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Cancello ed Arnone: “Letteratitudini” incontro del 16 Novembre 2013

novembre 25th, 2013 // 7:11 am @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – E’ iniziato alla grande il nuovo anno culturale degli “amici/amanti della letteratura”; infatti sabato 16 Novembre u.s. si sono incontrati, presso l’abitazione della fondatrice del gruppo, tutti i già collaudati soci fondatori, a cui si sono felicemente aggiunte delle new entry.

La serata si è svolta in modo estremamente conviviale, ma con la mente rapita dal video di Benigni che ci ha deliziato con la recitazione del V Canto dell’Inferno della Divina Commedia, con il tenero e sfortunato amore di Paolo e Francesca: …Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense…” .

E’ nel V° canto dell’Inferno, comunemente conosciuto come il canto di Paolo e Francesca, il canto dei lussuriosi, i peccatori carnali che la” ragion sommettono al talento”, puniti da “la bufera infernal che mai non resta”, continuamente travolti da una furiosa bufera che non si ferma mai, simbolo ed insieme rappresentazione di quella bufera dei sensi alla quale soggiacquero in vita, che Dante affronta un motivo diffuso nella letteratura francese e italiana del tempo: amore e morte.

LETTERATITUDINI Il gruppo della ripartenza 3“E come gli stornei ne portan l’ali… e come i gru cantando lor lai…” Tra le anime dei lussuriosi, che in vita si lasciarono dominare dalla cieca passione d’amore, suddivisi in due schiere, a seconda che la loro passione fu bassa e bestiale o ardente e fatale, amanti infelici così cari all’immaginazione medievale, come Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride e Tristano, Dante ne scorge due che vanno più leggere delle altre in balia del vento, simili a colombe che, guidate dal desiderio, volano verso il nido: sono le anime di Paolo Malatesta e di Francesca da Rimini.

Tra i due giovani, come sappiamo, nacque l’amore che ebbe il tragico epilogo superbamente immortalato nella Divina Commedia da Dante, che, idealizzando la storia, collocò le anime dei due amanti fra coloro che peccarono non per brutale sensualità, ma per una violenta passione che non intaccò la nobiltà dei loro animi.

E’ Francesca a parlare a Dante, a narrargli di sé, della sua patria e, dopo la rapida rievocazione del suo passato, arriva subito all’evento fondamentale della sua vita, l’Amore, idealizzato come una divinità, secondo le concezioni della letteratura cortese, medievale, dello stilnovismo e dello stesso Dante. Racconta di come Paolo s’innamorasse di lei ed ella di Paolo, mentre accanto a lei il suo compagno prima è silenzioso e poi piange, spiega di come il sentimento fosse inizialmente innocente e come si rivelò, “… Galeotto fu il libro e chi lo scrisse…”. Fu così che tra lei e Paolo si palesò l’amore: leggevano, un giorno, per diletto, una storia d’amore, la storia di Lancillotto del Lago, leggevano le pagine relative al nascente sentimento tra Lancillotto e Ginevra, moglie di re Artù, di quell’amore puro, celato a lungo, fino ad essere svelato dal bacio dato dalla regina al cavaliere.

Tanti punti della storia erano allusivi alla loro vicenda personale e, anche se gli occhi erano spinti a guadarsi, pervasi dal timore di tradirsi si evitavano. Avevano lottato finchè “solo un punto fu quel che ci vinse: …Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende…” inizia così il dramma: l’amore, inizialmente innocente, sgorgò rapidamente tra loro. “ …Prese costui della bella persona…” amore della mia bella persona prese costui, perché è l’amore che prende in quanto l’atto non dipende, nel suo primo destarsi, dalla volontà dell’uomo, ma scaturisce da una legge naturale. “…Che mi fu tolta; e il modo ancor m’offende…” che fu violentemente separata dallo spirito e il modo in cui ciò avvenne ancora mi danneggia, perché sono stata uccisa nella colpa, impedita a pentirmene. “…Amor, che a nullo amato amar perdona…”. L’ amore non perdona, non esonera alcuno che sia amato dal riamare, chi è amato deve riamare; sentenza universale in cui l’amore si afferma come fatale, all’amore si deve rispondere con l’amore. “…Mi prese di costui piacer sì forte, che come vedi ancor non m’abbandona…”: Mi prese così fortemente dell’amabilità di costui che, come vedi, ancora gli sono unita, e in me non è venuto meno l’amore per lui. “…Amor condusse noi ad una morte…” Amore, passando i limiti, divenne peccaminoso e ci condusse a morte insieme. “…Caina attende chi vita ci spense…” scenderà tra i traditori consanguinei chi ordì l’agguato.

Il poeta, pietoso verso gli sventurati amanti, e verso l’umana fragilità in genere, si sente come vinto a se stesso, come se fosse per morire, perché le forze e i sensi lo abbandonano.

Dante concepisce Francesca come una donna viva e vera, non una creatura idealizzata o angelicata come Beatrice, ma donna vera, nobile e gentile, priva di qualità volgari, presa da un ardente desiderio, avvinta dalla passione, nel cui animo alberga un solo sentimento: l’amore, onnipotente e fatale, che s’impadronisce di lei con tanta veemenza da non abbandonarla nemmeno dopo la morte.

Dalla bocca di Francesca, che non è depravata dalla passione, ma conserva inviolate la gentilezza, la nobiltà e la delicatezza dei sentimenti, sembra che l’unica parola che possa uscire è “amor”, ripetuta tre volte: amore che subito infiamma gli animi gentili, amore come destino, che vuole che chi è amato non può a sua volta non riamare, e amore che conduce a distruzione e che unisce per la vita e per la morte.

E’ inutile dire che l’argomento ha coinvolto tutti i partecipanti che sono intervenuti con commenti e pertinenti precisazioni al riguardo, rendendo la serata interessantissima, ma sempre piacevole e conviviale.

Poi per l’incontro di Dicembre si è stabilito di continuare a trattare qualche passo della Divina Commedia affidandosi nuovamente ad un video del grande Benigni che introdurrà il XXVI Canto dell’Inferno in cui si tratta degli orditori di frode ossia condottieri e politici che non agirono con le armi e con il coraggio personale ma con l’acutezza spregiudicata dell’ingegno. (vedi anche Ulisse). Qui, Dante fa una riflessione sull’ingegno e sul suo utilizzo: l’ingegno è un dono di Dio, ma per il desiderio di conoscenza può portare alla perdizione, se non è guidato dalla virtù cristiana.

Matilde Maisto

MATERIALE CONSULTATO E DISCUSSO:

LA DIVINA COMMEDIA di DANTE ALIGHIERI



Il poema: introduzione generale





Dante iniziò la composizione della Commedia durante l’esilio, probabilmente intorno al 1307 (oggi è scartata l’ipotesi secondo cui avrebbe scritto i primi sette canti dell’Inferno quando era ancora a Firenze). La cronologia dell’opera è incerta, ma si ritiene che l’Inferno sia stato concluso intorno al 1308, il Purgatorio intorno al 1313, mentre il Paradiso sarebbe stato portato a termine pochi mesi prima della morte, nel 1321.
Il titolo originale è Commedia, o meglio Comedìa, secondo la definizione dello stesso Dante; l’aggettivo Divina fu aggiunto dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante (metà del XIV sec.) e comparve per la prima volta in un’edizione del 1555 curata da Ludovico Dolce. È un poema didattico-allegorico, scritto in endecasillabi e in terza rima. Racconta il viaggio di Dante nei tre regni dell’Oltretomba, guidato dapprima dal poeta Virgilio (che lo conduce attraverso Inferno e Purgatorio) e poi da Beatrice (che lo guida nel Paradiso). L’opera si propone anzitutto di descrivere la condizione delle anime dopo la morte, ma è anche allegoria del percorso di purificazione che ogni uomo deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna e scampare alla dannazione. È anche un atto di denuncia coraggioso e sentito contro i mali del tempo di Dante, soprattutto contro la corruzione ecclesiastica e gli abusi del potere politico, in nome della giustizia.

La struttura

La Commedia è divisa in 3 Cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso), ognuna delle quali divisa in canti: il numero è di 34 canti per l’Inferno (il primo è di introduzione generale al poema), 33 per Purgatorio e Paradiso, quindi 100 in totale. Ogni canto è composto di versi endecasillabi raggruppati in terzine a rima concatenata (con schema ABA, BCB, CDC…), di lunghezza variabile (da un minimo di 115 a un massimo di 160 versi). In totale il poema conta 14.233 versi endecasillabi.
Nell’opera ci sono alcuni parallelismi, che rientrano nel gusto tipicamente medievale per le simmetrie: il canto VI di ogni Cantica è di argomento politico, secondo un climax ascendente (Firenze nell’Inferno, l’Italia nel Purgatorio, l’Impero nel Paradiso). Ogni Cantica termina con la parola «stelle» («e quindi uscimmo a riveder le stelle», Inf., XXXIV, 139; «puro e disposto a salire a le stelle», Purg., XXXIII,145; «l’amor che move il sole e l’altre stelle», Par., XXXIII, 145) e su tutto domina il numero 3, simbolo della Trinità.

Il viaggio allegorico

La Commedia è il racconto di un viaggio, che ha un significato letterale e un altro allegorico. Il significato letterale è quello del viaggio di un uomo, Dante, che la notte del 7 aprile (o 25 marzo) dell’anno 1300 si smarrisce in una selva, dove incontra alcune belve feroci e viene poi soccorso dall’anima del poeta Virgilio, che lo conduce attraverso i tre regni dell’Oltretomba. Questo viaggio ha la funzione di illustrare al lettore la condizione delle anime post mortem, come Dante stesso chiarisce nell’Epistola XIII a Cangrande della Scala, e si svolge nella settimana santa dell’anno in cui papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo della Chiesa cristiana, cioè dall’8 al 14 aprile del 1300 (oppure dal 25 al 31 marzo,a seconda che l’inizio del viaggio coincida con l’anniversario della morte di Cristo, 25 marzo appunto, oppure con il venerdì santo del 1300, cioè l’8 aprile).

Il viaggio ha però anche un significato allegorico, ovvero quello di un percorso di purificazione morale e religiosa che ogni uomo può e deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna. In questa luce i vari personaggi del poema possono avere un doppio significato, letterale (o storico) e allegorico: Dante è ad esempio il poeta fiorentino nato nel 1265 e autore della Vita nuova (senso letterale), ma è anche ogni uomo (senso allegorico); Virgilio è il poeta latino autore dell’Eneide, ma anche la ragione naturale degli antichi filosofi in grado di condurre ogni uomo alla felicità terrena; Beatrice è la donna amata da Dante e morta a Firenze nel 1290, ma è anche la teologia rivelata e la grazia divina in grado di condurre ogni uomo alla felicità eterna.
È allora evidente che Virgilio, allegoria della ragione umana, può guidare Dante solo fino al Paradiso Terrestre posto in vetta al monte del Purgatorio, che è a sua volta allegoria della felicità terrena e del possesso delle virtù cardinali (prudenza, fortezza, temperanza e giustizia), mentre sarà Beatrice a guidare Dante fino al Paradiso Celeste, allegoria della felicità eterna e del possesso delle virtù teologali (fede, speranza e carità). La lettura del poema deve tenere conto di questa interpretazione, chiamata da Auerbach «figurale», altrimenti si rischia di non comprendere buona parte del suo significato di fondo.



Lo stile e la lingua



Il titolo Commedia si rifà alla teoria medievale degli stili e allude al fatto che il poema comincia male, con lo smarrimento angoscioso nella selva, e finisce bene, con l’ascesa all’Empireo e la visione di Dio (al contrario la tragedia inizia bene e finisce male, come chiarito da Aristotele nella Poetica, che Dante conosceva in forma indiretta). La retorica medievale distingueva inoltre tre stili, quello alto e «tragico», quello medio e «comico», quello basso ed «elegiaco» (che corrispondevano alle tre opere di Virgilio, Eneide, Georgiche, Bucoliche). La Commedia presenta una commistione di tutti e tre gli stili, anche se c’è una certa prevalenza per quello «comico», proprio soprattutto dell’Inferno.

Quanto alla lingua, Dante si serve del volgare fiorentino già usato nelle precedenti opere, benché ricorra anche a latinismi, francesismi, provenzalismi e prestiti da varie altre lingue (c’è chi ha visto persino vocaboli di origine araba, mentre i versi 140-147 del Canto XXVI del Purgatorio sono in pura lingua d’oc). Dante ricorre talvolta a linguaggi strani e incomprensibili (le parole di Pluto, quelle di Nembrod nell’Inferno), mentre altrove conia degli arditi neologismi (specialmente nel Paradiso). Questo ha portato gli studiosi a parlare di plurilinguismo e pluristilismo della Commedia, il che differenzia Dante daPetrarca e dai poeti dell’Umanesimo e del Rinascimento, che preferiranno alla sua una lingua più «pura» e regolare. Sulla questione cfr. anche il sito «Dantepoliglotta.it», che contiene interessanti materiali sulle traduzioni della Commedia.

Gli exempla del poema



La novità straordinaria della Commedia non è tanto la descrizione dei luoghi dell’Aldilà, già proposta da altri scrittori precedenti, quanto piuttosto il fatto che Dante non si limita a descrivere castighi e premi ma indica personaggi noti che il pubblico del tempo conosceva assai bene. L’autore indica cioè ai lettori esempi (exempla in latino) di peccati puniti o di virtù premiata che abbiano per protagonisti personaggi «pubblici» e perciò noti a tutti, perché solo così è possibile suscitare il maggior effetto possibile nell’ immaginazione (è Dante stesso a chiarirlo nel Canto XVII del Paradiso, nelle parole dell’avo Cacciaguida); ciò risponde anche a un’altra funzione, quella di usare esempi noti e spesso «scandalosi» al fine di denunciare i mali e le ingiustizie del tempo.

Questo spiega perché Dante scelga i personaggi da includere fra i dannati, i penitenti o i beati in base al criterio della notorietà, ovvero tra gli esempi più importanti e noti di quel peccato o di quella virtù, non importa se reali e storici oppure letterari e immaginari:

abbiamo personaggi che appartengono alla storia antica e recente, alla cronaca «nera» del tempo di Dante (si pensi a Paolo e Francesca), al mito classico, alla letteratura, alla tradizione biblica. Dante del resto non distingue in modo scientifico e moderno tra mito e storia, perché tutto è funzionale alla rappresentazione dell’«escatologia», cioè della realtà dell’Oltretomba e del destino ultraterreno delle anime.

Allo stesso modo Dante non esita a reinterpretare in chiave cristiana personaggi e vicende del mito classico, secondo una tradizione tipica del Medioevo: lo stesso Virgilio era visto come «mago e profeta» del Cristianesimo, poiché si riteneva che avesse predetto la nascita di Cristo nella famosa Egloga IV. Analogamente molti demoni e mostri infernali sono divinità classiche degradate al rango di diavoli, mentre troviamo il poeta latino e pagano Stazio tra le anime del Purgatorio, e Rifeo e Traiano tra i beati del Paradiso. Le stesse Muse, Apollo, Giove sono immagini usate per adombrare Dio stesso.

Dante personaggio-poeta

Un’ulteriore considerazione va fatta sul duplice ruolo svolto da Dante nel poema, essendo al tempo stesso protagonista del viaggio da lui narrato (e che lui descrive come realmente e fisicamente avvenuto in un tempo storico ben preciso) e poeta chiamato a raccontare in versi l’esperienza affrontata. Dante chiarisce in più di un passo del poema che a lui è toccato un privilegio eccezionale, quello di visitare da vivo i tre regni dell’Oltretomba e di tornare sulla Terra per riferire con esattezza tutto quello che ha visto: è una missione straordinaria, cui lui è chiamato in virtù dei suoi meriti di letterato e poeta, rendendolo simile ad Enea e san Paolo già protagonisti di esperienze analoghe.
A questo proposito è importante ciò che lo stesso Dante sottolinea a più riprese nel corso del viaggio, non solo cioè l’assoluta veridicità delle cose viste e narrate, ma anche l’oggettiva difficoltà di spiegare con parole umane quel che di non umano e di ultraterreno ha visto. Per fare questo, Dante avrà bisogno dell’assistenza e dell’aiuto di Dio, perciò la Commedia è un libro «ispirato», scritto materialmente da Dante ma sotto la «dettatura» della grazia divina che lo ha incaricato di questo compito straordinario. La Commediadiventa quindi una sorta di nuova Bibbia, ed è Dante stesso a definirla poema sacro, sacrato poema, al quale hanno collaborato e cielo e terra: in questo senso l’autore può ben aspettarsi la fama eterna, anche per l’assoluta novità della materia da lui trattata (nessuno prima di lui aveva toccato tali argomenti in modo così innovativo).

Fortuna della Commedia

Non sappiamo se la fama di Dante sia destinata a durare quanto il mondo lontana, ma certo il poema ebbe un immediato successo e conobbe una straordinaria diffusione nell’Italia del primo Trecento: ne è prova il fatto che la tradizione manoscritta ci ha trasmesso circa 700 codici, rendendo impossibile ogni tentativo di edizione critica (oggi si segue il testo della «Vulgata» stabilito da Giorgio Petrocchi, ovvero quello più diffuso e filologicamente più corretto). Non possediamo l’autografo dantesco e si pensa che i versi della Commedia fossero diffusi anche oralmente, forse influenzando gli stessi copisti.

Nel Trecento fu soprattutto Boccaccio a coltivare il culto dantesco, visto che l’autore del Decameron curò l’edizione manoscritta dei «Cento», scrisse un Trattatello in laude di Dante, lesse e commentò pubblicamente i primi 17 canti dell’Inferno.
Nel Quattrocento e Cinquecento a Dante fu preferito il modello di Petrarca, soprattutto quanto alla lingua e allo stile, anche se non mancarono estimatori del poema che fucommentato e anche stampato in edizioni prestigiose. Nel Seicento l’interesse per laCommedia calò, rinascendo in parte nel Settecento e soprattutto in età romantica, quando Dante diventò simbolo di amore patriottico, forza morale, esempio politico per l’Italia da unificare. Uno studio critico e più scientifico del testo iniziò alla fine dell’Ottocento, con la critica storica di Carducci: nel 1888 si costituì la Società Dantesca, che nel 1965 (in occasione del settimo centenario della nascita del poeta) ha pubblicato l’edizione del poema curata dal Petrocchi.

L’Inferno: introduzione generale

È il primo dei tre regni dell’Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del viaggio, con la guida di Virgilio. Dante lo descrive come un’immensa voragine a forma di cono rovesciato, che si spalanca nelle viscere della terra sotto la città di Gerusalemme, nell’emisfero settentrionale della Terra. Questa cavità sotterranea si è aperta quando Lucifero, cacciato dal Cielo dopo la sua ribellione a Dio, fu scaraventato al centro della Terra dove è tuttora confitto; la terra si ritrasse per il contatto col demonio e avrebbe formato il monte del Purgatorio, che sorge agli antipodi di Gerusalemme, nell’emisfero meridionale.

Sulla porta dell’Inferno c’è una scritta minacciosa di colore oscuro, che preannuncia a chi la attraversa le pene infernali e l’impossibilità di tornare indietro; la porta è scardinata e permette un facile accesso, ciò in quanto Cristo trionfante dopo la resurrezione la sfondòper andare nel Limbo e trarre fuori i patriarchi biblici. Non sappiamo dove si collochi con precisione questo ingresso, ma Dante e Virgilio impiegano quasi un giorno per raggiungerlo dopo l’episodio della selva oscura.

L’Inferno è diviso in nove Cerchi, simili a delle cornici rocciose che circondano la parte interna della voragine e che ospitano i vari dannati. C’è un Vestibolo, detto anche Antinferno, dove si trovano gli ignavi. Questo luogo è diviso dall’Inferno vero e proprio dal fiume Acheronte, dove i dannati vengono traghettati da Caronte sulla sua barca. Il I Cerchio, detto anche Limbo (da «lembo», ovvero orlo estremo dell’abisso infernale), ospita i pagani virtuosi e i bambini morti prima del battesimo; queste anime non sono né dannate né salve e non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di vedere Dio (Virgilio è una di esse).
Dopo il passaggio dell’Acheronte, i dannati giungono davanti a Minosse, custode del II Cerchio e giudice infernale. Le anime confessano tutti i loro peccati e Minosse indica qual è il Cerchio dove saranno destinati, attorcigliando la lunga coda intorno al corpo.

Topografia morale dell’Inferno

I Cerchi dal II al IX sono ripartiti in tre zone, dove sono puniti rispettivamente i peccati di eccesso (II-VI), di violenza (VII), di frode (VIII-IX). Tale suddivisione è tratta dalla dottrina cristiana e da Aristotele, ed è illustrata da Virgilio a Dante nel Canto XI della Cantica. I peccati vanno dal meno grave al più grave, con criterio opposto a quello del Purgatorio.
I peccatori subiscono una pena detta del «contrappasso», ovvero che ha un rapporto simbolico di analogia o contrasto col peccato commesso: così ad esempio i lussuriosi sono trascinati da una bufera infernale, come in vita lo furono dalla passione; gli indovini camminano con la testa rovesciata all’indietro, per aver voluto vedere troppo avanti quand’erano vivi; i ladri hanno le mani legate dietro la schiena da orribili serpenti, per averle usate malamente sulla Terra, e così via. Non sempre il contrappasso ha un significato chiaro e privo di ambiguità.
Molte zone dell’Inferno ospitano varie figure diaboliche, tratte dalla tradizione biblico-cristiana e da quella classica. Questi demoni sono custodi di Cerchi o Gironi, e spesso hanno un ruolo attivo nel tormentare le anime. Queste ultime (vale anche per i penitenti del Purgatorio) sono dotate di un corpo «umbratile», fatto cioè d’aria, che dà loro un aspetto umano (Dante rappresenta i dannati come nudi, con aspetto spesso stravolto) e permette di subire tormenti fisici, per volontà divina imperscrutabile.

Nei Cerchi dal II al V sono puniti i peccati di lussuria, gola, avarizia e prodigalità, ira. Il VI Cerchio corrisponde alla città di Dite, custodita da vari demoni e nella quale ci sono gli eresiarchi, fra cui gli Epicurei (è molto discusso se questo peccato sia da considerare di eccesso o di altra natura).
Il VII Cerchio è diviso in tre gironi: violenti contro il prossimo (predoni e assassini), contro se stessi (suicidi e scialacquatori), contro Dio (bestemmiatori, sodomiti e usurai). Nel primo girone scorre un fiume infernale, il Flegetonte, nel secondo c’è una selva, nel terzo un sabbione reso infuocato da una pioggia di fiamme.
Tra VII e VIII Cerchio c’è un «alto burrato», un precipizio scosceso custodito dal mostro Gerione. L’VIII Cerchio è detto Malebolge e punisce i peccatori di frode contro chi non si fida; è diviso in dieci Bolge, ciascuna delle quali destinata a una diversa schiera di peccatori.
Il IX Cerchio è detto Cocito, fiume infernale ghiacciato dove sono puniti i peccatori di frode contro chi non si fida, ovvero i traditori. Cocito è diviso in quattro zone concentriche, dette Caina (traditori dei parenti), Antenòra (traditori della patria), Tolomea (traditori degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori). Al centro di Cocito e della Terra è Lucifero, confitto nel ghiaccio e descritto come un orrendo mostro. Sbattendo le ali produce un vento gelido che forma il ghiaccio di Cocito. Uno stretto budello sotterraneo, detto «natural burella», collega il centro della Terra e il fondo dell’Inferno alla spiaggia del Purgatorio, posto agli antipodi di Gerusalemme.
Ecco uno schema riassuntivo delle varie zone infernali, con i peccati puniti, le pene, i demoni eventualmente presenti:

Vestibolo (Antinferno)
Ignavi, uomini che non si sono schierati dalla parte del bene né del male. Corrono dietroun’insegna senza significato, punti da vespe e mosconi (ci sono anche gli angeli «neutrali»,non schieratisi con Dio né con Lucifero).

I Cerchio (Limbo)
Pagani virtuosi, bambini non battezzati e «spiriti magni». Non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di veder Dio.

II Cerchio (lussuriosi)
Sono trascinati da una violenta bufera infernale. Minosse giudica i dannati ed è custode del Cerchio.

III Cerchio (golosi)
Giacciono in un fango maleodorante, colpiti da una incessante pioggia. Cerbero li rintrona coi suoi latrati e li graffia con gli artigli.

IV Cerchio (avari e prodighi)
Divisi in due opposte schiere, fanno rotolare enormi macigni in direzioni opposte, finché cozzano gli uni contro gli altri. A questo punto si rinfacciano rispettivamente la loro colpa, poi tornano indietro fino al punto opposto del Cerchio.
Il demone Pluto (Plutone) custodisce il Cerchio, ma non partecipa alla loro pena.

V Cerchio (iracondi)
Sono immersi nella palude formata dal fiume Stige, che circonda la città infernale di Dite, e si colpiscono continuamente con schiaffi, pugni, morsi (tranne gli «accidiosi», ovvero gli iracondi amari e difficili che covarono il risentimento e sono totalmente immersi nella palude).
Il demone Flegiàs è il custode del Cerchio, funge da traghettatore delle anime alla città di Dite.

VI Cerchio (eresiarchi)

Giacciono in tombe di pietra infuocate, dentro la città di Dite che è custodita da centinaia di diavoli. Tra di essi vi sono soprattutto i seguaci dell’epicureismo, che affermavano la mortalità dell’anima.

VII Cerchio (violenti)
I Girone (violenti contro il prossimo): sono immersi nel Flegetonte, fiume di sangue bollente, e sono tenuti a bada dai Centauri armati di arco e frecce.
II Girone (suicidi e scialacquatori): i primi sono imprigionati dentro gli alberi della selva e tormentati dalle Arpie; i secondi sono inseguiti da cagne nere che li azzannano e sbranano.
III Girone (bestemmiatori, sodomiti, usurai): sono in un sabbione infuocato, sotto una pioggia di fiammelle; i bestemmiatori sono sdraiati e immobili, i sodomiti camminano, gli usurai restano seduti.

VIII Cerchio (Malebolge, peccatori di frode)
I Bolgia (ruffiani e seduttori): sono frustati dai diavoli
II Bolgia (adulatori): sono immersi nello sterco
III Bolgia (simoniaci): sono conficcati dentro delle buche a testa in giù, con le piante dei piedi accese da fiammelle
IV Bolgia (indovini): camminano con la testa rivoltata all’indietro
V Bolgia (barattieri): sono immersi nella pece bollente, sorvegliati da demoni alati armati di bastoni uncinati (Malebranche)
VI Bolgia (ipocriti): camminano con indosso una cappa di piombo dorata all’esterno
VII Bolgia (ladri): hanno le mani legate dietro la schiena da serpenti e subiscono orribili metamorfosi
VIII Bolgia (consiglieri fraudolenti): sono avvolti da una fiamma
IX Bolgia (seminatori di discordie): sono tagliati e mutilati da un diavolo armato di spada
X Bolgia (falsari): i falsari di metalli sono colpiti dalla scabbia; quelli di persone si addentano tra loro; quelli di monete sono tormentati dalla sete; quelli di parole sono colpiti da febbre altissima

IX Cerchio (Cocito, traditori)

Sono imprigionati nel ghiaccio: i traditori dei parenti a capo chino, quelli della patria fino a mezza faccia col capo eretto, quelli degli ospiti col capo all’indietro (così che le lacrime si ghiaccino e chiudano loro gli occhi), quelli dei benefattori sono totalmente immersi nel ghiaccio.
Al centro di Cocito si trova Lucifero, che nelle tre bocche maciulla Bruto e Cassio (traditori di Cesare) e Giuda (traditore di Cristo).

La discesa all’Inferno come percorso morale

Dante offre dell’Inferno una rappresentazione fisica, materiale, per rendere un’idea efficace dei terribili castighi cui sono condannati i vari peccatori, e questo è il significato principale della sua discesa all’Inferno (come spiega lui stesso nella famosa Epistola XIII a Cangrande Della Scala). Il viaggio ha però anche valore allegorico, come il percorso di purificazione morale che ogni uomo deve compiere in questa vita per liberarsi dal peccato, sotto la guida della ragione rappresentata da Virgilio. In questo senso Dante compartecipa moralmente alla pena dei dannati, provando per loro una pietà che non va intesa genericamente come compassione, ma come turbamento angoscioso che provoca in lui la presa di coscienza del peccato punito e gli consente di superarlo.
Questo spiega le varie reazioni di Dante di fronte allo spettacolo della dannazione, che possono essere di profondo turbamento (ad es. di fronte a Paolo e Francesca), di ira e sdegno (verso i simoniaci), di disperazione (di fronte agli indovini). Talvolta Dante si mostra cortese e benevolo verso i dannati, come nel caso di Brunetto Latini, altre volte contribuisce egli stesso ad accrescere la loro pena, come nel caso di alcuni traditori diCocito. In ogni caso è chiara e netta la condanna verso i peccatori, conformemente allagiustizia divina, e sarebbe quindi assurdo immaginare un Dante che protesta contro l’«iniquità» di talune pene (totalmente errata, sotto questo aspetto, l’interpretazione dei critici romantici dell’episodio di Paolo e Francesca).
Le figure diaboliche che tentano invano di impedire il fatale andare di Dante, voluto da Dio in virtù di un altissimo privilegio e perciò ineluttabile, vanno interpretate come allegoria di quegli impedimenti peccaminosi che frenano l’uomo nel raggiungimento della felicità terrena, necessaria premessa per la salvezza eterna. Non a caso è sempre Virgilio, cioè la ragione, ad aiutare Dante a superare questi ostacoli, tranne nel caso dei diavoli della città di Dite per i quali è necessario l’intervento del messo celeste.

I fiumi infernali



Nell’Inferno dantesco scorrono quattro fiumi, la cui origine è descritta da Virgilio nel finale del Canto XIV, dopo l’incontro con Capaneo. Secondo Virgilio, dentro il monte Ida a Creta c’è un vecchio gigantesco, con le spalle volte all’Oriente e il viso a Roma, con la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro, il piede destro (su cui si appoggia) di terracotta. A parte il capo, tutto il suo corpo è pieno di fessure da cui gocciolano le lacrime, che, forato il terreno, scendono nell’Inferno formando Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito. L’immagine è tratta dal passo biblico (Daniele, II, 31-33) in cui re Nabucodonosor sogna un vecchio identico, che qui è probabilmente allegoria dell’Umanità decaduta nel peccato dopo l’età dell’oro, cioè l’Eden, e che è successivamente scivolata nel peccato. I due piedi di ferro e terracotta rappresentano forse l’Impero e laChiesa.

L’Acheronte è il primo fiume incontrato nella discesa, dopo il Vestibolo, e divide questo luogo dall’Inferno vero e proprio. Caronte traghetta le anime dannate sull’altra sponda con la sua barca.
Lo Stige sgorga dal IV Cerchio e discende nel V, dove si impaluda e forma una sorta di acquitrino: qui sono immersi gli iracondi e la palude è presidiata da Flegiàs, che con la sua barca ha il compito di traghettare le anime verso la città di Dite che lo Stige circonda (ma forse il demone trasporta nella palude anche gli iracondi).
Il Flegetonte è un fiume di sangue bollente, che scorre nel I Girone del VII Cerchio. Vi sono immersi i violenti contro il prossimo, in misura maggiore o minore a seconda del peccato commesso, e a sorvegliarli ci sono i Centauri, armati di arco e frecce.
Cocito è l’ultimo fiume, che si trova nel IX Cerchio dei traditori. È completamente ghiacciato dal vento prodotto dalle ali di Lucifero, che è confitto al centro di esso, ed è diviso nelle quattro zone di Caina, Antenòra, Tolomea, Giudecca.
Nella «natural burella» che collega il fondo dell’Inferno alla spiaggia del Purgatorio, è descritto un corso d’acqua che i due poeti risalgono controcorrente e che scorre quindi dal Purgatorio verso l’Inferno: è generalmente interpretato come lo «scarico» del Lete, che fa dimenticare tutti i peccati commessi dai Penitenti.

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“Letteratitudini” riapre la nuova stagione 2013/2014

novembre 11th, 2013 // 10:51 am @

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 (Matilde Maisto) – E’ previsto per sabato 16 Novembre 2013, il primo incontro della stagione 2013/2014.

Tutti pronti i componenti storici del gruppo: Giannetta Capozzi, Matilde Maisto, Felicetta Montella, Arkin Jasufi, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Raffaele Raimondo con la gentilissima signora Lella, Laura Sciorio, Marinella Viola, nonché nuovi graditissimi associati come Maria Sciorio, Rossella Botta, Maria Luisa Santonicola ed altri ospiti.

