrattenendosi vicendevolmente con una serie di racconti narrati a turno. Un personaggio alla volta è infatti eletto re della giornata, con il compito di proporre un argomento che gli altri narratori sono tenuti a rispettare. Fanno eccezione a questo schema obbligato la prima e la nona giornata, in cui l’argomento delle novelle è libero. I personaggi hanno nomi allusivi: Panfilo è l’amante fortunato, Lauretta è la gelosa, Filostrato èl’uomo che soffre pene d’amore, e così via. Gli argomenti sono di carattere diverso: ad esempio, nella seconda giornata si raccontano avventure a lieto fine, nella quarta si tratta degli amori infelici, mentre la quinta è dedicata alla felicità che premia gli amanti dopo che hanno superato particolari difficoltà. Ma i temi non sono solo sentimentali: nella sesta giornata si ragiona di motti spiritosi, nell’ottava di scherzi e beffe. In questi racconti si alternano numerosissimi personaggi, di svariata estrazione sociale (nobili, “borghesi”, popolani), laici e religiosi, figure di tutte le età. È un vero e proprio universo ispirato alla realtà soprattutto toscana e fiorentina (con episodi ambientati in altri luoghi d’Italia – a Napoli soprattutto – e in paesi lontani), senza limitazioni nè di carattere morale, nè culturale. Vi sono infatti nobili e mascalzoni, amanti ingegnosi e uomini poveri di spirito, donne fedeli beffate e spregiudicate figure femminili, personaggi storici e di invenzione. Così, le condotte degli eroi sono ispirate sia a ideali elevati sia a interessi materiali, non ultimo il desiderio sessuale. Alcuni protagonisti, con le loro storie, sono diventati celebri: basti pensare all’incallito peccatore ser Ciappelletto e alla sua falsa confessione in punto di morte che lo farà considerare santo presso i posteri, oppure alle numerose beffe di cui è vittima Calandrino, agli sproloqui di frate Cipolla che sostituisce alla realtà il suo mondo cialtronesco, oppure alla nobiltà d’animo di Federigo degli Alberighi. Questa straordinaria varietà di ambienti, temi e personaggi non implica, tuttavia, la mancanza di una struttura coerente. Infatti, oltre allo schema della cornice e a quello che regola l’alternarsi delle voci narranti, le corrispondenze sono sia disseminate all’interno dell’opera sia organizzate in una progressione di tipo etico. Dalla prima alla decima giornata si passa cioè dal dominio del vizio al trionfo della virtù, naturalmente in modo non meccanico, e con eccezioni che hanno il compito di variare questa successione di stampo morale. Alla base dell’inventiva di Boccaccio ci sono il gusto per il romanzesco (ma qui, a differenza di altre sue opere, si tratta di un romanzesco impregnato di realismo), l’attrazione verso la vitalità della giovinezza, l’attenzione critica che porta a superare le apparenze, una visione disincantata della vita. Ogni giornata si conclude con una canzone, squisito esempio della lirica boccaccesca, intonata dai personaggi che ballano.

 

lì Decameron rappresenta il primo e più grande capolavoro in prosa della tradizione letteraria italiana antica, e si distingue per la ricchezza e la varietà degli episodi (che alternano toni solenni e umorismo popolare), per la duttilità della lingua e la sapiente analisi dell’animo umano. Sul piano stilistico si tratta di una prosa decisamente elaborata, tanto che il modo di dire, affermatosi in seguito, “periodare alla certaldese” allude proprio alla struttura spesso molto articolata della frase, modellata sulla sintassi latina. Una prosa che però si dimostra particolarmente duttile, visto che riesce con grande efficacia a rappresentare scene tragiche ed episodi comici, eventi nobili e beffe plebee.

 

Per questa sua opera Boccaccio attinse a molteplici fonti: i classici greci e latini, il fabliau francese, la letteratura popolare compreso il patrimonio delle fiabe tradizionali, le raccolte di novelle italiane precedenti come il Novellino e le varie traduzioni contaminate delle Mille e una noffe. Alla base, però, c’è anzitutto l’acuta osservazione della realtà contemporanea. lì Decameron presenta una nuova idea dell’uomo, non più indirizzato esclusivamente dalla grazia divina ma inteso come artefice del proprio destino, un’idea che anticipa la concezione antropocentrica (l’uomo considerato al centro dell’universo) che sarà elaborata dagli umanisti del Quattrocento. Anche per questo aspetto ideologico il libro segna un punto di svolta rispetto alle tradizioni letterarie consolidate nel Medioevo.

 

L’opera, che ha il sottotitolo alighieriano di “principe Galeotto”, fu scritta nel 1349-1353, all’indomani cioè della peste del 1348: l’evento luttuoso dà “orrido cominciamento” all’opera. Il testo fu poi revisionato e ritrascritto. Il titolo è grecizzante, forgiato probabilmente sul titolo dell’”Hexameron” di Ambrogius. Le digressioni sulle attività idilliche e beate della brigata, i commenti vari degli ascoltatori, le intrusioni e le conclusioni dell’autore, animano e variano lo schema della cornice. La cornice non ha funzioni solo ornamentali, ma serve a chiudere in un affresco caratterizzato un ideale di vita e di realtà che i racconti presentano e rifrangono nei più vari e multiformi aspetti. All’interno delle singole novelle si riproduce in poliedriche sfaccettature una viva unità, quella della complessa vita umana la cui salvezza tutta laica è additata da Boccaccio nella forza della passione e dell’intelligenza.

 

Nei racconti di Boccaccio sfilano una galleria vasta e multicolore di vicende e figure, emblemi e simboli di virtù e di vizi. Lo sguardo dello scrittore è ora distaccato ora ironico, ora appassionato e partecipe, ma sempre senza compiacimenti. Così gli eventi valorosi di Tito e Gisippo, le passioni erotiche e travolgenti della moglie di Guglielmo Rossiglione, di Ghismonda di Salerno, di Lisabetta da Messina; le traversie degli sciocchi come Andreuccio da Perugia, Calandrino, Ferondo; le trovate argute degli ipocriti e imbroglioni come frate Cipolla, ser Ciappelletto, Martellino; gli affreschi maliziosi e ridanciani come il racconto delle monache e della badessa, o la novella di Masetto da Lamporecchio; le più raffinate qualità dell’arguzia gentile di Cisti fornaio, l’intelligenza di Melchisedech, l’ingegno e la modestia di Giotto, l’aristocrazia di Guido Cavalcanti. In questo quadro rientra anche l’osceno e il licenzioso.

 

Dell’erotismo Boccaccio rivendica i diritti anche per l’arte argomentando i temi di una consapevole poetica della natura e del comico nella introduzione alla Quarta Giornata, ricca di spunti polemici e innovatori. Nella sua opera la realtà prende il posto del mito e dell’allegoria, mentre il genere novellistico degli ameni fabliaux e dei devozionali exempla è ribaltato in una fitta e cangiante trama di realismo comico e tragico, in cui predominano amore, avventura, intrigo, beffa, odio, riflessione morale. Così ad esempio la novella di Lisetta (IV giornata), ambientata nella Venezia dei primi del XIV secolo. La storia è quella di Alberto da Imola che per fottere con una ragazza le fa credere di essere l’arcangelo Gabriele. Lisetta, “baderla e zuccalvento”, si vanta della faccenda con alcune sue amiche, suscitando ovviamente risa e sberleffi. Quando i parenti di Lisetta cercano di sorprendere Alberto, questo si salva buttandosi da una finestra nel Canal Grande e rifugiandosi a casa di un pover’uomo che però lo fa travestire da “uom selvatico” e lo espone poi in piazza ai lazzi della gente. I frati giustizieri poi lo portano via e lo condannano al carcere perpetuo. Quel che importa non è la conclusione, il ritorno all’ordine, quanto il gusto stesso della narrazione, tra malizia e dissacrazione. Il racconto è tipicamente una parodia: parodia degli exempla devozionali e dei racconti religiosi sull’apparizione angelica presso beate e vergini, parodia dei modi dello stilnovo e degli amori cortesi (Lisetta è “dolce” sì , ma “dolce di sale” cioè stupida: ma è solo una tra le tante parodizzazioni e distorcimenti proposti), e dissacrazione anti- veneziana della più famosa e fastosa sacra rappresentazione che si celebrava al tempo proprio a Venezia (allora nemica e concorrente di Firenze), la festa dell’annunciazione detta “delle Marie”.

 

Un favolismo in cui vi è posto anche per sprazzi di horror. Così nel racconto ravennate di Nastagio degli Onesti (V, 8): “Nastagio degli Onesti, amando una de’ Traversari, spende le sue ricchezze senza essere amato; vassene pregato da’ suoi a Chiassi; quivi vede cacciare a un cavaliere una giovane e ucciderla e divorarla da due cani; invita i parenti suoi e quella donna amata da lui a un desinare, la quale vede questa medesima giovane sbranere: e temendo di simile avvenimento prende per marito Nastagio”, secondo il sommario di Boccaccio. Leggende di cacce infernali tra selve spettarli o avelli infuocati correvano da secoli l’europa, anche su suggestioni orientali e di mitologie nordiche. Erano attribuite a Odino, a Artù , oppure – in Italia – a Teodorico di Ravenna. Queste fantasie d’oltretomba assunsero l’aspetto di particolari forme di punizione per peccati e delitti soprattutto d’amore. Elinando e forse anche Passavanti furono autori di narrazioni di questo genere. Ma Boccaccio colorò l’allucinante scena della caccia infernale di elementi sognatamente orrorosi, su suggestioni e allusioni che oggi etichettiamo come aligheriane (si pensi a “la divina foresta spessa e viva [...] | tal qual di ramo in ramo si raccoglie | per la pineta in sul lito di Chiassi” di Alighieri, in: Purgatorio, XXVIII, 2 e versi successivi. Ma anche ai vari cani famelici presenti in Inferno XIII, 111; e Inferno XXXIII, 31). Boccaccio, rispetto a Elinando e a Passavanti, inserisce i cani, che movimentano in maniera selvaggia tutta la scena. Indirettamente tutta la scena rievoca il mito classico di Atteon sbranato dai cani per volere di Diana, solo che qui non è più la vendetta di una donna sull’uomo colpevole di irriverenza amorosa, ma dell’uomo offeso su una donna spregiatrice d’amore (com’è anche nella novella dello scolaro, in VIII, 7; come sarà poi nel “Corbaccio”). La caccia infernale non ha senso esclusivo tutto punitivo, come nella mitologia antica e nella tradizione romanza; né ha valore di minaccia di fuochi demoniaci come nella letteratura ascetica e degli exempla fino a Passavanti. In Boccaccio diventa un episodio, in un largo e luminoso affresco patinato d’oro antico, della società signorile ravennate, evocata con il linguaggio di amori appassionati e di generose cortesie. L’immagine tremenda della caccia nella foresta di Chiassi assume una funzione redentrice: permette alla Traversari di redimersi, diventare da nemica ancella d’amore. E così giungere alla conclusione ‘naturale’ del matrimonio, come sempre avviene in Boccaccio. In questa novella, con un chè di solenne e festoso, grazie all’uso dei ritmi musicali del settenario e dell’endecasillabo (“e fatte le sue nozze, con lei più tempo lietamente visse”).

 

Il “Decameron” è specchio fedele e arguto della civiltà mercantile borghese, della società comunale italica nel suo pieno sviluppo, ma in cui si avvertono sintomi di crisi. Una realtà di traffici, di lotta per sopravvivere, di conquista e violenza, di ingegno industrioso e abile. Boccaccio coglie ombre e luci di un passato ancora vivo, di un futuro problematico ma anche fiduciosamente atteso. La struttura del “Decameron” si attua anche grazie a una prosa policorde e variabile, lavorata a più livelli. Solenne e distesa in periodi ipotattici. Scattante, secca, dinamica. In altri punti estrosa e sempre duttilissima nel mimare dialoghi mordenti e vivacissimi.

 

Il “Decameron” ebbe una immediata diffusione, sia in Italia che in europa. Numerose furono subito le traduzioni e imitazioni. Un influsso che si ebbe sui novellieri posteriori come Sacchetti, Masuccio da Salerno, Giraldi Cinzio ecc. Ma anche sui trattatisti come Bembo, Della Casa, Castiglione, che inserirono i loro dialoghi in una cornice mutuata dal “Decameron”; e soprattutto sul teatro del XVI secolo, che derivò trame comiche e romanzesche, e procedimenti retorici. Retori e grammatici del XVI secolo lodarono l’opera come modello di stile; sospetto e censura vennero dagli ambienti cattolici e sessuofobi. La critica romanticistica, nel XIX secolo procedette a rivendicarne il valore umano e la varietà di motivi; in particolare si ricordi la lettura di *De Sanctis che paragonò la “commedia umana” di Boccaccio alla “commedia divina” di Alighieri.

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MATERIALE DISCUSSO:

 

“Dicono adunque alquanti de’ miei riprensori che io fo male,
o giovani donne, troppo ingegnandomi di piacervi,
e che voi troppo piacete a me. Le quali cose io apertissimamente confesso, cioè che voi mi piacete e che io m’ingegno di piacere a voi”.
(Decameron, Introduzione alla quarta giornata)

 

 GIOVANNI BOCCACCIO

 

 Giovanni Boccaccio:  notizie biografiche

Giovanni Boccaccio nacque probabilmente a Firenze, nel 1313, da una famiglia di origine certaldese. Era figlio illegittimo di Boccaccino di Chellino, un mercante e cambiatore molto ricco, che cercò di indirizzare il figlio all’arte del cambio. Adolescente è a Napoli a fare pratica mercantile e bancaria nella succursale del banco fiorentino dei Bardi. Il ragazzino odia questo lavoro e costringe il padre a indirizzarlo verso altri studi, quelli di diritto canonico. Favorito dall’ambiente culturalmente vivacissimo della corte angioina e dalla vicinanza con personalità di dotti come il giurista e poeta Cino da Pistoia, e l’astronomo genovese Andalò del Negro, Boccaccio si aprì all’interesse per la letteratura: testi di poesia, letteratura latina, francese e italica. Furono anni felici, di intense esperienze culturali e umane, a contatto con una corte fastosa, e con la ricca borghesia libera e spregiudicata che la circondava , e il mondo vario e bizzarro del popolo napoletano, dei mercanti e degli avventurieri di ogni paese di cui Napoli era ospite.

Nel c.1340 Boccaccio è a Firenze, richiamatovi dal padre in dissesto economico. Si sa poco degli anni successivi. Gira per varie corti del nord. E’ a Ravenna nel 1346, forse alla ricerca di una sistemazione. Nel 1348 è a Firenze, durante la terribile pestilenza: vi morirono molti amici, il padre e la seconda matrigna.

 

Importante, per le conseguenze psicologiche e culturali che ebbe nella sua vita, fu l’incontro a Firenze nel 1350 con Petrarca. Lo rivide nel 1351 a Padova, a Milano nel 1359, e a Venezia nel 1363. Con lui mantenne sempre una affettuosa corrispondenza, nel senso sempre che era Boccaccio a ricercare la familiarità di Petrarca e non certo viceversa. Divenuto poeta noto, ebbe vari incarichi per il comune di Firenze: fu ambasciatore in Romagna (1353), a Avignone presso papa Innocenzo VI (1354), a Napoli per incontrare il fiorentino Niccolò Acciaiuoli gran siniscalco del regno.

 

Nel 1361 si ritirò a Certaldo. Qui ricevette una lettera del certosino Pietro Petroni, morto in odor di santità: Boccaccio era esortato ad abbandonare gli studi per pensare di più alla sua anima e al destino mortale dell’uomo. Da tempo Boccaccio era diventato chierico con cura di anime. La morte nel c.1358 della figlioletta Violante, malattie e povertà resero duri i suoi ultimi anni. Nel 1373 ebbe l’incarico dal comune di Firenze di una lettura ufficiale della “Commedia” di Alighieri: un incarico che svolse per circa un anno, finché le critiche di alcuni dotti fiorentini e la salute malferma lo costrinsero a recarsi di nuovo a Certaldo.

Morì a Certaldo il 21 dicembre 1375.

 

 

Giovanni Boccaccio: opere minori

Nelle numerose opere minori precedenti il “Decameron”, in prosa e in verso, è già la tendenza di Boccaccio verso una letteratura amena, di intrattenimento, sulla scia del romanzo cavalleresco e disciplinata dall’uso della retorica. Nelle opere giovanili napoletane predomina l’elemento autobiografico come esperienza di amore e di vita, travestito allegoricamente.

 

Sono ancora esercitazioni letterarie le prime Rime di argomento amoroso, la Elegia di Costanza in versi latini, la Caccia di Diana (c.1334) poemetto in terza rima che celebra in chiave mitologica alcune gentildonne napoletane.

La Caccia di Diana, su una caccia svolta da belle fanciulle guidate da Diana attraverso le foreste napoletane, è la storia autobiografica di un cervo che grazie a una «donna cui Amore onora più ch’altra per la sua somma virtute» si trasforma da «brutta bestia» in «uomo d’intelletto».

 

Di maggior impegno il Filocolo (1336-8), di cui Boccaccio si inventò il significato etimologico di “fatica d’amore”. E’ un romanzo in prosa diviso in cinque libri. Narra gli amori di Florio e Biancifiore, tratti da una leggenda tradizionale. Usanze cristiane e pagane si intrecciano anacronisticamente. Appare per la prima volta il nome di Fiammetta. E’ la proiezione di una autobiografia ideale,

 

Più esplicito carattere di romanzo sentimentale ha il Filostrato (1335, o 1339-40), “vinto d’amore” secondo l’etimologia inventata di Boccaccio E’ un poema in ottave ispirato a un episodio del “Roman di Troie” di Benoit de Sainte-Maure, largamente influenzato dalla voga erotico-cavalleresca della narrativa francese.

 

Maggiore maturità Boccaccio acquista con il ritorno a Firenze.

L’autobiografismo sentimentale è meno presente, al gusto della letteratura cortese cavalleresca subentra l’influsso della poesia didascalica e allegorica toscana.

La Commedia delle Ninfe (1341-2 ) è un’opera in prosa inframezzata da terzine alighieriane. L’assunto è allegorico: il pastore Ameto simboleggia l’umanità, le sette ninfe (tra cui l’amata Lia), le virtù cardinali e teologali attraverso cui l’uomo si ingentilisce e purifica fino a giungere all’amore divino. Predomina il dato mondano e realistico, anche se stilisticamente deteriorato dai riferimenti eruditi e dai tecnicismi retorici.

 

Più dottrinale e artificioso l’assunto allegorico della Amorosa visione (1342), prolisso poema in terzine alighieriane, in 50 canti.

 

Tra le cose migliori della produzione minore di Boccaccio è la Elegia di madonna Fiammetta (1343-4), romanzo in nove capitoli preceduti da un proemio dedicato alle “vaghe donne”. La narrazione è condotta in prima persona da Fiammetta, che narra del suo amore per Panfilo, della sua tristezza al momento della partenza di lui richiamato a Napoli dal padre, le notizie contraddittorie che comincia a ricevere (prima le dicono che Panfilo si è sposato, poi che è il padre di lui che in realtà si è sposato, poi che Panfilo è innamorato di un’altra), il tentativo di suicidio quando scopre di essere tradita. Quando viene annunciato il ritorno di lui, riprende a sperare, ma l’amante non compare e lei trova conforto solo nel pensare a tutti quelli che soffrono per amore. Ruolo di consolatori di Fiammetta hanno l’ignaro marito di lei, e la vecchia balia. La vicenda e il fondo sono probabilmente autobiografici.

 

Meglio riesce a fare forse nel Ninfale fiesolano (1345-6), poemetto in ottave che racconta una tenue e delicata storia d’amore tra il pastore Africo e la ninfa Mensola, sacra al culto di Diana.

 

A questo periodo risale anche il volgarizzamento della III e IV decade della storia di Titus Livius. Scarso valore le Rime, un vasto canzoniere composto in vari periodo della sua vita, e che subisce l’influsso poetico di vari autori di volta in volta.

 

Posteriore al “Decameron” è il Corbaccio (1365-6?), un’opera in prosa. Il titolo enigmatico potrebbe alludere al corvo che, nelle opere morali tradizionali simboleggiava la passione amorosa che tutto distrugge e travolge e dalla quale si difende il chierico Boccaccio facendo rivelare le malefatte di una vedova che l’ha respinto, dall’ombra del marito defunto apparsagli in sonno.

 

Dopo il “Corbaccio” Boccaccio non scrisse più opere narrative in volgare. Si dedicò a studi più austeri. A partire dal 1360 riunì intorno a sé un gruppo di umanisti, tra cui Coluccio Salutati e Filippo Villani. Si dedicò con fervore a erudite opere latine: il Carmen di bucoliche (Bucolicum carmen, pubbl. 1367) è una raccolta di sedici egloghe di derivazione virgiliana e petrarchiana.

 

La Genealogia degli dèi dei gentili (Genealogia deorum gentilium, 1365) è un vasto trattato in quindici libri di mitologia classico-latina. Con una forte attenzione per le interpretazioni allegoriche che la tradizione cristiana successiva aveva operato dei miti classici.

 

 

Delle Epistole ne restano solo 24, due in traduzione italica.

 

Da non dimenticare di Boccaccio le opere in volgare dedicati a Alighieri. Il Trattatello in laude di Dante ci è pervenuto in tre redazioni (1355-70): vi si traccia un ideale ritratto del grande e ammirato poeta. Le Esposizioni sopra la Commedia di Dante è una raccolta di materiale erudito sul poema alighieriano, in gran parte usato per le lezioni che Boccaccio tenne, fino al 17 canto dell’Inferno, in Santo Stefano.

