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Il gruppo di lettura ”Letteratitudini” , con Ottobre riapre la nuova stagione 2015/2016

ottobre 15th, 2015 // 12:37 pm @

8-webCancello ed Arnone (Matilde Maisto) – L’autunno ormai avanzato ripropone il nuovo tempo di Letteratitudini che, quest’anno, si preannuncia sempre più interessante, accertato pure le rinnovate disponibilità dei comuni amici “storici”: Matilde Maisto, Raffaele Raimondo, Felicetta Montella, Marinella Viola, Laura Sciorio, Lella Coppola, Giannetta Capozzi, Maria Sciorio, Arkin Jafuri, si è programmato il primo incontro per mercoledì 28 Ottobre 2015 alle ore 19,30.

Quest’anno i nostri preziosi incontri di lettura inizieranno con un reading di poesie dell’amico giornalista Giuseppe Bocchino, che ha recentemente pubblicato con la casa editrice “Giuseppe Vozza Editore” un suo libro di poesie “Versi fuori corso”, prima raccolta di poesie nelle quali Giuseppe intende esaltare la straordinaria energia delle passioni e delle emozioni; si tratta di quarantacinque componimenti in cui si celebra la potenza della parola poetica, che con la sua forza richiama l’individuo al dovere di liberarsi dagli inganni e dalla finzione del conformismo, per vivere una vita nell’autenticità dei sentimenti.
In questa difficile conquista della consapevolezza interiore, dice Giuseppe Bocchino, la poesia non è solo il luogo della disperazione, dello scoramento individuale, ma è soprattutto eroica rivolta esistenziale contro gli ostacoli, voglia di riscatto attraverso la solidarietà umana e l’amore per la solidarietà umana e l’amore per la natura, desiderio e godimento della bellezza in tutte le sue manifestazioni.
Naturalmente non mancherà un vivace dibattito tra tutti i partecipanti e, come sempre, l’incontro si concluderà con un gradevole bouffet.
Ovviamente saremo lieti di ospitare tutte quelle persone che, amanti della letteratura, si vorranno unire al nostro gruppo.
Vi aspettiamo!

In evidenza la foto del gruppo durante un incontro precedente

 

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“Letteratitudini” va in vacanza con “Il mare: al centro della nostra vita”

giugno 23rd, 2015 // 7:18 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – La stagione culturale 1014/2015, ormai, è terminata con l’ultima serata di mercoledì 17 giugno u.s.
I soci storici del gruppo, ossia Matilde Maisto, Raffaele Raimondo, Lella Coppola, Felicetta Montella, Laura Sciorio, Marinella Viola, Giannetta Capozzi, Arkin Jasufi, in questo incontro,hanno avuto il piacere di ospitare due nuovi illustri amici ed esattamente l’avvocato Gaetano Iannotti con la sua gentilissima consorte Marianna.
Il tema prescelto, proprio in prossimità delle vacanze, è stato: “Al centro della nostra vita: il mare”, con la lettura di alcune bellissime poesie, che hanno come filo conduttore, appunto “il mare”. Poesie scelte con il cuore di ogni partecipante che si è ritrovato in poesie come: “L’uomo e il mare” di Charles Baudelaire, “Qui ti amo” di Pablo Neruda, “S’ode ancora il mare” di Salvatore Quasimodo, “Mare” di Giovanni Pascoli, “L’Eternità di Arthur Rimbaud, “A Zacinto” di Ugo Foscolo, “Crepuscolo” di Henrich Heine, “Il Pescatore” di Wolfang Goethe.
Graditi anche alcuni testi di canzoni come “Il Mare d’inverno” di Loredana Bertè & Enrico Ruggeri, “Onda su onda” testo di Bruno Lauzi.
E, non poteva, ovviamente, mancare uno stralcio del romanzo di Ernest Hemingway “Il vecchio e il mare”; molto bella questa frase:… – Pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercar di uccidere la luna, pensò. La luna scappa. Ma pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercare di uccidere il sole? Siamo nati fortunati, pensò… –
Poesie, senza dubbio bellissime, che creano un forte pathos ed una grande passione perché per tutti coloro che amano la “poesia”, essa è tutto ciò che ti tiene vivo e da un senso alla tua vita.
Ma la vera scoperta della serata è stato proprio la new entry del gruppo, l’avvocato Gaetano Iannotta che, tra una portata e l’altra, ci ha deliziato con alcune sue poesie tratte dal suo libro “Il Canto dell’Uomo” – Carmina –
Una poesia molto bella tratta dalle liriche del soliloquio è “Ventun Giugno”che così recita: Così al solstizio di calda luce diffusa,/in cuspide che spezza l’anno a metà,/il mondo vide il mio dì./O Ventun Giugno,/cosa dunque son per te,/Castore, Polluce o altro ancora?/Breve o lunga che sia la vita mia,/forse mai lo scoprirò./O giorno del sole,/che al tramonto non vuol versar,/svela il mistero degli astri miei/ che solo guerra sembra arrecar./Riposo e pace non vedo/e triste è la sorte/del dì che taglia/in due la vita mia.
Nella prefazione del libro leggiamo: – Non v’è cosa più sublime della capacità di comporre versi: ciò che le Muse dicono per bocca dei poeti è eterno. Questo è quanto Gaetano Iannotta riesce a fare dal momento della prima ispirazione fino all’ultimo verso di questa meravigliosa silloge. –
Naturalmente il gruppo di Letteratitudini è pienamente d’accordo con il pensiero innanzi espresso ed è stato molto felice di programmare il primo incontro della nuova stagione 2015/2016 (mese di ottobre) proprio con l’avvocato Iannotta che ci illuminerà con una conferenza su ASTROLOGIA-FILOSOFIA-LETTERATURA.
Come da previsioni la serata è stata eccezionale, ricca di cultura, di amicizia, e di grande afflato.
Vi lasciamo, augurando a tutti buone vacanze e dandovi appuntamento al prossimo ottobre.
Matilde Maisto

Ecco tutte le poesie lette e meditate nella serata di Letteratitudini: “Il mare: al centro della nostra vita”:

WOLFGANG GOETHE – IL PESCATORE
L’acqua frusciava, l’acqua cresceva,
un pescatore stava sulla riva,
tranquillo, intento solo alla sua lenza,
ed era tutto freddo, anche nel cuore.
E mentre siede e ascolta,
si apre la corrente:
dall’acqua smossa affiora
una donna grondante.
A lui essa cantava, a lui parlava:
“Perchè tu attiri con astuzia umana,
con umana malizia, la mia specie
su alla luce che la ucciderà?
Ah, se sapessi come son felici
i miei piccoli pesci là sul fondo,
anche tu scenderesti, come sei,
e solo là ti sentiresti sano.
Non si ristora forse il dolce sole
nel mare, e così anche la luna?
Il loro volto, respirando l’onda,
non risale più bello?
Non ti alletta il cielo profondo,
l’azzurro che nell’acqua trascolora?
E il tuo volto stesso non ti chiama
quaggiù, nell’immutabile rugiada?”.
L’acqua frusciava l’acqua cresceva,
e a lui lambiva il piede.
Il cuore si gonfiò di nostalgia,
come al saluto della sua amata.
A lui essa cantava, a lui parlava,
e per lui fu finita:
un pò lei lo attirava, un pò lui scese,
e non fu più veduto.
HEINRICH HEINE – CREPUSCOLO
Sulla pallida spiaggia giacevo,
solitario dai tristi pensieri.
Declinava al tramonto nel mare
il sole, gettando sull’acqua
vivi sprazzi di porpora ardente;
ed i candidi flutti lontani,
sospinti dall’alta marea,
venivan spumando frusciando
più presso, più presso…
Uno strano gridare, un brusìo
e sibili e murmuri e risa,
un sospirare, un ronzare:
e, frammezzo, un sommesso cantare
di cune dondoleggiate.
Riudir mi parea le obliate
leggende, le fiabe soavi
di tempi remoti, che bimbo
mi seppi dai bimbi d’accanto,
allor che nei vesperi estivi
ci acquattavam sui gradini
dinanzi alla porta di casa
per cinguettarci sommessi
le storie, coi piccoli cuori
protesi in ascolto, con gli occhi
astuti di curiosità,
mentre le bimbe più grandi,
dalle finestre di fronte,
tra vasi olezzanti di fiori
sporgevano i volti di rosa
ridenti alla luce lunare.
UGO FOSCOLO – A ZACINTO
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
CHARLES BAUDELAIRE – L’uomo e il mare
Sempre il mare, uomo libero, amerai!
perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell’infinito svolgersi dell’onda
l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l’abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal tuo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d’ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!
ARTHUR RIMBAUD – L’eternità
È stata ritrovata!
– Cosa? – l’Eternità.
È il mare unito
Al sole.
GIOVANNI PASCOLI – Mare
M’affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?
(Myricae)
SALVATORE QUASIMODO – S’ode ancora il mare
Già da più notti s’ode ancora il mare,
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.
Eco d’una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d’uccelli delle torri, che l’aprile
sospinge verso la pianura. Già
m’eri vicina tu con quella voce;
ed io vorrei che pure a te venisse,
ora di me un’eco di memoria,
come quel buio murmure di mare.
EUGENIO MONTALE – Casa Sul Mare
ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora I minuti sono eguali e fissi
come I giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
Il vecchio e il mare – Ernest Hemingway

“Pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercar di uccidere la luna, pensò. La luna scappa. Ma pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercare di uccidere il sole?
Siamo nati fortunati, pensò…”
Ernest Hemingway, Il Vecchio e il Mare
Ernest Hemingway (1899-1961) scrive Il vecchio e il mare (The old man and the sea) nel 1951, anche se l’abbozzo di questo breve romanzo risale al 1936. Mentre lavora al romanzo Hemingway si trova a Cuba, dove risiede dal 1939; non è quindi un caso che le atmosfere del libro risentano sia della cultura cubana che delle fascinazioni per la dura vita dei pescatori. Tuttavia Hemingway sceglie di lasciare fuori dal romanzo l’attualità di quei primi anni Cinquanta, le tensioni della Guerra Fredda tra USA e URSS e le lotte politiche interne alla società cubana che avrebbero portato nel 1952 alla presa di potere da parte del dittatore Fulgencio Batista (1901-1973).
Il vecchio e il mare ha immediatamente un enorme successo di pubblico che, nel 1953, vale a Hemingway il premio Pulitzer, uno dei massimi riconoscimenti letterari americani. Solo un anno dopo Hemingway vincerà anche il premio Nobel per la Letteratura.
Trama
Santiago, un vecchio pescatore cubano, da due mesi e mezzo esce per mare e torna a mani vuote e la sua reputazione è così compromessa che perfino i genitori del suo apprendista, il giovane Manolin, vogliono che il figlio presti servizio presso pescatori più abili e fortunati. Ma il ragazzo è molto affezionato a Santiago e continua a frequentarlo, aiutandolo con le reti e le provviste e conversando con lui di vari argomenti. Un giorno Santiago decide di mettere fine agli esiti negativi delle sue battute di pesca e si risolve ad avventurarsi da solo più lontano del solito, in mare aperto: i suoi sforzi vengono ricompensati, infatti abbocca all’amo un gigantesco marlin 1. Tra il vecchio pescatore e la sua preda inizia una lunga battaglia che andrà avanti per quasi tre giorni: il marlin per liberarsi tira la barca verso di sé e Santiago, negli sforzi per trattenerlo, si ferisce più volte finché, allo stremo delle forze, riesce ad attirare il pesce verso lo scafo e lo finisce con un arpione. Ma sulla via del ritorno il pesce lascia dietro di sé un’abbondante scia di sangue che attira gli squali: Santiago ne uccide molti ma, quando la barca giunge finalmente in porto, del marlin non restano che pochi brandelli. Stremato e arrabbiato con se stesso essersi spinto troppo lontano e aver sacrificato un “avversario” così formidabile come il marlin, Santiago torna alla sua capanna e si addormenta. Il giorno dopo una folla di pescatori si riunisce esterrefatta intorno alla sua barca, ammirando la grande carcassa del pesce ancora attaccata allo scafo. Manolin, preoccupato per la sorte del suo vecchio amico, tira un sospiro di sollievo quando lo trova in casa che dorme. Il giovane porta a Santiago il caffè e i giornali e i due decidono di tornare ad essere compagni di pesca.
Un romanzo sulla dignità
Il rapporto dell’uomo con la Natura è una tematica che, in letteratura, ha sempre suscitato grande interesse. Nel caso della letteratura americana, questo rapporto tradizionalmente si sviluppa nei termini di uno scontro tra un essere finito e debole, l’uomo, e una forza smisurata, la Natura. Nei romanzi di Jack London (1876-1916), ad esempio, il problema centrale è quello prettamente darwiniano dell’adattamento dell’uomo alla natura e della lotta per la sopravvivenza. Ne Il vecchio e il mare, invece, ciò su cui si concentra Hemingway è la modalità con cui avvengono quell’adattamento e quella sopravvivenza. Ciò che l’autore celebra, quindi, sono valori come la dignità e il coraggio di chi lotta e di chi sopravvive, anche nel mondo animale. In questa direzione allora si può leggere una riflessione di Santiago che occorre verso la metà del romanzo:
Poi gli dispiacque che il grosso pesce non avesse nulla da mangiare e il dispiacere non indebolì mai la decisione di ucciderlo. A quanta gente farà da cibo, pensò. Ma sono degni di mangiarlo? No, no di certo. Non c’è nessuno degno di mangiarlo, con questo suo nobile contegno e questa sua grande dignità .
Oppure più avanti:
Non hai ucciso il pesce soltanto per vivere e per venderlo come cibo, pensò. L’hai ucciso per orgoglio e perché sei un pescatore. Gli volevi bene quand’era vivo e gli hai voluto bene dopo. Se gli si vuol bene non è un peccato ucciderlo
La dimensione utilitaristica della pesca (quella che ad esempio fa propendere i genitori di Manolin a consigliare al figlio di trovarsi un altro maestro, poiché Santiago sembra colpito dal malocchio) si sposta così in secondo piano. Emerge piuttosto l’importanza del rapporto (e del confronto agonistico sincero e leale) con l’Altro, un altro che si rivela essere un pari e di cui, per questo motivo, bisogna avere rispetto. Ma questa impostazione ideologica, nel testo di Hemingway, ha un effetto ulteriore: la grandezza del nemico vinto si riflette sull’eroismo del vincitore, conferma il suo valore e lo aumenta. Certo alla fine, ancora una volta, la Natura cerca di imporsi: l’attacco in massa degli squali e lo smembramento del marlin vanificano in termini materiali l’impresa di Santiago, che tornerà a casa a mani vuote per l’ennesima volta, ma non possono portargli via la consapevolezza profonda della vittoria.