Per questo primo incontro ci lasceremo incantare dalla recitazione di Roberto Benigni nel V Canto dell’Inferno della Divina Commedia, “L’impossibile amore di Paolo e Francesca a confronto con la realtà dei giorni nostri”.

Quindi andremo a leggere di Virgilio e Dante mentre si trovano nel II cerchio dell’inferno nella bufera infernale, che è incessante, trascina le anime, le tormenta sbattendole e percuotendole, sono i dannati per i peccatori di lussuria, quei peccatori che hanno sottomesso la ragione al piacere.

A tal proposiro Dante dice: …E come i gru van cantando lor lai, faccendo in aere di sé lunga riga, così vid’io venir, traendo guai, ombre portate da la detta briga; per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle genti che l’aura nera sì gastiga…? (E come d’inverno gli stornelli sono trasportati in volo dalle loro ali, formando una larga schiera, così quel vento trasporta gli spiriti malvagi; li trascina qua e là, su e giù; non hanno alcuna speranza che li conforti, né di riposo né di una diminuzione della pena. E come le gru emettono i loro lamenti, formando in cielo una lunga riga, così vidi venire sospirando delle anime, trasportate da quella tempesta).

Tra queste anime Dante ne scorge due che lo colpiscono particolarmente e chiede di parlare con loro. E’ Francesca a parlare: “…Siede la terra dove nata fui su la marina dove ‘Po discende per aver pace co’ seguaci sui. Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense…” (La terra dove sono nata (Ravenna) sorge alla foce del Po, dove il fiume si getta in mare per trovare pace coi suoi affluenti. L’amore, che si attacca subito al cuore nobile, prese costui per il bel corpo che mi fu tolto, e il modo ancora mi danneggia. L’amore, che non consente a nessuno che sia amato di non ricambiare, mi prese per la bellezza di costui con tale forza che, come vedi, non mi abbandona neppure adesso. L’amore ci condusse alla stessa morte: Caina attende colui che ci uccise…).

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La storia di Paolo e Francesca

C’era una volta una nobile fanciulla chiamata Francesca…

Potremmo iniziare così il nostro racconto, ma non è una favola, bensì una storia vera.

Paolo e Francesca sono due personaggi realmente esistiti e non figure romantiche come Giulietta e Romeo nate dalla geniale fantasia di Shakespeare.

Francesca da Polenta era figlia di Guido Minore Signore di Ravenna e Cervia “…siede la terra dove nata fui, sulla marina dove ‘l Po discende…..” e lì viveva tranquilla e serena la sua fanciullezza , sperando che il padre le trovasse uno sposo gradevole e gentile.

Siamo nel 1275 e Guido da Polenta decise di dare la mano di sua figlia a Giovanni Malatesta (detto Giangiotto Johannes Zoctus – Giovanni zoppo) che lo aveva aiutato a cacciare i Traversari, suoi nemici. Il capostipite, Malatesta da Verucchio detto il Mastin Vecchio o il Centenario, concorda ed il matrimonio è combinato. Fu detto a Guido:

“-…voi avete male accompagnato questa vostra figliuola, ella è bella e di grande anima, ella non starà contenta di Giangiotto… Messer Guido insistette: – Se essa lo vede soltanto quando tutto è compiuto, non può far altro che accettare la situazione”.

Per evitare il possibile rifiuto da parte della giovane Francesca i potenti signori di Rimini e Ravenna tramarono l’inganno.

Mandarono a Ravenna Paolo il Bello “piacevole uomo e costumato molto”, fratello di Giangiotto. Francesca l’aveva visto “…fu una damigella di là entro, dimostrato da un pertugio d’una finestra a madonna Francesca, dicendole – madonna, quegli è colui che dee esser vostro marito – e così si credea la buona femmina, di che madonna Francesca incontamente in lui pose l’anima e l’amor suo…”

Francesca accettò con gioia ed il giorno delle nozze, senza dubbio alcuno, pronunciò felice il suo “sì” senza sapere che Paolo la sposava “artificiosamente” per procura ossia a nome e per conto del fratello Giangiotto. “…non s’avvide prima dell’inganno, che essa vide la mattina seguente al dì delle nozze levare da lato a sè Giangiotto…” Pensate alla sua disperazione!

Ma ben presto si rassegnò, ebbe una figlia che chiamò Concordia, come la suocera, e cercava di allietare come poteva le sue tristi giornate. Paolo, che aveva possedimenti nei pressi di Gradara, sovente faceva visita alla cognata e forse si rammaricava di essersi prestato all’inganno!

Uno dei fratelli, Malatestino dell’Occhio, così chiamato perchè aveva un occhio solo “ma da quell’uno vedeva fin troppo bene”, spiando, s’accorse degli incontri segreti tra Paolo e Francesca.

Ed eccoci all’epilogo della nostra storia: un giorno del settembre 1289, Paolo passò per una delle sue solite visite e qualcuno (forse Malatestino “quel traditor”) avvisò Giangiotto.

Quest’ultimo che ogni mattina partiva per Pesaro ad espletare la sua carica di Podestà, che per maggior equanimità non doveva avere appresso la famiglia, per far ritorno a tarda sera, finse di partire ma rientrò da un passaggio segreto e …mentre leggevano estasiati la storia di Lancillotto e Ginevra, “come amor li strinse” si diedero un casto bacio (questo è quello che Dante fa dire a Francesca!) proprio in quell’istante Giangiotto aprì la porta e li sorprese. Accecato dalla gelosia estrasse la spada, Paolo cercò di salvarsi passando dalla botola che si trovava vicino alla porta ma, si dice, che il vestito gli si impigliasse in un chiodo, dovette tornare indietro e, mentre Giangiotto lo stava per passare a fil di spada, Francesca gli si parò dinnanzi per salvarlo ma…Giangiotto li finì entrambi.

Dante mette gli sventurati amanti all’inferno perchè macchiati di un peccato gravissimo, ma li fa vagare assieme: oltre la pena, che non abbiano anche quella della solitudine eterna. “…io venni men così com’io morisse; e caddi come corpo morto cade”.

Gli sventurati amanti vengono così immortalati da Dante nella Divina Commedia – V canto dell’Inferno.

Nel corso dei secoli poeti, musicisti, letterati, pittori e scultori si sono ispirati alla tragedia di Paolo e Francesca (da Pellico a D’Annunzio, da Zandonai a Scheffer, ecc.) ed ancor oggi la loro storia d’amore, avvolta in un alone di mistero, affascina migliaia di persone.

Ebbene anche il gruppo di “Letteratitudini” è rimasta affascinata da questa storia e ne farà una serata di argomentazioni, raffrontandola con la realtà dei giorni nostri.

 

 

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Cancello ed Arnone: “Letteratitudini” ha discusso di “Delitto e castigo”

marzo 28th, 2013 // 1:24 pm @

Il “gruppo di lettura” impegnato sulle pagine del grande Dostoevskij – Relatrice della serata la prof.ssa Laura Sciorio
CANCELLO ED ARNONE – Autore potente, Fedor Michailovic Dostoevskij (1821-1881); tormentatissima l’opera, “Delitto e castigo”. Intorno a questi due pilastri s’è ritrovato il “gruppo” Letteratitudini , sabato 23 marzo, nel “salotto buono” della coordinatrice/scrittrice Tilde Maisto.
L’ormai consolidato “team di lettura” si è avvalso del contributo introduttivo della relatrice Laura Sciorio per riflettere e discutere sulla complessa vicenda che vede protagonista, nel romanzo, il tormentato studente pietroburghese Rodion Romanovic Raskol’nikov colpevole dell’assassinio, premeditato, d’una vecchia usuraia e della contestuale imprevista uccisione della mite e più giovane sorella di lei.
Sul filo della narrazione di Dostoevskij, i partecipanti si sono comunque soffermati, fra incredulità ed umana pietà, intorno alla trama delle atroci conseguenze emotive, mentali e fisiche, che il delitto scatenò nell’esistenza di Raskol’nikov, sviluppando un crescendo di osservazioni tendenti a far luce appunto sulla tremenda angoscia dell’assassino determinata dagli assillanti rimorsi e sul logorio nervoso che lo fiaccava anche per aver deciso di conservare ad oltranza il segreto del delitto.
Perciò ai lettori è apparso “liberante” l’inatteso incontro del protagonista con la giovane Sonja, incrollabile credente malgrado la prostituzione cui era costretta per procacciar da vivere alla tisica matrigna ed ai fratellastri. Un personaggio straordinario, Sonja, che compie il miracolo di riaccendere nell’animo di Raskol’nikov speranza e fede in Dio, dunque le energie che finalmente lo indussero a confessare il delitto e a sopportare la pena in Siberia dove ella stessa, per autentica donazione d’amore, lo seguì.
Eppure non fu la condanna al “campo di lavoro” il vero castigo per il reo confesso, bensì il tormento che lo aveva aggredito fin dal compimento del “femminicidio” e che incessantemente lo affliggeva: un travaglio misto alla più cupa paranoia e sfociato nella desolante convinzione di non essere stato all’altezza di un gesto che, alla vigilia, gli pareva degno di un “superuomo” capace di trasformare il male in bene.
Nel prossimo mese di aprile, in data ancora da definire, proseguirà il cammino di Letteratitudini esclusivamente proiettato quest’anno alla riscoperta di grandi autori stranieri. E “sarà di scena” Moliere, al secolo Jean-Baptiste Poquelin – un genio del teatro di tutti i tempi -, che spingerà il “gruppo” a riesplorare per una serata il mondo del XVII secolo, ripercorrendo la dura critica del commediografo-attore francese alla morale del suo tempo e specialmente la sottile satira che riservò ai medici, sicché la lettura non potrà che privilegiare “Il malato immaginario”, un capolavoro che continua ancora oggi a divertire ed ammonire il pubblico soprattutto quando sul palcoscenico si esprime il talento dei grandi attori.

Raffaele Raimondo
cronista free lance

MATERIALE “LETTERATITUDINI”

Fëdor Michajlovic Dostoevskij
Delitto e castigo

Delitto e castigo è un romanzo pubblicato nel 1866 dallo scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Insieme a Guerra e pace di Lev Tolstoj, questo libro fa parte dei romanzi russi più famosi ed influenti di tutti i tempi. Esso esprime i punti di vista religiosi ed esistenzialisti di Dostoevskij, con una focalizzazione predominante sul tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza.
Il titolo Преступление и наказание in italiano significa Il delitto e la pena, e dipende dal trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, testo conosciuto in Russia in quanto era stato tradotto nel 1803. Nella prima versione italiana (1889) l’ignoto traduttore diede il titolo Il delitto e il castigo, questo perché lo aveva tradotto dal francese. Nella sua versione del 1884 Victor Derély aveva scelto come titolo Le crime et le châtiment, il termine châtiment in italiano può essere tradotto solo con la parola castigo.
Struttura: Il romanzo è diviso in sei parti con un epilogo. Ogni parte contiene fra i cinque e gli otto capitoli, mentre l’epilogo ne ha due. L’intero romanzo è scritto in terza persona al passato da una prospettiva non onnisciente, perlopiù dal punto di vista del protagonista, Raskol’nikov, sebbene si sposti brevemente su altri personaggi, come Dunja, Svidrigajlov e Sonja, durante la narrazione.
Trama: Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto a Pietroburgo, nel corso di un’afosa estate. L’epilogo invece si svolge nella prigione-fortezza di una località non espressamente nominata, sulle rive del fiume Irtyš (fiume del bassopiano della Siberia occidentale). Dovrebbe trattarsi di Omsk, ove era presente una struttura per lavori forzati, conosciuta bene da Dostoevskij per avervi scontato egli stesso una condanna.
Il romanzo ha il suo evento chiave in un duplice omicidio dettato dall’ostilità sociale: quello premeditato di un’avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L’autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, un indigente studente pietroburghese chiamato Rodion Romanovič Raskol’nikov, e il romanzo narra la preparazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, mentali e fisici che ne seguono.
Dopo essersi ammalato di “febbre cerebrale” ed essere stato costretto a letto per giorni, Raskol’nikov viene sopraffatto da una cupa angoscia, frutto di rimorsi, pentimenti, tormenti intellettuali e soprattutto la tremenda condizione di solitudine in cui l’aveva gettato il segreto del delitto; presto subentra anche la paura di essere scoperto, che logora sempre di più i già provati nervi del giovane: troppo gravoso per lui è sostenere il peso dell’atto scellerato. Fondamentale sarà l’inaspettato incontro con una povera giovane, Sonja, un’anima pura e pervasa di una fede sincera e profonda, costretta però a prostituirsi per mantenere la matrigna tisica e i fratellastri. La giovane offre alla solitudine del nichilismo di Raskol’nikov la speranza e la carità della fede in Dio. Questo incontro sarà determinante per indurlo a costituirsi e ad accettare la pena. Ma il vero riscatto avverrà per l’amore di Sonja che lo seguirà anche in Siberia.
Il delitto era stato compiuto: non era stata la Siberia il castigo, ma la desolazione emotiva e le sue peripezie per arrivare infine, grazie a Sonja, alla confessione.
Oltre al destino di Raskol’nikov, il romanzo, con la sua lunga e varia lista di personaggi, tratta di temi comprendenti la carità, la vita familiare, l’ateismo e l’attività rivoluzionaria, con la pesante critica che Dostoevskij muove contro la società russa coeva. Sebbene rifiutasse il socialismo, il romanzo sembra criticare anche il capitalismo che si stava facendo strada nella Russia di quel tempo.
Raskol’nikov reputa di essere un “superuomo” e che avrebbe potuto commettere in modo giustificato un’azione spregevole — l’uccisione della vecchia usuraia — se ciò gli avesse portato la capacità di operare dell’altro bene, più grande, con quell’azione. In tutto il libro vi sono esempi di ciò: menziona Napoleone molte volte, pensando che, per tutto il sangue che versava, faceva del bene. Raskol’nikov pensa di poter trascendere questo limite morale uccidendo l’usuraia, guadagnando i suoi soldi, ed usandoli per fare del bene. Sostiene che se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere un uomo, o addirittura un centinaio di uomini, per illuminare l’umanità con le loro leggi e le loro idee, ne sarebbe valsa la pena.
Il vero castigo di Raskol’nikov non è il campo di lavoro a cui è condannato, ma il tormento che sopporta attraverso tutto il romanzo. Questo tormento si manifesta nella suddetta paranoia, come anche nella sua progressiva convinzione di non essere un “superuomo”, poiché non ha saputo essere all’altezza di ciò che ha fatto.
Personaggi:
Rodion Romanovič Raskol’nikov o Rodiòn Romanyč Raskòl’nikov, chiamato anche Rodja e Rodka, è il protagonista dalla cui prospettiva, fondamentalmente, la storia è raccontata. Al lettore è detto che ha ventitré anni, che è un ex studente di legge, che ora ha abbandonato gli studi e vive in povertà in un appartamento minuscolo all’ultimo piano nei bassifondi di San Pietroburgo. Non è riferita l’origine della sua famiglia, ma diversi particolari nel racconto portano ad attribuirle un’origine propriamente dell’aristocrazia rurale Russa
A dispetto del titolo, il romanzo non tratta del delitto e del suo castigo formale, ma il conflitto interno di Raskol’nikov e la debole giustificazione delle sue azioni. In merito a ciò, va ricordato che il titolo italiano del capolavoro dostoevskiano risente pesantemente dell’influsso del Francese: il termine châtiment, che in italiano equivale a “castigo”, non ha valenza giuridica. Tuttavia al termine russo nakazanie del titolo originale, lo stesso Dostoevskij aveva attribuito l’accezione di “pena”. Ciò traspare da una sua lettera al direttore della rivista Russkij Vestnik (Il Messaggero Russo):
« Nel mio romanzo vi è inoltre un’allusione all’idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede. »
Il titolo originale allude pertanto all’inizio del cammino di Raskol’nikov, la “pena” in termini di castigo morale, cui seguono il riconoscimento della colpa commessa, il pentimento ed il rinnovamento spirituale. Tuttavia, si è mantenuto il titolo (da ritenersi quindi erroneo) Delitto e castigo per una sorta di tradizione traduttiva.
Il suo odio interiore lo porta a istanti di atroce disperazione con manifestazioni psicosomatiche (svenimenti, sonno prolungato, ..), aggravate probabilmente dallo stato di malnutrizione, e neurologiche (attacchi di panico, deliri) alternate a momenti di calma apparente. Proprio la vivida rappresentazione dello stato psicofisico del giovane è uno dei punti di forza del romanzo.
Commette l’omicidio nella convinzione di essere abbastanza forte per affrontarlo, di essere un Napoleone, ma la sua paranoia e la sua colpa lo inabissano presto. Solo nell’epilogo si realizza il suo castigo formale, dopo che ha deciso di confessare e porre termine alla sua alienazione. Il suo nome deriva dalla parola russa raskolnik, cioè “scismatico” o “diviso”, un’allusione alla separazione autoimposta di Raskol’nikov dalla società russa, come anche alla sua personalità spaccata e al suo stato emotivo costantemente mutevole.
Sof’ja Semënovna Marmeladova
Sof’ja Semënovna Marmeladova, chiamata anche Sonja e Sonečka, è la figlia di un ubriacone, Semën Zakharovič Marmeladov, che Raskol’nikov incontra in una bettola all’inizio del romanzo. Alla morte di Semën, Raskol’nikov manifesta d’impulso generosità verso la sua poverissima famiglia. Sonja quindi lo cerca e lo va a ringraziare e, in quell’occasione, i due personaggi si conoscono per la prima volta. Lei è stata condotta alla prostituzione dalle abitudini di suo padre, ma si mantiene ancora fortemente religiosa. La sua persona è associata da Dostoevskij al Vangelo, che egli cita nel romanzo solo due volte: in occasione del suo primo colloquio personale con Raskol’nikov e subito dopo il suo colloquio finale e decisivo, sempre con Raskol’nikov, nell’epilogo del romanzo; in altri termini la sua presenza nel romanzo si apre e chiude simbolicamente con il Vangelo.
Raskol’nikov si ritrova attratto da lei a tal punto che ella diventa la prima persona a cui confessa il suo delitto. Lei lo sostiene anche se una delle due vittime, la merciaia Lizaveta, era sua amica; lo incoraggia a diventare credente ed a confessare. Raskol’nikov lo fa quando ormai il colpevole era stato individuato in altri, e, dopo la sua confessione, Sonja lo segue in Siberia dove vive nella stessa città della prigione. Qui ella si crea un’occupazione come sarta e si rende anche utile ai detenuti che l’amano sinceramente. È anche qui che Raskol’nikov comincia la sua rinascita spirituale, quando finalmente comprende e accetta di amarla.
Altri personaggi:
• Porfirij Petrovič: Giudice istruttore (35 anni) incaricato di risolvere gli assassinî di Raskol’nikov, che, insieme a Sonja, guida Raskol’nikov verso la confessione. Nonostante la mancanza di prove, è sicuro, dopo diverse conversazioni con lui, che Raskol’nikov sia l’omicida, ma gli dà la possibilità di confessare spontaneamente. Da un punto di vista “giallistico” (perché il romanzo si può prestare anche a questo livello di lettura) questo personaggio, ben lontano dall’implacabilità persecutoria del Javert dei Miserabili, ma molto sicuro di sé (certamente più di quanto il suo understatement lascia sospettare) può essere considerato l’archetipo del Tenente Colombo. Usa con abilità diabolica la diversione, la dissimulazione, la sua stessa contraddizione e il sottinteso, e sa porsi all’altezza dell’intelligenza del protagonista.
• Avdotja Romanovna Raskolnikova: sorella di Raskol’nikov, chiamata anche Dunja e, con diminutivo, Dúnečka. Oltre a essere un personaggio di elevato valore morale, è descritta come molto bella. Progetta di sposare il ricco, sebbene moralmente depravato, Lužin per salvare la famiglia dalla miseria finanziaria. È seguita a San Pietroburgo dal turbato Svidrigajlov, che cerca di riguadagnarla con ricatti. Lei respinge entrambi gli uomini a favore del leale amico di Raskol’nikov, Razumikhin. In seguito sposerà Razumikhin, e Svidrigajlov, respinto, si suiciderà.
• Arkadij Ivanovič Svidrigajlov: ricco e villano ex-datore di lavoro e, in quella veste, autore di molestie nei confronti di Avdotja Romanovna. Successivamente pretendente della stessa Dunja e perciò rivale di Lužin. È sospettato di multiple azioni omicide e di pedofilia. Origlia la confessione di Raskol’nikov a Sonja. Con le informazioni così acquisite tormenta sia Dunja sia Raskol’nikov, ma non informa la polizia. Quando Dunja gli dice che non potrebbe mai amarlo (dopo aver tentato di sparargli) la lascia andare e si suicida, sempre nel più profondo amore per Dunja: lo dimostra il fatto che esso scrive su un biglietto la sua scelta di farla finita ordinando di non accusare nessuno (perché l’arma con la quale si spara è di Dunja). Nonostante la sua apparente malevolenza, Svidrigajlov è simile a Raskol’nikov per i suoi casuali atti di carità. Si sobbarca le spese affinché i figli dei Marmeladov entrino in un orfanotrofio (dopo che entrambi i loro genitori sono morti) e lascia i soldi rimanenti alla sua piuttosto giovane fidanzata.
• Marfa Petrovna Svidrigàjlova: moglie di Svidrigajlov, più anziana di questi di cinque anni e più benestante per nascita. È lontanamente parente di Lužin. È indotta da un equivoco a cacciare Dunja dalla sua casa, presso la quale dimora e lavora, credendo che ella, vittima delle molestie di Svidrigajlov, lo provochi invece con il suo comportamento. Ricredendosi, successivamente le chiede scusa e la riabilita agli occhi della comunità. Muore dopo esser stata picchiata dal marito nel corso di un litigio, ma a causa di sincope digestiva. Svidrigajlov riferisce che Marfa Petrovna ha lasciato per testamento 3.000 rubli a Dunja. Racconta inoltre che il fantasma di Marfa Petrovna gli sarebbe comparso tre volte.
• Dmitrij Prokofevič Vrazumichin: chiamato da tutti Razumichin, è il leale, benevolo ed unico amico di Raskol’nikov. Anch’egli è un ex studente. È un ragazzone buono, ingenuo e un po’ timido. Raskol’nikov più volte affida la cura della sua famiglia a Razumikhin, che non viene meno alla sua parola. Aiuta molto anche in tribunale Raskol’nikov alleviando la sua pena che è di soli 8 anni. Alla fine lui e Dunja si sposeranno.
• Katerina Ivanovna Marmeladova: moglie di Semën Marmeladov, malata di tisi e irascibile. Dopo la morte di Marmeladov impazzisce e muore anch’ella poco dopo.
• Semën Zakharovič Marmeladov: ubriacone senza speranza ma affabile, che si compiace del proprio dolore, e padre di Sonja. Nella taverna informa Raskol’nikov della sua situazione familiare e, quando viene investito da una carrozza, Raskol’nikov dà alla sua famiglia ciò che rimane dei suoi soldi (non molto) per aiutare nelle spese funerarie. Marmeladov può essere visto come l’equivalente russo del personaggio di Micawber nel romanzo di Charles Dickens, David Copperfield.
• Pulkherija Aleksandrovna Raskolnikova: madre relativamente ingenua e speranzosa di Raskol’nikov. Lo informa del progetto di sua sorella di sposare Lužin. Ama, e come lei anche la figlia, in modo smisurato il figlio Rodja a tal punto che esso sin dal’inizio del romanzo ne risulta oppresso, incapace di giustificare tale forte sentimento.
• Pëtr Petrovič Lužin: uomo meschino e pieno di sé. Ha 45 anni ed esercita la professione di avvocato, è benestante ed elegante. Ha della moglie l’idea di un’ammiratrice privata e vorrebbe sposare Dunja per sentirsi un benefattore, suo e di sua madre, e con la conseguenza che lei gli sia completamente asservita. È fatto oggetto, sin dal loro primo incontro, della disistima di Raskol’nikov, che peraltro questi aveva già concepito in precedenza, leggendo la presentazione che la madre gliene aveva fatto per lettera. Lužin, offeso, si inasprisce verso di lui. In esito ad un drammatico colloquio, viene cacciato da Dunja e dalla sua famiglia. Dopo aver tentato di incriminare Sonja di furto, parte da San Pietroburgo svergognato. Rappresenta una sorta di credo materialista che trovava espressione, in Russia, nella teoria dell'”egoismo razionale” (Černyševskij).
• Andrej Semënovič Lebezjatnikov: il compagno di stanza radicalmente socialista di Lužin. Questi lo nomina, la prima volta, come suo giovane amico che però poi testimonia il suo tentativo di incriminare Sonja e successivamente lo smaschera.
• Alëna Ivanovna: vecchia, avida e sgradevole usuraia. È l’obiettivo intenzionale di Raskol’nikov per l’omicidio.
• Lizaveta Ivanovna: la semplice, innocente, sorella di Alëna, che arriva in casa della sorella durante l’assassinio ad opera di Raskol’nikov, e viene quindi, subito dopo, uccisa anch’ella. Era merciaia e amica di Sonja.
• Zosimov: benestante amico ventisettenne di Razumichin e dottore alle prime armi, che si prende cura di Raskol’nikov.
• Nastasja Petrovna: serva della padrona di Raskol’nikov e fedele e silenziosa presenza amica per Raskol’nikov.
• Nikodím Fomíč: commissario di quartiere, persona gentile. Conosce Raskol’nikov al commissariato, in occasione di una convocazione di quest’ultimo per una cambiale scaduta e lo rivede per caso a casa di Marmeladov, quando questi era da poco spirato.
• Il’ja Petrovič: un tenente di polizia rozzo e insolente.
• Aleksandr Grigorievič Zamëtov: alto impiegato alla stazione di polizia, corrotto ma amico di Razumichin. Raskol’nikov desta attivamente in Zamëtov sospetti sul suo stesso conto. Ciò lo fa, paradossalmente, spiegandogli come lui, Raskol’nikov, avrebbe agito per dissimulare i suoi stati d’animo e per allontanare da sé i sospetti se avesse compiuto alcuni crimini. Questa scena illustra l’argomentazione della convinzione di Raskol’nikov della sua superiorità come superuomo.
• Nikolaj Dementev: un imbianchino che ammette di essere colpevole del delitto.
• Polina Mikhailovna Marmeladova: figlia di 10 anni di Semën Zakharovič Marmeladov e sorella minore di Sonja, alle volte chiamata Polenka.
Analisi
Il comportamento di Raskol’nikov durante tutto il libro si può anche trovare in altre opere di Dostoevskij, come Memorie dal sottosuolo e I fratelli Karamazov (il suo comportamento è assai analogo a quello di Ivan Karamazov ne I fratelli Karamazov). Crea sofferenza per sé stesso uccidendo la prestatrice di denaro e vivendo in modo indigente. Razumihin si trova nella stessa situazione di Raskol’nikov e vive molto meglio, e quando Razumihin si offre di trovargli un lavoro, Raskol’nikov rifiuta; confessa alla polizia di essere l’assassino, sebbene non ve ne sia evidenza. Cerca costantemente di raggiungere e definire i confini di ciò che può e non può fare (durante tutto il libro misura la sua propria paura, e cerca mentalmente di dissuadersene), e la sua depravazione (con riferimento alla sua irrazionalità e paranoia) è comunemente interpretata come un’affermazione di sé stesso come una coscienza trascendente ed un rifiuto della razionalità e della ragione. Questo è un tema comune nell’esistenzialismo; piuttosto interessante è anche che Friedrich Nietzsche, ne Il crepuscolo degli idoli, elogiò gli scritti di Dostoevskij nonostante il teismo presente in essi: “Dostoevskij, l’unico psicologo, peraltro, da cui ebbi mai qualcosa da imparare; lui è uno degli accidenti più felici della mia vita, persino più della scoperta di Stendhal”. Walter Kaufmann riteneva che le opere di Dostoevskij fossero state l’ispirazione per La metamorfosi di Franz Kafka. Raskol’nikov crede che solo dopo aver definito la morale e la legge uccidendo qualcuno lui possa essere uno dei migliori, come Napoleone. Nel romanzo infatti le ragioni dell’omicidio sono solo superficialmente economiche. Raskol’nikov lascia la maggior parte dei soldi nella casa della strozzina sua vittima. Le ragioni dell’omicidio vanno dunque ricercate nella morale che giustifica l’affermazione individuale attraverso il diritto sulla vita altrui.
Il romanzo contiene diversi rimandi a storie del Nuovo Testamento, compresa quella di Lazzaro, la cui morte e rinascita sono parallele alla morte e rinascita spirituale di Raskol’nikov; e dell’Apocalisse, rispecchiata in un sogno che Raskol’nikov fa su una piaga asiatica che diventa un’epidemia mondiale. Peraltro il Vangelo è espressamente richiamato nel romanzo solamente due volte: una prima volta, quando il protagonista si fa leggere da Sònja il passo della resurrezione di Lazzaro dall’undicesimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, e una seconda volta, proprio nelle ultime righe del romanzo, quando Raskol’nikov, ormai in penitenziario, si ritrova il Vangelo di Sònja sotto il cuscino ove lo aveva riposto.
Analisi di Pasolini
Pier Paolo Pasolini nella sua analisi di quest’opera sostiene che Raskol’nikov sia vittima di una passione infantile edipica, egli è turbato dall’amore della madre e della sorella, “le cui conseguenze sono quelle ben note: la sessuofobia, la freddezza sessuale e il sadismo”. Nel corso dell’opera Raskol’nikov sembra innamorarsi di una giovane ragazza malata di tifo, brutta e smunta; in quest’amore però non trova mai spazio la sessualità. A tutto ciò si aggiungono gli obblighi che il giovane ha verso la propria famiglia che lo mantiene negli studi nella capitale e per cui compie enormi sacrifici. Raskol’nikov si trova così imprigionato in un “incubo kafkiano”, l’unica cosa che può fare è trovare delle giustificazioni e elaborare teorie su quel destino da cui non può sottrarsi. Così un giorno dall’esterno, dall’alto, giunge l’idea di uccidere l’usuraia, rappresentazione della madre: entrambe le donne infatti rappresentano gli obblighi umilianti a cui il protagonista è sottoposto. Inoltre nelle sue azioni si riconosce un piano ben delineato, l’assassino giunge di proposito in ritardo nell’appartamento e lascia la porta aperta per poter così uccidere anche la sorella dell’usuraia, soffocando i due lati dell’amore per lui: quello tenero e quello violento. Tuttavia questa uccisione simbolica rappresenta un fallimento, poiché la famiglia del ragazzo giunge nella capitale come in una sorta di resurrezione, è tutto da ricominciare, ma oramai il protagonista si muove per inerzia, in balia degli eventi, ed intraprende la sua “via crucis” verso la fine. In questo cammino egli incontra Sof’ja “a cui confessa per sadismo la propria colpa”. Tuttavia alla fine del romanzo avviene la morte della madre, apparentemente anagrafica, ma che causa nel protagonista una vera e propria conversione: tutto a un tratto Raskol’nikov si accorge di amare la ragazza, e cessa qualsiasi forma di tortura psicologica che usava sulla ragazza per torturare sé stesso. Secondo Pasolini l’autore oltre ad aver aperto la strada a Nietzsche (Articolo del superuomo) e a Kafka (Se eliminata la descrizione dell’assassinio il libro diventa un enorme processo), anticipa anche la futura psicoanalisi di Freud.
Salvezza attraverso la sofferenza
Delitto e castigo illustra il tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza, una caratteristica comune nell’opera di Dostoevskij. Questa è l’idea (precipuamente cristiana) che l’atto del soffrire ha un effetto purificatore sullo spirito umano, che gli rende accessibile la salvezza in Dio. Un personaggio che personifica questo tema è Sof’ja, che mantiene abbastanza fede per guidare e sostenere Raskol’nikov nonostante la sua immensa sofferenza. Benché possa sembrare macabra, è una idea relativamente ottimistica nel regno della morale cristiana. Ad esempio, persino Svidrigailov, in origine malevolo, riesce a compiere atti di carità seguendo la sofferenza indotta dal completo rigetto di Dunja. Dostoevskij si mantiene fedele all’idea che la salvezza è un’opzione possibile per tutti, persino per coloro che hanno peccato gravemente. È il riconoscimento di questo fatto che porta Raskol’nikov alla confessione. Sebbene Dunja non avrebbe mai potuto amare Svidrigailov, Sonja ama Raskol’nikov e esemplifica i tratti dell’ideale perdono cristiano, permettendo a Raskol’nikov di confrontarsi con il suo delitto e di accettare il suo castigo.
Esistenzialismo cristiano
Un’idea centrale dell’esistenzialismo cristiano è la definizione dei limiti morali dell’azione umana entro un mondo governato da Dio. Raskol’nikov esamina i limiti costituiti e decide che un atto manifestamente immorale è giustificabile a condizione che porti a qualcosa di incredibilmente grandioso. Tuttavia, Dostoevskij si dirige contro questo pensiero ambizioso facendo sgretolare e fallire Raskol’nikov nelle conseguenze del suo delitto.
Ricapitolando quindi:
Raskol’nikov principale personaggio di questo romanzo, è un giovane studente. È un essere dotato di notevoli forze intellettuali e morali che il suo amico Razumikhin descrive così: «Cupo, triste, arrogante e fiero; negli ultimi tempi e forse anche prima, facilmente impressionabile ed ipocondriaco. In fondo generoso e buono. Non ama esprimere le sue sensazioni. Terribilmente chiuso. Tutto lo annoia; rimane lungamente disteso senza nulla fare; non si interessa a nulla di ciò che interessa gli altri. ha un’alta opinione di sé stesso, ed apparentemente non senza ragione… »

Cancello ed Arnone: "Letteratitudini" ha discusso di "Delitto e castigo"
Il “gruppo di lettura” impegnato sulle pagine del grande Dostoevskij - Relatrice della serata la prof.ssa Laura Sciorio
CANCELLO ED ARNONE – Autore potente, Fedor Michailovic Dostoevskij (1821-1881); tormentatissima l’opera, “Delitto e castigo”. Intorno a questi due pilastri s’è ritrovato il “gruppo” Letteratitudini , sabato 23 marzo, nel “salotto buono” della coordinatrice/scrittrice Tilde Maisto.
L’ormai consolidato “team di lettura” si è avvalso del contributo introduttivo della relatrice Laura Sciorio per riflettere e discutere sulla complessa vicenda che vede protagonista, nel romanzo, il tormentato studente pietroburghese Rodion Romanovic Raskol’nikov colpevole dell’assassinio, premeditato, d’una vecchia usuraia e della contestuale imprevista uccisione della mite e più giovane sorella di lei.
Sul filo della narrazione di Dostoevskij, i partecipanti si sono comunque soffermati, fra incredulità ed umana pietà, intorno alla trama delle atroci conseguenze emotive, mentali e fisiche, che il delitto scatenò nell’esistenza di Raskol’nikov, sviluppando un crescendo di osservazioni tendenti a far luce appunto sulla tremenda angoscia dell’assassino determinata dagli assillanti rimorsi e sul logorio nervoso che lo fiaccava anche per aver deciso di conservare ad oltranza il segreto del delitto.
Perciò ai lettori è apparso “liberante” l’inatteso incontro del protagonista con la giovane Sonja, incrollabile credente malgrado la prostituzione cui era costretta per procacciar da vivere alla tisica matrigna ed ai fratellastri. Un personaggio straordinario, Sonja, che  compie il miracolo di riaccendere nell’animo di Raskol’nikov speranza e fede in Dio, dunque le energie che finalmente lo indussero a confessare il delitto e a sopportare la pena in Siberia dove ella stessa, per autentica donazione d’amore, lo seguì.
Eppure non fu la condanna al “campo di lavoro” il vero castigo per il reo confesso, bensì il tormento che lo aveva aggredito fin dal compimento del “femminicidio” e che incessantemente lo affliggeva: un travaglio misto alla più cupa paranoia e sfociato nella desolante convinzione di non essere stato all’altezza di un gesto che, alla vigilia, gli pareva degno di un “superuomo” capace di trasformare il male in bene.
Nel prossimo mese di aprile, in data ancora da definire, proseguirà il cammino di Letteratitudini esclusivamente proiettato quest’anno alla riscoperta di grandi autori stranieri. E “sarà di scena” Moliere, al secolo Jean-Baptiste Poquelin - un genio del teatro di tutti i tempi -, che spingerà il “gruppo” a riesplorare per una serata il mondo del XVII secolo, ripercorrendo la dura critica del commediografo-attore francese alla morale del suo tempo e specialmente la sottile satira che riservò ai medici, sicché la lettura non potrà che privilegiare “Il malato immaginario”, un capolavoro che continua ancora oggi a divertire ed ammonire il pubblico soprattutto quando sul palcoscenico si esprime il talento dei grandi attori.