 

 

 Il “Decameron” di Boccaccio

Sommario

L’opera, che ha il sottotitolo alighieriano di “principe Galeotto”, fu scritta nel 1349-1353, all’indomani cioè della peste del 1348: l’evento luttuoso dà “orrido cominciamento” all’opera. Il testo fu poi revisionato e ritrascritto.

 

Le digressioni sulle attività idilliche e beate della brigata, i commenti vari degli ascoltatori, le intrusioni e le conclusioni dell’autore, animano e variano lo schema della cornice. La cornice non ha funzioni solo ornamentali, ma serve a chiudere in un affresco caratterizzato un ideale di vita e di realtà che i racconti presentano e rifrangono nei più vari e multiformi aspetti. All’interno delle singole novelle si riproduce in poliedriche sfaccettature una viva unità, quella della complessa vita umana la cui salvezza tutta laica è additata da Boccaccio nella forza della passione e dell’intelligenza.

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Nei racconti di Boccaccio sfilano una galleria vasta e multicolore di vicende e figure, emblemi e simboli di virtù e di vizi. Lo sguardo dello scrittore è ora distaccato ora ironico, ora appassionato e partecipe, ma sempre senza compiacimenti. Così gli eventi valorosi di Tito e Gisippo, le passioni erotiche e travolgenti della moglie di Guglielmo Rossiglione, di Ghismonda di Salerno, di Lisabetta da Messina; le traversie degli sciocchi come Andreuccio da Perugia, Calandrino, Ferondo; le trovate argute degli ipocriti e imbroglioni come frate Cipolla, ser Ciappelletto, Martellino; gli affreschi maliziosi e ridanciani come il racconto delle monache e della badessa, o la novella di Masetto da Lamporecchio; le più raffinate qualità dell’arguzia gentile di Cisti fornaio, l’intelligenza di Melchisedech, l’ingegno e la modestia di Giotto, l’aristocrazia di Guido Cavalcanti. In questo quadro rientra anche l’osceno e il licenzioso.

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Dell’erotismo Boccaccio rivendica i diritti anche per l’arte argomentando i temi di una consapevole poetica della natura e del comico nella introduzione alla Quarta Giornata, ricca di spunti polemici e innovatori. Nella sua opera la realtà prende il posto del mito e dell’allegoria, mentre il genere novellistico degli ameni fabliaux e dei devozionali exempla è ribaltato in una fitta e cangiante trama di realismo comico e tragico, in cui predominano amore, avventura, intrigo, beffa, odio, riflessione morale.

Così ad esempio la novella di Lisetta (IV giornata), ambientata nella Venezia dei primi del XIV secolo. La storia è quella di Alberto da Imola che per fottere con una ragazza le fa credere di essere l’arcangelo Gabriele. Lisetta, «baderla e zuccalvento», si vanta della faccenda con alcune sue amiche, suscitando ovviamente risa e sberleffi. Quando i parenti di Lisetta cercano di sorprendere Alberto, questo si salva buttandosi da una finestra nel Canal Grande e rifugiandosi a casa di un pover’uomo che però lo fa travestire da «uom selvatico» e lo espone poi in piazza ai lazzi della gente.

I frati giustizieri poi lo portano via e lo condannano al carcere perpetuo. Quel che importa non è la conclusione, il ritorno all’ordine, quanto il gusto stesso della narrazione, tra malizia e dissacrazione.

Il racconto è tipicamente una parodia: parodia degli exempla devozionali e dei racconti religiosi sull’apparizione angelica presso beate e vergini, parodia dei modi dello stilnovo e

degli amori cortesi (Lisetta è «dolce» sì , ma «dolce di sale» cioè stupida: ma è solo una tra le tante parodizzazioni e distorcimenti proposti), e dissacrazione anti- veneziana della più famosa e fastosa sacra rappresentazione che si celebrava al tempo proprio a Venezia (allora nemica e concorrente di Firenze), la festa dell’annunciazione detta “delle Marie”.

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Il “Decameron” è specchio fedele e arguto della civiltà mercantile borghese, della società comunale italica nel suo pieno sviluppo, ma in cui si avvertono sintomi di crisi. Una realtà di traffici, di lotta per sopravvivere, di conquista e violenza, di ingegno industrioso e abile. Boccaccio coglie ombre e luci di un passato ancora vivo, di un futuro problematico ma anche fiduciosamente atteso.

La struttura del “Decameron” si attua anche grazie a una prosa policorde e variabile, lavorata a più livelli. Solenne e distesa in periodi ipotattici. Scattante, secca, dinamica. In altri punti estrosa e sempre duttilissima nel mimare dialoghi mordenti e vivacissimi.

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Il “Decameron” ebbe una immediata diffusione, sia in Italia che in europa. Numerose furono subito le traduzioni e imitazioni. Un influsso che si ebbe sui novellieri posteriori come Sacchetti, Masuccio da Salerno, Giraldi Cinzio ecc. Ma anche sui trattatisti come Bembo, Della Casa, Castiglione, che inserirono i loro dialoghi in una cornice mutuata dal “Decameron”; e soprattutto sul teatro del XVI secolo, che derivò trame comiche e romanzesche, e procedimenti retorici. Retori e grammatici del XVI secolo lodarono l’opera come modello di stile; sospetto e censura vennero dagli ambienti cattolici e sessuofobi. La critica romanticistica, nel XIX secolo procedette a rivendicarne il valore umano e la varietà di motivi; in particolare si ricordi la lettura di *De Sanctis che paragonò la “commedia umana” di Boccaccio alla “commedia divina” di Alighieri.

 

Trama de “Decameron” di Boccaccio

Per sfuggire alla peste che infuria a Firenze, sette donne e tre giovani, incontratisi nella chiesa di Santa Maria Novella, si rifugiano in una villa lontana dalla città. Per dieci giorni (nel pomeriggio) si raccontano sdraiati su un prato dieci novelle al giorno, ognuno di loro è nominato a turno re della giornata; sono esclusi il venerdì e il sabato, dedicati a pratiche religiose. I nomi della brigata sono emblematici: Panfilo è l’amante fortunato, Filostrato infelice e travagliato in amore, Dioneo il lascivo, Pampinea opulenta e felice amante, Filomena l’ardente, Elissa l’adolescente che ama non ricambiata, Neifile giovinetta gaia e sensuale, Emilia intenta a sé stessa, Lauretta la gelosa, Fiammetta che gioisce del suo amore. Il tema delle novelle è libero nella prima e nella nona giornata, ma nelle altre esiste un argomento obbligato. Solo Dioneo è di solito libero di esulare un po’ dal tema. Ogni giornata si chiude con danze e con una canzone-ballata che suggella una “conclusione” posta al termine del raccontare.

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Dopo il proemio dedicato al pubblico delle lettrici (le “vaghe donne”) e una descrizione della pestilenza che devasta Firenze, inizia la Prima Giornata, di cui è regina Pampinea. Ognuno racconta ciò che gli piace. Tra le novelle, quella su Ser Cepparello, detto Ciappelletto, uomo di pessima vita che con una falsa confessione in punto di morte riesce a farsi passare per santo; quella dell’ebreo Abraam che vedendo la corruzione della Curia di Roma si fa cristiano perché il cristianesimo nonostante i suoi pessimi ministri continua più luminoso che mai; quella di Guglielmo Borsiere che dileggia con grazia l’avaro Erminio de’ Grimaldi.

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Della Seconda Giornata è regina Filomena, il tema è quello delle avventure a lieto fine. Si tratta di novelle romanzesche, che hanno per sfondo le varie regioni d’europa o d’oriente. C’è la storia di Andreuccio da Perugia che, andato a Napoli a comprar cavalli, incorre in una serie di disavventure da cui riesce alla fine a trarsi d’impiccio; più favolose le vicende di Madonna Beritola che da gran dama si riduce nei boschi selvaggi, perde i due figlie e li ritrova nel modo più inaspettato; Alatiel figlia del Soldano [sultano] di Babilonia è raminga per quattro anni, preda di vari uomini, ma alla fine sposa il suo promesso passando “per pulcella”; altra storia quella di Gualtieri conte d’Anguersa [= Anversa] mandato in esilio per una falsa accusa.

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Nella Terza Giornata regna Neifile, si narra di chi una cosa a lungo desiderata ottiene o ritrova. C’è la storia di Masetto da Lamporecchio che si finge muto e fa l’ortolano in un monastero di monache vogliose; l’astuto palafreniere che va a letto con Teodolinda, moglie del re Agilulf e che riesce a non farsi riconoscere dal re; il monaco Felice che se la spassa con la moglie del devoto Puccio; Giletta di Nerbona si vede rifiutata da Beltramo di Rossiglione, cui è stata data in moglie dal re di Francia, ma riesce poi, in incognito, a far innamorare di sé .

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Nella Quarta Giornata regna Filostrato, il tema è dato dagli amori infelici. In esordio Boccaccio introduce una polemica in difesa dell’opera contro i detrattori, chiusa da una piccola novella che ha il valore di una parabola. Tra i racconti, quello di Tancredi principe di Salerno che manda alla figlia il cuore del suo amante; frate Alberto per conquistare una donna si finge l’angelo Gabriele e viene poi smascherato; Isabetta mette in un vaso di basilico la testa dell’amante uccisole dai fratelli e muore quando questi le sottraggono il vaso; Guglielmo da Rossiglione dà da mangiare alla moglie ignara il cuore dell’amante, Guglielmo Guardastagno, da lui ucciso.

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Nella Quinta Giornata è regina Fiammetta. Tema è la felicità raggiunta dagli amanti dopo avventure e casi straordinari. Così Gostanza può riunirsi con l’amato Martuccio Gomì to solo dopo viaggi e avventure affrontati coraggiosamente; Pietro Boccamazza ritrova l’Agnolella da cui era stato separato dai ladroni; Ricciardo Manardi è sorpreso da Lizio da Valbona a letto con la figlia, viene perdonato; Nastagio degli Onesti riesce a farsi amare da una bella indifferente dopo che le ha mostrato lo scempio di una donna condannata per l’eternità a essere inseguita e raggiunta dal vendicativo cavaliere da lei rifiutato; Federigo degli Alberighi ama in silenzio una dama che viene conquistata dalla sua dedizione.

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Nella Sesta Giornata regna Elissa: vi si racconta dei motti spiritosi o pronti che evitano danno o scorno. Gli eroi di questi racconti sono: il garbato Cisti fornaio; il cuoco Chichibio che muta la colera del padrone Gianfigliazzo in risata; Guido Cavalcanti rintuzza con eleganza i villani concittadini; frate Cipolla vuol far passare una piuma per una penna delle ali dell’angelo Gabriele, trova dei carboni ma se la cava dicendoli tolti dalla graticola di san Lorenzo.

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Nella Settima Giornata re è Dioneo, l’argomento sono le beffe fatte per amore o per paura dalle donne ai loro amanti. Così la beffa giocata a Gianni Lotteringhi spinto dalla moglie a credere che l’amate che bussa è un fantasma; Tofano teme che la moglie infedele si sia gettata in un pozzo, ma si trova chiuso fuori casa come un ubriacone; Lidia ama Pirro e fa credere al marito Nicostrato tutto ciò che vuole.

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Nell’Ottava Giornata regna Lauretta, vi si narra di qualunque tipo di beffa. Sono celebrati beffati e beffatori. Lo sciocco Calandrino è mandato da Bruno e Buffalmacco a cercare la pietra elitropia che rende invisibili; il prete di Varlungo gareggia in astuzia con la rustica amante Monna Belcolore; il medico maestro Simone dilettante in magia è beffato da Bruno e Buffalmacco.

 

Nella Nona Giornata regina è Emilia, ciascuno racconta ciò che più gli piace. Il tono generale è giocoso. A Calandrino è fatto credere da mastro Simone, istigato da Bruno e Buffalmacco, di essere incinto; Donno Gianni persuaso da compar Pietro, vuol trasformare con un incantesimo la moglie in una cavalla; Cecco di Fortarrigo si gioca i denari di Cecco Angiolieri e lo fa in più passare per ladro e acchiappare dai contadini.

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Nella Decima Giornata, sotto il regno di Panfilo, l’argomento è dato da chi con cortesia e magnanimità ha avuto avventure d’amore o d’altro genere. Ghino di Tacco, bandito gentiluomo, cattura l’abate di Cligni [= Cluny], lo guarisce dal mal di stomaco, ne ottiene la protezione; Nathan diviene per cortesia e generosità amico di chi lo voleva uccidere; il re Pietro d’Aragona consola Lisa innamorata di lui senza approfittarne; messer Torello di Pavia accoglie con gentilezza il Saladino in viaggio travestito, e viene ricompensato quando, divenuto crociato, è fatto prigioniero; la paziente e dolcissima Griselda con l’amore supera ogni prova impostale dal marchese di Saluzzo, suo marito.

 

ALCUNE NOVELLE

 

 GIOVANNI BOCCACCIO, SER CIAPPELLETTO

 

La novella di Boccaccio “Ser Ciappelletto” (o Cepparello) è la prima della prima giornata del Decamerone e ne costituisce la vera introduzione generale. Probabilmente trae origine da narrazioni venute dalla Francia sul conto degli usurai italiani, e non è da escludere che l’autore attribuisca alcuni fatti a un personaggio realmente esistito. Antecedenti letterari alla novella appaiono anche nella Vita di san Martino, di Sulpizio Severo, e nella Storia di Spagna, di Juan de Mariana.

Un certo Cepperello (o Ciapperello) Dietaiuti da Prato risulta anche da alcuni documenti di fine Duecento, in qualità di ricevitore di decime e di taglie, per conto del sovrano francese Filippo il Bello (1268-1314) e del papa Bonifacio VIII (1230–1303). Tale protagonista è dall’autore assimilato a Giuda, in veste bonaria però, e fa da pendant negativo alla figura ideale di Griselda, che concluderà il Decamerone.

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Oltre a ser Ciappelletto si parla anche, seppur solo per introdurre la novella, di un certo Musciatto di messer Guido Franzesi, che accumulò grandi ricchezze, trafficando in Francia e divenendo uno dei più ascoltati consiglieri del suddetto re Filippo, inducendo quest’ultimo a falsificare la moneta e a vessare i mercanti italiani. Risulta anche che fu podestà e poi capitano del popolo a Prato e capitano della taglia (dirigente degli esattori fiscali) in Toscana nel 1301. Era già morto nel 1310 e fu realmente in stretti rapporti d’affari con Cepparello, che nel 1304 era ancora vivente.

 

Dunque, se la ricostruzione dei fatti è realistica, il Musciatto, nel 1301, doveva venire in Toscana al seguito di Carlo di Valois (1270-1325), detto “Senzaterra”, fratello del re di Francia, su richiesta di papa Bonifacio; e siccome doveva riscuotere delle imposte (le “taglie” appunto) in Borgogna, e sapeva che i borgognoni erano litigiosi, sleali e falsi, aveva pensato di servirsi di ser Cepparello, ch’era un diminutivo di Ciapo, a sua volta deformazione di Jacopo, benché il Boccaccio lo faccia provenire da “ceppo” (e non era “notaio” come l’autore sostiene).

I “cani lombardi” di cui si parla nella novella erano gli italiani del centro-nord della penisola (Toscana inclusa), chiamati così dai francesi proprio a motivo della loro attività usuraria, privata o pubblica (attraverso le banche). Si tratta di una borghesia assolutamente senza scrupoli, che però non è ancora giunta al potere politico, come al tempo del Machiavelli.

Questi strozzini, che in Toscana, soprattutto nell’area fiorentina, pullulavano enormemente, essendo quella una delle zone più ricche d’Europa, avevano fatto grandi fortune anche in Francia e, proprio per questo, erano periodicamente soggetti a feroci pogrom (1277, 1299, 1308, 1311, 1312, 1329 ecc.). Lo dimostra il fatto che nella novella i due usurai fiorentini residenti in Francia sono più preoccupati del danno d’immagine che i loro affari possono subire che non della malattia del “collega”, e temono che se Ciappelletto muore in casa loro, la gente ne approfitterà per inventarsi chissà cosa allo scopo di farli fuori o per privarli dei loro archivi, contenenti l’elenco dei debitori. Non dimentichiamo che a quel tempo i corpi degli usurai morti venivano gettati, insieme a quelli dei suicidi, degli eretici e degli scomunicati, nei fossati che cingevano le mura urbane.

Lo stesso Ciappelletto, ben sapendo queste cose, piuttosto che mettere in difficoltà il dominio dei banchieri e usurai italiani in Borgogna, preferisce perdere la propria anima per l’eternità, facendo una confessione sacrilega in punto di morte. E’ questo e solo questo il motivo dell’ammirazione che gli tributano i colleghi in usura: la sua empietà, paragonata da alcuni critici alla blasfemia di Capaneo, appare inaudita.

* *

La premessa della novella è in netto contrasto col suo contenuto, in quanto da un lato si mette in luce, con ironia, la vita di un truffatore, dall’altro invece (in stile medievale) si fa una sorta di professione di fede. Teoricamente Dio è considerato “creatore di tutto”, il cui nome va “lodato”, in quanto vero “significato della vita”: senza di lui sarebbe impossibile affrontarne le avversità (questa sembra essere la parte “catechistica” del racconto). Di fatto però nel racconto la fede viene usata in maniera tutt’altro che religiosa.

Altri esempi rendono evidente tale dicotomia. Da un lato si fa mostra di credere nell’intercessione dei santi, nella superiorità della grazia divina rispetto alla volontà umana di compiere il bene, nel valore della preghiera, e addirittura si afferma che se si ama Dio in buona fede, con intenzioni pure, non si perde la grazia neppure quando si viene ingannati dalle vicende terrene (“ingannati da una falsa opinione, consideriamo santo qualcuno che è dannato”). L’autore quindi sostiene che la verità non è appannaggio della fede, poiché in buona fede ci si può enormemente sbagliare.

Dall’altro però (ed è la conclusione del racconto) il narratore afferma di non poter negare del tutto che ser Ciappelletto sia beato alla presenza di Dio (per quanto, storicamente, il suo nome non appaia in alcun elenco di santi). Ciò in quanto non è escludere che, in punto di morte, egli si sia pentito con tale contrizione che Dio può anche aver avuto misericordia di lui. La vera conclusione della sua vita non la sapremo mai con sicurezza.

Dunque in Boccaccio la religione ha perduto ogni certezza, non è più un metro di misura, un criterio di giudizio. Solo in apparenza si deve credere che l’anima di ser Ciappelletto sia all’inferno. Boccaccio lascia addirittura intendere (anticipando temi psicologi dei secoli a venire in materia di autosuggestione e di effetti placebo) che se anche essa fosse all’inferno, chi le si rivolgesse in buona fede per ricevere una grazia, potrebbe anche ottenerla.

Duecento anni prima di Lutero e di Calvino, la religiosità viene trattata dal Boccaccio in maniera del tutto “protestante”. Non s’intravvede alcuna incompatibilità tra fede e affari, e non tanto perché – si badi bene – Boccaccio approvi la condotta riprovevole di Cepparello (che è usuraio, ipocrita e blasfemo), quanto perché esalta la fede interiore, quella che, per essere o per sentirsi vera, non ha bisogno di prove esteriori, di conferme da parte di qualche personalità o autorità religiosa, di tradizioni consolidate. Boccaccio è un protestante ante-litteram poiché pone letterariamente le basi di un modo individualistico di vivere la fede, che è tipico della borghesia cattolica (quella volta anzitutto italiana).

In particolare Boccaccio ha voluto far vedere che i religiosi (nella fattispecie alcuni frati) possono essere facilmente ingannati se si finge di avere la fede, cioè se si è capaci di sdoppiarsi in credente e borghese.

Ha voluto far vedere che quando il potere politico è in mano alla chiesa (clericalismo) e si vuole svolgere, da privati, un’attività affaristica (che per sua natura è impopolare agli occhi del mondo rurale e delle persone onestamente religiose), non resta che fingere e mentire (dissimulare), nella convinzione che detto potere, già profondamente corrotto, non sarà in grado di scorgere l’inganno o, in ogni caso, non avrà i titoli per smascherarlo e per impedire che si sviluppi la suddetta attività. La stessa base popolare, abituata a obbedire passivamente alle autorità religiose, resta incredibilmente ingenua di fronte alla borghesia, non sapendo distinguere il bene dal male.

Insomma l’ateismo borghese – molto evidente in questa novella – resta “borghese” sino in fondo, cioè non si pone mai come ateismo etico o democratico: è soltanto una forma di cinismo e di volgare materialismo.

Sotto questo aspetto si può considerare giusta la considerazione finale, secondo cui è possibile compiere opere di bene anche servendosi di azioni negative o di persone immorali o di beni la cui provenienza è vergognosa, ma questo non può essere assunto come criterio generale del comportamento umano. Dovrebbe essere considerata un’eccezione, non la regola, e un’eccezione valida solo quando effettivamente il bene dimostra nel concreto d’essere superiore al male.

La regola generale in realtà (quella che la borghesia non vorrebbe mai ammettere) è un’altra, e cioè che un comportamento sbagliato ripetuto ad oltranza, ad un certo punto, dopo essersi ingigantito a dismisura, non appare più come tale. E ci vogliono gravi catastrofi procurate da quel comportamento prima che riesca a emergere un’alternativa.

 

 Novella di Gostanza e Martuccio Gomito

 

 

Gostanza ama Martuccio Gomito,
la quale, udendo che morto era,
per disperata sola si mette in una
barca, la quale dal vento fu trasportata
a Susa; ritruoval vivo in Tunisi, palesaglisi, ed egli grande essendo
col re per consigli dati, sposatala,
ricco con lei in Lipari se ne torna.



