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Letteratitudini: Incontro del mese di Novembre 2014.

dicembre 17th, 2014 // 5:32 pm @

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Incontro del mese di Novembre 2014. Grande serata con relatore professore Aldo Cervo da Caiazzo. Tema dell’incontro: “Poesia e Faziosità nell’Iliade di Omero”.
Abbiamo letto e discusso sui seguenti canti:
LIBRO SETTIMO
ARGOMENTO
ETTORE e Paride rispingono i Greci. Eleno, per inspirazione divina, consiglia Ettore che, fatta cessare la battaglia, sfidi a singolar tenzone il più valente de’ Greci. Ettore accoglie la proposta. I Greci esitano alquanto ad accettare la disfida. Quindi rimproverati da Nestore, nove di loro offronsi pronti a combattere. Poste le sorti, esce quella di Aiace Telamonio. Descrizione del duello. I combattenti, sopravvenendo la notte, sono separati dagli araldi. I Greci, per consiglio di Nestore, sospendono le armi onde attendere alla sepoltura de’ morti ed alla costruzione d’un muro per difesa del campo. Assemblea de’ Troiani. Idéo viene nel campo greco a proporre condizioni di pace, e a domandare una tregua per seppellire i morti. Le prime sono rigettate, la seconda è accordata. Muro costrutto dai Greci. Sdegno di Nettunno. Conviti notturni de’ Greci e de’ Troiani. Segni infausti mandati da Giove durante la notte.
DUELLO DI ETTORE ED AIACE, Canto VII vv. 249-379
Di splendid’armi frettoloso intanto
Aiace si vestiva: e poichè tutte
L’ebbe assunte dintorno alla persona,
Concitato avvïossi, e camminava
Quale incede il gran Marte allor che scende
Tra fiere genti stimolate all’armi
Dallo sdegno di Giove, e dall’insana
Roditrice dell’alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
Lo smisurato Aiace, sorridendo
Con terribile piglio, e misurava
A vasti passi il suol, l’asta crollando
Che lunga sul terren l’ombra spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
A riguardarlo; ma per l’ossa ai Teucri
Corse subito un gelo. Palpitonne
Lo stesso Ettór; ma nè schivar per tema
Il fiercimento, né tra’ suoi ritrarsi
Più non gli lice, chè fu sua la sfida.
E già gli è sopra Aiace coll’immenso
Pavese che parea mobile torre;
Opra di Tichio, d’Ila abitatore,
Prestantissimo fabbro, che di sette
Costruito l’avea ben salde e grosse
Cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
Una falda d’acciar. Con questo al petto
Enorme scudo il Telamónio eroe
Fêssi avanti al Troiano, e minaccioso
Mosse queste parole: Ettore, or chiaro
Saprai da solo a sol quai prodi ancora
Rimangono agli Achei dopo il Pelíde
Cuor di lïone e rompitor di schiere.
Irato coll’Atride egli alle navi
Che non temiamo lo tuo scontro, e molti.
Comincia or tu la pugna, e tira il primo.
Nobile prence Telamónio Aiace,
Rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli
Come a imbelle fanciullo o femminetta
Cui dell’armi il mestiero è pellegrino?
E anch’io trattar so il ferro e dar la morte,
E a dritta e a manca anch’io girar lo scudo,
E infaticato sostener l’attacco,
E a piè fermo danzar nel sanguinoso
Ballo di Marte, o d’un salto sul cocchio
Lanciarmi, e concitar nella battaglia
I veloci destrier. Nè già vogl’io
Un tuo pari ferire insidïoso,
Ma discoperto, se arrivar ti posso.
Ciò detto, bilanciò colla man forte
La lunga lancia, e saettò d’Aiace
Il settemplice scudo. Furïosa
La punta trapassò la ferrea falda
Che di fuor lo copriva, e via scorrendo
Squarciò sei giri del bovin tessuto,
E al settimo fermossi. Allor secondo
Trasse Aiace, e colpì di Priamo il figlio
Nella rotonda targa. Traforolla
Il frassino veloce, e nell’usbergo
Sì addentro si ficcò, che presso al lombo
Lacerògli la tunica. Piegossi
Ettore a tempo, ed evitò la morte.
Ricovrò l’uno e l’altro il proprio telo,
E all’assalto tornâr come per fame
Fieri leoni, o per vigor tremendi
Arruffati cinghiali alla montagna.
Di nuovo Ettorre coll’acuto cerro
Colpì lo scudo ostil, ma senza offesa,
Ch’ivi la punta si curvò: di nuovo
Trasse Aiace il suo telo, ed alla penna
Dello scudo ferendo, a parte a parte
Lo trapassò, gli punse il collo, e vivo
Sangue spiccionne. Nè per ciò l’attacco
Lasciò l’audace Ettorre. Era nel campo
Un negro ed aspro enorme sasso: a questo
Diè di piglio il Troiano, e contra il Greco
Lo fulminò. Percosse il duro scoglio
Il colmo dello scudo, e orribilmente
Ne rimbombò la ferrea piastra intorno.
Seguì l’esempio il gran Telamoníde,
Ed afferrato e sollevato ei pure
Un altro più d’assai rude macigno,
Con forza immensa lo rotò, lo spinse
Contra il nemico. Il molar sasso infranse
L’ettoreo scudo, e di tal colpo offese
Lui nel ginocchio, che riverso ei cadde
Con lo scudo sul petto: ma rizzollo
Immantinente di Latona il figlio.
E qui tratte le spade i due campioni
Più da vicino si ferían, se ratti,
Messaggieri di Giove e de’ mortali,
Non accorrean gli araldi, il teucro Idéo,
E l’achivo Taltíbio, ambo lodati
Di prudente consiglio. Entrâr costoro
Con securtade in mezzo ai combattenti,
Ed interposto fra le nude spade
Il pacifico scettro, il saggio Così primiero favellò: Cessate,
Diletti figli, la battaglia. Entrambi
Siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro
Ognun sel vede) acerrimi guerrieri:
Ma la notte discende, e giova, o figli,
Alla notte obbedir. – Dimandi Ettorre
Questa tregua, rispose il fiero Aiace:
Primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga.
Ritirerommi, se l’esempio ei porga.
E l’illustre rival tosto riprese:
Aiace, i numi ti largir cortesi
Pari alla forza ed al valore il senno,
E nel valor tu vinci ogni altro Acheo.
Abbian riposo le nostr’armi, e cessi
La tenzon. Pugneremo altra fïata
Finchè la Parca ne divida, e intera
All’uno o all’altro la vittoria doni.
Or la notte già cade, e della notte
Romper non dêssi la ragion. Tu riedi
Dunque alle navi a rallegrar gli Achivi,
I congiunti, gli amici. Io nella sacra
Città rïentro a serenar de’ Teucri
Le meste fronti e le dardanie donne,
Che in lunghi pepli avvolte appiè dell’are
Per me si stanno a supplicar. Ma pria
Di dipartirci, un mutuo dono attesti
La nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri
Diran: Costoro duellâr coll’ira
Di fier nemici, e separârsi amici.
Così dicendo, la sua propria spada
Gli presentò d’argentei chiovi adorna
Con fulgida vagina ed un pendaglio
Di leggiadro lavoro; Aiace a lui
Il risplendente suo purpureo cinto.
LIBRO DECIMOSESTO
ARGOMENTO
ACHILLE, mosso dalle preghiere di Patroclo, gli concede di vestirsi delle sue armi e di menare a battaglia i Mirmidoni. Sue parole nella partenza di Patroclo. Questi si mostra ai Troiani, i quali, credendolo Achille, si volgono in fuga. Prodezze dell’eroe. Sarpedonte, dopo avere uccìso Pedaso, uno dei cavalli d’Achille, è posto a morte da Patroclo. Combattimento intorno al cadavere, che finalmente per volere di Giove è trasportato prodigiosamente nella Licia. Patroclo, volendo assalire le mura di Troia, n’è impedito da Apollo. Scontro di Ettore e di Patroclo. Morte di Cebrione scudiero di Ettore, e battaglia intorno ad esso. Apollo disarma invisibilmente Patroclo, che prima è ferito da Euforbo, e poscia ucciso ed insultato da Ettore. Predizioni dell’eroe morente.
LA MORTE DI PATROCLO, CANTO XVI, VV. 1091 – 1189
Finchè del sole ascesero le rote
Verso il mezzo del ciel, d’ambe le parti
Uscíano i colpi con egual ruina,
E la gente cadea. Ma quando il giorno
Su le vie dechinò dell’occidente,
Prevalse il fato degli Achei che alfine
Dall’acervo dei teli, e dalla serra
De’ Troiani involâr di Cebrïone
La salma, e l’armi gli rapîr di dosso.
Qui fu che pieno di crudel talento
Urtò Patróclo i Troi. Tre volte il fiero
Con gridi orrendi gli assalì, tre volte
Spense nove guerrier; ma come il quarto
Impeto fece, e parve un Dio, la Parca
Del viver tuo raccolse il filo estremo,
Miserando garzon, chè ad incontrarti
Venía tremendo nella mischia Apollo:
Nè camminar tra l’armi alla sua volta
L’eroe lo vide, chè una folta nebbia
Le divine sembianze ricopría.
Vennegli a tergo il nume, e colla grave
Palma sul dosso tra le late spalle
Gli dechinò sì forte una percossa,
Che abbacinossi al misero la vista
E girò l’intelletto. Indi dal capo
Via saltar gli fe’ l’elmo il Dio nemico,
E l’elmo al suolo rotolando fece
Sotto il piè de’ corsieri un tintinnío,
E si bruttaro del cimier le creste
Di sangue e polve; nè di polve in pria
Insozzar quel cimiero era concesso
Quando l’intatto capo e la leggiadra
Fronte copriva del divino Achille.
Ma in quel giorno fatal Giove permise
Che d’Ettore passasse in su le chiome
Vicino anch’esso al fato estremo. Allora
Tutta a Patróclo nella man si franse
La ferrea, lunga, ponderosa e salda
Smisurata sua lancia, e sul terreno
Dalla manca gli cadde il gran pavese
Rotto il guinzaglio. Di sua man l’usbergo
Sciolsegli alfine di Latona il figlio,
E l’infelice allor del tutto uscío
Di sentimento; gli tremaro i polsi,
Ristette immoto, sbalordito, e in
Tra l’una spalla e l’altra lo percosse
Coll’asta da vicin di Panto il figlio
L’audace Euforbo, un Dardano che al corso
E in trattar lancia e maneggiar destrieri
La pari gioventù vincea d’assai.
La prima volta che sublime ei parve
Su la biga a imparar dell’armi il duro
Mestier, venti guerrieri al paragone
Riversò da’ lor cocchi; ed or fu il primo
Che ti ferì, Patróclo, e non t’uccise.
Anzi dal corpo ricovrando il ferro
Si fuggì pauroso, e nella turba
Si confuse il fellon, che di Patróclo
Benchè piagato e già dell’armi ignudo
Non sostenne la vista. Da quel colpo
E più dall’urto dell’avverso Dio
Abbattuto l’eroe si ritirava
Fra’ suoi compagni ad ischivar la morte.
Ed Ettore, veduto il suo nemico
Retrocedente e già di piaga offeso,
Tra le file vicino gli si strinse,
Nell’imo casso immerse l’asta e tutta
Dall’altra parte rïuscir la fece.
Risonò nel cadere, ed un gran lutto
Per l’esercito achivo si diffuse.
Come quando un lïone alla montagna
Cinghial di forze smisurate assalta,
E l’uno e l’altro di gran cor fan lite
D’una povera fonte, al cui zampillo
Veníano entrambi ad ammorzar la sete;
Alfin la belva dai robusti artigli
Stende anelo il nemico in su l’arena:
Tal di Menézio al generoso figlio
De’ Teucri struggitor tolse la vita
Il troian duce, e al moribondo eroe
Orgoglioso insultando, Ecco, dicea,
Ecco, o Patróclo, la città che dianzi
Atterrar ti credesti, ecco le donne
Che ti sperasti di condur captive
Alla paterna Ftia. Folle! e non sai
Che a difesa di queste anco i cavalli
D’Ettór son pronti a guerreggiar co’ piedi?
E che fra’ Teucri bellicosi io stesso
Non vil guerriero maneggiar so l’asta,
E preservarli da servil catena? 0
Tu frattanto qui statti orrido pasto
D’avoltoi. Che ti valse, o sventurato,
Quel tuo sì forte Achille? Ei molti avvisi
Ti diè certo al partire: O cavaliero
Caro Patróclo, non mi far ritorno
Alle navi se pria dell’omicida
Ettór sul petto non avrai spezzato
Il sanguinoso usbergo… Ei certo il disse,
E a te, stolto che fosti! il persuase.
LIBRO VENTESIMOSECONDO
ARGOMENTO
ESSENDOSI i Troiani rinchiusi nella città, il solo Ettore rimane sotto le mura ad attendere Achille di piede fermo. Timore e parole di Priamo e di Ecuba. Ettore si pone in fuga alla vista d’Achille, che, riconosciuto l’inganno di Apollo, ritorna verso Troia. Giove pesa le sorti dei due capitani. Minerva sotto la figura di Deifobo instiga Ettore a cimentarsi con Achille. Combattimento degli eroi. Ettore, ferito a morte, supplica il nemico di rendere il suo cadavere ai genitori. Dura risposta di Achille. Parole e morte di Ettore. Insulti d’Achille sull’estinto e vana baldanza dei Greci. Achille dispogliato il cadavere e legatolo dietro il suo cocchio, lo fa girare intorno alle mura della città. Costernazione e lamenti di Ecuba, di Priamo e d’Andromaca.
LA FUGA DI ETTORE DI FRONTE AD ACHILLE, Canto XXII, vv. 214-275
A riguardarli intento
Stava il consesso de’ Celesti, e Giove
A dir si fece: Ahi sorte indegna! io veggo
D’Ilio intorno alle mura esagitato
Un diletto mortal; duolmi d’Ettorre
Che su l’idée pendici e sull’eccelsa
Pergámea rocca a me solea di scelte
Vittime offrire i pingui lombi, ed ora
Del minaccioso Achille il presto piede
L’incalza intorno alla città. Pensate,
Vedete, o numi, se per noi si debba
Dalla morte camparlo, o pur, quantunque
Così prode, il domar sotto il Pelíde.
Procelloso Tonante, oh che dicesti,
Gli rispose Minerva, e che t’avvisi?
Alla morte involar uom sacro a morte?
E tu l’invola. Ma non tutti al certo
Noi Celesti tal fatto assentiremo.
T’accheta, o figlia, replicò de’ nembi
L’adunator, ch’io nulla ho fermo ancora,
E nulla io voglio a te negar. Fa tutto,
Senza punto ristarti, il tuo desire.
Spronò quel detto la già pronta Diva
Che dall’olimpie cime impetuosa
Spiccossi, e scese. Alla dirotta intanto
Incalza Achille il fuggitivo Ettorre.
Come veltro cerviero alla montagna
Giù per convalli e per boscaglie insegue
Dalla tana destato un caprïuolo:
Sotto un arbusto il meschinel s’appiatta
Tutto tremante, e l’altro ne ritesse
L’orme, e corre e ricorre irrequïeto
Finchè lo trova: così tutte Achille
Del sottrarsi ad Ettór tronca le vie.
Quante volte sfilar diritto ei tenta
Alle dardanie porte, o delle torri
Sotto gli spaldi, onde co’ dardi aita
Gli dian di sopra i suoi, tante il Pelíde
Lo previene e il ricaccia alla pianura,
Vicino alla città. Come nel sogno
Talor ne sembra con lena affannata
Uom che fugge inseguir, nè questi ha forza
D’involarsi, nè noi di conseguirlo;
Così nè Achille aggiugner puote Ettorre,
Nè questi a quello dileguarsi. E intanto
Come schivar potuto avría la Parca
Di Príamo il figlio, se l’estrema volta
Nuovo al petto vigor non gli porgea
Propizio Apollo, e nuova lena al piede?
Accennava col capo il divo Achille
Alle sue genti di non far co’ dardi
Al fuggitivo offesa, onde veruno,
Ferendolo, l’onor non gli precida
Del primo colpo. Ma venuti entrambi
La quarta volta alle scamandrie fonti,
L’auree bilance sollevò nel cielo
Il gran Padre, e due sorti entro vi pose
Di mortal sonno eterno, una d’Achille,
L’altra d’Ettorre: le librò nel mezzo,
E del duce troiano il fatal giorno
Cadde, e vêr l’Orco dechinò.
Foto di Matilde Maisto.

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Category : Letteratitudini &Cultura

Nel 1° incontro 2014/2015 di Letteratitudini “La Poesia è vita”

ottobre 9th, 2014 // 8:38 pm @

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Cancello ed Arnone – “La Poesia è vita”questo il tema trattato nel 1° incontro di”Letteratitudini” avvenuto l’8 ottobre u.s. Una serata, come sempre, all’insegna della cultura, delle emozioni e dell’amicizia.
E’ stato molto piacevole in questo primo incontro di saluti e di programmazione futura, giocare un poco con la poesia, infatti ogni partecipante si è visto alle prese con un quiz dal titolo “Chi ha scritto questi versi?”. Versi molto correnti, ma anche qualche verso meno conosciuto; il quiz ha avuto lo scopo di mettere in risalto l’amore ed anche la conoscenza stessa che ognuno di noi ha della poesia.
Dopo il quiz sono state declamate alcune poesie appartenenti alle risposte esatte del quiz stesso, come “I fiumi” di Giuseppe Ungaretti, “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo, “Meriggiare pallido e assorto” di Eugenio Montale, “Il sabato del Villaggio” di Giacomo Leopardi (recitata coralmente), Padre, se anche tu non fossi il mio” di Camillo Sbarbaro, “Solo e pensoso i più deserti campi” di Francesco Petrarca, “Goal” di Umberto Saba, “Pomeriggi senza giochi” di Roberto Piumini, “Lirica” di Alda Merini, “A mia moglie” di Umberto Saba.
Declamando queste poesie abbiamo avuto la sensazione che la poesia non è uno “svolazzare di farfalle o l’abbraccio di due amanti che si cercano, la poesia è pulsione, è un corpo che trasuda emozioni, “la poesia è vita”, fare poesia significa estrarre lo stupore dalle cose ordinarie, essa parte dal basso, dagli angoli umidi delle città, dall’humus, dai luoghi dove si nasce, si lavora, si muore.

2 bis
La poesia come l’amore è l’apice estremo dell’attenzione per l’altro. La fine di un amore, a parer mio, potrebbe avvenire quando il partner un giorno arrivasse a dire “Non ci ho fatto caso”». Non bisogna mai smettere di tenere gli occhi aperti, di amare il mondo dedicandogli il dono dell’ascolto, di non trascurare mai la sacralità del corpo. Il nostro spirito non va in giro per strada senza il mantello del corpo. I corpi altrui non si possono toccare e offendere, che siano quelli di uomini e donne, di alberi, animali o stelle: la corporeità è sacra perché porta in giro lo spirito e viene dalla terra.
Ebbene con questa delicata visione poetica ha avuto inizio questa nuova serie di incontri culturali e, secondo una programmazione decisa all’unanimità, continuerà con la lettura di brani scelti dall’Iliade, dall’Odissea e dall’Eneide.
L’Iliade è un poema epico attribuito ad Omero. Opera ciclopica e complessa, è un caposaldo della letteratura greca e occidentale. Narra le vicende di un breve periodo della storia della guerra di Troia, accadute nei cinquantuno giorni dell’ultimo anno di guerra, di cui l’ira di Achille è l’argomento portante del poema.

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L’Odissea (in greco antico è l’altro poema epico greco attribuito all’opera del poeta Omero. Narra delle vicende riguardanti l’eroe Odisseo (o Ulisse, con il nome latino), dopo la fine della Guerra di Troia, narrata nell’Iliade
L’Eneide (in latino Aeneis) è un poema epico della cultura latina scritto dal poeta e filosofo Virgilio nel I secolo a.C. (più precisamente tra il 29 a.C. e il 19 a.C.), che narra la leggendaria storia di Enea, eroe troiano figlio di Anchise, fuggito dopo la caduta della città di Troia, che viaggiò per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore del popolo romano.
Gli eroi di Omero e di Virgilio, saranno dunque i compagni di viaggio che “Letteratitudini” ha scelto per questa stagione culturale e, come sempre, saremmo lieti di annoverare tra gli “amanti della letteratura e della cultura” tante altre persone, per cui invitiamo vivamente tutti a partecipare alle prossime serate.

Matilde Maisto

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Category : Letteratitudini &Cultura

“Letteratitudini” chiude alla grande la stagione 2013/2014

giugno 3rd, 2014 // 7:42 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Una degna conclusione per un eccellente anno quello di Letteratitudini. Gli incontri, sempre di altissimo livello, hanno toccato momenti di grande cultura con i seguenti temi:
– Roberto Benigni recita il V Canto dell’Inferno “L’impossibile amore di Paolo e Francesca a confronto con la realtà dei giorni nostri”. L’amore, dunque, il tema della serata: “ …Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese di costui piacer sì forte, che, come vedi ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi la vita ci spense…”
– XXVI Canto dell’Inferno “l’incontro di Dante e Virgilio con Ulisse e Diomede”. Argomento principale dell’incontro è la conoscenza, perseguita nel caso specifico, con l’inganno: …”O fratelli, che siete giunti all’estremo ovest attraverso centomila pericoli, non vogliate negare a questa piccola veglia che rimane ai vostri sensi (ai vostri ultimi anni) l’esperienza del mondo disabitato, seguendo la rotta verso occidente. Pensate alla vostra origine: non siete stati creati per vivere come bestie, ma per seguire la virtù e la conoscenza”…
– Il sesto canto dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso: la traduzione poetica della sofferenza politica dantesca. Celebri le sue invettive: nell’Inferno contro Firenze, nel Purgatorio contro l’Italia e nel Paradiso contro tutto l’Impero.
– Successivamente siamo passati ad un’autrice attuale, Isabel Allende, con la sua grande lotta per la libertà e con i suoi famosi e bellissimi romanzi da “La casa degli spiriti” a “Paula” e molti altri testi.
– Un incontro eccezionale di questa stagione è stato quello dei “Canti alla Vergine Maria” con “Il Pianto della Madonna” dalle Laude di Jacopone da Todi; “Preghiera di San Bernardo alla Vergine” dalla Divina Commedia Canto XXXIII; “Il nome di Maria” dagli Inni Sacri di Alessandro Manzoni. Alto momento mariano, dunque, affrontato con grande zelo e segnata passione.
– In seguito Letteratitudini ha voluto dare la possibilità ad una giovane scrittrice locale, Marialuisa Santonicola, di raccontarsi agli amici del gruppo culturale parlando dei suoi lavori: “Vita… per caso” e “Angeli violati” .
– Ed eccoci giunti alla fine con “Maggio: il mese delle rose, il mese della festa della mamma, il mese mariano per eccellenza”. Una serata veramente eccezionale condotta dal relatore prof. Raffaele Raimondo che ha scelto lui stesso bellissime poesie dedicate alle rose, alla mamma e alla Madonna, come: “Elogio di una rosa” di Marino Moretti; “Da Cocott” di Guido Gozzano; “Dalla finestra” di Giuseppe Fanciulli; “Se fossi” di Zietta Liù; “La mia sera” di Giovanni Pascoli; “Se fossi pittore” di Edmondo De Amicis; “La madre” di Giuseppe Ungaretti; “A Nostra Signora” di Miguel de Cervantes Saavedra; “Santa Maria, Vergine della notte” di Don Tonino Bello; “A Madonna d’ ‘e mandarine” di Ferdinando Russo. Ogni partecipante del gruppo ha scelto una poesia che ha declamato con un magnifico sottofondo musicale di brani scelti e selezionati dallo stesso professore Raimondo. Ma il clou della serata è stato raggiunto quando tutti insieme abbiamo intonato le cinque più belle canzoni napoletane dedicate al mese di maggio: Era de Maggio – Torna Maggio – Maggio si’ tu! -’Na sera’e Maggio – O’ Mese de rose. Maggio, si sa, è il mese delle rose e dell’amore, dei baci appassionati e dei matrimoni. Sarà per la dolcezza del clima, per le giornate che si allungano o per il profumo inebriante dei fiori, ma a Maggio c’è in ognuno di noi un rigoglioso risveglio di sensi che sembravano ormai assopiti dai cupi mesi invernali.
Un risveglio riscontrabile in ognuno di noi che abbiamo partecipato intonando i motivi delle canzoni con grande allegria, in amicizia, ma anche con una immancabile serietà e rispetto per la cultura.
Il gruppo si è dato appuntamento al prossimo autunno con l’intesa di mantenere sempre viva la fiammella della cultura e del sapere che arde prepotente in ognuno di noi.
Buone vacanze amici!

 

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Category : Letteratitudini &Poesia &Cultura

Serata di Letteratitudini, “cultura e convivialità saminando le pagine di Isabel Allende

febbraio 24th, 2014 // 10:45 am @

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La serata di Letteratitudini del 22 u.s. è stata come sempre molto piacevole, allegra, conviviale, ma, ovviamente, improntata sulla “cultura” in termini spirituali, materiali, intellettuali, emozionali.

L’esame di Isabel Allende ha portato ad una sorta di intervista tra il professore Raimondo (in veste di giornalista) e la nostra relatrice della serata Mirella Sciorio, che ha maggiormente fatto comprendere il vero spirito di questa grande scrittrice la quale afferma che le cose più importanti della sua vita sono accadute nelle stanze segrete del suo cuore, i risultati più significativi non stanno nei libri, ma nell’amore che la lega ad alcune persone, specialmente della sua famiglia, e nei modi in cui ha cercato di aiutare gli altri. Quando ero giovane – ella dice – spesso mi disperavo: c’era così tanto dolore nel mondo e io potevo fare tanto poco per alleviarlo! Ma ora guardo indietro alla mia vita e mi sento soddisfatta perché davvero sono stati pochi i giorni in cui non ho tentato di alleviare la sofferenza. Credo sia una reazione sana, il riaffermarsi della vita, del piacere e dell’amore dopo aver percorso per molto tempo i territori della morte.

Isabel, già nota per le sue battaglie a favore delle donne in passato, aveva detto: “Il Cile è un paese maschilista: l’aria è talmente densa di testosterone che è un miracolo se alle donne non spuntano i peli in faccia. È forse l’unico paese della galassia dove non esiste il divorzio perché, nonostante il settantun per cento della popolazione lo reclami da anni, nessuno osa sfidare i preti, è il paese più cattolico del mondo, più dell’Irlanda e certamente molto più del Vaticano. Michelle Bachelet è stato il primo Presidente donna, madre separata di tre figli, un tranguardo impensabile fino al 2006. Io sono un animale politico. In ogni mio libro esce fuori il mio femminismo, il mio socialismo e il mio antimilitarismo. Ho sempre avuto ben chiaro che dovevo lavorare, perché non esiste femminismo che si rispetti che non sia basato sull’indipendenza economica.”

Per capire a fondo il pensiero di Isabel Allende, bisogna partire dal libro Paula, la storia della sua famiglia, ma in particolare della sua vita narrata dalla stella Allende al capezzale della figlia Paula affetta da porfiria che a 28 anni la portò alla morte. Ecco, Isabel nasce in una famiglia con forti contraddizioni e un senso del magico che già si intravede nel libro “La casa degli spiriti” e la prima parte della sua vita, quella che vive da quasi dissidente in Cile, con marito e due figli il suo ruolo è molto tradizionale. Con la fuga la separazione e l’incontro di quello che chiamerà ‘il marito americano’ la sua vita cambia radicalmente e prende coscienza del ruolo di donna nella società ma anche nella famiglia creando a questo punto una ‘famiglia matriarcale’.