Raffaele Raimondo
cronista free lance

MATERIALE "LETTERATITUDINI"

Fëdor Michajlovic Dostoevskij
Delitto e castigo

Delitto e castigo è un romanzo pubblicato nel 1866 dallo scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Insieme a Guerra e pace di Lev Tolstoj, questo libro fa parte dei romanzi russi più famosi ed influenti di tutti i tempi. Esso esprime i punti di vista religiosi ed esistenzialisti di Dostoevskij, con una focalizzazione predominante sul tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza.
Il titolo Преступление и наказание in italiano significa Il delitto e la pena, e dipende dal trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, testo conosciuto in Russia in quanto era stato tradotto nel 1803. Nella prima versione italiana (1889) l'ignoto traduttore diede il titolo Il delitto e il castigo, questo perché lo aveva tradotto dal francese. Nella sua versione del 1884 Victor Derély aveva scelto come titolo Le crime et le châtiment, il termine châtiment in italiano può essere tradotto solo con la parola castigo.
Struttura: Il romanzo è diviso in sei parti con un epilogo. Ogni parte contiene fra i cinque e gli otto capitoli, mentre l'epilogo ne ha due. L'intero romanzo è scritto in terza persona al passato da una prospettiva non onnisciente, perlopiù dal punto di vista del protagonista, Raskol'nikov, sebbene si sposti brevemente su altri personaggi, come Dunja, Svidrigajlov e Sonja, durante la narrazione.
Trama: Lo svolgimento dei fatti è quasi tutto a Pietroburgo, nel corso di un'afosa estate. L'epilogo invece si svolge nella prigione-fortezza di una località non espressamente nominata, sulle rive del fiume Irtyš (fiume del bassopiano della Siberia occidentale). Dovrebbe trattarsi di Omsk, ove era presente una struttura per lavori forzati, conosciuta bene da Dostoevskij per avervi scontato egli stesso una condanna.
Il romanzo ha il suo evento chiave in un duplice omicidio dettato dall'ostilità sociale: quello premeditato di un'avida vecchia usuraia e quello imprevisto della sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto. L'autore delle uccisioni è il protagonista del romanzo, un indigente studente pietroburghese chiamato Rodion Romanovič Raskol'nikov, e il romanzo narra la preparazione dell'omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, mentali e fisici che ne seguono.
Dopo essersi ammalato di "febbre cerebrale" ed essere stato costretto a letto per giorni, Raskol'nikov viene sopraffatto da una cupa angoscia, frutto di rimorsi, pentimenti, tormenti intellettuali e soprattutto la tremenda condizione di solitudine in cui l'aveva gettato il segreto del delitto; presto subentra anche la paura di essere scoperto, che logora sempre di più i già provati nervi del giovane: troppo gravoso per lui è sostenere il peso dell'atto scellerato. Fondamentale sarà l'inaspettato incontro con una povera giovane, Sonja, un'anima pura e pervasa di una fede sincera e profonda, costretta però a prostituirsi per mantenere la matrigna tisica e i fratellastri. La giovane offre alla solitudine del nichilismo di Raskol'nikov la speranza e la carità della fede in Dio. Questo incontro sarà determinante per indurlo a costituirsi e ad accettare la pena. Ma il vero riscatto avverrà per l'amore di Sonja che lo seguirà anche in Siberia.
Il delitto era stato compiuto: non era stata la Siberia il castigo, ma la desolazione emotiva e le sue peripezie per arrivare infine, grazie a Sonja, alla confessione.
Oltre al destino di Raskol'nikov, il romanzo, con la sua lunga e varia lista di personaggi, tratta di temi comprendenti la carità, la vita familiare, l'ateismo e l'attività rivoluzionaria, con la pesante critica che Dostoevskij muove contro la società russa coeva. Sebbene rifiutasse il socialismo, il romanzo sembra criticare anche il capitalismo che si stava facendo strada nella Russia di quel tempo.
Raskol'nikov reputa di essere un "superuomo" e che avrebbe potuto commettere in modo giustificato un'azione spregevole — l'uccisione della vecchia usuraia — se ciò gli avesse portato la capacità di operare dell'altro bene, più grande, con quell'azione. In tutto il libro vi sono esempi di ciò: menziona Napoleone molte volte, pensando che, per tutto il sangue che versava, faceva del bene. Raskol'nikov pensa di poter trascendere questo limite morale uccidendo l'usuraia, guadagnando i suoi soldi, ed usandoli per fare del bene. Sostiene che se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere un uomo, o addirittura un centinaio di uomini, per illuminare l'umanità con le loro leggi e le loro idee, ne sarebbe valsa la pena.
Il vero castigo di Raskol'nikov non è il campo di lavoro a cui è condannato, ma il tormento che sopporta attraverso tutto il romanzo. Questo tormento si manifesta nella suddetta paranoia, come anche nella sua progressiva convinzione di non essere un "superuomo", poiché non ha saputo essere all'altezza di ciò che ha fatto.
Personaggi:
Rodion Romanovič Raskol'nikov o Rodiòn Romanyč Raskòl'nikov, chiamato anche Rodja e Rodka, è il protagonista dalla cui prospettiva, fondamentalmente, la storia è raccontata. Al lettore è detto che ha ventitré anni, che è un ex studente di legge, che ora ha abbandonato gli studi e vive in povertà in un appartamento minuscolo all'ultimo piano nei bassifondi di San Pietroburgo. Non è riferita l'origine della sua famiglia, ma diversi particolari nel racconto portano ad attribuirle un'origine propriamente dell'aristocrazia rurale Russa
A dispetto del titolo, il romanzo non tratta del delitto e del suo castigo formale, ma il conflitto interno di Raskol'nikov e la debole giustificazione delle sue azioni. In merito a ciò, va ricordato che il titolo italiano del capolavoro dostoevskiano risente pesantemente dell'influsso del Francese: il termine châtiment, che in italiano equivale a "castigo", non ha valenza giuridica. Tuttavia al termine russo nakazanie del titolo originale, lo stesso Dostoevskij aveva attribuito l'accezione di "pena". Ciò traspare da una sua lettera al direttore della rivista Russkij Vestnik (Il Messaggero Russo):
« Nel mio romanzo vi è inoltre un'allusione all'idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede. »
Il titolo originale allude pertanto all'inizio del cammino di Raskol'nikov, la "pena" in termini di castigo morale, cui seguono il riconoscimento della colpa commessa, il pentimento ed il rinnovamento spirituale. Tuttavia, si è mantenuto il titolo (da ritenersi quindi erroneo) Delitto e castigo per una sorta di tradizione traduttiva.
Il suo odio interiore lo porta a istanti di atroce disperazione con manifestazioni psicosomatiche (svenimenti, sonno prolungato, ..), aggravate probabilmente dallo stato di malnutrizione, e neurologiche (attacchi di panico, deliri) alternate a momenti di calma apparente. Proprio la vivida rappresentazione dello stato psicofisico del giovane è uno dei punti di forza del romanzo.
Commette l'omicidio nella convinzione di essere abbastanza forte per affrontarlo, di essere un Napoleone, ma la sua paranoia e la sua colpa lo inabissano presto. Solo nell'epilogo si realizza il suo castigo formale, dopo che ha deciso di confessare e porre termine alla sua alienazione. Il suo nome deriva dalla parola russa raskolnik, cioè "scismatico" o "diviso", un'allusione alla separazione autoimposta di Raskol'nikov dalla società russa, come anche alla sua personalità spaccata e al suo stato emotivo costantemente mutevole.
Sof'ja Semënovna Marmeladova
Sof'ja Semënovna Marmeladova, chiamata anche Sonja e Sonečka, è la figlia di un ubriacone, Semën Zakharovič Marmeladov, che Raskol'nikov incontra in una bettola all'inizio del romanzo. Alla morte di Semën, Raskol'nikov manifesta d'impulso generosità verso la sua poverissima famiglia. Sonja quindi lo cerca e lo va a ringraziare e, in quell'occasione, i due personaggi si conoscono per la prima volta. Lei è stata condotta alla prostituzione dalle abitudini di suo padre, ma si mantiene ancora fortemente religiosa. La sua persona è associata da Dostoevskij al Vangelo, che egli cita nel romanzo solo due volte: in occasione del suo primo colloquio personale con Raskol'nikov e subito dopo il suo colloquio finale e decisivo, sempre con Raskol'nikov, nell'epilogo del romanzo; in altri termini la sua presenza nel romanzo si apre e chiude simbolicamente con il Vangelo.
Raskol'nikov si ritrova attratto da lei a tal punto che ella diventa la prima persona a cui confessa il suo delitto. Lei lo sostiene anche se una delle due vittime, la merciaia Lizaveta, era sua amica; lo incoraggia a diventare credente ed a confessare. Raskol'nikov lo fa quando ormai il colpevole era stato individuato in altri, e, dopo la sua confessione, Sonja lo segue in Siberia dove vive nella stessa città della prigione. Qui ella si crea un'occupazione come sarta e si rende anche utile ai detenuti che l'amano sinceramente. È anche qui che Raskol'nikov comincia la sua rinascita spirituale, quando finalmente comprende e accetta di amarla.
Altri personaggi:
• Porfirij Petrovič: Giudice istruttore (35 anni) incaricato di risolvere gli assassinî di Raskol'nikov, che, insieme a Sonja, guida Raskol'nikov verso la confessione. Nonostante la mancanza di prove, è sicuro, dopo diverse conversazioni con lui, che Raskol'nikov sia l'omicida, ma gli dà la possibilità di confessare spontaneamente. Da un punto di vista "giallistico" (perché il romanzo si può prestare anche a questo livello di lettura) questo personaggio, ben lontano dall'implacabilità persecutoria del Javert dei Miserabili, ma molto sicuro di sé (certamente più di quanto il suo understatement lascia sospettare) può essere considerato l'archetipo del Tenente Colombo. Usa con abilità diabolica la diversione, la dissimulazione, la sua stessa contraddizione e il sottinteso, e sa porsi all'altezza dell'intelligenza del protagonista.
• Avdotja Romanovna Raskolnikova: sorella di Raskol'nikov, chiamata anche Dunja e, con diminutivo, Dúnečka. Oltre a essere un personaggio di elevato valore morale, è descritta come molto bella. Progetta di sposare il ricco, sebbene moralmente depravato, Lužin per salvare la famiglia dalla miseria finanziaria. È seguita a San Pietroburgo dal turbato Svidrigajlov, che cerca di riguadagnarla con ricatti. Lei respinge entrambi gli uomini a favore del leale amico di Raskol'nikov, Razumikhin. In seguito sposerà Razumikhin, e Svidrigajlov, respinto, si suiciderà.
• Arkadij Ivanovič Svidrigajlov: ricco e villano ex-datore di lavoro e, in quella veste, autore di molestie nei confronti di Avdotja Romanovna. Successivamente pretendente della stessa Dunja e perciò rivale di Lužin. È sospettato di multiple azioni omicide e di pedofilia. Origlia la confessione di Raskol'nikov a Sonja. Con le informazioni così acquisite tormenta sia Dunja sia Raskol'nikov, ma non informa la polizia. Quando Dunja gli dice che non potrebbe mai amarlo (dopo aver tentato di sparargli) la lascia andare e si suicida, sempre nel più profondo amore per Dunja: lo dimostra il fatto che esso scrive su un biglietto la sua scelta di farla finita ordinando di non accusare nessuno (perché l'arma con la quale si spara è di Dunja). Nonostante la sua apparente malevolenza, Svidrigajlov è simile a Raskol'nikov per i suoi casuali atti di carità. Si sobbarca le spese affinché i figli dei Marmeladov entrino in un orfanotrofio (dopo che entrambi i loro genitori sono morti) e lascia i soldi rimanenti alla sua piuttosto giovane fidanzata.
• Marfa Petrovna Svidrigàjlova: moglie di Svidrigajlov, più anziana di questi di cinque anni e più benestante per nascita. È lontanamente parente di Lužin. È indotta da un equivoco a cacciare Dunja dalla sua casa, presso la quale dimora e lavora, credendo che ella, vittima delle molestie di Svidrigajlov, lo provochi invece con il suo comportamento. Ricredendosi, successivamente le chiede scusa e la riabilita agli occhi della comunità. Muore dopo esser stata picchiata dal marito nel corso di un litigio, ma a causa di sincope digestiva. Svidrigajlov riferisce che Marfa Petrovna ha lasciato per testamento 3.000 rubli a Dunja. Racconta inoltre che il fantasma di Marfa Petrovna gli sarebbe comparso tre volte.
• Dmitrij Prokofevič Vrazumichin: chiamato da tutti Razumichin, è il leale, benevolo ed unico amico di Raskol'nikov. Anch'egli è un ex studente. È un ragazzone buono, ingenuo e un po' timido. Raskol'nikov più volte affida la cura della sua famiglia a Razumikhin, che non viene meno alla sua parola. Aiuta molto anche in tribunale Raskol'nikov alleviando la sua pena che è di soli 8 anni. Alla fine lui e Dunja si sposeranno.
• Katerina Ivanovna Marmeladova: moglie di Semën Marmeladov, malata di tisi e irascibile. Dopo la morte di Marmeladov impazzisce e muore anch'ella poco dopo.
• Semën Zakharovič Marmeladov: ubriacone senza speranza ma affabile, che si compiace del proprio dolore, e padre di Sonja. Nella taverna informa Raskol'nikov della sua situazione familiare e, quando viene investito da una carrozza, Raskol'nikov dà alla sua famiglia ciò che rimane dei suoi soldi (non molto) per aiutare nelle spese funerarie. Marmeladov può essere visto come l'equivalente russo del personaggio di Micawber nel romanzo di Charles Dickens, David Copperfield.
• Pulkherija Aleksandrovna Raskolnikova: madre relativamente ingenua e speranzosa di Raskol'nikov. Lo informa del progetto di sua sorella di sposare Lužin. Ama, e come lei anche la figlia, in modo smisurato il figlio Rodja a tal punto che esso sin dal'inizio del romanzo ne risulta oppresso, incapace di giustificare tale forte sentimento.
• Pëtr Petrovič Lužin: uomo meschino e pieno di sé. Ha 45 anni ed esercita la professione di avvocato, è benestante ed elegante. Ha della moglie l'idea di un'ammiratrice privata e vorrebbe sposare Dunja per sentirsi un benefattore, suo e di sua madre, e con la conseguenza che lei gli sia completamente asservita. È fatto oggetto, sin dal loro primo incontro, della disistima di Raskol'nikov, che peraltro questi aveva già concepito in precedenza, leggendo la presentazione che la madre gliene aveva fatto per lettera. Lužin, offeso, si inasprisce verso di lui. In esito ad un drammatico colloquio, viene cacciato da Dunja e dalla sua famiglia. Dopo aver tentato di incriminare Sonja di furto, parte da San Pietroburgo svergognato. Rappresenta una sorta di credo materialista che trovava espressione, in Russia, nella teoria dell'"egoismo razionale" (Černyševskij).
• Andrej Semënovič Lebezjatnikov: il compagno di stanza radicalmente socialista di Lužin. Questi lo nomina, la prima volta, come suo giovane amico che però poi testimonia il suo tentativo di incriminare Sonja e successivamente lo smaschera.
• Alëna Ivanovna: vecchia, avida e sgradevole usuraia. È l'obiettivo intenzionale di Raskol'nikov per l'omicidio.
• Lizaveta Ivanovna: la semplice, innocente, sorella di Alëna, che arriva in casa della sorella durante l'assassinio ad opera di Raskol'nikov, e viene quindi, subito dopo, uccisa anch'ella. Era merciaia e amica di Sonja.
• Zosimov: benestante amico ventisettenne di Razumichin e dottore alle prime armi, che si prende cura di Raskol'nikov.
• Nastasja Petrovna: serva della padrona di Raskol'nikov e fedele e silenziosa presenza amica per Raskol'nikov.
• Nikodím Fomíč: commissario di quartiere, persona gentile. Conosce Raskol'nikov al commissariato, in occasione di una convocazione di quest'ultimo per una cambiale scaduta e lo rivede per caso a casa di Marmeladov, quando questi era da poco spirato.
• Il'ja Petrovič: un tenente di polizia rozzo e insolente.
• Aleksandr Grigorievič Zamëtov: alto impiegato alla stazione di polizia, corrotto ma amico di Razumichin. Raskol'nikov desta attivamente in Zamëtov sospetti sul suo stesso conto. Ciò lo fa, paradossalmente, spiegandogli come lui, Raskol'nikov, avrebbe agito per dissimulare i suoi stati d'animo e per allontanare da sé i sospetti se avesse compiuto alcuni crimini. Questa scena illustra l'argomentazione della convinzione di Raskol'nikov della sua superiorità come superuomo.
• Nikolaj Dementev: un imbianchino che ammette di essere colpevole del delitto.
• Polina Mikhailovna Marmeladova: figlia di 10 anni di Semën Zakharovič Marmeladov e sorella minore di Sonja, alle volte chiamata Polenka.
Analisi
Il comportamento di Raskol'nikov durante tutto il libro si può anche trovare in altre opere di Dostoevskij, come Memorie dal sottosuolo e I fratelli Karamazov (il suo comportamento è assai analogo a quello di Ivan Karamazov ne I fratelli Karamazov). Crea sofferenza per sé stesso uccidendo la prestatrice di denaro e vivendo in modo indigente. Razumihin si trova nella stessa situazione di Raskol'nikov e vive molto meglio, e quando Razumihin si offre di trovargli un lavoro, Raskol'nikov rifiuta; confessa alla polizia di essere l'assassino, sebbene non ve ne sia evidenza. Cerca costantemente di raggiungere e definire i confini di ciò che può e non può fare (durante tutto il libro misura la sua propria paura, e cerca mentalmente di dissuadersene), e la sua depravazione (con riferimento alla sua irrazionalità e paranoia) è comunemente interpretata come un'affermazione di sé stesso come una coscienza trascendente ed un rifiuto della razionalità e della ragione. Questo è un tema comune nell'esistenzialismo; piuttosto interessante è anche che Friedrich Nietzsche, ne Il crepuscolo degli idoli, elogiò gli scritti di Dostoevskij nonostante il teismo presente in essi: "Dostoevskij, l'unico psicologo, peraltro, da cui ebbi mai qualcosa da imparare; lui è uno degli accidenti più felici della mia vita, persino più della scoperta di Stendhal". Walter Kaufmann riteneva che le opere di Dostoevskij fossero state l'ispirazione per La metamorfosi di Franz Kafka. Raskol'nikov crede che solo dopo aver definito la morale e la legge uccidendo qualcuno lui possa essere uno dei migliori, come Napoleone. Nel romanzo infatti le ragioni dell'omicidio sono solo superficialmente economiche. Raskol'nikov lascia la maggior parte dei soldi nella casa della strozzina sua vittima. Le ragioni dell'omicidio vanno dunque ricercate nella morale che giustifica l'affermazione individuale attraverso il diritto sulla vita altrui.
Il romanzo contiene diversi rimandi a storie del Nuovo Testamento, compresa quella di Lazzaro, la cui morte e rinascita sono parallele alla morte e rinascita spirituale di Raskol'nikov; e dell'Apocalisse, rispecchiata in un sogno che Raskol'nikov fa su una piaga asiatica che diventa un'epidemia mondiale. Peraltro il Vangelo è espressamente richiamato nel romanzo solamente due volte: una prima volta, quando il protagonista si fa leggere da Sònja il passo della resurrezione di Lazzaro dall'undicesimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, e una seconda volta, proprio nelle ultime righe del romanzo, quando Raskol'nikov, ormai in penitenziario, si ritrova il Vangelo di Sònja sotto il cuscino ove lo aveva riposto.
Analisi di Pasolini
Pier Paolo Pasolini nella sua analisi di quest'opera sostiene che Raskol'nikov sia vittima di una passione infantile edipica, egli è turbato dall'amore della madre e della sorella, "le cui conseguenze sono quelle ben note: la sessuofobia, la freddezza sessuale e il sadismo". Nel corso dell'opera Raskol'nikov sembra innamorarsi di una giovane ragazza malata di tifo, brutta e smunta; in quest'amore però non trova mai spazio la sessualità. A tutto ciò si aggiungono gli obblighi che il giovane ha verso la propria famiglia che lo mantiene negli studi nella capitale e per cui compie enormi sacrifici. Raskol'nikov si trova così imprigionato in un "incubo kafkiano", l'unica cosa che può fare è trovare delle giustificazioni e elaborare teorie su quel destino da cui non può sottrarsi. Così un giorno dall'esterno, dall'alto, giunge l'idea di uccidere l'usuraia, rappresentazione della madre: entrambe le donne infatti rappresentano gli obblighi umilianti a cui il protagonista è sottoposto. Inoltre nelle sue azioni si riconosce un piano ben delineato, l'assassino giunge di proposito in ritardo nell'appartamento e lascia la porta aperta per poter così uccidere anche la sorella dell'usuraia, soffocando i due lati dell'amore per lui: quello tenero e quello violento. Tuttavia questa uccisione simbolica rappresenta un fallimento, poiché la famiglia del ragazzo giunge nella capitale come in una sorta di resurrezione, è tutto da ricominciare, ma oramai il protagonista si muove per inerzia, in balia degli eventi, ed intraprende la sua "via crucis" verso la fine. In questo cammino egli incontra Sof'ja "a cui confessa per sadismo la propria colpa". Tuttavia alla fine del romanzo avviene la morte della madre, apparentemente anagrafica, ma che causa nel protagonista una vera e propria conversione: tutto a un tratto Raskol'nikov si accorge di amare la ragazza, e cessa qualsiasi forma di tortura psicologica che usava sulla ragazza per torturare sé stesso. Secondo Pasolini l'autore oltre ad aver aperto la strada a Nietzsche (Articolo del superuomo) e a Kafka (Se eliminata la descrizione dell'assassinio il libro diventa un enorme processo), anticipa anche la futura psicoanalisi di Freud.
Salvezza attraverso la sofferenza
Delitto e castigo illustra il tema del conseguimento della salvezza attraverso la sofferenza, una caratteristica comune nell'opera di Dostoevskij. Questa è l'idea (precipuamente cristiana) che l'atto del soffrire ha un effetto purificatore sullo spirito umano, che gli rende accessibile la salvezza in Dio. Un personaggio che personifica questo tema è Sof'ja, che mantiene abbastanza fede per guidare e sostenere Raskol'nikov nonostante la sua immensa sofferenza. Benché possa sembrare macabra, è una idea relativamente ottimistica nel regno della morale cristiana. Ad esempio, persino Svidrigailov, in origine malevolo, riesce a compiere atti di carità seguendo la sofferenza indotta dal completo rigetto di Dunja. Dostoevskij si mantiene fedele all'idea che la salvezza è un'opzione possibile per tutti, persino per coloro che hanno peccato gravemente. È il riconoscimento di questo fatto che porta Raskol'nikov alla confessione. Sebbene Dunja non avrebbe mai potuto amare Svidrigailov, Sonja ama Raskol'nikov e esemplifica i tratti dell'ideale perdono cristiano, permettendo a Raskol'nikov di confrontarsi con il suo delitto e di accettare il suo castigo.
Esistenzialismo cristiano
Un'idea centrale dell'esistenzialismo cristiano è la definizione dei limiti morali dell'azione umana entro un mondo governato da Dio. Raskol'nikov esamina i limiti costituiti e decide che un atto manifestamente immorale è giustificabile a condizione che porti a qualcosa di incredibilmente grandioso. Tuttavia, Dostoevskij si dirige contro questo pensiero ambizioso facendo sgretolare e fallire Raskol'nikov nelle conseguenze del suo delitto.
Ricapitolando quindi:
Raskol’nikov principale personaggio di questo romanzo, è un giovane studente. È un essere dotato di notevoli forze intellettuali e morali che il suo amico Razumikhin descrive così: «Cupo, triste, arrogante e fiero; negli ultimi tempi e forse anche prima, facilmente impressionabile ed ipocondriaco. In fondo generoso e buono. Non ama esprimere le sue sensazioni. Terribilmente chiuso. Tutto lo annoia; rimane lungamente disteso senza nulla fare; non si interessa a nulla di ciò che interessa gli altri. ha un’alta opinione di sé stesso, ed apparentemente non senza ragione... »

Category : Cultura &Letteratitudini

Letteratitudini di nuovo al cinema per “Anna Karenina

febbraio 28th, 2013 // 10:57 am @

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Questa sera 26 febbraio i componenti del gruppo “Letteratitudini” nuovamente al cinema, a completamento degli impegni previsti per il mese di Febbraio 2013.

In visione ANNA KARENINA di Joe Wright con Keira Knightley, Kelly Macdonald, Jude Law.

La scelta di questo film non è casuale, ma mirata ad arricchire, integrando e corredando, la conoscenza del romanzo di Lev Tolstoj, argomento affrontato dal gruppo nel mese di dicembre scorso.

734530_477378665662658_2015027191_n-202x300Trama:

Anna Karenina è la nuova versione cinematografica del regista Joe Wright dell’epica storia d’amore tratta dal capolavoro di Lev Tolstoj.

Siamo nel 1874. Anna Karenina (Keira Knightley) ha quello che tutti i suoi contemporanei aspirerebbero ad avere; è la moglie di Karenin (Jude Law), un ufficiale governativo di alto rango al quale ha dato un figlio, e la sua posizione sociale e reputazione a San Pietroburgo non potrebbe essere più alta. Anna si reca a Mosca dopo aver ricevuto una lettera da suo fratello, un dongiovanni di nome Oblonsky (Matthew Macfadyen), che le chiede di raggiungerlo per aiutarlo a salvare il suo matrimonio con Dolly (Kelly Macdonald). In viaggio, Anna conosce la Contessa Vronsky (Olivia Williams) e, alla stazione, suo figlio, l’affascinante ufficiale di cavalleria Vronsky (Aaron Taylor-Johnson). Quando Anna viene presentata a Vronsky, scoppia immediatamente una scintilla di reciproca attrazione che non può essere ignorata.

Nella casa di Mosca c’è in visita il miglior amico di Oblonsky, Levin (Domhnall Gleeson), un proprietario terriero eccessivamente sensibile e compassionevole, innamorato della sorella minore di Dolly, Kitty (Alicia Vikander), alla quale chiede inopportunamente la mano. Kitty è infatuata di Vronsky. Affranto, Levin torna alla sua tenuta di Pokrovskoe e si dedica anima e corpo al lavoro nei campi. Anche Kitty è distrutta quando, a un gran ballo, Vronsky ha occhi solo per Anna che, nonostante sia una donna sposata, ricambia l’interesse del giovane.

Anna lotta per riconquistare il suo equilibrio correndo a casa a San Pietroburgo, dove tenta di riprendere la sua routine familiare, ma il pensiero di Vronsky – che la segue – la corrode. Segue una relazione appassionata che scandalizza la società di San Pietroburgo. Karenin si ritrova in una posizione insostenibile ed è costretto a dare un ultimatum a sua moglie. Nel tentativo di raggiungere la felicità, le decisioni che Anna prende penetrano nelle pieghe di una società ossessionata dall’apparenza, con conseguenze romantiche e tragiche che cambiano drammaticamente la sua vita e quella di tutti quelli che la circondano.

anna-web-300x218”Su tutti spicca naturalmente l’eroina, Anna, un’aristocratica e magnetica Keira Knightley, che ammantata nei suoi sontuosi abiti d’epoca corre a precipizio verso la propria autodistruzione.”

AnnaKarenina diventa vittima e schiava delle sue passioni, la protagonista in una tragica storia che lei stessa ha parzialmente contribuito ad architettare. E’ la dimostrazione più estrema dell’opinione di Tolstoj sulla società moderna, che non solo ci obbliga a recitare delle parti ma che spesso quest’ultime prendono il sopravvento e ci distruggono. E’ una figura tormentata, non solo perché circondata da ipocriti ed intrappolata in un matrimonio senza amore, ma anche perché vittima delle sue stesse illusioni romantiche che – come disse Tolstoj – l’hanno portata all’errore di confondere la felicità con la realizzazione dei propri desideri.

Il capolavoro di Tolstoj, offre spunto su alcuni dei più delicati argomenti – come essere leali, come infrangere le regole e come pagarne le conseguenze in entrambi i casi – ma con delle sfumature e una sensualità che rende armoniose e poetiche anche le più profonde verità.