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Emilia
Gostanza, Martuccio Gomito, re Mariabdela, Carapresa, la gentildonna di Susa
Lipari, Tunisi, Susa
Amore ed Eros, Le rotte dei corsari

Martuccio diventa corsaro ed è catturato

 

Emilia prende la parola e osserva che l’amore è fra quelle cose che riservano maggiori premi ai propri desideri, dunque avrà piacere nel raccontare una novella sul tema della Giornata (gli amori felici) più di quanto non ne abbia avuto nella Giornata precedente (sugli amori infelici).

A Lipari, vicino alla Siclia, vive una bellissima fanciulla di nome Gostanza, che appartiene a una nobile famiglia ed è amata da un giovane isolano chiamato Martuccio Gomito: lei ricambia i suoi sentimenti, tuttavia, quando il giovane la chiede in sposa alla sua famiglia, riceve un rifiuto in ragione della sua povertà. Sdegnato per questo fatto, Martuccio lascia Lipari deciso a non tornare se non quando sarà diventato ricco, quindi si dà alla pirateria saccheggiando insieme ad

alcuni compagni le coste del Nordafrica, ottenendo il favore della fortuna e accumulando un cospicuo bottino. Martuccio e i compagni si lasciano tuttavia trasportare dalla sete di ricchezze, così rischiano troppo e un giorno vengono catturati dall’equipaggio di alcune navi saracene: gran parte dei suoi corsari vengono uccisi e la sua nave è affondata, mentre lui è portato a Tunisi e gettato in prigione.


Gostanza tenta il suicidio e viene salvata

La notizia del naufragio della nave di Martuccio e della morte dei compagni giunge ben presto a Lipari, dove Gostanza, già sconfortata per la partenza dell’amato, si dispera credendo che il giovane sia morto e decide di porre fine alla propria esistenza. Una notte lascia la casa del padre e si reca al porto, dove ruba un battello di pescatori fornito di remi e di albero e con esso si spinge al largo (tutte le donne dell’isola sanno andare per mare): giunta lontana dalla costa, dispiega le vele e getta in acqua remi e timone, lasciandosi trasportare dalla corrente in modo che che la barca sia rovesciata o si infranga contro gli scogli; la giovane si avvolge il capo in un mantello e si sdraia sul fondo dell’imbarcazione, attendendo la morte.
Le cose vanno però in modo assai diverso, poiché spira un vento di tramontana non impetuoso e il mare è calmo, così il giorno dopo il battello approda senza danni su una spiaggia a cento miglia da Tunisi, nei pressi della città di Susa in Nordafrica. Gostanza non si accorge di nulla, mentre sulla spiaggia si trova una povera fanciulla intenta a curare le reti dei pescatori, la quale si avvicina alla barca e non tarda a scoprire che all’interno c’è solo la donna cristiana: la sveglia e, parlando nella sua lingua, le chiede come sia arrivata fin lì. Gostanza all’inizio crede di essere tornata a Lipari, ma poi capisce che è in una terra sconosciuta e l’altra le spiega che si trova vicino a Susa. Non sapendo che fare e temendo di essersi esposta al disonore, Gostanza si mette a piangere disperata.

Gostanza viene portata a Susa

La giovane ha pietà di Gostanza e la conduce nella sua povera capanna, dove la naufraga le spiega in che modo sia giunta sulla costa ma non rivela la sua identità né il luogo di provenienza: l’altra le dà qualcosa da mangiare e poi le dice di chiamarsi Carapresa, originaria di Trapani e lì in Africa al servizio di certi pescatori cristiani. Gostanza interpreta tutto ciò come un buon augurio e prega Carapresa di aiutarla: questa acconsente e, dopo aver finito il suo lavoro con le reti, la conduce a Susa dove la presenta a una anziana donna saracena, per la quale lei svolge vari lavori. La donna accoglie benevolmente Gostanza e la ospita in casa sua, dove vivono altre donne e nessun uomo, e dove la giovane cristiana si dedica a lavori di tessitura, diventando in breve tempo molto abile e imparando al contempo la lingua saracena. A Lipari, nel frattempo, nessuno ha più notizie di Gostanza e la ragazza è da tutti ritenuta morta.


 Martuccio dà consigli militari al re di Tunisi

 

Arcieri medievali

Intanto un principe di Granata, accampando diritti sul regno di Tunisi, allestisce una spedizione militare e muove guerra al re della città nordafricana, un sultano di nome Mariabdela: Martuccio apprende la notizia in prigione e poiché conosce bene la lingua dei saraceni, sentendo dire che il re tunisino sta approntando delle notevoli difese militari, chiede di poter parlare al sovrano per consigliarlo sulla condotta nella guerra. Il re gli concede udienza e il giovane gli spiega che, a quanto ha osservato in quelle terre, le battaglie si svolgono soprattutto fra arcieri e se fosse possibile far mancare ai nemici le frecce da scagliare la vittoria sarebbe assicurata. Il re chiede come ciò sia possibile e Martuccio spiega che i suoi arcieri dovranno usare archi con corde molto sottili e frecce con cocche adatte unicamente a quelle corde: quando i nemici raccoglieranno le frecce scagliate non potranno utilizzarle coi loro archi dalle corde troppo spesse, mentre gli arcieri del re potranno usare quelle degli avversari che si adatteranno alle corde sottili e così la battaglia sarà vinta.

Il sovrano accoglie il consiglio e lo mette in pratica, sembrandogli molto assennato, e così facendo ottiene una facile vittoria sul nemico e mette fine alla guerra. Martuccio, come ricompensa per l’utile suggerimento, viene liberato e fatto ricco dal re.

 


Martuccio sposa Gostanza

La fama di queste vicende corre veloce in Nordafrica e giunge presto alle orecchie di Gostanza, la quale credeva che Martuccio fosse morto e ora sente ravvivarsi il suo amore per lui: la giovane racconta tutta la sua storia alla donna saracena che la ospita ed esprime il desiderio di recarsi a Tunisi per incontrare il suo amato. La donna acconsente e la accompagna in quella città insieme a Carapresa, la quale si informa delle condizioni di Martuccio e riferisce tutto alla padrona; questa si reca poi dal giovane e gli fa credere che un suo servo giunto da Lipari sia presso di lei e desideri vederlo, così Martuccio la segue e incontra Gostanza, con sua enorme sorpresa e grandissima gioia della fanciulla. Dopo pianti e abbracci i due si raccontano le passate vicissitudini e in seguito Martuccio informa il re di Tunisi di tutta la storia, chiedendogli il permesso di partire con la ragazza per sposarla secondo il rito cristiano: il sovrano non solo acconsente, ma, dopo aver ascoltato dalla voce di Gostanza tutta la vicenda, concede loro ricchi e nobili doni e dichiara che la fanciulla ha trovato uno sposo degno di lei. Martuccio ringrazia la donna saracena per quanto ha fatto e le dà una parte dei doni, per poi partire insieme a Gostanza e a Carapresa alla volta di Lipari: una volta arrivati qui, i due sono accolti con gradissime feste da parte della popolazione e possono finalmente sposarsi, avendo poi una lunga e prospera esistenza.

 

 

“Andreuccio da Perugia” dal “Decameron” del Boccaccio.

 

RIASSUNTO

Andreuccio da Perugia, giovane e rozzo provinciale, si reca a Napoli per acquistare dei cavalli con 500 fiorini d’oro.

Non era stato mai fuori dal suo paese ed al mercato di Napoli, pur avendo visto molti cavalli che potevano interessarlo, non ne aveva acquistato nessuno. Nella sua buona fede, per dimostrare che era intenzionato ad acquistare, aveva mostrato la borsa con i 500 fiorini ed una giovane prostituta siciliana, bellissima, cerca di sottrarglieli fingendo di essere sua sorella (dopo che una vecchia donna, che era con lei, era andata ad abbracciare Andreuccio perché lo aveva riconosciuto essendo stata amante del padre in Sicilia).

Manda, così, una sua servetta a chiamare il giovane.

La donna dimorava in una contrada malfamata: “Malpertugio”. Appena vede Andreuccio gli corse incontro e lo bagna di lagrime. Il giovane osserva gli oggetti preziosi che arredavano l’abitazione della prostituta e crede di aver a che fare con una ricca ed onesta donna.

La giovane dice di essere sorella di Andreuccio in quanto sua madre (secondo la storia che inventa) era stata, a Palermo, amante di Pietro, il padre del giovane.

La storia raccontata è verosimile anche per il fatto che la donna chiede ad Andreuccio notizie dei suoi parenti (le informazioni le aveva avute dalla vecchia amica). I due cenano assieme poi, siccome di notte le strade di Napoli non sono sicure, lo invita a pernottare nella sua casa, in una camera assieme ad un fanciullo.

A causa del caldo, Andreuccio si spoglia, pone i suoi vestiti sul letto e chiede dove poter andare “a diporre il superfluo peso del ventre”. Una tavola schiodata lo fa cadere nella “bruttura”, in un vicoletto fra due case. Non si fa male ma si sporca e non può più rientrare nell’appartamento della donna che fra i panni posti sul letto aveva trovato i suoi denari.

 

Invano chiama, piange e inizia a dire: “Oimé lasso, in come piccol tempo ho perduti cinquecento fiorini e una sorella!”. Il fracasso richiama l’attenzione dei vicini e la donna affacciandosi alla finestra gli dice “Buon uomo, se tu hai troppo bevuto, va dormi … e lasciaci dormire”. Il ruffiano della donna, poi, invita Andreuccio ad andare via per evitare problemi (e bastonate) e il giovane obbedisce scambiandolo per un pezzo grosso (un baccelliere).

 

La puzza che avvolge Andreuccio è nauseabonda, così egli va verso il mare per lavarsi. Si rifugia in una casolare e due ladri lo scoprono. Gli domandano come si è ridotto in quello stato e gli dicono che l’esser caduto gli ha salvato la vita: sicuramente sarebbe stato ucciso appena avesse preso sonno.

Espongono al giovane un piano criminale: andare a spogliare il cadavere di un arcivescovo, seppellito quel dì con molti ornamenti preziosi. Andreuccio, non avendo più nulla, acconsente a partecipare alla rapina.

Andando verso la chiesa maggiore i tre giungono ad un pozzo e, siccome mancava il secchio, legano Andreuccio alla corda e lo calano giù affinché si lavi (puzzava troppo!). L’arrivo di alcuni gendarmi, che erano assetati, mette in fuga i due ladri. Credendo che alla corda fosse legato il secchio, dopo aver deposto le armi, la tirano e, vedendo Andreuccio vengono colti da una terribile paura.

Fuggono di gran lena. Il giovane, dopo aver rischiato di cadere nuovamente nel pozzo (si aggrappa alla sponda) e quindi di morire, si incammina per la strada incontrando i due ladri che erano tornati per tirarlo fuori dal pozzo.

Vanno, così alla chiesa maggiore, scoperchiano la tomba alzando il pesantissimo coperchio di marmo e lo puntellano. Costringono, poi, Andreuccio ad entrare nella sepoltura. Il giovane capisce subito che i due ladri, dopo aver avuto gli oggetti preziosi del vescovo, lo avrebbero lasciato solo e senza niente quindi pensò di tenersi la sua parte del bottino: l’anello.

I due ladri, improvvisamente, tirano via il puntello e lasciano il giovane chiuso nella tomba. Piange, si dispera Andreuccio, poi, sentendo il rumore di persone che entrano in chiesa, capendo che anch’essi sono dei ladri, rimane paralizzato dalla paura. I nuovi ladri aprono l’arca, puntellano il coperchio e fanno entrare nella tomba un prete. Il giovane gli afferra le gambe. Tutti fuggono come se fossero inseguiti da centomila diavoli e lasciano aperta la tomba. Andreuccio è salvo e torna a Perugia col prezioso anello pastorale.

 

PERSONAGGI

  • ANDREUCCIO: provinciale impacciato e ingenuo, non riesce a vedere il male che c’è negli altri. Mostrando i suoi denari, crede di essere fra persone oneste e non si cura delle conseguenze. Verrà messo duramente alla prova e le esperienze che farà in una notte lo condurranno ad essere più adulto. Siamo dinanzi quasi ad un rito di iniziazione, alla crescita psicologica di un giovane che affronta per la prima volta le problematiche della vita.
  • LA GIOVANE PROSTITUTA: si tratta di una donna del popolo, abituata a vivere di espedienti, che non ha paura di raggirare un giovane inesperto. Non ha coscienza, non ha moralità, è un personaggio completamente negativo ma che denuncia la povertà del popolo, la sua precaria condizione che pone molti ai limiti della legalità. Se ci si pensa bene, non molto è cambiato nei bassifondi napoletani dall’epoca di Andreuccio!
  • I DUE LADRI: sono pienamente specchio della loro categoria. Non si fermano neanche dinanzi all’omicidio, non sono altro che sciacalli.
  • I DUE GENDARMI: io li immagino quasi come gli “Stanlio ed Ollio” della situazione; nel complesso sono personaggi positivi anche se piuttosto sprovveduti.
  • IL SECONDO GRUPPO DI LADRI UNITI AL PRETE CHE SI CALA NELLA TOMBA: sono personaggi meschini e sciocchi, capaci di suscitare il sorriso del lettore per la loro stupidità. Il prete, giovane e scaltro, si scontra con la sua convinzione che “li morti non mangian gli uomini”, con la sua condotta permette all’autore di scagliarsi contro il clero accusato di meschinità e di cupidigia.

 

DIMENSIONE SPAZIO-TEMPO

Tutta la narrazione, in sostanza, si svolge a Napoli in tre luoghi distinti:

 

  • il mercato
  • il quartiere “Malpertugio”
  • la chiesa maggiore

e nell’arco temporale di un giorno ed una notte. Il ritmo degli avvenimenti è molto serrato e sembra quasi di essere dinanzi ad un giallo tendente all’horror ed al comico.

 

 GIUDIZIO

La capacità del brano di tenere incollato il lettore sulle sue pagine è notevole in quanto, come già ho detto, il ritmo dei vari avvenimenti è tale da interessare il lettore e da non generare noia. Lo stile appare facilmente decodificabile anche se ovviamente alcune parole sono arcaiche. Il coinvolgimento emotivo di Andreuccio, a mio avviso non convince molto. Non riesco ad immaginare (è una mia opinione personale) un giovane che derubato dei suoi soldi, non chiami la forza pubblica e si limiti a mettersi a piangere e ad andare via. Certamente diversa è la situazione del giovane quando viene rinchiuso nella tomba, appare più plausibile e finalmente logico il suo comportamento. Penso che la rappresentazione della Napoli popolare sia realmente di grande letterarietà e l’autore tende a dare una descrizione dello stato d’animo dei personaggi tentando di far capire al lettore cosa pensano e perché agiscono nel modo narrato. La figura di Andreuccio, ritengo sia quella più simpatica ed umana. Penso che l’autore l’abbia voluta evidenziare nel testo perché il personaggio si presta a molteplici analisi anche psicologiche, ad esempio in lui vedo un po’ i giovani di oggi, apparentemente sicuri e pronti ad affrontare le difficoltà della vita adulta ma in realtà fragili e sprovveduti. Sarà la vita stessa, con la sua scuola sul campo a farli crescere realmente anche se l’esempio di Andreuccio non è da imitare.

Nella quarta giornata del Decameron si narrano le vicende “di coloro li cui amori ebbero infelice fine”. Si tratta quindi di storie d’amore destinate a concludersi tragicamente: un tema ricorrente nella letteratura di tutti i tempi (basta pensare per questo al canto di Paolo e Francesca nella Divina Commedia, al Romeo e Giulietta di Shakespeare o al Cyrano de Bergerac di Rostand). In Boccaccio questa tematica si intreccia spesso con un problema di ordine sociale: il legame tra i due amanti è reso impossibile dalla distanza sociale. È quanto accade nella prima novella della giornata, in cui il principe di Salerno, Tancredi, fa uccidere l’amante della figlia Ghismonda perché, pur essendo “per vertù e per costumi nobile”, è solo un servo e appartiene quindi a una classe sociale più bassa. Qualcosa di molto simile si ritrova nella novella di Lisabetta da Messina, la quinta della giornata, narrata da Filomena.

 

 Giornata IV, novella quinta

 

Lisabetta da Messina

I fratelli d’Ellisabetta uccidon l’amante di lei: egli l’apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterato; ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico, e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, e ella se ne muore di dolor poco appresso.

 

[…] Erano adunque in Messina tre giovani fratelli e mercatanti, e assai ricchi uomini rimasi dopo la morte del padre loro, il quale fu da San Gimignano; e avevano una loro sorella chiamata Elisabetta, giovane assai bella e costumata, la quale, che, che se ne fosse cagione, ancora maritata non aveano. E avevano oltre a ciò questi tre fratelli in un lor fondaco  un giovinetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i lor fatti guidava e faceva; il quale, essendo assai bello della persona e leggiadro molto, avendolo più volte Lisabetta guatato, avvenne che egli le incominciò stranamente a piacere. Di che Lorenzo accortosi e una volta e altra, similmente, lasciati suoi altri innamoramenti di fuori, incominciò a porre l’animo a lei; e sì andò la bisogna  che, piacendo l’uno all’altro igualmente, non passò gran tempo che, assicuratisi, fecero di quello che più disiderava ciascuno.

E in questo continuando e avendo insieme assai di buon tempo e di piacere, non seppero sì segretamente fare, che una notte, andando Lisabetta là dove Lorenzo

dormiva, che il maggior de’ fratelli, senza accorgersene ella, non se ne accorgesse . Il quale, per ciò che savio giovane era, quantunque molto noioso gli fosse a ciò sapere, pur mosso da più onesto consiglio, senza far motto o dir cosa alcuna, varie cose fra sé rivolgendo intorno a questo fatto, infino alla mattina seguente trapassò. Poi, venuto il giorno, a’ suoi fratelli ciò che veduto aveva la passata notte d’Elisabetta e di Lorenzo raccontò; e con loro insieme, dopo lungo consiglio, diliberò di questa cosa, acciò che né a loro né alla sirocchia  alcuna infamia ne seguisse, di passarsene tacitamente  e d’infignersi  del tutto d’averne alcuna cosa veduta o saputa infino a tanto che tempo venisse nel quale essi, senza danno o sconcio di loro, questa vergogna, avanti che più andasse innanzi, si potessero torre dal viso.

Non seppero comportarsi con la dovuta segretezza, tanto che una notte, quando Lisabetta andò nella camera di Lorenzo, il maggiore dei fratelli se ne accorse, senza che lei se ne rendesse conto.

Dato che era un ragazzo saggio (“savio”), anche se (“quantunque”) quanto era venuto a sapere gli procurava grande dolore, spinto tuttavia dalla prudenza (“onesto consiglio”) arrivò fino alla mattina seguente senza parlare o dire nulla, continuando a ripensare (“varie cose fra sé rivolgendo”) all’accaduto.

E in tal disposizion dimorando , così cianciando e ridendo con Lorenzo come usati erano, avvenne che, sembianti faccendo d’andare fuori della città a diletto tutti e tre , seco menaron Lorenzo; e pervenuti in un luogo molto solitario e rimoto, veggendosi il destro , Lorenzo, che di ciò niuna guardia prendeva, uccisono e sotterrarono in guisa che niuna persona se n’accorse . E in Messina tornatisi dieder voce d’averlo per loro bisogne mandato in alcun luogo ; il che

leggermente  creduto fu, per ciò che spesse volte eran di mandarlo da torno usati.

Non tornando Lorenzo, e Lisabetta molto spesso e sollecitamente i fratei domandandone, sì come colei a cui la dimora lunga  gravava, avvenne un giorno che, domandandone ella molto instantemente , che l’uno de’ fratelli disse: “Che vuol dir questo? che hai tu a far di Lorenzo , che tu ne domandi così spesso? Se tu ne domanderai più, noi ti faremo quella risposta che ti si conviene .” Per che la giovane dolente e trista, temendo e non sappiendo che, senza più domandarne si stava e assai volte la notte pietosamente il chiamava e pregava che ne venisse; e alcuna volta con molte lagrime della sua lunga dimora si doleva e senza punto  rallegrarsi sempre aspettando si stava.

 

Avvenne una notte che, avendo costei molto pianto Lorenzo che non tornava e essendosi alla fine piagnendo adormentata, Lorenzo l’apparve nel sonno, pallido e tutto rabbuffato  e co’ panni tutti stracciati e fracidi: e parvele che egli dicesse: “O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t’atristi e me con le tue lagrime fieramente accusi; e per ciò sappi che io non posso più ritornarci, per ciò che l’ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi fratelli m’uccisono .” E disegnatole  il luogo dove sotterato l’aveano, le disse che più nol chiamasse né l’aspettasse, e disparve.

La giovane, destatasi e dando fede alla visione, amaramente pianse. Poi la mattina levata, non avendo ardire di dire alcuna cosa a’ fratelli, propose di volere andare al mostrato luogo e di vedere se ciò fosse vero che nel sonno l’era paruto . E avuta la licenzia d’andare alquanto fuor della terra a diporto , in compagnia d’una che altra volta con loro era stata e tutti i suoi fatti sapeva, quanto più tosto poté  là se n’andò; e tolte via foglie secche che nel luogo erano, dove men dura le parve la terra quivi cavò; né ebbe guari cavato , che ella trovò il corpo del suo misero amante in niuna cosa ancora guasto né corrotto: per che manifestamente conobbe essere stata vera la sua visione. Di che più che altra femina dolorosa, conoscendo che quivi non era da piagnere, se avesse potuto volentier tutto il corpo n’avrebbe portato  per dargli più convenevole sepoltura; ma veggendo che ciò esser non poteva, con un coltello il meglio che poté gli spiccò dallo ’mbusto la testa , e quella in uno asciugatoio inviluppata, e la terra sopra l’altro corpo gittata, messala in grembo alla fante, senza essere stata da alcun veduta, quindi si dipartì e tornossene a casa sua.

Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con le sue lagrime la lavò, mille basci  dandole in ogni parte. Poi prese un grande e un bel testo, di questi ne’ quali si pianta la persa  o il basilico, e dentro la vi mise fasciata in un bel drappo; e poi messavi su la terra, su vi piantò parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano, e quegli da niuna altra acqua che o rosata o di fior d’aranci o delle sue lagrime non innaffiava giammai.

E per usanza aveva preso di sedersi sempre a questo testo vicina e quello con tutto il suo disidero vagheggiare , sì come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso: e poi che molto vagheggiato l’avea, sopr’esso andatasene cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il basilico bagnava, piagnea .

Il basilico, sì per lo lungo e continuo studio, sì per la grassezza della terra procedente dalla testa corrotta che dentro v’era, divenne bellissimo e odorifero molto; e servando la giovane questa maniera del continuo , più volte da’ suoi vicin fu veduta. Li quali, maravigliandosi i fratelli della sua guasta bellezza  e di ciò che gli occhi le parevano della testa fuggiti, il disser loro: “Noi ci siamo accorti che ella ogni dì tiene la cotal maniera .” Il che udendo i fratelli e accorgendosene, avendonela alcuna volta ripresa e non giovando, nascosamente da lei fecero portar via questo testo; il quale non ritrovando ella con grandissima instanzia molte volte richiese, e non essendole renduto, non cessando il pianto e le lagrime, infermò , né altro che il testo suo nella infermità domandava . I giovani si maravigliavan forte di questo adimandare, e per ciò vollero vedere che dentro vi fosse; e versata la terra, videro il drappo e in quello la testa non ancora sì consumata, che essi alla capellatura crespa non conoscessero lei essere quella di Lorenzo . Di che essi si maravigliaron forte e temettero non questa cosa si risapesse : e sotterrata quella, senza altro dire, cautamente di Messina uscitisi e ordinato come di quindi si ritraessono, se n’andarono a Napoli.

La giovane non restando di piagnere e pure il suo testo adimandando, piagnendo si morì, e così il suo disaventurato  amore ebbe termine. […]

Category : Cultura &Letteratitudini

Incontro di Letteratitudini del 24 Aprile 2012. Ugo Foscolo “…e senza rimembranze, in che freddo e taciturno deserto s’affanerebbero tutte le mie potenze vitali!…”

aprile 26th, 2012 // 10:48 am @

da sx Tilde Maisto (Ospitante) – Felicetta Montella (Relatrice)

Olga, Tilde e Felicetta

 

di Matilde Maisto

E’ da tutti risaputo che la poetica del Foscolo è veramente bellissima e molto vasta; nell’incontro del 24 u.s., il gruppo di lettura “Letteratitudini”, tramite la relatrice di turno, signora Felicetta Montella, si è limitato a parlare delle opere, diciamo, più conosciute e si è approcciato ad una conoscenza, direi parziale, di questo illustre poeta.
Una discussione molto intensa e pareri diversi sono stati esternati dai componenti del nostro gruppo: secondo alcuni il Foscolo è sostanzialmente un ateo: per lui non esiste l’aldilà e l’unica immortalità che possiamo aspettarci è quella nel ricordo delle persone che ci hanno amato in vita e nelle cose buone e belle che abbiamo fatto durante la vita (vedi “I Sepolcri”). Invece, volendo fare un paragone con il Manzoni che è profondamente religioso, notiamo che attraverso le sofferenze e il dolore  si viene temprati e se si acquista abbastanza fede e ci si abbandona alla volontà divina, alla fine, dal male e dalle disgrazie, nascerà il bene. Questa è la cosiddetta teoria della Provvidenza manzoniana (vedi per es. i personaggi di Lucia o di frate Cristoforo nei Promessi Sposi).
Ma ritornando al Foscolo ed al nostro incontro di “Lettaratitudini”, secondo il parere della relatrice, poiché il Foscolo afferma: “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani” sembrerebbe che in lui ci sia un barlume di religiosità, benché egli sia dichiaratamente ateo.
A questa interpretazione ha fatto seguito il commento di un’altra partecipante che ha affermato che secondo la sua interpretazione il Foscolo non solo è e rimane ateo, ma egli ha inteso mettersi al riparo delle sofferenze della vita, creandosi “le illusioni”.

Tuttavia il Foscolo rimane un grande personaggio della letteratura italiana e con le sue stesse parole, ricordiamo che: “la noia proviene o da debolissima coscienza dell’esistenza nostra, per cui non ci sentiamo capaci di agire o da coscienza eccessiva, per cui vediamo di non poter agire quanto vorremmo. – una parte di uomini opera senza pensare, una parte pensa senza operare, pochi operano dopo aver pensato –
Inoltre egli afferma che è purtroppo destino ineluttabile che il tempo distrugga ogni cosa nel suo fluire perenne.
Il suo atteggiamento nei confronti della Patria sembrerebbe passivo poiché egli dice: – sono solo contro tutti, mi è difficile difendere la  patria, per tanto a male in cuore decido di accettare l’esilio –
Ma è evidente che il suo cuore arde d’amor patrio, come da “Ultime lettere di Jacopo Ortis”: – taci, taci: – vi sono de’ giorni ch’io non posso fidarmi di me: un demone mi arde, mi agita, mi divora. Forse io mi reputo molto; ma è mi pare impossibile che la nostra patria sia così conculcata mentre ci resta ancora una vita….Oh! se il tiranno fosse uno solo, e i servi fossero meno stupidi, la mia mano basterebbe: Ma chi mi biasima ori di viltà, m’accuserebbe allor di delitto….. –
L’amore per Foscolo era il motore della sua vita e della sua poesia, ma anche il segno tangibile della sua inquietudine. Un esempio, sempre da “Ultime lettere di Jacopo Ortis”. – era neglettamente vestita di bianco; il tesoro delle sue chiome biondissime diffuse su le spalle e sul petto, i suoi divini occhi nuotanti nel piacere, il suo viso sparso di un soave languore, il suo braccio di rose, il suo piede, le sue dita arpeggianti mollemente, tutto, tutto era armonia: ed io sentivo una nuova delizia nel contemplarla…  Armoniosi accenti dal tuo labbro volavano, e dagli occhi ridenti tralucevano di Venere i disdegni e le paci la speme, il pianto e i baci. –

Un incontro travolgente per l’armonia, la socialità e la convivialità dei partecipanti che a distanza di circa tre anni, si sono bene amalgamati tra di loro e che sono sempre lietissimi di allargare il gruppo lasciando  ed auspicando l’ingresso di nuovi e più giovani amanti della letteratura.

UGO FOSCOLO

«Cos’è l’uomo se tu lo abbandoni alla sola ragione fredda, calcolatrice? scellerato, e scellerato bassamente».
[Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis]

asce a Zante (l’antica Zacinto), una delle isole Ionie allora appartenente alla Repubblica Veneta, il 6 febbraio 1778 — dal medico Andrea Foscolo, di antica famiglia veneziana, e dalla greca Diamantina Spathis. Il suo nome di battesimo è Niccolò, ma dal 1795 preferisce farsi chiamare Ugo.

Compiuti i primi studi presso il seminario arcivescovile di Spalato, in Dalmazia, nel 1792, dopo la morte improvvisa del padre (1788), si trasferisce a causa delle difficoltà economiche, con la madre e i suoi tre fratelli, nella mondana salottiera e letteraria Venezia.
Abbandonati gli studi regolari, il giovane Ugo s’immerge nella lettura dei classici greci e latini e degli scrittori italiani e stranieri, mostrando tra l’altro un vivo interesse per i filosofi e gli ideologi del Settecento (in particolar modo per Rousseau). Inoltre, rifacendosi soprattutto alla tradizione arcadica, intraprende il proprio apprendistato poetico e nel 1796 pubblica il suo primo componimento, l’ode religiosa La Croce. E così, grazie al suo singolare selvatico e sdegnoso fascino, rapidamente riesce a farsi ammettere nei salotti dell’aristocrazia, tra cui quello assai esclusivo e raffinato della bellissima e brillante Isabella Teotochi Albrizzi, con cui — lui sedicenne, lei trentaquattrenne — ha un’ardente relazione amorosa. E proprio nel suo salotto conosce Ippolito Pindemonte, Saverio Bettinelli e Aurelio de’ Giorgi Bertola. All’Università di Padova poi si lega di amicizia con Melchiorre Cesarotti e con i suoi allievi di acceso spirito rivoluzionario Liugi Scevola, Gaetano Fornasini e Giovanni Labus. Il Piano di studi da lui redatto nel 1796 documenta la varietà dei suoi interessi.
Dopo la discesa dei francesi in Italia, sotto l’influenza delle idee giacobine s’impegna nell’attività politica, cosicché suscita ben presto i sospetti del governo veneto ed è costretto a rifugiarsi sui Colli Euganei. A seguito, tuttavia, del grande successo ottenuto dalla tragedia Tieste — costruita sui modelli alfieriani e piena di furore libertario — il governo oligarchico diviene ancora più sospettoso nei suoi confronti. Quindi, nell’aprile del ’97 fugge a Bologna dove si arruola nell’esercito napoleonico e pubblica l’ode A Bonaparte liberatore.
A maggio, dopo l’arrivo dei francesi e l’instaurazione del regime democratico, fa ritorno a Venezia e vi svolge un’intensa attività politica fino all’amara delusione del trattato di Campoformio (1797). Venduta la sua patria all’Austria, lascia per sempre Venezia e la madre. Quindi, parte in volontario esilio, per la capitale della Repubblica Cisalpina, Milano, dove si lega ai più attivi gruppi giacobini italiani, conosce il vecchio Parini e diviene amico di Vincenzo Monti, con la cui moglie vive un’intensa e infelice relazione d’amore. Collabora, inoltre, con Melchiorre Gioa alla redazione del «Monitore italiano», pubblicando articoli in difesa di una visione patriottica della rivoluzione. E in difesa della tradizione linguistica italiana esprime, nel coraggioso sonetto Te nudrice alla Muse, ospite e Dea, tutto il suo dissenso contro la decisione del Consiglio Cisalpino di abolire l’insegnamento della lingua latina nelle scuole. Alla chiusura del giornale da parte dei francesi, nell’estate del ’98 torna a Bologna, dove collabora al «Genio democratico» e al «Monitore bolognese» e avvia la stampa delle Ultime lettere di Jacopo Ortis. Ma, al ritorno degli austriaci nel ’99, interrompe in tronco l’edizione (tuttavia il libraio Marsigli, a sua insaputa, dà alla luce il libro portato a termine da un certo Angelo Sassoli), per arruolarsi volontario nella Guardia Nazionale di Bologna. Insieme con i francesi, combatte valorosamente in Emilia e Romagna, ma rimane ferito sia a Cento sia poi, una seconda volta, a Genova assediata. Nel frattempo scrive l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e riesce a ristampare l’ode A Bonaparte, premettendovi una lettera dedicatoria in cui esorta Napoleone a vincere la tentazione della tirannide.
Dopo la battaglia di Marengo, si stabilisce a Milano ed entra a far parte dello stato maggiore del generale Pino, assolvendo vari incarichi in Lombardia, in Emilia e in Toscana. E per l’appunto a Firenze nel 1801 si innamora di Isabella Roncioni, promessa ad un nobile e ricco marchese. Rientrato a Milano (1801-1803), intreccia una relazione amorosa con Antonietta Fagnani Arese, per la quale scrive l’ode All’amica risanata. Per i comizi di Lione del 1802, che confermano il ruolo subalterno toccato all’Italia nel sistema napoleonico, pubblica la spregiudicata Orazione a Bonaparte. Inoltre, mentre entrano definitivamente in crisi le sue idee giacobine, pubblica l’Ortis nella nuova redazione (1802), le Poesie, comprendenti, oltre alle due odi, dodici Sonetti, (tra i quali i celebri Alla sere, A Zacinto, In morte del fratello Giovanni) e il lavoro erudito-filologico su La chioma di Berenice (1803).
La sua naturale irrequietezza e le crescenti difficoltà economiche lo inducono nel 1804 a recarsi in Francia, per partecipare all’invasione dell’Inghilterra. Qui, sulle coste della Manica, si dedica alle traduzioni dal greco dell’Iliade e dall’inglese del Viaggio sentimentale di Sterne. Dalla relazione con la giovane inglese, Lady Mary Hamilton, nasce una figlia di nome Mary, ma che egli chiamerà sempre Floriana. Avendo poi Napoleone rinunciato all’impresa contro l’Inghilterra, dopo un breve soggiorno a Parigi (dove incontra il giovane Manzoni), nel marzo 1806 ritorna a Milano. E a seguito della liberazione del Veneto dal dominio austriaco, corre a Venezia a rivedere la madre, il Cesarotti e la sua prima protettrice, Isabella Teotochi Albrizzi. Proprio dai colloqui con Isabella e con il Pindemonte nasce l’idea del carme Dei Sepolcri, edito nel 1807, quasi ad un tempo con l’Esperimento di traduzione dell’Iliade di Omero. Continua intanto una vita piena di passioni e relazioni amorose con Marzia Martinengo, Maddalena Bignami e Francesca Giovio.
Ottenuta la cattedra di Eloquenza presso l’Università di Pavia, nel 1809 pronuncia, con grande successo, l’orazione inaugurale Dell’origine e dell’ufficio della letteratura. La cattedra tuttavia viene soppressa pochi mesi dopo. Foscolo ricade in nuove difficoltà economiche; si infittiscono le invidie, le maldicenze e gli attriti nell’ambiente letterario milanese, e alla fine viene meno anche l’amicizia con il Monti. La situazione precipita. Nella tragedia Ajace, rappresentata alla Scala nel dicembre del 1811, si scorgono allusioni ingiuriose a Napoleone. La rappresentazione viene proibita e Foscolo è invitato a lasciare Milano. Dopo una breve visita a Venezia e un soggiorno nel castello di Belgioso a Pavia, amareggiato e deluso, nel 1812 ripara a Firenze, dove rimane fino al luglio dell’anno seguente, vivendo, nella suggestiva solitudine della villa di Bellosguardo, uno dei momenti più tranquilli della sua vita. Frequenta il salotto della contessa d’Albany sul Lungarno, corteggia la bella Eleonora Nencini e intrattiene una dolce relazione amorosa con Quirina Mocenni, la «Donna gentile». Compone la tragedia Ricciarda, riprende e pubblica la traduzione del Viaggio sentimentale di Sterne, accompagnata dalla Notizia intorno a Didimo Chierico, e dà vita alle Grazie (alla cui redazione tornerà anche nel ’22).
Nell’ottobre del 1813, approssimandosi dopo la sconfitta di Lipsia il crollo del regime napoleonico — che egli considera il minore dei mali — rientra a Milano per riprendere il suo posto nell’esercito e difendere il Regno Italico. In un primo momento si mette a disposizione del viceré Eugenio Beauharnais. Poi invece, quando gli austriaci entrano a Milano — immaginando di poter contare su un’ampia libertà d’azione — è sul punto di accettare la proposta di preparare per loro un periodico (che di lì a poco si sarebbe realizzato con la Biblioteca italiana). Ma alla vigilia del giuramento di fedeltà all’Austria, tenendo fede ai suoi principi di «libero scrittore», il 30 marzo del 1815, fugge da Milano e prende la via dell’esilio.
Dapprima ripara in Svizzera, dove attende ad una nuova edizione dell’Ortis (1816), porta a termine la satira Ipercalisse e compone i discorsi Della servitù dell’Italia. Poi, dopo varie peregrinazioni, essendo perseguitato dalla polizia, si stabilisce alla fine del 1816 a Londra.
Qui inizialmente viene accolto con favore nei circoli letterari e culturali, ma presto, per il desiderio di vivere in un ambiente di raffinata eleganza, si avventura in imprese economiche rovinose; e a causa sia del suo orgoglioso, aggressivo e polemico carattere sia degli antichi risentimenti, finisce per alienarsi le simpatie e della compunta aristocrazia inglese e dei numerosi italiani in esilio a Londra (Berchet, Confalonieri, Scalvini, Santarosa). Alle difficoltà economiche, tuttavia, cerca di ovviare con un indefesso e ostinato e spesso ingrato lavoro, ovvero con conferenze, lezioni, articoli e saggi sui giornali e riviste. Al periodo 1818-1825 appartengono, infatti, oltre alla Lettera apologetica, gli scritti di critica e storia letteraria: il Discorso sul testo della Divina Commedia di Dante, i Saggi sul Petrarca, il Discorso storico sul testo del Decameron, il Saggio sulla letteratura contemporanea in Italia (Essay on the Present Literature of Italy), i Poemi narrativi e romanzeschi, le Epoche della lingua italiana, La letteratura periodica italiana e Della nuova scuola drammatica italiana. Inoltre, fin dal 1817, anno della redazione definitiva dell’Ortis, abbozza un progetto di Lettere scritte dall’Inghilterra, di cui però solo una parte viene stampata, postuma, con il titolo Gazzettino del bel mondo.
Dopo aver passato un breve periodo in prigione a causa dei debiti contratti, è costretto a vivere sotto falso nome per non farsi raggiungere dai creditori.
La vicinanza amorosa della figlia Floriana e l’affetto di alcuni pochi amici vengono a temperare la solitudine, i disagi, le tristezze e la malattia degli ultimi anni.
Niccolò Ugo Foscolo muore, per idropisia, il 10 settembre 1827 nel sobborgo londinese di Turnham Green e viene sepolto nel vicino cimitero di Chiswick.
Solamente, dopo l’unità d’Italia, nel 1871, le spoglie sono state collocate a Firenze, nella chiesa di Santa Croce, accanto ai grandi italiani che aveva celebrato nel carme Dei Sepolcri.

IL PENSIERO
Alla base del pensiero del Foscolo c’è la concezione materialistica e meccanicistica dell’universo, ereditata dalla cultura illuministica. Per Foscolo la dimensione spirituale e ultraterrena dell’uomo è un valore soggettivo e culturale e non una realtà oggettiva; solo la materia esiste realmente ed è eterna. Tuttavia le forme in cui la materia si manifesta sono soggette ad una “forza operosa” che le modifica e le distrugge, in un ciclo continuo di morte e rinascita. Questa legge violenta che alterna distruzione e costruzione regola tutto l’universo, dagli astri alle più piccole creature viventi. Ad essa non si sottraggono gli uomini: non solo le loro esistenze si annullano con la morte, ma anche le loro istituzioni civili e sociali e la loro storia. La violenza che governa la vita dell’universo regola anche il percorso della storia. La vita delle nazioni e dei popoli è un susseguirsi di sopraffazioni del potente sul debole e la politica è solo un esercizio della forza mascherato con alti valori ideali, tanto proclamati quanto disattesi.

LE ILLUSIONI
Alla brutale violenza della politica, Foscolo contrappone un sistema di valori che non solo nega quella violenza, ma che riesce a sottrarre l’uomo e le sue azioni a quel destino di morte e dimenticanza a cui egli sarebbe condannato. Nasce così il mito foscoliano delle illusioni. Le illusioni, quel mondo di immaginazione e di ricordi nel quale l’uomo si rifugia come in un santuario per sfuggire agli insulti della realtà, l’uomo sopporta la vita solo mercè le illusioni.

DEI SEPOLCRI
Il carme Dei Sepolcri fu composto dal Foscolo nel 1806 fra i mesi di luglio e settembre e pubblicato a Brescia ai primi d’aprile del 1807. All’origine vi fu certamente una discussione che il Poeta, durante la breve visita a Venezia del 16-17 giugno 1806, ebbe nel salotto veneziano della Contessa Isabella Teòtochi Albrizzi con l’amico Ippolito Pindemonte, al quale verrà poi dedicato, sul tema delle sepolture, che in quegli anni, sulla spinta delle legislazioni sia della Francia che dell’Austria, stava modificando costumi e modi di vivere, in una società che cominciava a marciare speditamente sulla via del progresso economico-industriale e civile, favorita anche dalla diffusione delle teorie illuministiche. Il Pindemonte nel suo poemetto intitolato Cimiteri aveva espresso la sua contrarietà alla nuova legislazione e alla nuova filosofia, temendo che queste potessero portare a trascurare il culto dei defunti e il Foscolo aveva risposto, invece, con argomentazioni che affermavano la giustezza di quanto stava avvenendo. Ma a una più attenta analisi Foscolo capì che le idee esposte non corrispondevano al suo modo di sentire e alla sua concezione della vita e dei destini dell’umanità. Il Carme può essere diviso in quattro parti e un’introduzione:

- 1) vv. – 1-22 – introduzione, in cui è dichiarata la materia generale, l’interesse dei vivi per le tombe: “Il sonno della morte non è certamente meno doloroso in un’urna confortata di pianto. Quando il sole non risplenderà più innanzi al poeta nessun compenso sarà per i giorni perduti una pietra che distingua le sue dalle infinite altre ossa. Persino l’ultima dea, la Speranza, abbandona i sepolcri; e tutto il tempo travolge  nella sua notte, non soltanto gli uomini e le loro tombe ma le reliquie stesse della terra e del cielo”.