Durante un’intervista, oggi, la Allende si ritrova ancora una volta a lanciare un messaggio per tutte le donne, dopo tanti anni, a favore di questa battaglia:

“Non invento donne forti, sono donne che già esistono. Non conosco donne deboli, tutte quelle che conosco sono forti e sono personaggi che potrei mettere in un romanzo. Non invento dei personaggi affinché le altre donne le copino, assolutamente. Io faccio parte alla prima generazione di donne cilene femministe organizzate. Ci sono sempre state in Cile le suffragette, ma un movimento organizzato con una propria rivista come era il caso di Paula, è un fenomeno della mia generazione, la ‘generazione di transizione’, tra il modo di vivere e di pensare delle donne come mia madre, mia nonna, a quello delle giovani donne di oggi. Noi facciamo parte di quel ponte. Quando ho cominciato a lottare per la battaglia femminista, la nostra idea era quella di ottenere per le donne gli stessi diritti degli uomini, soprattutto nel campo del lavoro e della cultura, che non ci fosse una doppia morale per uomini e donne. Questa era la cosa per la quale lottavamo. Quarant’anni dopo ci stiamo ancora battendo per le stesse cose. Oggi, nessuna di voi giovani donne dice di essere femminista perché non è sexy, tuttavia nessuna di voi rinuncerebbe a nessuno di quei diritti che le vostre madri hanno conquistato per voi. Io, come donna più grande, mi arrabbio molto quando le giovani donne di oggi dicono che non si interessano al femminismo perché non si rendono conto che loro hanno certi privilegi, ma l’80% delle donne del mondo vive ancora come nel Medioevo. Se non vi piacciono le parole femminismo o femminista, trovatene altre, cambiatele. Però la lotta per i diritti delle donne deve continuare e dovete portarla avanti voi.”

Sono i nostri pensieri che danno forma a ciò che noi supponiamo sia la realtà. La mente seleziona, esagera, tradisce, gli avvenimenti si sfumano, le persone si dimenticano e alla fine rimane solo il percorso dell’anima, quei rari momenti che mi segnano e mi distinguono. La scrittura è un tentativo disperato di preservare la memoria. I ricordi, nel tempo, strappano dentro di noi l’abito della nostra personalità, e rischiamo di rimanere laceri, scoperti.

ripper

Ed Ancora una volta Isabel Allende si ritrova a parlare di donne e femminismo con il suo nuovo libro “Il gioco di Ripper”: – Per Amanda e i suoi amici Ripper era solo un gioco. Ma quando San Francisco è scossa da una serie di misteriosi omicidi, Amanda sembra l’unica in grado di risolvere l’enigma.

Le donne della famiglia Jackson, Indiana e Amanda, madre e figlia, sono molto legate pur essendo diverse come il giorno e la notte. Indiana, guaritrice in una clinica olistica, è una donna libera e fiera della propria vita. Sposata e poi separatasi molto giovane dal padre di Amanda, è riluttante a lasciarsi coinvolgere sentimentalmente, che sia con Alan, ricco erede di una delle famiglie dell’alta borghesia di San Francisco, o con Ryan, enigmatico e affascinante ex navy seal, ferito durante la sua ultima missione. Mentre la madre vede soprattutto il lato buono delle persone, Amanda, come suo padre, ispettore capo della Sezione Omicidi della polizia di San Francisco, è affascinata dal lato oscuro della natura umana. Brillante e introversa, appassionata lettrice, dotata di un eccezionale talento per le indagini criminali, si diletta a giocare a Ripper, un gioco online ispirato a Jack the Ripper, Jack lo Squartatore, in cui bisogna risolvere casi misteriosi. Quando la città è scossa da una serie di efferati omicidi, Amanda si butta a capofitto nelle indagini, scoprendo, prima della polizia, che i delitti potrebbero avere un legame fra loro. Ma il caso diventa fin troppo personale quando sparisce Indiana. La scomparsa della madre è collegata al serial killer? Ora la giovane detective si ritrova ad affrontare il mistero più complesso che le sia mai capitato, e deve risolverlo prima che sia troppo tardi.

Possiamo concludere precisando che la serata di Letteratitudini si è rivelata, forse, addirittura migliore delle aspettative, per la qualità della grande protagonista esaminata e per la voce giovane che ha relazionato su di lei.

Ora l’appuntamento è stato fissato per Venerdì 28 Marzo p.v. e sarà dedicato alla “Vergine Maria” con i seguenti pezzi:

“Il pianto della Madonna” Jacopodi da Todi (relatrice Matilde Maisto)

Canto XXXIII: “La preghiera di San Bernardo alla Vergine” Dante Alighieri (relatrice Maria Sciorio)

“Il nome di Maria” Inni Sacri di Alessandro Manzoni (relatrice Felicetta Montella)

TUTTO IL MATERIALE CONSULTATO:

ISABEL ALLENDE

Isabel Allende nasce il giorno 2 agosto del 1942 a Lima (Perù). La famiglia si trova in questo periodo a Lima, in Perù, per motivi di lavoro. La madre, Francisca Llona Barros, divorzia dal padre, Tomás Allende, quando la scrittrice ha solo tre anni: Isabel non conoscerà mai suo padre, che dopo la dissoluzione del matrimonio sparirà nel nulla. Sola, con tre figli e senza alcuna esperienza lavorativa, la madre si trasferisce a Santiago del Cile, ospitata nella casa del nonno (rievocata poi ne “La casa degli spiriti” in quella di Esteban Trueba). Grazie all’aiuto dello zio Salvador Allende e grazie alla sua influenza, non mancheranno a lei e ai suoi fratelli borse di studio, vestiti e svaghi.

Bambina vivace ed inquieta, durante l’infanzia trascorsa nella casa dei nonni impara a leggere e a nutrire la propria fantasia con letture prelevate dalla biblioteca del nonno, ma anche con libri che la scrittrice racconta di aver trovato in un baule ereditato dal padre, contenente raccolte di Jules Verne o Emilio Salgari. L’immaginazione della piccola si alimenta anche di romanzi rosa, ascoltati alla radio, in cucina assieme alle inservienti e soprattutto di racconti narrati dal nonno o dalla nonna, quest’ultima caratterizzata da una propensione particolare verso i misteri dello spiritismo.

Questi anni fantasiosi e meravigliosi si interrompono nel 1956, quando la madre si sposa con un altro diplomatico. Data anche la natura particolare di quella professione, il diplomatico appunto, la coppia comincia a viaggiare e ad effettuare permanenze in vari paesi. Le esperienze in Bolivia, in Europa ed in Libano sveleranno alla piccola sognatrice un mondo diverso da quello in cui è cresciuta. Isabel Allende vivrà sulla propria pelle le prime esperienze della discriminazione sessuale. Anche se le letture cambiano: legge libri di filosofia, conosce Freud e le tragedie di Shakespeare. Frugando nella camera del patrigno, trova un “libro proibito” che resterà tra le sue maggiori influenze letterarie: nascosta in un armadio legge “Le mille e una notte”.

All’età di 15 anni, desiderosa di indipendenza, ritorna a Santiago ed a 17 anni inizia a lavorare come segretaria presso il “Dipartimento dell’informazione”, un ufficio della FAO. A 19 anni sposa con Miguel Frías (1962), con cui avrà due figli: Nicholás e Paula.

In questo periodo accede al mondo del giornalismo che insieme all’esperienza teatrale sarà il suo migliore elemento formativo. Prima entra nel campo della televisione, conducendo un programma di quindici minuti sulla tragedia della fame nel mondo; poi scrive per la rivista femminile Paula (1967-1974) e la rivista per bambini Mampato (1969-1974). In ambito televisivo s’impegna nella Channel 7 dal 1970 al 1974. Isabel Allende conquista la fama negli anni Sessanta, grazie alla rubrica “Los impertinentes” che la sua amica Delia Vergara le riserva all’interno della rivista Paula. Da allora la scrittrice non ha mai smesso di decantare il giornalismo come grande scuola di scrittura e di umiltà.

L’11 settembre 1973 il colpo di stato militare guidato dal Generale Augusto Pinochet termina un’altra fase della vita della Allende. L’evoluzione dei fatti la costringe ad inserirsi per la prima volta attivamente nella vita politica del suo paese: la scrittrice s’impegna a favore dei perseguitati dal regime trovando loro asilo politico, nascondigli sicuri e facendo filtrare notizie del paese. Il regime dittatoriale le permette di collaborare ancora con le televisioni nazionali, ma ben presto decide di abbandonare il lavoro, perché si rende conto che il governo militare la sta usando. Decide allora di emigrare e, seguita in breve dal marito e dai figli, si ferma per tredici anni in Venezuela, dove scrive su vari quotidiani.

Di fatto autoesiliatasi, comincia a scrivere per sfogare la propria rabbia e sofferenza. Nasce così il primo romanzo, rifiutato da tutte le case editrici latino-americane per il fatto di essere firmato da un nome non soltanto sconosciuto, ma addirittura femminile. Nell’autunno del 1982 “la casa degli spiriti”, una cronaca familiare sullo sfondo del mutamento politico ed economico nell’America latina, viene pubblicato a Barcellona da Plaza y Janés. Il successo divampa inizialmente in Europa e da lì passa negli Stati Uniti: le numerose traduzioni in varie lingue fanno conoscere la scrittrice in moltissime parti del mondo. Da quel momento in poi, inanellerà un successo dopo l’altro, a partire da “D’amore e ombra” fino a Paula, passando per “Eva Luna”.

A 45 anni Isabel Allende divorzia dal marito e nel 1988 si sposa in seconde nozze con William Gordon che conosce durante un viaggio a San José, negli Stati Uniti. La storia della vita del nuovo compagno della scrittrice ispira un nuovo romanzo che viene pubblicato nel 1991 col titolo “Il piano infinito”.

Molti critici hanno definito l’opera di Isabel Allende come un collage di idee e situazioni tratte dai suoi colleghi più famosi. Ma una delle critiche più persistenti è quella del paragone costante con Gabriel García Márquez e, in effetti, una certa influenza dello scrittore colombiano risulta essere innegabile, dal momento che viene tutt’ora considerato un punto di riferimento per le nuove generazioni di scrittori iberoamericani.

Non si può comunque tralasciare di citare il fatto che il libro-confessione “Paula” è il resoconto della tragedia che ha colpito l’Allende. Paula, infatti, non è altri che la figlia della scrittrice, morta il 6 dicembre del 1992 di una malattia rara e incurabile dopo aver passato un lungo periodo in stato comatoso.

Bibliografia:

La casa degli spiriti (1982)

D’amore e ombra (1984)

Eva Luna (1985)

Eva Luna racconta (1989)

Il piano infinito (1991)

Paula (1994)

Afrodita (1997)

La figlia della fortuna (1999)

Ritratto in seppia (2001)

La città delle bestie (2002)

Il mio paese inventato (2003)

Il regno del drago d’oro (2003)

La foresta dei pigmei (2004)

Zorro. L’inizio della leggenda (2005)

Inés dell’anima mia (2006)

La somma dei giorni (2008)

L’isola sotto il mare (2009)

Il quaderno di Maya (2011)

Le avventure di Aquila e Giaguaro (trilogia, 2012)

LA CASA DEGLI SPIRITI

La casa degli spiriti (titolo originale La casa de los espíritus) è il primo romanzo di Isabel Allende, scritto nel 1982 e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1983. Esso è anche considerato come il terzo volume di un’ideale trilogia formata da altri due romanzi di Isabel Allende, scritti però successivamente: La figlia della fortuna e Ritratto in seppia.

Da questo romanzo è stato tratto l’omonimo film, con Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close, Antonio Banderas, Winona Ryder e Vanessa Redgrave.

LA TRAMA

Esteban Trueba si innamora della bella ed eterea Rosa del Valle: egli decide dunque di lavorare duramente allo scopo di accumulare la ricchezza necessaria per prenderla in sposa, ma la ragazza muore, avvelenata accidentalmente dagli avversari politici del padre, vanificando ogni sforzo compiuto da Esteban per avere una famiglia. L’uomo si trasferisce nella sua tenuta di campagna, “Le Tre Marie”, che dopo anni di decadenza e di incuria riporta allo splendore, con sacrificio personale e modi dispotici e spietati, imponendosi come uno dei proprietari agricoli più eminenti della zona. Lì, però, risente della solitudine e cerca di ovviare a questa compiendo violenze contro le figlie dei contadini delle sue campagne.

Convinto di doversi sposare, chiede la mano di Clara del Valle, sorella della defunta Rosa, la quale, accettando la proposta, rompe il silenzio di diversi anni di mutismo volontario. Per Esteban, che si dice profondamente innamorato della moglie, è un’altra forma del possesso di cose e persone che ha sempre perseguito e praticato. Trasferitisi nella casa di campagna, con loro va a vivere Férula, sorella di Esteban, la quale instaura una solida amicizia con Clara, che si protrae fino a quando l’uomo, ossessionato dalle cure e dall’adorazione nei confronti di sua moglie dimostrata da Férula, la caccia di casa. Férula morirà emarginata e povera, e il suo spirito si presenterà a salutare per l’ultima volta l’amata cognata.

Intanto, Clara aveva dato alla luce Blanca, ma dopo alcuni anni il padre la manda in collegio per farle avere un’educazione consona al suo status sociale; i rapporti con le due donne subiscono un declino nel momento in cui Trueba, preso dall’ira, colpisce selvaggiamente al volto la moglie che si era pronunciata in difesa della figlia, e Clara decide di non rivolgergli mai più la parola e di andarsene dalla campagna per tornarsene in città, nella “Casa dell’Angolo”. Dopo alcuni anni Blanca torna a casa dove sfida l’autorità del padre per amore del ribelle Pedro Terzo García dal quale sin da bambina era stata inseparabile.

Dai loro rapporti clandestini Blanca rimane incinta di Alba, che viene però considerata come figlia del conte de Satigny al quale Esteban aveva dato in sposa Blanca: ma la giovane presto fugge dal proprio marito, nel momento in cui di questi scopre gusti libertini non compatibili con il matrimonio e che le erano costate, nel via vai di ombre ben diverse da quelle degli spiriti cui era abituata nella casa dei genitori, umiliazioni inflittele del marito e dai domestici coinvolti. Il dispotico Esteban Trueba è quindi nuovamente deluso dal comportamento di sua figlia, tornata a casa a partorire, ma accetta di farla restare in casa.

La sua amarezza, però, si risolleva parzialmente quando Blanca dà alla luce Alba che, specie dopo la morte di Clara, per l’ormai vecchio e sempre più selvatico Trueba rappresenta l’ultimo affetto, dopo che aveva allontanato anche i due fratelli più piccoli di Blanca, i gemelli Jaime, medico socialista che spende la propria abnegazione in soccorso dei poveri, e Nicolás, spiritista superficiale e balzano come il prozio materno. Esteban frattanto è sceso in politica, schierandosi con la destra, e dacché quella che doveva essere una vittoria certa per il suo partito si trasforma in una clamorosa sconfitta, a causa della vittoria della sinistra, è il primo a dare l’impulso ai conservatori per architettare un golpe affinché siano rovesciati i nuovi governanti, che stanno minando gli interessi dei conservatori, mentre una crisi economica generale comincia a dilagare spaventosamente.

La destra si allea con i militari per il colpo di stato, ma le alte cariche dell’esercito una volta al potere estromettono i politici conservatori da cui avevano ricevuto impulso e finanziamenti ed esautorano il governo. Jaime, imprigionato durante il golpe, si rifiuta di mentire sulla fine del Presidente, di cui era amico intimo, e viene ucciso, non senza prima essere sottoposto ad atroci torture. Trueba riesce a far espatriare al sicuro in Canada Blanca e Pedro Terzo García, che ritrova ancora innamorati dopo mezzo secolo.

Alba intanto si prodiga offrendo rifugio temporaneo ai perseguitati dal regime, che come fantasmi popolano la Casa dell’Angolo – confusi da Esteban tra le altre ombre, quelle degli spiriti della famiglia che avevano frequentato i circoli esoterici di Clara così come quelle dei movimenti clandestini di Miguel e Alba in alcove nascoste nei sotterranei – : ma, a causa della sua relazione con il rivoluzionario Miguel e del suo appoggio ai guerriglieri e ai latitanti, la giovane viene arrestata e ripetutamente torturata e stuprata dai militari che vogliono sapere dove si nasconda il suo amante, e in particolare da uno dei tanti nipoti illegittimi di Trueba, Esteban García, che covava sin da piccolo in sé il rancore della nonna Pancha, una delle contadine violentate dal padrone, e l’invidia per la padroncina.

Esteban Trueba riesce a liberare la nipote, grazie alla sua amicizia con Tránsito Soto, una prostituta nota tra i funzionari militari. Alba, infine, in attesa di Miguel e di mettere al mondo la propria figlia, riscopre, salvati dal rogo della biblioteca, i vecchi quaderni dove Clara annotava minuziosamente la sua vita durante i lunghi silenzi, e con essi ricuce la storia della sua famiglia e del suo paese e la trama di consequenzialità e contrappesi, in amore e odio, in colpa e vendetta, in iniquità e giustizia, che l’hanno caratterizzata. Esteban Trueba, in punto di morte, verrà infine salutato dal fantasma di Clara.

ANALISI DEL TESTO

Quello in questione è un esempio di roman à clef, che si occupa di descrivere eventi effettivamente accaduti nella storia, celandoli dietro una facciata di finzione: esiste uno sfondo, geografico ma soprattutto storico, ben definito, chiaro e preciso, dinanzi al quale si sviluppano gli eventi della fabula nell’ordine dell’intreccio. Se si crede che ogni evento della fabula corrisponda ad un evento della storia reale, allora è possibile far corrispondere a quei personaggi del romanzo rimasti innominati, vale a dire il Poeta e il Presidente, figure che ricordano rispettivamente Pablo Neruda e Salvador Allende. Notevole è inoltre nel libro la presenza di elementi di realismo soprannaturale, come gli spiriti, da cui il titolo.

Con La casa degli spiriti la Allende si è affermata come una delle più importanti voci della letteratura sudamericana; il libro è una commistione tra realtà e fantasia, tra esoterismo e razionalità; la prosaicità di alcuni tra i personaggi principali, come Esteban Trueba, non ha nulla a che vedere con la chiaroveggenza di Clara Del Valle, immersa in un mondo parallelo, di figure luminose, di mutismi, di spiriti, di visioni. Clara emana una luce che va al di là dell’umana comprensione, una luce che bagna chi le sta intorno con il lume della coscienza, e si propaga anche fuori dalla carta, la quale rappresenta solamente un veicolo tra la storia, la Storia, e il lettore, tra il mondo reale e la casa degli spiriti, popolata dalle ombre del passato e della storia/Storia, da silenzi magici e silenzi estorti o forzati dalle persecuzioni, tra silenzi della coscienza e silenti – ammutolite e raggelate – prese di coscienza, tra i silenzi della narrazione e silenzi che tramandano e affidano la parola alla carta scritta.

È indubbiamente un romanzo di importante peso politico che riesce a descrivere, attraverso un linguaggio semplice che a volte potrebbe apparire crudo, la realtà del genere umano, analizzando sia gli angoli più sensibili dell’animo, che quelli più spietati, descrivendo il dolore, le passioni, il male, la dittatura, come un vortice travolgente, che spinge il lettore a proiettarsi in un altro mondo, il mondo di Clara, di Alba, della grande Casa dell’angolo e delle meravigliose figure femminili che ne fanno da cornice. Con assoluta fermezza l’autrice vuol sottolineare come il Cile sia stato piegato in due dalla pericolosa piaga che fino a poco tempo fa lo affliggeva; che la Storia di esso, data dai rapporti intercorrenti tra le persone, è scritta da una serie di azioni e scelte e contraccolpi, in cui da ingiustizia nascono violenza e iniquità e solo dalla reazione a queste, divenute perciò imprescindibili, la giustizia e il bene. Colpisce il modo in cui viene raccontata la realtà senza giri di parole né contorni felici.

RELAZIONE LIBRO:

“LA CASA DEGLI SPIRITI” di Isabel Allende

Trama:

Il romanzo “La casa degli spiriti” è il primo romanzo dell’autrice cilena Isabel Allende.

La storia si svolge in un paese dell’America Latina e riporta le vicende travagliate di quattro generazioni di una stessa famiglia che vivono gli eventi storici che caratterizzarono l’inizio del secolo in Sud America, in un Paese mai nominato ma probabilmente identificato con il Cile, vista la provenienza dell’autrice e gli eventi narrati.

La saga si apre sulla famiglia del Valle ed i loro capostipiti Nivea e Severo, unici e principali punti di riferimento dei numerosi figli.

Tra le figlie in casa del Valle si distingueva per la sua straordinaria bellezza Rosa, la maggiore, innamorata di un giovane, Esteban Trueba, che non poté però mai amarla come entrambi avrebbero desiderato perché era costretto a lavorare distante da lei, nelle miniere del Nord.

Ma l’attenzione della famiglia era più o meno piacevolmente rivolta alla minore: Clara.

Era sempre stata una bambina particolare, in grado di parlare con spiriti, di spostare gli oggetti con il pensiero, di predir 141j91b e il futuro.

Queste sue peculiarità avevano causato alla famiglia spiacevoli episodi di contrasto con la loro società che vedeva in lei la presenza del demonio; perciò la bambina era sempre cresciuta lontano dai suoi coetanei, nella solitudine, a cui si era abituata e che combatteva scrivendo numerosissimi diari per annotare tutto ciò che succedeva che fosse positivo o negativo, abitudine che mantenne per tutta la sua vita.

La famiglia venne però scossa dalla morte della sorella Rosa, avvenuta accidentalmente a causa di una dose di veleno destinata in origine al padre. In seguito a questo episodio la sorellina, duramente colpita si chiuse in un silenzio che la abbandonò solo nove anni dopo.

Infatti dopo l’immenso dolore provato per la morte della sua amata, Esteban Trueba aveva voluto esaudire le ultime volontà di sua madre, anch’essa morta che gli intimò di sposarsi. Esteban così scelse una persona della famiglia della sua amata, scegliendo Clara, l’ultima sorella rimasta sebbene nemmeno la conoscesse.

Clara interruppe così il suo silenzio accettando il matrimonio senza averne mai grande trasporto e propensione. Accettò la vita del nuovo marito, andando a vivere nella sua vecchia tenuta in campagna, le Tre Marie.

Esteban si dimostrò di grande abilità nel risollevare la tenuta e renderla la più fiorente e redditizia della zona. Clara non poté mai ricambiare l’amore del marito, poiché vedevano in due modi completamente diversi sia la vita matrimoniale sia quella terrena in generale.

Infatti viste i suoi poteri Clara era spesso immersa nelle sue comunicazioni con gli spiriti e sempre disinteressata alla vita terrena che conduceva il marito. Egli era infatti rabbioso, violento, passionale e bramoso di amarla e di avere un amore che lei non voleva e non poteva dargli.

Dopo anni di matrimonio Clara diede alla luce due gemelli Jaime e Nicolas e in seguito la figlia Blanca, mentre Esteban Trueba, datosi alla politica, era diventato senatore del partito di destra al governo.

Protagonista della parte successiva è Blanca; crebbe tra la residenza di città e le Tre Marie, dove conobbe la sua prima e una vera storia d’amore. Infatti fin dall’adolescenza fu travolta dalla passione di Pedro Terzo Garcia, figlio di uno dei mezzadri alle dipendenze di suo padre. Inziò come una storia segreta e così rimase perché il padre non avrebbe mai sopportato che sua figlia sposasse un poveraccio di quel tipo.

Giunta in età da marito un nobile francese prese a frequentare la loro residenza manifestando la sua volontà di sposare la ragazza, appoggiato in pieno dal padre. Fu proprio costui, il cui nome era Jean de Satigny, che, scoperta la relazione tra i due giovani, la confessò immediatamente al padrone.

Le conseguenze furono terribili: Esteban picchiò pesantemente la figlia Blanca e sua moglia Clara, che aveva cercato di calmarlo, causando loro grandi ferite e sofferenze e si mise all’inseguimento e alla ricerca di Pedro Terzo.

Dopo questo fatto le due donne lasciarono le Tre Marie alla volta della città. Dopo un periodo di permanenza in cui cercarono di ricostruirsi una vita, giunse la notizia che Blanca era incinta. Dopo un periodo non poterono più nasconderlo al padre che, saputo ciò, si precipitò in città obbligando la figlia a sposare Jean de Satigny, perché non si venisse a sapere che in realtà il vero padre era Pedro Terzo.

Così Blanca subì questo matrimonio per diversi anni, fino al momento in cui venne a conoscenza di attività illecite a scopo sessuale di cui suo marito si occupava a sua insaputa. Non potendo reggere la terribile situazione fece ritorno alla casa materna, dove fu accolta senza scandalo né domande.

Nel frattempo riprese segreti contatti con Pedro Terzo, infiammato dalla lotta politica che stava prendendo piede in quel periodo contro il governo al potere e contro il Presidente.

Nove mesi dopo il concepimento Blanca diede alla luce sua figlia: Alba.

La bambina crebbe nella credenza che suo padre fosse morto, al fianco della madre, della nonna Clara, degli zii Jaime, medico incline ad aiutare i poveri ed i bisognosi, e Nicolas, viaggiatore, e infine del nonno Esteban, poiché era la sola in famiglia ad avere un buon rapporto con lui.

Quando Alba era poco più che una bambina, ricevette la visita di Esteban Garcia, un ragazzo, che viveva nella proprietà delle “Tre Marie” e che, senza che nessuno lo sapesse era figlio illegittimo del padrone, risalente ad una delle tante violenze che si accollava il diritto di compiere sulle contadine della sua proprietà.

Alba rimase turbata dalla prepotenza del ragazzo che la trattò male, la obbligò a baciarlo e pretese di parlare con il padrone stesso.

Con il tempo Alba si scordò di lui, per poi doverlo ricordare e incontrare nuovamente verso la fine della vicenda.

Una volta maturata Alba si innamorò di Miguel, un giovane estremista di sinistra, sostenitore della ribellione armata che si vociferava in quel periodo teso.

Miguel, fratello minore di Amanda, che era stata fidanzata con Nicolas senza sapere mai dell’amore che il fratello Jaime provava per lei, aprì ad Alba l’orizzonte politico, mettendole in testa le sue idee rivoluzionarie che lei seguì ed apprezzò all’inizio più per amore che per convinzione.

Mentre Alba conosceva le gioie e le passioni del suo amore, la situazione sociale e politica precipitava vertiginosamente.

Dopo un lungo periodo di lotta diplomatica e politica giunse infatti il giorno del colpo di stato. I sovversivi come prima azione incendiarono il Palazzo presidenziale costringendo alla fuga molti dei funzionari e dei politici. Dopo un primo momento in cui sembrarono prevalere i ribelli, il governo ebbe il tempo di organizzarsi e, grazie all’aiuto della marina militare, riuscì a sventare il colpo di stato.