È Jude Law a esprimere nella sua contrizione il vero e proprio sentimento, quello di un marito diviso tra l’etichetta e il sentimento per la moglie fedifraga.

13137_476618739071984_1629648427_n-300x200Ma, la genialità di Wright e Stoppard sta nella decisione di dare spazio alle storie d’amore secondarie, dando allo spettatore la possibilità di farsi coinvolgere dal nobile amore tra Kitty e Levin, così come da quello sofferto tra Dolly e il suo libertino marito, Stiva.

L’azione si svolge su un palcoscenico ottocentesco, che riproduce diverse ambientazioni, mentre i personaggi entrano ed escono, si incrociano, si sfiorano, si incontrano, come ingranaggi di un preciso meccanismo regolato da un demiurgo supremo (dio o regista), mentre la macchina da presa tutto avvolge.

Anna Karenina, è un capolavoro della letteratura straniera, da me molto amato anche nella versione cinematografica, ma decisamente ho preferito la lettura del romanzo, dal quale ho potuto trarre sfumature sempre diverse, a seconda del periodo della mia vita in cui l’ho letto. All’età di circa 18 anni ho amato e mi sono identificata pienamente nella storia di Anna, giudicandola un’eroina, il mio ricordo di AnnaKarenina era quello di una donna innocente, una vittima all’interno di una bellissima storia d’amore. Quando ho avuto occasione di rileggerlo recentemente, sono rimasta sorpresa su come il mio punto di vista sul personaggio e la storia fosse cambiato negli anni. Improvvisamente, la linea tra eroina e anti-eroina si è fatta più sottile. Anna non era più tanto innocente, anche se sempre vittima delle circostanze e dall’ambiente, ma ho provato anche grande simpatia per quell ‘uomo che incapace di governare la propria moglie non può andare oltre nel governo. Anche Joe Wright, nel film, non riduce Karenin semplicemente ad un uomo meschino e razionale come è successo in passato: il ritratto che ne fa il regista è quello di uomo incapace di accedere alle proprie emozioni ed esprimerle, ma simile a Levin per quanto riguarda la fedeltà ai suoi principi e ai suoi ideali.

A cura di Matilde Maisto

 

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“Invito a cinema” per l’incontro di Letteratitudini del mese di Febbraio 2013

febbraio 22nd, 2013 // 12:58 pm @

lettereatitudini-bL’incontro del corrente mese di Febbraio 2013 si è rivelato molto particolare, ma sempre molto interessante ed ancora rivolto all’approfondimento della letteratura straniera.

Il 20 Febbraio 2013 alla ribalta Victor Hugo con il bellissimo musical “Les Misérables”, l’indimenticabile storia di speranza, amore, coraggio e libertà, film straordinario di Tom Hooper, con Amanda Seyfried, Hugh Jackman, Helena Bonham Carter, Russell Crowe, Anne Hathaway, che ha recentemente ricevuto a Londra, ove si è svolta la cerimonia di consegna dei BAFTA Awards, ben 4 riconoscimenti: migliore attrice non protagonista (Anne Hathaway) – migliore scenografia – miglior trucco – miglior sonoro.

“Non ci sono parole per descrivere la bellezza de Les Misérables. In effetti è’ tutto perfetto: regia, canzoni, scenografie e soprattutto il cast. Hugh Jackman e Anne Hathaway sono a dir poco superbi e tutti gli altri attori magnifici. Insomma veramente meraviglioso, la storia di ognuno di noi. Da miserabile a Re, celebrazione della vita.

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E, dunque…brividi, lacrime e stupore: queste le sensazioni provate durante le 2 ore e 30 di film. Una cast eccezionale e coinvolgente in cui spiccano Anne Hathaway in primis, meravigliosa, con la sua “I dreamed a dream”, seguita da Eddie Redmayne, Samantha Barks (già una perfetta Eponine a teatro,) e Hugh Jackman, un intenso Jean Valjean . Le musiche sono bellissime e il canto-recitato dei personaggi è a tratti imperfetto, ma proprio per questo molto vero e sentito (inutile ricordare che hanno tutti cantato dal vivo). Il tempo vola durante la visione, e più la storia prosegue più non si può non rimanere affascinati dalle scenografie, dai costumi, dalla fotografia e dall’evolversi dei personaggi in un percorso di redenzione alla ricerca della libertà. La fede, la rivoluzione e l’amore le grandi tematiche del film. Credo sia impossibile non riconoscere che siamo dinanzi ad un capolavoro. Tom Hooper è stato. a quanto pare, criticato, probabilmente a causa di una regia che osa e sperimenta: l’uso del live, le particolari scelte di montaggio e d’inquadrature, il lasciare il film completamente cantato come nella versione teatrale, i primi piani intensi e lunghi. Bisogna ammettere che non è sicuramente un film per tutti (i non amanti del musical probabilmente lo odieranno), ma a tutti è rivolto il messaggio di speranza, perdono e amore (in tutte le sue forme)! E’ molto coinvolgente emotivamente, infatti basta solo pensare al viso di Fantine (Hathaway), ai capelli di Eponine sotto la pioggia, ai passi di Javert (Crowe) in bilico sul ponte, alle lacrime di un morente Valjean, o alla corale scena finale per farmi rivenire i brividi e per farmi ancora una volta sentire “il popolo cantare”! Assolutamente meraviglioso: io a Les Misérables ho dato il mio cuore!

victor hugoMa facciamo un passo indietro e parliamo un po’ del romanzo: I miserabili (Les Misérables) è un romanzo di Victor Hugo pubblicato nel 1862. Considerato uno dei romanzi cardine del XIX secolo europeo è fra i più popolari e letti della sua epoca.

Narra le vicende di vari personaggi nella Parigi post Restaurazione, in un arco di tempo di circa 20 anni (dal 1815 al 1833, con alcune digressioni alle vicende della Rivoluzione francese, delle Guerre napoleoniche, con particolare riguardo alla battaglia di Waterloo, e alle vicende politiche della Monarchia di Luglio). I suoi personaggi appartengono agli strati più bassi della società, i cosiddetti “miserabili”: persone cadute in miseria, ex forzati, prostitute, monelli di strada, studenti in povertà. È una storia di cadute e di risalite, di peccati e di redenzione. Hugo racconta a 360° i suoi personaggi e aggiunge al racconto capitoli di grande rilevanza storica (come ad esempio la battaglia di Waterloo, la struttura della città di Parigi, la visione sul clero e i monasteri dell’epoca, le opinioni sulla società e i suoi mali, il quadro della Francia post-restaurazione) che permettono al lettore di collocare i personaggi in un determinato contesto storico-sociale.

Jean Valjean, giovane potatore a Faverolles, dovendo provvedere alla sorella e ai figli di questa, per disperazione si trova costretto a rubare un tozzo di pane; per questo crimine viene condannato a cinque anni di lavori forzati nel carcere di Tolone, pena che viene allungata di ulteriori 14 anni a seguito di vari tentativi falliti di evasione. Viene infine liberato dal carcere a seguito di un’amnistia nei primi giorni del 1815, dopo 19 anni di reclusione; in questa data egli ha 46 anni, si può perciò comprendere che l’uomo fosse entrato in carcere a 27 (nel 1796) e che fosse nato nel 1769.

All’uscita dal carcere Jean Valjean si trova a vagabondare per diversi giorni attraverso il sud-est della Francia, vedendosi chiudere in faccia ogni alloggio ed ogni opportunità a causa del suo passato di galeotto, che lo identifica come un reietto della società. Questa situazione disperata finisce per esasperare il risentimento e l’odio nei confronti della società e di tutto il genere umano fino a spingerlo ad una fredda malvagità d’animo. Nel frattempo, giunto, vagabondando, nella città di Digne, ha la fortuna di imbattersi nel vescovo della città, Monsignor Myriel, ex aristocratico rovinato dalla Rivoluzione francese e costretto all’esilio, trasformatosi, dopo una crisi spirituale, in un pio e giusto uomo di Chiesa dall’eccezionale altruismo. In un primo momento Valjean diffida del prelato, che pure lo accoglie in casa e tenta di redimerlo dai suoi vecchi peccati, e giunge anzi a rubare le posate d’argento del vecchio e a fuggire. Catturato dalla polizia, però, viene portato di nuovo di fronte al Vescovo, il quale lo difende dai gendarmi sostenendo che quelle posate fossero in realtà un dono, e rimproverandolo di non avere preso anche i candelabri d’argento; fino ad allora gli unici oggetti di lusso tenuti da Myriel. Attraverso quel gesto il monsignore comprava l’anima di Jean Valjean e la consacrava a Dio. Scosso e turbato dalla carità rivoltagli dal vescovo, in uno stato d’animo confuso Valjean, rilasciato, quella stessa notte commette un nuovo furto, rubando ad un bambino una moneta d’argento. Quando comprende ciò di cui si è reso colpevole, Jean Valjean, spinto da un terribile senso di colpa, capisce ciò che il vescovo aveva cercato di comunicargli e matura la decisione di cambiare vita, seguendo l’esempio del caritatevole prelato. Quello stesso anno, il 1815, Jean Valjean -ancora ricercato per i furti commessi- si stabilisce a Montreuil-sur-Mer dove, grazie al denaro del vescovo, riesce ad impiantare una fiorente industria di bigiotteria e a diventare un cittadino rispettabile, ovviamente celando il proprio passato e assumendo la falsa identità di Monsieur Madeleine. I suoi gesti di bontà e di carità verso i poveri lo rendono presto molto amato dagli abitanti della cittadina, che giungono a nominarlo sindaco di lì a pochi anni. Solo l’ispettore di polizia locale, Javert, che era stato secondino a Tolone, nutre alcuni dubbi sul suo passato ed inizia a sospettare la sua reale identità. Frattanto Valjean incontra una poverissima donna, Fantine, ex impiegata in una delle sue fabbriche licenziata -a sua insaputa- dalla sua direttrice del personale perché ragazza madre, fatto inaccettabile data la moralità del tempo. Deciso ad aiutare l’infelice, gravemente ammalata, Jean Valjean la salva dalla prigione in cui Javert, venuto ad arrestarla per un’aggressione ad un aristocratico che l’aveva importunata durante la sua attività di prostituta, voleva spedirla. Una volta caduta in malattia, le promette di ricongiungerla alla figlia, Cosette, affidata dalla madre cinque anni prima ad una coppia di locandieri a Montfermeil.

Contemporaneamente però, Valjean viene a sapere che, a causa di uno scambio di identità, un uomo catturato dalla polizia ad Arras è stato ritenuto essere l’evaso Jean Valjean e rischia come tale l’ergastolo. Pur rendendosi conto che l’evento potrebbe volgere a suo vantaggio, eliminando per sempre i sospetti del passato dalla sua persona, l’ex forzato comprende che non può permettere che un innocente venga incriminato al suo posto; dopo una notte di angosce e di indecisione si reca in tutta fretta sul luogo del processo e si autodenuncia al giudice, rivelando la propria identità e scagionando così il suo “alter ego”. Tornato a Montreuil-sur-Mer, Valjean ha appena il tempo di assistere alla morte di Fantine prima che la polizia, con Javert in testa, venga ad arrestarlo. Riesce poi a sfuggire una prima volta alla cattura, viene in seguito ripreso ma riesce ad evadere e a simulare la sua morte. Questi eventi avvengono nel 1823, all’epoca in cui Jean Valjean ha 54 anni. Fuggito di galera, Jean Valjean si reca a Montfermeil dove scopre le crudeli condizioni in cui i Thénardier, proprietari della locanda e tutori di Cosette, costringono a vivere la piccola, trattata al pari di una serva e privata di ogni affetto e calore. Dietro pagamento di una ingente somma, ed in parte imponendo la propria autorità (Valjean viene infatti descritto come un uomo dalla corporatura imponente e di una forza erculea) riscatta la bambina e si nasconde con lei in una misera casa nei sobborghi di Parigi. Scovato anche qui dall’instancabile Javert, promosso ad ispettore nella capitale francese, Valjean è costretto nuovamente alla fuga e riesce a nascondersi con Cosette in un convento cittadino di monache di clausura, il Petit-Picpus, nel quale trova rifugio grazie all’intercessione del giardiniere, Monsieur Fauchelevent, un ex carrettiere a cui aveva salvato la vita tempo addietro a Montreuil. Trascorre in convento quasi sei anni, celandosi sotto l’identità di Ultime Fauchelevent, fratello del giardiniere e che resterà il suo nome “ufficiale” per il resto della sua vita. Cosette e Jean Valjean escono dal convento -per decisione dello stesso Valjean, che non voleva privare la piccola delle gioie della vita spingendola verso la vita monastica- nel 1829, all’epoca in cui il vecchio ha 60 anni e la bambina 14. Jean Valjean e Cosette prendono alloggio in Rue Plumet, a Parigi, dove vivono una vita modesta e ritirata grazie ai notevoli risparmi che Valjean era riuscito a mettere in salvo prima della sua cattura a Montfermeil; il denaro che questi aveva guadagnato al tempo in cui si faceva passare per Monsieur Madeleine ammonta infatti alla sostanziosa cifra di 600 000 franchi, nascosti con cura ai piedi di un albero in un bosco nei pressi di Montfermeil, dai quali Valjean attinge però con estrema parsimonia considerandoli la dote di Cosette.

Nel corso delle lunghe passeggiate dei due nei Giardini del Lussemburgo, la giovane Cosette nota un giovane, Marius, studente universitario, liberale, repubblicano e bonapartista di buona famiglia ma praticamente diseredato a seguito di una lite, per motivi politici con il nonno, un nostalgico monarchico. Figlio di un ufficiale napoleonico sopravvissuto a Waterloo, cresciuto in ambienti reazionari cari al nonno materno, il giovane Marius riscopre l’identità del padre e l’amore per la Rivoluzione e l’Imperatore. Arrivato tardi al capezzale del padre morente, mostrerà venerazione al padre tenendo fede alle sue ultime volontà redatte nel testamento: qualora Marius ritrovasse un tale Thenardier, farà di tutto per renderlo felice. Quell’uomo, secondo quanto scritto dal padre, lo salvò dalla morte sul campo di battaglia di Waterloo. In realtà Thenardier, estrasse il corpo dell’ufficiale dal cumulo di corpi dove sarebbe soffocato, solo per depredarlo di eventuali ricchezze. Per Marius ripagare quel debito diventa lo scopo di una vita. Finché passeggiando ai giardini scorge Cosette e se ne innamora.

Nel frattempo, Jean Valjean cade in un tranello tesogli da Thénardier, l’ex oste di Montfermeil che, caduto in disgrazia, era divenuto capo di una banda di ladri ed assassini parigini e che, a conoscenza della ricchezza dell’ex forzato, lo attira con i suoi soci in casa sua e lo rapisce. Valjean riesce però a salvarsi in parte grazie a Marius, che venuto a sapere per caso del piano di Thénardier, suo inaspettato vicino di casa, attraverso un buco sulla parete che divide i due alloggi, allerta la polizia, facendo però così intervenire sul luogo del delitto proprio il terribile Javert. Nella confusione che segue Valjean riesce comunque a dileguarsi sia dai banditi che dalle forze dell’ordine.

Marius, intanto, scoperta l’abitazione di Cosette e del padre, inizia a tessere con la giovane una platonica ma intensa relazione d’amore, all’insaputa del genitore di questa. Quando però il vecchio, timoroso, dopo il faccia a faccia con Thénardier, per l’incolumità della figlia le comunica la sua intenzione di trasferirsi con lei in Inghilterra, i due amanti disperati si trovano costretti alla separazione. Marius, disperato ed impotente, decide di uccidersi e si avvia perciò verso il centro cittadino, dove stanno intanto divampando gli scontri fra rivoluzionari repubblicani e soldati di Luigi Filippo e si unisce ai suoi amici insurrentisti capeggiati dal carismatico Enjolras cercando la morte sulle barricate.

La libertà che guida il popolo, quadro di Delacroix che probabilmente ispirò il IV Tomo del romanzo

Mentre infuriano gli scontri della notte fra 5 e 6 giugno 1832, Jean Valjean viene a scoprire, tramite una lettera traditrice, il legame fra Cosette e Marius, da lui nemmeno sospettato. Soffocato dall’amore per Cosette, e dalla paura di perderla, il genitore rimane sconvolto dalla notizia. Poco dopo, quella stessa notte, Gavroche, monello di strada inviato da Marius, gli recapita un messaggio scritto per Cosette dal giovane dalla barricata. Leggendolo, Jean Valjean scopre l’intenzione del giovane di suicidarsi e, alla notizia, pur se combattuto si avvia egli stesso alla barricata. Qui, nell’infuriare degli scontri, ritrova Javert, fatto prigioniero dei rivoltosi e da questi condannato a morte. Tramite un sotterfugio, l’ex forzato si incarica dell’esecuzione dell’ispettore ma, nascosto dietro ad un muro che lo rendeva invisibile ai rivoltosi, simula l’omicidio e risparmia il poliziotto. Poi, mentre polizia e Guardia Nazionale irrompono nella barricata, porta in salvo Marius, colpito e privo di sensi, sottraendolo alla cattura e alla morte conducendolo sulle sue spalle in un terrificante viaggio attraverso le fogne parigine. Nel tentativo di uscire dal dedalo delle fogne parigine, Jean Valjean incontrerà Thenardier, rifugiatosi nella cloaca per sfuggire all’ispettore Javert, appostato lì fuori. Mentre Jean Valjean riconosce l’antico locandiere di Montfermeil, Thenardier non riconosce Jean Valjean. Scambiatolo per un assassino gli accorda la libertà, ossia gli apre l’inferriata che affacciava sulla Senna, in cambio della spartizione del bottino rubato al presunto defunto che portava in spalla. Finite le contrattazioni all’uscita della fogna l’ex forzato si imbatte però in Javert, che lo arresta e lo conduce con sé in una carrozza. Dopo aver depositato l’esanime Marius a casa del nonno, Javert riconduce Jean Valjean a casa sua e, con suo sommo stupore, lo lascia libero di andarsene. In seguito, l’integerrimo ispettore di polizia, incapace di conciliare la propria coscienza di uomo, che deve la vita ad un criminale e gli è perciò riconoscente, con quella di tutore della legge, sceglie il suicidio gettandosi nella Senna.

Marius, ristabilitosi dalle ferite e riconciliatosi con il nonno, sposa Cosette -con il beneplacito di Jean Valjean- nel 1833. Dopo il matrimonio questi, pur avendo ricevuto l’offerta di vivere con la novella coppia nella loro casa, come già era successo a Montreuil comprende, dopo una tormentatissima notte, di non poter porre la propria felicità al disopra di quella di un altro -nella fattispecie quella di Cosette- e di non poter permettere che il proprio passato possa mettere in pericolo la futura vita della giovane. Perciò, preso in disparte Marius gli racconta del proprio passato di galeotto, ed accetta con profondo dolore di separarsi da Cosette e a non vederla più.

Lontano dalla figlia adottiva, solo e depresso, il 64enne Jean Valjean inizia a risentire quasi improvvisamente del peso dei suoi anni, ammalandosi ed indebolendosi sempre più. Quando, nel giugno 1833, Marius viene fortuitamente a sapere, proprio grazie al malvagio Thénardier -che dal canto suo meditava una ennesima truffa ai danni del giovane- di dovere la vita a Jean Valjean, fa appena in tempo a correre da lui con Cosette per assistere alla sua morte, e a dare il tempo al vecchio di vedere un’ultima volta l’amata figlia adottiva. Valjean esala così l’ultimo respiro, sventurato ma lieto, significativamente illuminato dalla candele poste sui candelabri donatigli dal vescovo di Digne, nel cui esempio ha vissuto la sua intera vita di galeotto redento.

Stando a quanto si apprende nell’ultimo paragrafo del romanzo, la sua tomba viene posta nel cimitero del Père Lachaise, anonima se non per una iscrizione tracciata a matita che recita:

(FR)

« Il dort. Quoique le sort fût pour lui bien étrange,

Il vivait. Il mourut quand il n’eut plus son ange;

La chose simplement d’elle-même arriva,

Comme la nuit se fait lorsque le jour s’en va. »

(IT)

« Riposa: benché la sorte fosse per lui ben strana,

pure vivea: ma privo dell’angel suo morì:

La cosa avvenne da sé naturalmente

come si fa la notte quando il giorno dilegua »

Personaggi principali

• Jean Valjean – Ex forzato perseguitato dalla legge, ma di sconcertante umanità e bontà. Diviene il padre adottivo di Cosette, prodigandosi per lei.

• Fantine – Giovinetta parigina abbandonata dal suo amante, dal quale ha una figlia, Cosette. Per provvedere ai suoi bisogni va a cercare fortuna lasciandola in affidamento ai Thénardier, senza immaginare la loro crudeltà, fino a morire di stenti malgrado l’intervento di Jean Valjean.

• Cosette – Figlia di Fantine, vive i primi otto anni della sua vita presso i Thénardier, dai quali è trattata come una schiava. In seguito viene tratta in salvo da Jean Valjean, che diventa il suo padre adottivo, e adulta si innamora di Marius.

• Marius Pontmercy – Giovane di buona famiglia, che abbandona in odio alle idee del nonno -vecchio monarchico nostalgico dell’Antico regime. Vive in povertà e diviene amico di Enjolras e dei suoi, che rafforzano i suoi ideali liberali e repubblicani. Si innamora di Cosette.

• Javert – Poliziotto ed ispettore di primo grado, irreprensibile tutore della legge, fa della cattura di Jean Valjean uno scopo di vita, fino al loro drammatico faccia a faccia finale.

• I Thénardier – Coppia di malvagi locandieri che allevano Cosette trattandola peggio di una serva; in seguito, caduti in disgrazia, si uniscono a una banda di criminali e tagliagole parigini, di cui Monsieur Thénardier diviene il capo.

• Gavroche – Figlio mai amato né sopportato dei Thénardier, monello di strada.

• Éponine – Figlia maggiore dei Thénardier, innamorata di Marius cui salva la vita due volte (prima sviando il padre e la sua banda dall’abitazione di Cosette, poi sacrificandosi al posto suo sulla barricata) sebbene questi ignori i suoi sentimenti.

• Enjolras – Capo degli studenti rivoluzionari che combattono sulla barricata del 5 giugno 1832.

Personaggi secondari

• Monseigneur Myriel – Vescovo di Digne, uomo di chiesa dalla eccezionale levatura morale. È il primo personaggio presentato nel romanzo (il primo libro del primo tomo è infatti dedicato interamente a lui) e la sua presenza pervade l’intera vicenda, in quanto i suoi insegnamenti ed il suo esempio sono di stimolo perenne a Jean Valjean a proseguire nella strada della redenzione.

• Père Fauchelevent – Un vecchio carrettiere che viene salvato da Jean Valjean a Montreuil-sur-Mer, ed in seguito paga il suo debito aiutando l’ex forzato braccato a rifugiarsi con Cosette nel convento di cui è giardiniere.

• Monsieur Gillenormand – Nonno di Marius, è un vecchio borghese le cui idee ottusamente conservatrici costringono il nipote a fuggire di casa. Tuttavia il vecchio nutre anche un sincero amore per Marius, ed è pronto ad accoglierlo in casa, ferito, dopo gli eventi del 5 giugno.

• Azelma – Figlia minore di Thénardier, rimane con il padre fino all’ultimo, aiutandolo nelle sue truffe e nei suoi delitti.

• Monsieur Mabeuf – Ex soldato, amante dei fiori e dei libri, è amico di Marius e lo aiuta a conoscere e comprendere la figura dell’eroico padre. Muore sulla barricata, con un’azione eroica, dopo essere caduto nella miseria più nera.

Serata eccezionale, quindi, che si ripeterà martedì 26 febbraio p.v. con la visione del film Anna Karenina, a completamento dell’incontro di dicembre 2012 durante il quale è stato discusso e approfondito Lev Tolstoj e la sua stupenda Anna Karenina.

 

A cura di Matilde Maisto

 

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Convegno letterario a Cancello ed Arnone con “Letteratitudini” ed il professor Mario Damiano

gennaio 28th, 2013 // 4:25 pm @

 

Crisi Economica-Politica e Questione Meridionale (possibile ed immaginaria intervista a Luigi Sturzo)

Cancello ed Arnone – Circa cinquant’anni fa moriva don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano, partito laico nelle foglie ma cristiano nelle radici con forte impronta meridionalista, con il quale i cattolici si inserirono nella vita politica nazionale.

In don Luigi, meridionalista militante fin dalla prima ora, lo sviluppo del Sud occupa una posizione centrale nel suo impegno pastorale e politico. Egli analizzò la questione meridionale non con paraocchi ideologici, ma inserita nel suo quadro storico.

Egli già nel Congresso cattolico di Bologna del 1903 collegò “la questione cattolica” con la “questione meridionale” intesa come una “questione nazionale”.

Don Luigi Sturzo parallelamente al Congresso Cattolico ufficiale di Bologna, tenne una conferenza nella sala dei Fiorentini, dove si riunivano i democratici cristiani, nella quale disse: “Noi non ci conosciamo; e lo stacco si rende tanto più reale, quanto ancora non si è trovato una ragione specifica di lavoro di tutti i cattolici d’Italia anche a favore di una questione che non è semplicemente politica, ma che è fondamentalmente questione di conoscenza e di condizione di animo.

Penetrare nell’intimo del nostro problema meridionale è per molti, per moltissimi, come penetrare in una contrada inesplorata. Di fronte alla persistenza di stereotipi che impediscono una corretta conoscenza della realtà meridionale e che «concorrono a determinare un urto degli animi assai più disastroso che l’urto degli interessi», egli si propone di offrire un’analisi «accurata, coscienziosa, sobria» della questione meridionale come «un vitalissimo problema di vita nazionale» alla cui soluzione anche i cattolici dell’alta e media Italia devono partecipare «con senno, solidarietà e amore fraterno».Sturzo parlando delle popolazioni del Nord li chiama “fratelli del Nord” e non “nemici” del Sud ed invoca il principio della “solidarietà” nazionale basata sul cristianesimo.

Nel discorso pronunciato a Napoli nel 1917, in occasione del convegno “per gli interessi del Mezzogiorno Sturzo afferma che la questione meridionale è “un problema morale e politico di primissimo ordine (…) che ha una decisiva importanza per il nostro avvenire e il nostro secondo risorgimento”.

Il compito a cui devono spingere “le libere e forti energie” per contribuire validamente “alla soluzione dei problemi del Mezzogiorno” è un impegno politico e sociale animato da un rinnovato impegno morale.

Per Sturzo un rinnovamento morale doveva presupporre una visione religiosa della vita. Questa convinzione lo spinse ad impegnarsi per far recuperare una nuova pastoralità al clero meridionale e far rinascere nel popolo una fede convinta, da cui derivassero coerenti atteggiamenti morali.

Egli era convinto che per operare una profonda riforma di costume e di mentalità fra le popolazioni diseredate e avvilite del Meridione bisognava iniziare dal prete, definito da Gabriele De Rosa, come “il primo emarginato della storia della Sicilia nell’età contemporanea”.

Sturzo sogna un prete culturalmente preparato, spiritualmente formato al sacrificio e ad andare contro corrente, pastoralmente attivo, difensore dei diritti degli umili contro i potenti, pronto ad interessarsi, sull’esempio di Cristo della salvezza integrale dell’uomo. Egli ritiene che il compito più importante della Chiesa per aiutare a risolvere il problema meridionale è quello di insistere sulla formazione (spirituale, culturale, pastorale) del clero e sull’educazione religiosa e civile del popolo.

Luigi pur apprezzando il sentimento religioso del popolo meridionale, ne conosce anche i limiti: il sentimento, senza un’adeguata istruzione e una coerente vita morale, degenera facilmente nell’estetismo esteriore, nel cultualismo rumoroso, nel fanatismo arrabbiato, nel dualismo tra fede (spesso unita alla superstizione) e condotta di vita spesso immorale. Pur non negando l’importanza del culto, egli, lamenta che le feste religiose e la predicazione tendano più ad accarezzare la fantasia del popolo, che a investire tutta la sua vita morale.

Don Sturzo, pur guardando alla religiosità popolare non con la sufficienza dell’intellettuale, ma con la simpatia del pastore, che vive a contatto col popolo, non manca di notarne le ambiguità e i lati negativi, con lo scopo di purificarla e di orientarla verso una fede convinta e una pratica sacramentale autentica, una vita morale coerente coi principi evangelici e gli insegnamenti del magistero.

A don Luigi Sturzo, nonostante alcuni limiti della sua impostazione, andrebbe riconosciuto il merito di avere fra i primi, profeta inascoltato, gridato in difesa dell’ambiente , di avere denunciato il pericolo di creare mega impianti industriali inquinanti come “cattedrali nel deserto” e di avere lottato contro quelle che, con una reminiscenza dantesca, egli chiama le tre “male bestie” che inquinavano anche l’ambiente umano: lo statalismo, la partitocrazia, l’abuso del denaro pubblico. Don Sturzo , che già agli inizi del secolo scorso aveva denunciato la presenza negativa del fenomeno mafioso, alla fine degli anni ’50 sostiene che per combattere le varie mafie non basta superare il sottosviluppo economico , ma è necessario anche uno sviluppo culturale, morale e religioso.

Nel marzo 1959, alcuni mesi prima della morte, in un “Appello ai Siciliani” scriveva che per un autentico sviluppo bisognava puntare sull’educazione delle nuove generazioni con “scuole serie, scuole importanti, scuole numerose, scuole che insegnano anche senza dare diplomi, al posto di scuole che danno diplomi e certificati fasulli a ragazzi senza cultura”.

Riconoscere la validità del contributo di don Luigi Sturzo alla soluzione delle questioni meridionali, non significa riproporle meccanicamente , ma ispirarsi al suo insegnamento per trovarne di nuove . Il meridionalismo di don Luigi Sturzo, attento al territorio, si inserisce nella sua concezione autonomistica concepita non solo in chiave economico-politica in funzione di motivazioni contingent, ma anche da una profonda esigenza etico-religiosa basata su un’antropologia sociale ispirata ai principi della sussidiarietà, della solidarietà e del bene comune.

Il professore Mario Damiano nella sua affascinante esposizione precisa che: “Le brutture di Tangentopoli erano già previste nella grande e dolorosa battaglia politica e morale di Sturzo degli anni ‘50 ” .

Questa affermazione di Gabriele De Rosa, il maggior studioso di L. Sturzo e delle vicende del Partito Popolare, mi ha spinto ad immaginare un colloquio-intervista con lo stesso Sturzo sui problemi attuali del nostro vivere per poter ripresentare – in questo momento di crisi e di sfiducia – le radici e le idee guida del Partito Popolare Italiano fondato da Sturzo.

E passa, quindi, ad evidenziare tutte le riflessioni, le considerazioni e le intuizioni che il Nostro ha avuto a riguardo della “nostra cara e bella Italia” .

Sturzo ha sempre immaginato la politica dell’Italia nel contesto europeo, cioè aperta al Nord del Continente, ma anche proiettata verso il Sud euro-afro-asiatico sia per i contatti internazionali sia perché considerava quest’ultimo fronte “la fonte dell’equilibrio internazionale”.

Per quanto riguarda l’impegno politico e sociale, Sturzo deve essere considerato non tanto come studioso dei problemi, ma piuttosto quale costruttore di un nuovo assetto politico e sociale dell’ Italia ed in modo speciale del Mezzogiorno. Il suo meridionalismo più che conseguenza di letture ideologiche è sgorgato da una profonda coscienza della condizione umana della gente del Sud e dal desiderio di realizzare più giustizia sociale e democrazia. In lui pensiero ed azione interagiscono.

Considero attuale il suo pensiero ed impegno politico, perché afferma che: l’epopea risorgimentale ha realizzato solo l’unità politica dell’Italia, ma occorre ancora portarne a compimento l’ unità economica.

Guido Dorso ha definito Sturzo “un meridionale di genio”  e mi permetto di aggiungere profeta, in quanto ha previsto e additato soluzioni ancora attuali.

Molto affascinante l’esposizione del professor Mario Damiano che ha mantenuto vivo l’interesse della platea per circa un paio d’ore. Rilevante la presenza di giovani che hanno preso parte all’appassionante incontro.

Intanto il gruppo di “Letteratitudini” riprende la lettura dei poeti stranieri e si è dato appuntamento al 21 Febbraio prossimo con Victor Hugo; relatrice dell’incontro sarà la Signora Felicetta Montella.