- 2) vv. 23-90 – parte prima, le tombe sono la “Celeste corrispondenza d’amorosi sensi” e “sol chi non lascia eredità d’affetti / poca gioia ha dell’urna”; ma una nuova legge impone la sepoltura fuori dai centri abitati, dallo sguardo pietoso degli uomini, e questa ha permesso che senza una tomba sia sepolto Parini, il cui corpo magari giace mischiato a quelli di infami che hanno lasciato la vita sul patibolo: “perché tuttavia l’uomo dovrebbe rinunciare alla benigna illusione del sepolcro, a quelle soavi cure della tomba per le quali ancora sopravvive sotterra? Una celeste dote esiste negli uomini; per questa dote si genera tra i vivi e i trapassati una corrispondenza di amorosi sensi; per questa dote noi viviamo con l’amico estinto e l’estinto con noi, se le sue ossa siano state accolte pietosamente dalla terra nativa, e un sasso conservi il ricordo del nome. Solo per chi non lascia sulla terra eredità di affetti il sepolcro è privo di senso, né alcuna voce dalla tomba può giungere ai viventi. Eppure nuove leggi vorrebbero contendere ai morti la memoria dei nome, e invidiare ai superstiti l’illusione del sepolcro. E senza tomba giace Parini, il sacerdote della Musa Talia, che nella sua povera casa scrisse poesie satiriche come omaggio alla dea, cantando del giovin signore, del moderno e corrotto Sardanapalo, per il quale sola dolcezza era il muggito dei buoi: le sue ceneri avrebbero dovuto essere accolte in una tomba, ornata di alberi ombrosi, tra le mura stesse di Milano, che pure è stata allettatrice di cantori senza dignità e senza virilità, ed ora giace privo di tomba in una fossa comune, nella quale forse il suo capo è insanguinato da quello mozzato di un ladro che ha lasciato sul patibolo la sua vita delittuosa. Invano sulle ossa del Parini la Musa Talia vigila pietosa per custodirle, invano prega che la notte sia larga di rugiada alle reliquie del poeta. Sulle tombe il conforto d’un fiore può sorgere soltanto quando viene onorato dal pianto amoroso e onorato dalla lode degli uomini, facendo sopravvivere l’estinto oltre la morte”.

- 3) vv. 91-150 – parte seconda: le tombe trovano la loro giustificazione nella storia; dopo aver delineato il significato di illusione e di tomba, Foscolo ne descrive l’origine: l’uomo quando esce dallo stato ferino, comincia a formare gruppi sociali che hanno bisogno, per cementare l’unione fra i singoli componenti, di norme e linguaggio per capirsi: proprio quando istituisce la famiglia, le leggi e il culto dei morti, non solo come elemento di pietà ma soprattutto come elemento eternante l’illusione di una vita che continua al di là della morte nella mente dei vivi, possiamo dire che sia nata la società civile: “Dal giorno in cui l’uomo istituì le nozze, i tribunali e gli altari (famiglia-legge-religione), superò la sua ferina barbarie primitiva, diventando pietoso verso se stesso e gli altri, e cominciò seppellire i corpi delle persone care togliendole all’insulto dell’aria maligna e delle belve feroci, il sepolcro è diventato testimonianza delle imprese passate un altare per i vivi: e non c’era impresa o decisione importante che non avesse avuto religiosamente il rito degli auspici presi sulle tombe degli antenati venerati come custodi e dèi (Lari) della Patria e sacro e rispettato divenne il giuramento prestato sulle loro tombe: questi riti tramandarono per lunghi secoli gli uomini. Né il culto dei morti è stato sempre così orrido e tenebroso come nei riti che furono propri delle età medioevali, ma un luogo d’incontro tra i vivi è stato il sepolcro, allietato da odorosi cipressi e cedri che impregnavano di puri profumi l’aria circostante (così diverso dal lezzo dei cadaveri impregnato d’incenso delle chiese medioevali) protendendo perenne verde e morbide ombre sulle urne mentre vasi preziosi raccoglievano le lacrime votive, mentre i vivi rubavano una faville al sole per rendere meno buia la sotterranea eterna notte, perché gli uomini emanando l’ultimo sospiro alla luce che sfugge cercano il sole. E sulle tombe venivano coltivati viole e amaranti, e i vivi si sedevano a libar latte e a raccontare le proprie pene, mentre intorno si spandeva la fragranza medesima degli Elisi; è una pietosa insania, una (folle) illusione nata dalla pietà che spinge a cercare e onorare i sepolcri, come fanno le britanne vergini, che curano le tombe suburbane. E mentre si crea un  mausoleo già da vivo nelle reggie piene di adulazioni, il poeta prega che il destino gli prepari un avello in cui le sue ossa possano riposare una volta che il destino abbia cessato di dar corso alle vendette e l’amicizia possa raccogliere non una eredità di tesori materiali, ma l’esempio di nobili sentimenti e di una poesia libera da cortigiania e adulazione”.

- 4) vv. 151-225 – parte terza: è il momento della giustificazione civile delle tombe, che devono ispirare gli uomini forti a intraprendere una vita che può essere forte solo seguendo i grandi ideali che i grandi uomini con le loro opere ci hanno tramandato e dei quali le tombe sono la testimonianza sempre viva e presente; Firenze, che ha dato i natali a Dante, e Santa Croce che conserva le tombe dei grandi (Machiavelli, Petrarca, Alfieri, Michelangelo, ecc.) sono la esemplificazione efficace di questo concetto, insieme all’immagine delle tombe innalzate ai prodi di Maratona che evidenziano l’idea della morte come “giusta dispensiera” di fama e gloria per i generosi che hanno versato il sangue per la Patria e per coloro che hanno ben operato. Per questo la tomba appare come un “riposato albergo” nel quale cessa ogni vendetta e comincia per i morti nei vivi un’esistenza più alta e degna di onori:  “Le urne dei grandi incitano l’animo dei forti a compiere gloriose imprese e rendono nobile e sacra al pellegrino la terra che le accoglie. Quando il poeta visitò in Santa Croce le tombe degli italiani più grandi, di Machiavelli che ha svelato alle genti di quante lagrime e sangue gronda lo scettro dei regnanti, di Michelangelo che in Roma costruì la cupola di San Pietro, di Galilei che vide sotto la volta celeste ruotare più mondi intorno al sole e aprì la via a Newton le vie del firmamento, dichiarò beata Firenze non solo per le felici aure piene di vita, per i natali e la lingua concessi a Dante Ghibellin fuggiasco e a Petrarca che dolcemente cantò d’amore; ma più beata perché serbava accolte in un tempio le glorie della Patria, le uniche superstiti che mai avrebbero potuto essere invase e conquistate, dal giorno in cui le Alpi non han più formato un baluardo difensivo per l’Italia. Da un tempio in cui splenda sull’Italia e nell’animo di uomini forti e coraggiosi la speranza di gloria, gli italiani avrebbero tratto gli auspici per il loro riscatto. Proprio nel tempio di Santa Croce veniva a meditare l’Alfieri che da quei marmi traeva l’unico conforto e l’unica speranza, dopo aver errato muto sulle sponde dell’Arno mirando i campi e il cielo e nessuna presenza umana gli raddolciva l’animo. Tra le mura di Santa Croce spirano quegli ideali ed ora Alfieri abita grande fra quei grandi. E in quel tempio un Nume, una potenza arcana e misteriosa, parla, il dio della Patria che ha nutrito l’animo e la virtù greca contro i Persiani in Maratona, dove Atene consacrò tombe per i suoi prodi che la salvarono dalla distruzione: il navigante che viaggiava presso l’Eubea nell’ampia oscurità poteva vedere un balenar d’elmi e di spade che cozzavano, e l’igneo vapore delle pire che ardevano i corpi degli eroi e le larve guerriere cercar la battaglia nel frastuono delle armi e del suono delle tube, fra i cavalli scalpitanti che incalzavano sugli elmi dei moribondi, fra i pianti e gli inni e il canto delle Parche. Felice il Pindemonte che nella sua giovinezza veleggiò per i mari della Grecia e udì l’eco delle antiche imprese! E se il timoniere diresse la prua della nave oltre le isole greche, certamente d’antichi fatti udisti risuonare i lidi dell’Ellesponto: ai generosi la morte è giusta dispensiera di gloria, una gloria che nè il senno astuto di un Ulisse né il favore di re come Agamennone avrebbe potuto mai togliere, come Ulisse non aveva potuto conservare le armi di Achille che spettavano di diritto ad Aiace perché l’onda del mare incitata dagli dei infernali le aveva ritolte alla poppa della sua nave per ricondurle sulla tomba dello stesso Aiace che reso folle dallo smacco subito si uccise”.

- “A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti…”: alla forza che unisce vivi e morti, nella sacralità giuridica e religiosa che realizza concretamente la stessa pietà umana, si aggiunge l’insegnamento che dalla contemplazione delle tombe, insieme alla meditazione delle gesta compiute dai grandi personaggi che lì hanno trovato l’estremo riposo, l’uomo può ricevere per ben agire ed operare: in questo modo le tombe diventano il simbolo degli ideali che animarono gli antenati, un incitamento al progresso e alle conquiste sociali e civili.

- 5) vv. 226-295 – parte quarta: contiene la “giustificazione poetica”: in questi versi troviamo la sostanza dell’esistenza stessa della poesia; si apre con la figura dello stesso Foscolo, che i tempi e il desio d’onore / fan per diversa gente ir fuggitivo (tema dell’esilio) e si chiude con la grandiosa figura di Ettore, che muore per la difesa della patria, eroe sfortunato, così come sfortunato era stato il Foscolo. Uno dei compiti della poesia è proprio quello di celebrare gli eroi e di tramandarne le imprese e la gloria: così la gloria dell’eroe troiano è eternata dal canto di Omero e di Foscolo, insieme alle donne iliache, che sulle tombe degli eroi caduti sciolgono in segno di lutto le loro chiome, alla stirpe di Elettra amata da Giove e ai suoi discendenti Dardano, Ilo e Assaraco. Il carme si chiude col concetto dell’illusione che nel futuro le tombe possano essere onorate da lagrimati affetti per cui men duro sarà il sonno della morte.

” Le Muse ad evocar gli eroi chiamino il Poeta, che per luoghi stranieri va fuggitivo ed esule spinto dal desiderio d’onore e dai tempi malvagi, concedendogli almeno di rievocare le antiche glorie, di rendere eterni col canto gli eroi. Le Muse, animatrici del pensiero mortale, siedono infatti sulle tombe come custodi, e quando su queste si abbatte distruggendole la furia del tempo, esse rendono lieti i deserti col loro canto e l’armonia vince il silenzio di mille secoli: così dal deserto sorge la voce dei poeti, e per quella voce risplendono gli ideali e i sogni dei trapassati. Ancor oggi, nel deserto inseminato della Troade, risplende eterno agli uomini un luogo; eterno per la ninfa Elettra, amata da Giove, cui diede il figlio Dardano, fondatore di Troia, e progenitore di Assaraco e Priamo (al quale la leggenda attribuiva cinquanta figli) ed Enea fondatore della futura Roma. Quando Elettra udì la voce della Parca, chiese all’Amato: ‘Se care ti furono le mie chiome e il viso e le dolci attese e le dolci veglie, in questo momento supremo guarda la tua morta amica dal cielo, affinchè resti immortale almeno la sua fama’. Così pregando moriva Elettra e Giove Olimpio gemendo soffriva per quella morte e con un lieve cenno del capo rese sacra la sua tomba facendo piovere ambrosia sul corpo della Ninfa. Intorno a quella tomba si raccolsero i sepolcri dei grandi troiani, di Erittonio e di Ilo e su quelle tombe le donne iliache scioglievano nel pianto le chiome pregando che fosse allontanato dal capo dei loro mariti l’imminente fato e venne Cassandra, figlia di Priamo, guidando i nipoti ed insegnando loro un amoroso lamento; e sospirando diceva loro: ‘se mai pascerete i cavalli di Diomede figlio di Tideo o di Ulisse figlio di Laerte, e il destino vi permetterà di tornare, invano allora cercherete la vostra patria, perché le mura, opera di Apollo saranno macerie fumanti; ma in queste tombe si troveranno i Penati di Troia, perché dono degli dèi è conservare fiero e indimenticato il nome dei grandi; e voi, cipressi e palme, piantati dalle nuore di Priamo ormai vedove, crescete in fretta innaffiate dalle vedovili lacrime e proteggete i miei padri, e quelli che con pietà terranno lontana la scure da questi alberi soffriranno meno dei luttuosi avvenimenti di persone care; un giorno Omero, un cieco mendìco, errerà tra quelle antichissime ombre, ed abbraccerà i sepolcri ed interrogherà le urne: e narrerà di Ilio (Troia) raso due volte e due volte risorto splendidamente sulle mute vie per rendere più bella l’ultima conquista dei Greci vittoriosi aiutati dal Fato; e il sacro vate, placando le afflitte anime troiane, eternerà col suo canto la gloria dei principi greci, in tutte le terre abbracciate dal grande Padre Oceano; e tu Ettore avrai onore di pianti e sarai ricordato ovunque sarà sacro e onorato di lagrime il sangue versato per la patria, e finché il sole risplenderà sulle sciagure degli uomini

De Sepolcri
All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
Confortate di pianto è forse il sonno
Della morte men duro? Ove più il Sole
Per me alla terra non fecondi questa
Bella d’erbe famiglia e d’animali,
E quando vaghe di lusinghe innanzi
A me non danzeran l’ore future,
Né da te, dolce amico, udrò più Il verso
E la mesta armonia che lo governa,
Né più nel cor mi parlerà lo spirto
Delle vergini Muse e dell’amore,
Unico spirto a mia vita raminga,
Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
Che distingua le mie dalle Infinite
Ossa che in terra e In mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
Ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
Tutte cose l’obblio nella sua notte;
E una forza operosa le affatica
Di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
E l’estreme sembianze e le reliquie
Della terra e del ciel traveste il tempo.
Ma perché pria del tempo a sé Il mortale
Invidierà l’illusion che spento
Pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
Gli sarà muta l’armonia del giorno,
Se può destarla con soavi cure
Nella mente de’ suoi? Celeste è questa
Corrispondenza d’amorosi sensi,
Celeste dote è negli umani; e spesso
Per lei si vive con Pamico estinto,
E l’estinto con noi, se pia la terra
Che lo raccolse infante e lo nutriva,
Nel suo grembo materno ultimo asilo
Porgendo, sacre le reliquie renda
Dall’insultar de’ nembi e dal profano
Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
E di fiori odorata arbore amica
Le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
Poca gioja ha dell’ur’na; e se pur mira
Dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
Fra ‘l compianto de’ templi acherantei
0 ricovrarsi sotto le grandi ale
Del perdono d’Iddio; ma la sua polve
Lascia alle ortiche di deserta gleba
Ove né donna innamorata preghi,
Né passeggier solingo oda il sospiro
Che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi I sepolcri
Fuor de’.guardi pietosi, e il nome a’ morti
Contende. E senza tomba giace il tuo
Sacerdote, o Talia, che a te cantando
Nel suo povero tetto educò un lauro
Con lungo amore, e t’appendea corone;
E tu gli ornavi del tuo riso i canti
Che Il lombardo pungean Sardanapalo
Cui solo è dolce il muggito de’ buoi
Che dagli antri abduani e dal Ticino
Lo fan d’ozj beato e di vivande.
0 bella Musa, ove sei tu? Non sento
Spirar l’ambrosia, indizio del tuo Nume.
Fra queste piante ov’io siedo e sospiro
Il mio tetto materno. E tu venivi
E sorridevi a lui sotto quel tiglio
Ch’or con dimesse frondi va fremendo
Perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio
Cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
Vagolando. ove dorma il sacro capo
Del tuo Parini? A lui non ombre pose
Tra le sue mura la città, lasciva
D’evirati cantori allettatrice,
Non pietra, non parola; e forse l’ossa
Col mozzo capo gl’insanguina il ladro
Che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti’ raspar fra le macerie e i bronchi
La derelitta cagna ramingando
Su le fosse, e famnelica ululando;
E uscir del teschio, ove fuggia la Luna,
L’ùpupa, e svolazzar su per le croci
Sparse per la funerea campagna,
E l’immonda accusar col luttuoso
Singulto i rai di che son pie le stelle
Alle obbliate sepolture. Indarno
Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
Dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
Non sorge fiore, ove non sia d’umane
Lodi onorato e d’amoroso pianto.
Dal dì che nozze e tribunali ed are
Diero alle umane belve esser pietose
Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi
All’etere maligno ed alle fere
I miserandi avanzi che Natura
Con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
Ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
De’ domestici Lari, e fu temuto
Su la polve degli avi il giuramento:
Religion che con diversi riti
Le virtù patrie e la pietà congiunta
Tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolerali a’ templi
Fean pavimento; né agi incensi avvolto
De’ cadaveri il lezzo i supplicanti
Contaminò; né le città fur meste
D’effigiati scheletri: le madri
Balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
Nude le braccia su l’amato capo
Del lor caro lattante onde nol desti
Il gemer lungo di persona morta
Chiedente la venal prece agli eredi
Dal santuario. Ma cipressi e cedri
Di puri effluvj i zefiri impregnando
Perenne verde protendean su l’urne
Per memoria perenne, e preziosi
Vasi accogliean le lacrime votive.
Rapian gli amici una favilla al Sole
A illuminar la sotterranea notte,
Perché gli occhi dell’uom cercan morendo
Il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
Mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
Amaranti educavano e viole
Su la funebre zolla; e chi sedea
A libar latte e a raccontar sue pene
Ai cari estinti, una fragranza intorno
Sentia qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania, che fa cari gli orti
De’ suburbani avelli alle britanne
Vergini dove le conduce amore
Della perduta madre, ove elementi
Pregaro i Genj del ritorno al prode
Che tronca fe’ la trionfata nave
Del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite geste
E sien ministri al vivere civile
L’opulenza e il tremore, inutil pompa,
E inaugurate immagini dell’Orco
Sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed Il patrizio vulgo,
Decoro e mente al bello italo regno,
Nelle adulate reggie ha sepoltura
Già vivo, e i sternmi unica laude. A noi
Morte apparecchi riposato albergo,
Ove una volta la fortuna cessi
Dalle vendette, e l’amistà raccolga
Non di tesori eredità, ma caldi
Sensi e di liberal carme l’esempio.
A egregie cose il forte animo accendono
L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
E santa fanno al peregrin la terra
Che le ricetta. lo quando Il monumento
Vidi ove posa il corpo di quel grande,
Che temprando lo scettro a’ regnatori,
Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
Di che lagrime grondi e di che sangue;
E l’arca di colui che, nuovo Olimpo
Alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
Sotto l’etereo padiglion rotarsi
Più mondi, e il Sole irradiarli immote,
Onde all’Anglo che tanta ala vi stese
Sgombrò primo le vie del firmarnento;
Te beata, gridai, per le felici
Aure pregne di vita, e pe’ lavacri
Che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’áer tuo veste la Luna
Di luce limpidissima i tuoi colli
Per vendemmia festanti, e le convalli
Popolate di case e d’oliveti
Mille di fiori al ciel mandano incensi:
E tu prima, Firenze, udivi il carme
Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,
E tu i cari parenti e l’id’ioma
Desti a quel dolce di Calliope labbro
Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
D’un velo candidissimo adornando,
Rendea nel grembo a Venere Celeste.
Ma più beata ché in un tempio accolte
Serbi l’itale glorie, uniche forse
Da che le mal vietate Alpi e l’alterna
Onnipotenza delle umane sorti
Armi e sostanze t’invadeano ed are
E patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
Intelletti rifulga ed all’Italia,
Quindi trarrem gli auspicj. E a questi marmi
Venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patrii Numi, errava muto
Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
Desioso mirando; e poi che nullo
Vivente aspetto gli molcea la cura,
Qui posava l’austero; e avea sul volto
Il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno, e l’ossa
Fremono amor di patria. Ah sì! da quella
Religiosa pace un Nume parla:
E nutria contro a’ Persi in Maratona
Ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
La virtù greca e l’ira. Il navigante
Che veleggiò quel mar sotto l’Eubèa,
Vedea per l’ampia oscurità scintille
Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
Fumar le pire igneo vapor, corrusche
D’armi ferree vedea larve guerriere
Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
Silenzj si spandea lungo ne’ campi
Di falangi un tumulto e un suon di tube,
E un incalzar di cavalli accorrenti
Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
Oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
Certo udisti suonar dell’Elleaponto
I liti, e la marea mugghiar portando
Alle prode retèe l’armi d’Achille
Sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi
Giusta di glorie dispensiera è morte;
Né senno astuto, né favor di regi
All’Itaco le spoglie ardue serbava,
Ché alla poppa raminga le ritolse
L’onda incitata dagl’inferni Dei.
E me che i tempi ed il desio d’onore
Fan per diversa gente ir fuggitivo,
Me ad ad evocar gli eroi chiamin le Muse
Del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri e quando
Il tempo con sue fredde ale vi spazza
Fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
Di lor canto i deserti, e l’armonia
Vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Tròade inseminata
Eterno, splende a’ peregrini un loco
Eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio
Onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
Talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
Che lei dalle vitali aure del giorno
Chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
Mandò ìl voto supremo: E se, diceva,
A te, fur care le mie chiome e il viso
E le dolci vigilie, e non mi assente
Premio miglior la volontà de’ fati,
La morta amica almen guarda dal cielo
Onde d’Dlettra tua resti la fama.
Così orando moriva. E ne gemea
L’Olimpio; e l’immortal capo accennando
Piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
E fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme Il giusto
Cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
Sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
Da’ lor mariti l’imminente fato;
Ivi Cassandra, allor che Il Nume In petto
Le fea parlar di Troia il di mortale,
Venne, e all’ombre cantò carme amoroso,
E guidava i nepotì, e l’amoroso
Apprendeva lamento ai giovinetti.
E dicea sospirando: Oh, se mai d’Argo,
Ove al Tidìde e di Laerte al figlio
Pascerete i cavalli, a voi permetta
Ritorno il cielo, invan la patria vostra
Cercherete! Le mura opra di Febo
Sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Pepati di Troja avranno stanza
In queste tombe; ché de’ Numi è dono
Servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
Piantan di Priamo, e crescerete ahi presto!
Di vedovili lagrime Innaffiati,
Ptoteggete i miei padri: e chi la scure
Asterrà pio dalle devote frondi
Men si dorrà di consanguinei lutti
E santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
Mendico un cieco errar sotto le vostre
Antichissime ombre, e brancolando
Penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
E interrogarle. Gemeranno gli’antri
Secreti, e tutta narrerà la tomba
Igio raso due volte e due risorto
Splendidamente su le muto vie
Per far più bello l’ultimo trofeo
Ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
Placando quelle afflitte alme col canto,
I prenci argivi eternerà per quante
Abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finché il Sole
Risplenderà su le sciagure umane.