Gli esponenti del partito vincitore ebbero tempo di festeggiare questa apparente vittoria prima di realizzare che la situazione stava sfuggendo nuovamente dalle loro mani.

Infatti i militari non avevano la minima intenzione di riconsegnare il potere al senatore Trueba ed agli altri esponenti del partito, soprattutto dopo la confusione che seguì la morte del Presidente durante il golpe.

Infatti presero ad esercitare il potere senza riconoscere l’autorità di chi prima lo deteneva.

Nel frattempo Alba aveva salutato Miguel, che non voleva obbligarla a seguirlo e, per mantenere fede a quella che era diventata la sua ideologia, iniziò a mettere a disposizione la sua casa e la sua protezione per tutti i fuggiaschi che la necessitassero.

Fu proprio questa sua attività e la scoperta del fatto che fosse legata sentimentalmente ad un sovversivo, a causare i tragici avvenimenti di una notte.

Infatti accadde che i militari una notte fecero un assalto nella casa in cui dormivano Alba e suo nonno Esteban e la portarono via, tra grandi violenze e prepotenze.

Giunta a destinazione capì chi era il mandante della spedizione: Esteban Garcia. Stette  nelle mani dei militari di Garcia per diversi giorni in cui venne torturata in molteplici modi affinchè confessasse dove si trovava Miguel.

In seguito venne poi portata in un campo di concentramento dove conobbe altre donne nella sua situazione, come Ana Diaz, che la aiutarono a superare quel terribile momento in cui spesso desiderò la morte.

Nel frattempo Esteban Trueba capì che a nulla gli sarebbero servite le conoscenze che aveva da senatore perciò si vide costretto a chiedere aiuto ad una persona che negli anni era diventata molto influente: Transito Soto.

Era una prostituta che aveva conosciuto da giovane in uno dei bordelli che frequentava e che negli anni aveva fatto strada in quel campo, arrivando ad essere padrona dell’attività, più che mai fiorente. Per farlo si era servita di alcuni soldi prestatile da Esteban e fu proprio con la scusa del debito che egli le domandò il suo aiuto.

E così successe: grazie al potere della donna Alba venne liberata e potè fare ritorno a casa dal nonno, che ormai anziano si pentì di non aver mai amato a dovere la sua famiglia e scoprì che in realtà era Alba l’unica cosa che davvero gli premeva.

L’epilogo contiene il ritrovo dei due protagonisti della parte finale, con il senatore che per la prima volta concede ad Alba il suo amore per Miguel, accettandolo anche se da sempre si era opposto a causa delle sue idee politiche e che con lei attende impaziente il suo arrivo; contiene inoltre la descrizione della tranquilla morte di Esteban tra le braccia dell’amata nipote che infine spiga come sia stata spinta a scrivere, con l’aiuto del nonno, la loro storia, rivivendo una per una tutte le vicende e le persone che avevano composto la loro vita. Con lo scrivere questa storia Alba poté vincere il suo odio verso molte persone, primo fra tutti Esteban Garcia, giungendo a considerare la loro presenza fondamentale per il giusto compimento della storia e del loro destino, senza i quali sarebbe non sarebbe stato compiuto correttamente.

Personaggi principali:

ESTEBAN TRUEBA: è il protagonista maschile del romanzo, il filo conduttore, colui che conosce e interagisce con tutte le altre protagoniste donne. È infatti fidanzato di Rosa, poi marito di Clara, padre di Blanca e nonno di Alba.

È un uomo rude, violento, passionale, rabbioso per carattere, superiore alle vicende che riguardano le donne: è pronto sempre a giudicarle e punirle senza sentire ragioni e senza cercare di capirle a findo. Le uniche che instaureranno un rapporto con lui saranno Clara perché poco prima della sua morte si pone come sua giuda spirituale, lo capisce, lo compatisce, non riesce ad amarlo ma non lo abbandona; non lo abbandona nemmeno dopo la sua morte, continuando ad apparirgli in forma spiritica per rassicurarlo.

L’altra è Alba, che è l’unica che riesce a farlo cambiare, nella parte terminale della sua vita, a fargli comprendere gli errori compiuti nella sua vita, non ponendo la sua famiglia tra le sue priorità e preoccupazioni. Alla fine infatti Trueba è profondamente diverso dall’inizio, è in pace, ha capito e finalmente per la prima volta ha l’animo in pace, in grado di affrontare nel modo migliore la sua morte.

CLARA: è forse il personaggio più particolare della narrazione, forse a causa delle peculiarità e dei poteri già descritti. Durante la narrazione si dimostra una donna forte, abile, dalla grande umanità, in grado di instaurare buoni rapporti con tutti i suoi familiari. Soprattutto alla fine, dopo la sua morte, il fatto che lei continui ad essere presente con le sue apparizioni nelle vite di Alba e Esteban, per sorreggerli, consigliarli e aiutarli, dimostra il suo grande ruolo umano nella storia e la grandezza del personaggio. È anche grazie a lei ad alla sua abitudine di tenere numerosissimi diari che permette ad Alba di raccontare questa stupenda storia.

BLANCA: è una donna per così dire ribelle che ha avuto incomprensioni e contrasti con il padre per tutta la sua vita. È stata infatti costretta a nascondere sempre il suo amore per Pedro Terzo, perfino dopo la scoperta del padre. Solo alla fine è il padre stesso a permetterle di scappare all’estero con lui per coronare finalmente il suo sogno d’amore. Anche nel matrimonio obbligato con Jean de Satigny gioca il ruolo della vittima della situazione ma è ancora il bel rapporto con la madre che la sorregge e la accoglie sempre ad aiutarla ad andare avanti e vivere la sua vita.

ALBA: è l’ultima donna della saga familiare, a cui è dedicata tutta la parte finale del libro. Come la madre anche lei fu costretta a nascondere il suo amore per Miguel e a viverlo di segreto, a causa del nonno e della situazione politica. Come sua madre Blanca è disposta a tutto per amore del suo uomo, per il quale infatti subisce inimmaginabili torture. Nella narrazione si dimostra una persona molto bella e umana che riesce per prima a domare lo spirito violento del nonno Esteban rendendolo capace di amore verso di lei e di ritrovare una pace ormai perduta.

PEDRO TERZO GARCIA: fin da giovane si dimostra un ragazzo molto coraggioso e tenace nel portare avanti la rischiosa relazione con Blanca, che poi capirà essere l’unico amore della sua vita.

Si ritrova ad amarla sempre più anche quando subisce le violenze da parte del padrone e quando deve stare separato da lei degli anni.

ESTEBAN GARCIA: è un figlio illegittimo del padrone Trueba, l’unico dei tanti che non accettò mai la situazione in cui i figli legittimi godevano di tutti i privilegi della loro condizione mentre a lui non spettava nemmeno il riconoscimento del padre. Infatti probabilmente è più per vendetta che per convinzione politica che alla fine del romanzo fa catturare Alba e la tortura per estorcere informazioni su Miguel. È essenzialmente un personaggio negativo, in tutte le azioni che compie.

MIGUEL: è l’uomo amato da Alba, un estremista di sinistra, uno dei fautori del golpe contro il governo di destra. È la causa della grande sofferenza di Alba durante la cattura ma lei non gliene farà mai una colpa poiché entrambi erano stati spinti dall’amore. Tante sofferenze porteranno poi, presumibilmente, ad un periodo di felice riconciliazione perché persino Esteban Trueba accetta la loro relazione e permette loro una vita insieme.

ROSA: sorella di Clara, è una delle figlie dei coniugi del Valle. Nota per la sua bellezza, è la prima donna amata da Esteban che però dovrà patire per la sua morte. Muore infatti prematuramente causando un trauma nella sorellina Clara da cui guarirà solo dopo nove anni.

JAIME E NICOLAS: sono i fratelli gemelli di Blanca, la prima parte della loro vita la trascorrono in un collegio, diventando più presenti con la nascita di Clara. È soprattutto Jaime a farle da padre fino alla sua tragica morte durante il colpo di stato. Nicolas vive anche l’amore con Amanda, sorella di Miguel senza mai comprendere il vero e autentico sentimento che prova Jaime per lei, e che però non sarà mai ricambiato.

Mi ha colpito molto la figura di Jaime, molto altruista e determinato nel diventare medico per mettersi al servizio degli altri

NIVEA E SEVERO: sono i capostipiti della famiglia di cui sono narrate le vicende. Genitori di Rosa e Clara e modelli per tutti i figli.

AMANDA:è la fidanzata di Nicolas quando fa la sua comparsa nel romanzo. Era una donna molto bella, che portava sempre moltissimi gioielli e grandi vesti che le stavano larghe rispetto alla sua esile corporatura. Rimasta incinta chiese a Jaime, che stava specializzandosi in medicina, di aiutarla ad abortire. Questo fatto generò la divisione da Nicolas ed un approfondimento del rapporto con Jaime, che poi si scoprì innamorato di lei. Morirà dopo il colpo di stato.

FERULA:è la sorella di Esteban Garcia. Una donna dalla bellezza particolare ma non curata, che aveva passato tutta la sua vita da nubile per assistere la madre, donna Ester, gravemente malata di artrite. Era sempre stata molto autoritaria anche con il fratello con cui però ebbe sempre un rapporto conflittuale. Instaurò un bel rapporto invece con Clara, diventando, dopo un periodo di odio, persino gelosa del marito che poteva averla con sé sempre.

Luoghi:

La vicenda è ambientata in Sud America e si può supporre che di preciso si tratti del Cile. Gli eventi si svolgono principalmente alle Tre Marie, nella residenza dei del Valle, nella casa di Esteban e Clara.

Tempi:

La vicenda si svolge nel nostro secolo ed occupa un arco temporale di circa un secolo o poco meno.

Sono ricorrenti le anticipazioni durante tutta la vicenda.

Narratore:

Nella parte iniziale del racconto il narratore è esterno, come il punto di vista.

Poi subentra un narratore interno, ossia Esteban Trueba, e quindi il punto di vista diventa interno.

Commento:

Credo che sia il libro più bello letto durante il biennio. È proprio perfetto perché sa unire il sentimentalismo con l’avventura, la tensione, i momenti malinconici; la fantasia e la realtà fuse insieme. A prescindere dal fatto che trovo che il modo di scrivere della Allende sia semplicemente stupendo nella sua semplicità non banale, credo che i personaggi creati siano ognuno per qualcosa di particolare molto significativi e soprattutto vivi, grazie proprio alle sue capacità descrittive.

Era un libro di una certa lunghezza che però non mi è stato di difficile lettura proprio perché mi ha appassionato e tenuta alta la tensione fino all’ultimo.

Mi hanno positivamente colpito i personaggi di Clara e Alba, nonna e nipote, molto simili se si pensa a come hanno lottato per farcela da sole in ogni occasione, senza mostrare segni di debolezza e restando salde ai loro principi e valori.

PAULA

Paula è un romanzo della scrittrice cilena Isabel Allende, pubblicato nel 1995.

TRAMA

L’opera scaturisce dal desiderio dell’autrice di entrare in contatto con la figlia ventottenne Paula, ammalatasi di porfiria, una malattia rara e gravissima, che l’ha condotta in un coma irreversibile. La vicenda si svolge dal giorno del ricovero di Paula in un ospedale a Madrid, città dove da poco viveva con il marito Ernesto, avvenuto il 6 dicembre 1991, fino alla sua morte, giunta esattamente un anno dopo, il 6 dicembre 1992, nella casa di Allende a San Francisco. La madre le resta a fianco tutto il tempo, durante il ricovero nella capitale spagnola, alloggiando in un misero motel, dove, di sera, scriveva il romanzo. Le sorti di Paula, però, peggiorano sempre di più, e la sua degenza in ospedale diviene inutile, tanto che viene trasferita a casa di Allende, a San Francisco, in modo che possa essere circondata da amici e parenti. E alla fine se ne andrà, circondata dalle persone che ha amato, che l’hanno amata e che l’ameranno per sempre.

ANALISI DEL TESTO

Il romanzo si presenta come un “diario” che Allende dedica alla figlia, dove l’autrice narra della sua vita, creando così una sorta di autobiografia. I temi che emergono sono molteplici: dolore, sofferenza, tristezza, amore, gioia di vivere e voglia di vivere; l’amore materno è il sentimento predominante. Non a caso, a volte il lettore può sentirsi estromesso, come se questa storia d’amore e dolore riguardasse solo due persone, Isabel e Paula. Allo stesso tempo, però, il lettore è coinvolto, e la vita di Allende diventa la sua vita e la vita di Paula. Allende scrive senza veli, si espone al lettore, dà sfogo ai suoi dolori, ai suoi pensieri, alle sue preoccupazioni, e per questo il lettore condivide il sentimento di dolore che ella prova. Un dolore lancinante, immenso, il dolore di una madre che vede sua figlia morire fra le braccia, mentre lei, impotente, piange lacrime di vita. È un romanzo di una vita, che narra della vita, della morte, di tutti gli uomini e di tutte le donne; un romanzo diretto al cuore, che riempie l’animo.

L’ISOLA SOTTO IL MARE

L’isola sotto il mare (titolo originale La isla bajo el mar) è un romanzo di Isabel Allende pubblicato nel 2009.

Il romanzo, ambientato nei Caraibi e nella Louisiana di fine Settecento, narra le vicende della schiava nera Zarité Sedella, soprannominata Teté che, attraverso parecchie vicissitudini, soprusi e violenze, riesce alla fine a conquistare la propria libertà.

LA TRAMA

Zarité Sedella, piccola mulatta congolese, all’età di nove anni viene venduta al ricco latifondista Toulouse Valmorain, che la impiega come schiava nelle faccende domestiche nella sua tenuta di Santo Domingo, risparmiandole così il duro lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero. La sua bontà naturale, forza di spirito e grande senso della dignità la portano a condividere segreti e spiritualità con gli altri schiavi e a riconoscere le miserie dei padroni bianchi, fino a farla diventare il centro di un microcosmo che riflette tutte le contraddizioni del mondo coloniale: i padroni bianchi con le loro fragilità familiari; i militari e le cortigiane; gli schiavi e le angherie che subiscono che portano a progetti di ribellione. Zarité si innamora dello schiavo Gambo, che è uno dei più accesi sostenitori della necessità di una ribellione. Quando Valmorain decide di spostarsi a New Orleans, all’epoca ancora colonia francese in suolo americano, porta con sé anche Zarité, che però si batte per ottenere la libertà per sé e per la sua famiglia, mentre alle vicende familiari si intrecciano gli avvenimenti che porteranno alla ribellione degli schiavi caraibici e alla costituzione della prima repubblica nera indipendente al mondo, Haiti.

Category : Letteratitudini &Cultura

“Letteratitudini” sotto l’albero in prossimità del Santo Natale

dicembre 18th, 2013 // 10:59 am @

1 web

Il “gruppo di lettura” impegnato sulle pagine del grandissimo Dante Alighieri – relatrice della serata la prof.ssa Marinella Viola.

CANCELLO ED ARNONE (Matilde Maisto) – Autore potentissimo ed enciclopedico, Dante Alighieri (1265 – 1321); affascinante l’opera, “La Divina Commedia”. Intorno a questi due pilastri s’è ritrovato il “gruppo” Lettaratitudini, sabato 14 dicembre u.s., nel “salotto buono” della coordinatrice Matilde Maisto.

L’ormai consolidato “team di lettura” si è avvalso del contributo della relatrice Marinella Viola per riflettere e discutere sul XXVI canto dell’Inferno: “…di tante fiamme tutta risplendea l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi tosto che fui là ‘ve ‘lfondo parea…”

Il Canto si svolge interamente nella VIII Bolgia dell’VIII Cerchio, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti, e il protagonista assoluto è Ulisse, attraverso il cui personaggio Dante intende svolgere un importante discorso relativo alla conoscenza. Il canto inizia con un’apertura che commenta quanto si è visto nel passo precedente (l’invettiva contro Firenze, che non può andare fiera della presenza di cinque suoi cittadini nella Bolgia dei ladri), un lento avvicinamento alla Bolgia successiva con la faticosa salita lungo le rocce e il ponte, la descrizione delle fiamme che costellano il fondo della fossa e infine la presentazione del protagonista dopo una lunga attesa. Dante si mostra subito molto interessato alla pena di questa categoria di dannati, probabilmente perché si sente in parte coinvolto nel loro peccato. In effetti la colpa di questi dannati è legata alla conoscenza e, soprattutto, all’uso della parola per tessere inganni, per cui il loro peccato è di natura intellettuale: Ulisse e Diomede scontano infatti una serie di imbrogli che avevano ordito attraverso un uso sapiente del linguaggio (specie l’inganno del cavallo di Troia).

Il colloquio con Ulisse è scandito da tre momenti, che corrispondono al discorso che Virgilio rivolge ai due dannati, al racconto dell’eroe che culmina nel discorso fatto ai compagni, alla descrizione del viaggio. Dante arde dal desiderio di parlare con i peccatori avvolti dalla fiamma biforcuta, per cui prega vivamente il maestro di chiamarli a sé (e lo fa con una certa finezza retorica: assai ten priego / e ripriego, che ‘l priego valga mille.) Altrettanto fine è l’allocuzione con cui Virgilio invita Ulisse a parlare: adducendo il pretesto che i due, essendo greci, potrebbero essere restii a parlare on Dante (nel Medioevo era diceria diffusa che i Greci avessero un carattere scontroso), il maestro si rivolge loro con una captatio benevolentiae che invoca presunti meriti acquisiti in vita presso di loro, quando scrisse gli ‘alti versi’. Così il poeta latino chiede a Ulissedi raccontare le circostanze della sua morte e l’eroe acconsente scuotendo la fiamma che lo avvolge come una lingua che parla ed emette voce.

Giunto alle colonne d’Ercole, limite estremo delle terre conosciute, l’eroe rivolge ai compagni una ‘orazion picciola’ che è un piccolo capolavoro retorico, con cui li esorta a non perdere l’occasione di esplorare l’emisfero australe totalmente invaso dalle acque, dove non abita nessun uomo (il mondo sanza gente, come Ulisse lo definisce consapevole del fatto che è un luogo deserto). Il che è ovviamente un inganno, dal momento che non è possibile seguir ‘virtute e canoscenza’, né diventare ‘esperti de li vizi umani e del valore’ esplorando un mondo disabitato: Ulisse vuole solo soddisfare la propria curiosità fine a se stessa, quindi trascina i compagni in un ‘folle volo’ che infrange i divieti divini e si concluderà con la morte di tutti loro.

Lungi dall’essere quindi un eroe positivo della conoscenza, Ulisse è per Dante l’esempio negativo di chi usa l’ingegno e l’abilità retorica per scopi illeciti, dal momento che superare le colonne d’Ercole equivale a oltrepassare il limite della conoscenza umana fissato dai decretidi divini, quindi il viaggio è folle in quanto non dovuto da Dio e per questo punito con il naufragio che travolge la nave nei pressi della montagna del Purgatorio.

Una serata all’insegna della cultura, quindi, ma anche della convivialità e dell’amicizia. Con vero piacere al gruppo storico di Letteratitudini: Giannetta Capozzi, Arkin Jasufi, Matilde Maisto, Felicetta Montella, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Raffaele e Lella Raimondo (assenti per un lutto in famiglia), Laura Sciorio, Marinella Viola, si sono aggiunte le voci di nuoci amici: Antonio Leone, Marialuisa Santonicola, Maria Sciorio.

Per il prossimo mese di Gennaio 2014, in data ancora da definire, il gruppo di lettura ha programmato una serata a teatro; la cultura diventa itinerante con “le voci dentro”, commedia in tre atti di Eduardo De Filippo, composta nel 1948 e inserita dall’autore nella raccolta “Cantata dei giorni dispari” . Riproposta al Teatro San Ferdinando di Napoli con la regia di Toni Servillo.

Matilde Maisto

(Nella foto i componenti del gruppo a Natale 2012)

MATERIALE CONSULTATO E DISCUSSO

Inferno, Canto XXVI

…di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ‘ve ‘l fondo parea…

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica…

“Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti…”


Argomento del Canto

Visione dell’VIII Bolgia dell’VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i consiglieri fraudolenti. Incontro con Ulisse e Diomede, avvolti dalla stessa fiamma. Ulisse racconta a Dante e Virgilio le circostanze della sua morte.
È mezzogiorno di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Invettiva contro Firenze (1-12)

Dante rivolge un’aspro rimprovero a Firenze, che può davvero vantarsi della fama che ha acquistato in ogni luogo e persino all’Inferno, dove il poeta ha visto (nella VII Bolgia) ben cinque ladri tutti fiorentini che lo fanno vergognare e non danno certo onore alla città. Ma se è vero che i sogni fatti al mattino sono veritieri, allora Firenze avrà presto la punizione che molti le augurano, compresa la piccola città di Prato: se anche già fosse così sarebbe troppo tardi e più passerà il tempo, più il castigo della città sarà grave per il poeta invecchiato.

La Bolgia dei consiglieri fraudolenti (13-42)

Dante e Virgilio si allontanano dalla VII Bolgia e risalgono sul ponte roccioso nel punto dove erano scesi a fatica, quindi proseguono lungo il cammino erto in cui bisogna aiutarsi con le mani. Giunti al culmine del ponte, Dante guarda in basso e ciò che vede lo induce a tenere a freno il proprio ingegno, perché non agisca senza l’aiuto della virtù e perché il poeta così facendo non si privi del bene che un destino favorevole gli ha concesso. Come il contadino, che d’estate si riposa sulla collina alla fine della giornata e vede nella valle sottostante tante lucciole, altrettante fiamme vede Dante sul fondo della VIII Bolgia. E come il profeta Eliseo vide il carro che rapì Elia allontanarsi nel cielo, scorgendo solo una fiamma che saliva, così Dante vede solo le fiamme muoversi nella fossa, senza distinguere il peccatore nascosto dal fuoco. Il poeta si sporge dal ponte per vedere, protendendosi al punto che cadrebbe di sotto se non si aggrappasse a una sporgenza rocciosa; e Virgilio, che lo vede così attento, gli spiega che dentro ogni fuoco c’è lo spirito di un peccatore (i consiglieri fraudolenti) che è come fasciato dalle fiamme.

Incontro con Ulisse e Diomede (49-75)
Dante ringrazia il maestro della spiegazione, anche se aveva già capito che ogni fiamma nascondeva un peccatore, quindi gli chiede chi ci sia dentro il fuoco che si leva con due punte, simile al rogo funebre di Eteocle e Polinice. Virgilio risponde che all’interno ci sono Ulisse e Diomede, i due eroi greci che furono insieme nel peccato e ora scontano insieme la pena. I due sono dannati per l’inganno del cavallo di Troia, per il raggiro che sottrasse Achille a Deidamia e per il furto della statua del Palladio. Dante chiede se i dannati possono parlare dentro il fuoco e prega Virgilio di far avvicinare la duplice fiamma, tanto è il desiderio che lui ha di parlare coi dannati all’interno. Virgilio risponde che la sua domanda è degna di lode, tuttavia lo invita a tacere e a lasciare che sia lui a interpellare i dannati, perché essendo greci sarebbero forse restii a parlare con Dante.


Il racconto di Ulisse: viaggio alle colonne d’Ercole (76-111)

Quando la fiamma giunge abbastanza vicina ai due poeti, Virgilio si rivolge ai due dannati all’interno e prega uno di loro di raccontare le circostanze della sua morte, in virtù dei meriti che lui ha acquistato presso entrambi, in vita, quando scrisse gli alti versi. La punta più alta della fiamma inizia a scuotersi, come se fosse colpita dal vento, quindi emette una voce come una lingua che parla. Ulisse racconta che dopo essersi separato da Circe, che l’aveva trattenuto più di un anno a Gaeta, né la nostalgia per il figlio o il vecchio padre, né l’amore per la moglie poterono vincere in lui il desiderio di esplorare il mondo. Si era quindi messo in viaggio in alto mare, insieme ai compagni che non lo avevano lasciato neppure in questa occasione; si erano spinti con la nave nel Mediterraneo verso ovest, costeggiando la Spagna, la Sardegna, il Marocco, giungendo infine (quando lui e i compagni erano molto anziani) fino allo stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le famose colonne. La nave era giunta allo stretto, tra Siviglia e Ceuta.


Il racconto di Ulisse: viaggio nell’emisfero sud (112-142)

Ulisse si era rivolto ai compagni, esortandoli a non negare alla loro esperienza, giunti ormai alla fine della loro vita, l’esplorazione dell’emisfero australe della Terra totalmente disabitato; dovevano pensare alla loro origine, essendo stati creati per seguire virtù e conoscenza e non per vivere come bestie. Il breve discorso li aveva talmente spronati a proseguire che Ulisse li avrebbe trattenuti a stento: misero la poppa della nave a est e proseguirono verso ovest, passando le colonne d’Ercole e dando inizio al loro folle viaggio. La notte mostrava ormai le costellazioni del polo meridionale, mentre quello settentrionale era tanto basso che non sorgeva più al di sopra dell’orizzonte. Il plenilunio si era già ripetuto cinque volte (erano passati cinque mesi) dall’inizio del viaggio, quando era apparsa loro una montagna (il Purgatorio), scura per la lontananza e più alta di qualunque altra avessero mai visto. Ulisse e i compagni se ne rallegrarono, ma presto l’allegria si tramutò in pianto: da quella nuova terra sorse una tempesta che investì la prua della nave, facendola ruotare tre volte su se stessa; la quarta volta la inabissò levando la poppa in alto, finché il mare l’ebbe ricoperta tutta.