 

Materiale dell’intero dibattito è rintracciabile al seguente link: www.ilcignorosa.it (categoria letteratitudini)

 

A cura di Matilde Maisto

 

MATERIALE DISCUSSO DURANTE L’EVENTO

CRISI ECONOMICO-POLITICA e QUESTIONE MERIDIONALE(possibile ed immaginaria intervista a Luigi Sturzo) Lavoro del prof. Mario Damiano per un premio del quotidiano La Repubblica nel 1985-6.

 

“Le ultime elezioni e le brutture di Tangentopoli erano già previste nella grande e dolorosa battaglia politica e morale di Sturzo degli anni  ‘50 “ (l).

Questa affermazione di Gabriele De Rosa, il maggior studioso di L. Sturzo e delle vicende del Partito Popolare, mi ha spinto ad immaginare un colloquio-intervista con lo stesso Sturzo sui problemi attuali del nostro vivere per poter ripresentare – in questo momento  di crisi e di sfiducia – le radici e le idee guida del Partito Popolare Italiano fondato da Sturzo.

Ho qui evidenziato tutte le riflessioni, le considerazioni e le intuizioni che il Nostro ha avuto a riguardo della “nostra cara e bella Italia” (2).

Sturzo ha sempre immaginato la politica dell’Italia nel contesto europeo, cioè aperta al Nord del Continente, ma anche proiettata verso il Sud euro-afro-asiatico sia per i contatti internazionali sia perché considerava quest’ultimo fronte “la fonte dell’equilibrio internazionale” (3) .

Prima di procedere all’intervista presento sinteticamente la figura di Sturzo.

Nacque, nel Novembre del 1871, a Caltagirone (Sicilia), importante centro all’interno della Sicilia con economia agricolo-artigianale; tale territorio per la omogeneità geografica e per le caratteristiche storico-culturali  era ed è a denominato “Calatino”. La famiglia apparteneva alla piccola nobiltà terriera ed il padre era un notabile cattolico della città, ricordato così dal figlio Mario: “Quando penso a lui, lo ricordo  nel suo povero studio a tavolino, con la ‘Imitazione di Cristo’ tra le mani ed intento a meditare. Uomo quanto mai abnegato, sceglieva sempre le cose più umili per sé” (4). Don Felice, il papà, aveva sposato donna Caterina Boscarelli, figlia di un medico, piissima ed appartenente ad una ricca famiglia borghese. Dal matrimonio nacquero sei figli: quattro donne e due maschi: Margherita, Mario, che fu poi vescovo di Piazza Armerina, Remiglia, che divenne suora, poi un’altra bambina che morì piccola (Michela o Rosa), ed infine due gemelli, il nostro Luigi e la sorella Nelina (5).

Luigi visse una fanciullezza in un clima di sicurezza economica, caratterizzata ‘culturalmente da interessi storico-letterari e religiosi ed aperto ai temi della vita politica locale ed ai problemi del movimento cattolico italiano intransigente’(6). Ricevette la prima educazione in casa perché cagionevole di salute e forse anche perché  ‘la frequenza alla scuola pubblica non avrebbe garantito sufficientemente la sua formazione cristiana’ (7). Il clima che si respirava nell’ambiente familiare ‘era antisabaudo e antimassonico più che filoborbonico’(8) .

Dopo i primi studi in casa, Luigi venne inviato ‘al seminario di Acireale per frequentarvi le prime classi ginnasiali. I genitori presero questa decisione per dare al loro figlio la possibilità di formarsi culturalmente e religiosamente in un ambiente sano ed austero, non contaminato dal laicismo che dominava nelle scuole pubbliche e di maturare, eventualmente, un avviamento alla carriera ecclesiastica. Si può pensare che in questi anni non ci fosse nel ragazzo una precisa volontà di farsi sacerdote, ma solo qualche vaga inclinazione alla vita religiosa’(9).

Luigi Sturzo fu alunno di questo seminario tra il 1883 ed il 1886, poi per motivi di salute, passò al seminario di Noto, città dal clima  più mite. Gli interessi di questi anni  furono storico-letterari con una diffidenza ed una opposizione alla letteratura contemporanea, influenzata dal liberalismo e dal socialismo 10). Fu in questo periodo che maturò un orientamento più decisivo verso il sacerdozio,  divenuto più solido nel seminario di Caltagirone soprattutto dopo l’ordinazione del fratello Mario, che contribuì in modo rilevante alla sua formazione culturale e spirituale (11) .

Per quanto riguarda l’impegno politico e sociale,  Sturzo deve essere considerato  non tanto come studioso dei problemi, ma piuttosto quale costruttore di un nuovo assetto politico e sociale dell’ Italia ed in modo speciale del Mezzogiorno. Il suo meridionalismo più che conseguenza di letture ideologiche è sgorgato da una profonda coscienza della condizione umana della gente del Sud e dal desiderio di realizzare più giustizia sociale e democrazia. In lui pensiero ed azione interagiscono.

Considero attuale il suo pensiero ed impegno politico, perché afferma che: l’epopea risorgimentale ha realizzato solo l’unità politica dell’Italia, ma occorre ancora portarne a compimento l’ unità economica.

Guido Dorso ha definito Sturzo  “un meridionale di genio” (12) e mi permetto di aggiungere  profeta, in quanto ha previsto e additato soluzioni ancora attuali, come emergerà dalla seguente intervista.

Immagino di aver incontrato l’ Onorevole Sturzo quando alloggiava presso le Canossiane a Roma, ove lo incontrai dopo  un appuntamento telefonico. Un bel giorno, di buon mattino ci siamo ritrovati  per gustare un caffè e colloquiare insieme.

Invitato da lui a prendere la parola, gli rivolsi questa domanda: ” Senta, onorevole, conosco il suo impegno politico ed il suo pensiero a proposito della crisi economica, delle riforme istituzionali e dei problemi del Mezzogiorno, vorrei quindi confrontarmi  per cercare nuove proposte e soluzioni agli attuali problemi della nostra cara e bella Italia, come  è solito ripetere”.

Incoraggiato dal silenzio e dalla attenzione, dico: “L’ Europa va verso l’unità ma, in questo momento di crisi economica e di identità che mette in dubbio ed allontana l’obiettivo naturale dell’unità del continente, è soprattutto il Mezzogiorno d’Italia a pagare un gran prezzo, con una enorme disoccupazione, un clientelismo ramificato fin nelle realtà più elementari, uno statalismo rampante e fallimentare, ed una criminalità dilagante nella vita pubblica. Ebbene come spiega tale situazione? ” .

Al che, risponde “Visto che mi offre l’opportunità di parlare delle cose che mi stanno  a cuore, vengo al dunque.  Ricordo che nel Gennaio 1922, parlando a Firenze della crisi e del rinnovamento della Stato, mi posi la stessa domanda. Oggi, come allora, “credo che una delle cause per cui è sempre il Sud a pagare nelle crisi, sia da ricercarsi nel fatto che i risparmi della sua gente, pompati dallo stato sotto forma di tasse, prestiti, buoni del tesoro o depositi, vanno ad alimentare grosse imprese statali, semi-statali e le grandi industrie dell’altra parte dell’Italia, perpetuando in tal modo l’impoverimento e lo sfruttamento economico e politico del nostro Sud” (13), “vede – continua -, nel mezzogiorno il denaro non manca, ma il guaio è che la gente del Sud non ha fede nel suo danaro, lo deposita in banca o in istituti che sviluppano le loro attività al di fuori di esso”(14) .

Intervengo dicendo: “Si potrebbe ovviare a ciò creando delle leggi che impongano alle banche di investire una percentuale dei loro capitali nelle località, dove vengono raccolti, in servizi sociali ed economici”. Lui con tono decisorisponde: “Basterebbe che i nostri capitali mostrassero di non rifuggire dalle imprese per orientarvi fiducioso il capitale del Nord e quello estero” (15) .

Riprendo la parola: “Come si è formato, secondo lei, questa contrapposizionetra Nord e Sud?”

” Vede – risponde – Nord e Sud sono due termini irriducibili ed inconciliabili;  la colpa non è né del Nord  e neppure del Sud” (16). “Abbiamo interessi antagonistici ed esercitiamo l’uno a danno dell’altro, la concorrenza ed il monopolio (17). Le cause principali che hanno portato a questa contrapposizione sono da ricercarsi nell’accentramento statale e nell’uniformità tributaria e finanziaria del Paese (18). Inoltre la divisione tra Nord e Sud non è solo dovuta a diversità di razze (così si affermava ai miei tempi), ma alle diverse condizioni geografiche, psicologiche ed a fattori storici (19); noi del Sud non abbiamo avuto esperienze municipali, una borghesia audace ed ebrei (20) e neppure  l’alta finanza che influisce sulla politica e ne determina le scelte e lo sviluppo (21)” .      “Noi meridionali  ammiriamo lo sforzo realizzato dal Nord e dall’Italia media, dopo l’unificazione, per la sua trasformazione. Tale operosità ha permesso al paese di superare la crisi in cui era caduto dopo l’unità” (22). “Tuttavia penso che una delle cause determinanti la nostra minorità sia nel fatto che la Natura ha sviluppato in noi meridionali più il sentimento individuale che collettivo con un predominio della poesia e della filosofia, perciò siamo esuberanti e pensosi “…. ” devo affermare con certezza che l’arretramento del Sud non dipende dalla  povertà naturale, perché si può dimostrare che esso ha avuto periodi di floridezza quando ha attuato una politica ben precisa… una politica mediterranea” (23).

Ribatto: “Lei reputa determinante per lo sviluppo sociale ed umano la situazione ambientale? Afferma, non è determinante, ma gioca un ruolo importante. Osservi questo fenomeno: “Trasportate il meridionale fuori dal suo ambiente, mettetelo nel contrasto della vita,  perché ne superi le difficoltà. Toglietelo dalle impressioni scoraggianti di impotenza e ne farete un altro uomo” (24). Incalzo:” Cosa dobbiamo fare allora per modificare l’ambiente del Sud? “.

Lui, girando le spalle attraversa la stanza e dice: .. .il popolo del Sud ha bisogno di idee agitatrici e di larga cultura, perché – come ho detto poco fa – esso vive più di sentimenti che di idee e poi perché deve imparare ad inserire nei problemi cosmici ed universali, gli speciali ed i propri “(25)

Preso dalla curiosità, chiedo: “Scusi onorevole, quali sono queste idee agitatrici che dovrebbero scuotere la gente del Sud?”.

Sornionamente, risponde: “Sono l’autonomia ed il decentramento nell’ambito politico- amministrativo e finanziario; l’armonia delle classi,l’organizzazione del proletariato; la libertà degli scambi e la costituzione della piccola proprietà terriera, nonché la rappresentanza popolare, la legislazione operaia, i referendum comunali e l’elevazione morale e religiosa del popolo” (26).

Con trepidazione, ma con forza ribadisco: ” A mio parere non sono sufficienti delle idee guida, è necessaria un educazione politica del popolo. Qual’è il suo pensiero a proposito?”.

Sturzo si concentra come per tirare la risposta dal proprio intimo  e dice: “L’educazione politica delle masse è necessaria per lottare contro il fiscalismo, il protezionismo e lo sfruttamento economico del Sud da parte del Nord(27),soprattutto perché le popolazioni meridionali non vivono la vita della nazione, delle concezioni politiche e del movimento di idee. La loro vita si può racchiudere nel deputato e nel caporale. In più la corruzione, la sopraffazione riducono questa parte della nazione ad essere serva, terra di conquista, regione da sfruttare”(28), ma tornando alla sua domanda ”considero come mezzo di educazione politica, meglio dello stesso voto, i referendum popolari”. (29) Vorrei dire di più: “ è urgente migliorare l’educazione della gioventù, in quanto l’istruzione secondaria ha preparato e prepara una falange in cerca di posti statali… e ciò per una pretesa elevazione sociale. Occorre istituire nel Mezzogiorno scuole professionali specializzate e preparare tecnicamente(30).

L’onorevole continua: “..nel Sud mancano scuole che formano veri industriali e commercianti, scuole che educhino allo spirito di intraprendenza, alla cooperazione, mentre il bagaglio classico (l’impostazione classica della scuola) sembra mantenere lo spirito di nobili decaduti … e creare una superproduzione di professionisti parassiti ed improduttivi…”(31).

Ringrazio per questa risposta e siccome m’ urge cercare la soluzioni ai problemi attuali, chiedo: ” Abbiamo parlato di educazione politica, di scuola, ma cosa dobbiamo fare noi del Sud, da dove partire? “.

“Innanzitutto – risponde – occorre iniziare a considerarci parte dello Stato, superando così il dualismo Mezzogiorno – Governo poi creare un nostro progetto politico e farlo  diventare patrimonio di tutti gli italiani”.(32)” Vede – continua – la soluzione di tali problemi dipende massimamente dalla coscienza che i meridionali hanno di esso e se gli altri non l’hanno percepito è colpa della gente del Sud che mendica dallo Stato e dal governo senza far nulla per mutare la situazione” (33).

Condividendo ciò che afferma, gli ricordo un’espressione di Tucidide che parlando degli ateniesi  (nella Guerra del Peloponneso, II trad. it. E Savino, Garzanti, Milano 1974, 36-41), afferma: “Non è vergogna da noi, rivelare la propria povertà; piuttosto non saperla vincere, operando.In ogni cittadino  non si distingue la cura degli affari politici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente agli incarichi pubblici qualunque sia per natura la consueta mansione……non valutiamo tranquillo un individuo in quanto si astiene da quelle attività, ma superfluo. Siamo noi stessi a prendere direttamente le decisioni o almeno a ragionare come si conviene sulle circostanze politiche:  non riteniamo nocivo il discutere all’agire, ma il non rendere alla luce, attraverso il dibattito, tutti i particolari possibili di un’operazione, prima di intraprenderla….”

Occorre, divenire protagonisti, affermo: “Certo – risponde  – credo che sia necessario staccare le masse cattoliche dalle clientele per rimetterle nella lotta per la realizzazione di un unico programma(34). “Ritengo che occorre spezzare la catena per la quale i deputati servono i ministri alla Camera e questi, per mezzo degli organi di governo, asservono ai deputati le amministrazioni locali, per questo suggerisco ciò che affermavo nel 1913:   la distinzione tra partiti politici ed amministrativi(35). E con tono deciso e forte afferma: “Vede, il problema meridionale non è solo carenza di produzione di ricchezza, non si tratta di fare solo una riforma economica, ma soprattutto una riforma politica. E’ necessario, per lo sviluppo del Sud, non solo il decollo dell’industria ma anche la realizzazione delle autonomie regionali amministrative e finanziarie”(36). “E’ necessario, oltre ad amministrare da noi, disegnare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere e trovare i rimedi ai nostri mali “(37).

Continua, affermando una cosa ancora  attuale: ” La nostra politica deve essere regionalista, le nostre finanze, la nostra economia, la nostra amministrazione tutto deve corrispondere alla regione, ma non voglio con questo la secessione dalla madre patria, voglio curare i nostri interessi, perché  il governo centrale è impotente a risolvere uno solo dei nostri problemi” (38) .

A questo punto, poiché  si parla tanto di riforme istituzionali, gli chiedo di precisare il suo pensiero sulle autonomie locali, sulle regioni, sulle province e sui consorzi. Mi chiarisce che, per risolvere il problema del mezzogiorno,considera necessarie le autonomie locali, perché rispondono meglio alle esigenze sociali di oggi e sostiene che“al Comune deve essere affidata l’educazione della gioventù e del popolo; la socializzazione delle industrie collettive appartenenti o no ad esso e la soluzione di tutti gli altri problemi economici; per evitare poi gli appalti, i subappalti e le concessioni, è necessaria la municipalizzazione dei servizi pubblici con consorzi comunali o intercomunali; cosa da considerare caso per caso, perché l’esperienza insegnerà la via migliore da seguire(39) .

Vede, continua, Credo ancora valido ciò che affermai nel lontano 1917 a conclusione di un convegno cattolico sul Mezzogiorno: ” .. La partecipazione delle masse meridionali alla vita della repubblica ed il rafforzamento del loro peso politico, passa per le autonomie amministrative”(40) .

“Senta – continuo – so che lei dal 1894 fino al 1902 ha pensato ad una federazione tra regioni, poi dal 1903 al 1923, anno di inizio del suo esilio, le sue posizioni federalistichesi sono attenuate, dando più rilievo al regionalismo delle autonomie ed al decentramento. Forse questa impostazione federalistica delle autonomie potrebbe mettere in crisi l’unità della e rendere vanigli sforzi fatti per realizzarla?

Con stupore mi confida che per lui l’ Unità d’Italia è un fatto storico accettato(41) e che  il suo regionalismo è in funzione dello stato unitario e di uno snellimento delle sue strutture. Vede continua – “L’ente regione deve essere autarchico e rappresentativo degli interessi locali, specie nel campo dell’ agricoltura, dei lavori pubblici, dell’industria, del commercio, del lavoro e della scuola”(42).

Per approfondire tale argomento mi invita  a leggere  la relazione  tenuta al Congresso Nazionale del PPI a Venezia il 23 Ottobre 1921, ove analizzò le funzioni, i campi di intervento, i problemi costituzionali e rappresentativi, riproponendo in quella occasione, poiché si parlava delle autonomie locali, il problema della sopravvivenza delle Province e della creazione dei Consorzi Intercomunali ( oggi anche delle aree metropolitane).

Continuammo a parlare ed il  dialogo si incentrò sulla crisi politica del Paese e sui rischi della stessa Democrazia.Guardi – mi dice – Tre sono le bestie nemiche della democrazia. Dante da moralista cattolico e da poeta ne trovò tre.  Io, da giornalista politico, ne ho trovate molte altre, ma nel mio cammino verso la democrazia di bestie enormi ne ho individuatotre :

-LO STATALISMO

LA PARTITOCRAZIA

– L’ABUSO DEL PUBBLICO DENARO

 

Il primo va contro la libertà, la seconda contro l’eguaglianza e la terza controla giustizia.

Ebbene senza libertà, uguaglianza e giustizia non esiste la democrazia.  La lotta principale va condotta contro le tre male bestie per impedire il malaffare a seguaci e sostenitori”.

Vorrei approfondire  questi temi attualissimi, ma rinviamo ad altri momenti la discussione e, poiché mi urge comprendere bene  la situazione economica del paese, gli chiedo il suo pensiero a riguardo. Mi risponde: “La prima cosa da fare, l’ho già affermata nel 1920. Occorre che l’Italia non sia tributaria dall’ estero per le materie prime, perché fin quando lo rimarrà, resterà in un circolo vizioso ed in crisi sempre ricorrente. Urge, pertanto, orientare lo sforzo produttivo anzitutto verso la trasformazione delle materie prime esistenti sul territorio, così da attenuare la dipendenza dall’estero”(43). ” Oggi ,– aggiungodopo aver realizzato ciò possiamo lavorare,  con l’Europa e con i paesi dell’ Africa, dell’ Asia, Oceania e delle Americhe, con l’obiettivo di realizzare un’ economia mondiale interdipendente e compartecipata”. E lui: ” inoltre propongo, in vista della soluzione della questione meridionale, una politica che ci faccia riprendere il nostro posto nel Mediterraneo, come dicevo a De Rosa nel 1921 (44) ed una politica integrata tra quella estera, interna ed economica“.

Interrompendolo, chiedo: ” Qual’è stata la politica meridionalistica attuata dai governi nel nostro Paese?” Con orgoglio precisa che il primo partito ad elaborare una politica con questo fine, è stato il partito Popolare, che fin dalle origini pose al 5° punto del suo programma laRisoluzione nazionale del problema del mezzogiorno ” (45).Tuttavia, continua, fino ad oggi i governi hanno dato al problema un’impostazione errata, in quanto hanno considerato il mezzogiorno esclusivamente agricolo e per di più di una agricoltura arretrata e poco redditizia, ad eccezione di alcune zone molto fertili (46). Si diceva e si dice che lo stato deve prima costruire le infrastrutture e poi il mondo finanziario andrà in aiuto al Mezzogiorno(47).

Un pensiero mi tormenta e di botto chiedo: “Cosa significa per lei riprendere il nostro posto nel Mediterraneo?” Lisciandosi il mento, risponde : “Osservi ciò che è accaduto per il Nord: la posizione geografica gli ha permesso di creare una propria politica economica col centro dell’Europa; ebbene, perché non deve avvenire la stessa cosa per il Sud? A ben guardare esso è un ponte gettato dalla natura fra varie parti del continente europeo e delle coste africane ed asiatiche(48); “Pertanto la politica dell’Italia dovrebbe orientarsi ed essere quella di un centro economico relativo alle proprie fonti produttive e creare attorno a sé una larga sfera di realizzazioni e consensi,  non solo per correggere il fenomeno emigratorio, ma anche per trasformare la sua stessa potenzialità produttiva in realtà di commercio e di industria” (49). ” Oggi, in verità, – soggiungo – considerato che andiamo verso l’unità europea, il Sud dell’Italia potrebbe divenire  la parte avanzata dell’Europa nel Mediterraneo” .

E lui : ” Si ricordi che alla soluzione del problema del mezzogiorno e delle altre zone depresse del nostro paese è legato l’avvenire della democrazia italiana”(50). ” Ma allora, maestro, mi sembra che lei guardi all’economia dei popoli e dei paesi come espressione  della loro naturale posizione geografica, come se ogni nazione avesse un suo progetto da realizzare, giusto? Allora la politica per il mezzogiorno dovrebbe rientrare nella programmazione politica generale della Nazione o risolta mediante interventi statali speciali ?”

” Vede – mi risponde – già nel 1904 scrivevo sulla ‘Croce di Costanza’, che il problema del mezzogiorno non andava risolto con ‘leggi speciali’, poiché queste, sebbene utili, non valgono a farlo progredire verso una soluzione adeguata(51).Le leggi speciali sono sorte in seguito ad eventi tragici e soprattutto per la volontà di uomini politici, ma le ripeto ciò che sostenni a Napoli nel 1923: ‘queste leggi hanno accentuato la distanza tra governo e mezzogiorno e fra le due parti dell’Italia “.                        “Per quanto riguarda, poi, gli interventi statali vorrei fare una distinzione tra interventi legittimi ed illegittimi. Fra i primi considero le facilitazioni creditizie e fra i secondi pongo le iniziative di imprese industriali, tipo Iri, ENI ed i nuovi ‘Enti di gestione che nella loro generalità sono controproducenti e dannosi all’economia ed alla politica del Paese” (52). “Devo poi affermare che sono sempre stato contro le leggi speciali per risolvere la questione Meridionale, perché ho sempre auspicato che la soluzione di tale problema fosse gestito dalle genti del Sud attraverso le autonomie regionali, anche se nell’ambito di una politica nazionale” (53), “ed ho accettato la cassa per il mezzogiorno come intervento provvisorio in previsione della realizzazione delle suindicate autonomie(54).

In breve non biasimo gli interventi statali o meglio i finanziamenti, deploro lo spirito che si diffonde: invece della spinta a fare, la spinta a non fare per la perversa volontà che cada la pera matura dall’albero statale, pertanto se lo stato vuole riguadagnare il tempo perduto, sarà bene che aiuti l’industrializzazione del Sud con minore spesa e maggior vantaggio(55).

“Potrei sintetizzare la sua proposta economica – affermo – con l’espressione politica ambientale“, ma lui: “Se ho ben capito il significato che lei dà al termine, posso senz’ altro accettarla. Vede non l’ho mai usata ma sono stato fautore di una tale politica. Infatti ho sempre lottato per collegare leggi, tributi e scuola alle esigenze territoriali, quale punto di partenza per una maggiore crescita economica e democratica del Sud. Fin dall’inizio del mio operare nel sociale e nel politico, ho sempre avuto presente questo aspetto, infatti, avendo constatato che nel Sud l’agricoltura era il lavoro della maggioranza delle persone mi sono battuto affinché la terra fosse data ai contadini, che il latifondo fosse spezzettato, che cooperative prendessero in fitto le terre o acquistassero le sementi per tutti ed infine mi son impegnato a mutare i ‘patti agrari’. Nella situazione odierna partire, come allora, dalla realtà concreta e dall’oggi, programmando il suo sviluppo nell’ambito di una politica nazionale ed europea “.

Queste riflessioni generali mi portarono a fare delle domande più particolareggiate

  1. Quale tipo di agricoltura suggerirebbe per il mezzogiorno?”
  2. Quale tipo di industrie potrebbero fare da volano per la sua industrializzazione?”
  3. Cosa consiglierebbe per uscire dalla crisi economica attuale?”.

L’onorevole, sorpreso da questa valanga di interrogativi, mi dice: ” Vede questi problemi  non possono essre risolti singolarmente in quanto sono interconnessi”

Per quanto concerne l’agricoltura è necessario sviluppare cooperative agricole, coordinare i piccoli proprietari terrieri, realizzare consorzi tra loro e sul territorio per l’uso delle macchine agricole, per l’acquisto delle sementi migliori e per le analisi del terreno ecc., altrimenti i costi di produzione non verranno compensati dai prezzi di mercato(56). Un principio deve però rimanere ben saldo: La politica agraria non va gestita in modo uniforme, ma devono essere considerate le speciali condizioni delle diverse parti d’Italia(54).Ciò, secondo il mio modo di vedere dovrebbe valere per qualsiasi  tipo di politica- affermo – “Oggi bisogna preoccuparsi delle terre incolte perché non più redditizie. Un altro problema attualissimo  è quello del rimboschimento, dell allevamento animale, della produzione lattea e soprattutto la specializzazione della qualità. A ciò occorrerebbe collegare l’industrializzazione di tali prodotti.  In breve“considero necessario migliorare la produzione dei campi, tecnicizzare il lavoro, adeguare le coltivazioni al mercato. Per realizzare ciò occorrono  macchine adatte alle  colture, alle località, alle piccole e grandi aziende; Tutto ciò è realizzabile attraverso grandi trasformazioni ed imprese costose, perciò in agricoltura c’è necessità di capitali privati e pubblici, ma soprattutto cooperazione tra privati e stato, tra proprietari e conduttori, oltre alla competenza ed alla fiducia, altrimenti resteremo in coda nel mercato comune europeo” (55). “Vede – continua – a proposito del rimboschimento considero questo il ‘problema dei problemi‘, esso non è stato mai affrontato con chiari programmi e grandi investimenti, anche se la volontà governativa in tutti questi anni c’è stata. Solo che spesso si è tradotta in provvedimenti occasionali”(56) . “Il suolo ha perso e perde moltissime superfici coltivate e fertilizzate a causa delle alluvioni delle acque non regolate e di venti impetuosi. Non si possono più realizzare programmi in pianura se prima non sviluppiamo convenientemente e tempestivamente la protezione montana. E’ la montagna che comanda la collina e la pianura e non viceversa. Viene prime il forestale, poi l’agricoltura e l’industriale…. spesso affidiamo il problema montano ai cantieri di rimboschimento(spesa massima con minimi risultati) (57),perché non lo consideriamo di attualità e di valore economico produttivo, eppure la sistemazione forestale è uno dei capisaldi della industrializzazione del mezzzogiorno(58) . “Un governo od un regime che spendesse migliaia di miliardi per impianti industriali di carattere politico (Alfasud, Gioia Tauro, Ilva di Bagnoli, Montedison di Brindisi) e negasse qualche migliaio di miliardi alla sistemazione montana del Mezzogiorno, non osserva neppure le regole elementari della buona amministrazione. In breve: per ottenere incrementi seri e duraturi di produttività in pianur, occorre  rendere la montagna sana e produttiva(58) . “Penso che l’Italia meridionale potrebbe specializzarsi nel commercio dei legni pregiati, cosa che andrebbe rifatta ex novo, la  conseguenza sarà lo sviluppo dell’industrializzazione”.

A proposito, poi, della crisi attuale dell’industria nel Sud, chiedo suggerimenti   per l’industrializzazione del mezzogiorno.

Penso ” che l’industrializzazione è anzitutto un problema di ambientee di commercio conseguente” (59) e continua “ogni regione deve dare quello che può. E’ antieconomico voler imporre al mezzogiorno industrie che non abbiano un assorbimento locale. L’industrializzazione al Sud si fa con i fatti, col passo della natura e con la conquista dei mercati (60). Non possiamo stabilire ‘a priori’ la sede geografica degli impianti industriali e neppure fissare gli investimenti in misura prestabilita, senza considerare la presenza od il trasporto delle materie prime, la viabilità, la vicinanza di sbocchi commerciali ed i costi . Invece, sa cosa accade? – mi guarda sorridendo – enti statali che non corrono rischi accettano di fare impianti costosi e poco redditizi. Ma  ciò non sarà di alcun giovamento al mezzogiorno e la cosa  più grave è l’abdicazione della iniziativa privata per quella statale che rende il Mezzogiorno servo della burocrazia e della politica degli innumerevoli enti statali (60).

Ascolto con interesse le cose che l’onorevole dice, mentre lui continua: “Voglio precisare che non è sufficiente, per l’industrializzazione del Sud, l’iniziativa locale. Occorrono capitali italiani ed esteri, persone sperimentate e disposte a sfruttare le risorse del Mezzogiorno; ma devo anche affermare che i meridionali quando escono di casa loro – vanno via dalla loro terra – fanno miracoli, mentre quando sono nei loro paesi, intristiscono e perdono fiducia in se stessi e negli altri ” (61) .

Credo che le strade prese per l’industrializzazione del mezzogiorno, in questi anni, siano state in parte sbagliate, in parte controproducenti e solo in parte discretamente produttive (61). Sono ancora convinto che premessa dell’industrializzazione del Sud, debba essere la ripresa economico-agricolo-forestale e poi considerare gli sbocchi commerciali e le iniziative ad essi collegati, quali  la produzione e la trasformazione di determinati prodotti” (62) .

Altro aspetto da considerare è che ” la gente meridionale deve  investire nell’ industria i propri risparmi invece di lasciarli in banca o nella cassa postale o preferire imprese individuali od al massimo familiari a quelle di società extrafamiliari. In breve si accontenta di mantenersi nelle dimensioni di piccola o media industria” (63) .

Quindi, concludo, l’industrializzazione del Sud dovrebbe ruotare intorno alla meccanizzazione agricolo-forestale  e alle produzioni ad esse inerenti. Inoltre occorre investire in manutenzione oltre che della natura, beni ambientali, anche di quelli museali ed archeologici,  per far sì che il turismo diventi un’azienda non stagionale ma permanente.….

. i

Con impeto Sturzo soggiunge, chiedendomi scusa:

Un’altra cosa vorrei dire sull’industria siderurgica e metalmeccanica. Sono del parere di smantellarla subito per trasformarla, se non vogliamo andre in perdita. Affermavo ciò già nel 1920 a proposito della crisi economica che attraversava il nostro paese (64). E’ necessario incentivare la piccola e media industria, per poter poi pervenire alla grande industria. “

Concludendo

voglio affermare che il cammino è lungo, ma necessario e soltanto una programmazione regionale in un piano di politica nazionale ed internazionale potrà farci uscire fuori dalla crisi”.

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CONFR./DIBAT. SU FRAT. e  LEG.     Un’altra possibile lettura

Trovo interessantissimo  questo binomio  soprattutto per noi meridionali, anzi per noi europei del Sud, come per ogni altra parte del pianeta ove vivono persone di  diverse culture.

Una premessa importante: E’ tempo di riconoscere ogni cultura, ogni aspetto culturale, maturato   lungo il corso della storia dei popoli europei e del pianeta.

Stimola a ciò la nostra stessa fede cristiana, che vede l’uomo e il mondo ad immagine del DIO-UNITRINITA’, quindi un mondo che no esclude la molteplicità dei  popoli e delle culture da  valorizzare e simultaneamente armonizzarli in  unità.

Il come   lo suggerisce la stessa fede nella TRINITA’.

Occorre inoltre  sfatare, combattere,  molti pregiudizi ed equivoci, tra cui quello che mette in rapporto diretto SUD = CAMORRA – MAFIA- NDRANGHETA .

Le nostre società mediterranee sono  edificate su rapporti umani più stringenti, costruiti più sull’ amicizia, sull’amico, sulla dipendenza dall’altro che sul gendarme, giudice o su LEGGI ASTRATTE.

Comprendiamo bene ciò, se osserviamo  quanto, nella nostra società meridionale, sia importante- o almeno lo è stato fino a qualche generazione fa – la ricerca del padrino per il battesimo, cresima e matrimonio. Non si sceglie  colui che potrebbe  esserci da guida nella fede cristiana, ma chi può guidare nell’inserimento sociale e nel lavoro, forse anche nella vita.