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“Letteratitudini” nel 1° Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale

maggio 24th, 2015 // 7:44 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Il gruppo storico dei soci di “Letteratitudini” (Matilde Maisto, Raffaele Raimondo, Felicetta Montella, Marinella Viola, Laura Sciorio, Lella Coppola, Giannetta Capozzi, Maria Sciorio, Arkin Jafuri), nel 1° Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale, ha organizzato un incontro dal tema: La “Grande Guerra”: dolore ed umana pietà nella testimonianza poetica di Giuseppe Ungaretti.
Come sappiamo l’Italia e l’Europa nel 2015 ricordano il centenario della “Grande Guerra”, un conflitto caratterizzato da decine di milioni di morti, infatti fra il 1914 e il 1918 il mondo fu sconvolto dalla Prima Guerra Mondiale, uno spartiacque storico che segnò la fine di un’epoca: l’età delle rivoluzioni industriali, dell’illuminismo e del positivismo, con la sua ottimistica fiducia nella razionalità, nel progresso e nella scienza, terminò nel sangue.
La scintilla della Grande Guerra fu l’attentato di Sarajevo, avvenuto esattamente 101 anni fa, il 28 giugno 1914. L’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono d’Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia, in visita nella città, caddero sotto i colpi di pistola esplosi dal rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip.
Fu così che ebbe inizio la guerra, ufficialmente un mese più tardi, il 28 luglio 1914, e fu un evento destinato a cambiare radicalmente non solo la geopolitica dell’Europa, ma anche il modo di pensare e di agire dei suoi cittadini.
L’Italia dichiarò guerra all’Austria il 24 maggio 1915, entrando così nella Prima Guerra Mondiale. I nostri morti nel conflitto furono 1,24 milioni. Di questi 651mila militari e 589 mila civili.
E’ proprio in questo contesto storico che il professore Raffaele Raimondo, eccellente relatore della serata, ci ha deliziati ripercorrendo in una obbligata sintesi, l’itinerario poetico e la vicenda umana di Giuseppe Ungaretti: uomo del nostro tempo, poeta che fu unico fin dal suo esordio e, per tutta la vita, mantenne fede a quella espressione, direi quasi filosofica, dell’uomo di pena. Attraverso le varie fasi del suo percorso Ungaretti riuscirà sempre ad inserire sulla sua lingua poetica, popolare e parlata, i sensi di cui si accresceva come Uomo, rimanendo sempre fedele a quella urgenza, già presente in lui fin fai tempi del Porto Sepolto e poi dell’Allegria, ovvero la necessità umana che la storia della sua poesia non sarebbe stato altro che un diario e la storia della propria vita un’autobiografia scritta appunto per necessità umana.
Non a caso Ungaretti scriveva in ogni luogo, come non ricordare i suoi scritti d’impeto in trincea, sdraiato sul fango, accanto ad un suo compagno morto, mentre con un lapis segnava i versi sul suo quadernetto: Un’intera nottata/buttato vicino/ a un compagno massacrato… nel mio silenzio/ ho scritto/lettere piene d’amore./Non sono mai stato/tanto/attaccato alla vita. (23 dicembre 1915).
Non v’è dubbio, quindi, che tutta la sua poesia nascerà e si fonderà sulla esperienza diretta, umanamente vissuta, dolorosamente sofferta.
Ricordiamo un brevissimo e celebre componimento, incluso nella raccolta “Allegria di naufragi”. Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie. Poesia formata da un’unica e pregnante similitudine, che equipara i soldati alle foglie autunnali, simboleggiando la precarietà dell’esistenza umana durante la guerra. In essa è evidente il senso della tragedia esistenziale del primo conflitto mondiale. Anche in questo caso i versi sono scritti in trincea presso il bosco di Courton, vicino a Reims. A questo sentimento si associa l’estrema brevità del testo, che sembra quasi una fulminante scoperta della condizione assurda in cui versano i “soldati”.
Tuttavia, “L’Allegria di Naufragi” è anche la presa di coscienza di sé, è la scoperta che tutto è naufragio, tutto può essere travolto, soffocato, consumato dal tempo; è l’esultanza che l’attimo offre proprio perché fuggitivo, quell’attimo che soltanto amore può strappare al tempo, quell’allegria che non avrà mai se non il sentimento della presenza della morte da scongiurare.
Quella presa di coscienza di sé culmina con il canto “I fiumi” dove sono enumerate le quattro fonti, il Nilo, il Serchio, l’Isonzo, la Senna: i fiumi che mescolano le loro acque con il sangue del poeta.

Il Nilo è il fiume che bagna Alessandria d’Egitto dove il poeta è nato, il fiume della sua infanzia e dell’adolescenza, denso di tutta l’inesperienza e l’incosapevolezza di quell’età. Quegli anni passati in Egitto sono formativi per il poeta e quel paesaggio, quella malinconica dolcissima cantilena del beduino, quel deserto ondeggiante in cui si muove da ragazzo, è pur sempre un deserto pieno di oasi, di luoghi di speranza.
Il Serchio, invece, è il fiume che scorre vicino a Lucca, la città originaria dei suoi genitori, il fiume degli avi del poeta, il fiume dove affondano le sue radici.
La Senna che bagna Parigi dove il poeta visse parte della giovinezza, il fiume che fu testimone della sua formazione culturale e della sua maturazione morale. In questo periodo vi furono le letture e le lezioni di Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé fino all’amicizia di Apollinaire.
Ed infine l’Isonzo nelle cui acque come uomo si è liberato dalle tossine della guerra ed ha provato la sensazione di far parte della vita universale e si sente una docile fibra dell’universo, mentre le acque del fiume penetrano nel suo corpo facendolo sentire in armonia con l’universo.
Un incontro assolutamente eccezionale, condotto dal Professore Raffaele Raimondo con grande competenza che ci ha fatto vivere momenti di autentica, malinconica dolcezza con l’ascolto di alcuni canti di cori alpini: “Era una notte che pioveva” – “La montanara”. Naturalmente sono state declinate meravigliose poesie, come: Caino – San Martino del Carso – Fratelli – Dove la Luce – La Madre – Giorno per Giorno – M’illumino d’Immenso.
E, dopo esserci illuminati d’immenso, ci siamo dati appuntamento al mese prossimo con un’antologia di poesie dedicate al mare, dal titolo: “Al centro della nostra vita: il mare”.

Matilde Maisto

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Letteratitudini – La “Grande Guerra”: dolore ed umana pietà nella testimonianza poetica di Giuseppe Ungaretti.

maggio 20th, 2015 // 1:54 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Nel 1° Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale, il gruppo di “Letteratitudini” ha organizzato un incontro dal tema: La “Grande Guerra”, dolore ed umana pietà nella testimonianza poetica di Giuseppe Ungaretti.
Come sappiamo l’Italia e l’Europa nel 2015 ricordano il centenario della “Grande Guerra”, un conflitto caratterizzato da decine di milioni di morti, infatti fra il 1914 e il 1918 il mondo fu sconvolto dalla Prima Guerra Mondiale, uno spartiacque storico ch segnò la fine di un’epoca: l’età delle rivoluzioni industriali, dell’illuminismo e del positivismo, con la sua ottimistica fiducia nella razionalità, nel progresso e nella scienza, terminò nel sangue.
La scintilla della Grande Guerra fu l’attentatodi Sarajevo, avvenuto esattamente 101 anni fa, il 28 giugno 1914. L’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono d’Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia, in visita nella città, caddero sotto i colpi di pistola esplosi dal rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip.
Fu così che ebbe inizio la guerra, ufficialmente un mese più tardi, il 28 luglio 1914, e fu un evento destinato a cambiare radicalmente non solo la geopolitica dell’Europa, ma anche il modo di pensare e di agire dei suoi cittadini.
L’Italia dichiarò guerra all’Austria il 24 maggio 1915, entrando così nella Prima Guerra Mondiale. I nostri morti nel conflitto furono 1,24 milioni. Di questi 651mila militari e 589 mila civili.
E’ proprio in questo contesto storico che il professore Raffaele Raimondo, relatore della serata, desidera ripercorrere in una obbligata sintesi l’itinerario poetico e la vicenda umana di Giuseppe Ungaretti: uomo del nostro tempo, poeta che fu unico fin dal suo esordio e, per tutta la vita, mantenne fede a quella espressione, direi quasi filosofica, dell’uomo di pena. Attraverso le varie fasi del suo percorso Ungaretti riuscirà sempre ad inserire sulla sua lingua poetica, popolare e parlata, i sensi di cui si accresceva come Uomo, rimanendo sempre fedele a quella urgenza, già presente in lui fin fai tempi del Porto Sepolto e poi dell’Allegria, ovvero la necessità umana che la storia della sua poesia non sarebbe stato altro che un diario e la storia della propria vita un’autobiografia scritta appunto per necessità umana.
Non a caso Ungaretti scriveva in ogni luogo, come non ricordare i suoi scritti d’impeto in trincea, sdraiato sul fango, accanto ad un suo compagno morto, mentre con un lapis segnava i versi sul suo quadernetto: Un’intera nottata/buttato vicino/ a un compagno massacrato… nel mio silenzio/ ho scritto/lettere piene d’amore./Non sono mai stato/tanto/attaccato alla vita. (23 dicembre 1915).
Non v’è dubbio, quindi, che tutta la sua poesia nascerà e si fonderà sulla esperienza diretta, umanamente vissuta, dolorosamente sofferta.
Ricordiamo un brevissimo e celebre componimento, incluso nella raccolta “Allegria di naufragi”. Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie. Poesia formata da un’unica e pregnante similitudine, che equipara i soldati alle foglie autunnali, simboleggiando la precarietà dell’esistenza umana durante la guerra. In essa è evidente il senso della tragedia esistenziale del primo conflitto mondiale. Anche in questo caso i versi sono scritti n trincea presso il bosco di Courton, vicino a Reims. A questo sentimento si associa l’estrema brevità del testo, che sembra quasi una fulminante scoperta della condizione assurda in cui versano i “soldati”.
Molto ci sarà ancora da dire su questo poeta, ma lasciamo volentieri il campo al nostro relatore, professore Raffaele Raimondo, che sicuramente ci delizierà con il suo approfondito e competente resoconto.
Come sempre invito tutti a partecipare all’incontro che sarà motivo di arricchimento culturale, ma anche un piacevole afflato tra amici che amano la letteratura.
Matilde Maisto

 

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Serata di Letteratitudini: “Eneide – ogni uomo patisce la propria ombra”

aprile 25th, 2015 // 1:08 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Grande incontro per gli amanti della letteratura nella serata del 23 aprile u.s.
La data del 23 è stata scelta in concomitanza della Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, il giorno di San Giorgio a Barcellona, il giorno della World Book Night in Inghilterra. In Italia quest’anno è stato il giorno di #ioleggoperché, un’iniziativa dell’Associazione Italiana Editori che ha mobilitato i lettori di tutta Italia trasformandoli in veri e propri ‘messaggeri’ “pronti a tutto” per sensibilizzare chi non legge o legge poco.
Il progetto – a cura di AIE (Associazione Italiana Editori), e realizzato in collaborazione con ALI (Associazione Librai Italiani – Confcommercio), AIB (Associazione Italiana Biblioteche), Centro per il Libro e la Lettura del MIBACT (Ministero dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo), Milano Città del Libro 2015 – Comune di Milano e con il contributo di RAI e RAI3 – è un invito all’azione per tutti coloro che credono nel valore del libro e della lettura.
Per l’occasione, i componenti storici del gruppo di Letteratitudini: Raffaele Raimondo, Lella Coppola, Marinella Viola, Laura Sciorio, Giannetta Capozzi , Arkin Jafuri, la sottoscritta e la relatrice della serata Felicetta Montella hanno dato vita ad una vivacissima serata iniziando da una frase molto significativa che dice: “…Soltanto dal perfetto, compiuto significato della morte scaturisce l’immenso significato della vita”. Parole forti per introdurre il grande Publio Virgilio Marone, ritenuto di volta in volta profeta, oracolo, negromante, scienziato, egli è l’immagine stessa del genio, dell’uomo superiore, del poeta che stupisce, affascina e sconvolge. La pluralità dei miti e delle leggende intorno a Virgilio, è il corrispettivo della molteplicità e della ricchezza straordinarie dell’Eneide che, come ogni capolavoro, cattura su diversi piani.
C’è intanto il motivo centrale della pietas di Enea: eroe per gli altri, non per sé, quest’uomo che esce dall’eccidio di Troia portando sulle spalle il padre e i “penati”,impegnerà tutto se stesso non a proprio vantaggio, ma per la sua religione e per la sua patria. Enea è il primo eroe moderno per il fuoco che lo divora dentro, le stanchezze, le delusioni, le umiliazioni. Ma Enea non è il solo ad affascinarci: si pensi alla tragica Didone o al valoroso Turno.
Virgilio, poeta timido e mite, tratteggia in maniera stupenda i caratteri dei vinti della vita, di quelli che alla vita fanno pieno dono di sé e ne ricevono in cambio sventura: è solo nella pace e nell’amore che il destino di un popolo si realizza e si sublima.
Particolare attenzione è stata rivolta al IV libro dell’Eneide che è dedicato all’amore dell’infelice Didone nei confronti di Enea, amore inteso come furor a cui si contrappone la pietas dell’eroe troiano, che accetta il destino che gli dei hanno voluto per lui, abbandona la donna che lo ama e parte per l’Italia. La donna in preda al furor, decide di parlare all’amato: si dice ingannata, lo accusa ed infine preannuncia la propria morte. L’eroe ascolta con dolore, ma sa anche che deve abbandonare il lido cartaginese e assecondare il volere degli dei. Ma Didone non dà peso a quanto egli dice, travolge l’uomo con una serie di accuse di ingratitudine, di insensibilità, promettendogli vendetta. “… Ella, mentre dicea, crucciata e torva lo rimirava, e volgea gli occhi intorno senza far motto. Alfin, da sdegno vinta così proruppe: “Tu, perfido, tu sei di Venere nato? Tu del sangue di Dardano? Non già; ché l’aspre rupi ti produsser di Caucaso, e l’Ircane tigri ti fur nutrici…”
E poi continua: “…Ahi, da furor, da foco rapir mi sento!..Và pur, segui l’Italia, acquista i regni…Ma se i numi son pietosi, e se ponno, io spero ancora che dà vènti e da l’onde e da gli scogli n’avrai degno castigo; e che più volte chiamerai Dido…”
Non si finirebbe mai di parlare di questo splendido poema epico, ma intanto è necessario concludere, non senza evidenziare il compiacimento di tutti i partecipanti, per aver vissuto l’ennesima splendida serata all’insegna della cultura, della convivialità e dell’amicizia. Come di consueto abbiamo terminato dandoci appuntamento al 21 del mese prossimo per l’incontro mensile di Maggio.
L’anno scorso abbiamo dedicato questo mese alle rose , alla festa della mamma, a Maria, essendo il mese mariano per eccellenza”, mentre per il corrente anno, in considerazione del “Centenario della Prima Guerra Mondiale 1914 – 1918”, abbiamo scelto un tema che s’inserisce tra gli eventi in programma per il centenario: LA “GRANDE GUERRA” – DOLORE ED UMANA PIETA’ NELLA TESTIMONIANZA POETICA DI GIUSEPPE UNGARETTI. Per questo evento storico/letterario sarà relatore il nostro prof. Raffaele Raimondo.
Come sempre, siamo lieti d’invitare tutte le persone che desiderano partecipare agli incontri.