Interpretazione complessiva

Il Canto si svolge interamente nella VIII Bolgia dell’VIII Cerchio, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti, e il protagonista assoluto è Ulisse, attraverso il cui personaggio Dante intende svolgere un importante discorso relativo alla conoscenza (analogo per certi versi a quello affrontato nel Canto XX con gli indovini). La struttura dell’episodio è in parte simile a quella del Canto XXIV, con un’apertura che commenta quanto si è visto nel passo precedente (l’invettiva contro Firenze, che non può andare fiera della presenza di cinque suoi cittadini nella Bolgia dei ladri), un lento avvicinamento alla Bolgia successiva con la faticosa salita lungo le rocce e il ponte, la descrizione delle fiamme che costellano il fondo della fossa e infine la presentazione del protagonista dopo una lunga attesa. Dante si mostra subito molto interessato alla pena di questa categoria di dannati, probabilmente perché si sente in parte coinvolto nel loro peccato: come nel Canto V, quando aveva compreso subito chi fossero i dannati del II Cerchio, anche qui capisce da solo che dentro ogni fiamma c’è un peccatore e la conseguente spiegazione di Virgilio è pressoché inutile. In effetti la colpa di questi dannati è legata alla conoscenza e, soprattutto, all’uso della parola per tessere inganni, per cui il loro peccato è di natura intellettuale: Ulisse e Diomede scontano infatti una serie di imbrogli che avevano ordito attraverso un uso sapiente del linguaggio (specie l’inganno del cavallo di Troia, che come Dante leggeva nel libro II dell’Eneide era avvenuto grazie alle bugie di Sinone, istruito da Ulisse), così come nel Canto seguente Guido da Montefeltro espierà i consigli dati a Bonifacio VIII per sconfiggere i suoi nemici. Non è un caso, del resto, che Dante introduca i dannati della Bolgia con una sorta di ammonimento a se stesso, affinché tenga a freno l’ingegno usandolo sempre sotto la guida della virtù e per non gettare via il bene che un influsso astrale e la grazia divina gli hanno concesso: il peccato di Ulisse può essere definito di superbia intellettuale ed è metafora, come vedremo, di quello che probabilmente aveva condotto Dante nella selva oscura.
Il colloquio con Ulisse è scandito da tre momenti, che corrispondono al discorso che Virgilio rivolge ai due dannati, al racconto dell’eroe che culmina nel discorso fatto ai compagni, alla descrizione del viaggio. Dante arde dal desiderio di parlare con i peccatori avvolti dalla fiamma biforcuta, per cui prega vivamente il maestro di chiamarli a sé (e lo fa con una certa finezza retorica: assai ten priego / e ripriego, che ‘l priego valga mille, con una replicazione simile a quelle di Inf., XIII, 25, 67-68). Altrettanto fine è l’allocuzione con cui Virgilio invita Ulisse a parlare: adducendo il pretesto che i due, essendo greci, sarebbero restii a parlare con Dante (nel Medioevo era diceria diffusa che i Greci avessero un carattere scontroso), il maestro si rivolge loro con una captatio benevolentiae che invoca presunti meriti acquisiti in vita presso di loro, quando scrisse gli alti versi. Non è chiaro a cosa Virgilio si riferisca, dal momento che nell’Eneide i due personaggi sono citati solo di sfuggita, ma si è ipotizzato che egli si spacci in realtà per Omero approfittando del fatto che non possono vederlo, forse addirittura parlando greco, ingannandoli in modo simile a quanto Dante farà con Guido nel Canto seguente. Sta di fatto che il poeta latino chiede a Ulisse di raccontare le circostanze della sua morte e l’eroe acconsente scuotendo la fiamma che lo avvolge come una lingua che parla ed emette voce.
La narrazione del viaggio di Ulisse è estranea alla tradizione omerica e deriva probabilmente a Dante da un rimaneggiamento tardo dell’Odissea, che il poeta non poteva leggere nel testo originale. L’Ulisse dantesco è comunque simile a quello classico, dotato di insaziabile curiosità e abilità di linguaggio: giunto alle colonne d’Ercole, limite estremo delle terre conosciute, l’eroe rivolge ai compagni una orazion picciola che è un piccolo capolavoro retorico, una specie di suasoria con cui li esorta a non perdere l’occasione di esplorare l’emisfero australe totalmente invaso dalle acque, dove non abita nessun uomo (il mondo sanza gente, come Ulisse lo definisce consapevole del fatto che è un luogo deserto). Il che è ovviamente un inganno, dal momento che non è possibile seguir virtute e canoscenza, né diventare esperti de li vizi umani e del valore esplorando un mondo disabitato: Ulisse vuole solo soddisfare la propria curiosità fine a se stessa, quindi trascina i compagni in un folle volo che infrange i divieti divini e si concluderà con la morte di tutti loro. Lungi dall’essere quindi un eroe positivo della conoscenza, Ulisse è per Dante l’esempio negativo di chi usa l’ingegno e l’abilità retorica per scopi illeciti, dal momento che superare le colonne d’Ercole equivale a oltrepassare il limite della conoscenza umana fissato dai decreti divini, quindi il viaggio è folle in quanto non voluto da Dio e per questo punito con il naufragio che travolge la nave nei pressi della montagna del Purgatorio. È chiaro allora che Dante si sente personalmente coinvolto nel peccato commesso da Ulisse, perché anch’egli forse ha tentato un volo altrettanto folle cercando di arrivare alla piena conoscenza con la sola guida della ragione, senza l’aiuto della grazia: è il peccato di natura intellettuale che è all’origine dello smarrimento nella selva, e che va probabilmente ricondotto a un allontanamento dalla teologia avvenuto in seguito alla morte di Beatrice, quando il poeta si era dato agli studi filosofici (frutto di questa fase del suo pensiero e della sua opera era stato il Convivio). È arduo ipotizzare in cosa esattamente consistesse il cosiddetto «traviamento» di Dante, ma in Purg., XXX, 109 ss. Beatrice rimprovererà aspramente il poeta di essersi allontanato da lei dopo la sua morte, seguendo imagini di ben… false e discostandosi da ciò che era stato nella sua giovinezza, aiutato da benigni influssi astrali e da larghezza di grazie divine. Il viaggio di Ulisse nell’emisfero australe sembra allora metafora del viaggio altrettanto folle tentato da Dante negli anni precedenti e che aveva rischiato di concludersi anche per lui in un naufragio, portandolo a smarrirsi nella selva da cui Virgilio, inviato da Beatrice, lo aveva tratto fuori; nella prospettiva dell’uomo medievale alla conoscenza umana c’è un limite invalicabile rappresentato dai decreti divini e chi tenta di valicarlo confidando presuntuosamente nella sola ragione commette un peccato destinato a portarlo alla dannazione. In questo senso Ulisse non è affatto quell’eroe positivo quale fu descritto dai critici ottocenteschi, né la sua esortazione a seguir virtute e canoscenza deve essere presa alla lettera, dal momento che egli ha condotto se stesso e i compagni non alla virtù ma alla follia e alla morte.
Particolarmente potente, infine, la chiusa del Canto che è stata giustamente accostata ad altri passi simili del poema: infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso, un verso che «sembra scritto su una lapide funeraria» (Momigliano) e che suggella in modo perentorio e definitivo il discorso al centro dell’episodio: è un severo ammonimento all’uomo medievale che non può oltrepassare i limiti imposti da Dio alla sua condizione umana, se non vuole perdere irrimediabilmente ogni speranza di raggiungere la salvezza e finire dannato come è successo ad Ulisse, e come poteva succedere allo stesso Dante se non fosse stato soccorso dalla grazia divina.

Note e passi controversi

Il v. 7 allude alla credenza medievale, già attestata in età classica, che i sogni fatti verso il mattino fossero premonitori di eventi reali.
L’espressione al v. 12 (ché più mi graverà, com’ più m’attempo) vuol dire probabilmente che il castigo di Firenze, quanto più tarderà, tanto più sarà grave per il poeta ormai invecchiato, ma altri intendono che esso sarà tanto più grave quanto più tarderà a giungere.
Alcuni mss. leggono al v. 14 i borni («le schegge di pietra»), intendendo gli spuntoni avevano aiutato i due poeti a scendere; il verso vuole invece dire probabilmente che la discesa li aveva resi «pallidi» (iborni, dal lat. eburneus, «d’avorio»).
Colui che si vengiò con li orsi (v. 34) è il profeta Eliseo, che per punire dei ragazzi che lo schernivano per la sua calvizie invocò contro di loro la maledizione divina: da un bosco uscirono due orsi che ne sbranarono quarantadue (IV Reg., II, 11-12).
Eteocle e Polinice (v. 54) erano i due fratelli tebani figli di Edipo e Giocasta: si odiavano al punto che, dopo essersi uccisi l’un l’altro, dal rogo funebre su cui furono posti insieme si levò una fiamma divisa in due.
Il promontorio di Gaeta (v. 92) fu così chiamato secondo la leggenda da Enea, in onore della sua balia Caieta morta in quel luogo.
I vv. 106-108 alludono alle colonne d’Ercole, ovvero le montagne di Calpe in Europa e di Abila in Africa che l’eroe mitologico avrebbe posto ai lati dello stretto di Gibilterra con l’ammonimento non plus ultra, «non procedere oltre».
Il v. 126 indica che la nave di Ulisse seguì sempre la rotta sud-ovest, procedendo verso sinistra.
Lo lume… di sotto da la luna è l’emisfero lunare a noi visibile; sono cioè trascorse cinque lunazioni (cinque mesi).
Il v. 139 riecheggia Aen., I, 116-117: ter fluctus… / torquet agens circum, et rapidus vorat aequore vortex («per tre volte il flutto fece girare in tondo la nave, e il rapinoso vortice la fece sprofondare in mare»).

Testo

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande,
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande!                              3Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.                                  6Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai di qua da picciol tempo
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.                        9

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’più m’attempo.                      12

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;                                 15

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.                                18

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,                      21

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.                    24

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,                           27

come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:                               30

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.                                   33

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,                               36

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:                                       39

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.                             42

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.                                   45

E ’l duca che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso».                       48

«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:                                    51

chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?».                                     54

Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Diomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;                                    57

e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.                            60

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deidamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».                                      63

«S’ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,                              66

che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».                             69

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.                              72

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».                        75

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:                                  78

«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco                                       81

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».                             84

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;                                 87

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: «Quando                              90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,                                     93

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,                                    96

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;                                         99

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.                                102

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.                         105

Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,                                  108

acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.                              111

“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia                                         114

d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.                        117

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.                           120

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;                                123

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.                       126

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.                          129

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,                         132

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.                                   135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.                            138

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque, 

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».                         142

Parafrasi

Rallegrati, Firenze, perché sei così famosa da percorrere il mare e la terra, e il tuo nome è conosciuto persino all’Inferno!Tra i ladri incontrai cinque tuoi cittadini, tali che a me viene vergogna e tu certo non acquisti onore.Ma se vicino al mattino si fanno sogni veritieri, di qui a poco tempo tu riceverai il castigo che tutte le città, anche quelle piccole come Prato, ti augurano.

E se anche accadesse già, sarebbe comunque tardi. Potesse allora succedere, dal momento che è inevitabile! Quanto più invecchierò, tanto più questo castigo mi sarà insopportabile.

Noi ci allontanammo e il maestro risalì su quelle rocce che, prima, ci avevano fatti impallidire a scendere, e mi portò con sé;

e proseguendo lungo la via solitaria, il piede non poteva avanzare senza l’aiuto delle mani tra gli spuntoni e le schegge della roccia.

Allora provai dolore, e lo provo anche adesso pensando a ciò che vidi, e tengo a freno il mio ingegno più del solito affinché non agisca senza la guida della virtù; così che, se un benigno influsso astrale o qualcosa di più importante (la grazia divina) mi hanno dato il bene, io stesso non me lo sottragga.

Quante sono le lucciole che il contadino, quando si riposa sulla collina nella stagione (estate) in cui il sole tiene meno nascosta a noi la sua faccia, nell’ora (la sera) in cui la mosca lascia il posto alla zanzara, vede giù nella valle dove egli vendemmia e ara;

altrettante fiamme risplendevano nella VIII Bolgia, come io vidi non appena fui là da dove il fondo era visibile.

E come colui (Eliseo) che si vendicò con gli orsi vide il carro d’Elia che partiva, quando i cavalli si levarono alti nel cielo, e non lo poteva seguire con lo sguardo senza vedere altro che la fiamma, che saliva su come una nuvoletta:

così sul fondo della Bolgia si muove ciascuna fiamma, in modo tale che nessuna mostra l’anima nascosta all’interno, e ogni fiamma cela un peccatore.

Io stavo sopra il ponte, proteso per vedere al punto che, se non mi fossi aggrappato a una sporgenza rocciosa, sarei caduto in basso senza essere urtato.

E il maestro, che mi vide così attento, disse: «Dentro quei fuochi ci sono delle anime; ognuna è fasciata dalla fiamma che la avvolge».

Io risposi: «Maestro mio, ora che ti ascolto ne sono più certo; ma avevo già intuito che fosse così e volevo chiederti:

chi c’è dentro quel fuoco la cui punta è biforcuta, tanto che sembra levarsi dal rogo funebre dove Eteocle fu messo col fratello (Polinice)?»
Mi rispose: «Là dentro sono puniti Ulisse e Diomede, e sono dannati insieme come insieme commisero i loro peccati;e nella loro fiamma espiano l’inganno del cavallo di Troia che aprì la porta da cui uscì il nobile seme dei Romani.

Vi è punito anche l’imbroglio per cui Deidamia, anche se è morta, ancora si rammarica di Achille, e si sconta anche il furto del Palladio».
Io dissi: «Se essi in quelle fiamme possono parlare, maestro, ti prego con insistenza e ti prego ancora, così che la preghiera valga per mille, che tu non mi neghi di aspettare che quella fiamma a due punte venga qui; vedi che mi piego verso di essa dal desiderio!»

E lui a me: «La tua preghiera è degna di grande lode, e perciò io la accetto; ma dovrai tenere a freno la tua lingua.

Lascia parlare me, dal momento che so bene quello che vuoi; infatti essi, essendo stati greci, potrebbero essere restii a rivolgerti la parola».

Dopo che la fiamma fu giunta nel punto in cui al mio maestro parve opportuno il tempo e il luogo, lo sentii parlare in questo modo:

«O voi che siete in due dentro una sola fiamma, se ho acquisito meriti nei vostri confronti quand’ero vivo, se ho acquisito meriti grandi o piccoli presso di voi quando, sulla Terra, scrissi gli alti versi, non andate via; ma uno di voi (Ulisse) racconti dove è andato a morire in un viaggio senza ritorno».

La punta più alta di quell’antica fiamma cominciò a scuotersi mormorando, come quella colpita dal vento;

quindi, volgendo la cima da una parte e dall’altra, come una lingua che parlasse, gettò fuori la voce e disse:

«Quando mi allontanai da Circe, che mi tenne più di un anno là vicino a Gaeta, prima che Enea desse questo nome al promontorio,
né la tenerezza per mio figlio, né la devozione per il mio vecchio padre, né il legittimo amore che doveva fare felice Penelope poterono vincere in me il desiderio che ebbi di diventare esperto del mondo, dei vizi e delle virtù degli uomini;
ma mi misi in viaggio in alto mare solo con una nave e con quei pochi compagni dai quali non fui abbandonato.


Vidi entrambe le sponde del Mediterraneo fino alla Spagna, al Marocco e alla Sardegna, e alle altre isole bagnate da quel mare.

Io e i miei compagni eravamo vecchi e deboli quando giungemmo a quello stretto (di Gibilterra) dove Ercole pose le colonne, limite oltre il quale l’uomo non deve procedere: a destra avevamo Siviglia, a sinistra Ceuta.

Dissi: “O fratelli, che siete giunti all’estremo ovest attraverso centomila pericoli, non vogliate negare a questa piccola veglia che rimane ai vostri sensi (ai vostri ultimi anni) l’esperienza del mondo disabitato, seguendo la rotta verso occidente.

Pensate alla vostra origine: non siete stati creati per vivere come bestie, ma per seguire la virtù e la conoscenza”.

Con questo breve discorso resi i miei compagni così smaniosi di mettersi in viaggio, che in seguito avrei stentato a trattenerli;

e volta la poppa a est, facemmo dei remi le ali al nostro folle volo, sempre proseguendo verso sud-ovest (a sinistra).

La notte ormai mostrava tutte le costellazioni del polo australe, mentre quello boreale era tanto basso che non emergeva dalla linea dell’orizzonte.

La luce dell’emisfero lunare a noi visibile si era già spenta e riaccesa cinque volte (erano passati circa cinque mesi), dopo che avevamo intrapreso il viaggio, quando ci apparve una montagna (il Purgatorio) scura per la lontananza, e mi sembrò più alta di qualunque altra io avessi mai vista.

Noi ci rallegrammo, ma l’allegria si tramutò presto in pianto: infatti da quella nuova terra nacque una tempesta che colpì la nave a prua.

La fece girare su se stessa tre volte, in un vortice; la quarta volta fece levare in alto la poppa e fece inabissare la prua, come piacque ad altri (Dio), finché il mare si fu richiuso sopra di noi».

Category : Letteratitudini &Cultura

Cancello ed Arnone: “Letteratitudini” incontro del 16 Novembre 2013

novembre 25th, 2013 // 7:11 am @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – E’ iniziato alla grande il nuovo anno culturale degli “amici/amanti della letteratura”; infatti sabato 16 Novembre u.s. si sono incontrati, presso l’abitazione della fondatrice del gruppo, tutti i già collaudati soci fondatori, a cui si sono felicemente aggiunte delle new entry.

La serata si è svolta in modo estremamente conviviale, ma con la mente rapita dal video di Benigni che ci ha deliziato con la recitazione del V Canto dell’Inferno della Divina Commedia, con il tenero e sfortunato amore di Paolo e Francesca: …Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense…” .

E’ nel V° canto dell’Inferno, comunemente conosciuto come il canto di Paolo e Francesca, il canto dei lussuriosi, i peccatori carnali che la” ragion sommettono al talento”, puniti da “la bufera infernal che mai non resta”, continuamente travolti da una furiosa bufera che non si ferma mai, simbolo ed insieme rappresentazione di quella bufera dei sensi alla quale soggiacquero in vita, che Dante affronta un motivo diffuso nella letteratura francese e italiana del tempo: amore e morte.

LETTERATITUDINI Il gruppo della ripartenza 3“E come gli stornei ne portan l’ali… e come i gru cantando lor lai…” Tra le anime dei lussuriosi, che in vita si lasciarono dominare dalla cieca passione d’amore, suddivisi in due schiere, a seconda che la loro passione fu bassa e bestiale o ardente e fatale, amanti infelici così cari all’immaginazione medievale, come Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride e Tristano, Dante ne scorge due che vanno più leggere delle altre in balia del vento, simili a colombe che, guidate dal desiderio, volano verso il nido: sono le anime di Paolo Malatesta e di Francesca da Rimini.

Tra i due giovani, come sappiamo, nacque l’amore che ebbe il tragico epilogo superbamente immortalato nella Divina Commedia da Dante, che, idealizzando la storia, collocò le anime dei due amanti fra coloro che peccarono non per brutale sensualità, ma per una violenta passione che non intaccò la nobiltà dei loro animi.

E’ Francesca a parlare a Dante, a narrargli di sé, della sua patria e, dopo la rapida rievocazione del suo passato, arriva subito all’evento fondamentale della sua vita, l’Amore, idealizzato come una divinità, secondo le concezioni della letteratura cortese, medievale, dello stilnovismo e dello stesso Dante. Racconta di come Paolo s’innamorasse di lei ed ella di Paolo, mentre accanto a lei il suo compagno prima è silenzioso e poi piange, spiega di come il sentimento fosse inizialmente innocente e come si rivelò, “… Galeotto fu il libro e chi lo scrisse…”. Fu così che tra lei e Paolo si palesò l’amore: leggevano, un giorno, per diletto, una storia d’amore, la storia di Lancillotto del Lago, leggevano le pagine relative al nascente sentimento tra Lancillotto e Ginevra, moglie di re Artù, di quell’amore puro, celato a lungo, fino ad essere svelato dal bacio dato dalla regina al cavaliere.

Tanti punti della storia erano allusivi alla loro vicenda personale e, anche se gli occhi erano spinti a guadarsi, pervasi dal timore di tradirsi si evitavano. Avevano lottato finchè “solo un punto fu quel che ci vinse: …Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende…” inizia così il dramma: l’amore, inizialmente innocente, sgorgò rapidamente tra loro. “ …Prese costui della bella persona…” amore della mia bella persona prese costui, perché è l’amore che prende in quanto l’atto non dipende, nel suo primo destarsi, dalla volontà dell’uomo, ma scaturisce da una legge naturale. “…Che mi fu tolta; e il modo ancor m’offende…” che fu violentemente separata dallo spirito e il modo in cui ciò avvenne ancora mi danneggia, perché sono stata uccisa nella colpa, impedita a pentirmene. “…Amor, che a nullo amato amar perdona…”. L’ amore non perdona, non esonera alcuno che sia amato dal riamare, chi è amato deve riamare; sentenza universale in cui l’amore si afferma come fatale, all’amore si deve rispondere con l’amore. “…Mi prese di costui piacer sì forte, che come vedi ancor non m’abbandona…”: Mi prese così fortemente dell’amabilità di costui che, come vedi, ancora gli sono unita, e in me non è venuto meno l’amore per lui. “…Amor condusse noi ad una morte…” Amore, passando i limiti, divenne peccaminoso e ci condusse a morte insieme. “…Caina attende chi vita ci spense…” scenderà tra i traditori consanguinei chi ordì l’agguato.

Il poeta, pietoso verso gli sventurati amanti, e verso l’umana fragilità in genere, si sente come vinto a se stesso, come se fosse per morire, perché le forze e i sensi lo abbandonano.

Dante concepisce Francesca come una donna viva e vera, non una creatura idealizzata o angelicata come Beatrice, ma donna vera, nobile e gentile, priva di qualità volgari, presa da un ardente desiderio, avvinta dalla passione, nel cui animo alberga un solo sentimento: l’amore, onnipotente e fatale, che s’impadronisce di lei con tanta veemenza da non abbandonarla nemmeno dopo la morte.

Dalla bocca di Francesca, che non è depravata dalla passione, ma conserva inviolate la gentilezza, la nobiltà e la delicatezza dei sentimenti, sembra che l’unica parola che possa uscire è “amor”, ripetuta tre volte: amore che subito infiamma gli animi gentili, amore come destino, che vuole che chi è amato non può a sua volta non riamare, e amore che conduce a distruzione e che unisce per la vita e per la morte.

E’ inutile dire che l’argomento ha coinvolto tutti i partecipanti che sono intervenuti con commenti e pertinenti precisazioni al riguardo, rendendo la serata interessantissima, ma sempre piacevole e conviviale.

Poi per l’incontro di Dicembre si è stabilito di continuare a trattare qualche passo della Divina Commedia affidandosi nuovamente ad un video del grande Benigni che introdurrà il XXVI Canto dell’Inferno in cui si tratta degli orditori di frode ossia condottieri e politici che non agirono con le armi e con il coraggio personale ma con l’acutezza spregiudicata dell’ingegno. (vedi anche Ulisse). Qui, Dante fa una riflessione sull’ingegno e sul suo utilizzo: l’ingegno è un dono di Dio, ma per il desiderio di conoscenza può portare alla perdizione, se non è guidato dalla virtù cristiana.

Matilde Maisto

MATERIALE CONSULTATO E DISCUSSO:

LA DIVINA COMMEDIA di DANTE ALIGHIERI



Il poema: introduzione generale





Dante iniziò la composizione della Commedia durante l’esilio, probabilmente intorno al 1307 (oggi è scartata l’ipotesi secondo cui avrebbe scritto i primi sette canti dell’Inferno quando era ancora a Firenze). La cronologia dell’opera è incerta, ma si ritiene che l’Inferno sia stato concluso intorno al 1308, il Purgatorio intorno al 1313, mentre il Paradiso sarebbe stato portato a termine pochi mesi prima della morte, nel 1321.
Il titolo originale è Commedia, o meglio Comedìa, secondo la definizione dello stesso Dante; l’aggettivo Divina fu aggiunto dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante (metà del XIV sec.) e comparve per la prima volta in un’edizione del 1555 curata da Ludovico Dolce. È un poema didattico-allegorico, scritto in endecasillabi e in terza rima. Racconta il viaggio di Dante nei tre regni dell’Oltretomba, guidato dapprima dal poeta Virgilio (che lo conduce attraverso Inferno e Purgatorio) e poi da Beatrice (che lo guida nel Paradiso). L’opera si propone anzitutto di descrivere la condizione delle anime dopo la morte, ma è anche allegoria del percorso di purificazione che ogni uomo deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna e scampare alla dannazione. È anche un atto di denuncia coraggioso e sentito contro i mali del tempo di Dante, soprattutto contro la corruzione ecclesiastica e gli abusi del potere politico, in nome della giustizia.

La struttura

La Commedia è divisa in 3 Cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso), ognuna delle quali divisa in canti: il numero è di 34 canti per l’Inferno (il primo è di introduzione generale al poema), 33 per Purgatorio e Paradiso, quindi 100 in totale. Ogni canto è composto di versi endecasillabi raggruppati in terzine a rima concatenata (con schema ABA, BCB, CDC…), di lunghezza variabile (da un minimo di 115 a un massimo di 160 versi). In totale il poema conta 14.233 versi endecasillabi.
Nell’opera ci sono alcuni parallelismi, che rientrano nel gusto tipicamente medievale per le simmetrie: il canto VI di ogni Cantica è di argomento politico, secondo un climax ascendente (Firenze nell’Inferno, l’Italia nel Purgatorio, l’Impero nel Paradiso). Ogni Cantica termina con la parola «stelle» («e quindi uscimmo a riveder le stelle», Inf., XXXIV, 139; «puro e disposto a salire a le stelle», Purg., XXXIII,145; «l’amor che move il sole e l’altre stelle», Par., XXXIII, 145) e su tutto domina il numero 3, simbolo della Trinità.

Il viaggio allegorico

La Commedia è il racconto di un viaggio, che ha un significato letterale e un altro allegorico. Il significato letterale è quello del viaggio di un uomo, Dante, che la notte del 7 aprile (o 25 marzo) dell’anno 1300 si smarrisce in una selva, dove incontra alcune belve feroci e viene poi soccorso dall’anima del poeta Virgilio, che lo conduce attraverso i tre regni dell’Oltretomba. Questo viaggio ha la funzione di illustrare al lettore la condizione delle anime post mortem, come Dante stesso chiarisce nell’Epistola XIII a Cangrande della Scala, e si svolge nella settimana santa dell’anno in cui papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo della Chiesa cristiana, cioè dall’8 al 14 aprile del 1300 (oppure dal 25 al 31 marzo,a seconda che l’inizio del viaggio coincida con l’anniversario della morte di Cristo, 25 marzo appunto, oppure con il venerdì santo del 1300, cioè l’8 aprile).

Il viaggio ha però anche un significato allegorico, ovvero quello di un percorso di purificazione morale e religiosa che ogni uomo può e deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna. In questa luce i vari personaggi del poema possono avere un doppio significato, letterale (o storico) e allegorico: Dante è ad esempio il poeta fiorentino nato nel 1265 e autore della Vita nuova (senso letterale), ma è anche ogni uomo (senso allegorico); Virgilio è il poeta latino autore dell’Eneide, ma anche la ragione naturale degli antichi filosofi in grado di condurre ogni uomo alla felicità terrena; Beatrice è la donna amata da Dante e morta a Firenze nel 1290, ma è anche la teologia rivelata e la grazia divina in grado di condurre ogni uomo alla felicità eterna.
È allora evidente che Virgilio, allegoria della ragione umana, può guidare Dante solo fino al Paradiso Terrestre posto in vetta al monte del Purgatorio, che è a sua volta allegoria della felicità terrena e del possesso delle virtù cardinali (prudenza, fortezza, temperanza e giustizia), mentre sarà Beatrice a guidare Dante fino al Paradiso Celeste, allegoria della felicità eterna e del possesso delle virtù teologali (fede, speranza e carità). La lettura del poema deve tenere conto di questa interpretazione, chiamata da Auerbach «figurale», altrimenti si rischia di non comprendere buona parte del suo significato di fondo.



Lo stile e la lingua



Il titolo Commedia si rifà alla teoria medievale degli stili e allude al fatto che il poema comincia male, con lo smarrimento angoscioso nella selva, e finisce bene, con l’ascesa all’Empireo e la visione di Dio (al contrario la tragedia inizia bene e finisce male, come chiarito da Aristotele nella Poetica, che Dante conosceva in forma indiretta). La retorica medievale distingueva inoltre tre stili, quello alto e «tragico», quello medio e «comico», quello basso ed «elegiaco» (che corrispondevano alle tre opere di Virgilio, Eneide, Georgiche, Bucoliche). La Commedia presenta una commistione di tutti e tre gli stili, anche se c’è una certa prevalenza per quello «comico», proprio soprattutto dell’Inferno.