I SONETTI

pparsi all’inizio del 1800 i Sonetti riflettono tutta l’esperienza sociale e umana di Ugo Foscolo e il suo atteggiamento nei confronti della realtà: la delusione per il Trattato di Campoformio, il dolore per la morte del fratello suicida, la concezione materialistica della natura, le preoccupazioni per la piega assunta dalla vita.

In prima posizione, nell’edizione definitiva dei Sonetti, Alla sera esprime un desiderio di conoscere ciò che sta fuori dei limiti del finito, che si concretizza nella sofferenza per l’impossibilità di appagare questa volontà. Il tema utilizzato dal Foscolo per sviluppare il concetto è il crepuscolo, visto come immagine della morte, ma anche come momento di pace e di riflessione.
Dedicato alla ridente isola del mar Ionio sulle carte conosciuta come Zante, occupa la nona posizione nella raccolta il sonetto A Zacinto, che costituisce una perfetta sintesi della dominante tradizione neoclassica e degli innovativi orientamenti romantici dell’autore. Il poeta, esule per il mondo, si aspetta di morire in terra straniera.
Composto nel 1803 a Milano, dove Ugo Foscolo si trovava in esilio, In morte del fratello Giovanni accentua il senso di sconforto esistenziale. Anche stavolta il poeta si avvale dei temi della cultura classica, a partire dall’ispirazione, che proviene da alcuni celebri versi di Catullo.
Scritti tra il 1798 e il 1801 i sonetti apparvero in due distinte riprese: i primi otto, scritti dal 1798 al 1801 e pubblicati nel 1802, e gli ultimi quattro, pubblicati nel 1803. Elencati secondo l’ordine definitivo che diede loro il Foscolo, essi sono:

- Alla sera
- Non son chi fui, perì di noi gran parte
- Te nudrice alle Muse
- Perché taccia
- Così gl’interi giorni
- Meritamente
- Solcata ho fronte
- E tu ne’ carmi avrai perenne vita
- A Zacinto
- In morte del fratello Giovanni
- Alla musa
- Che stai?

Ultimo dei Sonetti, “Alla sera” fu ritenuto proemiale da Ugo Foscolo, tanto che egli gli riservò il primo posto nella edizione definitiva dell’opera.

Forse perché della fatal quïete
Tu sei l’imago a me sì cara vieni
O sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
E quando dal nevoso aere inquïete
Tenebre e lunghe all’universo meni
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

“A Zacinto”, il nono dei sonetti di Ugo Foscolo, presenta numerose affinità con “In morte del fratello Giovanni”, che occupa la decima posizione. I due componimenti presentano temi affini, un linguaggio poetico corrispondente, e sono stati entrambi composti in un periodo circoscritto. Il decimo è stato scritto successivamente e completa il nono.

A ZACINTO
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Gemello del sonetto “A Zacinto”, ne riprende i temi, introducendo l’evento luttuoso del suicidio del fratello minore di Ugo Foscolo, Giovanni Dionigi, ufficiale dell’esercito della Repubblica Cisalpina, uccisosi a vent’anni nel 1801, forse per il disonore di aver sottratto alla cassa del reggimento la somma necessaria a saldare i propri debiti di gioco. A lui dedicato, ne prende anche il titolo: “In morte del fratello Giovanni”. Decimo dei dodici Sonetti del Foscolo, come il precedente, fonde la tradizione neoclassica con la cultura del Romanticismo.

IN MORTE DEL FRATELLO GIOVANNI
Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de’ tuoi gentil anni caduto.
La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.
Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quiete.
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta
.
LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS

« – Illusioni! grida il filosofo – Or non è tutto illusione? Tutto! Beati gli antichi che si credevano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondevano lo splendore delle divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il Bello ed il Vero accarezzando gli idoli della loro fantasia! Illusioni! Ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e dolorosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele».

ll’indomani del trattato di Campoformio (1797), ceduto il Veneto da Napoleone all’Impero austriaco, Jacopo — fuggiasco, «disperato e della sua patria e di se stesso» — consuma sui Colli Euganei l’estremo amore per l’inafferrabile Teresa, promessa sposa al mediocre Odoardo.

Nel romanzo epistolare, le Ultime lettere di Jacopo Ortis (edizione definitiva 1817), Ugo Foscolo rappresenta la sua insanabile amorosa e politica irrequietezza, la «delusione storica» vissuta dalla società italiana tra Settecento e primo Ottocento e il «dramma eterno dell’uomo dominato dalla violenza e dalla paura».
Dopo il trattato di Campoformio, che «trafficò la sua patria, insospettì le nazioni, e scemò dignità» al nome di Bonaparte liberatore, consumatosi il sacrificio di Venezia ceduta all’Austria, Ugo Foscolo, disperato amante senza patria, inizia a scrivere il diario delle proprie angosciose passioni, le Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Indiscutibilmente, la contaminazione e la contiguità di vita e letteratura fanno dell’Ortis e un’opera nuova nella storia letteraria e un’opera aperta — tanto quanto aperta e provvisoria, instabile e convulsa fu la vita del suo autore: «libero scrittore», sradicato di terra in terra.
Pertanto, delusione politica e amore deluso finiscono solamente per sommarsi e giustapporsi in un romanzo epistolare dalla redazione non compiuta e organica ma prolungata e stratificata. Sulla orme della Nouvelle Héloïse di Rousseau e della poesia notturna di Young, nel 1796, sui Colli Euganei, nasce Laura, lettere, una storia d’amore e di suicidio. Il libro con il titolo definitivo Ultime lettere di Jacopo Ortis prende vita invece a Bologna nel 1798, dopo l’abbandono di Venezia, l’amore breve e violento per Teresa Monti e la lettura de I dolori del giovane Werther di Goethe. Ma presto, in seguito all’arrivo degli Austro-Russi, la stesura si interrompe.
Poi, le battaglie, le inquiete peregrinazioni per l’Italia contesa da eserciti stranieri, l’infelice e travolgente amore per Isabella Roncioni (promessa sposa ad un ricco marchese) e la relazione con Antonietta Fagnani, inducono il Foscolo a una revisione integrale dell’opera giovanile. E al ritorno dei francesi in Italia, mentre le sue idee giacobine e rivoluzionarie entrano definitivamente in crisi, nel 1802, con grande successo in Italia e in Europa, esce a Milano l’edizione di un nuovo Ortis, oramai maturo. Infine, durante l’esilio svizzero, a Zurigo nel 1816 appare una nuova edizione (datata però Londra 1814), cui poi seguirà, frutto di un’accurata e definitiva revisione linguistico-stilistica, l’edizione di Londra del 1817.
Dall’adolescenza alla maturità, nel corso delle diverse redazioni, le lettere che il ribelle Jacopo indirizza all’amico Lorenzo Alderani, vanno così adeguandosi al mondo interiore dello scrittore e alla sua vitalità passionale impetuosa e desiderosa di imporre il proprio individuale «sentire». E Jacopo appare sì un tragico eroe alfieriano, ma un eroe alfieriano che con tutta la sua assoluta ansia di libertà contro la tirannide, scende dalle remote e mitiche scene, e viene a vivere e a morire nell’Italia borghese, prosaica e antieroica dell’ultimo Settecento. Al tramonto del mito napoleonico e delle grandi speranze libertarie e ugualitarie, il tragico scontro con i limiti imposti dalla realtà presente si consuma, infatti, in un’Italia «schiava, denudata, venduta» e in una società storica e umana «foresta di belve».
Foscolo — e con lui Jacopo, il personaggio o meglio la maschera che nell’Ortis fa da schermo allo scrittore — è oramai lontano dalla fiducia che l’Illuminismo riponeva nella realizzazione positiva della ragione nella storia. E così approda alla visione laica e materialistica della società e della natura di Macchiavelli e di Hobbes: «le nazioni si divorano, perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra». Al di là, poi, dei significati storici e ideologici contingenti, recenti letture critiche d’impostazione psicanalitica hanno evidenziato come nell’Ortis dramma politico e dramma affettivo trovino nelle strutture profonde dell’io la loro unità. Venezia sarebbe la città-madre, Napoleone il padrone-padre e quindi in Jacopo, il figlio-suddito, si ripeterebbe la situazione edipica.
Dall’altra parte, in quest’opera dalla «natura dirompente, esplosiva, persino scomposta, ma così autentica, ardente», è già presente in via di formazione tutta la poesia del Foscolo posteriore. Quindi, accanto e in contrasto al meccanicismo fatalistico settecentesco e alla sua immagine della vita sociale come di una guerra di tutti contro tutti, sussistono, come sogno, speranza, nostalgia, conforto e consolazione, i miti della nascente civiltà romantica. L’amor di patria, il mito del sepolcro confortato dal pianto, il mito dell’amicizia e del rapporto con gli spiriti di forte sentire, il mito dell’amore e della «segreta armonia» della bellezza della natura. E infine, il mito dell’arte e della poesia che in sé riassume tutte le illusioni — perché, «tutto, tutto quello ch’esiste per gli uomini non è che la lor fantasia. Caro amico! […] e le nostre passioni non sono in fine del conto che gli effetti delle nostre illusioni».

Category : Cultura &Letteratitudini &Poesia

Leopardi e i giovani del nostro tempo (resoconto della serata)

marzo 23rd, 2012 // 10:43 am @

 I coniugi Cacciapuoti ai fornelli

La relatrice Laura Sciorio

Felicetta Montella con il festeggiato Gianni Cacciapuoti

              22 marzo 2012

    Se n’è discusso al recente incontro di Letteratitudini
                                                   L’appuntamento di aprile sarà dedicato ad Ugo Foscolo

CANCELLO ED ARNONE (Raffaele Raimondo) – Il gruppo “Letteratitudini” nel suo più recente incontro, svoltosi nella serata di martedì 20 marzo, ha polarizzato l’attenzione su uno dei più grandi lirici della letteratura italiana, Giacomo Leopardi, e la convivialità sul compleanno di Gianni Cacciapuoti, amato consorte della gentile ospitante Tilde Maisto. Dunque, due principali cardini di attrazione in felice coincidenza. La relatrice Laura Sciorio, introducendo i lavori, ha disegnato il profilo e la poetica del “genio di Recanati” ed ha arricchito il suo intervento con interessanti stimoli di riflessione. Fra l’altro è emerso un interrogativo dominante: i giovani del nostro tempo hanno i prerequisiti e la sensibilità sufficienti per comprendere ed amare l’uomo ed il letterato Leopardi? Sviluppatosi così un vivace dibattito, intervallato dalla lettura di alcuni celebri componimenti, un certo motivato scetticismo intorno all’accennata questione ha cementato tuttavia le pur diversificate opinioni espresse dai presenti. Inevitabile, d’altra parte, è stato il confronto riguardante le origini e gli aspetti cruciali della pessimistica visione da cui non seppe/non volle mai liberarsi il poeta spentosi ad appena 39 anni; parimenti degni di approfondimento i connessi temi della solitudine e del dolore. La maggior convergenza s’è comunque trovata nell’unanime apprezzamento della sempre sorprendente bellezza stilistica e sentimentale della poesia leopardiana.
A discussione conclusa, l’invitante buffet di ogni raduno, con una prelibatezza in più: i gustosissimi “fusilli alla siciliana” preparati, per la straordinaria occasione, dai coniugi Cacciapuoti, peraltro anche maestri di arte culinaria. Poi il gruppo, in un’atmosfera di sincera amicizia, ha continuato  entusiasticamente a festeggiare il genetliaco di Gianni, al quale, nel momento in cui soffiava sulla classica candelina, è stato riservato uno scrosciante applauso. Al brindisi augurale, Pina Manzo ha letto la splendida dedica in cui Tilde, fondatrice del gruppo, ha concentrato stupende espressioni
d’amore profondo e senza fine.
Ancora un grande poeta, Ugo Foscolo, al centro del prossimo appuntamento di “Letteratitudini” fissato per il 24 aprile. A relazionare provvederà Felicetta Montella. Hanno assicurato more solito la loro partecipazione tutti i componenti di una piccola ma collaudata comunità culturale che resta perennemente aperta a chiunque voglia inserirsi ex novo, per concedersi, almeno una volta al mese, una pausa di gratificante otium letterario.

Fra le varie liriche lette, “La sera del dì di festa” di cui, qui di seguito, si riporta il testo:

1.    Dolce e chiara è la notte e senza vento,
2.    E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
3.    Posa la luna, e di lontan rivela
4.    Serena ogni montagna. O donna mia,
5.    Già tace ogni sentiero, e pei balconi
6.    Rara traluce la notturna lampa:
7.    Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
8.    Nelle tue chete stanze; e non ti morde
9.    Cura nessuna; e già non sai né pensi
10.    Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
11.    Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
12.    Appare in vista, a salutar m’affaccio,
13.    E l’antica natura onnipossente,
14.    Che mi fece all’affanno. A te la speme
15.    Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
16.    Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
17.    Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
18.    Prendi riposo; e forse ti rimembra
19.    In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
20.    Piacquero a te: non io, non già ch’io speri,
21.    Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
22.    Quanto a viver mi resti, e qui per terra
23.    Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
24.    In così verde etate! Ahi, per la via
25.    Odo non lunge il solitario canto
26.    Dell’artigian, che riede a tarda notte,
27.    Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
28.    E fieramente mi si stringe il core,
29.    A pensar come tutto al mondo passa,
30.    E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
31.    Il dì festivo, ed al festivo il giorno
32.    Volgar succede, e se ne porta il tempo
33.    Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
34.    Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
35.    De’ nostri avi famosi, e il grande impero
36.    Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
37.    Che n’andò per la terra e l’oceano?
38.    Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
39.    Il mondo, e più di lor non si ragiona.
40.    Nella mia prima età, quando s’aspetta
41.    Bramosamente il dì festivo, or poscia
42.    Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
43.    Premea le piume; ed alla tarda notte
44.    Un canto che s’udia per li sentieri
45.    Lontanando morire a poco a poco,
46.    Già similmente mi stringeva il core.

Category : Letteratitudini &Poesia

Incontro di Letteratitudini mese di Marzo 2012 “Giacomo Leopardi”

marzo 23rd, 2012 // 10:38 am @

GIACOMO LEOPARDI

Oh casi! oh gener vano! abbietta parte / siam delle cose; e non le tinte glebe, / non gli ululati spechi / turbò nostra sciagura, / né scolorò le stelle umana cura. (Bruto Minore)

INDICE

LA VITA
INTRODUZIONE AL PENSIERO FILOSOFICO
INTRODUZIONE ALLE OPERETTE MORALI

LA VITA
Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798, dal conte Monaldo e Adelaide Antici. Nel 1803 l’amministrazione dei beni familiari è tolta al padre, che si ritira quindi in una velleitaria attività di letterato dilettante, e passa nelle mani della madre. L’atmosfera di casa Leopardi non è felice ed è caratterizzata dall’indole della madre, severa, bigotta e povera d’affetti. Il giovane Giacomo inizia nel 1807 gli studi con i fratelli Carlo e Paolina, inizia a comporre piccoli componimenti poetici e cerca un proprio spazio autonomo all’interno di un’educazione di chiaro stampo controriformistico. Nel 1817 inizia la sua amicizia epistolare con Pietro Giordani ed inizia lo Zibaldone, il grande diario intellettuale che continuerà sino al ‘32. Nel 1818 si conclude la sua conversione politica che lo porta a diventare un patriota repubblicano e democratico. Nel 1819 le cagionevoli condizioni di salute lo obbligano a sospendere gli studi; tutto ciò è una spinta a chiarire la propria condizione di solitudine, di noia, e a maturare il suo pessimismo ancora indeterminato. È in questo periodo che scrive L’infinito e Alla luna. nel 1820 continuano le composizioni poetiche come, ad esempio, La sera del dì di festa. Nel 1822 si reca a Roma, il primo viaggio fuori da Recanati: rimarrà molto deluso. Nel 1823 ritorna a Recanati. Nel 1824 scrive la maggior parte delle Operette morali e l’anno dopo parte per Milano, dove prende contatto con l’editore Stella, e poi passa a Bologna. Nel 1827 si trasferisce a Firenze dove conosce Alessandro Manzoni; i due non si capiranno, troppo diversa è l’indole personale. Nel 1828, finiti i mezzi di sostentamento, dopo aver composto A Silvia, è costretto a far ritorno a Recanati. Nel 1829 compone: Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il Sabato del villaggio. Poco dopo aver concluso il Canto notturno, nel 1830, torna a Firenze ed inizia l’amicizia con un esule napoletano: Antonio Ranieri. Nell’aprile 1831, durante i moti dell’Italia centrale, escono i Canti per l’editore Piatti. Nel 1833 Giacomo si trasferisce con il Ranieri a Napoli; i due vivono in condizioni economiche estremamente precarie. Nel 1835 escono i Canti per l’editore Starita di Napoli; vi compaiono nuove poesie tra cui Il passero solitario e il cosiddetto ciclo di Aspasia (Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia). Muore, a 39 anni, nel 1837 a Napoli durante un’epidemia di colera: il Ranieri a stento riesce a sottrarne il corpo alla fossa comune.
INTRODUZIONE AL PENSIERO FILOSOFICO
Che Leopardi sia poeta nessuno l’ha messo in discussione. Che sia anche filosofo, invece, è stato oggetto di acceso dibattito. Alla base c’è il fatto che egli ha scritto di filosofia e, per così dire, da filosofo: sullo Zibaldone troviamo tanti e tali pensieri sull’anima, la metafisica, la religione, la società, la natura, la morale, e via dicendo, che l’opera, ancorché disorganica e non sistematica, ben potrebbe configurarsi come trattato filosofico. Né si può dire che manchi a Leopardi lo stile filosofico, perché alcune sue pagine, specie quelle relative alla teoria del piacere, sono di tale rigore e oggettività che sembrano stilate dalla penna di un Locke o di un suo seguace.
Ma non tutti i critici sono d’accordo su questo punto. Il vecchio filone della cultura laicista italiana, da De Sanctis a Croce, nega la filosofia di L., ritenendola scarsamente significativa, non originale né profonda.
Per Francesco De Sanctis (cfr. Schopenhauer e Leopardi), interessato all’uomo e all’artista, essa esprime un superficiale pessimismo, contraddetto dalla poesia, l’unica sua produzione genuina e profonda.
Benedetto Croce riprende la contrapposizione, ma restringe ancor più il campo poetico: la poesia del recanatese gli sembra oscillare tra filosofia e letteratura, quasi mai riuscendo a tenere la rotta mediana (di qui la sua sostanziale e netta stroncatura).
Una nuova linea, che rivaluta L. filosofo, è aperta nei decenni tra le due guerre. Giovanni Gentile, che legge L. con interessi filosofici, nell’intento di rivalutare le Operette morali, arriva ad affermare che L. è autentico e grande filosofo.