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Category : Cultura &Letteratitudini

Ulisse e le grandi donne nell’Odissea di Omero

marzo 23rd, 2015 // 4:03 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Interessante e ben riuscita la serata di “Letteratitudini” di ieri 12 Marzo. E’ stato affrontato un argomento molto accattivante che ha dato vita ad un vivace dibattito tra i fautori dell’amore fedele e coniugale di Penelope e le altre donne incontrate ed amate da Ulisse.
Assodato che la grandezza di un atto d’astuzia è ormai conosciuta, allo stesso modo bisogna tener presente che questi slanci di furbizia mantengono un loro stampo di sacra classicità. Odisseo, la volpe dell’Ellade, colui che portò alla rovina Troia, va considerato un fiore all’occhiello nel panorama omerico. Di qui, lo straordinario successo del poema che porta il suo nome, un nome dal multiforme ingegno.
Come la sorella Iliade, anche l’Odissea è composta da ventiquattro libri. Non sono più le vicende della guerra a scandire tempo e anima, siamo piuttosto dinanzi alle peripezie e le riflessioni di un viaggio, possiamo dire, del “ritorno” in cui i grandi campioni achei tentano di riabbracciare la terra natia, dopo la vittoria conseguita sul regno di Priamo. E quale sorpresa se proprio la cara Nostalgia vien su da nostos (ritorno) e elgia (dolore)? Questo unico termine, sconosciuto al mondo classico, può racchiudere tutto il valore morale della traversata omerica.
Se dovessimo analizzare una parte di questo viaggio e se dovessimo entrare in comunione con le diverse sensazioni che vi prendono parte, dovremmo fermarci un secondo allo squarcio provocato dal libro XI, quando Odisseo si cala nel regno dei morti e assiste ad una visione terribile. Sappiamo che l’eroe ha dimostrato la sua astuzia contro il ciclope Polifemo, sappiamo anche che è riuscito a svincolarsi dai gioghi della maga Circe e che, sotto consiglio di quest’ultima, ha deciso di scivolare nelle contrade del buio per incontrare il saggio Tiresia. E senza preavviso eccola, ecco l’ombra della madre vinta dall’angoscia:
Io, pensando tra me, l’estinta madre
Volea stringermi al sen: tre volte corsi,
Quale il mio cor mi sospingea, ver lei,
E tre volte m’usci fuor delle braccia,
Come nebbia sottile, o lieve sogno.
Cura più acerba mi trafisse, e ratto,
Ahi, madre, le diss’io, perchè mi sfuggi
D’abbracciarti bramoso, onde anco a Dite,
Le man gittando l’un dell’altro al collo,
Di duol ci satolliamo ambi, e di pianto?
Fantasma vano, acciò più sempre io m’anga,
Forse l’alta Proserpina mandommi?
Siamo ben oltre il pathos eroico, ci troviamo alle porte di una visione che riassume l’intera opera. Se Itaca fa da obiettivo ultimo, la madre incarna ogni tensione umana. L’uomo, che nell’Odissea ha vinto persino il Destino e si è fatto quasi beffe degli dei, adesso cerca di stringere la rosa del sonno eterno. Questa è la tua patria, qui combatte la tua furbizia, nel regno dell’illusione.
Ma il tormento è reso dolce da un canto che s’alza dal mare. Le fameliche sirene non possono certo essere relegate a quell’unico episodio del libro XII; esse mutano forma nelle diverse figure femminili del poema, ora le vediamo con bianche braccia, ora circondate da incanti e ora languide in attesa. Le donne sono tra i più grandi distruttori del ritorno ad Itaca e si pongono come una vera schiera di ancelle.
Ed ecco quindi comparire sulla scena ad una , ad una le varie donne che hanno popolato il peregrinare di Ulisse: Calipso, Nausicaa, Circe ed infine Penelope.
Calipso, la ninfa innamorata, vive sull’isola di Ogigia insieme ad altre ninfe che, come lei, trascorrono le giornate tessendo e cantando. Abita in una grande grotta piena di antri nascosti, ed è lì che accoglie Ulisse quando approda solo sull’isola, dopo essere scampato alle tempeste marine di Scilla e Cariddi. I due diventano amanti, ma la loro storia non è del tutto felice in quanto egli è consapevole della necessità di tornare ad Itaca.
Nonostante il ricordo di casa, Ulisse non si fa remore a trascorrere insieme a Calipso ben sette anni, durante i quali la ninfa si innamora profondamente di lui, tanto da volergli concedere il dono dell’immortalità, fino a che gli dei non la convincono a lasciarlo ripartire. Prima di farlo, però, Calipso scatena su Hermes, messaggero degli dei, il suo dolore per l’imminente perdita dell’amato. Il suo amore è sincero e ancor più sincera è la rabbia di dover rinunciare a un legame che lei ritiene del tutto legittimo. Nelle sue parole si legge il rincrescimento per la disparità di trattamento tra dei e dee: mentre ai primi si perdonano tutte le passioni fugaci con donne terrestri, alle seconde vengono riservate punizioni severe e imposte rinunce forzate anche quando il sentimento che le lega ad un uomo è profondo e duraturo. Apporta poi l’esempio di altre dee, da Aurora a Demetra, vittime dello stesso destino, e conclude: “Così ora contro di me vi sdegnate, o dèi, perché con me sta un uomo mortale.”
Nausicaa, la giovane vergine, figlia del re dei Feaci accoglie con gentilezza il naufrago Ulisse, lo rifocilla, gli procura delle vesti, e lo conduce nel palazzo del padre affinché racconti la sua storia. In questo Nausicaa non agisce sola, ma spinta dal consiglio della dea Atena, che le compare in sogno e le infonde un coraggio e una maturità insoliti in una ragazza della sua età. Lei rappresenta a tutti gli effetti un’ancora di salvezza per Ulisse, stanco di navigare e ormai solo, e insieme al padre Alcinoo lo aiuta concretamente a rimettersi in viaggio verso Itaca facendogli dono di una nave nuova.
Nausicaa è una principessina destinata a prendere marito e ad essere per tutta la vita una moglie fedele e devota. Ha ancora lo spirito libero della sua giovane età e, pur non pensando ancora al matrimonio, vede in Ulisse l’uomo che vorrebbe al suo fianco. Allo stesso tempo, è anche prudente e saggia, tanto che al momento di condurre l’eroe alla casa paterna gli suggerisce di prendere una strada diversa per evitare i possibili pettegolezzi dei Feaci nel vederla insieme a uno sconosciuto prima delle nozze. Dispiace quasi per Nausicaa, così saggia e generosa, eppure destinata ad un futuro convenzionale di moglie e madre. Non si capisce, però, se questa astuzia sia insita in lei o se sia piuttosto il frutto temporaneo dell’intervento delle dea Atena, sempre pronta ad aiutare Ulisse nel momento di maggiore necessità.
Circe, la maga ammaliatrice, figlia degli dei e abitante solitaria dell’isola di Eea, Circe è il personaggio femminile più misterioso dell’Odissea. Vive in uno splendido palazzo difeso da belve feroci e, dopo avere ammaliato i compagni di Ulisse con il suo canto e con bevande velenose, non esita a trasformarli in maiali e rinchiuderli nella stalla. Anche Ulisse potrebbe cadere vittima della stesso fato, ma viene prontamente avvertito da Hermes e rifiuta le sue offerte. Però ne diventa l’amante e ottiene la liberazione dei compagni di viaggio dall’incantesimo. Per un anno gli uomini vengono ospitati in modo sontuoso nel palazzo di Circe, ma in loro è vivo il desiderio di fare ritorno a casa e avvertono Ulisse, il quale se ne era quasi dimenticato (per la seconda volta, dopo l’esperienza con Calipso). La maga acconsente, ma lo avverte che ad aspettarlo ci sono ancora altre peripezie da affrontare, stavolta nel regno dell’oltretomba. Gli fornisce anche dei consigli preziosi per fronteggiare al meglio la nuova sfida e gli dona un vento favorevole alla navigazione.
Ciò che più stupisce di Circe non è tanto la sua solitudine, quanto la trasformazione simbolica degli uomini in maiali (perché non un altro animale?) e la sua volubilità: da una passione repentina nei confronti di Ulisse passa rapidamente ad un distacco, e lo lascia andare senza le remore di Calipso. La differenza sta nel fatto che Circe non è innamorata, ma vuole soltanto divertirsi senza coinvolgimento emotivo. Per questo il suo invito non lascia spazio a dubbi. Attenzione però: Circe parla di fiducia, non di passione carnale e il suo sembra piuttosto un desiderio di amicizia e compagnia. In questo la maga dell’isola di Eea è profondamente attuale: lei e Ulisse sono friends with benefits! Nonostante lui si fosse ripromesso di non lasciarsi ammaliare, cade vittima di un incantesimo più sottile di quello della mera trasformazione in maiale e resta nel palazzo di Circe più a lungo del previsto.
Arriviamo infine a Penelope, la moglie fedele, figura emblematica della moglie paziente e devota, disposta a perdonare le scappatelle del marito (non vogliamo credere che non ne sapesse nulla…) pur ditenerselo accanto dopo così tanti anni di lontananza.
Penelope incarna l’emblema della femminilità, la “madonna” piena di virtù, ed è facile ritrovarla in due oggetti simbolici: da un lato la tela che fila e disfa ogni notte per respingere con l’inganno le avances dei Proci, dall’altro il dilemma del letto che le permette infine di riconoscere il marito. Il continuo affaccendarsi su una tela, secondo una chiave di lettura del tutto personale, rappresenta la monotonia del lavoro domestico che si ripete sempre uguale a se stesso e che non è fonte di alcuna soddisfazione per chi lo compie. Un lavoro dato per scontato a cui per intere generazioni si sono dedicate le sole donne, un lavoro che richiede tempo e pazienza, ma che non conduce a nessuna crescita interiore, un lavoro che proprio per questo è sempre stato considerato prettamente femminile. Il letto coniugale, invece, è il luogo dell’amore legittimo per eccellenza. Voglio pensare che Ulisse abbia amato Calipso e Circe in contesti diversi da quello classico… Il letto di Penelope, per di più, è intagliato nel legno robusto di un tronco d’ulivo, è radicato nella terra di Itaca, è un richiamo forte a tutto ciò che è terreno e concreto. Come il legame che unisce i due coniugi, e che alla fine del poema trionfa nuovamente. La moglie devota vince, e Omero vuole premiare la costanza epica della “saggia” Penelope, per quanto anti-femminista e antiquata ci possa sembrare. L’incontro tra i due coniugi dopo ben vent’anni di guerre e peripezie marine non è certo dei più affettuosi. I due faticano a riconoscersi non solo a causa del ricordo ormai pallido di una vita insieme, quanto per i segni del tempo che si leggono sui loro visi mortali. Riuscirà Ulisse ad amare ancora la sua sposa, che ha visto l’ultima volta giovane e che è ora invecchiata di vent’anni all’improvviso? E riuscirà Penelope ad amare ancora il marito nonostante l’abbia tradita numerose volte e abbia posticipato il ritorno per stare accanto ad altre donne? Omero conclude l’Odissea con un “e vissero felici e contenti” di cui gli antichi avevano un gran bisogno. Io, se fossi stata Penelope, probabilmente non mi sarei comportata in modo così “saggio” e devoto…
Figure femminili assolutamente grandi, ognuna nel suo genere, donne che hanno lasciato un segno nella vita di Ulisse. Egli facilmente si è lasciato incantare dal canto di quelle famose sirene che hanno mutato forma nelle diverse figure femminili del poema, ora le vediamo con bianche braccia, ora circondate da incanti e ora languide in attesa.
La piacevole serata è terminata con l’ appuntamento al prossimo incontro, fissato per giovedì 23 Aprile p.v. alle ore 20,30, l’argomento che andremo a trattare sarà un passo dell’Eneide e la relatrice sarà la gentilissima signora Felicetta Montella.
Matilde Maisto