Ricordo d’aver letto in Vittorio Messori  (Pensare la storia, Una lettura cattolica dell’avventura umana, Edizioni San Paolo, Torino 1995pag. 202e ss.un’espressione del card. Ratzinger, che con ammirazione convinta, parlava diquella umanità latina che lascia spazio alla persona  concreta, sempre ricordando che la legge è per l’uomo e non viceversa”.

Noi viviamo i vincoli, le leggi, norme, e le stesse  istituzioni  in modo elastico:  come al rosso del semaforo, la fila in banca o altrove; ilricorrere istintivamente alla raccomandazione;le clientele che si formano spontaneamente attorno ai leader politici sia al sud  che al nord, ma soprattutto presso le popolazioni del nostro mezzogiorno. Osserviamo, inoltre, la stranezza dei nostri consigli comunali o dei sindaci delle nostre zone,  spesso nel passato e tutt’ora, composti per il 50% e oltre, da medici.  Una volta i voti li portavano le parrocchie, oggi gli studi medici , ciò perché tutto si fonda  sul rapporto di fiducia che nutriamo nei loro confronti, segno che nella nostra contemporaneità si dà molto valore alla salute del corpo.

Dovremmo con azioni , comportamenti, parole, e immagini,  aiutare le persone e noi stessi a ricercare e costruire ciò che è meglio per noi, che in definitiva ci realizza.  Ciò avrebbe come conseguenza  la partecipazione   alla vita della città e alla soluzione dei problemi, senza delegare. Il rimanere chiusi nel privato, nel proprio interesse, è un atteggiamento  infantile da superare.

Noi del Sud  non abbiamo  fatto l’esperienza comunale e partecipativa come le genti del Centro Nord. In verità avevamo iniziato a sperimentare l’autonomia attraverso le città marinare, prima degli altri.  Non esisteva solo la città autonoma di Amalfi, ma Brindisi, Gaeta ed altre ancora. Queste città erano talmente importanti che avevano  ambasciate in paesi europei ed extra. La venuta dei  Normanni, chiamati dal Duca di Aversa per risolvere beghe locali, riportò  in Italia meridionale, il feudalesimo francese, che ci ha   legati al modello fondato sulla fedeltà-protezione.

Forse al nostro Sud, all’Italia intera e al sud europeo, così pensa Messori,  è stato imposto un astratto modello statale  nato nel nord Europa  e nella vicina Francia.Probabilmente, oso dire certamente, l’uniformità legislativa –  così pensava Francesco Saverio Nitti, presidente del consiglio italiano  inizi ‘900 ha soffocato le identità particolari dei popoli d’Italia. ( cf. Nitti nel suo testo NORD e SUD.  ………………..) Forse è giunto il momento, per noi cristiani, vista la riscoperta del messaggio del DIO-UNITRINITA’ valorizzare le diverse identità culturali,  frutto di costruzioni, fatiche ed impegni secolari, non per opporre le  identità tra loro, ma per realizzare un’unità sinfonica, dove ognuno offre il meglio di sé ed è capace di perdersi nell’altra identità come in un orchestra, ove  per   realizzare l’armonia, ciascun strumento si perde nell’altro, si ridimensiona o  fa da sfondo  per poi ritornare in evidenza. 

Credo che questo sia il contributo che noi europei occidentali dobbiamo offrire agli altri popoli della terra : mostrare loro che pongono a rischio la propria identità, hanno paura di perderla, in quanto temono di annullarsi e perciò diventano fondamentalisti..  E’ certo che ciò che va bene a Londra  potrebbe non andar bene a Parigi e a Roma e neppure a Napoli. Mi domando se è giusto  battersi per un modello istituzionale e legislativo che forse non è adatto per noi?

Forse le mafie sono lo sviamento di una visione della vita di per sé legittima, anzi rispettosa della cultura e del temperamento delle nostresocietà mediterranee,

FORSE la mafia è la degenerazione di un sistema di rapporti sociali che ha pari dignità rispetto a quello che la  Costituzione ha ESPOSTO? .   la cosca mafiosa o camorristica stessa, non segnalano forse il nostro bisogno di un sistema basato sull’uomo, sul governo personale più che sulla norma astratta?

Che cosa è il Padrino mafioso se non l’espressione del pater familiasdi una famiglia sociale più allargata???La cosca mafiosa o camorrista stessa, non segnalano forse il  bisogno di un sistema basato sull’uomo, sui rapporti umani, sul governo personale più che sulla norma astratta?  Non potrebbe essere questa la strada da battere per inventare istituzioni più umane e meno estranee a noi?

Scusatemi: chi ci dice che la sola forma possibile di organizzazione sociale , come  andiamo ripetendo da secoli, sia quella occidentale con lo STATO DI DIRITTO , dove comanda la legge  e non le persone ?

Con un’AUTORITA’ fredda ed IMPERSONALE??? Dove le cose dovrebbero procedere solo basandosi sui regolamenti, su codici validi sempre e comunque? ( sempre Vittorio Messori)

FORSE SI POTREBBE SFATARE  un tabù secolare sul brigantaggio ( sorto al tempo dell’occupazione francese dell’Italia , come una reazione alla presenza napoleonica  in Piemonte, Toscana e nel Sud Italia) Spesso mi son chiesto come mai al Nord, il brigantaggio   è finito, mentre persiste al sud? 

Ciò potrebbe essere letto non solo come negatività criminosa, bensì come segnali di un modo diverso ( ma non per questo inaccettabile ) di intendere i rapporti tra uomini… Diceva lo studioso Gianfranco Miglio:” Più avanzo nello studio del sistema politico italiano e più cresce in me il sospetto che, alla base di logoranti, inconcludenti discussioni, ci sia un rilevante errore di metodo” (pag. 203 di Vittorio Messori,Pensare la Storia, Ed. Paoline   )

L’errore di pensare che il termine obbligato, l’unico possibile, sia con l’Europa “fredda”, con l’occidente “atlantico” , i cui  “….ordinamenti sono tutti basati sull’impersonalità del comando ove i cittadini devono obbedire a norme astratte piuttosto che all’autorità di persone concrete. La Storia delle libertà costituzionali in Occidente è una lotta per sostituire al comando personale (del feudatario, del principe, del giudice) la sovranità della legge, cioè norme stabili una volta per tutte. I nostri costituenti avevano naturalmente dinanzi agli occhi questo modello, quando stesero la Costituzione del 1948).(cosi GianfrancoMiglio, citato da Messori a pag. 203).

Messori afferma che il partito d’azione composto  di pochi intellettuali, che non riuscì mai ad avere un minimo di base popolare e che sempre perseguì il tentativo di sradicare l’Italia dal suo contesto mediterraneo per agganciarla all’Europa nordica, ha imposto all’Italia un’egemonia culturale (pag.203). Il Mediterraneo, per molti (e pensa a Gramsci, Gobetti, liberals e marxisti, sono concordi) è l’arretratezza cattolica, la Controriforma,  le plebi superstiziose che alternano rosario e coltello e la mentalità clientelare. Insomma è il Sud dei padrini.

L’Europa, invece,è quella della Riforma protestante la cui mancanza avrebbe permesso  la vera rovina del paese, la sua modernizzazione. Essa, la Riforma, sarebbe  l’Eden del civismo, dove nessuno getta la carta per terra.  e, se lo fa, sono i passanti a trasformarsi in poliziotti. (204)

Ho notato una cosa, confermatami da altri….. Dieci anni fa varcai  il confine Italia /Svizzera, dalla zona di Sondrio, nel marciapiede italiano quando incontra ad angolo retto  la strada, nella zona italiana era adorna  di fili d’erba, ma  oltrepassato il confine di pochi centimetri,  ne constatai la mancanza. Rimasi sbalordito! Parlando in seguito con qualcuno che frequenta spesso quella strada, perché si reca sovente  in Svizzera per lavoro, mi ha detto  di aver notato che tanti svizzeri che nel loro paese non lanciano dal finestrino della macchina alcuna carta, appena giungono in Italia si comportano in modo diverso…

Torno alla riflessione di Messori:::

L’Italia realesoprattutto quel Sud così disprezzato – mostrò sin dall’inizio che cosa ne pensasse. Infatti  nel 1799, al riparo dei francesi invasori, a Napoli fu proclamata la Repubblica giacobina da un gruppo di aristocratici “democratici”, avvocati e farmacisti ”illuminati”.; cioè borghesi e  latifondisti che vedevano possibile realizzare l’antico sogno di mettere le mani sui beni ecclesiastici e sulle terre comunali, date in uso civico per il sostentamento della povera gente, che non si lasciò incantare dai bei proclami democratici e, riunitasi nell’armata della Santa Fede del card. Fabrizio Ruffo, in pochi mesi costrinse i collaborazionisti giacobini alla resa.

( cito dei dati::: L’operato delle repubbliche italiane, nate con la venuta di Napoleone in Italia, fu controllato dai francesi. L’Italia fu considerata come un paese da sfruttare dal punto di vista finanziario sicché  si ebbe un notevole aggravio di carico fiscale. La soppressione di chiese e di monasteri, mal vista dai contadini che la consideravano una profanazione della religione, comportò il  venir meno delle associazioni caritative che in qualche  modo lenivano la miseria degli  strati inferiori della popolazione.  Inoltre mancò da parte delle autorità repubblicane una qualche politica mirata a migliorare le condizioni delle plebi urbane e rurali. Nacque  nelle campagne un odio sordo contro gli invasori e i giacobini…pag. 216 della Formazione storica , vol.2, l’Ottocento- Ed. Sansoni per la scuola, Firenze 2000- …..a pag. 228 si dice: “ Nel regno d’Italia e in quello di Napoli gli effetti della vendita delle terre ecclesiastiche risultarono in realtà inferiori alle aspettative: meno del 10% della superficie complessiva del  Regno  di Napoli e solo il 6% delle terre del dipartimento milanese fu messo in vendita. La terra posta in commercio finì  poi in misura assai limitata nelle mani dei piccoli proprietari: sempre a Napoli, per esempio, il 7% degli acquirenti si aggiudicò il 65% delle terre vendute. Le vendite napoleoniche non servirono dunque  a diminuire il rilievo assunto dalla proprietà nobiliare, anzi i nobili riuscirono ad acquistare una parte cospicua dei terreni. Nei dipartimenti di Milano e Bologna, invece, la quota di beni nazionali acquistata dalla nobiltà si aggirò attorno al 50%. Bisogna tuttavia sottolineare come la nobiltà che partecipò alle aste fosse in molti casi costituita da elementi dinamici e intenzionati a introdurre sui propri possedimenti innovazioni tecnologiche.  ( pag.228) .. “ non va dimenticata  la coscrizione obbligatoria voluta dall’occupazione francese.. .Essa gravò soprattutto sulla parte più povera della popolazione specie delle campagne,  in quanto i ricchi potevano facilmente, con un’operazione prevista e autorizzata dalla legge, trovare un sostituto disposto in cambio di una ricompensa a svolgere il servizio militare al loro posto.  Com’ è ovvio si sviluppò specie nel sud ma anche altrove, il fenomeno della renitenza alla leva. Nelle campagne, infatti, i figli   rappresentavano la forza lavoro.. – ciò accadde anche dopo l’unità in Italia meridionale – I contadini che si sottraevano agli obblighi militari  andavano spesso ad alimentare la criminalità e il brigantaggio, diffusi soprattutto nelle zone montuose e nelle aree di confine. L’appennino tosco-emiliano era infestato da grosse bande, così come il bergamasco: Alcune figure di briganti come ad esempio Mayno della Spinetta in Piemonte, entrarono a far parte del folklore popolare. Tra il 1805  e il 1806 una rivolta scoppiò nell’Appennino parmense e piacentino in seguito all’annessione alla Francia. Tra il 1806 e 1810 la Calabria venne sconvolta da una guerra di bande contadine fomentate dagli inglesi e dai Borbone, che i generali francesi poterono domare soltanto,  facendo ricorso a metodi spietati – nello stesso modo si comportò l’esercito a dopo l’unità contro i briganti: le famose leggi specialiNel 1809 venne  introdotto l’odioso  balzello della tassa sul macinato – accadde lo stesso dopo l’unità – introdotto dalla sinistra di allora – per sanare il debito pubblico piemontese. Le resistenze furono così forti che il governo ritirò il provvedimento fiscale. ( cf. La Formazione storica , vol.2, l’Ottocento- Ed. Sansoni per la scuola, Firenze 2000, pag. 228).

Come precedentemente accennato. Messori continua “ la rivolta divampò di nuovo, quando i piemontesi vollero imporre al sud  le istituzioni nordiche di Cavour. Per piegare il cosiddetto  BRIGANTAGGIO ( che spesso ebbe i tratti d’una vera guerra di liberazione) occorsero infinite atrocità e i due terzi dell’esercito italiano. Una piaga che non  si è  mai sanata e di cui ora paghiamo il conto”

Allora, Messori  si chiede: “ lo scatenamento della criminalità organizzata deriva davvero da una “immodificabile” genetica predisposizione a “delinquere” del popolo meridionale?” (pag. 204)    La risposta razzista è inevitabile se si è convinti che le nostre istituzioni ( a cominciare dalla Costituzione) siano le sole valide, il nec plus ultra dell’organizzazione sociale. Quel disprezzo etnico per i “terroni”, che le varie “leghe” settentrionali portano alla luce del sole, alimentato dal feticismo “europeo” dei liberals, è superabile solose si comincia a sospettare che culture diverse esigono istituzioni diverse.   ‘ L’aver tanto esaltato, quasi idolatrato ,la democrazia parlamentare anglosassone, la codificazione napoleonica(204), e lo stato di diritto dei giuristi tedeschi (205), ha chiaramente provocato la reazione nei paesi ex coloniali, dove l’imposizione di quei modelli estranei si è rovesciata nella dispotica realtà che sappiamo…’

“  Può darsi che anche nel nostro Sud, ma forse nell’Italia intera,  l’illegalità di massa non sia  che l’allarmante spia di istituzioni inadatte, che , conculcando valori e tradizioni  pienamente legittimi, provocano la cancrena della mafia(205).

Questa non è, come vuole lo schema consolatorio da telegiornale, un meteorite caduto dal cielo, un cancro sviluppatosi casualmente, l’infezione portata da qualche extraterrestre. E’ (come le consorelle napoletane, calabresi, sarde,  ma come, forse il clientelismo dell’Italia intera, compresa quella del Nord ) la patologia di una società che cerca di basarsi su valori propri che l’Europa “fredda” e i suoi ammiratori nostrani disprezzano, ma a torto.

Valori come il rapporto diretto da uomo a uomo, la famiglia e i vincoli di parentela, l’amicizia, l’impegno verbale che prevale sul contratto scritto. Il senso dell’onore, l’attenzione alla persona ( che è – osserva Miglio- parola “cattolica”, mentre il protestantesimo parla di “ individuo”  )il riconoscimento del leadership naturale, del carisma di un “padrino”, il rifiuto della Legge  astratta (“ la lettera che uccide”  di Paolo ), la giustizia rapida e non burocratica, la prospettiva religiosa stessa.

Se come cristiani ci interessa non il trionfo dell’ideologia, ma il rispetto dell’uomo, è tempo forse di smetterla di cercare di conculcare una cultura, che non è poi la nostra, ma è tempo di riesaminarla con simpatia per trovarle uno sbocco istituzionale.(pag.205)

Siamo così sicuri che le sprezzanti e gelide “virtù civiche” del borghese …. debbano prevalere, manumilitari, sulle “virtù umane”, sul “sistema caldo”, sulle “istituzioni personali” dei popoli mediterranei forgiati dal cattolicesimo ???   (pag.205)

 

Fraternità o solidarietà? Il ritorno di un dibattito antico             di Antonio Maria Baggio  Numero rivista: NU news 202-203 

A proposito dell’articolo di Stefano Rodotà

Stefano Rodotà con un articolo pubblicato da «Repubblica» (Quella virtù dimenticata, 25 settembre 2012) si è interrogato sull’idea di solidarietà per annunciare il Festival del Diritto, di cui lo stesso Rodotà è il direttore scientifico, svoltosi   a Piacenza giovedì 27 settembre, dedicato a Solidarietà e Conflitti.

L’articolo confronta ed analizza  l’idea di solidarietà e  di fraternità, ponendoli in opposizione. Va notato che in questi ultimi anni si è manifestato   un crescente interesse verso il tema della fraternità, come testimoniano numerose pubblicazioni di livello accademico,  fatte da studiosi di sensibilità e orientamenti diversi: la fraternità viene considerata  non come legame famigliare, di sangue, ma nella sua dimensione pubblica, in particolare come principio di rilevanza giuridica e come categoria politica[i].

In questo articolo Rodotà espone essenzialmente due tesi.

La prima è che la solidarietà sarebbe da preferire alla fraternitàin quanto quest’ultima appare «troppo intrisa di religiosità”. Nel corso della storia sarebbe avvenuto un passaggio verso la solidarietà, realizzando così una “laicizzazione” dell’idea di fraternità, alla quale avrebbe dato un fondamentale contributo il “sentire socialista”.

La seconda tesi sottolinea il ruolo del movimento socialista nell’affermazione dell’idea di solidarietà, anche in riferimento all’articolo 2 della Costituzione, dove si menzionano i «doveri inderogabili della solidarietà». Rodotà precisa che la centralità che la solidarietà acquisisce nella nostra Costituzione non può essere attribuita  al solo pensiero cattolico.

Le due tesi corrispondono dunque a due preoccupazioni di Rodotà:

  • che si parli di solidarietà e non di fraternità;

  • che si ridimensioni il ruolo dei cattolici rispetto alla solidarietà.

Si tratta di un confronto non nuovo.           Il tentativo di sostituire l’idea di fraternità con quella di solidarietà è presente nel dibattito politico francese della seconda metà dell’Ottocento e raggiunge il suo culmine con la teorizzazione del “solidarismo” politico, che ha avuto tra i suoi maggiori rappresentanti Léon Bourgeois, autore, nel 1896, del libro Solidarité. Bourgeois, primo presidente della Società per le nazioni e Premio Nobel per la pace nel 1920,era un esponente del partito radicale, autodefinentesisocialista liberale”, divenne Presidente del Consiglio nel 1895 e diede vita ad un gabinetto con forte presenza di ministri appartenenti, come lui, al Grande Oriente di Francia.

In generale, lungo l’arco di due-tre decenni, l’idea di solidarietà si impose e venne presentata all’opinione pubblica come vantaggiosa rispetto a quella di fraternità. Anzituttoperché poteva assumere, per la mentalità positivista del tempo, una apparenza di scientificità, come interprete dei legami oggettivi di interdipendenza esistenti tra gli uomini nella società, mentre la fraternità veniva inserita in un ambito più soggettivo e affettivo; sembrava, inoltre, – il termine solidarietà –  più facilmente utilizzabile come principio giuridico, mentre la fraternità si faceva valere soprattutto come dovere morale. Infine, ed è l’argomento presentato ancora oggi da Rodotà, la solidarietà permetteva– almeno apparentemente – di conservare i contenuti della fraternità, tagliandone però i suoi legami con la sfera religiosa dalla quale proveniva. In breve  sembrava prestarsi meglio, di conseguenza, ad ispirare una azione civile e pubblica, di carattere non confessionale.

È da sottolineare che la storia di Francia ha provveduto a superare tutte queste obiezioni, confermando la fraternità come parte integrante del trittico che la unisce alla libertà e all’uguaglianza e facendone un principio di riferimento del suo diritto pubblico vigente, come dimostra ampiamente lo studio di Michel Borgetto[ii]; e la Francia è un Paese che notoriamente applica una separazione netta tra la dimensione religiosa e quella civile ed istituzionale. Pertanto,  ritirare fuori l’obiezione che la fraternità sarebbe un concetto religioso ci farebbe dunque ritornare al dibattito ampiamente superato e risoltodell’Ottocento.

L’obiezione appare anche priva di significato scientifico, mantenendone invece solo uno polemico.

È evidente che la fraternità è un’idea di origine religiosa; e ciò  vale non solo per la religione cristiana, ebraica, islamica, ma anche per quella degli antichi Egizi, per gli Irochesi, per i Piaroa dell’Orinoco. Gli studi etnologici e di antropologia culturale ci attestano che tutte le grandi idee relazionali di cui l’umanità contemporanea fa uso hanno origine nelle narrazioni originarie (mitologie) di carattere religioso. Dire che la fraternità ha un legame con la religione è dire un’ovvietà. Ciò che ci deve interessare sono i contenuti culturali che queste idee di origine religiosa hanno trasmesso alle culture viventi; contenuti che si sono arricchiti e modificati nel corso delle esperienze storiche e che vengono assunti e vissuti indipendentemente dalla loro origine religiosa e dai sacerdoti, druidi o sciamani che ce li hanno trasmessi. Se le religioni dalle quali provengono i contenuti fraterni sono ancora vive e se esse continuano a nutrire la società con i loro contributi, questo costituisce un arricchimento, non un problema, dato che, nello spazio pubblico, gli elementi di fraternità vengono presi in considerazione per i loro aspetti civili e non per le eventuali motivazioni religiose che li producono.

Ancora, si tenga presente che le perplessità nei confronti della fraternità non sono appartenute, storicamente, soltanto al campo “progressista”, le troviamo anche – ma è solo un esempio fra i molti possibili – in un’importante opera collettiva di ispirazione conservatrice, quale fu il Dizionario generale di politica di Maurice Block (1873). Essere a favore o contro l’uso della fraternità come principio di riferimento della vita pubblica non colloca dunque, automaticamente, né da una parte né dall’alta degli schieramenti politici del passato e del presente.

L’utilizzo dell’idea di fraternità non è affatto semplice. Nel corso della storia recente essa ha subito diverse interpretazioni distorcenti. Pensiamo alla fraternità trasformata in ideologia nazionalistica, utilizzata per descrivere una “Nazione di fratelli” che dà vita ad uno Stato aggressivo nei confronti degli altri. O alla fraternità intesa come legame settario tipico di organizzazioni quali la massoneria. O alla fraternità come legame di classe, usata per definire un nemico da distruggere: tutte interpretazioni, queste, che hanno l’effetto di escludere, di definire un’appartenenza comunitaria di tipo privilegiato o antagonista; interpretazioni che negano un elemento essenziale dell’idea di fraternità, indispensabile per dare fondamento ad un orizzonte di democrazia e di pace: quello di essere un legame tendenzialmente universale, che riconosce a tutti gli esseri umani la medesima dignità.

Perché allora, nonostante queste oggettive difficoltà, la fraternità si impone nuovamente nel dibattito pubblico? Credo che questo sia dovuto alla ricchezza del suo stesso concetto: la condizione fraterna, nel significato della sua origine famigliare che costituisce la nostra prima esperienza di essa, è una relazione tra pari, tra esseri umani che vengono dagli stessi genitori e che, per questo, vivono in condizione di uguaglianza; e che, contemporaneamente, sono tra loro diversi e questa diversità è riconosciuta e rispettata, per cui vivono in condizione di libertà. La fraternità è dunque la condizione per la libertà e per l’uguaglianza: il trittico della Rivoluzione francese, liberté, égalité, fraternité, trasferisce questa condizione esistenziale umana dall’ambito della famiglia a quello della società; il trittico rivoluzionario, storicamente, osa l’inosabile, volendo trasformare una condizione di privilegio riservata a pochi in una condizione universale di cittadinanza. Ecco perché i tre principi, libertà, uguaglianza, fraternità, possono essere considerati, insieme, come le “categorie del politico”, come una sintesi del progetto politico irrealizzato della modernità. Gli studi dell’ultima generazione non intendono semplicemente “recuperare” la fraternità ma, attraverso una nuova attenzione per l’intero trittico, offrono importanti contributi al dibattito contemporaneo sui fondamenti della democrazia e sulle vie per realizzare più pienamente il suo progetto politico. In questo senso, riproporre oggi la “solidarietà” come se fosse una scoperta nuova e ostentando di ignorare il dibattito internazionale che si è sviluppato su questi temi, lascia fortemente perplessi.

Emergono qui due caratteristiche fondamentali che qualificano la fraternità politicamente. La prima, che la differenzia radicalmente dalla solidarietà, è la sua orizzontalità: i fratelli non accettano rapporti di subordinazione ma interpretano se stessi, sempre, come pari, anche se hanno ruoli diversi. Al contrario la solidarietà, come viene comunemente intesa e praticata, può consentire anche relazioni verticali, di aiuto da parte del forte verso il debole; è chiaro che la solidarietà così intesa può essere usata per mantenere il debole nella sua condizione subordinata, dandogli l’aiuto sufficiente a garantire che egli non si ribelli. La solidarietà non mette in questione la relazione di potere; la fraternità, al contrario, non può non farlo. Lo stesso uso della solidarietà come “solidarietà orizzontale” appartiene ad una prospettiva recente, ispirata proprio dalla nozione di fraternità. La seconda caratteristica consiste nel fatto che la relazione fraterna mi fa prendere atto che esiste un altro, diverso da me, che ha strettamente a che fare con me – siamo, insieme, società – e che ha i miei stessi diritti; non dispongo di lui, non posso cambiarlo, devo accettarlo nella sua differenza e nel suo diritto di viverla e di svilupparla. In questo senso, la fraternità è il fondamentale principio di realtà, quello che stabilisce la verità di fatto senza la quale, come sottolinea Hanna Arendt, non c’è società politica.

Ho accennato ad un progetto politico irrealizzato; le sue possibilità si chiusero infatti poco dopo il suo annuncio: la fraternità, appena enunciata dalla Rivoluzione francese, cade ben presto, essenzialmente per due motivi. Il primo: la Rivoluzione si trasforma in guerra civile sempre più cruenta; al posto della fraternità si attuano i processi di “fraternizzazione”, con i quali i sanculotti impongono con la violenza il loro controllo sulle altre organizzazioni politiche: il grido “Fraternità o morte”, che inizialmente esprimeva la disponibilità a dare la propria vita per la causa della Rivoluzione diventa, spiega lo storico Alphonse Aulard, la propensione a prendere la vita degli altri: «Sii mio fratello o ti ammazzo»[iii]. Il secondo: la Francia rivoluzionaria mantiene in piedi l’economia schiavistica nelle sue colonie; i diritti dell’uomo e del cittadino proclamati a Parigi valgono per i bianchi ma non per i neri e la Grande Rivoluzione entra in contraddizione con se stessa.

La fraternità dunque cade; non perché sia, dei tre principi del trittico, il più fragile, come suggerisce Rodotà, ma perché cade il trittico intero: libertà, uguaglianza e fraternità avevano assunto significati nuovi proprio attraverso la loro relazione; una libertà fraterna non sarebbe mai degenerata nell’arbitrio della legge del più forte; né un’uguaglianza fraterna avrebbe prodotto sistemi sociali simili a carceri. Ed è invece proprio ciò che è accaduto nella storia dei due secoli successivi, quando la libertà e l’uguaglianza si sono separate e contrapposte, dando vita a sistemi socio-economici conflittuali. Non è strano allora che oggi si voglia riprendere la riflessione sulla fraternità: è, in realtà, una riflessione sull’intero trittico, è l’esigenza di riprendere in mano, con diversa consapevolezza ed esperienza, il progetto politico che voleva mettere insieme la libertà e l’uguaglianza attraverso la fraternità.

Che la fraternità abbia questo ruolo di “generatore” degli altri due principi lo si vede lungo tutta la storia del Novecento: quando sono venute a mancare la libertà e l’uguaglianza, i popoli sono sempre ripartiti dalla fraternità. Passato il momento del “solidarismo”, la fraternità ha continuato ad ispirare il pensiero della democrazia. Basti ascoltare le parole della Resistenza italiana o del Maquis francese, per udire completamente dispiegato il linguaggio della fraternità: è con quello che siamo usciti dalla guerra e dall’oppressione nazifascista. Viceversa, la fraternità non può agire come principio pubblico senza libertà e uguaglianza: ricadrebbe nelle sue possibili degenerazioni settarie, privatistiche, fondamentaliste.

La fraternità come categoria di pensiero nello spazio pubblico non è, dunque, una facile soluzione ai problemi politici attuali; ma è certamente uno dei luoghi nei quali cercare le soluzioni. Accantonare la fraternità e la sfida che essa rappresenta significherebbe rinunciare a guardare la complessità del nostro tempo, che ci chiede di uscire dalle eredità ideologiche che ancora ingombrano il campo della democrazia, per riuscire ad essere, insieme, sia liberi che uguali.

[i] Alcune opere, limitandoci alle italiane e alle più recenti: A. Mattioni – A. Marzanati (Edd.), La fraternità come principio del diritto pubblico, Città Nuova, Roma 2007; A.M. Baggio (Ed.), Il principio dimenticato. La fraternità nella riflessione politologica contemporanea, Città Nuova, Roma 2007; I. Massa Pinto, Costituzione e fraternità. Una teoria della fraternità conflittuale: “come se” fossimo fratelli, Jovene, Napoli 2011; F. Pizzolato, Il principio costituzionale di fraternità. Itinerario di ricerca a partire dalla Costituzione italiana, Città Nuova, Roma 2012; A. Cosseddu, L’orizzonte del diritto «luogo» delle relazioni, in A.M. Baggio (Ed.) (con A. Cosseddu, P. Giusta, R. Mardones, A. Márquez Prieto), Caino e i suoi fratelli. Il fondamento relazionale nella politica e nel diritto, Città Nuova, Roma 2012.

[ii] M. Borgetto, La notion de fraternité en droit public français. Le passé, le présent et l’avenir de la solidarité, Librairie Générale de Droit et de Jurisprudence, Paris 1993.

[iii] F.A. Aulard, La Devise «Liberté, Égalité, Fraternité», in Études et leçons sur la Révolution Française, Sixième Série, Paris 1910, p. 23.

FRATERNITA’ e    LEGALITA’  Analisi del Mezzogiorno ..oggi.

Sul Sole 24 ore del 25 Marzo 2012 a pag.32nell’inserto della DOMENICA  del Sole, nella pagine Cultura e sviluppo,   un ‘articolo di Sergio Zavoli dal titolo generale  NAPOLI /SPERANZA con il proprio titolo LA FORZA DI ILLUMINARSI DA SE’, mi ha colpito e tra le tante cose afferma….:La trasgressione minuta e quotidiana è alle  stelle,  e splende soprattutto a Napoli: ”Nessuno scontrino in quattro negozi su cinque”..

Le azioni della Finanza in quest’ultimo periodo hanno  rilevato uno sterminato e impunito numero di reati, eper la prima volta è stata sfatato il mito   dell’Italia tutta sana da una parte e tutta malata dall’altra.

Napoli rimane un caso  sé inconfondibile, un’isola di scetticismo, nobiltà e arrendevolezze che richiama alla mente un giudizio di Guido Piovene, che nel suo VIAGGIO IN ITALIA, notava  la“profonda inclinazione del Sud, ma soprattutto di Napoli, a vivere la trasgressione, che avrebbe assunto secondo lui, una natura addirittura razionale, quasi razionalistica”

Zavoli considera tale diagnosi un po’ elitaria e condizionata da visione intellettualeper rappresentare la grande metafora della vittima, complice orgogliosa del suo destino.…ed afferma:   ‘Non era ipotizzabile che il Sud potesse farsi punto di coagulo e di rivalsa in un ‘Italia che rischiava, ovunque di essere inconciliabile nella politica e nell’economia, nei costumi e orgogliosa del suo destino ’.

…….”Quanto a Napoli, continua Zavoli , troppo si è detto sull’impossibilità di dare principioe norme,continuità e storiaa un popolazione che ha conosciuto la marginalità e la fama, la regalità e i suburbi, la cultura accademica e quella dei vicoli, il ritmo della metropoli e la frustrazione dei bassi, con tutta la ricaduta delle contraddizioni e delle convenienze, degli inganni e dei compromessi.”.

Il Sud non poteva.. io dico NON PU0’rimanere il contenitore inerte di un potere teso a preservare una vecchia idea della politica come assistenza  e ripianamento…. lasciando definitivamente credere nella sua ineluttabilità, per giunta dagli effetti  torbidi e ingovernabili.    Sarebbe giusto domandarsi se e come Napoli potrebbe rendere efficace un progetto che la sciolga dalle sue complicità antropologiche liberandosi da quelle della politica”…. continua .. “ questa città vive da secoli  nello  spirito  di una conversione perenne perché ha mancato le sue occasioni risolutive,  ma le ha perdute perché la storia non le  aveva prodotte . E’ rimasta sola, amata e lasciata a  sé, indifesa, senza potersi mai misurare con una  realtà che avesse le premesse reali e la forza concreta per modificarla radicalmente. Sicché tutto si è continuamente accumulato su se stessa.   Oggi è facile dire che a Napoli vi è uno dei tassi più alti di “invivibilità  civica”, abbandonata com’è – in tutto ciò che è pubblico – al disservizio, al disordine, alla rinuncia, cominciando dal disfacimento delle strutture urbane fino alle vischiosità delle periferie brulicanti e neglette.