2 – La formazione di Giacomo (1798-1816)
La genesi del pensiero di L. appare determinata da una progressiva presa di coscienza della propria infelicità. All’origine di questa si possono individuare due diversi ordini di fattori: biografico-ambientali e storico-culturali.
Tra i primi l’atmosfera affettivamente carente della sua famiglia e l’educazione retrograda e autoritaria, impartita da una madre bigotta e formalista e da un padre conservatore e chiuso; poi la formazione isolata e solitaria, da autodidatta, quello “studio matto e disperatissimo” che contribuì all’insorgere di diverse malattie croniche e alla malformazione fisica. Al gelo dei rapporti familiari vanno aggiunti lo scherno e la derisione dei concittadini, la mediocrità e la scarsa cultura dell’ambiente recanatese, la precoce sensibilità e la vivace intelligenza di Giacomo.
Motivi di ordine storico-culturale furono la crisi dell’illuminismo e l’insorgere inizialmente indistinto e confuso di nuove ideologie, la perdita d’identità e di funzione politico-civile dell’intellettuale, l’arretratezza sociale e culturale dello stato pontificio.
Né va dimenticato che il periodo storico in cui Giacomo raggiunge la maturità è l’età della Restaurazione, caratterizzata dal conflitto tra nazionalismo, liberalismo e romanticismo da una parte, cosmopolitismo, assolutismo e classicismo dall’altra. In ambito letterario nasce e si sviluppa la polemica classico-romantica attizzata dall’articolo di M.me de Stael, nella quale interviene anche L. (vedi sotto il punto 3).
Punto di partenza della speculazione leopardiana, volta a tentare di chiarire il senso della vita, è dunque il disagio esistenziale dell’autore, ovvero la sua infelicità fisica e psicologica. Tale disagio è all’origine di un pessimismo di tipo esistenziale, le cui caratteristiche si possono compendiare come segue: precoce venir meno delle illusioni e dei sogni infantili, sfiducia nella vita, sentimento (non ancora razionalizzato) di desolazione e di delusione, insofferenza verso i condizionamenti, sensazione di inutilità e di soffocamento.
3 – La fase del pessimismo storico (1816-1820)
Il pensiero leopardiano prende l’avvio da una meditazione sull’infelicità in sé, della quale vengono indagate le cause, le dinamiche e le conseguenze.
Alla base c’è la teoria dell’amor proprio (di derivazione illuministica), secondo la quale l’uomo è un essere che ama necessariamente se stesso e mira alla propria conservazione e alla propria felicità. L’altruismo è un controsenso: quando io faccio del bene ad un altro è perché provo piacere, quindi lo faccio sempre a me stesso. L’altruismo non è il contrario dell’egoismo, ma è una sublimazione dell’amor proprio, in quanto esistere significa amare se stesso, cercare la propria felicità.
L. respinge le ideologie ottimistiche e le utopie rassicuranti del suo secolo, si ribella alla meschinità del suo tempo e alle convenzioni del suo ambiente, che giudica arido e gretto; rimpiange un mondo mitico di nobili virtù e di valori incorrotti, in cui gloria e fama, unici antidoti contro il grigiore della vita, erano possibili, conseguibili. Si scaglia con veemenza contro i miti dell’Ottocento, la storia e il progresso, e contro la stoltezza di un secolo che dalla filosofia della storia di Hegel fino al balletto Excelsior esalta l’uomo come creatore della realtà. Per L. si tratta di un antropocentrismo fanatico, al quale egli si oppone con forza, affermando che la storia non è progresso, ma regresso dal primitivo stato di natura, buono e felice, allo stato di civiltà, corrotto e decadente.
Nella storia del genere umano si distinguono quattro tappe:
1) l’età primitiva, quando gli uomini vivevano in uno stato di perfezione e di innocenza anteriore alla civiltà;
2) l’antichità classica, civiltà che L. ammira come sintesi equilibrata di natura e ragione (nello Zibaldone sostiene la superiorità del politeismo greco-romano rispetto alla religione cristiana);
3) il medioevo, nel giudicare il quale L. incorre nei tipici luoghi comuni dell’illuminismo (secoli bui, epoca negativa, trionfo della barbarie);
4) l’età moderna, con il predominio assoluto della ragione, la freddezza, il convenzionalismo, il calcolo, la funzionalità, in una parola la vita inautentica.
L. rifiuta il progresso civile e tecnologico, convinto che sia negativo in sé, poiché l’incivilimento è snaturamento, allontanamento dalla natura: il mondo è sempre più corrotto e non può essere corretto. Netta, quindi, per L. l’antitesi tra la remota grandezza e la miseria morale e materiale odierna.
L’antagonismo di L. con gli orientamenti spirituali e culturali del proprio tempo si manifesta anche nell’impegno in favore dei classicisti, i quali devono assolvere il duplice compito di riproporre i valori classici, che hanno funzione liberatoria e di stimolo delle coscienze, e di scrivere per il proprio tempo (= alfierismo).
Causa della decadenza è la ragione, “nemica della natura”, corruttrice dei costumi, madre della civiltà e della società con tutti i loro egoismi, distruttrice del rimpianto mondo eroico. Sogno è ritrovare la “favilla antica”, cioè la vivacità dell’immaginazione, la forza delle illusioni, la vitalità dell’ieri contro la delusione dell’oggi, attraverso il meccanismo della ricordanza.
Come già il Foscolo, anche L. avverte la necessità delle illusioni (gloria, amor proprio, amor di patria, libertà, onore, virtù, amore per la donna), che sono secondo natura e costituiscono l’unico antidoto agli effetti della civiltà e della ragione, i quali hanno guastato il mondo moderno, “tristissimo secolo di ragione e di lume”; e come il Foscolo nei Sepolcri, così anche L. concepisce la poesia come stimolatrice di illusioni.

La sostanza del pessimismo storico leopardiano si esprime in quattro antinomie, nelle quali il primo termine ha valenza positiva, il secondo negativa:
valenza positiva         valenza negativa
natura    vs    ragione
antico    vs    moderno
stato naturale    vs    società
illusione    vs    vero
4 – La fase del pessimismo cosmico (1823-1830)
A partire dagli anni del cosiddetto “silenzio poetico” (1823-27) L. opera un progressivo ribaltamento della concezione iniziale, giungendo a riabilitare la ragione contro la natura.
Continuando ad analizzare le cause dell’infelicità umana, egli osserva che il naturale impulso vitale è contrastato e ostacolato, a livello individuale, da un duplice limite, biologico e ontologico; a livello storico da un terzo limite, l’egoismo, che egli definisce “peste della società”.
Il limite biologico consiste nell’intrinseca debolezza dell’uomo, il quale, al pari di ogni altro essere vivente, è subordinato al ciclo meccanicistico della materia. Di qui la scoperta della propria fragilità e solitudine.
Il limite ontologico è dato dall’impossibilità di essere felici: la natura genera nell’uomo una tensione irrefrenabile verso la felicità, un anelito costante al piacere, ma la felicità è irraggiungibile, giacché, in quanto tale, deve essere infinita e pienamente appagante; di conseguenza la ricerca di essa conduce inevitabilmente ad una finita e concreta infelicità. I piaceri momentanei che si provano nella vita non sono altro che una tregua relativa e passeggera dell’infelicità.
Per comprendere a fondo queste ultime affermazioni, occorre rifarsi alla teoria leopardiana del piacere, secondo la quale il piacere non né è assoluto né infinito; anzi, il piacere in sé non esiste: esiste solo nel desiderio, essendo un “subbietto speculativo”, vale a dire un puro concetto. Il desiderio è immaginazione, speranza, sogno, proiettato sempre al futuro e sempre destinato ad essere deluso. Invece del piacere esistono i piaceri, intesi in senso negativo come cessazione dell’affanno, brevi momenti di assenza del dolore; concreti ed effimeri, rendono sopportabile il dolore, restituendo momentaneamente la vitalità, l’impulso vitale.

Il piacere è sempre sperato, mai posseduto, sempre futuro, mai presente: esso sfugge sempre. Non esistendo e non potendo esistere realmente, esiste solo nel desiderio del vivente e nella speranza o aspettativa che ne segue. In base a questa teoria il concetto di piacere è negativo, quello di dolore è positivo, per cui si può dire che il piacere è la mancanza del dolore, ma non si può dire che il dolore è la mancanza del piacere, ovvero di qualcosa che non esiste. Il concetto è espresso poeticamente nei seguenti versi tratti da La quiete dopo la tempesta:
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana ch’è frutto
Del passato timore (…).
… …
Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu (= la Natura) spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno.
È questa la concezione del piacere negativo, perché, se per caso cessa il dolore, di cui il piacere è la negazione, non subentra il piacere, ma qualcosa di peggio, che nella dialettica di L. è la noia. Il dolore, infatti, non esclude che l’uomo cerchi e speri di superarlo, mentre la noia è angoscia e disperazione. E allora, per L. come per Schopenhauer, la vita oscilla inarrestabilmente come un pendolo tra il dolore e la noia, in un eterno meriggio privo di tramonto ristoratore.
Il limite storico è dato dalla inconciliabilità di individuo e società, tra i quali si determina uno scontro di egoismi. L’atteggiamento dei singoli è antisociale: ognuno cerca sempre di avere di più, di soverchiare gli altri, di sottomettere tutto e tutti al proprio utile o piacere. E ciò per natura. Ne consegue che tutte le società sono state cattive (superamento del pessimismo storico) e che, a causa appunto dell’egoismo e dell’aggressività umani, ci si avvia inesorabilmente alla distruzione del mondo, già data per avvenuta nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo. Di qui la polemica contro l’ingenua fiducia del XIX secolo nel progresso scientifico e tecnologico, nelle macchine, nell’espansione economica, che comporta lo sfruttamento industriale e il colonialismo.
Considerati i tre suddetti limiti, L. conclude che tutto è male. Esistere equivale ad essere perennemente insoddisfatti, incontentabili, a soffrire per la propria fragilità. Il bene consiste nel non esistere. Responsabile del male è la natura, non più vista come provvida e benefica madre, bensì come causa dell’infelicità umana. Essa con l’esistenza ci dà i germi dell’infelicità, essendo l’insopprimibile bisogno di felicità destinato a restare insoddisfatto.
Documenti (testi che testimoniano la rottura del rapporto con la Natura):
La sera del dì di festa (idillio, 1820);
Cfr. vv. 11-15:
… io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Commenta G. Oliva: “Il sonno silenzioso e tranquillo della donna si fa metafora di una indifferenza ben più dolorosa per il L.: quella della Natura, che mostra agli uomini il suo aspetto più delicato (il cielo, che sì benigno appare in vista) solo per nascondere la sua malvagia crudeltà”.
Ultimo canto di Saffo (canzone, 1822);
Imperscrutabile è il destino dell’uomo; uniche certezze sono il dolore e la morte:
… i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto…
Morremo.
La Natura è beffarda, insensibile al dolore dell’uomo, intenta solo a perpetuare se stessa; come nella Sera del dì di festa cela sotto una struggente immagine di bellezza il suo disdegno (cfr. vv. 19-36). L. non sa proporre alcuna soluzione in grado di superare il dolore del mondo; l’assurdo non può essere vinto, ma solo accettato come tale. L’uomo non può sperare di vincere il nulla, da cui è sorto e a cui farà ritorno, ma può solo identificarsi con esso in un’operazione che ricorda quella orientale del “nirvana”, dell’annullamento.
Zibaldone (dal 1821);
Nella sua condanna della Natura il L. rifiuta qualsiasi provvidenzialismo, qualsiasi consolazione religiosa, qualsiasi soluzione irrazionale; al contrario, rivaluta pienamente la ragione: è la ragione che disinganna e guida l’uomo alla vera sapienza, che consiste nel prendere coscienza della propria inutilità; è la ragione che “atterra” (cioè riporta sulla terra dal cielo della metafisica) l’uomo e lo pone davanti all’ arido vero; è la ragione, infine, che scopre che tutta l’umanità è accomunata da un unico e identico destino (superamento del pessimismo individuale e psicologico).
A Silvia (idillio, 1828);
La Natura tradisce, è matrigna, non mantiene le promesse, inganna, spegne le illusioni:
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
La vita si rivela aridità e disillusione:
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano”.
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (idillio, 1830).
Il desiderio di sapere la verità non è appagato; uniche certezze il vuoto e il nulla; l’esistenza è assurda. “Perché siamo nati?”. A questa domanda L. risponde: “Per mostrare che era meglio che non nascessimo affatto”: per questo, non appena un bambino è nato, noi prendiamo a consolarlo dell’essere venuto al mondo. E forse la definizione più precisa del pessimismo cosmico, del non senso dell’essere, si trova in questa grande lirica, che è stata chiamata l’”anti Divina Commedia”, perché, se la Divina Commedia è senso dell’ordine, della provvidenza, della finalità, il Canto notturno, all’opposto, esprime una visione della vita improntata ad un totale casualismo. Effetto di questa presa di coscienza è il tedio, la noia, definita “la più sterile delle passioni umane”, “figlia della nullità e madre del nulla”, ma anche “il più sublime dei sentimenti umani”. Essa è tormento, è l’esaurirsi del mito vitalistico, è privazione del desiderio, è coscienza dell’inutilità del tutto; ed è sentimento nobile, perché distingue gli spiriti più sensibili e dotati. In questo risiede la grandezza dell’uomo.
In conclusione, una valida sintesi delle concezioni su cui si fonda il pessimismo cosmico di G.L. può essere la seguente:
1.    L’uomo nasce per il dolore e la gioia è cessazione momentanea dell’affanno.
2.    Dal punto di vista dell’uomo (piano esistenziale) tutto l’universo sembra cospirare contro di lui. Da quello dell’’ssoluto (piano metafisico) la vita è un processo naturale che alterna gli esseri attraverso la generazione e la morte.
3.    La natura, intesa come forza bruta e malefica, è responsabile della nostra sventura.
4.    L’uomo conosce il suo destino, ma ciò lo rende infelice, poiché da questa comprensione egli viene ricondotto in se stesso, alla sorgente prima della sua infelicità, che è il suo stesso esistere. Perciò la morte è l’unico rifugio per il vivente.
5 – L’ultimo Leopardi: il pessimismo eroico (1827-1837)
Dopo il definitivo addio a Recanati del 30 aprile 1830 il pensiero di L., sia sul piano ideologico sia su quello etico, fa registrare una svolta (anticipata dal Dialogo di Plotino e di Porfirio del 1827) nel senso di un superamento della visione materialisticamente negativa e nichilista maturata nella fase del pessimismo cosmico, per un messaggio agonistico positivo (di difficile comprensione e attuazione, perché “non apprezzato in questo secolo”).
Le ragioni di tale svolta sono molteplici e si possono sintetizzare nei punti seguenti:
•    L’amicizia, per quanto effimera, con i liberali toscani dell’ Antologia.
•    La fallimentare esperienza dell’amore (ultima delusione in ordine di tempo il rifiuto ottenuto da Fanny Targioni Tozzetti, che fu all’origine del Ciclo di Aspasia).
•    I contrasti con gli spiritualisti napoletani dopo il trasferimento a Napoli in casa di Antonio Ranieri.
•    L’assidua pratica della filologia, improntata a severo rigore scientifico, nella ricerca di risposte non evasive né fideistiche al dramma esistenziale.
•    La scoperta del linguaggio satirico come strumento espressivo del titanismo e del pessimismo.
•    La lettura di Epitteto (filosofo stoico greco, autore del Manuale) e di Teofrasto (discepolo di Aristotele, propugnatore dell’empirismo materialistico).
•    Il superamento dell’etica stoica e dell’atteggiamento apolitico (dall’atarassia alla partecipazione).
•    L’esigenza di un atteggiamento eroico e di una morale costruttiva, fondata esclusivamente sull’uomo e aliena dal trascendente.
Il compito del nuovo poeta, che recupera la funzione di vate al servizio tanto della verità quanto dell’intera umanità e si fa promotore di autentica cultura e autentico progresso sociale.”
L’etica della solidarietà è il tema centrale della Ginestra, concepito come un messaggio indirizzato sia ai contemporanei sia ai posteri: si impone una grande alleanza fra tutti gli uomini, una social catena che coalizzi i mortali contro l’empia Natura e abbia il coraggio della verità, rifiutando l’idea di una Provvidenza e le superbe fole del secol superbo e sciocco.
Il messaggio finale di L. è frutto di un razionalismo irriducibile. Progressismo e pessimismo convivono in quest’ultima fase del suo pensiero, caratterizzata dalla speranza che la riconquista del giusto sapere sia il fondamento di una società nuova, costruita con le sole forze umane.
INTRODUZIONE ALLE OPERETTE MORALI
Le Operette Morali, progettate sin dal 1820 in un progetto “vago e sovrabbondante”, con l’idea di riprendere il genere dei Dialoghi dello scrittore greco Luciano, vengono scritte nel 1824 (le prime venti) e stampate a Milano dall’editore Angelo Stella nel 1827, dopo che tre di esse erano uscite nel 1826, due sul numero di gennaio dell’Antologia (Dialogo di Timandro e di Eleandro, Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare e Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez) del Viesseux e successivamente su due numeri del Nuovo Ricoglitore.
L’edizione completa con l’aggiunta delle ultime quattro scritte negli ultimi anni, uscirà nel 1835 a Napoli presso l’editore Saverio Starita, un’edizione che non ottenne il permesso di pubblicazione ufficiale, ma che ebbe lo stesso un buon successo. Nelle Operette Leopardi esprime la sua diagnosi della realtà, trattando la sua visione con assoluta libertà proprio assumendo le vesti più disparate dei personaggi dei suoi Dialoghi, che discutono con i morti o sono semplicemente animali domestici come il gallo silvestre; guida i suoi lettori verso traguardi noti a lui solo, a scoprire la vera essenza del quotidiano, quasi anticipando l’analisi umoristica pirandelliana, facendoci vedere l’altro aspetto della realtà, non quello più nascosto, ma quello più difficile da cogliere se si analizzassero le cose col solito modello di pensiero. Invita i lettori a svestorisi del proprio modo di pensare per vedere non dentro le cose (un’operazione che tutti fanno), ma dalla parte opposta e simmetrica, a sentire l’altro suono della campana.
L’ironia che le pervade non sono una ricerca spirituale di distacco dall’amarezza che la materia trattata gli infonde, ma sono la scoperta del senso fondamentale della vita che si nasconde dietro le banali apparenze quotidiane della cultura e dei modi di vivere. Proprio questa scoperta sarà alla base della sua grande poesia a partire dal 1827. É una scoperta dolorosa, ma rappresenta anche l’accettazione del male della vita, esclusa da ogni speranza di bene o contento, come dirà nel Canto notturno, che altri forse avrà, ma che lui non potrà mai raggiungere perché questa è la condizione umana.

ALCUNE POESIE DI GIACOMO LEOPARDI

 

Tra tutte le opere scritte da Giacomo Leopardi ho scelto di inserire in questa raccolta quelle che mi sono sembrate più vicine alla mia sensibilità.

IL SABATO DEL VILLAGGIO

L’INFINITO

ALLA LUNA

LA SERA DEL DI’ DI FESTA

IL PASSERO SOLITARIO

IL SABATO DEL VILLAGGIO

                                                                La donzelletta vien dalla campagna,

In sul calar del sole,

Col suo fascio dell’erba; e reca in mano

Un mazzolin di rose e di viole,

                                        Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta

Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine

Su la scala a filar la vecchierella

Incontro là dove si perde il giorno;

E novellando vien del suo buon tempo,

Quando ai dì della festa ella si ornava,

Ed ancor sana e snella

Solea danzar la sera intra di quei

Ch’ebbe compagni dell’età più bella.

Già tutta l’aria imbruna,

Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre

Giù da’ colli e da’ tetti,

Al biancheggiar della recente luna.

Or la squilla dà segno

Della festa che viene;

Ed a quel suon diresti

Che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

Su la piazzuola in frotta,

E qua e là saltando,

Fanno un lieto romore:

E intanto riede alla sua parca mensa,

Fischiando, il zappatore,

E seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,

E tutto l’altro,

Odi il martel picchiare, odi la sega

Del legnaiuol, che veglia

Nella chiusa bottega alla lucerna,

E s’affretta, e s’adopra

Di Fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,

Pien di speme e di gioia:

Diman tristezza e noia

Recheran l’ore, ed al travaglio usato

Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,

Cotesta età fiorita

E’ come un giorno d’allegrezza pieno,

Giorno chiaro, sereno,

Che percorre alla festa di tua vita.

Godi, fanciullo mio: stato soave,

Stagion lieta è cotesta.

Altro dirti non vò; ma la tua festa

Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

( Giacomo Leopardi, Canti, 1829 )

Sintesi:

Il tema centrale della lirica che proponiamo qui è l’attesa: la sera del sabato, tutto il borgo si anima per l’imminenza del giorno festivo, ma è proprio il sabato il giorno più bello, perché, l’indomani, le ore della festa si riveleranno tristi e noiose.

Così è la vita dell’uomo: può esserci felicità soloNella fanciullezza, l’età dell’attesa e delle speranze; l’età matura,invece, non porterà altro che dolore e delusione.

L’INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovraumani

silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensiero mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: E mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.

( Giacomo Leopardi, 1819 )

 

Sintesi:

In questo poema Giacomo Leopardi ci parla di un colle e di una siepe che gli impediscono di vedere l’orizzonte, ma allo stesso tempo gli sono cari perché li vede da sempre e anche perché favoriscono il suo fantasticare sull’Infinito che si può trovare oltre loro.

ANALISI DE “L’INFINITO”

 

Oggetto di numerose indagini critiche, L’infinito è oggi uno dei testi maggiormente studiati tra quelli leopardiani.

Nell’Infinito la scrittura lirica si pone in rapporto diretto con lo spazio fisico, sia reale (la siepe) che immaginato (gli interminati spazi.

In apparenza la poesia muove da una visione campestre, ma aspira a una visione interiore, quindi a uno spostamento della sensazione fisica nell’idea soltanto immaginata della vastità: “La sola vastità desta nell’anima un senso di piacere, da qualunque sensazione ella provenga, e per mezzo di qualunque de’ cinque sensi”, così Leopardi spiega nello Zibaldone, ([2053], 5 novembre 1821) il motivo spaziale che è alla base della composizione della poesia.

Un fatto inconsueto in Leopardi è dato dalla mancanza assoluta di ogni riferimento all’occasione della poesia: L’infinito è dunque un testo dell’indistinto geografico e cronologico. Si può presumere che la redazione sia avvenuta anche in conseguenza di una concreta esperienza contemplativa nei pressi del giardino circostante il palazzo di Recanati. Anche l’ambientazione è del tutto essenziale, povera di riferimenti e tratteggiata in maniera sommaria e sbrigativa: il disegno del paesaggio non è quindi indispensabile a ricreare la situazione emotiva. Quando Leopardi immaginò l’atmosfera dell’Infinito ebbe bisogno di circondarsi di un luogo chiuso che privasse la vista di uno sguardo certo sul mondo e la natura: questa cesura è la siepe, ed essa funziona come da cui muovere attraverso l’immaginazione. Da questo punto di vista la poesia risulta una proiezione, un vero e proprio viaggio mentale nello spazio e nel tempo.

Il desiderio della vaghezza e dell’indefinito spinge il poeta a ricordare e a costruire nella mente una situazione di naufragio dei sensi, di abbandono e di fuga davanti alla realtà dolorosa e reale: per questo L’infinito è anche un testo avvolgente.

La soluzione finale di questa vicenda estatica è il naufragio inteso nel senso di una ricerca-raggiungimento momentaneo della felicità.

Ma il naufragio anche come metafora di una fuga ideale dal presente, dalla propria condizione, unica via d’uscita da una condizione di sofferenza.