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Letteratitudini: Incontro del mese di Novembre 2014.

dicembre 17th, 2014 // 5:32 pm @

1

Incontro del mese di Novembre 2014. Grande serata con relatore professore Aldo Cervo da Caiazzo. Tema dell’incontro: “Poesia e Faziosità nell’Iliade di Omero”.
Abbiamo letto e discusso sui seguenti canti:
LIBRO SETTIMO
ARGOMENTO
ETTORE e Paride rispingono i Greci. Eleno, per inspirazione divina, consiglia Ettore che, fatta cessare la battaglia, sfidi a singolar tenzone il più valente de’ Greci. Ettore accoglie la proposta. I Greci esitano alquanto ad accettare la disfida. Quindi rimproverati da Nestore, nove di loro offronsi pronti a combattere. Poste le sorti, esce quella di Aiace Telamonio. Descrizione del duello. I combattenti, sopravvenendo la notte, sono separati dagli araldi. I Greci, per consiglio di Nestore, sospendono le armi onde attendere alla sepoltura de’ morti ed alla costruzione d’un muro per difesa del campo. Assemblea de’ Troiani. Idéo viene nel campo greco a proporre condizioni di pace, e a domandare una tregua per seppellire i morti. Le prime sono rigettate, la seconda è accordata. Muro costrutto dai Greci. Sdegno di Nettunno. Conviti notturni de’ Greci e de’ Troiani. Segni infausti mandati da Giove durante la notte.
DUELLO DI ETTORE ED AIACE, Canto VII vv. 249-379
Di splendid’armi frettoloso intanto
Aiace si vestiva: e poichè tutte
L’ebbe assunte dintorno alla persona,
Concitato avvïossi, e camminava
Quale incede il gran Marte allor che scende
Tra fiere genti stimolate all’armi
Dallo sdegno di Giove, e dall’insana
Roditrice dell’alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
Lo smisurato Aiace, sorridendo
Con terribile piglio, e misurava
A vasti passi il suol, l’asta crollando
Che lunga sul terren l’ombra spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
A riguardarlo; ma per l’ossa ai Teucri
Corse subito un gelo. Palpitonne
Lo stesso Ettór; ma nè schivar per tema
Il fiercimento, né tra’ suoi ritrarsi
Più non gli lice, chè fu sua la sfida.
E già gli è sopra Aiace coll’immenso
Pavese che parea mobile torre;
Opra di Tichio, d’Ila abitatore,
Prestantissimo fabbro, che di sette
Costruito l’avea ben salde e grosse
Cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
Una falda d’acciar. Con questo al petto
Enorme scudo il Telamónio eroe
Fêssi avanti al Troiano, e minaccioso
Mosse queste parole: Ettore, or chiaro
Saprai da solo a sol quai prodi ancora
Rimangono agli Achei dopo il Pelíde
Cuor di lïone e rompitor di schiere.
Irato coll’Atride egli alle navi
Che non temiamo lo tuo scontro, e molti.
Comincia or tu la pugna, e tira il primo.
Nobile prence Telamónio Aiace,
Rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli
Come a imbelle fanciullo o femminetta
Cui dell’armi il mestiero è pellegrino?
E anch’io trattar so il ferro e dar la morte,
E a dritta e a manca anch’io girar lo scudo,
E infaticato sostener l’attacco,
E a piè fermo danzar nel sanguinoso
Ballo di Marte, o d’un salto sul cocchio
Lanciarmi, e concitar nella battaglia
I veloci destrier. Nè già vogl’io
Un tuo pari ferire insidïoso,
Ma discoperto, se arrivar ti posso.
Ciò detto, bilanciò colla man forte
La lunga lancia, e saettò d’Aiace
Il settemplice scudo. Furïosa
La punta trapassò la ferrea falda
Che di fuor lo copriva, e via scorrendo
Squarciò sei giri del bovin tessuto,
E al settimo fermossi. Allor secondo
Trasse Aiace, e colpì di Priamo il figlio
Nella rotonda targa. Traforolla
Il frassino veloce, e nell’usbergo
Sì addentro si ficcò, che presso al lombo
Lacerògli la tunica. Piegossi
Ettore a tempo, ed evitò la morte.
Ricovrò l’uno e l’altro il proprio telo,
E all’assalto tornâr come per fame
Fieri leoni, o per vigor tremendi
Arruffati cinghiali alla montagna.
Di nuovo Ettorre coll’acuto cerro
Colpì lo scudo ostil, ma senza offesa,
Ch’ivi la punta si curvò: di nuovo
Trasse Aiace il suo telo, ed alla penna
Dello scudo ferendo, a parte a parte
Lo trapassò, gli punse il collo, e vivo
Sangue spiccionne. Nè per ciò l’attacco
Lasciò l’audace Ettorre. Era nel campo
Un negro ed aspro enorme sasso: a questo
Diè di piglio il Troiano, e contra il Greco
Lo fulminò. Percosse il duro scoglio
Il colmo dello scudo, e orribilmente
Ne rimbombò la ferrea piastra intorno.
Seguì l’esempio il gran Telamoníde,
Ed afferrato e sollevato ei pure
Un altro più d’assai rude macigno,
Con forza immensa lo rotò, lo spinse
Contra il nemico. Il molar sasso infranse
L’ettoreo scudo, e di tal colpo offese
Lui nel ginocchio, che riverso ei cadde
Con lo scudo sul petto: ma rizzollo
Immantinente di Latona il figlio.
E qui tratte le spade i due campioni
Più da vicino si ferían, se ratti,
Messaggieri di Giove e de’ mortali,
Non accorrean gli araldi, il teucro Idéo,
E l’achivo Taltíbio, ambo lodati
Di prudente consiglio. Entrâr costoro
Con securtade in mezzo ai combattenti,
Ed interposto fra le nude spade
Il pacifico scettro, il saggio Così primiero favellò: Cessate,
Diletti figli, la battaglia. Entrambi
Siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro
Ognun sel vede) acerrimi guerrieri:
Ma la notte discende, e giova, o figli,
Alla notte obbedir. – Dimandi Ettorre
Questa tregua, rispose il fiero Aiace:
Primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga.
Ritirerommi, se l’esempio ei porga.
E l’illustre rival tosto riprese:
Aiace, i numi ti largir cortesi
Pari alla forza ed al valore il senno,
E nel valor tu vinci ogni altro Acheo.
Abbian riposo le nostr’armi, e cessi
La tenzon. Pugneremo altra fïata
Finchè la Parca ne divida, e intera
All’uno o all’altro la vittoria doni.
Or la notte già cade, e della notte
Romper non dêssi la ragion. Tu riedi
Dunque alle navi a rallegrar gli Achivi,
I congiunti, gli amici. Io nella sacra
Città rïentro a serenar de’ Teucri
Le meste fronti e le dardanie donne,
Che in lunghi pepli avvolte appiè dell’are
Per me si stanno a supplicar. Ma pria
Di dipartirci, un mutuo dono attesti
La nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri
Diran: Costoro duellâr coll’ira
Di fier nemici, e separârsi amici.
Così dicendo, la sua propria spada
Gli presentò d’argentei chiovi adorna
Con fulgida vagina ed un pendaglio
Di leggiadro lavoro; Aiace a lui
Il risplendente suo purpureo cinto.
LIBRO DECIMOSESTO
ARGOMENTO
ACHILLE, mosso dalle preghiere di Patroclo, gli concede di vestirsi delle sue armi e di menare a battaglia i Mirmidoni. Sue parole nella partenza di Patroclo. Questi si mostra ai Troiani, i quali, credendolo Achille, si volgono in fuga. Prodezze dell’eroe. Sarpedonte, dopo avere uccìso Pedaso, uno dei cavalli d’Achille, è posto a morte da Patroclo. Combattimento intorno al cadavere, che finalmente per volere di Giove è trasportato prodigiosamente nella Licia. Patroclo, volendo assalire le mura di Troia, n’è impedito da Apollo. Scontro di Ettore e di Patroclo. Morte di Cebrione scudiero di Ettore, e battaglia intorno ad esso. Apollo disarma invisibilmente Patroclo, che prima è ferito da Euforbo, e poscia ucciso ed insultato da Ettore. Predizioni dell’eroe morente.
LA MORTE DI PATROCLO, CANTO XVI, VV. 1091 – 1189
Finchè del sole ascesero le rote
Verso il mezzo del ciel, d’ambe le parti
Uscíano i colpi con egual ruina,
E la gente cadea. Ma quando il giorno
Su le vie dechinò dell’occidente,
Prevalse il fato degli Achei che alfine
Dall’acervo dei teli, e dalla serra
De’ Troiani involâr di Cebrïone
La salma, e l’armi gli rapîr di dosso.
Qui fu che pieno di crudel talento
Urtò Patróclo i Troi. Tre volte il fiero
Con gridi orrendi gli assalì, tre volte
Spense nove guerrier; ma come il quarto
Impeto fece, e parve un Dio, la Parca
Del viver tuo raccolse il filo estremo,
Miserando garzon, chè ad incontrarti
Venía tremendo nella mischia Apollo:
Nè camminar tra l’armi alla sua volta
L’eroe lo vide, chè una folta nebbia
Le divine sembianze ricopría.
Vennegli a tergo il nume, e colla grave
Palma sul dosso tra le late spalle
Gli dechinò sì forte una percossa,
Che abbacinossi al misero la vista
E girò l’intelletto. Indi dal capo
Via saltar gli fe’ l’elmo il Dio nemico,
E l’elmo al suolo rotolando fece
Sotto il piè de’ corsieri un tintinnío,
E si bruttaro del cimier le creste
Di sangue e polve; nè di polve in pria
Insozzar quel cimiero era concesso
Quando l’intatto capo e la leggiadra
Fronte copriva del divino Achille.
Ma in quel giorno fatal Giove permise
Che d’Ettore passasse in su le chiome
Vicino anch’esso al fato estremo. Allora
Tutta a Patróclo nella man si franse
La ferrea, lunga, ponderosa e salda
Smisurata sua lancia, e sul terreno
Dalla manca gli cadde il gran pavese
Rotto il guinzaglio. Di sua man l’usbergo
Sciolsegli alfine di Latona il figlio,
E l’infelice allor del tutto uscío
Di sentimento; gli tremaro i polsi,
Ristette immoto, sbalordito, e in
Tra l’una spalla e l’altra lo percosse
Coll’asta da vicin di Panto il figlio
L’audace Euforbo, un Dardano che al corso
E in trattar lancia e maneggiar destrieri
La pari gioventù vincea d’assai.
La prima volta che sublime ei parve
Su la biga a imparar dell’armi il duro
Mestier, venti guerrieri al paragone
Riversò da’ lor cocchi; ed or fu il primo
Che ti ferì, Patróclo, e non t’uccise.
Anzi dal corpo ricovrando il ferro
Si fuggì pauroso, e nella turba
Si confuse il fellon, che di Patróclo
Benchè piagato e già dell’armi ignudo
Non sostenne la vista. Da quel colpo
E più dall’urto dell’avverso Dio
Abbattuto l’eroe si ritirava
Fra’ suoi compagni ad ischivar la morte.
Ed Ettore, veduto il suo nemico
Retrocedente e già di piaga offeso,
Tra le file vicino gli si strinse,
Nell’imo casso immerse l’asta e tutta
Dall’altra parte rïuscir la fece.
Risonò nel cadere, ed un gran lutto
Per l’esercito achivo si diffuse.
Come quando un lïone alla montagna
Cinghial di forze smisurate assalta,
E l’uno e l’altro di gran cor fan lite
D’una povera fonte, al cui zampillo
Veníano entrambi ad ammorzar la sete;
Alfin la belva dai robusti artigli
Stende anelo il nemico in su l’arena:
Tal di Menézio al generoso figlio
De’ Teucri struggitor tolse la vita
Il troian duce, e al moribondo eroe
Orgoglioso insultando, Ecco, dicea,
Ecco, o Patróclo, la città che dianzi
Atterrar ti credesti, ecco le donne
Che ti sperasti di condur captive
Alla paterna Ftia. Folle! e non sai
Che a difesa di queste anco i cavalli
D’Ettór son pronti a guerreggiar co’ piedi?
E che fra’ Teucri bellicosi io stesso
Non vil guerriero maneggiar so l’asta,
E preservarli da servil catena? 0
Tu frattanto qui statti orrido pasto
D’avoltoi. Che ti valse, o sventurato,
Quel tuo sì forte Achille? Ei molti avvisi
Ti diè certo al partire: O cavaliero
Caro Patróclo, non mi far ritorno
Alle navi se pria dell’omicida
Ettór sul petto non avrai spezzato
Il sanguinoso usbergo… Ei certo il disse,
E a te, stolto che fosti! il persuase.
LIBRO VENTESIMOSECONDO
ARGOMENTO
ESSENDOSI i Troiani rinchiusi nella città, il solo Ettore rimane sotto le mura ad attendere Achille di piede fermo. Timore e parole di Priamo e di Ecuba. Ettore si pone in fuga alla vista d’Achille, che, riconosciuto l’inganno di Apollo, ritorna verso Troia. Giove pesa le sorti dei due capitani. Minerva sotto la figura di Deifobo instiga Ettore a cimentarsi con Achille. Combattimento degli eroi. Ettore, ferito a morte, supplica il nemico di rendere il suo cadavere ai genitori. Dura risposta di Achille. Parole e morte di Ettore. Insulti d’Achille sull’estinto e vana baldanza dei Greci. Achille dispogliato il cadavere e legatolo dietro il suo cocchio, lo fa girare intorno alle mura della città. Costernazione e lamenti di Ecuba, di Priamo e d’Andromaca.
LA FUGA DI ETTORE DI FRONTE AD ACHILLE, Canto XXII, vv. 214-275
A riguardarli intento
Stava il consesso de’ Celesti, e Giove
A dir si fece: Ahi sorte indegna! io veggo
D’Ilio intorno alle mura esagitato
Un diletto mortal; duolmi d’Ettorre
Che su l’idée pendici e sull’eccelsa
Pergámea rocca a me solea di scelte
Vittime offrire i pingui lombi, ed ora
Del minaccioso Achille il presto piede
L’incalza intorno alla città. Pensate,
Vedete, o numi, se per noi si debba
Dalla morte camparlo, o pur, quantunque
Così prode, il domar sotto il Pelíde.
Procelloso Tonante, oh che dicesti,
Gli rispose Minerva, e che t’avvisi?
Alla morte involar uom sacro a morte?
E tu l’invola. Ma non tutti al certo
Noi Celesti tal fatto assentiremo.
T’accheta, o figlia, replicò de’ nembi
L’adunator, ch’io nulla ho fermo ancora,
E nulla io voglio a te negar. Fa tutto,
Senza punto ristarti, il tuo desire.
Spronò quel detto la già pronta Diva
Che dall’olimpie cime impetuosa
Spiccossi, e scese. Alla dirotta intanto
Incalza Achille il fuggitivo Ettorre.
Come veltro cerviero alla montagna
Giù per convalli e per boscaglie insegue
Dalla tana destato un caprïuolo:
Sotto un arbusto il meschinel s’appiatta
Tutto tremante, e l’altro ne ritesse
L’orme, e corre e ricorre irrequïeto
Finchè lo trova: così tutte Achille
Del sottrarsi ad Ettór tronca le vie.
Quante volte sfilar diritto ei tenta
Alle dardanie porte, o delle torri
Sotto gli spaldi, onde co’ dardi aita
Gli dian di sopra i suoi, tante il Pelíde
Lo previene e il ricaccia alla pianura,
Vicino alla città. Come nel sogno
Talor ne sembra con lena affannata
Uom che fugge inseguir, nè questi ha forza
D’involarsi, nè noi di conseguirlo;
Così nè Achille aggiugner puote Ettorre,
Nè questi a quello dileguarsi. E intanto
Come schivar potuto avría la Parca
Di Príamo il figlio, se l’estrema volta
Nuovo al petto vigor non gli porgea
Propizio Apollo, e nuova lena al piede?
Accennava col capo il divo Achille
Alle sue genti di non far co’ dardi
Al fuggitivo offesa, onde veruno,
Ferendolo, l’onor non gli precida
Del primo colpo. Ma venuti entrambi
La quarta volta alle scamandrie fonti,
L’auree bilance sollevò nel cielo
Il gran Padre, e due sorti entro vi pose
Di mortal sonno eterno, una d’Achille,
L’altra d’Ettorre: le librò nel mezzo,
E del duce troiano il fatal giorno
Cadde, e vêr l’Orco dechinò.
Foto di Matilde Maisto.