Quanto alla lingua, Dante si serve del volgare fiorentino già usato nelle precedenti opere, benché ricorra anche a latinismi, francesismi, provenzalismi e prestiti da varie altre lingue (c’è chi ha visto persino vocaboli di origine araba, mentre i versi 140-147 del Canto XXVI del Purgatorio sono in pura lingua d’oc). Dante ricorre talvolta a linguaggi strani e incomprensibili (le parole di Pluto, quelle di Nembrod nell’Inferno), mentre altrove conia degli arditi neologismi (specialmente nel Paradiso). Questo ha portato gli studiosi a parlare di plurilinguismo e pluristilismo della Commedia, il che differenzia Dante daPetrarca e dai poeti dell’Umanesimo e del Rinascimento, che preferiranno alla sua una lingua più «pura» e regolare. Sulla questione cfr. anche il sito «Dantepoliglotta.it», che contiene interessanti materiali sulle traduzioni della Commedia.

Gli exempla del poema



La novità straordinaria della Commedia non è tanto la descrizione dei luoghi dell’Aldilà, già proposta da altri scrittori precedenti, quanto piuttosto il fatto che Dante non si limita a descrivere castighi e premi ma indica personaggi noti che il pubblico del tempo conosceva assai bene. L’autore indica cioè ai lettori esempi (exempla in latino) di peccati puniti o di virtù premiata che abbiano per protagonisti personaggi «pubblici» e perciò noti a tutti, perché solo così è possibile suscitare il maggior effetto possibile nell’ immaginazione (è Dante stesso a chiarirlo nel Canto XVII del Paradiso, nelle parole dell’avo Cacciaguida); ciò risponde anche a un’altra funzione, quella di usare esempi noti e spesso «scandalosi» al fine di denunciare i mali e le ingiustizie del tempo.

Questo spiega perché Dante scelga i personaggi da includere fra i dannati, i penitenti o i beati in base al criterio della notorietà, ovvero tra gli esempi più importanti e noti di quel peccato o di quella virtù, non importa se reali e storici oppure letterari e immaginari:

abbiamo personaggi che appartengono alla storia antica e recente, alla cronaca «nera» del tempo di Dante (si pensi a Paolo e Francesca), al mito classico, alla letteratura, alla tradizione biblica. Dante del resto non distingue in modo scientifico e moderno tra mito e storia, perché tutto è funzionale alla rappresentazione dell’«escatologia», cioè della realtà dell’Oltretomba e del destino ultraterreno delle anime.

Allo stesso modo Dante non esita a reinterpretare in chiave cristiana personaggi e vicende del mito classico, secondo una tradizione tipica del Medioevo: lo stesso Virgilio era visto come «mago e profeta» del Cristianesimo, poiché si riteneva che avesse predetto la nascita di Cristo nella famosa Egloga IV. Analogamente molti demoni e mostri infernali sono divinità classiche degradate al rango di diavoli, mentre troviamo il poeta latino e pagano Stazio tra le anime del Purgatorio, e Rifeo e Traiano tra i beati del Paradiso. Le stesse Muse, Apollo, Giove sono immagini usate per adombrare Dio stesso.

Dante personaggio-poeta

Un’ulteriore considerazione va fatta sul duplice ruolo svolto da Dante nel poema, essendo al tempo stesso protagonista del viaggio da lui narrato (e che lui descrive come realmente e fisicamente avvenuto in un tempo storico ben preciso) e poeta chiamato a raccontare in versi l’esperienza affrontata. Dante chiarisce in più di un passo del poema che a lui è toccato un privilegio eccezionale, quello di visitare da vivo i tre regni dell’Oltretomba e di tornare sulla Terra per riferire con esattezza tutto quello che ha visto: è una missione straordinaria, cui lui è chiamato in virtù dei suoi meriti di letterato e poeta, rendendolo simile ad Enea e san Paolo già protagonisti di esperienze analoghe.
A questo proposito è importante ciò che lo stesso Dante sottolinea a più riprese nel corso del viaggio, non solo cioè l’assoluta veridicità delle cose viste e narrate, ma anche l’oggettiva difficoltà di spiegare con parole umane quel che di non umano e di ultraterreno ha visto. Per fare questo, Dante avrà bisogno dell’assistenza e dell’aiuto di Dio, perciò la Commedia è un libro «ispirato», scritto materialmente da Dante ma sotto la «dettatura» della grazia divina che lo ha incaricato di questo compito straordinario. La Commediadiventa quindi una sorta di nuova Bibbia, ed è Dante stesso a definirla poema sacro, sacrato poema, al quale hanno collaborato e cielo e terra: in questo senso l’autore può ben aspettarsi la fama eterna, anche per l’assoluta novità della materia da lui trattata (nessuno prima di lui aveva toccato tali argomenti in modo così innovativo).

Fortuna della Commedia

Non sappiamo se la fama di Dante sia destinata a durare quanto il mondo lontana, ma certo il poema ebbe un immediato successo e conobbe una straordinaria diffusione nell’Italia del primo Trecento: ne è prova il fatto che la tradizione manoscritta ci ha trasmesso circa 700 codici, rendendo impossibile ogni tentativo di edizione critica (oggi si segue il testo della «Vulgata» stabilito da Giorgio Petrocchi, ovvero quello più diffuso e filologicamente più corretto). Non possediamo l’autografo dantesco e si pensa che i versi della Commedia fossero diffusi anche oralmente, forse influenzando gli stessi copisti.

Nel Trecento fu soprattutto Boccaccio a coltivare il culto dantesco, visto che l’autore del Decameron curò l’edizione manoscritta dei «Cento», scrisse un Trattatello in laude di Dante, lesse e commentò pubblicamente i primi 17 canti dell’Inferno.
Nel Quattrocento e Cinquecento a Dante fu preferito il modello di Petrarca, soprattutto quanto alla lingua e allo stile, anche se non mancarono estimatori del poema che fucommentato e anche stampato in edizioni prestigiose. Nel Seicento l’interesse per laCommedia calò, rinascendo in parte nel Settecento e soprattutto in età romantica, quando Dante diventò simbolo di amore patriottico, forza morale, esempio politico per l’Italia da unificare. Uno studio critico e più scientifico del testo iniziò alla fine dell’Ottocento, con la critica storica di Carducci: nel 1888 si costituì la Società Dantesca, che nel 1965 (in occasione del settimo centenario della nascita del poeta) ha pubblicato l’edizione del poema curata dal Petrocchi.

L’Inferno: introduzione generale

È il primo dei tre regni dell’Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del viaggio, con la guida di Virgilio. Dante lo descrive come un’immensa voragine a forma di cono rovesciato, che si spalanca nelle viscere della terra sotto la città di Gerusalemme, nell’emisfero settentrionale della Terra. Questa cavità sotterranea si è aperta quando Lucifero, cacciato dal Cielo dopo la sua ribellione a Dio, fu scaraventato al centro della Terra dove è tuttora confitto; la terra si ritrasse per il contatto col demonio e avrebbe formato il monte del Purgatorio, che sorge agli antipodi di Gerusalemme, nell’emisfero meridionale.

Sulla porta dell’Inferno c’è una scritta minacciosa di colore oscuro, che preannuncia a chi la attraversa le pene infernali e l’impossibilità di tornare indietro; la porta è scardinata e permette un facile accesso, ciò in quanto Cristo trionfante dopo la resurrezione la sfondòper andare nel Limbo e trarre fuori i patriarchi biblici. Non sappiamo dove si collochi con precisione questo ingresso, ma Dante e Virgilio impiegano quasi un giorno per raggiungerlo dopo l’episodio della selva oscura.

L’Inferno è diviso in nove Cerchi, simili a delle cornici rocciose che circondano la parte interna della voragine e che ospitano i vari dannati. C’è un Vestibolo, detto anche Antinferno, dove si trovano gli ignavi. Questo luogo è diviso dall’Inferno vero e proprio dal fiume Acheronte, dove i dannati vengono traghettati da Caronte sulla sua barca. Il I Cerchio, detto anche Limbo (da «lembo», ovvero orlo estremo dell’abisso infernale), ospita i pagani virtuosi e i bambini morti prima del battesimo; queste anime non sono né dannate né salve e non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di vedere Dio (Virgilio è una di esse).
Dopo il passaggio dell’Acheronte, i dannati giungono davanti a Minosse, custode del II Cerchio e giudice infernale. Le anime confessano tutti i loro peccati e Minosse indica qual è il Cerchio dove saranno destinati, attorcigliando la lunga coda intorno al corpo.

Topografia morale dell’Inferno

I Cerchi dal II al IX sono ripartiti in tre zone, dove sono puniti rispettivamente i peccati di eccesso (II-VI), di violenza (VII), di frode (VIII-IX). Tale suddivisione è tratta dalla dottrina cristiana e da Aristotele, ed è illustrata da Virgilio a Dante nel Canto XI della Cantica. I peccati vanno dal meno grave al più grave, con criterio opposto a quello del Purgatorio.
I peccatori subiscono una pena detta del «contrappasso», ovvero che ha un rapporto simbolico di analogia o contrasto col peccato commesso: così ad esempio i lussuriosi sono trascinati da una bufera infernale, come in vita lo furono dalla passione; gli indovini camminano con la testa rovesciata all’indietro, per aver voluto vedere troppo avanti quand’erano vivi; i ladri hanno le mani legate dietro la schiena da orribili serpenti, per averle usate malamente sulla Terra, e così via. Non sempre il contrappasso ha un significato chiaro e privo di ambiguità.
Molte zone dell’Inferno ospitano varie figure diaboliche, tratte dalla tradizione biblico-cristiana e da quella classica. Questi demoni sono custodi di Cerchi o Gironi, e spesso hanno un ruolo attivo nel tormentare le anime. Queste ultime (vale anche per i penitenti del Purgatorio) sono dotate di un corpo «umbratile», fatto cioè d’aria, che dà loro un aspetto umano (Dante rappresenta i dannati come nudi, con aspetto spesso stravolto) e permette di subire tormenti fisici, per volontà divina imperscrutabile.

Nei Cerchi dal II al V sono puniti i peccati di lussuria, gola, avarizia e prodigalità, ira. Il VI Cerchio corrisponde alla città di Dite, custodita da vari demoni e nella quale ci sono gli eresiarchi, fra cui gli Epicurei (è molto discusso se questo peccato sia da considerare di eccesso o di altra natura).
Il VII Cerchio è diviso in tre gironi: violenti contro il prossimo (predoni e assassini), contro se stessi (suicidi e scialacquatori), contro Dio (bestemmiatori, sodomiti e usurai). Nel primo girone scorre un fiume infernale, il Flegetonte, nel secondo c’è una selva, nel terzo un sabbione reso infuocato da una pioggia di fiamme.
Tra VII e VIII Cerchio c’è un «alto burrato», un precipizio scosceso custodito dal mostro Gerione. L’VIII Cerchio è detto Malebolge e punisce i peccatori di frode contro chi non si fida; è diviso in dieci Bolge, ciascuna delle quali destinata a una diversa schiera di peccatori.
Il IX Cerchio è detto Cocito, fiume infernale ghiacciato dove sono puniti i peccatori di frode contro chi non si fida, ovvero i traditori. Cocito è diviso in quattro zone concentriche, dette Caina (traditori dei parenti), Antenòra (traditori della patria), Tolomea (traditori degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori). Al centro di Cocito e della Terra è Lucifero, confitto nel ghiaccio e descritto come un orrendo mostro. Sbattendo le ali produce un vento gelido che forma il ghiaccio di Cocito. Uno stretto budello sotterraneo, detto «natural burella», collega il centro della Terra e il fondo dell’Inferno alla spiaggia del Purgatorio, posto agli antipodi di Gerusalemme.
Ecco uno schema riassuntivo delle varie zone infernali, con i peccati puniti, le pene, i demoni eventualmente presenti:

Vestibolo (Antinferno)
Ignavi, uomini che non si sono schierati dalla parte del bene né del male. Corrono dietroun’insegna senza significato, punti da vespe e mosconi (ci sono anche gli angeli «neutrali»,non schieratisi con Dio né con Lucifero).

I Cerchio (Limbo)
Pagani virtuosi, bambini non battezzati e «spiriti magni». Non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di veder Dio.

II Cerchio (lussuriosi)
Sono trascinati da una violenta bufera infernale. Minosse giudica i dannati ed è custode del Cerchio.

III Cerchio (golosi)
Giacciono in un fango maleodorante, colpiti da una incessante pioggia. Cerbero li rintrona coi suoi latrati e li graffia con gli artigli.

IV Cerchio (avari e prodighi)
Divisi in due opposte schiere, fanno rotolare enormi macigni in direzioni opposte, finché cozzano gli uni contro gli altri. A questo punto si rinfacciano rispettivamente la loro colpa, poi tornano indietro fino al punto opposto del Cerchio.
Il demone Pluto (Plutone) custodisce il Cerchio, ma non partecipa alla loro pena.

V Cerchio (iracondi)
Sono immersi nella palude formata dal fiume Stige, che circonda la città infernale di Dite, e si colpiscono continuamente con schiaffi, pugni, morsi (tranne gli «accidiosi», ovvero gli iracondi amari e difficili che covarono il risentimento e sono totalmente immersi nella palude).
Il demone Flegiàs è il custode del Cerchio, funge da traghettatore delle anime alla città di Dite.

VI Cerchio (eresiarchi)

Giacciono in tombe di pietra infuocate, dentro la città di Dite che è custodita da centinaia di diavoli. Tra di essi vi sono soprattutto i seguaci dell’epicureismo, che affermavano la mortalità dell’anima.

VII Cerchio (violenti)
I Girone (violenti contro il prossimo): sono immersi nel Flegetonte, fiume di sangue bollente, e sono tenuti a bada dai Centauri armati di arco e frecce.
II Girone (suicidi e scialacquatori): i primi sono imprigionati dentro gli alberi della selva e tormentati dalle Arpie; i secondi sono inseguiti da cagne nere che li azzannano e sbranano.
III Girone (bestemmiatori, sodomiti, usurai): sono in un sabbione infuocato, sotto una pioggia di fiammelle; i bestemmiatori sono sdraiati e immobili, i sodomiti camminano, gli usurai restano seduti.

VIII Cerchio (Malebolge, peccatori di frode)
I Bolgia (ruffiani e seduttori): sono frustati dai diavoli
II Bolgia (adulatori): sono immersi nello sterco
III Bolgia (simoniaci): sono conficcati dentro delle buche a testa in giù, con le piante dei piedi accese da fiammelle
IV Bolgia (indovini): camminano con la testa rivoltata all’indietro
V Bolgia (barattieri): sono immersi nella pece bollente, sorvegliati da demoni alati armati di bastoni uncinati (Malebranche)
VI Bolgia (ipocriti): camminano con indosso una cappa di piombo dorata all’esterno
VII Bolgia (ladri): hanno le mani legate dietro la schiena da serpenti e subiscono orribili metamorfosi
VIII Bolgia (consiglieri fraudolenti): sono avvolti da una fiamma
IX Bolgia (seminatori di discordie): sono tagliati e mutilati da un diavolo armato di spada
X Bolgia (falsari): i falsari di metalli sono colpiti dalla scabbia; quelli di persone si addentano tra loro; quelli di monete sono tormentati dalla sete; quelli di parole sono colpiti da febbre altissima

IX Cerchio (Cocito, traditori)

Sono imprigionati nel ghiaccio: i traditori dei parenti a capo chino, quelli della patria fino a mezza faccia col capo eretto, quelli degli ospiti col capo all’indietro (così che le lacrime si ghiaccino e chiudano loro gli occhi), quelli dei benefattori sono totalmente immersi nel ghiaccio.
Al centro di Cocito si trova Lucifero, che nelle tre bocche maciulla Bruto e Cassio (traditori di Cesare) e Giuda (traditore di Cristo).

La discesa all’Inferno come percorso morale

Dante offre dell’Inferno una rappresentazione fisica, materiale, per rendere un’idea efficace dei terribili castighi cui sono condannati i vari peccatori, e questo è il significato principale della sua discesa all’Inferno (come spiega lui stesso nella famosa Epistola XIII a Cangrande Della Scala). Il viaggio ha però anche valore allegorico, come il percorso di purificazione morale che ogni uomo deve compiere in questa vita per liberarsi dal peccato, sotto la guida della ragione rappresentata da Virgilio. In questo senso Dante compartecipa moralmente alla pena dei dannati, provando per loro una pietà che non va intesa genericamente come compassione, ma come turbamento angoscioso che provoca in lui la presa di coscienza del peccato punito e gli consente di superarlo.
Questo spiega le varie reazioni di Dante di fronte allo spettacolo della dannazione, che possono essere di profondo turbamento (ad es. di fronte a Paolo e Francesca), di ira e sdegno (verso i simoniaci), di disperazione (di fronte agli indovini). Talvolta Dante si mostra cortese e benevolo verso i dannati, come nel caso di Brunetto Latini, altre volte contribuisce egli stesso ad accrescere la loro pena, come nel caso di alcuni traditori diCocito. In ogni caso è chiara e netta la condanna verso i peccatori, conformemente allagiustizia divina, e sarebbe quindi assurdo immaginare un Dante che protesta contro l’«iniquità» di talune pene (totalmente errata, sotto questo aspetto, l’interpretazione dei critici romantici dell’episodio di Paolo e Francesca).
Le figure diaboliche che tentano invano di impedire il fatale andare di Dante, voluto da Dio in virtù di un altissimo privilegio e perciò ineluttabile, vanno interpretate come allegoria di quegli impedimenti peccaminosi che frenano l’uomo nel raggiungimento della felicità terrena, necessaria premessa per la salvezza eterna. Non a caso è sempre Virgilio, cioè la ragione, ad aiutare Dante a superare questi ostacoli, tranne nel caso dei diavoli della città di Dite per i quali è necessario l’intervento del messo celeste.

I fiumi infernali



Nell’Inferno dantesco scorrono quattro fiumi, la cui origine è descritta da Virgilio nel finale del Canto XIV, dopo l’incontro con Capaneo. Secondo Virgilio, dentro il monte Ida a Creta c’è un vecchio gigantesco, con le spalle volte all’Oriente e il viso a Roma, con la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro, il piede destro (su cui si appoggia) di terracotta. A parte il capo, tutto il suo corpo è pieno di fessure da cui gocciolano le lacrime, che, forato il terreno, scendono nell’Inferno formando Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito. L’immagine è tratta dal passo biblico (Daniele, II, 31-33) in cui re Nabucodonosor sogna un vecchio identico, che qui è probabilmente allegoria dell’Umanità decaduta nel peccato dopo l’età dell’oro, cioè l’Eden, e che è successivamente scivolata nel peccato. I due piedi di ferro e terracotta rappresentano forse l’Impero e laChiesa.

L’Acheronte è il primo fiume incontrato nella discesa, dopo il Vestibolo, e divide questo luogo dall’Inferno vero e proprio. Caronte traghetta le anime dannate sull’altra sponda con la sua barca.
Lo Stige sgorga dal IV Cerchio e discende nel V, dove si impaluda e forma una sorta di acquitrino: qui sono immersi gli iracondi e la palude è presidiata da Flegiàs, che con la sua barca ha il compito di traghettare le anime verso la città di Dite che lo Stige circonda (ma forse il demone trasporta nella palude anche gli iracondi).
Il Flegetonte è un fiume di sangue bollente, che scorre nel I Girone del VII Cerchio. Vi sono immersi i violenti contro il prossimo, in misura maggiore o minore a seconda del peccato commesso, e a sorvegliarli ci sono i Centauri, armati di arco e frecce.
Cocito è l’ultimo fiume, che si trova nel IX Cerchio dei traditori. È completamente ghiacciato dal vento prodotto dalle ali di Lucifero, che è confitto al centro di esso, ed è diviso nelle quattro zone di Caina, Antenòra, Tolomea, Giudecca.
Nella «natural burella» che collega il fondo dell’Inferno alla spiaggia del Purgatorio, è descritto un corso d’acqua che i due poeti risalgono controcorrente e che scorre quindi dal Purgatorio verso l’Inferno: è generalmente interpretato come lo «scarico» del Lete, che fa dimenticare tutti i peccati commessi dai Penitenti.

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“Letteratitudini” riapre la nuova stagione 2013/2014

novembre 11th, 2013 // 10:51 am @

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 (Matilde Maisto) – E’ previsto per sabato 16 Novembre 2013, il primo incontro della stagione 2013/2014.

Tutti pronti i componenti storici del gruppo: Giannetta Capozzi, Matilde Maisto, Felicetta Montella, Arkin Jasufi, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Raffaele Raimondo con la gentilissima signora Lella, Laura Sciorio, Marinella Viola, nonché nuovi graditissimi associati come Maria Sciorio, Rossella Botta, Maria Luisa Santonicola ed altri ospiti.

Per questo primo incontro ci lasceremo incantare dalla recitazione di Roberto Benigni nel V Canto dell’Inferno della Divina Commedia, “L’impossibile amore di Paolo e Francesca a confronto con la realtà dei giorni nostri”.

Quindi andremo a leggere di Virgilio e Dante mentre si trovano nel II cerchio dell’inferno nella bufera infernale, che è incessante, trascina le anime, le tormenta sbattendole e percuotendole, sono i dannati per i peccatori di lussuria, quei peccatori che hanno sottomesso la ragione al piacere.

A tal proposiro Dante dice: …E come i gru van cantando lor lai, faccendo in aere di sé lunga riga, così vid’io venir, traendo guai, ombre portate da la detta briga; per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle genti che l’aura nera sì gastiga…? (E come d’inverno gli stornelli sono trasportati in volo dalle loro ali, formando una larga schiera, così quel vento trasporta gli spiriti malvagi; li trascina qua e là, su e giù; non hanno alcuna speranza che li conforti, né di riposo né di una diminuzione della pena. E come le gru emettono i loro lamenti, formando in cielo una lunga riga, così vidi venire sospirando delle anime, trasportate da quella tempesta).

Tra queste anime Dante ne scorge due che lo colpiscono particolarmente e chiede di parlare con loro. E’ Francesca a parlare: “…Siede la terra dove nata fui su la marina dove ‘Po discende per aver pace co’ seguaci sui. Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense…” (La terra dove sono nata (Ravenna) sorge alla foce del Po, dove il fiume si getta in mare per trovare pace coi suoi affluenti. L’amore, che si attacca subito al cuore nobile, prese costui per il bel corpo che mi fu tolto, e il modo ancora mi danneggia. L’amore, che non consente a nessuno che sia amato di non ricambiare, mi prese per la bellezza di costui con tale forza che, come vedi, non mi abbandona neppure adesso. L’amore ci condusse alla stessa morte: Caina attende colui che ci uccise…).

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La storia di Paolo e Francesca

C’era una volta una nobile fanciulla chiamata Francesca…

Potremmo iniziare così il nostro racconto, ma non è una favola, bensì una storia vera.

Paolo e Francesca sono due personaggi realmente esistiti e non figure romantiche come Giulietta e Romeo nate dalla geniale fantasia di Shakespeare.

Francesca da Polenta era figlia di Guido Minore Signore di Ravenna e Cervia “…siede la terra dove nata fui, sulla marina dove ‘l Po discende…..” e lì viveva tranquilla e serena la sua fanciullezza , sperando che il padre le trovasse uno sposo gradevole e gentile.

Siamo nel 1275 e Guido da Polenta decise di dare la mano di sua figlia a Giovanni Malatesta (detto Giangiotto Johannes Zoctus – Giovanni zoppo) che lo aveva aiutato a cacciare i Traversari, suoi nemici. Il capostipite, Malatesta da Verucchio detto il Mastin Vecchio o il Centenario, concorda ed il matrimonio è combinato. Fu detto a Guido:

“-…voi avete male accompagnato questa vostra figliuola, ella è bella e di grande anima, ella non starà contenta di Giangiotto… Messer Guido insistette: – Se essa lo vede soltanto quando tutto è compiuto, non può far altro che accettare la situazione”.

Per evitare il possibile rifiuto da parte della giovane Francesca i potenti signori di Rimini e Ravenna tramarono l’inganno.

Mandarono a Ravenna Paolo il Bello “piacevole uomo e costumato molto”, fratello di Giangiotto. Francesca l’aveva visto “…fu una damigella di là entro, dimostrato da un pertugio d’una finestra a madonna Francesca, dicendole – madonna, quegli è colui che dee esser vostro marito – e così si credea la buona femmina, di che madonna Francesca incontamente in lui pose l’anima e l’amor suo…”

Francesca accettò con gioia ed il giorno delle nozze, senza dubbio alcuno, pronunciò felice il suo “sì” senza sapere che Paolo la sposava “artificiosamente” per procura ossia a nome e per conto del fratello Giangiotto. “…non s’avvide prima dell’inganno, che essa vide la mattina seguente al dì delle nozze levare da lato a sè Giangiotto…” Pensate alla sua disperazione!

Ma ben presto si rassegnò, ebbe una figlia che chiamò Concordia, come la suocera, e cercava di allietare come poteva le sue tristi giornate. Paolo, che aveva possedimenti nei pressi di Gradara, sovente faceva visita alla cognata e forse si rammaricava di essersi prestato all’inganno!

Uno dei fratelli, Malatestino dell’Occhio, così chiamato perchè aveva un occhio solo “ma da quell’uno vedeva fin troppo bene”, spiando, s’accorse degli incontri segreti tra Paolo e Francesca.

Ed eccoci all’epilogo della nostra storia: un giorno del settembre 1289, Paolo passò per una delle sue solite visite e qualcuno (forse Malatestino “quel traditor”) avvisò Giangiotto.

Quest’ultimo che ogni mattina partiva per Pesaro ad espletare la sua carica di Podestà, che per maggior equanimità non doveva avere appresso la famiglia, per far ritorno a tarda sera, finse di partire ma rientrò da un passaggio segreto e …mentre leggevano estasiati la storia di Lancillotto e Ginevra, “come amor li strinse” si diedero un casto bacio (questo è quello che Dante fa dire a Francesca!) proprio in quell’istante Giangiotto aprì la porta e li sorprese. Accecato dalla gelosia estrasse la spada, Paolo cercò di salvarsi passando dalla botola che si trovava vicino alla porta ma, si dice, che il vestito gli si impigliasse in un chiodo, dovette tornare indietro e, mentre Giangiotto lo stava per passare a fil di spada, Francesca gli si parò dinnanzi per salvarlo ma…Giangiotto li finì entrambi.

Dante mette gli sventurati amanti all’inferno perchè macchiati di un peccato gravissimo, ma li fa vagare assieme: oltre la pena, che non abbiano anche quella della solitudine eterna. “…io venni men così com’io morisse; e caddi come corpo morto cade”.

Gli sventurati amanti vengono così immortalati da Dante nella Divina Commedia – V canto dell’Inferno.

Nel corso dei secoli poeti, musicisti, letterati, pittori e scultori si sono ispirati alla tragedia di Paolo e Francesca (da Pellico a D’Annunzio, da Zandonai a Scheffer, ecc.) ed ancor oggi la loro storia d’amore, avvolta in un alone di mistero, affascina migliaia di persone.

Ebbene anche il gruppo di “Letteratitudini” è rimasta affascinata da questa storia e ne farà una serata di argomentazioni, raffrontandola con la realtà dei giorni nostri.