Ai piedi del Vesuvio, è  cresciuta senza alcuna previdenza una popolazione dalla densità 18 volte superiore  a quella di Hong Kong, e i quartieri del centro storico – due metri quadrati per abitante – hanno via via assunto le forme, certo solo esteriori di una megalopoli del Terzo Mondo; lasciando che, come tutto il Sud, Napoli si arrendesse al dover vivere una sorta di designata, irredimibile“singolarità”, rivolta al minimo del mutamento e al massimo dell’immutabile. …Ciò dovrebbe indurre a capire  perché molto del duo destino è passato attraverso la sconfitta, la delusione, la resa. ………non si cura una società affidandola ai risarcimenti, quasi sempre strumentali e ricattatori. Così, molto è fallito.

UNA SOCIETA’ RICCHISSIMA DI VALORI UMANI E CULTURALI RELEGATA A UN SORTA DI EMARGINAZIONE  E DI PURA SOPRAVVIVENZA – cioè a due povertà mai sanate all’origine, bensì perpetuate con gli interventi  straordinari da una parte, le clientele e il “voto di scambio” dall’altranon poteva che smarrire le norme di un civismo divenuto, in quel disordine naturale, quasi incomprensibile.

Ecco allora la strategia del giorno per giorno, che alimenta uno stare al mondo , tra l’ingegnoso e rassegnato e rinvia all’infinito le soluzioni organiche, cioè strutturali e durevoli..

Ma Napoli è qualcosa di più, e di meglio, rispetto a ciò che essa lascia. Nessun altro luogo d’Italia, neppure Firenze, si identifica tanto con la  propria vocazione più mentale e interiore, astratta e reale. Già due secoli orsono  negli anni dei Lumi, Napoli seppe cogliere quasi d’istinto l’intelligenza della Storia; quel po’ di illuminismo italiano fu il suo.

Ora la fiducia che i napoletani riescano a darsi essi stessi un progetto non è senza fondamento ) vedi cosa dice Sturzo dopo)Una città capitale, finalmente incline a veder rispettata la sua dignità borghese e operaia, sede di studi umanistici e scientifici, reputata nel mondo laboratorio di  culture, di imprese e di arti non più, come un tempo, sempre pronte a migrare, ma  a misurarsi con un tessuto umano più consapevole e meno geloso della sua rarità; una gioventù avvezza a vivere in un popolo, si direbbe, senza società e tuttavia attratto dalle rivalse civili, anche quelle prese in prestito dallo sport; una Chiesa, che abbandonando antichi devozionismi  respinge gli alibi della “MALANAPOLI”, sono tutti motivi di speranza in una città colma di vizi e di virtù, forse più clamorosi che altrove, ma anche di voglia di liberarsi da se stessa nonostante i patti da convenire e i diritti da reclamare  in un luogo con il crimine portato a forme d’imprenditoria, la debolezza delle regole, un dolente sentimento della comunità, del rispetto civico, dell’etica individuale e collettiva.

Raffaele Di Capria afferma “ che il napoletano  deve concludere dentro di sé, e da solo, quell’evoluzione che storicamente è rimasta inconclusa. Deve individuare, come una specie di peccato originale, il punto a partire dal quale tutto si è guastato, e ripartire proprio da quel punto”.   Scoprirlo, sembra possibile, significa immaginare che la vituperata e vitale “napoletanità” trasmigri dal ventre di Napoli  per insediarsi nella sua testa.  Perché Napoli è la sua cultura stessa, qualunque forma essa prenda. E’ augurabile che essa ramifichi anche nella società e nelle istituzioni.

Qui è passato il mondo, dai greci agli americani, dai longobardi agli angioini, dagli aragonesi agli austriaci, ai francesi, ai piemontesi, agli italiani e ai tedeschi; qui si sono svolte molte vicende, addirittura brucianti, come le “quattro giornate che illuminarono il  nostro animo grigio”, così Corrado Alvaro.

Dopo tanta forza di secoli, Napoli non vive più la napoletanità come una condanna, la cui vera natura era di resisterle solo inghiottendola. Forse non è vero che il napoletano ha perdestinoil doversi azzuffare con la sua esistenza perché in essa ha continuato a trovare tutti gli aggiustamenti possibili, questo è folklore, piccola letteratura, napoletanismo; dove secondo Curzio Malaparte, “ l’infezione e l’infetto si somigliano” e l’ineluttabile diventa la spiegazione, quindi il farmaco di tutto.

Napoli, azzardano gli  antropologi, sta compiacendosi sempre meno di essere, co- così la chiamò Domenico Rea – “uno degli ombelichi del mondo”, volendo esistere per quello  che “ non si può non sapere e non fare di noi stessi”, si augurava Croce.

MIE RIFLESSIONI  da un lavoro redatto per il quotidiano Repubblica nel 1984-85, il cui titolo era “Intervista impossibile a Lugi Sturzo”.

Tra le altre cose, ripetevo a Sturzo in certo qual modo un suo pensiero: “ Il Mezzogiorno d’Italia  paga un gran prezzo: una enorme disoccupazione, un clientelismo ramificato fin nelle realtà più elementari, uno statalismo rampante e fallimentare ed una criminalità dilagante nella vita pubblica” e gli chiedevo :

“Come si è formata, secondo lei, questa contrapposizione tra Nord e Sud?”

Vede, risponde, Nord e Sud non sono due termini irriducibili ed inconciliabili  e  la colpa non è del Nord e neppure del Sud”  “Abbiamo interessi antagonistici ed esercitiamo l’uno a danno dell’altro, la concorrenza ed il monopolio.

Le cause principali che hanno portato a questa contrapposizione sono da ricercarsi nell’ accentramento statale e nell’uniformità tributaria e finanziaria del Paese. Inoltre la divisione tra Nord e Sud non è solo dovuta a diversità di razze (così si affermava ai miei tempi nel’1800),ma a  diverse condizioni geografiche, psicologiche ed a fattori storici.

Noi del Sud non abbiamo avuto esperienze municipali, una borghesia audace, ebrei” …“e neppure l’alta finanza che influisce sulla politica e ne determina le scelte e lo sviluppo” . “Noi meridionali ammiriamo lo sforzo realizzato dal Nord e dall’Italia media, dopo l’unificazione, per la sua trasformazione. Tale operosità ha permesso al paese di superare la crisi in cui era caduto dopo l’unità”. “Tuttavia credo che una delle cause determinanti la nostra minorità consista nel fatto che la Natura ha sviluppato in noi meridionali più il sentimento individuale che collettivo con un predominio della poesia e della filosofia, perciò siamo esuberanti e pensosi “…. ” devo, inoltre, affermare che l’arretratezza del Sud non dipende dalla povertà naturale, perché si può dimostrare che esso, il sud,ha avuto periodi di floridezza quando ha attuato una politica ben precisa: una politica mediterranea“. …. Trasportate il meridionale fuori dal suo ambiente, mettetelo nel contrasto della vita, perché ne superi le difficoltà. Toglietelo dalle impressioni scoraggianti di impotenza e ne farete un altro uomo” (24).

Incalzo: “Cosa dobbiamo fare allora per modificare l’ambiente del Sud?”. Lui, girando le spalle, attraversa la stanza e, con irritazione,dice: “. .il popolo del Sud ha bisogno di idee agitatrici e di larga cultura, perché esso vive più di sentimenti che di idee e poi perché deve imparare ad inserire nei problemi cosmici ed universali, gli speciali ed i propri “.

Preso dalla curiosità, chiedo: “Scusi onorevole, quali sono queste idee agitatrici che dovrebbero scuotere la gente del Sud?” Sornionamente, risponde: Sonol’autonomia ed il decentramento nell’ambito politico-amministrativo e finanziario;l’armonia delle classi, l’organizzazione del proletariato, la libertà degli scambi e la costituzione della piccola proprietà terriera, nonché la rappresentanza popolare, la legislazione operaia, i referendum comunali e l’elevazione morale e religiosa del popolo”……..“L’educazione politica delle masse è necessaria per lottare contro il fiscalismo, il protezionismo e lo sfruttamento economico del Sud da parte del Nord (27), soprattutto perché le popolazioni meridionali non vivono la vita della nazione, delle concezioni politiche e del movimento di idee. La loro vita si può racchiudere nel deputato e nel caporale. In più la corruzione e la sopraffazione riducono questa parte della nazione ad essere serva, terra di conquista, regione da sfruttare(28) ma, tornando alla sua domanda”considero come mezzo di educazione politica, meglio dello stesso voto, i referendum popolari”(29), anzi direi  di più:“ è urgente migliorare l’educazione della gioventù, in quanto l’istruzione secondaria ha preparato e prepara una falange in cerca di posti statali… e ciò per una pretesa elevazione sociale…. Occorre istituire nel Mezzogiorno scuole professionali specializzate e preparare tecnicamente (30). Poi, dopo un attimo di silenzio, continua: “..nel Sud mancano scuole che formano veri industriali e commercianti, scuole che educhino allo spirito di intraprendenza, alla cooperazione, mentre il bagaglio classico (l’impostazione classica della scuola) sembra mantenere lo spirito di nobili decaduti … e creare una superproduzione di professionisti parassiti ed improduttivi…”.

Ringrazio per questa risposta e, siccome m’ urge cercare la soluzioni ai problemi attuali, domando :

“Abbiamo parlato di educazione politica, di scuola, ma cosa dobbiamo fare noi del Sud, da dove partire? “.

“Innanzitutto, risponde, occorre iniziare a considerarci parte dello Stato, superando così il dualismo Mezzogiorno-Governo, poi creare un nostro progetto politico e farlo diventare patrimonio di tutti gli italiani”.(32)“Vede – continua – la soluzione dei problemi in questione dipende massimamente dalla coscienza che i meridionali hanno dello stesso  e se gli altri non l’ hanno percepito, è colpa della gente del Sud che mendica dallo Stato e dal governo senza far nulla per mutare la situazione”..

Condivido ciò e gli faccio presente parte del discorso di Pericle agli ateniesi, riportata da Tucidide, Guerra del Peloponneso, II – trad. it. di E Savino, Garzanti, Milano 1974, 36-41 :“Non è vergogna da noi, rivelare la propria povertà; piuttosto non saperla vincere, operando.In ogni cittadino non si distingue la cura degli affari politici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente agli incarichi pubblici qualunque sia per natura la consueta mansione……non valutiamo tranquillo un individuo in quanto si astiene da quelle attività, ma superfluo. Siamo noi stessi a prendere direttamente le decisioni o almeno a ragionare come si conviene sulle circostanze politiche; non riteniamo nocivo il discutere all’agire, ma il non rendere alla luce, attraverso il dibattitto, tutti i particolari possibili di un’operazione, prima di intraprenderla….”

Occorre, quindi, divenire protagonisti?“Certo, credo che sia necessario staccare le masse cattoliche dalle clientele per rimetterle nella lotta per la realizzazione di un unico programma…... “Ritengo che occorre spezzare la catena per la quale i deputati servono i ministri alla Camera e questi, per mezzo degli organi di governo, asservono ai deputati le amministrazioni locali, perciò suggerisco, come affermavo nel 1913: “la distinzione tra partiti politici ed amministrativi e con tono deciso e forte, continua: Vede, il problema meridionale non è solo carenza di produzione di ricchezza, non si tratta di fare solo una riforma economica, ma soprattutto una riforma politica.

E’ necessario, per lo sviluppo del Sud, non solo il decollo dell’industria ma anche la realizzazione delle autonomie regionali amministrative e finanziarie”…..“E’ necessario, oltre ad amministrare da noi, disegnare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere e trovare i rimedi ai nostri mali “. Dopo un sospiro, continua: “La nostra politica deve essere regionalista, le nostre finanze, la nostra economia, la nostra amministrazione, tutto, deve corrispondere alla regione, ma non voglio con questo la secessione dalla madre patria, voglio curare i nostri interessi, perché il governo centrale è impotente a risolvere uno solo dei nostri problemi .

A questo punto, poiché si parla tanto di riforme istituzionali, chiedo di precisare il suo pensiero circa le autonomie locali, le regioni, le province e i consorzi.Mi chiarisce che, per risolvere il problema del Mezzogiorno, reputa necessarie le autonomie locali, perché rispondono meglio alle esigenze sociali del presente e ribadisce:“al Comune deve essere affidata l’educazione della gioventù e del popolo; la socializzazione  delle industrie collettive appartenenti o no ad esso e la soluzione di tutti gli altri problemi economici.  Per evitare poi gli appalti, i subappalti e le concessioni, è necessaria la municipalizzazione dei servizi pubblici con consorzi comunali o intercomunali; cosa da considerare caso per caso, perché l’esperienza insegnerà la via migliore da seguire” (39) .

Vede, continua, reputo ancora valido ciò che affermai nel lontano 1917 a conclusione di un Convegno cattolico sul Mezzogiorno: “…La partecipazione delle masse meridionali alla vita della Repubblica ed il rafforzamento del loro peso politico, passa per le autonomie amministrative”.

Senta – continuo – so che lei dal 1894 fino al 1902 ha pensato ad una federazione tra regioni, poi dal 1903 al 1923, anno di inizio del suo esilio, ha attenuato le sue posizioni federalistiche, dando più rilievo al regionalismo delle autonomie ed al decentramento; ebbene penso che questa impostazione federalistica delle autonomie potrebbe mettere in crisi l’Unità della Nazione e rendere vani gli sforzi fatti per realizzarla?”

Con stupore, mi confida che per lui l’ Unità d’Italia è un fatto storico accettato e che il suo regionalismo è in funzione dello stato unitario e di uno snellimento delle sue strutture e continua: “L’ente regione deve essere autarchico e rappresentativo degli interessi locali, specie nel campo dell’ agricoltura, dei lavori pubblici, dell’industria, del commercio, del lavoro e della scuola”.

Per approfondire tale argomento, mi invita a leggere la relazione tenuta al Congresso Nazionale del PPI a Venezia il 23 Ottobre 1921, ove  analizzò le funzioni, i campi di intervento, i problemi costituzionali e rappresentativi, riproponendo– in quella occasione – il problema della sopravvivenza delle Province e della creazione dei Consorzi Intercomunali ( oggi anche delle aree metropolitane).

Continuo a parlare del Mezzogiorno e lui:     “Vede, già nel 1904 scrivevo sulla rivista ‘Croce di Costanza’ che il problema del mezzogiorno non andava risolto con ‘leggi speciali’, poiché queste, sebbene utili, non valgono a farlo progredire verso una soluzione adeguata.Le leggi speciali sono sorte in seguito ad eventi tragici e soprattutto per la volontà di uomini politici, ma le ripeto ciò che sostenni a Napoli nel 1923:‘queste leggi hanno accentuato la distanza tra governo e mezzogiorno e fra le due parti dell’Italia “.

Per quanto riguarda, poi, gli interventi statali vorrei fare una distinzione tra interventi legittimi ed illegittimi. Fra i primi considero le facilitazioni creditizie e fra i secondi pongo le iniziative di imprese industriali, tipo Iri, ENI ed i nuovi ‘Enti di gestione che nella loro generalità sono controproducenti e dannosi all’economia ed alla politica del Paese”(52). Devo affermare che sono sempre stato contro le Leggi Speciali per risolvere la Questione Meridionale, perché ho continuamente auspicato che la soluzione di tale problema fosse gestito dalle genti del Sud attraverso le autonomie regionali, anche se nell’ambito di una politica nazionale…… ho accettato la Cassa per il Mezzogiorno come intervento provvisorio in previsione della realizzazione delle suindicate autonomie…”.

In breve non biasimo gli interventi statali o meglio i finanziamenti, deploro lo spirito che si diffonde: invece della spinta a fare, la spinta a non fare per la perversa volontà che cada la pera matura dall’albero statale, pertanto se lo stato vuole riguadagnare il tempo perduto, sarà bene che aiuti l’industrializzazione del Sud con minore spesa e maggior vantaggio.

 

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Il gruppo di “Letteratitudini” annuncia il convegno: “La questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo”

gennaio 19th, 2013 // 7:23 pm @

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CANCELLO ED ARNONE – E’ per sabato 26 gennaio p.v. alle ore 16,30 il meeting di “Letteratitudini”, che per il primo incontro del 2013, organizza un convegno letterario dal tema “La Questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo” con relatore il valente docente di storia e filosofia prof. Mario Damiano. I componenti storici del gruppo,Giannetta Capozzi, Arkin Jasufi, Matilde Maisto, Pina Manzo, Felicetta Montella, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Raffaele Raimondo, Laura Sciorio, Marinella Viola, ne danno l’annuncio ed invitano tutti gli amanti della cultura a partecipare all’evento, che si terrà presso il Ricc-Caffè in via Roma 87 – Cancello ed Arnone (Caserta). Il prof. Mario Damiano è un qualificato e stimato docente di storia e filosofia presso il Liceo Torricelli di Somma Vesuviana. Famosa è la lettera da lui scritta ai suoi alunni qualche anno fa, che riporto integralmente perché sempre attualissima e molto illuminante: 2010 27 Gennaio  Lettera agli studenti sulla memoria dell’Olocausto. Cari allievi di Terza – Quarta – Quinta D e Quinta E, 65 anni fa, il 27 gennaio 1945, i soldati dell’Armata Rossa abbattevano i cancelli di Auschwitz e liberavano i prigionieri sopravvissuti allo sterminio del campo nazista. Le truppe liberatrici, entrando nel campo di Auschwitz – Birkenau, scoprirono e svelarono al mondo intero il più atroce orrore della storia dell’umanità: LA SHOAH. Dalla fine degli anni ’30 al 1945, in Europa furono deportati e uccisi circa sei milioni di ebrei. In molti Paesi del mondo quel 27 gennaio viene ricordato come anniversario di una tragedia che l’intera umanità non vuole, non deve e non può dimenticare. Eppure vi è chi cerca di negare quella tremenda verità, rimuovendo proprio la memoria che dovrebbe servire a tutti per ritrovare e costruire un mondo diverso: di pace e di uguaglianza nella diversità.  Vi dedico questa lettera per ricordare l’Olocausto non solo come pagina di Storia e neppure per educarvi alla tolleranza e alla pratica della giustizia, ma per farvi comprendere che dobbiamo essere grati alla vita, alla storia e alla natura che ci hanno posto in contatto con tanta varietà. E’ una cosa bella la varietà – diversità – di razza, di storia, di cultura, di popoli, così come un giardino, un parco, una foresta, che se omogenea, tutta uguale ….. che monotonia … che stanchezza, osservarla. Invece la diversità se è armoniosa, organica, colpisce i nostri sensi, li pacifica, facendoci sentire parte di un tutto armonioso. Vi ho sempre comunicato il mio pensiero circa la diversità. E’ una ricchezza di cui non possiamo fare a meno reciprocamente e che dobbiamo apprezzare così come ammiriamo la natura varia e colorata, come restiamo affascinati dall’arcobaleno e dall’ascolto di una stupenda sinfonia, prodotta da una orchestra fatta di tanti e diversi strumenti. Credetemi, non voglio turbare i vostri sogni/progetti, ma offrirvi un ideale più grande per cui vivere. Voglio sognare con voi un pianeta abitato da uomini che si sentono e vivono da fratelli, perché appartenenti alla stessa famiglia umana e che sognano un mondo unito con un orgnanismo superinternazionale che coordini un programma di sviluppo, evidenziando il particolare di ciascuno come ricchezza da donare scambievolmente tra i popoli. Sogno un’educazione che formi non più cittadini italiani, inglesi o europei e americani, cinesi e africani, ma cittadini del mondo, ove ognuno esprima e dia il meglio di sé in armonia con ciò che l’altro può donare a ciascuno e a tutti.  Non releghiamo questo momento ad un ricordo fine a se stesso, ma ad uno stimolo che deve portare alla valutazione della realtà d’oggi, che contiene situazioni molto simili alla Shoah di allora, addirittura in luoghi molto vicini ad Israele stessa. Questo vi chiedo: non fate mai della Storia un argomento passato e senza futuro. Non lasciatevi condizionare e scoraggiare da un mondo volutamente ottuso e fuorviante, ma cercate sempre la verità, pretendete sempre la giustizia, siate giusti per primi e non smettete mai di meravigliarvi, se volete rimanere sempre giovani. Altri ragazzi come voi, sessantacinque anni fa, vedevano spegnere i lori sogni e le speranze del futuro all’interno dei reticolati che li avevano isolati dal mondo per la loro diversità.  Uno di loro, quattordicenne, ha lasciato questo straziante messaggio di dolore e di speranza negata: “Miei cari genitori, se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me. Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe… Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra (ci hanno portato via anche i nostri mantelli). Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno e il mio corpo è pieno di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia. L’altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato… Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui. Dico addio a tutti, cara mamma, caro papà, mie sorelle e miei fratelli, e piango…” (Lettera scritta in yiddish da un ragazzo di 14 anni nel campo di concentramento di Pustkow. Vi aspettiamo numerosi, quindi, non mancate, sarà molto interessante.
Matilde Maisto

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“Letteratitudini” tutto il materiale dell’incontro del 13 dicembre dal tema “Croci e delizie del matrimonio in Anna Karenina

dicembre 16th, 2012 // 9:14 pm @

 

Lev Tolstoj

Lev Nikolaevič Tolstoj nasce nella tenuta di Jasnaja Poljana il giorno 28 agosto 1828; la famiglia è di tradizioni aristocratiche, appartenente alla vecchia nobiltà russa. Le condizioni del suo ceto faranno sempre in modo che si distingua dagli altri letterati del suo tempo, da cui egli stesso si sentirà separato anche quando la sua condizione gli parrà essenzialmente negativa.

Perde la madre quando ha solo due anni e rimane orfano all’età di nove: il piccolo Lev viene cresciuto da una zia che gli permette di frequentare l’Università: studia dapprima lingue orientali, poi legge, tuttavia non arriverà a conseguire il titolo.

Già negli anni dell’adolescenza Tolstoj sostiene un ideale di perfezionamento e di santità: la sua è la ricerca di una giustificazione della vita davanti alla coscienza.

Si ritira in campagna a Jasnaja Poljana dove si arruola come ufficiale dell’esercito nel 1851; partecipa nel 1854 alla guerra di Crimea, dove ha modo di essere a contatto con la morte, e con le considerazioni di pensiero che ne derivano. Inizia in questo periodo la sua carriera di scrittore con “I racconti di Sebastopoli”, ottenendo un buon successo a Mosca.

Lasciato l’esercito, dal 1856 al 1861 si sposta tra Mosca, Pietroburgo, Jasnaja Poljana con qualche viaggio anche oltre confine.

In questo periodo Tolsotj si trova diviso tra un ideale di vita naturale e senza preoccupazioni (la caccia, le donne e i piaceri) e l’incapacità di trovare in questi contesti il senso dell’esistenza.

Nel 1860 perde il fratello; l’evento lo lascia molto turbato; a trentadue anni si reputava già vecchio e senza speranza: si unisce in matrimonio a Sofja Andrèevna Behrs. Il matrimonio gli permetterà di raggiungere uno stato naturale di serenità stabile e duraturo. In quesiti anni nascono i suoi capolavori più noti, “Guerra e pace” (1893-1869) e “Anna Karenina” (1873-1877).

Dopo anni di vera e propria crisi razionalistica, grazie all’esperienza della vita famigliare, matura la convinzione che l’uomo sia stato creato proprio per la felicità, e che il senso della vita sia la vita stessa.

Ma queste sicurezze vengono però lentamente incrinate dal tarlo della morte: in questo ambito si sviluppa la sua conversione verso la religione, che rimane comunque molto legata al pensiero razionalista.

Nell’ultimo periodo della sua vita Tolstoj scrive moltissimo: il suo scopo rinnovato non è più l’analisi della natura umana, bensì la propagazione del suo pensiero religioso, che nel frattempo aveva raccolto numerosi seguaci. Cambiando totalmente lo stile e il messaggio filosofico delle sue opere, senza però perdere la propria maestria stilistica, talento per il quale verrà definito “il più grande esteta russo”. Di fatto nella produzione letteraria di Tolstoj vi sono affrontati temi diversissimi, ma sempre è possibile percepire il tocco del maestro assieme alla sua inconfondibile voce, sempre tesa verso l’uomo e il suo dubbio esistenziale.

Lev Tolstoj muore all’età di 82 anni, il giorno 20 novembre 1910, a Astapovo.

Anna Karenina: l’amore fatale e il fallimento

 

In questo incontro affronteremo la vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo Anna Karenina di Lev Tolstoj (1828-1910). Questo grande romanzo ebbe una difficile gestazione. Tolstoj era stato ispirato da un fatto realmente accaduto a Mosca e vi lavorò per ben cinque anni, in un momento di forte crisi spirituale. Per motivi politici – una larvata polemica nei confronti della guerra che la Russia zarista aveva appena intrapreso contro la Turchia che lo scrittore considerava una soluzione selvaggia e terribile – fu costretto a pubblicarlo a sue spese nel 1877. Ebbe però un successo travolgente, addirittura superiore a quello di “Guerra e pace” (1869), il ponderoso romanzo corale in sei libri dedicato agli avvenimenti storici iniziati con l’invasione napoleonica del 1812, che già gli aveva meritato grande fama in patria.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, Virginia Woolf ha scritto che sono “le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi” Simboli di un modernodisagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è nota ma val la pena di ricordarla. Anna è la sorella del principe Stiva Oblonskij, uomo allegro e superficiale che vive a Mosca ed è lo sposo infedele di Dolly, che vorrebbe lasciarlo dopo aver scoperto l’ultimo suo tradimento con la governante dei bambini. Andata a trovarli da Pietroburgo a Mosca, Anna riesce a comporre con abile semplicità il dissidio tra i due sposi che sono i genitori di ben cinque figli. Dolly è la sorella di Kitty, una ragazza graziosa e ragionevole che riceve una dichiarazione d’amore dal timido e serio Konstantin Levin. Kitty, che è corteggiata anche dal vacuo Aleksandr Vronskij, ricchissimo e seducente aiutante dell’imperatore con molte relazioni mondane, respinge con dispiacere Levin, che ne soffre grandemente. Anna è una donna bella ed elegante, vivace e annoiata. Vive a Pietroburgo ove è sposata con Aleksej Aleksandrovic, un alto burocrate (influente, rigido e perbenista), ed è la madre affettuosa di un ragazzo, Sereza. Anna e Vronskij si conoscono ed è subito colpo di fulmine. Durante un ballo dal quale Kitty – interessata a Vronskij – si aspetta molto, i due flirtano insieme e gettano nello sconforto la ragazza. Anna è presa da un amore senza il quale non può esserci né gioia, né dolore, e neppure vita. Rimane incinta, partorisce una figlia e si ammala gravemente. Alla fine decide di unirsi a Vronskij e di lasciare il marito e il figlio. I due amanti viaggiano per tre mesi per l’Europa e vanno in Italia, ove Anna impara a vivere soltanto per Vronskij, che è la sua felicità ma anche la sua infelicità. Il marito la punisce con il completo allontanamento dal figlio e con il fermo rifiuto del divorzio. La corrotta aristocrazia pietroburghese, chiusa a riccio nelle sue ipocrite convenienze formali, costringe Anna a vivere nel disprezzo mentre, in qualche modo, perdona Vronskij e si apre per lui. Nonostante tutto, Anna è «imperdonabilmente felice».

Vronskij (che si è dimesso dalla carriera militare) si strugge, invece, dalla noia rimpiangendo la sua precedente esistenza gaia e libera. Vronskij e Anna vivono nel lusso e nell’eleganza una vita agiata e superficiale. Vronskij soffre perché la figlia porta il nome di Karenin e vorrebbe convincere Anna a chiedere il divorzio per sposarlo e risolvere così le mille complicazioni della loro situazione. Anna non è, però, interessata al divorzio sia perché non riesce a voler bene ad Anny, la bambina di Vronskij, sia perché sa che il divorzio in ogni caso non le restituirà il figlio che ama. Anna si limita a rendersi attraente e seducente per Vronskij, è tesa e nervosa perché teme di perderlo e riesce a dormire soltanto quando usa una pozione a base di morfina. Pur apprezzando la sua dedizione, Vronskij sente il peso di quelle reti amorose nelle quali Anna tenta di avvilupparlo e diventa sempre più freddo e distante, in taluni istanti, anche ostile e crudele: non intende sacrificare la sua indipendenza di uomo a quell’amore oppressivo, rimpiangendo la libertà perduta. Si affacciano i primi gravi dissapori con i segni inequivocabili della fine di quella passione disperata. Anna avverte di perdere il controllo della situazione: si sente capace di qualunque follia e inizia ad aver paura di se stessa; sente che accanto all’amore si è inserito uno spirito maligno che la spinge a una lotta crudele con l’uomo che ama.

I due vanno a Mosca: Vronskij per affari, Anna in attesa delle decisioni del marito riguardo al divorzio: «Eppure non esisteva una cagione esterna di dissidio, ma ogni tentativo fatto per calmare quest’irritazione latente non faceva che accrescerla. Il male veniva di dentro. Per lei l’irritazione nasceva dal veder diminuire l’amore di Vronskij; per lui, dal riconoscere di essersi messo, a cagione di Anna, in una situazione penosa che essa, invece di alleviare, rendeva sempre più penosa. Né l’uno né l’altra conveniva dei motivi di questa irritazione, ma ognuno di loro credeva che l’altro avesse torto e ad ogni occasione essi lo volevano dimostrare. Anna avrebbe preteso che Vronskij concentrasse tutta la sua vita in lei e quindi era gelosa. Non era gelosa di una data donna, ma la diminuzione dell’amore di lui la rendeva gelosa ed essa cercava un oggetto per la sua gelosia. […] Ed essendo gelosa, Anna si adirava contro Vronskij e cercava tutte le occasioni per prendersela con lui. Lo accusava di tutto ciò che aveva di penoso la sua situazione. Attribuiva a lui lo stato tormentoso di attesa nel quale s’era trovata a Mosca, sospesa fra cielo e terra, la lentezza e l’indecisione di Aleksej Aleksandrovic, la sua solitudine. Era colpa di lui se stavano a Mosca invece che in campagna. Era colpa di lui se essa era divisa da suo figlio. Anche quei rari momenti di tenerezza che capitavano fra loro non la calmavano: ora negli slanci amorosi di lui essa vedeva una tranquillità, un’assoluta sicurezza che non c’era prima e che l’irritava.».

Le discussioni e le recriminazioni tra Anna, ormai distrutta dalle continue torture morali, e Vronskij, non più in grado di affrontare la situazione penosa nella quale lo ha posto l’amore per lei, continuano sempre più aspre e crudeli. Anna scopre in Vronskij una punta di antipatia nei suoi confronti; ormai è convinta che lui non l’ami più, che tutto è finito o deve finire. Nella sua anima regna la tempesta e si sente a una svolta della sua vita che potrebbe avere conseguenze terribili. Comincia a pensare alla morte come alla sola cosa in grado di risolvere tutto, di riaccendere l’amore e di provocare in lui pentimento, commozione e sofferenza. Nonostante il desiderio di consolarla e la paura per una tremenda minaccia che Anna pronuncia in tono disperato, Vronskij decide di andare dalla madre ove si trova anche la principessina Sorokina (che la madre vorrebbe fargli sposare). Anna è presa dal disgusto e dall’odio: sente di amarlo e di odiarlo nello stesso tempo. Come un automa, fa una strana e confusa visita a Kitty e Dolly, e decide di andare in stazione e di prendere un treno per coglierlo in flagrante. Durante il viaggio, in mezzo alla confusione e alle innumerevoli distrazioni, in un soliloquio delirante che i critici hanno chiamato «monologo interiore», Anna passa in rassegna tutta la sua vicenda esistenziale. Arrivata in stazione, cede all’impulso di gettarsi sotto le ruote del vagone di un treno merci e di liberarsi così da tutti e da se stessa. A lei che si era chiesta: «Perché non dobbiamo spegnere la candela quando tutto ciò che vediamo ci fa orrore?», nell’istante della morte «in un lampo la vita le apparve con lo splendore di tutte le sue gioie passate». Allora si pente e fa il tentativo impossibile e inutile di ritirarsi, chiede perdono al Signore e la luce si spegne per sempre.