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Nel 1° incontro 2014/2015 di Letteratitudini “La Poesia è vita”

ottobre 9th, 2014 // 8:38 pm @

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Cancello ed Arnone – “La Poesia è vita”questo il tema trattato nel 1° incontro di”Letteratitudini” avvenuto l’8 ottobre u.s. Una serata, come sempre, all’insegna della cultura, delle emozioni e dell’amicizia.
E’ stato molto piacevole in questo primo incontro di saluti e di programmazione futura, giocare un poco con la poesia, infatti ogni partecipante si è visto alle prese con un quiz dal titolo “Chi ha scritto questi versi?”. Versi molto correnti, ma anche qualche verso meno conosciuto; il quiz ha avuto lo scopo di mettere in risalto l’amore ed anche la conoscenza stessa che ognuno di noi ha della poesia.
Dopo il quiz sono state declamate alcune poesie appartenenti alle risposte esatte del quiz stesso, come “I fiumi” di Giuseppe Ungaretti, “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo, “Meriggiare pallido e assorto” di Eugenio Montale, “Il sabato del Villaggio” di Giacomo Leopardi (recitata coralmente), Padre, se anche tu non fossi il mio” di Camillo Sbarbaro, “Solo e pensoso i più deserti campi” di Francesco Petrarca, “Goal” di Umberto Saba, “Pomeriggi senza giochi” di Roberto Piumini, “Lirica” di Alda Merini, “A mia moglie” di Umberto Saba.
Declamando queste poesie abbiamo avuto la sensazione che la poesia non è uno “svolazzare di farfalle o l’abbraccio di due amanti che si cercano, la poesia è pulsione, è un corpo che trasuda emozioni, “la poesia è vita”, fare poesia significa estrarre lo stupore dalle cose ordinarie, essa parte dal basso, dagli angoli umidi delle città, dall’humus, dai luoghi dove si nasce, si lavora, si muore.

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La poesia come l’amore è l’apice estremo dell’attenzione per l’altro. La fine di un amore, a parer mio, potrebbe avvenire quando il partner un giorno arrivasse a dire “Non ci ho fatto caso”». Non bisogna mai smettere di tenere gli occhi aperti, di amare il mondo dedicandogli il dono dell’ascolto, di non trascurare mai la sacralità del corpo. Il nostro spirito non va in giro per strada senza il mantello del corpo. I corpi altrui non si possono toccare e offendere, che siano quelli di uomini e donne, di alberi, animali o stelle: la corporeità è sacra perché porta in giro lo spirito e viene dalla terra.
Ebbene con questa delicata visione poetica ha avuto inizio questa nuova serie di incontri culturali e, secondo una programmazione decisa all’unanimità, continuerà con la lettura di brani scelti dall’Iliade, dall’Odissea e dall’Eneide.
L’Iliade è un poema epico attribuito ad Omero. Opera ciclopica e complessa, è un caposaldo della letteratura greca e occidentale. Narra le vicende di un breve periodo della storia della guerra di Troia, accadute nei cinquantuno giorni dell’ultimo anno di guerra, di cui l’ira di Achille è l’argomento portante del poema.

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L’Odissea (in greco antico è l’altro poema epico greco attribuito all’opera del poeta Omero. Narra delle vicende riguardanti l’eroe Odisseo (o Ulisse, con il nome latino), dopo la fine della Guerra di Troia, narrata nell’Iliade
L’Eneide (in latino Aeneis) è un poema epico della cultura latina scritto dal poeta e filosofo Virgilio nel I secolo a.C. (più precisamente tra il 29 a.C. e il 19 a.C.), che narra la leggendaria storia di Enea, eroe troiano figlio di Anchise, fuggito dopo la caduta della città di Troia, che viaggiò per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore del popolo romano.
Gli eroi di Omero e di Virgilio, saranno dunque i compagni di viaggio che “Letteratitudini” ha scelto per questa stagione culturale e, come sempre, saremmo lieti di annoverare tra gli “amanti della letteratura e della cultura” tante altre persone, per cui invitiamo vivamente tutti a partecipare alle prossime serate.

Matilde Maisto

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“Letteratitudini” chiude alla grande la stagione 2013/2014

giugno 3rd, 2014 // 7:42 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Una degna conclusione per un eccellente anno quello di Letteratitudini. Gli incontri, sempre di altissimo livello, hanno toccato momenti di grande cultura con i seguenti temi:
– Roberto Benigni recita il V Canto dell’Inferno “L’impossibile amore di Paolo e Francesca a confronto con la realtà dei giorni nostri”. L’amore, dunque, il tema della serata: “ …Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese di costui piacer sì forte, che, come vedi ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi la vita ci spense…”
– XXVI Canto dell’Inferno “l’incontro di Dante e Virgilio con Ulisse e Diomede”. Argomento principale dell’incontro è la conoscenza, perseguita nel caso specifico, con l’inganno: …”O fratelli, che siete giunti all’estremo ovest attraverso centomila pericoli, non vogliate negare a questa piccola veglia che rimane ai vostri sensi (ai vostri ultimi anni) l’esperienza del mondo disabitato, seguendo la rotta verso occidente. Pensate alla vostra origine: non siete stati creati per vivere come bestie, ma per seguire la virtù e la conoscenza”…
– Il sesto canto dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso: la traduzione poetica della sofferenza politica dantesca. Celebri le sue invettive: nell’Inferno contro Firenze, nel Purgatorio contro l’Italia e nel Paradiso contro tutto l’Impero.
– Successivamente siamo passati ad un’autrice attuale, Isabel Allende, con la sua grande lotta per la libertà e con i suoi famosi e bellissimi romanzi da “La casa degli spiriti” a “Paula” e molti altri testi.
– Un incontro eccezionale di questa stagione è stato quello dei “Canti alla Vergine Maria” con “Il Pianto della Madonna” dalle Laude di Jacopone da Todi; “Preghiera di San Bernardo alla Vergine” dalla Divina Commedia Canto XXXIII; “Il nome di Maria” dagli Inni Sacri di Alessandro Manzoni. Alto momento mariano, dunque, affrontato con grande zelo e segnata passione.
– In seguito Letteratitudini ha voluto dare la possibilità ad una giovane scrittrice locale, Marialuisa Santonicola, di raccontarsi agli amici del gruppo culturale parlando dei suoi lavori: “Vita… per caso” e “Angeli violati” .
– Ed eccoci giunti alla fine con “Maggio: il mese delle rose, il mese della festa della mamma, il mese mariano per eccellenza”. Una serata veramente eccezionale condotta dal relatore prof. Raffaele Raimondo che ha scelto lui stesso bellissime poesie dedicate alle rose, alla mamma e alla Madonna, come: “Elogio di una rosa” di Marino Moretti; “Da Cocott” di Guido Gozzano; “Dalla finestra” di Giuseppe Fanciulli; “Se fossi” di Zietta Liù; “La mia sera” di Giovanni Pascoli; “Se fossi pittore” di Edmondo De Amicis; “La madre” di Giuseppe Ungaretti; “A Nostra Signora” di Miguel de Cervantes Saavedra; “Santa Maria, Vergine della notte” di Don Tonino Bello; “A Madonna d’ ‘e mandarine” di Ferdinando Russo. Ogni partecipante del gruppo ha scelto una poesia che ha declamato con un magnifico sottofondo musicale di brani scelti e selezionati dallo stesso professore Raimondo. Ma il clou della serata è stato raggiunto quando tutti insieme abbiamo intonato le cinque più belle canzoni napoletane dedicate al mese di maggio: Era de Maggio – Torna Maggio – Maggio si’ tu! -’Na sera’e Maggio – O’ Mese de rose. Maggio, si sa, è il mese delle rose e dell’amore, dei baci appassionati e dei matrimoni. Sarà per la dolcezza del clima, per le giornate che si allungano o per il profumo inebriante dei fiori, ma a Maggio c’è in ognuno di noi un rigoglioso risveglio di sensi che sembravano ormai assopiti dai cupi mesi invernali.
Un risveglio riscontrabile in ognuno di noi che abbiamo partecipato intonando i motivi delle canzoni con grande allegria, in amicizia, ma anche con una immancabile serietà e rispetto per la cultura.
Il gruppo si è dato appuntamento al prossimo autunno con l’intesa di mantenere sempre viva la fiammella della cultura e del sapere che arde prepotente in ognuno di noi.
Buone vacanze amici!

 

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Serata di Letteratitudini, “cultura e convivialità saminando le pagine di Isabel Allende

febbraio 24th, 2014 // 10:45 am @

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La serata di Letteratitudini del 22 u.s. è stata come sempre molto piacevole, allegra, conviviale, ma, ovviamente, improntata sulla “cultura” in termini spirituali, materiali, intellettuali, emozionali.

L’esame di Isabel Allende ha portato ad una sorta di intervista tra il professore Raimondo (in veste di giornalista) e la nostra relatrice della serata Mirella Sciorio, che ha maggiormente fatto comprendere il vero spirito di questa grande scrittrice la quale afferma che le cose più importanti della sua vita sono accadute nelle stanze segrete del suo cuore, i risultati più significativi non stanno nei libri, ma nell’amore che la lega ad alcune persone, specialmente della sua famiglia, e nei modi in cui ha cercato di aiutare gli altri. Quando ero giovane – ella dice – spesso mi disperavo: c’era così tanto dolore nel mondo e io potevo fare tanto poco per alleviarlo! Ma ora guardo indietro alla mia vita e mi sento soddisfatta perché davvero sono stati pochi i giorni in cui non ho tentato di alleviare la sofferenza. Credo sia una reazione sana, il riaffermarsi della vita, del piacere e dell’amore dopo aver percorso per molto tempo i territori della morte.

Isabel, già nota per le sue battaglie a favore delle donne in passato, aveva detto: “Il Cile è un paese maschilista: l’aria è talmente densa di testosterone che è un miracolo se alle donne non spuntano i peli in faccia. È forse l’unico paese della galassia dove non esiste il divorzio perché, nonostante il settantun per cento della popolazione lo reclami da anni, nessuno osa sfidare i preti, è il paese più cattolico del mondo, più dell’Irlanda e certamente molto più del Vaticano. Michelle Bachelet è stato il primo Presidente donna, madre separata di tre figli, un tranguardo impensabile fino al 2006. Io sono un animale politico. In ogni mio libro esce fuori il mio femminismo, il mio socialismo e il mio antimilitarismo. Ho sempre avuto ben chiaro che dovevo lavorare, perché non esiste femminismo che si rispetti che non sia basato sull’indipendenza economica.”

Per capire a fondo il pensiero di Isabel Allende, bisogna partire dal libro Paula, la storia della sua famiglia, ma in particolare della sua vita narrata dalla stella Allende al capezzale della figlia Paula affetta da porfiria che a 28 anni la portò alla morte. Ecco, Isabel nasce in una famiglia con forti contraddizioni e un senso del magico che già si intravede nel libro “La casa degli spiriti” e la prima parte della sua vita, quella che vive da quasi dissidente in Cile, con marito e due figli il suo ruolo è molto tradizionale. Con la fuga la separazione e l’incontro di quello che chiamerà ‘il marito americano’ la sua vita cambia radicalmente e prende coscienza del ruolo di donna nella società ma anche nella famiglia creando a questo punto una ‘famiglia matriarcale’.