 

 

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Cancello ed Arnone: “Letteratitudini” ha discusso di “Delitto e castigo”

marzo 28th, 2013 // 1:24 pm @

Il “gruppo di lettura” impegnato sulle pagine del grande Dostoevskij – Relatrice della serata la prof.ssa Laura Sciorio
CANCELLO ED ARNONE – Autore potente, Fedor Michailovic Dostoevskij (1821-1881); tormentatissima l’opera, “Delitto e castigo”. Intorno a questi due pilastri s’è ritrovato il “gruppo” Letteratitudini , sabato 23 marzo, nel “salotto buono” della coordinatrice/scrittrice Tilde Maisto.
L’ormai consolidato “team di lettura” si è avvalso del contributo introduttivo della relatrice Laura Sciorio per riflettere e discutere sulla complessa vicenda che vede protagonista, nel romanzo, il tormentato studente pietroburghese Rodion Romanovic Raskol’nikov colpevole dell’assassinio, premeditato, d’una vecchia usuraia e della contestuale imprevista uccisione della mite e più giovane sorella di lei.
Sul filo della narrazione di Dostoevskij, i partecipanti si sono comunque soffermati, fra incredulità ed umana pietà, intorno alla trama delle atroci conseguenze emotive, mentali e fisiche, che il delitto scatenò nell’esistenza di Raskol’nikov, sviluppando un crescendo di osservazioni tendenti a far luce appunto sulla tremenda angoscia dell’assassino determinata dagli assillanti rimorsi e sul logorio nervoso che lo fiaccava anche per aver deciso di conservare ad oltranza il segreto del delitto.
Perciò ai lettori è apparso “liberante” l’inatteso incontro del protagonista con la giovane Sonja, incrollabile credente malgrado la prostituzione cui era costretta per procacciar da vivere alla tisica matrigna ed ai fratellastri. Un personaggio straordinario, Sonja, che compie il miracolo di riaccendere nell’animo di Raskol’nikov speranza e fede in Dio, dunque le energie che finalmente lo indussero a confessare il delitto e a sopportare la pena in Siberia dove ella stessa, per autentica donazione d’amore, lo seguì.
Eppure non fu la condanna al “campo di lavoro” il vero castigo per il reo confesso, bensì il tormento che lo aveva aggredito fin dal compimento del “femminicidio” e che incessantemente lo affliggeva: un travaglio misto alla più cupa paranoia e sfociato nella desolante convinzione di non essere stato all’altezza di un gesto che, alla vigilia, gli pareva degno di un “superuomo” capace di trasformare il male in bene.
Nel prossimo mese di aprile, in data ancora da definire, proseguirà il cammino di Letteratitudini esclusivamente proiettato quest’anno alla riscoperta di grandi autori stranieri. E “sarà di scena” Moliere, al secolo Jean-Baptiste Poquelin – un genio del teatro di tutti i tempi -, che spingerà il “gruppo” a riesplorare per una serata il mondo del XVII secolo, ripercorrendo la dura critica del commediografo-attore francese alla morale del suo tempo e specialmente la sottile satira che riservò ai medici, sicché la lettura non potrà che privilegiare “Il malato immaginario”, un capolavoro che continua ancora oggi a divertire ed ammonire il pubblico soprattutto quando sul palcoscenico si esprime il talento dei grandi attori.

Raffaele Raimondo
cronista free lance

MATERIALE “LETTERATITUDINI”

Fëdor Michajlovic Dostoevskij
Delitto e castigo

Delitto e castigo è un romanzo pubblicato nel 1866 dallo scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Insieme a Guerra e pace di Lev Tolstoj, questo libro fa parte dei romanzi russi più famosi ed influenti di tutti i tempi. Esso esprime i punti di vista religiosi ed esistenzialisti di Dostoevskij, con una focalizzazione predominante sul tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza.
Il titolo Преступление и наказание in italiano significa Il delitto e la pena, e dipende dal trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, testo conosciuto in Russia in quanto era stato tradotto nel 1803. Nella prima versione italiana (1889) l’ignoto traduttore diede il titolo Il delitto e il castigo, questo perché lo aveva tradotto dal francese. Nella sua versione del 1884 Victor Derély aveva scelto come titolo Le crime et le châtiment, il termine châtiment in italiano può essere tradotto solo con la parola castigo.
Struttura: Il romanzo è diviso in sei parti con un epilogo. Ogni parte contiene fra i cinque e gli otto capitoli, mentre l’epilogo ne ha due. L’intero romanzo è scritto in terza persona al passato da una prospettiva non onnisciente, perlopiù dal punto di vista del protagonista, Raskol’nikov, sebbene si sposti brevemente su altri personaggi, come Dunja, Svidrigajlov e Sonja, durante la narrazione.
Trama: Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto a Pietroburgo, nel corso di un’afosa estate. L’epilogo invece si svolge nella prigione-fortezza di una località non espressamente nominata, sulle rive del fiume Irtyš (fiume del bassopiano della Siberia occidentale). Dovrebbe trattarsi di Omsk, ove era presente una struttura per lavori forzati, conosciuta bene da Dostoevskij per avervi scontato egli stesso una condanna.
Il romanzo ha il suo evento chiave in un duplice omicidio dettato dall’ostilità sociale: quello premeditato di un’avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L’autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, un indigente studente pietroburghese chiamato Rodion Romanovič Raskol’nikov, e il romanzo narra la preparazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, mentali e fisici che ne seguono.
Dopo essersi ammalato di “febbre cerebrale” ed essere stato costretto a letto per giorni, Raskol’nikov viene sopraffatto da una cupa angoscia, frutto di rimorsi, pentimenti, tormenti intellettuali e soprattutto la tremenda condizione di solitudine in cui l’aveva gettato il segreto del delitto; presto subentra anche la paura di essere scoperto, che logora sempre di più i già provati nervi del giovane: troppo gravoso per lui è sostenere il peso dell’atto scellerato. Fondamentale sarà l’inaspettato incontro con una povera giovane, Sonja, un’anima pura e pervasa di una fede sincera e profonda, costretta però a prostituirsi per mantenere la matrigna tisica e i fratellastri. La giovane offre alla solitudine del nichilismo di Raskol’nikov la speranza e la carità della fede in Dio. Questo incontro sarà determinante per indurlo a costituirsi e ad accettare la pena. Ma il vero riscatto avverrà per l’amore di Sonja che lo seguirà anche in Siberia.
Il delitto era stato compiuto: non era stata la Siberia il castigo, ma la desolazione emotiva e le sue peripezie per arrivare infine, grazie a Sonja, alla confessione.
Oltre al destino di Raskol’nikov, il romanzo, con la sua lunga e varia lista di personaggi, tratta di temi comprendenti la carità, la vita familiare, l’ateismo e l’attività rivoluzionaria, con la pesante critica che Dostoevskij muove contro la società russa coeva. Sebbene rifiutasse il socialismo, il romanzo sembra criticare anche il capitalismo che si stava facendo strada nella Russia di quel tempo.
Raskol’nikov reputa di essere un “superuomo” e che avrebbe potuto commettere in modo giustificato un’azione spregevole — l’uccisione della vecchia usuraia — se ciò gli avesse portato la capacità di operare dell’altro bene, più grande, con quell’azione. In tutto il libro vi sono esempi di ciò: menziona Napoleone molte volte, pensando che, per tutto il sangue che versava, faceva del bene. Raskol’nikov pensa di poter trascendere questo limite morale uccidendo l’usuraia, guadagnando i suoi soldi, ed usandoli per fare del bene. Sostiene che se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere un uomo, o addirittura un centinaio di uomini, per illuminare l’umanità con le loro leggi e le loro idee, ne sarebbe valsa la pena.
Il vero castigo di Raskol’nikov non è il campo di lavoro a cui è condannato, ma il tormento che sopporta attraverso tutto il romanzo. Questo tormento si manifesta nella suddetta paranoia, come anche nella sua progressiva convinzione di non essere un “superuomo”, poiché non ha saputo essere all’altezza di ciò che ha fatto.
Personaggi:
Rodion Romanovič Raskol’nikov o Rodiòn Romanyč Raskòl’nikov, chiamato anche Rodja e Rodka, è il protagonista dalla cui prospettiva, fondamentalmente, la storia è raccontata. Al lettore è detto che ha ventitré anni, che è un ex studente di legge, che ora ha abbandonato gli studi e vive in povertà in un appartamento minuscolo all’ultimo piano nei bassifondi di San Pietroburgo. Non è riferita l’origine della sua famiglia, ma diversi particolari nel racconto portano ad attribuirle un’origine propriamente dell’aristocrazia rurale Russa
A dispetto del titolo, il romanzo non tratta del delitto e del suo castigo formale, ma il conflitto interno di Raskol’nikov e la debole giustificazione delle sue azioni. In merito a ciò, va ricordato che il titolo italiano del capolavoro dostoevskiano risente pesantemente dell’influsso del Francese: il termine châtiment, che in italiano equivale a “castigo”, non ha valenza giuridica. Tuttavia al termine russo nakazanie del titolo originale, lo stesso Dostoevskij aveva attribuito l’accezione di “pena”. Ciò traspare da una sua lettera al direttore della rivista Russkij Vestnik (Il Messaggero Russo):
« Nel mio romanzo vi è inoltre un’allusione all’idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede. »
Il titolo originale allude pertanto all’inizio del cammino di Raskol’nikov, la “pena” in termini di castigo morale, cui seguono il riconoscimento della colpa commessa, il pentimento ed il rinnovamento spirituale. Tuttavia, si è mantenuto il titolo (da ritenersi quindi erroneo) Delitto e castigo per una sorta di tradizione traduttiva.
Il suo odio interiore lo porta a istanti di atroce disperazione con manifestazioni psicosomatiche (svenimenti, sonno prolungato, ..), aggravate probabilmente dallo stato di malnutrizione, e neurologiche (attacchi di panico, deliri) alternate a momenti di calma apparente. Proprio la vivida rappresentazione dello stato psicofisico del giovane è uno dei punti di forza del romanzo.
Commette l’omicidio nella convinzione di essere abbastanza forte per affrontarlo, di essere un Napoleone, ma la sua paranoia e la sua colpa lo inabissano presto. Solo nell’epilogo si realizza il suo castigo formale, dopo che ha deciso di confessare e porre termine alla sua alienazione. Il suo nome deriva dalla parola russa raskolnik, cioè “scismatico” o “diviso”, un’allusione alla separazione autoimposta di Raskol’nikov dalla società russa, come anche alla sua personalità spaccata e al suo stato emotivo costantemente mutevole.
Sof’ja Semënovna Marmeladova
Sof’ja Semënovna Marmeladova, chiamata anche Sonja e Sonečka, è la figlia di un ubriacone, Semën Zakharovič Marmeladov, che Raskol’nikov incontra in una bettola all’inizio del romanzo. Alla morte di Semën, Raskol’nikov manifesta d’impulso generosità verso la sua poverissima famiglia. Sonja quindi lo cerca e lo va a ringraziare e, in quell’occasione, i due personaggi si conoscono per la prima volta. Lei è stata condotta alla prostituzione dalle abitudini di suo padre, ma si mantiene ancora fortemente religiosa. La sua persona è associata da Dostoevskij al Vangelo, che egli cita nel romanzo solo due volte: in occasione del suo primo colloquio personale con Raskol’nikov e subito dopo il suo colloquio finale e decisivo, sempre con Raskol’nikov, nell’epilogo del romanzo; in altri termini la sua presenza nel romanzo si apre e chiude simbolicamente con il Vangelo.
Raskol’nikov si ritrova attratto da lei a tal punto che ella diventa la prima persona a cui confessa il suo delitto. Lei lo sostiene anche se una delle due vittime, la merciaia Lizaveta, era sua amica; lo incoraggia a diventare credente ed a confessare. Raskol’nikov lo fa quando ormai il colpevole era stato individuato in altri, e, dopo la sua confessione, Sonja lo segue in Siberia dove vive nella stessa città della prigione. Qui ella si crea un’occupazione come sarta e si rende anche utile ai detenuti che l’amano sinceramente. È anche qui che Raskol’nikov comincia la sua rinascita spirituale, quando finalmente comprende e accetta di amarla.
Altri personaggi:
• Porfirij Petrovič: Giudice istruttore (35 anni) incaricato di risolvere gli assassinî di Raskol’nikov, che, insieme a Sonja, guida Raskol’nikov verso la confessione. Nonostante la mancanza di prove, è sicuro, dopo diverse conversazioni con lui, che Raskol’nikov sia l’omicida, ma gli dà la possibilità di confessare spontaneamente. Da un punto di vista “giallistico” (perché il romanzo si può prestare anche a questo livello di lettura) questo personaggio, ben lontano dall’implacabilità persecutoria del Javert dei Miserabili, ma molto sicuro di sé (certamente più di quanto il suo understatement lascia sospettare) può essere considerato l’archetipo del Tenente Colombo. Usa con abilità diabolica la diversione, la dissimulazione, la sua stessa contraddizione e il sottinteso, e sa porsi all’altezza dell’intelligenza del protagonista.
• Avdotja Romanovna Raskolnikova: sorella di Raskol’nikov, chiamata anche Dunja e, con diminutivo, Dúnečka. Oltre a essere un personaggio di elevato valore morale, è descritta come molto bella. Progetta di sposare il ricco, sebbene moralmente depravato, Lužin per salvare la famiglia dalla miseria finanziaria. È seguita a San Pietroburgo dal turbato Svidrigajlov, che cerca di riguadagnarla con ricatti. Lei respinge entrambi gli uomini a favore del leale amico di Raskol’nikov, Razumikhin. In seguito sposerà Razumikhin, e Svidrigajlov, respinto, si suiciderà.
• Arkadij Ivanovič Svidrigajlov: ricco e villano ex-datore di lavoro e, in quella veste, autore di molestie nei confronti di Avdotja Romanovna. Successivamente pretendente della stessa Dunja e perciò rivale di Lužin. È sospettato di multiple azioni omicide e di pedofilia. Origlia la confessione di Raskol’nikov a Sonja. Con le informazioni così acquisite tormenta sia Dunja sia Raskol’nikov, ma non informa la polizia. Quando Dunja gli dice che non potrebbe mai amarlo (dopo aver tentato di sparargli) la lascia andare e si suicida, sempre nel più profondo amore per Dunja: lo dimostra il fatto che esso scrive su un biglietto la sua scelta di farla finita ordinando di non accusare nessuno (perché l’arma con la quale si spara è di Dunja). Nonostante la sua apparente malevolenza, Svidrigajlov è simile a Raskol’nikov per i suoi casuali atti di carità. Si sobbarca le spese affinché i figli dei Marmeladov entrino in un orfanotrofio (dopo che entrambi i loro genitori sono morti) e lascia i soldi rimanenti alla sua piuttosto giovane fidanzata.
• Marfa Petrovna Svidrigàjlova: moglie di Svidrigajlov, più anziana di questi di cinque anni e più benestante per nascita. È lontanamente parente di Lužin. È indotta da un equivoco a cacciare Dunja dalla sua casa, presso la quale dimora e lavora, credendo che ella, vittima delle molestie di Svidrigajlov, lo provochi invece con il suo comportamento. Ricredendosi, successivamente le chiede scusa e la riabilita agli occhi della comunità. Muore dopo esser stata picchiata dal marito nel corso di un litigio, ma a causa di sincope digestiva. Svidrigajlov riferisce che Marfa Petrovna ha lasciato per testamento 3.000 rubli a Dunja. Racconta inoltre che il fantasma di Marfa Petrovna gli sarebbe comparso tre volte.
• Dmitrij Prokofevič Vrazumichin: chiamato da tutti Razumichin, è il leale, benevolo ed unico amico di Raskol’nikov. Anch’egli è un ex studente. È un ragazzone buono, ingenuo e un po’ timido. Raskol’nikov più volte affida la cura della sua famiglia a Razumikhin, che non viene meno alla sua parola. Aiuta molto anche in tribunale Raskol’nikov alleviando la sua pena che è di soli 8 anni. Alla fine lui e Dunja si sposeranno.
• Katerina Ivanovna Marmeladova: moglie di Semën Marmeladov, malata di tisi e irascibile. Dopo la morte di Marmeladov impazzisce e muore anch’ella poco dopo.
• Semën Zakharovič Marmeladov: ubriacone senza speranza ma affabile, che si compiace del proprio dolore, e padre di Sonja. Nella taverna informa Raskol’nikov della sua situazione familiare e, quando viene investito da una carrozza, Raskol’nikov dà alla sua famiglia ciò che rimane dei suoi soldi (non molto) per aiutare nelle spese funerarie. Marmeladov può essere visto come l’equivalente russo del personaggio di Micawber nel romanzo di Charles Dickens, David Copperfield.
• Pulkherija Aleksandrovna Raskolnikova: madre relativamente ingenua e speranzosa di Raskol’nikov. Lo informa del progetto di sua sorella di sposare Lužin. Ama, e come lei anche la figlia, in modo smisurato il figlio Rodja a tal punto che esso sin dal’inizio del romanzo ne risulta oppresso, incapace di giustificare tale forte sentimento.
• Pëtr Petrovič Lužin: uomo meschino e pieno di sé. Ha 45 anni ed esercita la professione di avvocato, è benestante ed elegante. Ha della moglie l’idea di un’ammiratrice privata e vorrebbe sposare Dunja per sentirsi un benefattore, suo e di sua madre, e con la conseguenza che lei gli sia completamente asservita. È fatto oggetto, sin dal loro primo incontro, della disistima di Raskol’nikov, che peraltro questi aveva già concepito in precedenza, leggendo la presentazione che la madre gliene aveva fatto per lettera. Lužin, offeso, si inasprisce verso di lui. In esito ad un drammatico colloquio, viene cacciato da Dunja e dalla sua famiglia. Dopo aver tentato di incriminare Sonja di furto, parte da San Pietroburgo svergognato. Rappresenta una sorta di credo materialista che trovava espressione, in Russia, nella teoria dell'”egoismo razionale” (Černyševskij).
• Andrej Semënovič Lebezjatnikov: il compagno di stanza radicalmente socialista di Lužin. Questi lo nomina, la prima volta, come suo giovane amico che però poi testimonia il suo tentativo di incriminare Sonja e successivamente lo smaschera.
• Alëna Ivanovna: vecchia, avida e sgradevole usuraia. È l’obiettivo intenzionale di Raskol’nikov per l’omicidio.
• Lizaveta Ivanovna: la semplice, innocente, sorella di Alëna, che arriva in casa della sorella durante l’assassinio ad opera di Raskol’nikov, e viene quindi, subito dopo, uccisa anch’ella. Era merciaia e amica di Sonja.
• Zosimov: benestante amico ventisettenne di Razumichin e dottore alle prime armi, che si prende cura di Raskol’nikov.
• Nastasja Petrovna: serva della padrona di Raskol’nikov e fedele e silenziosa presenza amica per Raskol’nikov.
• Nikodím Fomíč: commissario di quartiere, persona gentile. Conosce Raskol’nikov al commissariato, in occasione di una convocazione di quest’ultimo per una cambiale scaduta e lo rivede per caso a casa di Marmeladov, quando questi era da poco spirato.
• Il’ja Petrovič: un tenente di polizia rozzo e insolente.
• Aleksandr Grigorievič Zamëtov: alto impiegato alla stazione di polizia, corrotto ma amico di Razumichin. Raskol’nikov desta attivamente in Zamëtov sospetti sul suo stesso conto. Ciò lo fa, paradossalmente, spiegandogli come lui, Raskol’nikov, avrebbe agito per dissimulare i suoi stati d’animo e per allontanare da sé i sospetti se avesse compiuto alcuni crimini. Questa scena illustra l’argomentazione della convinzione di Raskol’nikov della sua superiorità come superuomo.
• Nikolaj Dementev: un imbianchino che ammette di essere colpevole del delitto.
• Polina Mikhailovna Marmeladova: figlia di 10 anni di Semën Zakharovič Marmeladov e sorella minore di Sonja, alle volte chiamata Polenka.
Analisi
Il comportamento di Raskol’nikov durante tutto il libro si può anche trovare in altre opere di Dostoevskij, come Memorie dal sottosuolo e I fratelli Karamazov (il suo comportamento è assai analogo a quello di Ivan Karamazov ne I fratelli Karamazov). Crea sofferenza per sé stesso uccidendo la prestatrice di denaro e vivendo in modo indigente. Razumihin si trova nella stessa situazione di Raskol’nikov e vive molto meglio, e quando Razumihin si offre di trovargli un lavoro, Raskol’nikov rifiuta; confessa alla polizia di essere l’assassino, sebbene non ve ne sia evidenza. Cerca costantemente di raggiungere e definire i confini di ciò che può e non può fare (durante tutto il libro misura la sua propria paura, e cerca mentalmente di dissuadersene), e la sua depravazione (con riferimento alla sua irrazionalità e paranoia) è comunemente interpretata come un’affermazione di sé stesso come una coscienza trascendente ed un rifiuto della razionalità e della ragione. Questo è un tema comune nell’esistenzialismo; piuttosto interessante è anche che Friedrich Nietzsche, ne Il crepuscolo degli idoli, elogiò gli scritti di Dostoevskij nonostante il teismo presente in essi: “Dostoevskij, l’unico psicologo, peraltro, da cui ebbi mai qualcosa da imparare; lui è uno degli accidenti più felici della mia vita, persino più della scoperta di Stendhal”. Walter Kaufmann riteneva che le opere di Dostoevskij fossero state l’ispirazione per La metamorfosi di Franz Kafka. Raskol’nikov crede che solo dopo aver definito la morale e la legge uccidendo qualcuno lui possa essere uno dei migliori, come Napoleone. Nel romanzo infatti le ragioni dell’omicidio sono solo superficialmente economiche. Raskol’nikov lascia la maggior parte dei soldi nella casa della strozzina sua vittima. Le ragioni dell’omicidio vanno dunque ricercate nella morale che giustifica l’affermazione individuale attraverso il diritto sulla vita altrui.
Il romanzo contiene diversi rimandi a storie del Nuovo Testamento, compresa quella di Lazzaro, la cui morte e rinascita sono parallele alla morte e rinascita spirituale di Raskol’nikov; e dell’Apocalisse, rispecchiata in un sogno che Raskol’nikov fa su una piaga asiatica che diventa un’epidemia mondiale. Peraltro il Vangelo è espressamente richiamato nel romanzo solamente due volte: una prima volta, quando il protagonista si fa leggere da Sònja il passo della resurrezione di Lazzaro dall’undicesimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, e una seconda volta, proprio nelle ultime righe del romanzo, quando Raskol’nikov, ormai in penitenziario, si ritrova il Vangelo di Sònja sotto il cuscino ove lo aveva riposto.
Analisi di Pasolini
Pier Paolo Pasolini nella sua analisi di quest’opera sostiene che Raskol’nikov sia vittima di una passione infantile edipica, egli è turbato dall’amore della madre e della sorella, “le cui conseguenze sono quelle ben note: la sessuofobia, la freddezza sessuale e il sadismo”. Nel corso dell’opera Raskol’nikov sembra innamorarsi di una giovane ragazza malata di tifo, brutta e smunta; in quest’amore però non trova mai spazio la sessualità. A tutto ciò si aggiungono gli obblighi che il giovane ha verso la propria famiglia che lo mantiene negli studi nella capitale e per cui compie enormi sacrifici. Raskol’nikov si trova così imprigionato in un “incubo kafkiano”, l’unica cosa che può fare è trovare delle giustificazioni e elaborare teorie su quel destino da cui non può sottrarsi. Così un giorno dall’esterno, dall’alto, giunge l’idea di uccidere l’usuraia, rappresentazione della madre: entrambe le donne infatti rappresentano gli obblighi umilianti a cui il protagonista è sottoposto. Inoltre nelle sue azioni si riconosce un piano ben delineato, l’assassino giunge di proposito in ritardo nell’appartamento e lascia la porta aperta per poter così uccidere anche la sorella dell’usuraia, soffocando i due lati dell’amore per lui: quello tenero e quello violento. Tuttavia questa uccisione simbolica rappresenta un fallimento, poiché la famiglia del ragazzo giunge nella capitale come in una sorta di resurrezione, è tutto da ricominciare, ma oramai il protagonista si muove per inerzia, in balia degli eventi, ed intraprende la sua “via crucis” verso la fine. In questo cammino egli incontra Sof’ja “a cui confessa per sadismo la propria colpa”. Tuttavia alla fine del romanzo avviene la morte della madre, apparentemente anagrafica, ma che causa nel protagonista una vera e propria conversione: tutto a un tratto Raskol’nikov si accorge di amare la ragazza, e cessa qualsiasi forma di tortura psicologica che usava sulla ragazza per torturare sé stesso. Secondo Pasolini l’autore oltre ad aver aperto la strada a Nietzsche (Articolo del superuomo) e a Kafka (Se eliminata la descrizione dell’assassinio il libro diventa un enorme processo), anticipa anche la futura psicoanalisi di Freud.
Salvezza attraverso la sofferenza
Delitto e castigo illustra il tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza, una caratteristica comune nell’opera di Dostoevskij. Questa è l’idea (precipuamente cristiana) che l’atto del soffrire ha un effetto purificatore sullo spirito umano, che gli rende accessibile la salvezza in Dio. Un personaggio che personifica questo tema è Sof’ja, che mantiene abbastanza fede per guidare e sostenere Raskol’nikov nonostante la sua immensa sofferenza. Benché possa sembrare macabra, è una idea relativamente ottimistica nel regno della morale cristiana. Ad esempio, persino Svidrigailov, in origine malevolo, riesce a compiere atti di carità seguendo la sofferenza indotta dal completo rigetto di Dunja. Dostoevskij si mantiene fedele all’idea che la salvezza è un’opzione possibile per tutti, persino per coloro che hanno peccato gravemente. È il riconoscimento di questo fatto che porta Raskol’nikov alla confessione. Sebbene Dunja non avrebbe mai potuto amare Svidrigailov, Sonja ama Raskol’nikov e esemplifica i tratti dell’ideale perdono cristiano, permettendo a Raskol’nikov di confrontarsi con il suo delitto e di accettare il suo castigo.
Esistenzialismo cristiano
Un’idea centrale dell’esistenzialismo cristiano è la definizione dei limiti morali dell’azione umana entro un mondo governato da Dio. Raskol’nikov esamina i limiti costituiti e decide che un atto manifestamente immorale è giustificabile a condizione che porti a qualcosa di incredibilmente grandioso. Tuttavia, Dostoevskij si dirige contro questo pensiero ambizioso facendo sgretolare e fallire Raskol’nikov nelle conseguenze del suo delitto.
Ricapitolando quindi:
Raskol’nikov principale personaggio di questo romanzo, è un giovane studente. È un essere dotato di notevoli forze intellettuali e morali che il suo amico Razumikhin descrive così: «Cupo, triste, arrogante e fiero; negli ultimi tempi e forse anche prima, facilmente impressionabile ed ipocondriaco. In fondo generoso e buono. Non ama esprimere le sue sensazioni. Terribilmente chiuso. Tutto lo annoia; rimane lungamente disteso senza nulla fare; non si interessa a nulla di ciò che interessa gli altri. ha un’alta opinione di sé stesso, ed apparentemente non senza ragione… »

Cancello ed Arnone: "Letteratitudini" ha discusso di "Delitto e castigo"
Il “gruppo di lettura” impegnato sulle pagine del grande Dostoevskij - Relatrice della serata la prof.ssa Laura Sciorio
CANCELLO ED ARNONE – Autore potente, Fedor Michailovic Dostoevskij (1821-1881); tormentatissima l’opera, “Delitto e castigo”. Intorno a questi due pilastri s’è ritrovato il “gruppo” Letteratitudini , sabato 23 marzo, nel “salotto buono” della coordinatrice/scrittrice Tilde Maisto.
L’ormai consolidato “team di lettura” si è avvalso del contributo introduttivo della relatrice Laura Sciorio per riflettere e discutere sulla complessa vicenda che vede protagonista, nel romanzo, il tormentato studente pietroburghese Rodion Romanovic Raskol’nikov colpevole dell’assassinio, premeditato, d’una vecchia usuraia e della contestuale imprevista uccisione della mite e più giovane sorella di lei.
Sul filo della narrazione di Dostoevskij, i partecipanti si sono comunque soffermati, fra incredulità ed umana pietà, intorno alla trama delle atroci conseguenze emotive, mentali e fisiche, che il delitto scatenò nell’esistenza di Raskol’nikov, sviluppando un crescendo di osservazioni tendenti a far luce appunto sulla tremenda angoscia dell’assassino determinata dagli assillanti rimorsi e sul logorio nervoso che lo fiaccava anche per aver deciso di conservare ad oltranza il segreto del delitto.
Perciò ai lettori è apparso “liberante” l’inatteso incontro del protagonista con la giovane Sonja, incrollabile credente malgrado la prostituzione cui era costretta per procacciar da vivere alla tisica matrigna ed ai fratellastri. Un personaggio straordinario, Sonja, che  compie il miracolo di riaccendere nell’animo di Raskol’nikov speranza e fede in Dio, dunque le energie che finalmente lo indussero a confessare il delitto e a sopportare la pena in Siberia dove ella stessa, per autentica donazione d’amore, lo seguì.
Eppure non fu la condanna al “campo di lavoro” il vero castigo per il reo confesso, bensì il tormento che lo aveva aggredito fin dal compimento del “femminicidio” e che incessantemente lo affliggeva: un travaglio misto alla più cupa paranoia e sfociato nella desolante convinzione di non essere stato all’altezza di un gesto che, alla vigilia, gli pareva degno di un “superuomo” capace di trasformare il male in bene.
Nel prossimo mese di aprile, in data ancora da definire, proseguirà il cammino di Letteratitudini esclusivamente proiettato quest’anno alla riscoperta di grandi autori stranieri. E “sarà di scena” Moliere, al secolo Jean-Baptiste Poquelin - un genio del teatro di tutti i tempi -, che spingerà il “gruppo” a riesplorare per una serata il mondo del XVII secolo, ripercorrendo la dura critica del commediografo-attore francese alla morale del suo tempo e specialmente la sottile satira che riservò ai medici, sicché la lettura non potrà che privilegiare “Il malato immaginario”, un capolavoro che continua ancora oggi a divertire ed ammonire il pubblico soprattutto quando sul palcoscenico si esprime il talento dei grandi attori.