Dalla storia della letteratura italiana ( riduzione e rielaborazione ).

ALLA LUNA

O graziosa luna, io mi rammento

che, or volge l’anno, sovra questo colle

io venia pien d’angoscia a rimirarti:

e tu pendevi allor su quella selva

siccome or fai, che tutta la rischiai.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

che mi sorgea sul ciglio, alla mie luci

il tuo volto apparia, ché travagliosa

era mia vita: ed è, né cangia stile,

o mia diletta luna. E pur mi giova

la ricordanza, e il noverar l’etate

del mio dolore. Oh come grato occorre

nel tempo giovanil, quando ancor lungo

la speme e breve ha la memoria il corso,

il rimembrar delle passate cose,

ancor che triste, e che l’affanno duri!

( Giacomo Leopardi, Idilli 1819 )

Sintesi:

Il poeta racconta alla luna che l’anno prima veniva sopra il colle pieno di angoscia a rimirarla e come allora il suo stato d’animo è rimasto lo stesso, però mostra di essere grato al ricordo dei tempi passati perché, seppur doloroso, può essere utile per il futuro.

.

LA SERA DEL DI’ DI FESTA

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e questa sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. O donna mia,

già tace ogni sentiero, e pei balconi

rara traluce la notturna lampa:

tu dormi, ché t’accolse agevol sonno

nelle tue chete stanze; e non ti morde

cura nessuna; e già non sai né pensi

quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

appare in vista, a salutar m’affaccio,

e l’antica natura onnipossente,

che mi fece all’affanno. – A te la speme

nego, mi disse, anche la speme,; e d’altro

non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. –

Questo dì fu solenne; or da’ trastulli

prendi riposo; e forse ti rimembra

in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

piacquero a te: non io, non già ch’io speri,

al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo

quanto a viver mi resti, e qui per terra

mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi

in così verde etate! Ahi, per la via

odo non lunghe il solitario canto

dell’artigian, che riede a tarda notte,

dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

e fieramente mi stringe il core,

a pensar come tutto al mondo passa,

e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito

il dì festivo, ed al festivo il giorno

volgar succede, e se ne porta il tempo

ogni umano accidente. Or dov’è il suono

di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido

de’ nostri avi famosi, e il grande impero

di quella Roma, e l’armi e il fragorìo

che n’andò per la terra e l’oceàno?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

il mondo, e più di lor non si ragiona.

Nella mia prima età, quando s’aspetta

bramosamente il dì festivo, or poscia

ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,

premea le piume; ed alla tarda notte

un canto che s’udia per li sentieri

lontanando morire a poco a poco

già similmente mi stringeva il core.

( Giacomo Leopardi,Idilli,1820 )

 

Sintesi:

Tre sono i temi di questo Idillio:

  1. L’incanto di un paesaggio lunare, che sembra esprimere il desiderio di una intima

comunione con la natura, con la divina bellezza del mondo;

  1. Il senso tormentoso dell’esclusione, dell’amore negato;
  2. Un canto che si perde nella notte e diviene simbolo dello svanire irrevocabile della nostra vita nel nulla.

IL PASSERO SOLITARIO

D’in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finchè non more il giorno;

Ed erra l’armonia per questa valle.

Primavera dintorno

Brilla nell’aria, e per li campi esulta,

Sì ch’a mirarla intenerisce il core.

Odi greggi belar, muggire armenti;

Gli altri augelli contenti, a gara insieme

Per lo libero ciel fan mille giri,

Pur festeggiando il lor tempo migliore:

Tu pensoso in disparte il tutto miri,

Non compagni, non voli,

Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;

Canti, e così trapassi

Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia

Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,

Della novella età dolce famiglia,

E te german di giovinezza, amore,

Sospiro acerbo de’ provetti giorni,

Non curo, io non so come; anzi da loro

Quasi fuggo lontano;

Quasi romito, e strano

Al mio loco natio,

Passo del viver mio la primavera.

Questo giorno ch’omai cede alla sera,

Festeggiar si costuma al nostro borgo.

Odi per lo sereno un suon di squilla,

Odi spesso un tornar di ferree canne,

Che rimbomba lontan di villa in villa.

Tutta vestita a festa

La gioventù del loco

Lascia le case, e per le vie si spande;

E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.

Io solitario in questa

Rimota parte alla campagna uscendo,

Ogni diletto e gioco

Indugio in altro tempo: e intanto il guardo

Steso nell’aria aprica

Mi fere il sol che tra lontani monti,

Dopo il giorno sereno,

Cadendo sì dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera

Del viver che daranno a te le stelle,

Certo del tuo costume

Non ti dorrai, che di natura è frutto

Ogni vostra vaghezza.

A me, se di vecchiezza

La detestata soglia

Evitar non impetro,

Quando muti questi occhi all’altrui core,

E lor fia voto il mondo, e il dì futuro

Del dì presente più noioso e tetro,

Che parrà di tal voglia?

Che di quest’ anni miei? che di me stesso?

Ahi pentirommi, e spesso,

Ma sconsolato, volgerommi indietro.

( Giacomo Leopardi, Canti ,1829 )

 

Sintesi:

Come il passero solitario, che vola e canta tutto solo, lontano dagli altri uccelli,

anche il giovane poeta vive appartato e chiuso in se stesso, evitando la compagnia dei suoi coetanei. Così egli lascia passare i suoi anni migliori, in un malinconico isolamento. E se il passero, arrivato alla fine della sua vita, non avrà da pentirsi di una solitudine che era nella sua natura, il poeta sa invece che rimpiangerà amaramente le gioie che ha perduto.

Category : Letteratitudini &Poesia

“Letteratitudini” incontro mese di Febbraio 2012 – Paulo Coelho

marzo 12th, 2012 // 8:39 pm @

(Gruppo di lettura)

 

di Matilde Maisto

CANCELLO ED ARNONE – E’ del 23 u.s. l’incontro mensile del gruppo di lettura “Letteratitudini” di Cancello ed Arnone.
Questo mese è stato trattato uno scrittore molto attuale e la relatrice di turno avv. Pina Manzo ci ha relazionato con grande maestria e competenza in merito a questo personaggio dalla vita molto travagliata, ma autore di best-seller mondiali:

Paulo Coelho è nato a Rio de Janeiro, in Brasile, nell’agosto del 1947. Ha condotto una vita molto intensa. Prima di acquisire una notorietà internazionale e divenire un autore di best-seller mondiali, ha dovuto superare molti ostacoli. Durante l’adolescenza, ha subito la brutale terapia degli elettroshock: accadde quando, tra il 1966 e il 1968, i genitori lo fecero ricoverare per tre volte in un ospedale psichiatrico, reputando un segno di pazzia il suo atteggiamento ribelle.
A causa della frequentazione di alcuni ambienti artistici, venne incarcerato e sottoposto alla tortura fisica per presunte attività sovversive contro la dittatura brasiliana.
Più tardi, Paulo Coelho incontrò la rock-star Raul Seixas e aderì al movimento hippie, vivendo quella che venne considerata l’età “dell’amore e della pace”, l’epoca di “sesso, droga e rock’n’roll”. Insieme, tra il 1973 e il 1982, i due artisti composero circa 120 canzoni, che rivoluzionarono la musica pop in Brasile – alcune di esse sono ancora oggi dei successi. Hérica Marmo ha descritto questo periodo della sua vita nel libro A Canção do Mago. A trajetória musical de Paulo Coelho, pubblicato nel 2007. Hippie, giornalista, rock-star, attore, commediografo, regista teatrale e produttore televisivo… un vortice di attività che si interruppe nel 1982, durante un viaggio in Europa. A Dachau, e qualche tempo dopo ad Amsterdam, Paulo ebbe un incontro mistico con “J”, il suo futuro mentore, che lo convinse a percorrere il Cammino di Santiago de Compostela, un pellegrinaggio medievale la cui strada si snoda tra Francia e Spagna. Nel 1986, all’età di 38 anni, Paulo Coelho percorse il Cammino di Santiago: fu lì che riabbracciò il cristianesimo, ritrovando quella fede che gli era stata trasmessa dai gesuiti durante il periodo della scuola. Coelho avrebbe descritto questa esperienza nel suo primo libro, Il Cammino di Santiago, pubblicato nel 1987. L’anno successivo, uscì la sua seconda opera, L’Alchimista, quella che gli consentì di ottenere una fama mondiale. Oggi il romanzo viene considerato un classico moderno, ed è ammirato universalmente. La storia raccontata – che molti giudicano senza tempo – è destinata a incantare e a ispirare intere generazioni di futuri lettori. L’Alchimista fu seguito da Brida (1990), Il dono supremo (1991, un’opera che trae spunto da un testo di Henry Drummond), Le Valchirie (1992), Maktub (1994), Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto (1994), Monte Cinque (1996), Lettere d’amore del Profeta (1997, basato su un lavoro di Kahlil Gibran), Il manuale del guerriero della luce (1997), Veronika decide di morire (1998) e Il Diavolo e la Signorina Prym(2000). Tra le pubblicazioni più recenti si ricordano: Undici minuti (2003), Lo Zahir (2005), Sono come il fiume che scorre (2006), La strega di Portobello (2007) e Il vincitore è solo (2009), tutti editi in Italia da Bompiani.
Paulo Coelho ha ricevuto numerosi premi internazionali assai prestigiosi. I critici hanno lodato il suo stile poetico, realistico e filosofico, e il suo linguaggio simbolico, che non parla solo alla mente ma anche al cuore. Dal 2002 è membro della prestigiosa Accademia Brasiliana delle Lettere. Paulo Coelho compare nel Guinness dei Primati per il maggior numero di traduzioni (53) di un singolo titolo (L’Alchimista) firmate in una sola seduta (45 minuti). Questo record è stato raggiunto durante una gara internazionale di “sedute di firma”, svoltasi alla Fiera del Libro di Francoforte nel 2003. Dietro lo scrittore c’è un uomo che ama leggere e viaggiare, un individuo al quale piacciono i computer, internet, la musica, il gioco del calcio, che adora fare passeggiate e praticare il kyudo – una disciplina orientale che unisce la pratica del tiro con l’arco alla meditazione. Ha sempre nutrito un profondo interesse per il cinema, e attualmente sta lavorando al suo primo progetto cinematografico, intitolato La strega sperimentale. Al mattino si alza sempre molto presto e, dopo una passeggiata di due ore, si dedica al lancio di 24 frecce con uno dei suoi tre archi. Insieme con la moglie Christina Oiticica, divide la propria esistenza tra Rio de Janeiro e l’Europa.

Aleph

Nel suo romanzo più personale, Paulo Coelho torna con un meraviglioso viaggio alla scoperta di sé. Come Santiago, il pastore dell’Alchimista, anche Paulo sta affrontando una profonda crisi di fede ed è alla ricerca di un cammino che lo aiuti nella sua rinascita spirituale. L’unica vera possibilità è di ricominciare tutto da capo.
Così intraprende un viaggio che lo condurrà attraverso l’Africa, l’Europa e l’Asia lungo il percorso della Transiberiana, un viaggio che gli riporterà energia e passione.
Quello che Paulo non sa è che incontrerà Hilal, una giovane violinista piena di talento, che ha amato cinquecento anni prima, ma che ha tradito con un gesto di codardia talmente estremo da impedirgli di raggiungere la felicità in questa vita. Insieme inizieranno un viaggio mistico nel tempo e nello spazio che li porterà più vicino all’amore, al perdono e al coraggio di superare tutti gli ostacoli che la vita, inevitabilmente, ci presenta.
Meraviglioso e illuminante, Aleph ci invita a riflettere sul significato del nostro viaggio personale. Siamo davvero quello che vogliamo essere, facciamo davvero quello che vogliamo fare?
Molti libri si leggono. Aleph si vive.

L’ Alchimista

Un pastorello andaluso, Santiago, ha un grande desiderio: viaggiare. E, dopo un sogno premonitore, si mette in viaggio per Tarifa, dove una zingara lo invita a raggiungere le piramidi d’Egitto, dove, a sua detta, troverà un tesoro. L’incontro con il vecchio Melquidedec, re di Salem, che si offre di svelargli il sito del tesoro in cambio di un decimo del suo gregge, rafforza Santiago nei suoi propositi. Ritroviamo il pastorello a Tangeri, derubato di ogni suo avere e costretto a lavorare per mesi presso il Mercante di Cristalli. Raccolto il denaro necessario, si rimette in viaggio nel deserto e qui incontra un inglese alla ricerca della pietra filosofale. Da ogni incontro Santiago trae qualche perla di saggezza. Giunto infine alle piramidi, si accinge a scavare alla ricerca del tesoro, ma un cavaliere lo avverte che esso si trova in Ispana, sotto un sicomoro accanto a una chiesetta. Santiago rientra in patria, dove infine troverà il baule pieno di monete d’oro.

Il Cammino di Santiago

quando si va verso un obiettivo, è molto importante prestare attenzione al Cammino. È il Cammino che ci insegna sempre la maniera migliore di arrivare, e ci arricchisce mentre lo percorriamo.”

“Lo Straordinario risiede nel Cammino delle Persone Comuni.”

Il Cammino di Santiago racconta il viaggio del narratore Paulo lungo il sentiero dei pellegrini che conduce a Santiago di Compostela, in Spagna. In compagnia della sua guida spirituale, il misterioso ed enigmatico Petrus, Paulo affronta una serie di prove ed esercizi, incontra figure che mettono a repentaglio la sua determinazione e la sua fede, schiva insidiosi pericoli e minacciose tentazioni, per ritrovare la spada che gli permetterà di diventare un Maestro Ram. Il Cammino, realmente percorso da Paulo Coelho nel 1986, diventa così luogo letterario di un ispirato romanzo d’avventure che è nello stesso tempo una affascinante parabola sulla necessità di trovare la propria strada nella vita. Composto nel 1987, Il Cammino di Santiago occupa un posto peculiare nell’opera di Paulo Coelho, non soltanto perché è il suo primo romanzo – cui farà seguito L’Alchimista – ma soprattutto perché rivela pienamente l’umanità del suo messaggio e la profondità della sua ricerca interiore.

Guerriero della luce.

La prima biografia ufficiale di Paulo Coelho, per scoprire finalmente la verità di una vita trascorsa tra le esperienze più estreme, affrontate con il coraggio di un Guerriero della Luce. L’autore, Fernando Morais, ha avuto libero accesso alle carte segrete di Paulo Coelho, ai suoi diari, ai suoi registri.
In anni di lavoro, ha dato vita alla biografia entusiasmante di un uomo che ha affrontato e vinto le sfide delle sue tante vite: ha rischiato di morire alla nascita, ha flirtato con il suicidio, ha sofferto il ricovero in un ospedale psichiatrico, ha subito le brutalità dell’elettroshock, è caduto nell’abisso della droga, ha provato tutte le esperienze sessuali, ha incontrato il diavolo, è stato arrestato sotto la dittatura, ha contribuito alla rivoluzione del rock in Brasile, ha riscoperto la fede ed è divenuto uno degli scrittori più letti al mondo.
“A Fernando ho detto cose che non ho mai detto a nessuno… neanche a me stesso” – Paolo Coelho.

Il Dono supremo

“L’Amore è la vera energia della vita.”
Una moltitudine di persone, assetata di saggezza e spiritualità, si raccoglie intorno a un predicatore.
La parola viene data a un giovane missionario seduto fra gli ascoltatori, Henry Drummond, che ha vissuto per alcuni anni in Africa. Henry apre la Bibbia e legge la prima Lettera di San Paolo ai Corinzi.
Al centro dell’epistola è l’amore, che è superiore a tutto, non ha confronto con nessun’altra facoltà dello spirito, neanche la fede, ed è il dono supremo che culmina nell’inno alla carità del capitolo tredicesimo.
A partire dal libro La migliore cosa del mondo del pastore protestante Henry Drummond, Paulo Coelho riflette sul messaggio contenuto nella prima Lettera di San Paolo ai Corinzi.ù

Amore

CATALINA ESTRADA, quando era bambina, si meravigliava davanti ai lussureggianti giardini e alla natura vibrante del suo paese natale, la Colombia. Ora che è diventata un’illustratrice di successo a livello internazionale e vive a Barcellona, Catalina non ha dimenticato le sue radici. La sua capacità di meravigliarsi come una bambina è ancora evidente nel suo lavoro, attraverso esplosioni di colore e vivida eleganza.

Sulla Sponda  del fiume  Piedra Mi sono seduta  e ho pianto.

L’amore è sempre nuovo. Non importa che amiamo una, due, dieci volte nella vita:
ci troviamo sempre davanti a una situazione che non conosciamo.
L’amore può condurci all’inferno o in paradiso,
comunque ci porta sempre in qualche luogo.
E’ necessario accettarlo,
perché esso è ciò che alimenta la nostra esistenza.
Se non lo accettiamo, moriremo di fame
pur vedendo i rami dell’albero della vita carichi di frutti:
non avremo il coraggio di tendere la mano e di coglierli.
E’ necessario ricercare l’amore là dove si trova,
anche se ciò potrebbe significare ore, giorni,
settimane di delusione e di tristezza.
Perché, nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore,
anche l’amore muove per venirci incontro, e ci salva…

E’ necessario correre dei rischi …
riusciamo a comprendere il miracolo della vita solo quando
lasciamo che l’inatteso accada.
Se non rinasceremo, se non torneremo a guardare la vita
con l’innocenza e l’entusiasmo dell’infanzia,
non ci sarà più significato nel vivere.
Colui che è saggio, lo è soltanto perché ama.
E colui che è sciocco, lo è soltanto perché pensa di poter capire l’amore.
So che l’amore è come le dighe:
se lasci una breccia dove possa infiltrarsi un filo d’acqua,
a poco a poco questo fa saltare le barriere.
E arriva un momento in cui nessuno riesce più a controllare
la forza delle barrierreSe le barriere crollano,
l’amore si impossessa di tutto.
E non importa più cio’ che è possibile o impossibile,
non importa se possiamo
continuare ad avere la persona amata accanto a noi:
amare significa perdere il controllo.
Certe persone vivono in lotta con altre, con se stesse, con la vita.
Allora si inventano opere teatrali immaginarie
e adattano il copione alle proprie frustrazioni.
Esistono le sconfitte. Ma nessuno puo’ sfuggirvi.
Percio’ è meglio perdere alcuni combattimenti
nella lotta per i propri sogni,
piuttosto che essere sconfitto
senza neppure conoscere
il motivo per cui si sta lottando.
L’universo ci aiuta sempre a lottare per i nostri sogni,
per quanto sciocchi possano sembrare.
Perchè sono i nostri,
e soltanto noi sappiamo quanto ci costa sognarli.
Esistono cose nella vita
per le quali vale la pena di lottare sono alla fine.
E’ inutile parlare dell’amore
perchè l’amore ha una propria voce e parla da sé.
La felicità è qualcosa che si moltiplica quando viene condivisa.
La nostra grande sorpresa siamo noi stessi.
Sia fatta la tua volontà Signore.
Perchè tu conosci la debolezza dl cuore dei tuoi figli
e a ciascuno concedi solo il fardello che puo’ sopportare.
Che tu comprenda il mio amore,
perchè è l’unica cosa che possiedo realmente,
l’unica cosa che potrò portare con me nell’altra vita.
Fa che esso si mantenga coraggioso, puro e sempre vivo,
malgrado gli abissi e le trappole del mondo.
Anche se avesse dovuto significare partenza, solitudine, tristezza,
l’amore valeva comunque ogni centesimo del suo prezzo.

L’amore si scopre soltanto amando.
I sentimenti devono essere sempre in libertà.
Non si deve giudicare un amore futuro
in base alla sofferenza passata.
Dio è qui ora, accanto a noi.
Possiamo vederlo in questa nebbia, in questo suolo,
in questi abiti, in queste scarpe.
I suoi angeli vegliano quando noi dormiamo e ci aiutano quando lavoriamo.
Per ritrovare Dio, basta guardarsi intorno.
Raramente ci rendiamo conto che siamo circondati da ciò che è straordinario.
I miracoli avvengono intorno a noi, i segnali di Dio ci indicano la strada,
gli angeli chiedono di essere ascoltati
Va a prendere le tue cose…
I sogni richiedono fatica.

Aforismi

1.Una vita senza causa è una vita senza effetto.

2.Le parole sono lacrime fermate con la scrittura.
Le lacrime sono parole che hanno urgenza di sgorgare.

3.Di tanto in tanto avremmo davvero bisogno di essere stranieri a noi stessi. Dimodoché la luce nascosta nella nostra anima illumini ciò che esiste intorno a noi.

4.Nessuna vita può dirsi completa senza un pizzico di follia.

5.Se fossi stato persuaso di vincere, anche la vittoria avrebbe creduto in me.

6.Se cerchiamo qualcosa, anche quel qualcosa è in cerca di noi.

7.Da molto tempo, ho appreso che posso curare le mie ferite solo quando ho il coraggio di affrontarle. E ho imparato anche a perdonarmi e a correggere i miei errori.

8.Mi è sempre stato accanto, mi ha dato il meglio di sé, e io desidero stargli vicino sino alla fine dei miei giorni. Ma i moti del cuore sono un mistero, e io non capirò mai ciò che è accaduto. Di certo, so che quell’incontro accrebbe la fiducia in me stessa, mostrandomi che ero ancora capace di amare e di essere amata, e rivelandomi un insegnamento che non dimenticherò mai nella vita, quando ti trovi di fronte a una cosa importante non significa che devi rinunciare a tutte le altre.

9. Amare significa comunicare con l’altro e scoprire in lui una particella di Dio.

10. In ogni minuto dell’esistenza, rammenterò sempre che l’amore è libertà

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