Durante un’intervista, oggi, la Allende si ritrova ancora una volta a lanciare un messaggio per tutte le donne, dopo tanti anni, a favore di questa battaglia:

“Non invento donne forti, sono donne che già esistono. Non conosco donne deboli, tutte quelle che conosco sono forti e sono personaggi che potrei mettere in un romanzo. Non invento dei personaggi affinché le altre donne le copino, assolutamente. Io faccio parte alla prima generazione di donne cilene femministe organizzate. Ci sono sempre state in Cile le suffragette, ma un movimento organizzato con una propria rivista come era il caso di Paula, è un fenomeno della mia generazione, la ‘generazione di transizione’, tra il modo di vivere e di pensare delle donne come mia madre, mia nonna, a quello delle giovani donne di oggi. Noi facciamo parte di quel ponte. Quando ho cominciato a lottare per la battaglia femminista, la nostra idea era quella di ottenere per le donne gli stessi diritti degli uomini, soprattutto nel campo del lavoro e della cultura, che non ci fosse una doppia morale per uomini e donne. Questa era la cosa per la quale lottavamo. Quarant’anni dopo ci stiamo ancora battendo per le stesse cose. Oggi, nessuna di voi giovani donne dice di essere femminista perché non è sexy, tuttavia nessuna di voi rinuncerebbe a nessuno di quei diritti che le vostre madri hanno conquistato per voi. Io, come donna più grande, mi arrabbio molto quando le giovani donne di oggi dicono che non si interessano al femminismo perché non si rendono conto che loro hanno certi privilegi, ma l’80% delle donne del mondo vive ancora come nel Medioevo. Se non vi piacciono le parole femminismo o femminista, trovatene altre, cambiatele. Però la lotta per i diritti delle donne deve continuare e dovete portarla avanti voi.”

Sono i nostri pensieri che danno forma a ciò che noi supponiamo sia la realtà. La mente seleziona, esagera, tradisce, gli avvenimenti si sfumano, le persone si dimenticano e alla fine rimane solo il percorso dell’anima, quei rari momenti che mi segnano e mi distinguono. La scrittura è un tentativo disperato di preservare la memoria. I ricordi, nel tempo, strappano dentro di noi l’abito della nostra personalità, e rischiamo di rimanere laceri, scoperti.

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Ed Ancora una volta Isabel Allende si ritrova a parlare di donne e femminismo con il suo nuovo libro “Il gioco di Ripper”: – Per Amanda e i suoi amici Ripper era solo un gioco. Ma quando San Francisco è scossa da una serie di misteriosi omicidi, Amanda sembra l’unica in grado di risolvere l’enigma.

Le donne della famiglia Jackson, Indiana e Amanda, madre e figlia, sono molto legate pur essendo diverse come il giorno e la notte. Indiana, guaritrice in una clinica olistica, è una donna libera e fiera della propria vita. Sposata e poi separatasi molto giovane dal padre di Amanda, è riluttante a lasciarsi coinvolgere sentimentalmente, che sia con Alan, ricco erede di una delle famiglie dell’alta borghesia di San Francisco, o con Ryan, enigmatico e affascinante ex navy seal, ferito durante la sua ultima missione. Mentre la madre vede soprattutto il lato buono delle persone, Amanda, come suo padre, ispettore capo della Sezione Omicidi della polizia di San Francisco, è affascinata dal lato oscuro della natura umana. Brillante e introversa, appassionata lettrice, dotata di un eccezionale talento per le indagini criminali, si diletta a giocare a Ripper, un gioco online ispirato a Jack the Ripper, Jack lo Squartatore, in cui bisogna risolvere casi misteriosi. Quando la città è scossa da una serie di efferati omicidi, Amanda si butta a capofitto nelle indagini, scoprendo, prima della polizia, che i delitti potrebbero avere un legame fra loro. Ma il caso diventa fin troppo personale quando sparisce Indiana. La scomparsa della madre è collegata al serial killer? Ora la giovane detective si ritrova ad affrontare il mistero più complesso che le sia mai capitato, e deve risolverlo prima che sia troppo tardi.

Possiamo concludere precisando che la serata di Letteratitudini si è rivelata, forse, addirittura migliore delle aspettative, per la qualità della grande protagonista esaminata e per la voce giovane che ha relazionato su di lei.

Ora l’appuntamento è stato fissato per Venerdì 28 Marzo p.v. e sarà dedicato alla “Vergine Maria” con i seguenti pezzi:

“Il pianto della Madonna” Jacopodi da Todi (relatrice Matilde Maisto)

Canto XXXIII: “La preghiera di San Bernardo alla Vergine” Dante Alighieri (relatrice Maria Sciorio)

“Il nome di Maria” Inni Sacri di Alessandro Manzoni (relatrice Felicetta Montella)

TUTTO IL MATERIALE CONSULTATO:

ISABEL ALLENDE

Isabel Allende nasce il giorno 2 agosto del 1942 a Lima (Perù). La famiglia si trova in questo periodo a Lima, in Perù, per motivi di lavoro. La madre, Francisca Llona Barros, divorzia dal padre, Tomás Allende, quando la scrittrice ha solo tre anni: Isabel non conoscerà mai suo padre, che dopo la dissoluzione del matrimonio sparirà nel nulla. Sola, con tre figli e senza alcuna esperienza lavorativa, la madre si trasferisce a Santiago del Cile, ospitata nella casa del nonno (rievocata poi ne “La casa degli spiriti” in quella di Esteban Trueba). Grazie all’aiuto dello zio Salvador Allende e grazie alla sua influenza, non mancheranno a lei e ai suoi fratelli borse di studio, vestiti e svaghi.

Bambina vivace ed inquieta, durante l’infanzia trascorsa nella casa dei nonni impara a leggere e a nutrire la propria fantasia con letture prelevate dalla biblioteca del nonno, ma anche con libri che la scrittrice racconta di aver trovato in un baule ereditato dal padre, contenente raccolte di Jules Verne o Emilio Salgari. L’immaginazione della piccola si alimenta anche di romanzi rosa, ascoltati alla radio, in cucina assieme alle inservienti e soprattutto di racconti narrati dal nonno o dalla nonna, quest’ultima caratterizzata da una propensione particolare verso i misteri dello spiritismo.

Questi anni fantasiosi e meravigliosi si interrompono nel 1956, quando la madre si sposa con un altro diplomatico. Data anche la natura particolare di quella professione, il diplomatico appunto, la coppia comincia a viaggiare e ad effettuare permanenze in vari paesi. Le esperienze in Bolivia, in Europa ed in Libano sveleranno alla piccola sognatrice un mondo diverso da quello in cui è cresciuta. Isabel Allende vivrà sulla propria pelle le prime esperienze della discriminazione sessuale. Anche se le letture cambiano: legge libri di filosofia, conosce Freud e le tragedie di Shakespeare. Frugando nella camera del patrigno, trova un “libro proibito” che resterà tra le sue maggiori influenze letterarie: nascosta in un armadio legge “Le mille e una notte”.

All’età di 15 anni, desiderosa di indipendenza, ritorna a Santiago ed a 17 anni inizia a lavorare come segretaria presso il “Dipartimento dell’informazione”, un ufficio della FAO. A 19 anni sposa con Miguel Frías (1962), con cui avrà due figli: Nicholás e Paula.

In questo periodo accede al mondo del giornalismo che insieme all’esperienza teatrale sarà il suo migliore elemento formativo. Prima entra nel campo della televisione, conducendo un programma di quindici minuti sulla tragedia della fame nel mondo; poi scrive per la rivista femminile Paula (1967-1974) e la rivista per bambini Mampato (1969-1974). In ambito televisivo s’impegna nella Channel 7 dal 1970 al 1974. Isabel Allende conquista la fama negli anni Sessanta, grazie alla rubrica “Los impertinentes” che la sua amica Delia Vergara le riserva all’interno della rivista Paula. Da allora la scrittrice non ha mai smesso di decantare il giornalismo come grande scuola di scrittura e di umiltà.

L’11 settembre 1973 il colpo di stato militare guidato dal Generale Augusto Pinochet termina un’altra fase della vita della Allende. L’evoluzione dei fatti la costringe ad inserirsi per la prima volta attivamente nella vita politica del suo paese: la scrittrice s’impegna a favore dei perseguitati dal regime trovando loro asilo politico, nascondigli sicuri e facendo filtrare notizie del paese. Il regime dittatoriale le permette di collaborare ancora con le televisioni nazionali, ma ben presto decide di abbandonare il lavoro, perché si rende conto che il governo militare la sta usando. Decide allora di emigrare e, seguita in breve dal marito e dai figli, si ferma per tredici anni in Venezuela, dove scrive su vari quotidiani.

Di fatto autoesiliatasi, comincia a scrivere per sfogare la propria rabbia e sofferenza. Nasce così il primo romanzo, rifiutato da tutte le case editrici latino-americane per il fatto di essere firmato da un nome non soltanto sconosciuto, ma addirittura femminile. Nell’autunno del 1982 “la casa degli spiriti”, una cronaca familiare sullo sfondo del mutamento politico ed economico nell’America latina, viene pubblicato a Barcellona da Plaza y Janés. Il successo divampa inizialmente in Europa e da lì passa negli Stati Uniti: le numerose traduzioni in varie lingue fanno conoscere la scrittrice in moltissime parti del mondo. Da quel momento in poi, inanellerà un successo dopo l’altro, a partire da “D’amore e ombra” fino a Paula, passando per “Eva Luna”.

A 45 anni Isabel Allende divorzia dal marito e nel 1988 si sposa in seconde nozze con William Gordon che conosce durante un viaggio a San José, negli Stati Uniti. La storia della vita del nuovo compagno della scrittrice ispira un nuovo romanzo che viene pubblicato nel 1991 col titolo “Il piano infinito”.

Molti critici hanno definito l’opera di Isabel Allende come un collage di idee e situazioni tratte dai suoi colleghi più famosi. Ma una delle critiche più persistenti è quella del paragone costante con Gabriel García Márquez e, in effetti, una certa influenza dello scrittore colombiano risulta essere innegabile, dal momento che viene tutt’ora considerato un punto di riferimento per le nuove generazioni di scrittori iberoamericani.

Non si può comunque tralasciare di citare il fatto che il libro-confessione “Paula” è il resoconto della tragedia che ha colpito l’Allende. Paula, infatti, non è altri che la figlia della scrittrice, morta il 6 dicembre del 1992 di una malattia rara e incurabile dopo aver passato un lungo periodo in stato comatoso.

Bibliografia:

La casa degli spiriti (1982)

D’amore e ombra (1984)

Eva Luna (1985)

Eva Luna racconta (1989)

Il piano infinito (1991)

Paula (1994)

Afrodita (1997)

La figlia della fortuna (1999)

Ritratto in seppia (2001)

La città delle bestie (2002)

Il mio paese inventato (2003)

Il regno del drago d’oro (2003)

La foresta dei pigmei (2004)

Zorro. L’inizio della leggenda (2005)

Inés dell’anima mia (2006)

La somma dei giorni (2008)

L’isola sotto il mare (2009)

Il quaderno di Maya (2011)

Le avventure di Aquila e Giaguaro (trilogia, 2012)

LA CASA DEGLI SPIRITI

La casa degli spiriti (titolo originale La casa de los espíritus) è il primo romanzo di Isabel Allende, scritto nel 1982 e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1983. Esso è anche considerato come il terzo volume di un’ideale trilogia formata da altri due romanzi di Isabel Allende, scritti però successivamente: La figlia della fortuna e Ritratto in seppia.

Da questo romanzo è stato tratto l’omonimo film, con Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close, Antonio Banderas, Winona Ryder e Vanessa Redgrave.

LA TRAMA

Esteban Trueba si innamora della bella ed eterea Rosa del Valle: egli decide dunque di lavorare duramente allo scopo di accumulare la ricchezza necessaria per prenderla in sposa, ma la ragazza muore, avvelenata accidentalmente dagli avversari politici del padre, vanificando ogni sforzo compiuto da Esteban per avere una famiglia. L’uomo si trasferisce nella sua tenuta di campagna, “Le Tre Marie”, che dopo anni di decadenza e di incuria riporta allo splendore, con sacrificio personale e modi dispotici e spietati, imponendosi come uno dei proprietari agricoli più eminenti della zona. Lì, però, risente della solitudine e cerca di ovviare a questa compiendo violenze contro le figlie dei contadini delle sue campagne.

Convinto di doversi sposare, chiede la mano di Clara del Valle, sorella della defunta Rosa, la quale, accettando la proposta, rompe il silenzio di diversi anni di mutismo volontario. Per Esteban, che si dice profondamente innamorato della moglie, è un’altra forma del possesso di cose e persone che ha sempre perseguito e praticato. Trasferitisi nella casa di campagna, con loro va a vivere Férula, sorella di Esteban, la quale instaura una solida amicizia con Clara, che si protrae fino a quando l’uomo, ossessionato dalle cure e dall’adorazione nei confronti di sua moglie dimostrata da Férula, la caccia di casa. Férula morirà emarginata e povera, e il suo spirito si presenterà a salutare per l’ultima volta l’amata cognata.

Intanto, Clara aveva dato alla luce Blanca, ma dopo alcuni anni il padre la manda in collegio per farle avere un’educazione consona al suo status sociale; i rapporti con le due donne subiscono un declino nel momento in cui Trueba, preso dall’ira, colpisce selvaggiamente al volto la moglie che si era pronunciata in difesa della figlia, e Clara decide di non rivolgergli mai più la parola e di andarsene dalla campagna per tornarsene in città, nella “Casa dell’Angolo”. Dopo alcuni anni Blanca torna a casa dove sfida l’autorità del padre per amore del ribelle Pedro Terzo García dal quale sin da bambina era stata inseparabile.