Raffaele Raimondo
cronista free lance

MATERIALE "LETTERATITUDINI"

Fëdor Michajlovic Dostoevskij
Delitto e castigo

Delitto e castigo è un romanzo pubblicato nel 1866 dallo scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Insieme a Guerra e pace di Lev Tolstoj, questo libro fa parte dei romanzi russi più famosi ed influenti di tutti i tempi. Esso esprime i punti di vista religiosi ed esistenzialisti di Dostoevskij, con una focalizzazione predominante sul tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza.
Il titolo Преступление и наказание in italiano significa Il delitto e la pena, e dipende dal trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, testo conosciuto in Russia in quanto era stato tradotto nel 1803. Nella prima versione italiana (1889) l'ignoto traduttore diede il titolo Il delitto e il castigo, questo perché lo aveva tradotto dal francese. Nella sua versione del 1884 Victor Derély aveva scelto come titolo Le crime et le châtiment, il termine châtiment in italiano può essere tradotto solo con la parola castigo.
Struttura: Il romanzo è diviso in sei parti con un epilogo. Ogni parte contiene fra i cinque e gli otto capitoli, mentre l'epilogo ne ha due. L'intero romanzo è scritto in terza persona al passato da una prospettiva non onnisciente, perlopiù dal punto di vista del protagonista, Raskol'nikov, sebbene si sposti brevemente su altri personaggi, come Dunja, Svidrigajlov e Sonja, durante la narrazione.
Trama: Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto a Pietroburgo, nel corso di un'afosa estate. L'epilogo invece si svolge nella prigione-fortezza di una località non espressamente nominata, sulle rive del fiume Irtyš (fiume del bassopiano della Siberia occidentale). Dovrebbe trattarsi di Omsk, ove era presente una struttura per lavori forzati, conosciuta bene da Dostoevskij per avervi scontato egli stesso una condanna.
Il romanzo ha il suo evento chiave in un duplice omicidio dettato dall'ostilità sociale: quello premeditato di un'avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L'autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, un indigente studente pietroburghese chiamato Rodion Romanovič Raskol'nikov, e il romanzo narra la preparazione dell'omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, mentali e fisici che ne seguono.
Dopo essersi ammalato di "febbre cerebrale" ed essere stato costretto a letto per giorni, Raskol'nikov viene sopraffatto da una cupa angoscia, frutto di rimorsi, pentimenti, tormenti intellettuali e soprattutto la tremenda condizione di solitudine in cui l'aveva gettato il segreto del delitto; presto subentra anche la paura di essere scoperto, che logora sempre di più i già provati nervi del giovane: troppo gravoso per lui è sostenere il peso dell'atto scellerato. Fondamentale sarà l'inaspettato incontro con una povera giovane, Sonja, un'anima pura e pervasa di una fede sincera e profonda, costretta però a prostituirsi per mantenere la matrigna tisica e i fratellastri. La giovane offre alla solitudine del nichilismo di Raskol'nikov la speranza e la carità della fede in Dio. Questo incontro sarà determinante per indurlo a costituirsi e ad accettare la pena. Ma il vero riscatto avverrà per l'amore di Sonja che lo seguirà anche in Siberia.
Il delitto era stato compiuto: non era stata la Siberia il castigo, ma la desolazione emotiva e le sue peripezie per arrivare infine, grazie a Sonja, alla confessione.
Oltre al destino di Raskol'nikov, il romanzo, con la sua lunga e varia lista di personaggi, tratta di temi comprendenti la carità, la vita familiare, l'ateismo e l'attività rivoluzionaria, con la pesante critica che Dostoevskij muove contro la società russa coeva. Sebbene rifiutasse il socialismo, il romanzo sembra criticare anche il capitalismo che si stava facendo strada nella Russia di quel tempo.
Raskol'nikov reputa di essere un "superuomo" e che avrebbe potuto commettere in modo giustificato un'azione spregevole — l'uccisione della vecchia usuraia — se ciò gli avesse portato la capacità di operare dell'altro bene, più grande, con quell'azione. In tutto il libro vi sono esempi di ciò: menziona Napoleone molte volte, pensando che, per tutto il sangue che versava, faceva del bene. Raskol'nikov pensa di poter trascendere questo limite morale uccidendo l'usuraia, guadagnando i suoi soldi, ed usandoli per fare del bene. Sostiene che se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere un uomo, o addirittura un centinaio di uomini, per illuminare l'umanità con le loro leggi e le loro idee, ne sarebbe valsa la pena.
Il vero castigo di Raskol'nikov non è il campo di lavoro a cui è condannato, ma il tormento che sopporta attraverso tutto il romanzo. Questo tormento si manifesta nella suddetta paranoia, come anche nella sua progressiva convinzione di non essere un "superuomo", poiché non ha saputo essere all'altezza di ciò che ha fatto.
Personaggi:
Rodion Romanovič Raskol'nikov o Rodiòn Romanyč Raskòl'nikov, chiamato anche Rodja e Rodka, è il protagonista dalla cui prospettiva, fondamentalmente, la storia è raccontata. Al lettore è detto che ha ventitré anni, che è un ex studente di legge, che ora ha abbandonato gli studi e vive in povertà in un appartamento minuscolo all'ultimo piano nei bassifondi di San Pietroburgo. Non è riferita l'origine della sua famiglia, ma diversi particolari nel racconto portano ad attribuirle un'origine propriamente dell'aristocrazia rurale Russa
A dispetto del titolo, il romanzo non tratta del delitto e del suo castigo formale, ma il conflitto interno di Raskol'nikov e la debole giustificazione delle sue azioni. In merito a ciò, va ricordato che il titolo italiano del capolavoro dostoevskiano risente pesantemente dell'influsso del Francese: il termine châtiment, che in italiano equivale a "castigo", non ha valenza giuridica. Tuttavia al termine russo nakazanie del titolo originale, lo stesso Dostoevskij aveva attribuito l'accezione di "pena". Ciò traspare da una sua lettera al direttore della rivista Russkij Vestnik (Il Messaggero Russo):
« Nel mio romanzo vi è inoltre un'allusione all'idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede. »
Il titolo originale allude pertanto all'inizio del cammino di Raskol'nikov, la "pena" in termini di castigo morale, cui seguono il riconoscimento della colpa commessa, il pentimento ed il rinnovamento spirituale. Tuttavia, si è mantenuto il titolo (da ritenersi quindi erroneo) Delitto e castigo per una sorta di tradizione traduttiva.
Il suo odio interiore lo porta a istanti di atroce disperazione con manifestazioni psicosomatiche (svenimenti, sonno prolungato, ..), aggravate probabilmente dallo stato di malnutrizione, e neurologiche (attacchi di panico, deliri) alternate a momenti di calma apparente. Proprio la vivida rappresentazione dello stato psicofisico del giovane è uno dei punti di forza del romanzo.
Commette l'omicidio nella convinzione di essere abbastanza forte per affrontarlo, di essere un Napoleone, ma la sua paranoia e la sua colpa lo inabissano presto. Solo nell'epilogo si realizza il suo castigo formale, dopo che ha deciso di confessare e porre termine alla sua alienazione. Il suo nome deriva dalla parola russa raskolnik, cioè "scismatico" o "diviso", un'allusione alla separazione autoimposta di Raskol'nikov dalla società russa, come anche alla sua personalità spaccata e al suo stato emotivo costantemente mutevole.
Sof'ja Semënovna Marmeladova
Sof'ja Semënovna Marmeladova, chiamata anche Sonja e Sonečka, è la figlia di un ubriacone, Semën Zakharovič Marmeladov, che Raskol'nikov incontra in una bettola all'inizio del romanzo. Alla morte di Semën, Raskol'nikov manifesta d'impulso generosità verso la sua poverissima famiglia. Sonja quindi lo cerca e lo va a ringraziare e, in quell'occasione, i due personaggi si conoscono per la prima volta. Lei è stata condotta alla prostituzione dalle abitudini di suo padre, ma si mantiene ancora fortemente religiosa. La sua persona è associata da Dostoevskij al Vangelo, che egli cita nel romanzo solo due volte: in occasione del suo primo colloquio personale con Raskol'nikov e subito dopo il suo colloquio finale e decisivo, sempre con Raskol'nikov, nell'epilogo del romanzo; in altri termini la sua presenza nel romanzo si apre e chiude simbolicamente con il Vangelo.
Raskol'nikov si ritrova attratto da lei a tal punto che ella diventa la prima persona a cui confessa il suo delitto. Lei lo sostiene anche se una delle due vittime, la merciaia Lizaveta, era sua amica; lo incoraggia a diventare credente ed a confessare. Raskol'nikov lo fa quando ormai il colpevole era stato individuato in altri, e, dopo la sua confessione, Sonja lo segue in Siberia dove vive nella stessa città della prigione. Qui ella si crea un'occupazione come sarta e si rende anche utile ai detenuti che l'amano sinceramente. È anche qui che Raskol'nikov comincia la sua rinascita spirituale, quando finalmente comprende e accetta di amarla.
Altri personaggi:
• Porfirij Petrovič: Giudice istruttore (35 anni) incaricato di risolvere gli assassinî di Raskol'nikov, che, insieme a Sonja, guida Raskol'nikov verso la confessione. Nonostante la mancanza di prove, è sicuro, dopo diverse conversazioni con lui, che Raskol'nikov sia l'omicida, ma gli dà la possibilità di confessare spontaneamente. Da un punto di vista "giallistico" (perché il romanzo si può prestare anche a questo livello di lettura) questo personaggio, ben lontano dall'implacabilità persecutoria del Javert dei Miserabili, ma molto sicuro di sé (certamente più di quanto il suo understatement lascia sospettare) può essere considerato l'archetipo del Tenente Colombo. Usa con abilità diabolica la diversione, la dissimulazione, la sua stessa contraddizione e il sottinteso, e sa porsi all'altezza dell'intelligenza del protagonista.
• Avdotja Romanovna Raskolnikova: sorella di Raskol'nikov, chiamata anche Dunja e, con diminutivo, Dúnečka. Oltre a essere un personaggio di elevato valore morale, è descritta come molto bella. Progetta di sposare il ricco, sebbene moralmente depravato, Lužin per salvare la famiglia dalla miseria finanziaria. È seguita a San Pietroburgo dal turbato Svidrigajlov, che cerca di riguadagnarla con ricatti. Lei respinge entrambi gli uomini a favore del leale amico di Raskol'nikov, Razumikhin. In seguito sposerà Razumikhin, e Svidrigajlov, respinto, si suiciderà.
• Arkadij Ivanovič Svidrigajlov: ricco e villano ex-datore di lavoro e, in quella veste, autore di molestie nei confronti di Avdotja Romanovna. Successivamente pretendente della stessa Dunja e perciò rivale di Lužin. È sospettato di multiple azioni omicide e di pedofilia. Origlia la confessione di Raskol'nikov a Sonja. Con le informazioni così acquisite tormenta sia Dunja sia Raskol'nikov, ma non informa la polizia. Quando Dunja gli dice che non potrebbe mai amarlo (dopo aver tentato di sparargli) la lascia andare e si suicida, sempre nel più profondo amore per Dunja: lo dimostra il fatto che esso scrive su un biglietto la sua scelta di farla finita ordinando di non accusare nessuno (perché l'arma con la quale si spara è di Dunja). Nonostante la sua apparente malevolenza, Svidrigajlov è simile a Raskol'nikov per i suoi casuali atti di carità. Si sobbarca le spese affinché i figli dei Marmeladov entrino in un orfanotrofio (dopo che entrambi i loro genitori sono morti) e lascia i soldi rimanenti alla sua piuttosto giovane fidanzata.
• Marfa Petrovna Svidrigàjlova: moglie di Svidrigajlov, più anziana di questi di cinque anni e più benestante per nascita. È lontanamente parente di Lužin. È indotta da un equivoco a cacciare Dunja dalla sua casa, presso la quale dimora e lavora, credendo che ella, vittima delle molestie di Svidrigajlov, lo provochi invece con il suo comportamento. Ricredendosi, successivamente le chiede scusa e la riabilita agli occhi della comunità. Muore dopo esser stata picchiata dal marito nel corso di un litigio, ma a causa di sincope digestiva. Svidrigajlov riferisce che Marfa Petrovna ha lasciato per testamento 3.000 rubli a Dunja. Racconta inoltre che il fantasma di Marfa Petrovna gli sarebbe comparso tre volte.
• Dmitrij Prokofevič Vrazumichin: chiamato da tutti Razumichin, è il leale, benevolo ed unico amico di Raskol'nikov. Anch'egli è un ex studente. È un ragazzone buono, ingenuo e un po' timido. Raskol'nikov più volte affida la cura della sua famiglia a Razumikhin, che non viene meno alla sua parola. Aiuta molto anche in tribunale Raskol'nikov alleviando la sua pena che è di soli 8 anni. Alla fine lui e Dunja si sposeranno.
• Katerina Ivanovna Marmeladova: moglie di Semën Marmeladov, malata di tisi e irascibile. Dopo la morte di Marmeladov impazzisce e muore anch'ella poco dopo.
• Semën Zakharovič Marmeladov: ubriacone senza speranza ma affabile, che si compiace del proprio dolore, e padre di Sonja. Nella taverna informa Raskol'nikov della sua situazione familiare e, quando viene investito da una carrozza, Raskol'nikov dà alla sua famiglia ciò che rimane dei suoi soldi (non molto) per aiutare nelle spese funerarie. Marmeladov può essere visto come l'equivalente russo del personaggio di Micawber nel romanzo di Charles Dickens, David Copperfield.
• Pulkherija Aleksandrovna Raskolnikova: madre relativamente ingenua e speranzosa di Raskol'nikov. Lo informa del progetto di sua sorella di sposare Lužin. Ama, e come lei anche la figlia, in modo smisurato il figlio Rodja a tal punto che esso sin dal'inizio del romanzo ne risulta oppresso, incapace di giustificare tale forte sentimento.
• Pëtr Petrovič Lužin: uomo meschino e pieno di sé. Ha 45 anni ed esercita la professione di avvocato, è benestante ed elegante. Ha della moglie l'idea di un'ammiratrice privata e vorrebbe sposare Dunja per sentirsi un benefattore, suo e di sua madre, e con la conseguenza che lei gli sia completamente asservita. È fatto oggetto, sin dal loro primo incontro, della disistima di Raskol'nikov, che peraltro questi aveva già concepito in precedenza, leggendo la presentazione che la madre gliene aveva fatto per lettera. Lužin, offeso, si inasprisce verso di lui. In esito ad un drammatico colloquio, viene cacciato da Dunja e dalla sua famiglia. Dopo aver tentato di incriminare Sonja di furto, parte da San Pietroburgo svergognato. Rappresenta una sorta di credo materialista che trovava espressione, in Russia, nella teoria dell'"egoismo razionale" (Černyševskij).
• Andrej Semënovič Lebezjatnikov: il compagno di stanza radicalmente socialista di Lužin. Questi lo nomina, la prima volta, come suo giovane amico che però poi testimonia il suo tentativo di incriminare Sonja e successivamente lo smaschera.
• Alëna Ivanovna: vecchia, avida e sgradevole usuraia. È l'obiettivo intenzionale di Raskol'nikov per l'omicidio.
• Lizaveta Ivanovna: la semplice, innocente, sorella di Alëna, che arriva in casa della sorella durante l'assassinio ad opera di Raskol'nikov, e viene quindi, subito dopo, uccisa anch'ella. Era merciaia e amica di Sonja.
• Zosimov: benestante amico ventisettenne di Razumichin e dottore alle prime armi, che si prende cura di Raskol'nikov.
• Nastasja Petrovna: serva della padrona di Raskol'nikov e fedele e silenziosa presenza amica per Raskol'nikov.
• Nikodím Fomíč: commissario di quartiere, persona gentile. Conosce Raskol'nikov al commissariato, in occasione di una convocazione di quest'ultimo per una cambiale scaduta e lo rivede per caso a casa di Marmeladov, quando questi era da poco spirato.
• Il'ja Petrovič: un tenente di polizia rozzo e insolente.
• Aleksandr Grigorievič Zamëtov: alto impiegato alla stazione di polizia, corrotto ma amico di Razumichin. Raskol'nikov desta attivamente in Zamëtov sospetti sul suo stesso conto. Ciò lo fa, paradossalmente, spiegandogli come lui, Raskol'nikov, avrebbe agito per dissimulare i suoi stati d'animo e per allontanare da sé i sospetti se avesse compiuto alcuni crimini. Questa scena illustra l'argomentazione della convinzione di Raskol'nikov della sua superiorità come superuomo.
• Nikolaj Dementev: un imbianchino che ammette di essere colpevole del delitto.
• Polina Mikhailovna Marmeladova: figlia di 10 anni di Semën Zakharovič Marmeladov e sorella minore di Sonja, alle volte chiamata Polenka.
Analisi
Il comportamento di Raskol'nikov durante tutto il libro si può anche trovare in altre opere di Dostoevskij, come Memorie dal sottosuolo e I fratelli Karamazov (il suo comportamento è assai analogo a quello di Ivan Karamazov ne I fratelli Karamazov). Crea sofferenza per sé stesso uccidendo la prestatrice di denaro e vivendo in modo indigente. Razumihin si trova nella stessa situazione di Raskol'nikov e vive molto meglio, e quando Razumihin si offre di trovargli un lavoro, Raskol'nikov rifiuta; confessa alla polizia di essere l'assassino, sebbene non ve ne sia evidenza. Cerca costantemente di raggiungere e definire i confini di ciò che può e non può fare (durante tutto il libro misura la sua propria paura, e cerca mentalmente di dissuadersene), e la sua depravazione (con riferimento alla sua irrazionalità e paranoia) è comunemente interpretata come un'affermazione di sé stesso come una coscienza trascendente ed un rifiuto della razionalità e della ragione. Questo è un tema comune nell'esistenzialismo; piuttosto interessante è anche che Friedrich Nietzsche, ne Il crepuscolo degli idoli, elogiò gli scritti di Dostoevskij nonostante il teismo presente in essi: "Dostoevskij, l'unico psicologo, peraltro, da cui ebbi mai qualcosa da imparare; lui è uno degli accidenti più felici della mia vita, persino più della scoperta di Stendhal". Walter Kaufmann riteneva che le opere di Dostoevskij fossero state l'ispirazione per La metamorfosi di Franz Kafka. Raskol'nikov crede che solo dopo aver definito la morale e la legge uccidendo qualcuno lui possa essere uno dei migliori, come Napoleone. Nel romanzo infatti le ragioni dell'omicidio sono solo superficialmente economiche. Raskol'nikov lascia la maggior parte dei soldi nella casa della strozzina sua vittima. Le ragioni dell'omicidio vanno dunque ricercate nella morale che giustifica l'affermazione individuale attraverso il diritto sulla vita altrui.
Il romanzo contiene diversi rimandi a storie del Nuovo Testamento, compresa quella di Lazzaro, la cui morte e rinascita sono parallele alla morte e rinascita spirituale di Raskol'nikov; e dell'Apocalisse, rispecchiata in un sogno che Raskol'nikov fa su una piaga asiatica che diventa un'epidemia mondiale. Peraltro il Vangelo è espressamente richiamato nel romanzo solamente due volte: una prima volta, quando il protagonista si fa leggere da Sònja il passo della resurrezione di Lazzaro dall'undicesimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, e una seconda volta, proprio nelle ultime righe del romanzo, quando Raskol'nikov, ormai in penitenziario, si ritrova il Vangelo di Sònja sotto il cuscino ove lo aveva riposto.
Analisi di Pasolini
Pier Paolo Pasolini nella sua analisi di quest'opera sostiene che Raskol'nikov sia vittima di una passione infantile edipica, egli è turbato dall'amore della madre e della sorella, "le cui conseguenze sono quelle ben note: la sessuofobia, la freddezza sessuale e il sadismo". Nel corso dell'opera Raskol'nikov sembra innamorarsi di una giovane ragazza malata di tifo, brutta e smunta; in quest'amore però non trova mai spazio la sessualità. A tutto ciò si aggiungono gli obblighi che il giovane ha verso la propria famiglia che lo mantiene negli studi nella capitale e per cui compie enormi sacrifici. Raskol'nikov si trova così imprigionato in un "incubo kafkiano", l'unica cosa che può fare è trovare delle giustificazioni e elaborare teorie su quel destino da cui non può sottrarsi. Così un giorno dall'esterno, dall'alto, giunge l'idea di uccidere l'usuraia, rappresentazione della madre: entrambe le donne infatti rappresentano gli obblighi umilianti a cui il protagonista è sottoposto. Inoltre nelle sue azioni si riconosce un piano ben delineato, l'assassino giunge di proposito in ritardo nell'appartamento e lascia la porta aperta per poter così uccidere anche la sorella dell'usuraia, soffocando i due lati dell'amore per lui: quello tenero e quello violento. Tuttavia questa uccisione simbolica rappresenta un fallimento, poiché la famiglia del ragazzo giunge nella capitale come in una sorta di resurrezione, è tutto da ricominciare, ma oramai il protagonista si muove per inerzia, in balia degli eventi, ed intraprende la sua "via crucis" verso la fine. In questo cammino egli incontra Sof'ja "a cui confessa per sadismo la propria colpa". Tuttavia alla fine del romanzo avviene la morte della madre, apparentemente anagrafica, ma che causa nel protagonista una vera e propria conversione: tutto a un tratto Raskol'nikov si accorge di amare la ragazza, e cessa qualsiasi forma di tortura psicologica che usava sulla ragazza per torturare sé stesso. Secondo Pasolini l'autore oltre ad aver aperto la strada a Nietzsche (Articolo del superuomo) e a Kafka (Se eliminata la descrizione dell'assassinio il libro diventa un enorme processo), anticipa anche la futura psicoanalisi di Freud.
Salvezza attraverso la sofferenza
Delitto e castigo illustra il tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza, una caratteristica comune nell'opera di Dostoevskij. Questa è l'idea (precipuamente cristiana) che l'atto del soffrire ha un effetto purificatore sullo spirito umano, che gli rende accessibile la salvezza in Dio. Un personaggio che personifica questo tema è Sof'ja, che mantiene abbastanza fede per guidare e sostenere Raskol'nikov nonostante la sua immensa sofferenza. Benché possa sembrare macabra, è una idea relativamente ottimistica nel regno della morale cristiana. Ad esempio, persino Svidrigailov, in origine malevolo, riesce a compiere atti di carità seguendo la sofferenza indotta dal completo rigetto di Dunja. Dostoevskij si mantiene fedele all'idea che la salvezza è un'opzione possibile per tutti, persino per coloro che hanno peccato gravemente. È il riconoscimento di questo fatto che porta Raskol'nikov alla confessione. Sebbene Dunja non avrebbe mai potuto amare Svidrigailov, Sonja ama Raskol'nikov e esemplifica i tratti dell'ideale perdono cristiano, permettendo a Raskol'nikov di confrontarsi con il suo delitto e di accettare il suo castigo.
Esistenzialismo cristiano
Un'idea centrale dell'esistenzialismo cristiano è la definizione dei limiti morali dell'azione umana entro un mondo governato da Dio. Raskol'nikov esamina i limiti costituiti e decide che un atto manifestamente immorale è giustificabile a condizione che porti a qualcosa di incredibilmente grandioso. Tuttavia, Dostoevskij si dirige contro questo pensiero ambizioso facendo sgretolare e fallire Raskol'nikov nelle conseguenze del suo delitto.
Ricapitolando quindi:
Raskol’nikov principale personaggio di questo romanzo, è un giovane studente. È un essere dotato di notevoli forze intellettuali e morali che il suo amico Razumikhin descrive così: «Cupo, triste, arrogante e fiero; negli ultimi tempi e forse anche prima, facilmente impressionabile ed ipocondriaco. In fondo generoso e buono. Non ama esprimere le sue sensazioni. Terribilmente chiuso. Tutto lo annoia; rimane lungamente disteso senza nulla fare; non si interessa a nulla di ciò che interessa gli altri. ha un’alta opinione di sé stesso, ed apparentemente non senza ragione... »

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Letteratitudini di nuovo al cinema per “Anna Karenina

febbraio 28th, 2013 // 10:57 am @

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Questa sera 26 febbraio i componenti del gruppo “Letteratitudini” nuovamente al cinema, a completamento degli impegni previsti per il mese di Febbraio 2013.

In visione ANNA KARENINA di Joe Wright con Keira Knightley, Kelly Macdonald, Jude Law.

La scelta di questo film non è casuale, ma mirata ad arricchire, integrando e corredando, la conoscenza del romanzo di Lev Tolstoj, argomento affrontato dal gruppo nel mese di dicembre scorso.