Dai loro rapporti clandestini Blanca rimane incinta di Alba, che viene però considerata come figlia del conte de Satigny al quale Esteban aveva dato in sposa Blanca: ma la giovane presto fugge dal proprio marito, nel momento in cui di questi scopre gusti libertini non compatibili con il matrimonio e che le erano costate, nel via vai di ombre ben diverse da quelle degli spiriti cui era abituata nella casa dei genitori, umiliazioni inflittele del marito e dai domestici coinvolti. Il dispotico Esteban Trueba è quindi nuovamente deluso dal comportamento di sua figlia, tornata a casa a partorire, ma accetta di farla restare in casa.

La sua amarezza, però, si risolleva parzialmente quando Blanca dà alla luce Alba che, specie dopo la morte di Clara, per l’ormai vecchio e sempre più selvatico Trueba rappresenta l’ultimo affetto, dopo che aveva allontanato anche i due fratelli più piccoli di Blanca, i gemelli Jaime, medico socialista che spende la propria abnegazione in soccorso dei poveri, e Nicolás, spiritista superficiale e balzano come il prozio materno. Esteban frattanto è sceso in politica, schierandosi con la destra, e dacché quella che doveva essere una vittoria certa per il suo partito si trasforma in una clamorosa sconfitta, a causa della vittoria della sinistra, è il primo a dare l’impulso ai conservatori per architettare un golpe affinché siano rovesciati i nuovi governanti, che stanno minando gli interessi dei conservatori, mentre una crisi economica generale comincia a dilagare spaventosamente.

La destra si allea con i militari per il colpo di stato, ma le alte cariche dell’esercito una volta al potere estromettono i politici conservatori da cui avevano ricevuto impulso e finanziamenti ed esautorano il governo. Jaime, imprigionato durante il golpe, si rifiuta di mentire sulla fine del Presidente, di cui era amico intimo, e viene ucciso, non senza prima essere sottoposto ad atroci torture. Trueba riesce a far espatriare al sicuro in Canada Blanca e Pedro Terzo García, che ritrova ancora innamorati dopo mezzo secolo.

Alba intanto si prodiga offrendo rifugio temporaneo ai perseguitati dal regime, che come fantasmi popolano la Casa dell’Angolo – confusi da Esteban tra le altre ombre, quelle degli spiriti della famiglia che avevano frequentato i circoli esoterici di Clara così come quelle dei movimenti clandestini di Miguel e Alba in alcove nascoste nei sotterranei – : ma, a causa della sua relazione con il rivoluzionario Miguel e del suo appoggio ai guerriglieri e ai latitanti, la giovane viene arrestata e ripetutamente torturata e stuprata dai militari che vogliono sapere dove si nasconda il suo amante, e in particolare da uno dei tanti nipoti illegittimi di Trueba, Esteban García, che covava sin da piccolo in sé il rancore della nonna Pancha, una delle contadine violentate dal padrone, e l’invidia per la padroncina.

Esteban Trueba riesce a liberare la nipote, grazie alla sua amicizia con Tránsito Soto, una prostituta nota tra i funzionari militari. Alba, infine, in attesa di Miguel e di mettere al mondo la propria figlia, riscopre, salvati dal rogo della biblioteca, i vecchi quaderni dove Clara annotava minuziosamente la sua vita durante i lunghi silenzi, e con essi ricuce la storia della sua famiglia e del suo paese e la trama di consequenzialità e contrappesi, in amore e odio, in colpa e vendetta, in iniquità e giustizia, che l’hanno caratterizzata. Esteban Trueba, in punto di morte, verrà infine salutato dal fantasma di Clara.

ANALISI DEL TESTO

Quello in questione è un esempio di roman à clef, che si occupa di descrivere eventi effettivamente accaduti nella storia, celandoli dietro una facciata di finzione: esiste uno sfondo, geografico ma soprattutto storico, ben definito, chiaro e preciso, dinanzi al quale si sviluppano gli eventi della fabula nell’ordine dell’intreccio. Se si crede che ogni evento della fabula corrisponda ad un evento della storia reale, allora è possibile far corrispondere a quei personaggi del romanzo rimasti innominati, vale a dire il Poeta e il Presidente, figure che ricordano rispettivamente Pablo Neruda e Salvador Allende. Notevole è inoltre nel libro la presenza di elementi di realismo soprannaturale, come gli spiriti, da cui il titolo.

Con La casa degli spiriti la Allende si è affermata come una delle più importanti voci della letteratura sudamericana; il libro è una commistione tra realtà e fantasia, tra esoterismo e razionalità; la prosaicità di alcuni tra i personaggi principali, come Esteban Trueba, non ha nulla a che vedere con la chiaroveggenza di Clara Del Valle, immersa in un mondo parallelo, di figure luminose, di mutismi, di spiriti, di visioni. Clara emana una luce che va al di là dell’umana comprensione, una luce che bagna chi le sta intorno con il lume della coscienza, e si propaga anche fuori dalla carta, la quale rappresenta solamente un veicolo tra la storia, la Storia, e il lettore, tra il mondo reale e la casa degli spiriti, popolata dalle ombre del passato e della storia/Storia, da silenzi magici e silenzi estorti o forzati dalle persecuzioni, tra silenzi della coscienza e silenti – ammutolite e raggelate – prese di coscienza, tra i silenzi della narrazione e silenzi che tramandano e affidano la parola alla carta scritta.

È indubbiamente un romanzo di importante peso politico che riesce a descrivere, attraverso un linguaggio semplice che a volte potrebbe apparire crudo, la realtà del genere umano, analizzando sia gli angoli più sensibili dell’animo, che quelli più spietati, descrivendo il dolore, le passioni, il male, la dittatura, come un vortice travolgente, che spinge il lettore a proiettarsi in un altro mondo, il mondo di Clara, di Alba, della grande Casa dell’angolo e delle meravigliose figure femminili che ne fanno da cornice. Con assoluta fermezza l’autrice vuol sottolineare come il Cile sia stato piegato in due dalla pericolosa piaga che fino a poco tempo fa lo affliggeva; che la Storia di esso, data dai rapporti intercorrenti tra le persone, è scritta da una serie di azioni e scelte e contraccolpi, in cui da ingiustizia nascono violenza e iniquità e solo dalla reazione a queste, divenute perciò imprescindibili, la giustizia e il bene. Colpisce il modo in cui viene raccontata la realtà senza giri di parole né contorni felici.

RELAZIONE LIBRO:

“LA CASA DEGLI SPIRITI” di Isabel Allende

Trama:

Il romanzo “La casa degli spiriti” è il primo romanzo dell’autrice cilena Isabel Allende.

La storia si svolge in un paese dell’America Latina e riporta le vicende travagliate di quattro generazioni di una stessa famiglia che vivono gli eventi storici che caratterizzarono l’inizio del secolo in Sud America, in un Paese mai nominato ma probabilmente identificato con il Cile, vista la provenienza dell’autrice e gli eventi narrati.

La saga si apre sulla famiglia del Valle ed i loro capostipiti Nivea e Severo, unici e principali punti di riferimento dei numerosi figli.

Tra le figlie in casa del Valle si distingueva per la sua straordinaria bellezza Rosa, la maggiore, innamorata di un giovane, Esteban Trueba, che non poté però mai amarla come entrambi avrebbero desiderato perché era costretto a lavorare distante da lei, nelle miniere del Nord.

Ma l’attenzione della famiglia era più o meno piacevolmente rivolta alla minore: Clara.

Era sempre stata una bambina particolare, in grado di parlare con spiriti, di spostare gli oggetti con il pensiero, di predir 141j91b e il futuro.

Queste sue peculiarità avevano causato alla famiglia spiacevoli episodi di contrasto con la loro società che vedeva in lei la presenza del demonio; perciò la bambina era sempre cresciuta lontano dai suoi coetanei, nella solitudine, a cui si era abituata e che combatteva scrivendo numerosissimi diari per annotare tutto ciò che succedeva che fosse positivo o negativo, abitudine che mantenne per tutta la sua vita.

La famiglia venne però scossa dalla morte della sorella Rosa, avvenuta accidentalmente a causa di una dose di veleno destinata in origine al padre. In seguito a questo episodio la sorellina, duramente colpita si chiuse in un silenzio che la abbandonò solo nove anni dopo.

Infatti dopo l’immenso dolore provato per la morte della sua amata, Esteban Trueba aveva voluto esaudire le ultime volontà di sua madre, anch’essa morta che gli intimò di sposarsi. Esteban così scelse una persona della famiglia della sua amata, scegliendo Clara, l’ultima sorella rimasta sebbene nemmeno la conoscesse.

Clara interruppe così il suo silenzio accettando il matrimonio senza averne mai grande trasporto e propensione. Accettò la vita del nuovo marito, andando a vivere nella sua vecchia tenuta in campagna, le Tre Marie.

Esteban si dimostrò di grande abilità nel risollevare la tenuta e renderla la più fiorente e redditizia della zona. Clara non poté mai ricambiare l’amore del marito, poiché vedevano in due modi completamente diversi sia la vita matrimoniale sia quella terrena in generale.

Infatti viste i suoi poteri Clara era spesso immersa nelle sue comunicazioni con gli spiriti e sempre disinteressata alla vita terrena che conduceva il marito. Egli era infatti rabbioso, violento, passionale e bramoso di amarla e di avere un amore che lei non voleva e non poteva dargli.

Dopo anni di matrimonio Clara diede alla luce due gemelli Jaime e Nicolas e in seguito la figlia Blanca, mentre Esteban Trueba, datosi alla politica, era diventato senatore del partito di destra al governo.

Protagonista della parte successiva è Blanca; crebbe tra la residenza di città e le Tre Marie, dove conobbe la sua prima e una vera storia d’amore. Infatti fin dall’adolescenza fu travolta dalla passione di Pedro Terzo Garcia, figlio di uno dei mezzadri alle dipendenze di suo padre. Inziò come una storia segreta e così rimase perché il padre non avrebbe mai sopportato che sua figlia sposasse un poveraccio di quel tipo.

Giunta in età da marito un nobile francese prese a frequentare la loro residenza manifestando la sua volontà di sposare la ragazza, appoggiato in pieno dal padre. Fu proprio costui, il cui nome era Jean de Satigny, che, scoperta la relazione tra i due giovani, la confessò immediatamente al padrone.

Le conseguenze furono terribili: Esteban picchiò pesantemente la figlia Blanca e sua moglia Clara, che aveva cercato di calmarlo, causando loro grandi ferite e sofferenze e si mise all’inseguimento e alla ricerca di Pedro Terzo.

Dopo questo fatto le due donne lasciarono le Tre Marie alla volta della città. Dopo un periodo di permanenza in cui cercarono di ricostruirsi una vita, giunse la notizia che Blanca era incinta. Dopo un periodo non poterono più nasconderlo al padre che, saputo ciò, si precipitò in città obbligando la figlia a sposare Jean de Satigny, perché non si venisse a sapere che in realtà il vero padre era Pedro Terzo.

Così Blanca subì questo matrimonio per diversi anni, fino al momento in cui venne a conoscenza di attività illecite a scopo sessuale di cui suo marito si occupava a sua insaputa. Non potendo reggere la terribile situazione fece ritorno alla casa materna, dove fu accolta senza scandalo né domande.

Nel frattempo riprese segreti contatti con Pedro Terzo, infiammato dalla lotta politica che stava prendendo piede in quel periodo contro il governo al potere e contro il Presidente.

Nove mesi dopo il concepimento Blanca diede alla luce sua figlia: Alba.

La bambina crebbe nella credenza che suo padre fosse morto, al fianco della madre, della nonna Clara, degli zii Jaime, medico incline ad aiutare i poveri ed i bisognosi, e Nicolas, viaggiatore, e infine del nonno Esteban, poiché era la sola in famiglia ad avere un buon rapporto con lui.

Quando Alba era poco più che una bambina, ricevette la visita di Esteban Garcia, un ragazzo, che viveva nella proprietà delle “Tre Marie” e che, senza che nessuno lo sapesse era figlio illegittimo del padrone, risalente ad una delle tante violenze che si accollava il diritto di compiere sulle contadine della sua proprietà.

Alba rimase turbata dalla prepotenza del ragazzo che la trattò male, la obbligò a baciarlo e pretese di parlare con il padrone stesso.

Con il tempo Alba si scordò di lui, per poi doverlo ricordare e incontrare nuovamente verso la fine della vicenda.

Una volta maturata Alba si innamorò di Miguel, un giovane estremista di sinistra, sostenitore della ribellione armata che si vociferava in quel periodo teso.

Miguel, fratello minore di Amanda, che era stata fidanzata con Nicolas senza sapere mai dell’amore che il fratello Jaime provava per lei, aprì ad Alba l’orizzonte politico, mettendole in testa le sue idee rivoluzionarie che lei seguì ed apprezzò all’inizio più per amore che per convinzione.

Mentre Alba conosceva le gioie e le passioni del suo amore, la situazione sociale e politica precipitava vertiginosamente.

Dopo un lungo periodo di lotta diplomatica e politica giunse infatti il giorno del colpo di stato. I sovversivi come prima azione incendiarono il Palazzo presidenziale costringendo alla fuga molti dei funzionari e dei politici. Dopo un primo momento in cui sembrarono prevalere i ribelli, il governo ebbe il tempo di organizzarsi e, grazie all’aiuto della marina militare, riuscì a sventare il colpo di stato.

Gli esponenti del partito vincitore ebbero tempo di festeggiare questa apparente vittoria prima di realizzare che la situazione stava sfuggendo nuovamente dalle loro mani.

Infatti i militari non avevano la minima intenzione di riconsegnare il potere al senatore Trueba ed agli altri esponenti del partito, soprattutto dopo la confusione che seguì la morte del Presidente durante il golpe.

Infatti presero ad esercitare il potere senza riconoscere l’autorità di chi prima lo deteneva.

Nel frattempo Alba aveva salutato Miguel, che non voleva obbligarla a seguirlo e, per mantenere fede a quella che era diventata la sua ideologia, iniziò a mettere a disposizione la sua casa e la sua protezione per tutti i fuggiaschi che la necessitassero.