734530_477378665662658_2015027191_n-202x300Trama:

Anna Karenina è la nuova versione cinematografica del regista Joe Wright dell’epica storia d’amore tratta dal capolavoro di Lev Tolstoj.

Siamo nel 1874. Anna Karenina (Keira Knightley) ha quello che tutti i suoi contemporanei aspirerebbero ad avere; è la moglie di Karenin (Jude Law), un ufficiale governativo di alto rango al quale ha dato un figlio, e la sua posizione sociale e reputazione a San Pietroburgo non potrebbe essere più alta. Anna si reca a Mosca dopo aver ricevuto una lettera da suo fratello, un dongiovanni di nome Oblonsky (Matthew Macfadyen), che le chiede di raggiungerlo per aiutarlo a salvare il suo matrimonio con Dolly (Kelly Macdonald). In viaggio, Anna conosce la Contessa Vronsky (Olivia Williams) e, alla stazione, suo figlio, l’affascinante ufficiale di cavalleria Vronsky (Aaron Taylor-Johnson). Quando Anna viene presentata a Vronsky, scoppia immediatamente una scintilla di reciproca attrazione che non può essere ignorata.

Nella casa di Mosca c’è in visita il miglior amico di Oblonsky, Levin (Domhnall Gleeson), un proprietario terriero eccessivamente sensibile e compassionevole, innamorato della sorella minore di Dolly, Kitty (Alicia Vikander), alla quale chiede inopportunamente la mano. Kitty è infatuata di Vronsky. Affranto, Levin torna alla sua tenuta di Pokrovskoe e si dedica anima e corpo al lavoro nei campi. Anche Kitty è distrutta quando, a un gran ballo, Vronsky ha occhi solo per Anna che, nonostante sia una donna sposata, ricambia l’interesse del giovane.

Anna lotta per riconquistare il suo equilibrio correndo a casa a San Pietroburgo, dove tenta di riprendere la sua routine familiare, ma il pensiero di Vronsky – che la segue – la corrode. Segue una relazione appassionata che scandalizza la società di San Pietroburgo. Karenin si ritrova in una posizione insostenibile ed è costretto a dare un ultimatum a sua moglie. Nel tentativo di raggiungere la felicità, le decisioni che Anna prende penetrano nelle pieghe di una società ossessionata dall’apparenza, con conseguenze romantiche e tragiche che cambiano drammaticamente la sua vita e quella di tutti quelli che la circondano.

anna-web-300x218”Su tutti spicca naturalmente l’eroina, Anna, un’aristocratica e magnetica Keira Knightley, che ammantata nei suoi sontuosi abiti d’epoca corre a precipizio verso la propria autodistruzione.”

AnnaKarenina diventa vittima e schiava delle sue passioni, la protagonista in una tragica storia che lei stessa ha parzialmente contribuito ad architettare. E’ la dimostrazione più estrema dell’opinione di Tolstoj sulla società moderna, che non solo ci obbliga a recitare delle parti ma che spesso quest’ultime prendono il sopravvento e ci distruggono. E’ una figura tormentata, non solo perché circondata da ipocriti ed intrappolata in un matrimonio senza amore, ma anche perché vittima delle sue stesse illusioni romantiche che – come disse Tolstoj – l’hanno portata all’errore di confondere la felicità con la realizzazione dei propri desideri.

Il capolavoro di Tolstoj, offre spunto su alcuni dei più delicati argomenti – come essere leali, come infrangere le regole e come pagarne le conseguenze in entrambi i casi – ma con delle sfumature e una sensualità che rende armoniose e poetiche anche le più profonde verità.

È Jude Law a esprimere nella sua contrizione il vero e proprio sentimento, quello di un marito diviso tra l’etichetta e il sentimento per la moglie fedifraga.

13137_476618739071984_1629648427_n-300x200Ma, la genialità di Wright e Stoppard sta nella decisione di dare spazio alle storie d’amore secondarie, dando allo spettatore la possibilità di farsi coinvolgere dal nobile amore tra Kitty e Levin, così come da quello sofferto tra Dolly e il suo libertino marito, Stiva.

L’azione si svolge su un palcoscenico ottocentesco, che riproduce diverse ambientazioni, mentre i personaggi entrano ed escono, si incrociano, si sfiorano, si incontrano, come ingranaggi di un preciso meccanismo regolato da un demiurgo supremo (dio o regista), mentre la macchina da presa tutto avvolge.

Anna Karenina, è un capolavoro della letteratura straniera, da me molto amato anche nella versione cinematografica, ma decisamente ho preferito la lettura del romanzo, dal quale ho potuto trarre sfumature sempre diverse, a seconda del periodo della mia vita in cui l’ho letto. All’età di circa 18 anni ho amato e mi sono identificata pienamente nella storia di Anna, giudicandola un’eroina, il mio ricordo di AnnaKarenina era quello di una donna innocente, una vittima all’interno di una bellissima storia d’amore. Quando ho avuto occasione di rileggerlo recentemente, sono rimasta sorpresa su come il mio punto di vista sul personaggio e la storia fosse cambiato negli anni. Improvvisamente, la linea tra eroina e anti-eroina si è fatta più sottile. Anna non era più tanto innocente, anche se sempre vittima delle circostanze e dall’ambiente, ma ho provato anche grande simpatia per quell ‘uomo che incapace di governare la propria moglie non può andare oltre nel governo. Anche Joe Wright, nel film, non riduce Karenin semplicemente ad un uomo meschino e razionale come è successo in passato: il ritratto che ne fa il regista è quello di uomo incapace di accedere alle proprie emozioni ed esprimerle, ma simile a Levin per quanto riguarda la fedeltà ai suoi principi e ai suoi ideali.

A cura di Matilde Maisto

 

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“Invito a cinema” per l’incontro di Letteratitudini del mese di Febbraio 2013

febbraio 22nd, 2013 // 12:58 pm @

lettereatitudini-bL’incontro del corrente mese di Febbraio 2013 si è rivelato molto particolare, ma sempre molto interessante ed ancora rivolto all’approfondimento della letteratura straniera.

Il 20 Febbraio 2013 alla ribalta Victor Hugo con il bellissimo musical “Les Misérables”, l’indimenticabile storia di speranza, amore, coraggio e libertà, film straordinario di Tom Hooper, con Amanda Seyfried, Hugh Jackman, Helena Bonham Carter, Russell Crowe, Anne Hathaway, che ha recentemente ricevuto a Londra, ove si è svolta la cerimonia di consegna dei BAFTA Awards, ben 4 riconoscimenti: migliore attrice non protagonista (Anne Hathaway) – migliore scenografia – miglior trucco – miglior sonoro.

“Non ci sono parole per descrivere la bellezza de Les Misérables. In effetti è’ tutto perfetto: regia, canzoni, scenografie e soprattutto il cast. Hugh Jackman e Anne Hathaway sono a dir poco superbi e tutti gli altri attori magnifici. Insomma veramente meraviglioso, la storia di ognuno di noi. Da miserabile a Re, celebrazione della vita.

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E, dunque…brividi, lacrime e stupore: queste le sensazioni provate durante le 2 ore e 30 di film. Una cast eccezionale e coinvolgente in cui spiccano Anne Hathaway in primis, meravigliosa, con la sua “I dreamed a dream”, seguita da Eddie Redmayne, Samantha Barks (già una perfetta Eponine a teatro,) e Hugh Jackman, un intenso Jean Valjean . Le musiche sono bellissime e il canto-recitato dei personaggi è a tratti imperfetto, ma proprio per questo molto vero e sentito (inutile ricordare che hanno tutti cantato dal vivo). Il tempo vola durante la visione, e più la storia prosegue più non si può non rimanere affascinati dalle scenografie, dai costumi, dalla fotografia e dall’evolversi dei personaggi in un percorso di redenzione alla ricerca della libertà. La fede, la rivoluzione e l’amore le grandi tematiche del film. Credo sia impossibile non riconoscere che siamo dinanzi ad un capolavoro. Tom Hooper è stato. a quanto pare, criticato, probabilmente a causa di una regia che osa e sperimenta: l’uso del live, le particolari scelte di montaggio e d’inquadrature, il lasciare il film completamente cantato come nella versione teatrale, i primi piani intensi e lunghi. Bisogna ammettere che non è sicuramente un film per tutti (i non amanti del musical probabilmente lo odieranno), ma a tutti è rivolto il messaggio di speranza, perdono e amore (in tutte le sue forme)! E’ molto coinvolgente emotivamente, infatti basta solo pensare al viso di Fantine (Hathaway), ai capelli di Eponine sotto la pioggia, ai passi di Javert (Crowe) in bilico sul ponte, alle lacrime di un morente Valjean, o alla corale scena finale per farmi rivenire i brividi e per farmi ancora una volta sentire “il popolo cantare”! Assolutamente meraviglioso: io a Les Misérables ho dato il mio cuore!

victor hugoMa facciamo un passo indietro e parliamo un po’ del romanzo: I miserabili (Les Misérables) è un romanzo di Victor Hugo pubblicato nel 1862. Considerato uno dei romanzi cardine del XIX secolo europeo è fra i più popolari e letti della sua epoca.

Narra le vicende di vari personaggi nella Parigi post Restaurazione, in un arco di tempo di circa 20 anni (dal 1815 al 1833, con alcune digressioni alle vicende della Rivoluzione francese, delle Guerre napoleoniche, con particolare riguardo alla battaglia di Waterloo, e alle vicende politiche della Monarchia di Luglio). I suoi personaggi appartengono agli strati più bassi della società, i cosiddetti “miserabili”: persone cadute in miseria, ex forzati, prostitute, monelli di strada, studenti in povertà. È una storia di cadute e di risalite, di peccati e di redenzione. Hugo racconta a 360° i suoi personaggi e aggiunge al racconto capitoli di grande rilevanza storica (come ad esempio la battaglia di Waterloo, la struttura della città di Parigi, la visione sul clero e i monasteri dell’epoca, le opinioni sulla società e i suoi mali, il quadro della Francia post-restaurazione) che permettono al lettore di collocare i personaggi in un determinato contesto storico-sociale.

Jean Valjean, giovane potatore a Faverolles, dovendo provvedere alla sorella e ai figli di questa, per disperazione si trova costretto a rubare un tozzo di pane; per questo crimine viene condannato a cinque anni di lavori forzati nel carcere di Tolone, pena che viene allungata di ulteriori 14 anni a seguito di vari tentativi falliti di evasione. Viene infine liberato dal carcere a seguito di un’amnistia nei primi giorni del 1815, dopo 19 anni di reclusione; in questa data egli ha 46 anni, si può perciò comprendere che l’uomo fosse entrato in carcere a 27 (nel 1796) e che fosse nato nel 1769.

All’uscita dal carcere Jean Valjean si trova a vagabondare per diversi giorni attraverso il sud-est della Francia, vedendosi chiudere in faccia ogni alloggio ed ogni opportunità a causa del suo passato di galeotto, che lo identifica come un reietto della società. Questa situazione disperata finisce per esasperare il risentimento e l’odio nei confronti della società e di tutto il genere umano fino a spingerlo ad una fredda malvagità d’animo. Nel frattempo, giunto, vagabondando, nella città di Digne, ha la fortuna di imbattersi nel vescovo della città, Monsignor Myriel, ex aristocratico rovinato dalla Rivoluzione francese e costretto all’esilio, trasformatosi, dopo una crisi spirituale, in un pio e giusto uomo di Chiesa dall’eccezionale altruismo. In un primo momento Valjean diffida del prelato, che pure lo accoglie in casa e tenta di redimerlo dai suoi vecchi peccati, e giunge anzi a rubare le posate d’argento del vecchio e a fuggire. Catturato dalla polizia, però, viene portato di nuovo di fronte al Vescovo, il quale lo difende dai gendarmi sostenendo che quelle posate fossero in realtà un dono, e rimproverandolo di non avere preso anche i candelabri d’argento; fino ad allora gli unici oggetti di lusso tenuti da Myriel. Attraverso quel gesto il monsignore comprava l’anima di Jean Valjean e la consacrava a Dio. Scosso e turbato dalla carità rivoltagli dal vescovo, in uno stato d’animo confuso Valjean, rilasciato, quella stessa notte commette un nuovo furto, rubando ad un bambino una moneta d’argento. Quando comprende ciò di cui si è reso colpevole, Jean Valjean, spinto da un terribile senso di colpa, capisce ciò che il vescovo aveva cercato di comunicargli e matura la decisione di cambiare vita, seguendo l’esempio del caritatevole prelato. Quello stesso anno, il 1815, Jean Valjean -ancora ricercato per i furti commessi- si stabilisce a Montreuil-sur-Mer dove, grazie al denaro del vescovo, riesce ad impiantare una fiorente industria di bigiotteria e a diventare un cittadino rispettabile, ovviamente celando il proprio passato e assumendo la falsa identità di Monsieur Madeleine. I suoi gesti di bontà e di carità verso i poveri lo rendono presto molto amato dagli abitanti della cittadina, che giungono a nominarlo sindaco di lì a pochi anni. Solo l’ispettore di polizia locale, Javert, che era stato secondino a Tolone, nutre alcuni dubbi sul suo passato ed inizia a sospettare la sua reale identità. Frattanto Valjean incontra una poverissima donna, Fantine, ex impiegata in una delle sue fabbriche licenziata -a sua insaputa- dalla sua direttrice del personale perché ragazza madre, fatto inaccettabile data la moralità del tempo. Deciso ad aiutare l’infelice, gravemente ammalata, Jean Valjean la salva dalla prigione in cui Javert, venuto ad arrestarla per un’aggressione ad un aristocratico che l’aveva importunata durante la sua attività di prostituta, voleva spedirla. Una volta caduta in malattia, le promette di ricongiungerla alla figlia, Cosette, affidata dalla madre cinque anni prima ad una coppia di locandieri a Montfermeil.

Contemporaneamente però, Valjean viene a sapere che, a causa di uno scambio di identità, un uomo catturato dalla polizia ad Arras è stato ritenuto essere l’evaso Jean Valjean e rischia come tale l’ergastolo. Pur rendendosi conto che l’evento potrebbe volgere a suo vantaggio, eliminando per sempre i sospetti del passato dalla sua persona, l’ex forzato comprende che non può permettere che un innocente venga incriminato al suo posto; dopo una notte di angosce e di indecisione si reca in tutta fretta sul luogo del processo e si autodenuncia al giudice, rivelando la propria identità e scagionando così il suo “alter ego”. Tornato a Montreuil-sur-Mer, Valjean ha appena il tempo di assistere alla morte di Fantine prima che la polizia, con Javert in testa, venga ad arrestarlo. Riesce poi a sfuggire una prima volta alla cattura, viene in seguito ripreso ma riesce ad evadere e a simulare la sua morte. Questi eventi avvengono nel 1823, all’epoca in cui Jean Valjean ha 54 anni. Fuggito di galera, Jean Valjean si reca a Montfermeil dove scopre le crudeli condizioni in cui i Thénardier, proprietari della locanda e tutori di Cosette, costringono a vivere la piccola, trattata al pari di una serva e privata di ogni affetto e calore. Dietro pagamento di una ingente somma, ed in parte imponendo la propria autorità (Valjean viene infatti descritto come un uomo dalla corporatura imponente e di una forza erculea) riscatta la bambina e si nasconde con lei in una misera casa nei sobborghi di Parigi. Scovato anche qui dall’instancabile Javert, promosso ad ispettore nella capitale francese, Valjean è costretto nuovamente alla fuga e riesce a nascondersi con Cosette in un convento cittadino di monache di clausura, il Petit-Picpus, nel quale trova rifugio grazie all’intercessione del giardiniere, Monsieur Fauchelevent, un ex carrettiere a cui aveva salvato la vita tempo addietro a Montreuil. Trascorre in convento quasi sei anni, celandosi sotto l’identità di Ultime Fauchelevent, fratello del giardiniere e che resterà il suo nome “ufficiale” per il resto della sua vita. Cosette e Jean Valjean escono dal convento -per decisione dello stesso Valjean, che non voleva privare la piccola delle gioie della vita spingendola verso la vita monastica- nel 1829, all’epoca in cui il vecchio ha 60 anni e la bambina 14. Jean Valjean e Cosette prendono alloggio in Rue Plumet, a Parigi, dove vivono una vita modesta e ritirata grazie ai notevoli risparmi che Valjean era riuscito a mettere in salvo prima della sua cattura a Montfermeil; il denaro che questi aveva guadagnato al tempo in cui si faceva passare per Monsieur Madeleine ammonta infatti alla sostanziosa cifra di 600 000 franchi, nascosti con cura ai piedi di un albero in un bosco nei pressi di Montfermeil, dai quali Valjean attinge però con estrema parsimonia considerandoli la dote di Cosette.

Nel corso delle lunghe passeggiate dei due nei Giardini del Lussemburgo, la giovane Cosette nota un giovane, Marius, studente universitario, liberale, repubblicano e bonapartista di buona famiglia ma praticamente diseredato a seguito di una lite, per motivi politici con il nonno, un nostalgico monarchico. Figlio di un ufficiale napoleonico sopravvissuto a Waterloo, cresciuto in ambienti reazionari cari al nonno materno, il giovane Marius riscopre l’identità del padre e l’amore per la Rivoluzione e l’Imperatore. Arrivato tardi al capezzale del padre morente, mostrerà venerazione al padre tenendo fede alle sue ultime volontà redatte nel testamento: qualora Marius ritrovasse un tale Thenardier, farà di tutto per renderlo felice. Quell’uomo, secondo quanto scritto dal padre, lo salvò dalla morte sul campo di battaglia di Waterloo. In realtà Thenardier, estrasse il corpo dell’ufficiale dal cumulo di corpi dove sarebbe soffocato, solo per depredarlo di eventuali ricchezze. Per Marius ripagare quel debito diventa lo scopo di una vita. Finché passeggiando ai giardini scorge Cosette e se ne innamora.

Nel frattempo, Jean Valjean cade in un tranello tesogli da Thénardier, l’ex oste di Montfermeil che, caduto in disgrazia, era divenuto capo di una banda di ladri ed assassini parigini e che, a conoscenza della ricchezza dell’ex forzato, lo attira con i suoi soci in casa sua e lo rapisce. Valjean riesce però a salvarsi in parte grazie a Marius, che venuto a sapere per caso del piano di Thénardier, suo inaspettato vicino di casa, attraverso un buco sulla parete che divide i due alloggi, allerta la polizia, facendo però così intervenire sul luogo del delitto proprio il terribile Javert. Nella confusione che segue Valjean riesce comunque a dileguarsi sia dai banditi che dalle forze dell’ordine.

Marius, intanto, scoperta l’abitazione di Cosette e del padre, inizia a tessere con la giovane una platonica ma intensa relazione d’amore, all’insaputa del genitore di questa. Quando però il vecchio, timoroso, dopo il faccia a faccia con Thénardier, per l’incolumità della figlia le comunica la sua intenzione di trasferirsi con lei in Inghilterra, i due amanti disperati si trovano costretti alla separazione. Marius, disperato ed impotente, decide di uccidersi e si avvia perciò verso il centro cittadino, dove stanno intanto divampando gli scontri fra rivoluzionari repubblicani e soldati di Luigi Filippo e si unisce ai suoi amici insurrentisti capeggiati dal carismatico Enjolras cercando la morte sulle barricate.

La libertà che guida il popolo, quadro di Delacroix che probabilmente ispirò il IV Tomo del romanzo

Mentre infuriano gli scontri della notte fra 5 e 6 giugno 1832, Jean Valjean viene a scoprire, tramite una lettera traditrice, il legame fra Cosette e Marius, da lui nemmeno sospettato. Soffocato dall’amore per Cosette, e dalla paura di perderla, il genitore rimane sconvolto dalla notizia. Poco dopo, quella stessa notte, Gavroche, monello di strada inviato da Marius, gli recapita un messaggio scritto per Cosette dal giovane dalla barricata. Leggendolo, Jean Valjean scopre l’intenzione del giovane di suicidarsi e, alla notizia, pur se combattuto si avvia egli stesso alla barricata. Qui, nell’infuriare degli scontri, ritrova Javert, fatto prigioniero dei rivoltosi e da questi condannato a morte. Tramite un sotterfugio, l’ex forzato si incarica dell’esecuzione dell’ispettore ma, nascosto dietro ad un muro che lo rendeva invisibile ai rivoltosi, simula l’omicidio e risparmia il poliziotto. Poi, mentre polizia e Guardia Nazionale irrompono nella barricata, porta in salvo Marius, colpito e privo di sensi, sottraendolo alla cattura e alla morte conducendolo sulle sue spalle in un terrificante viaggio attraverso le fogne parigine. Nel tentativo di uscire dal dedalo delle fogne parigine, Jean Valjean incontrerà Thenardier, rifugiatosi nella cloaca per sfuggire all’ispettore Javert, appostato lì fuori. Mentre Jean Valjean riconosce l’antico locandiere di Montfermeil, Thenardier non riconosce Jean Valjean. Scambiatolo per un assassino gli accorda la libertà, ossia gli apre l’inferriata che affacciava sulla Senna, in cambio della spartizione del bottino rubato al presunto defunto che portava in spalla. Finite le contrattazioni all’uscita della fogna l’ex forzato si imbatte però in Javert, che lo arresta e lo conduce con sé in una carrozza. Dopo aver depositato l’esanime Marius a casa del nonno, Javert riconduce Jean Valjean a casa sua e, con suo sommo stupore, lo lascia libero di andarsene. In seguito, l’integerrimo ispettore di polizia, incapace di conciliare la propria coscienza di uomo, che deve la vita ad un criminale e gli è perciò riconoscente, con quella di tutore della legge, sceglie il suicidio gettandosi nella Senna.

Marius, ristabilitosi dalle ferite e riconciliatosi con il nonno, sposa Cosette -con il beneplacito di Jean Valjean- nel 1833. Dopo il matrimonio questi, pur avendo ricevuto l’offerta di vivere con la novella coppia nella loro casa, come già era successo a Montreuil comprende, dopo una tormentatissima notte, di non poter porre la propria felicità al disopra di quella di un altro -nella fattispecie quella di Cosette- e di non poter permettere che il proprio passato possa mettere in pericolo la futura vita della giovane. Perciò, preso in disparte Marius gli racconta del proprio passato di galeotto, ed accetta con profondo dolore di separarsi da Cosette e a non vederla più.

Lontano dalla figlia adottiva, solo e depresso, il 64enne Jean Valjean inizia a risentire quasi improvvisamente del peso dei suoi anni, ammalandosi ed indebolendosi sempre più. Quando, nel giugno 1833, Marius viene fortuitamente a sapere, proprio grazie al malvagio Thénardier -che dal canto suo meditava una ennesima truffa ai danni del giovane- di dovere la vita a Jean Valjean, fa appena in tempo a correre da lui con Cosette per assistere alla sua morte, e a dare il tempo al vecchio di vedere un’ultima volta l’amata figlia adottiva. Valjean esala così l’ultimo respiro, sventurato ma lieto, significativamente illuminato dalla candele poste sui candelabri donatigli dal vescovo di Digne, nel cui esempio ha vissuto la sua intera vita di galeotto redento.

Stando a quanto si apprende nell’ultimo paragrafo del romanzo, la sua tomba viene posta nel cimitero del Père Lachaise, anonima se non per una iscrizione tracciata a matita che recita:

(FR)

« Il dort. Quoique le sort fût pour lui bien étrange,

Il vivait. Il mourut quand il n’eut plus son ange;

La chose simplement d’elle-même arriva,

Comme la nuit se fait lorsque le jour s’en va. »

(IT)

« Riposa: benché la sorte fosse per lui ben strana,

pure vivea: ma privo dell’angel suo morì:

La cosa avvenne da sé naturalmente

come si fa la notte quando il giorno dilegua »

Personaggi principali

• Jean Valjean – Ex forzato perseguitato dalla legge, ma di sconcertante umanità e bontà. Diviene il padre adottivo di Cosette, prodigandosi per lei.

• Fantine – Giovinetta parigina abbandonata dal suo amante, dal quale ha una figlia, Cosette. Per provvedere ai suoi bisogni va a cercare fortuna lasciandola in affidamento ai Thénardier, senza immaginare la loro crudeltà, fino a morire di stenti malgrado l’intervento di Jean Valjean.

• Cosette – Figlia di Fantine, vive i primi otto anni della sua vita presso i Thénardier, dai quali è trattata come una schiava. In seguito viene tratta in salvo da Jean Valjean, che diventa il suo padre adottivo, e adulta si innamora di Marius.

• Marius Pontmercy – Giovane di buona famiglia, che abbandona in odio alle idee del nonno -vecchio monarchico nostalgico dell’Antico regime. Vive in povertà e diviene amico di Enjolras e dei suoi, che rafforzano i suoi ideali liberali e repubblicani. Si innamora di Cosette.

• Javert – Poliziotto ed ispettore di primo grado, irreprensibile tutore della legge, fa della cattura di Jean Valjean uno scopo di vita, fino al loro drammatico faccia a faccia finale.

• I Thénardier – Coppia di malvagi locandieri che allevano Cosette trattandola peggio di una serva; in seguito, caduti in disgrazia, si uniscono a una banda di criminali e tagliagole parigini, di cui Monsieur Thénardier diviene il capo.

• Gavroche – Figlio mai amato né sopportato dei Thénardier, monello di strada.

• Éponine – Figlia maggiore dei Thénardier, innamorata di Marius cui salva la vita due volte (prima sviando il padre e la sua banda dall’abitazione di Cosette, poi sacrificandosi al posto suo sulla barricata) sebbene questi ignori i suoi sentimenti.

• Enjolras – Capo degli studenti rivoluzionari che combattono sulla barricata del 5 giugno 1832.

Personaggi secondari

• Monseigneur Myriel – Vescovo di Digne, uomo di chiesa dalla eccezionale levatura morale. È il primo personaggio presentato nel romanzo (il primo libro del primo tomo è infatti dedicato interamente a lui) e la sua presenza pervade l’intera vicenda, in quanto i suoi insegnamenti ed il suo esempio sono di stimolo perenne a Jean Valjean a proseguire nella strada della redenzione.

• Père Fauchelevent – Un vecchio carrettiere che viene salvato da Jean Valjean a Montreuil-sur-Mer, ed in seguito paga il suo debito aiutando l’ex forzato braccato a rifugiarsi con Cosette nel convento di cui è giardiniere.

• Monsieur Gillenormand – Nonno di Marius, è un vecchio borghese le cui idee ottusamente conservatrici costringono il nipote a fuggire di casa. Tuttavia il vecchio nutre anche un sincero amore per Marius, ed è pronto ad accoglierlo in casa, ferito, dopo gli eventi del 5 giugno.

• Azelma – Figlia minore di Thénardier, rimane con il padre fino all’ultimo, aiutandolo nelle sue truffe e nei suoi delitti.

• Monsieur Mabeuf – Ex soldato, amante dei fiori e dei libri, è amico di Marius e lo aiuta a conoscere e comprendere la figura dell’eroico padre. Muore sulla barricata, con un’azione eroica, dopo essere caduto nella miseria più nera.

Serata eccezionale, quindi, che si ripeterà martedì 26 febbraio p.v. con la visione del film Anna Karenina, a completamento dell’incontro di dicembre 2012 durante il quale è stato discusso e approfondito Lev Tolstoj e la sua stupenda Anna Karenina.

 

A cura di Matilde Maisto

 

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