Fu proprio questa sua attività e la scoperta del fatto che fosse legata sentimentalmente ad un sovversivo, a causare i tragici avvenimenti di una notte.

Infatti accadde che i militari una notte fecero un assalto nella casa in cui dormivano Alba e suo nonno Esteban e la portarono via, tra grandi violenze e prepotenze.

Giunta a destinazione capì chi era il mandante della spedizione: Esteban Garcia. Stette  nelle mani dei militari di Garcia per diversi giorni in cui venne torturata in molteplici modi affinchè confessasse dove si trovava Miguel.

In seguito venne poi portata in un campo di concentramento dove conobbe altre donne nella sua situazione, come Ana Diaz, che la aiutarono a superare quel terribile momento in cui spesso desiderò la morte.

Nel frattempo Esteban Trueba capì che a nulla gli sarebbero servite le conoscenze che aveva da senatore perciò si vide costretto a chiedere aiuto ad una persona che negli anni era diventata molto influente: Transito Soto.

Era una prostituta che aveva conosciuto da giovane in uno dei bordelli che frequentava e che negli anni aveva fatto strada in quel campo, arrivando ad essere padrona dell’attività, più che mai fiorente. Per farlo si era servita di alcuni soldi prestatile da Esteban e fu proprio con la scusa del debito che egli le domandò il suo aiuto.

E così successe: grazie al potere della donna Alba venne liberata e potè fare ritorno a casa dal nonno, che ormai anziano si pentì di non aver mai amato a dovere la sua famiglia e scoprì che in realtà era Alba l’unica cosa che davvero gli premeva.

L’epilogo contiene il ritrovo dei due protagonisti della parte finale, con il senatore che per la prima volta concede ad Alba il suo amore per Miguel, accettandolo anche se da sempre si era opposto a causa delle sue idee politiche e che con lei attende impaziente il suo arrivo; contiene inoltre la descrizione della tranquilla morte di Esteban tra le braccia dell’amata nipote che infine spiga come sia stata spinta a scrivere, con l’aiuto del nonno, la loro storia, rivivendo una per una tutte le vicende e le persone che avevano composto la loro vita. Con lo scrivere questa storia Alba poté vincere il suo odio verso molte persone, primo fra tutti Esteban Garcia, giungendo a considerare la loro presenza fondamentale per il giusto compimento della storia e del loro destino, senza i quali sarebbe non sarebbe stato compiuto correttamente.

Personaggi principali:

ESTEBAN TRUEBA: è il protagonista maschile del romanzo, il filo conduttore, colui che conosce e interagisce con tutte le altre protagoniste donne. È infatti fidanzato di Rosa, poi marito di Clara, padre di Blanca e nonno di Alba.

È un uomo rude, violento, passionale, rabbioso per carattere, superiore alle vicende che riguardano le donne: è pronto sempre a giudicarle e punirle senza sentire ragioni e senza cercare di capirle a findo. Le uniche che instaureranno un rapporto con lui saranno Clara perché poco prima della sua morte si pone come sua giuda spirituale, lo capisce, lo compatisce, non riesce ad amarlo ma non lo abbandona; non lo abbandona nemmeno dopo la sua morte, continuando ad apparirgli in forma spiritica per rassicurarlo.

L’altra è Alba, che è l’unica che riesce a farlo cambiare, nella parte terminale della sua vita, a fargli comprendere gli errori compiuti nella sua vita, non ponendo la sua famiglia tra le sue priorità e preoccupazioni. Alla fine infatti Trueba è profondamente diverso dall’inizio, è in pace, ha capito e finalmente per la prima volta ha l’animo in pace, in grado di affrontare nel modo migliore la sua morte.

CLARA: è forse il personaggio più particolare della narrazione, forse a causa delle peculiarità e dei poteri già descritti. Durante la narrazione si dimostra una donna forte, abile, dalla grande umanità, in grado di instaurare buoni rapporti con tutti i suoi familiari. Soprattutto alla fine, dopo la sua morte, il fatto che lei continui ad essere presente con le sue apparizioni nelle vite di Alba e Esteban, per sorreggerli, consigliarli e aiutarli, dimostra il suo grande ruolo umano nella storia e la grandezza del personaggio. È anche grazie a lei ad alla sua abitudine di tenere numerosissimi diari che permette ad Alba di raccontare questa stupenda storia.

BLANCA: è una donna per così dire ribelle che ha avuto incomprensioni e contrasti con il padre per tutta la sua vita. È stata infatti costretta a nascondere sempre il suo amore per Pedro Terzo, perfino dopo la scoperta del padre. Solo alla fine è il padre stesso a permetterle di scappare all’estero con lui per coronare finalmente il suo sogno d’amore. Anche nel matrimonio obbligato con Jean de Satigny gioca il ruolo della vittima della situazione ma è ancora il bel rapporto con la madre che la sorregge e la accoglie sempre ad aiutarla ad andare avanti e vivere la sua vita.

ALBA: è l’ultima donna della saga familiare, a cui è dedicata tutta la parte finale del libro. Come la madre anche lei fu costretta a nascondere il suo amore per Miguel e a viverlo di segreto, a causa del nonno e della situazione politica. Come sua madre Blanca è disposta a tutto per amore del suo uomo, per il quale infatti subisce inimmaginabili torture. Nella narrazione si dimostra una persona molto bella e umana che riesce per prima a domare lo spirito violento del nonno Esteban rendendolo capace di amore verso di lei e di ritrovare una pace ormai perduta.

PEDRO TERZO GARCIA: fin da giovane si dimostra un ragazzo molto coraggioso e tenace nel portare avanti la rischiosa relazione con Blanca, che poi capirà essere l’unico amore della sua vita.

Si ritrova ad amarla sempre più anche quando subisce le violenze da parte del padrone e quando deve stare separato da lei degli anni.

ESTEBAN GARCIA: è un figlio illegittimo del padrone Trueba, l’unico dei tanti che non accettò mai la situazione in cui i figli legittimi godevano di tutti i privilegi della loro condizione mentre a lui non spettava nemmeno il riconoscimento del padre. Infatti probabilmente è più per vendetta che per convinzione politica che alla fine del romanzo fa catturare Alba e la tortura per estorcere informazioni su Miguel. È essenzialmente un personaggio negativo, in tutte le azioni che compie.

MIGUEL: è l’uomo amato da Alba, un estremista di sinistra, uno dei fautori del golpe contro il governo di destra. È la causa della grande sofferenza di Alba durante la cattura ma lei non gliene farà mai una colpa poiché entrambi erano stati spinti dall’amore. Tante sofferenze porteranno poi, presumibilmente, ad un periodo di felice riconciliazione perché persino Esteban Trueba accetta la loro relazione e permette loro una vita insieme.

ROSA: sorella di Clara, è una delle figlie dei coniugi del Valle. Nota per la sua bellezza, è la prima donna amata da Esteban che però dovrà patire per la sua morte. Muore infatti prematuramente causando un trauma nella sorellina Clara da cui guarirà solo dopo nove anni.

JAIME E NICOLAS: sono i fratelli gemelli di Blanca, la prima parte della loro vita la trascorrono in un collegio, diventando più presenti con la nascita di Clara. È soprattutto Jaime a farle da padre fino alla sua tragica morte durante il colpo di stato. Nicolas vive anche l’amore con Amanda, sorella di Miguel senza mai comprendere il vero e autentico sentimento che prova Jaime per lei, e che però non sarà mai ricambiato.

Mi ha colpito molto la figura di Jaime, molto altruista e determinato nel diventare medico per mettersi al servizio degli altri

NIVEA E SEVERO: sono i capostipiti della famiglia di cui sono narrate le vicende. Genitori di Rosa e Clara e modelli per tutti i figli.

AMANDA:è la fidanzata di Nicolas quando fa la sua comparsa nel romanzo. Era una donna molto bella, che portava sempre moltissimi gioielli e grandi vesti che le stavano larghe rispetto alla sua esile corporatura. Rimasta incinta chiese a Jaime, che stava specializzandosi in medicina, di aiutarla ad abortire. Questo fatto generò la divisione da Nicolas ed un approfondimento del rapporto con Jaime, che poi si scoprì innamorato di lei. Morirà dopo il colpo di stato.

FERULA:è la sorella di Esteban Garcia. Una donna dalla bellezza particolare ma non curata, che aveva passato tutta la sua vita da nubile per assistere la madre, donna Ester, gravemente malata di artrite. Era sempre stata molto autoritaria anche con il fratello con cui però ebbe sempre un rapporto conflittuale. Instaurò un bel rapporto invece con Clara, diventando, dopo un periodo di odio, persino gelosa del marito che poteva averla con sé sempre.

Luoghi:

La vicenda è ambientata in Sud America e si può supporre che di preciso si tratti del Cile. Gli eventi si svolgono principalmente alle Tre Marie, nella residenza dei del Valle, nella casa di Esteban e Clara.

Tempi:

La vicenda si svolge nel nostro secolo ed occupa un arco temporale di circa un secolo o poco meno.

Sono ricorrenti le anticipazioni durante tutta la vicenda.

Narratore:

Nella parte iniziale del racconto il narratore è esterno, come il punto di vista.

Poi subentra un narratore interno, ossia Esteban Trueba, e quindi il punto di vista diventa interno.

Commento:

Credo che sia il libro più bello letto durante il biennio. È proprio perfetto perché sa unire il sentimentalismo con l’avventura, la tensione, i momenti malinconici; la fantasia e la realtà fuse insieme. A prescindere dal fatto che trovo che il modo di scrivere della Allende sia semplicemente stupendo nella sua semplicità non banale, credo che i personaggi creati siano ognuno per qualcosa di particolare molto significativi e soprattutto vivi, grazie proprio alle sue capacità descrittive.

Era un libro di una certa lunghezza che però non mi è stato di difficile lettura proprio perché mi ha appassionato e tenuta alta la tensione fino all’ultimo.

Mi hanno positivamente colpito i personaggi di Clara e Alba, nonna e nipote, molto simili se si pensa a come hanno lottato per farcela da sole in ogni occasione, senza mostrare segni di debolezza e restando salde ai loro principi e valori.

PAULA

Paula è un romanzo della scrittrice cilena Isabel Allende, pubblicato nel 1995.

TRAMA

L’opera scaturisce dal desiderio dell’autrice di entrare in contatto con la figlia ventottenne Paula, ammalatasi di porfiria, una malattia rara e gravissima, che l’ha condotta in un coma irreversibile. La vicenda si svolge dal giorno del ricovero di Paula in un ospedale a Madrid, città dove da poco viveva con il marito Ernesto, avvenuto il 6 dicembre 1991, fino alla sua morte, giunta esattamente un anno dopo, il 6 dicembre 1992, nella casa di Allende a San Francisco. La madre le resta a fianco tutto il tempo, durante il ricovero nella capitale spagnola, alloggiando in un misero motel, dove, di sera, scriveva il romanzo. Le sorti di Paula, però, peggiorano sempre di più, e la sua degenza in ospedale diviene inutile, tanto che viene trasferita a casa di Allende, a San Francisco, in modo che possa essere circondata da amici e parenti. E alla fine se ne andrà, circondata dalle persone che ha amato, che l’hanno amata e che l’ameranno per sempre.

ANALISI DEL TESTO

Il romanzo si presenta come un “diario” che Allende dedica alla figlia, dove l’autrice narra della sua vita, creando così una sorta di autobiografia. I temi che emergono sono molteplici: dolore, sofferenza, tristezza, amore, gioia di vivere e voglia di vivere; l’amore materno è il sentimento predominante. Non a caso, a volte il lettore può sentirsi estromesso, come se questa storia d’amore e dolore riguardasse solo due persone, Isabel e Paula. Allo stesso tempo, però, il lettore è coinvolto, e la vita di Allende diventa la sua vita e la vita di Paula. Allende scrive senza veli, si espone al lettore, dà sfogo ai suoi dolori, ai suoi pensieri, alle sue preoccupazioni, e per questo il lettore condivide il sentimento di dolore che ella prova. Un dolore lancinante, immenso, il dolore di una madre che vede sua figlia morire fra le braccia, mentre lei, impotente, piange lacrime di vita. È un romanzo di una vita, che narra della vita, della morte, di tutti gli uomini e di tutte le donne; un romanzo diretto al cuore, che riempie l’animo.

L’ISOLA SOTTO IL MARE

L’isola sotto il mare (titolo originale La isla bajo el mar) è un romanzo di Isabel Allende pubblicato nel 2009.

Il romanzo, ambientato nei Caraibi e nella Louisiana di fine Settecento, narra le vicende della schiava nera Zarité Sedella, soprannominata Teté che, attraverso parecchie vicissitudini, soprusi e violenze, riesce alla fine a conquistare la propria libertà.

LA TRAMA

Zarité Sedella, piccola mulatta congolese, all’età di nove anni viene venduta al ricco latifondista Toulouse Valmorain, che la impiega come schiava nelle faccende domestiche nella sua tenuta di Santo Domingo, risparmiandole così il duro lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero. La sua bontà naturale, forza di spirito e grande senso della dignità la portano a condividere segreti e spiritualità con gli altri schiavi e a riconoscere le miserie dei padroni bianchi, fino a farla diventare il centro di un microcosmo che riflette tutte le contraddizioni del mondo coloniale: i padroni bianchi con le loro fragilità familiari; i militari e le cortigiane; gli schiavi e le angherie che subiscono che portano a progetti di ribellione. Zarité si innamora dello schiavo Gambo, che è uno dei più accesi sostenitori della necessità di una ribellione. Quando Valmorain decide di spostarsi a New Orleans, all’epoca ancora colonia francese in suolo americano, porta con sé anche Zarité, che però si batte per ottenere la libertà per sé e per la sua famiglia, mentre alle vicende familiari si intrecciano gli avvenimenti che porteranno alla ribellione degli schiavi caraibici e alla costituzione della prima repubblica nera indipendente al mondo, Haiti.

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