Ma il romanzo non finisce qui! C’e una Parte Ottava – quasi un epilogo morale – nella quale si racconta, tra l’altro, la disperazione di Vronskij che, indurito dal dolore ma arricchito da una nuova forza interiore, parte volontario per la guerra in Turchia, pronto a morire o a rinascere nell’eroica lotta. (Brani tratti da Anna Karenina, nella traduzione di Enrichetta Carafa D’Andria, Newton Compton Editori, Roma 1996)

Il romanzo di Tolstoj non narra la storia di un banale adulterio o di un passeggero capriccio sentimentale, bensì quella di un’attrazione reciproca fortissima e irresponsabile tra due esseri in fondo molto diversi. Questo trasporto si trasforma in una passione travolgente e fatale, non lasciando spazio agli impegni presi, agli affetti già esistenti, alle abitudini inveterate o alle convenzioni sociali. Vronskij è un aristocratico privo d’interiorità e dall’elevata posizione mondana, che ama la vita militare e il suo reggimento, che predilige i cavalli e che gode nel divertirsi con donnine allegre: non ha mai preso in considerazione la possibilità del matrimonio, non amando la vita di famiglia. Anna, invece, è una donna sensibile e tormentata, che sceglie per amore di cedere a «quello che l’anima sua desiderava e che la sua ragione temeva […] uno spaventevole e tanto più seducente sogno di una felicità impossibile». Si convince ad accettare un rapporto adulterino, rinunciando alla sua rispettabilità di donna sposata: «Devi capire che per me, dal primo giorno che t’ho amato, tutto si è trasformato. Per me non c’è che una cosa sola: il tuo amore. Se lo posseggo, mi sento così in alto che nulla può umiliarmi. Sono orgogliosa della mia situazione […]». In realtà, Anna paga l’adulterio con tremendi complessi di colpa, con l’abbandono del figlio e con uno sdoppiamento di sé: «C’era qualcosa di terribile, di odioso nel ricordo di quello che avevano pagato col prezzo della loro vergogna […] Anna gli teneva stretta una mano e non si muoveva. Sì, quei baci li aveva comprati a prezzo del suo onore, quella mano era la mano del suo complice […] Ella sentiva che le era impossibile di tradurre in parole la vergogna, l’orrore, la gioia che provava di fronte a questo ingresso in una nuova vita […]».

Tra l’altro, Anna ha anche preso consapevolezza della crisi del suo soffocante legame matrimoniale che vive d’ipocrisie: a lei sembra ingiusto continuare a vivere nella finzione, rimanendo accanto a un marito che non ama: «I suoi rapporti con lui avevano sempre avuto una tinta come di falsità, ma ora ne ebbe una coscienza chiara e dolorosa […] Si sentiva fasciata da un’impenetrabile corazza di menzogna!». In seguito, pur continuando ad amare Vronskij, Anna è costretta ad accorgersi che dentro di sé ha creato di lui «un’immagine superiore al vero e impossibile nella realtà». D’altra parte, Vronskij comincia a notare ben presto che «Anna non era più la stessa per lui: moralmente e fisicamente era mutata. La guardava come un uomo guarda il fiore che ha colto e che ora è appassito, e dura fatica a ritrovarvi quella bellezza per la quale lo ha colto e sciupato.».

A proposito di Anna, riporto ciò che ha scritto Gesualdo Bufalino nel suoDizionario dei personaggi di romanzo (Oscar Saggi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1989): «L’adulterio nella meteorologia amorosa dell’Ottocento è non di rado un’acquata di primavera. Per Anna Karenina è l’alluvione che spacca la diga. Da quando Vronskij le apparve, nel suo fatuo splendore di denti e spalline, non esistono più per lei, benché per un po’ insista a rispettarli, né l’alfabeto mondano né il codice dei valori morali. Finirà sotto le ruote di un treno, pietosamente, chiudendo tra una banchina e l’altra di una stazione il curricolo nero della sua deroga. È una vendetta del cielo? E Anna la meritava? O non la meritava piuttosto il mondo che la spinse alla morte? […]».

E Aleksej Aleksandrovic Karenin, il marito tradito? Per Anna, non è un essere umano ma una macchina ministeriale. Per Vronskij, è un personaggio scomodo e apparentemente superfluo! Anna lo ha sposato senza amore (più vecchio di lei di venti anni), non conoscendo l’amore, ed egli è un uomo veramente molto enigmatico e difficile da amare. Forse non aveva mai amato veramente Anna né guardato nell’anima di sua moglie, e certamente non aveva mai tentato di entrare nel segreto dei suoi sentimenti. All’inizio, è impotente davanti alla sfacciata passione dei due: «Come un bue che china dolcemente il capo, egli aspettava il colpo che sentiva sospeso su di sé […] Era come un uomo, furioso, di non aver potuto spegnere un incendio, che dice al fuoco: “Brucia! Fai pure!” […] non voleva guardare in faccia la sua situazione. Preferiva chiudere come in uno scrigno sigillato il suo affetto per la moglie e per il figlio, e anzi era diventato freddo verso il bambino, lui un tempo padre tanto premuroso […] andava inventando pretesti di lavorare per non aprire quello scrigno sigillato, dove erano racchiusi sentimenti e pensieri che il tempo rendeva sempre più penosi […] Non voleva pensare a queste cose e non ci pensava, ma giù, in fondo in fondo all’anima, sapeva, pur senza averne le prove, ma sapeva senza dubitarne di essere un marito tradito, e ne soffriva profondamente […] non soltanto non pensava di uscire da quella situazione ma non voleva riconoscerla, appunto perché era toppo terribile, troppo contro natura […] egli non voleva vedere e non vedeva […] non voleva penetrare nei sentimenti di sua moglie, gl’importavano solo i segni esteriori […]». In seguito, piuttosto brutalmente, Anna gli confessa il suo amore: «No, non sbagliate […] Io ero disperata e lo sono ancora. Vi ascolto e penso a lui. Io lo amo, sono la sua amante, non ne posso più, ho paura, vi odio…Fate di me quel che volete […]». In un primo momento Aleksej Aleksandrovic resta immobile «in quella solennità che hanno i visi dei morti» ma diviene poi un giudice implacabile per quella che considera «una donna depravata… senza onore e senza cuore, senza religione». Pensa di chiedere il divorzio dopo il riconoscimento dell’adulterio, in modo che il figlio non possa assolutamente rimanere con la madre. Cessa di occuparsi di lei e di suo figlio, e senza nessuna indulgenza prende tutte le rigide misure indispensabili per tutelare le apparenze e il suo decoro, e per salvare ciò che resta del suo onore. Si organizza, inoltre, per vivere nel modo più conveniente e per vendicarsi di Anna nella maniera più tremenda: «Non era più la gelosia che lo tormentava ma il desiderio che Anna non trionfasse, che pagasse il fio della sua colpa.». Quando però – in seguito al parto di una bimba e a una febbre puerperale – Anna sta per morire e lo chiama al suo capezzale per chiedergli perdono, egli è preso da una strana commozione e da un più alto sentimento di pietà: con la sua generosità umilia Vronskij, il quale tenta il suicidio sparandosi un colpo di revolver alla parte sinistra del petto senza però toccare il cuore. Anna guarisce e riprende a detestare Aleksej Aleksandrovic, desiderando di essere liberata dalla sua odiosa presenza: «Ho sentito dire che le donne amano gli uomini anche per i loro vizi, ma io l’odio per la sua bontà. Non posso vivere con lui […] Lo odio per la sua magnanimità […] Stiva dice che luiacconsente a tutto, ma io non posso accettare la sua generosità […]». Rinunzia allora al divorzio onorevole che le è stato proposto e parte con Vronskij e la bambina per l’Italia, lasciando il marito solo col figlio nel loro appartamento.

Aleksej Aleksandrovic non è tuttavia quell’uomo freddo e impassibile che tutti credono; anzi, è un individuo distrutto che soffre intensamente e che resta a fronteggiare questo dolore in una disperazione solitaria: «Sapeva che la gente l’odiava e lo disprezzava perché era infelice. Sapeva che, perché il suo cuore era lacerato, tutti sarebbero stati crudeli con lui. Sapeva che la gente lo avrebbe scacciato, come i cani sono pronti a dilaniare un povero cane che urla di dolore. Sapeva che l’unica difesa contro gli uomini era di nascondere la sua ferita e aveva tentato di farlo per due giorni, ma ora non si sentiva più la forza di prolungare quella lotta disuguale. In tutta Pietroburgo non c’era una sola persona alla quale avrebbe potuto confidare il suo tormento, che l’avrebbe compatito, che avrebbe visto in lui non l’alto funzionario, l’uomo di alta posizione sociale, ma semplicemente un essere umano che soffriva.». È da notare che nel piano originario del romanzo, Karenin avrebbe dovuto essere l’eroe tragico al centro della narrazione mentre Anna avrebbe dovuto rappresentare il personaggio negativo (la «donna rivoltante»). Nelle mani di Tolstoj, poi, la situazione si era capovolta con un’Anna nobilitata e un Karenin trasformato in un burocrate grigio e ottuso. In realtà, io credo che un lieve pulviscolo dorato della primitiva nobile tragicità del personaggio sia rimasto appiccicato su Aleksej Aleksandrovic.

Quest’amore così totalizzante sembra, quindi, un errore. Non dimentichiamo, però, che esistono diversi aforismi che inneggiano all’amore smisurato e senza freni: il poeta latino Properzio Sesto (45-15 a.C.) sosteneva: «Il vero amore non ha mai conosciuto misura». Il romanziere e motteggiatore francese Roger Bussy de Rabutin (1618-1693) scriveva: «Quando non si ama troppo, non si ama abbastanza», mentre il poeta e commediografo francese Paul Geraldy (1885-1983) – che aveva pubblicato nel 1913 la raccolta di poesie d’amore Tu e io – si giustificava dicendo: « È perché ti amo troppo, se ti amo così male».

P.S. Il cinema e la televisione hanno amato Anna Karenina. Sono almeno venti le trasposizioni cinematografiche e televisive dal 1911 (film per la regia di Maurice Maître) al 2012 (film diretto da Joe Wright con Keira Knightley, Aaron Johnson e Jude Law). Da ricordare: Love (1927) per la regia di Edmund Goulding con Greta Garbo e i film Anna Karenina di Clarence Brown (1935) con Greta Garbo, di Julien Duvivier (1948) con Vivien Leigh, e di Bernard Rose (1997) con Sophie Marceau. Desidero rammentare anche la stupenda miniserie televisiva italiana del 1974 di Sandro Bolchi con una superba e indimenticabile Lea Massari.

 

Anna Karenina [Lev Tolstoj]
«Mihi vindictaego retribuam»

(A me la vendetta, sono io che ricambierò)

«In Anna Karenina è rappresentata la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità. Per questo Anna e a Vronskij non possono essere felici insieme.

Prima di incontrare Vronskij, Anna era una donna calma e lieta, che dava fiducia e pace a chiunque l’avvicinasse; ella si credeva contenta del proprio destino: la sua vita si svolgeva tranquilla nelle cure domestiche e mondane, ella aveva un figlio che amava, un marito di cui aveva stima, e non chiedeva nulla di più. Ma dopo l’incontro con Vronskij questa sua apparente sicurezza e chiarezza interiore viene meno: ella si rende conto d’improvviso del pauroso vuoto che ha intorno. […] Tuttavia nella sua vita con Vronskij, Anna non prova rimpianto per la sua vita passata, apparentemente così felice e paga; perchè avendo oramai conosciuto l’amore, quella felicità di allora le appare artificiosa e vuota; poche ora prima di uccidersi, ella rammenta i propri rapporti con il marito, che anche quelli si chiamavano amore, rivede gli occhi spenti di lui e le mani dalle vene turchine, e ne ha un brivido di disgusto. Così Anna Karenina muore a mani vuote: ella non ha conquistato nulla, non ha capito nulla. Ma anche Vronskij, come Anna, non capisce e non conquista nulla: e quando dopo la morte di Anna parte volontario contro i Turchi, anche questo per lui non significa nulla, non è che un mezzo per sfuggire al ricordo del corpo insanguinato di Anna».

 

Natalia Ginzburg



Il Romanzo

«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo».

 

Il romanzo inizia presentando la figura di Stepan Arkad’ič Oblonskij (“Stiva”), un ufficiale civile che ha tradito la moglie Dar’ja Aleksandrovna (“Dolly”). La vicenda di Stiva mostra la sua personalità passionale che sembra non poter essere repressa. Per questa ragione, Anna Karenina, la sorella sposata di Stiva, che vive a San Pietroburgo, viene chiamata da Stiva per persuadere Dolly a non lasciarlo. Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, un serio aristocratico che vive in una tenuta che gestisce lui stesso, Konstantin Dmitrič Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly. Kitty rifiuta, poiché aspetta una proposta di matrimonio dall’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovič Vronskij. Ma Vronskij si infatua di Anna ed Anna, scossa dalla propria reazione alle attenzioni di Vronskij, ritorna immediatamente a San Pietroburgo, da suo marito Aleksei Aleksandrovič Karenin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Serëža. Vronskij, perdutamente innamorato, la segue sullo stesso treno.

A San Pietroburgo Anna cede alla propria passione per Vronskij e rimane incinta. Quando Vronskij cade da cavallo durante una gara, l’angoscia provata da Anna rende palesi i suoi sentimenti al marito, per cui si vede costretta a confessargli la relazione. Karenin, rifiutando di separarsi da Anna, la mette in una situazione molto frustrante, minacciandola di non lasciarle più vedere Serëža, nel caso se ne vada con Vronskij o commetta dei passi falsi.

Karenin inizia a trovare la situazione intollerabile e comincia a valutare la possibilità di divorziare, ma cambia idea dopo aver saputo che Anna sta morendo per complicazioni dovute al parto. Al suo capezzale, Karenin perdona Vronskij, che cerca di suicidarsi per il rimorso. Anna comunque migliora, e decide con Vronskij di partire per l’Europa, senza aver ottenuto il divorzio.

In Europa, Vronskij e Anna fanno molta fatica a trovare degli amici che li accettino, continuando a dedicarsi a passatempi, finché non tornano in Russia. Karenin è consolato e influenzato dalla contessa Lidija Ivanovna, di lui innamorata, entusiasta della religione e delle credenze mistiche di moda nelle classi sociali più elevate, che gli consiglia di tenere Serëža lontano dalla madre. Anna riesce lo stesso a fai visita al figlio il giorno del suo compleanno, ma è scoperta da Karenin, che aveva detto a Serëža che Anna era morta. Poco dopo, lei e Vronskij partono per la campagna.

Vronskij cerca di convincere Anna a chiedere il divorzio a Karenin e solo quando Vronskij parte per alcuni giorni, la noia e il sospetto convincono Anna della necessità di un matrimonio con lui: scrive a Karenin e parte con Vronskij per Mosca.

All’ennesimo rifiuto del divorzio da parte del marito, la relazione tra Anna e Vronskij inizia ad essere sempre più tesa, dominata dal risentimento provocato da un’ingiustificata ed esasperata gelosia da parte della donna. I due decidono di tornare in campagna, ma Anna, mentre Vronskij si trova fuori, in un uno stato di forte confusione e di avversione verso tutto ciò che la circonda, si suicida lanciandosi sotto un treno.

L’altra coppia che sale sul palco di questo bellissimo romanzo, Kitty e Levin, vive una esistenza parallela a quella di Anna e Vronskij, fatta di piccole cose normali, dell’accettazione della realtà di ogni giorno, delle piccole gioie e dei piccoli dolori. Eppure le pagine che toccano nel profondo, restano indiscutibilmente quelle dell’amore tormentato di Anna e Vronskij.

 

Stralci d’autore

Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.

 

Col tatto abituale dell’uomo di mondo, da una sola occhiata all’aspetto esteriore di questa signora Vronskij giudicò in modo certo ch’ella apparteneva all’alta società. Egli si scusò e stava per andare nella vettura, ma provò la necessità di guardarla ancora una volta, non perchè ella fosse molto bella, non per quell’eleganza e quella grazia modesta che si vedevano in tutta la sua persona, ma perchè nell’espressione del volto leggiadro, quand’ella gli era passata vicino, c’era qualcosa di particolarmente carezzevole e tenero. Quand’egli si volse a guardarla, ella pure voltò il capo. I scintillanti occhi grigi, che sembravano neri per le ciglia folte, si fermarono amichevolmente, con attenzione, sul volto di lui, come se ella lo riconoscesse, e immediatamente si portarono sulla folla che passava, come cercando qualcuno. In questo breve sguardo Vronskij fece a tempo a notare l’animazione rattenuta che balenava sul volto di lei e svolazzava tra gli occhi scintillanti ed il sorriso appena percettibile, che incurvava le sue labbra vermiglie. Come se un’abbondanza di qualcosa colmasse talmente il suo essere, da esprimersi all’infuori della sua volontà ora nello scintillio dello sguardo, ora nel sorriso. Ella aveva spento deliberatamente quella luce nei suoi occhi, ma essa splendeva a suo malgrado nel sorriso appena percettibile.

Ella si volse a guardarle e in quello stesso momento riconobbe il volto di Vrònskij. […] Ma ora, nel primo attimo dell’incontro con lui, la prese un sentimento di orgoglio gioioso. Non aveva bisogno di domandare perchè egli fosse lì. Lo sapeva con altrettanta certezza come se egli le avesse detto che era lì per essere dov’era lei. «Non sapevo che foste in viaggio anche voi. Perchè siete in viaggio?» ella disse, abbassando la mano con cui stava per aggrapparsi alla colonnina. E un’incontenibile gioia e animazione splendeva sul su volto. «Perchè sono in viaggio?» egli ripeté, guardandola proprio negli occhi. «Lo sapete, sono in viaggio per essere là dove siete voi» diss’egli «non posso altrimenti». […] Egli aveva detto proprio quello che desiderava l’anima di lei, ma che ella temeva con la sua ragione. Ella non rispondeva nulla, e sul suo volto egli vedeva la lotta.[…]                     Il senso d’irragionevole vergogna, che ella aveva provato in viaggio e l’agitazione erano scomparsi completamente. Nelle condizioni abituali di vita ella si sentiva di nuovo ferma e irreprensibile. […] Il fuoco sembrava spento in lei o nascosto in qualche luogo lontano.

Nei primi tempi Anna credeva sinceramente d’esser malcontenta di lui perché egli si permetteva di perseguitarla; ma poco dopo il suo ritorno da Mosca, venuta a una serata dove pensava di incontrarlo, e lui non c’era, dalla tristezza che s’impadronì di lei capì chiaramente che ingannava se stessa, che quella persecuzione non solo non le era spiacevole, ma che essa formava tutto l’interesse della sua vita.

«Non sapete forse voi che siete tutta la vita per me? Ma la tranquillità io non la conosco e non ve la posso dare. Tutto me stesso, l’amore… sì. Non posso pensare a voi e a me stesso separatamente. Voi e io per me siamo una sola cosa. E io non vedo per l’innanzi la possibilità della tranquillità, perché per me stesso, perché per voi. Io vedo la possibilità della disperazione, della sventura… o vedo la possibilità della felicità, di che felicità!… E’ forse impossibile?» egli soggiunse con le sole labbra, ma ella sentì. Ella tese tutte le forze della sua intelligenza per dir quello che bisognava; ma invece di questo ella fermò su di lui il suo sguardo pieno d’amore, e non rispose nulla. “Ecco! – egli pensava con entusiasmo – Quando io mi disperavo già e quando sembrava che non sarebbe venuta una fine, ecco! Ella mia ama. Lo confessa!”. «Allora fate questo per me, non ditemi mai queste parole, e siamo buoni amici – ella disse con le parole»  ma il suo sguardo diceva tutta un’altra cosa. «Amici non saremo, questo lo sapete da voi. E se saremo le più felici o le più infelici delle persone, questo è in poter vostro.». Ella voleva dire qualcosa, ma egli l’interruppe: «Perché io chiedo una sola cosa: chiedo il diritto di sperare, di tormentarmi, come ora; ma se anche questo non si può, ordimnatemi di scomparire, e io scomparirò. Non mi vedrete, se la mia presenza è penosa.» «Io non voglio scacciarvi in nessun modo.» «Soltanto non cambiate nulla. Lasciate tutto come è » egli disse con voce tremante «Ecco vostro marito.» […] «Voi, mettiamo, non avete detto nulla, io non pretendo neppure nulla – egli diceva – ma voi sapete che non è l’amicizia di cui ho bisogno, che per me è possibile una sola felicità nella vita, quella parola che amate così poco… sì, l’amore…» «L’amore – ella ripeté lentamente con una voce interiore e a un tratto, nello stesso momento in cui staccò il pizzo, soggiunse – io non amo questa parola appunto perché essa per me ha un significato troppo grande, molto più grande di quel che voi possiate capire, – ed ella lo guardò in viso – A rivederci!»

Ella si sentiva criminosa e colpevole, che non le rimaneva se non umiliarsi e domandar perdono; e nella vita adesso, all’infuori di lui, ella non aveva nessuno, così ch rivolgeva appunto a lui la sua preghiera di essere perdonata. Ella, guardandolo, sentiva fisicamente la sua umiliazione e non poteva più dir nulla. Egli invece sentiva quel che deve sentire un assassino quando vede il corpo privato della vita da lui. Questo corpo privato della vita da lui era il loro amore, il primo periodo del loro amore. C’era qualcosa di orribile e di ripugnante nei ricordi di quello per cui era stato pagato questo terribile prezzo di vergogna. La vergogna dinanzi alla propria nudità spirituale, la soffocava e si comunicava a lui. Ma malgrado tutto l’orrore dell’assassino dinanzi al corpo, bisogna approfittare di quel che l’assassino ha acquistato con l’assassinio. E l’assassino si getta su questo corpo con rabbia, si direbbe con passioe, e lo trascina, e lo taglia; così anche lui copriva di baci il volto e le spalle di lei. Ella gli teneva una mano e non si muoveva. Sì, questi baci son quello che s’è comprato con questa vergogna. Sì, e questa mano, che sarà sempre mia, è la mano del mio complice. Ella sollevò quella mano e la baciò. Egli si abbassò sui ginocchi e voleva vederle il volto, ma ella lo nascondeva e non diceva nulla.

Egli sentiva tutto il tormento della sua situazione e di quella di lei, tutta la difficoltà in cui si trovavano, esposti com’erano agli occhi di tutta la società, di nascondere il proprio amore, mentire, ingannare, e mentire, ingannare, usare astuzia e pensare continuamente agli altri allorquando la loro passione era tanto forte, che tutt’e due dimenticavano tutto il resto, eccetto il proprio amore. […] E per la prima volta gli venne in mente il pensiero che era indispensabile far cessare quella menzogna, e quanto più presto tanto meglio sarebbe stato.

«Sono incinta» ella disse piano e adagio. […] Egli impallidì, volle dire qualcosa ma si fermò, lasciò andare la mano di lei e chinò il capo. «Sì, egli ha capito tutto il significato di questo avvenimento» ella pensò e gli strinse la mano con riconoscenza. [Diss’egli] «Né io  nè voi abiamo mai considerato i nostri rapporti come un giocattolo e ora la nostra sorte è decisa. E’ indispensabile por fine, – egli disse, volgendosi indietro – alla menzogna in cui viviamo». «Por fine? E come por fine, Aleksjéi?» diss’egli piano. Ella s’era calmata adesso, e il suo volto splendeva di un tenero sorriso. «Lasciare vostro marito e unire la nostra vita» «Essa è unita anche così» rispose ella appena udibilmente. «Sì, ma del tutto, del tutto […]  come hai potuto sacrificare tutto per me? Io non posso perdonarmi che tu sia infelice.»«Io infelice? – ella disse avvicinandosi a lui e guardandolo con un entusiastico sorriso d’amore – io son come una persona affamata cui abbiamo dato da mangiare. Forse ha freddo, ha il vestito rotto, e si vergogna, ma non è infelice.[…] Devi capire che per me dal giorno che ho cominciato ad amarti tutto s’è mutato. Per me c’è una cosa sola: è il tuo amore. Se esso è mio, mi sento allora così in alto, così calda, che nulla per me può essere umiliante.»

“Il mio amore si fa sempre più appassionato ed egoistico, e il suo non fa che spegnersi, ed ecco perchè ci dividiamo, – ella seguitò a pensare. – E porvi rimedio non si può. Io ho tutto lui solo, e pretendo ch’egli mi si abbandoni sempre più. E lui sempre di più vuole allontanarsi da me. Noi ci siamo appunto andati incontro prima della relazione, e ora ci dividiamo andando irresistibilmente da parti diverse. E mutare questo non si può. […] Se lui, senza amarmi sarà buono, tenero con me per dovere, e non ci sarà quello che io voglio, – ma è mille volte peggio perfino del risentimento! E’ un inferno! Ed è appunto così. Lui non mi ama già da un pezzo. E dove finisce l’amore, là comincia l’odio… Queste strade non le conosco affatto. […] Noi siamo separati dalla vita, e io faccio la sua infelicità, lui la mia, e non si può rifare nè lui, nè me. Tutti i tentativi sono stati fatti, la vite s’è svitata…”

«La ragione è data all’uomo per liberarsi da quello che lo inquieta» disse in francese la signora. “Liberarsi da quello che inquieta – ripeté Anna – Sì, mi inquieta molto e la ragione è data per liberarsene; perciò bisogna liberarsene. E perchè non spegnere la candela, quando non c’è più nulla da guardare, quando fa schifo guardare tutto questo? Ma come?” E a un tratto, essendosi ricordata dell’uomo schiacciato il giorno del suo primo incontro con Vrònskij, ella capì quel che doveva fare. Dopo essere scesa con un passo veloce, leggero per i gradini che andavano dalla pompa alle rotaie, si fermò accanto al treno che le passava vicinissimo. Ella guardava il basso dei carrozzoni, le viti e le catene e le alte ruote di ghisa del primo carrozzone che scivolava lentamente e cercava di stabilire a occhio il punto di mezzo fra le ruote anteriori e le posteriori e il momento quando questo punto di mezzo sarebbe stato di fronte a lei. […] Ed esattamente nel momento in cui il tratto di mezzo fra le ruote giunse alla sua altezza, ella gettò indietro il sacchetto rosso e con un movimento leggero, come preparandosi ad alzarsi subito, si lasciò cadere in ginocchio. E in quell’attimo stesso inorridì di quel che faceva. “Dove sono? Che faccio? Perchè?” Voleva sollevarsi piegarsi all’indietro, ma qualcosa di enorme, d’inesorabile le dette una spinta nel capo e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” ella proferì, sentendo l’impossibilità della lotta. Un mužicjòk dicendo intanto qualcosa, lavorava su del ferro. E la candela con la quale ella leggeva il libro pieno di ansie, di inganni, di dolore e di male, s’infiammò d’una luce più vivida che non mai, le illuminò tutto quello che prima era nelle tenebre, scoppiettò cominciò a oscurarsi e si spense per sempre.

CONCLUSIONI

 

 Centro della vicenda è, dunque, la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij. Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti. “In Anna Karenina è rappresentata – scrive Natalia Ginzburg – la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità”. Tra i primi lettori il libro ebbe Dostoevskij che così ne scrisse: “Anna Karenina è un’opera d’arte assolutamente perfetta. Vi è in questo romanzo una parola umana non ancora intesa in Europa… e che pure sarebbe necessaria ai popoli d’Occidente”.

 

Commento:

Pubblicato nel 1877, il libro venne accolto in origine piuttosto freddamente e considerato alla stregua di una semplice storia d’amore, non ottenendo quindi grandi riconoscimenti ma solo critiche. Successivamente rivalutato, è oggi considerato uno dei capolavori dell’epoca. La mole non indifferente del romanzo può scoraggiare ma, in verità, merita tutto il tempo che si impiega per leggerlo!

Anna, divisa tra ciò che reputa giusto e ciò che desidera, vive una vita perennemente in lotta con se stessa, sempre in bilico tra ciò che prova e ciò che le convenzioni le impongono. Romanzo introspettivo con descrizioni molto efficaci, è una storia avvincente che descrive sentimenti forti, dall’amore coniugale a quello materno, all’amore passionale e ancora ipocrisia, paura, attrazione e tanto altro.

La bravura di Tolstoj nel far partecipare il lettore in prima persona ai sentimenti descritti, il grosso lavoro psicologico, il conflitto interiore della protagonista, lo rendono un romanzo estremamente interessante, a tratti quasi difficile da portare avanti per la sofferenza che trasuda dalle pagine.

In effetti, abbraccia diversi temi e contenuti ricorrenti nella letteratura dei grandi classici come questo.

Temi dell’amore senza regole, che infrange un vincolo sacro come il matrimonio; quello tra Anna e il marito Aleskey Aleskandrovich, il tema della morte, molto forte, e dell’amore fraterno disinteressato quello tra Dmitrich e il fratello konstantin, il tema dell’amore puro tra Dmitrich e Kitty; il tema della famiglia che traspare nella vicenda familiare di Dolly e Stiva (fratello di Anna) che tradisce la moglie e che viene perdonato pur di non stravolgere l’equilibrio nella famiglia.

In realtà, Anna Karenina parla dell’unico reale problema dell’uomo. Oggi come due secoli fa.

Come può perdurare l’amore? Tutto quello che occupa le nostre vite, dai problemi politici alle piccole incombenze di tutti i giorni, non è altro che una via molto lunga per capire come amare ed essere amati. Levin, Kitty, Vronkji, Anna, Dolly, Stiva stanno lì al nostro posto tentando di conciliare i desideri più profondi dell’uomo: la passione per la bellezza e l’aspirazione alla pace.

Anna, con il suo animo tormentato, le sue paure e il rifiuto verso un mondo ipocrita che non riesce più ad accettare – portandola a compiere scelte drastiche – entra nel cuore del lettore per non uscirne più.

Un capolavoro senza tempo.

 

 

 

IL TRADIMENTO OGGI

 

Al contrario, purtroppo il tradimento oggi è vissuto non più come qualcosa di eclatante, ma esattamente al contrario. Nella tarda modernità tradire è diventato un’abitudine normalissima per molti, a tal punto da non stupirsene più come accadeva un tempo. Tutti sono consapevoli della possibilità di tradire o di essere traditi. Ed è questa consapevolezza il fattore veramente demotivante, una consapevolezza che in qualche modo giustifica il tradimento come comportamento e malattia sociale.

Il tradimento spesso diventa un mezzo per fuggire ad una situazione di cui non si è soddisfatti, che non si accetta, ma non si ha il coraggio di affrontare direttamente. Il tradimento viene quindi facilmente giustificato. E in questo modo si traduce anche in una trappola mentale, un circolo vizioso in cui un tradimento segue l’altro, senza che ne venga cercata la causa o una soluzione ad esso. Viene semplicemente vissuto come una soluzione temporanea, e non come un indice di malessere.

Perché si tradisce?

Tradimento per trasgressione – tradimento per noia – tradimento per vendetta – tradimento per debole natura.

Tante situazioni per descrivere una paura… paura di cambiare… paura di esser soli…

Non si considera mai, invece, che il cambiamento è una risorsa, e non solo un rischio. Specialmente in campo sentimentale. E’ un modo di evolvere i rapporti, di crescere e maturare. Se si è insoddisfatti della comunicazione di coppia o della propria sessualità, si abbia il coraggio di cambiare… per migliorare se stessi e la propria autostima. Senza necessariamente ricorrere ad un palliativo dequalificante come il tradimento, chiaro indice di personalità deboli e paura di cambiare.

Ovviamente considerando questa prospettiva si possono aprire diversi filoni e correnti di pensiero, legati all’educazione individuale, all’ambiente in cui si vive, alla religione, per cui si può dire tutto ed il contrario di tutto.

 

Tuttavia ritornando ad Anna Karenina dobbiamo opportunamente farci una domanda: è colpevole Anna? L’epigrafe apposta al romanzo sembra togliere ogni dubbio in proposito “A me la vendetta, e io renderò il dovuto” (Dt. 32,35). E’ Jahvè che parla per bocca di Mosè, contro i disprezzatori della Legge: là dove dice pure

Poiché il loro vitigno è della vite di Sodoma,

e dai terrazzi di Gomorra:

la loro uva è uva di veleno,

i loro grappoli sono amari.

[…]

Al tempo stabilito il loro piede

comincerà a incespicare,

poiché il giorno della loro sciagura è vicino

e gli avvenimenti preparati per loro

si affrettano, invero.

 

Anna dunque è di questa stirpe, e non ha scampo: le sue sofferenze e il suo suicidio sono il castigo divino per l’adulterio che ha consumato con il giovane Vrònskij, abbandonando non soltanto il marito ma anche il figlio, e dando lungo scandalo nell’alta società pietroburghese – di cui prima della colpa, Anna era stata un fiore ammiratissimo. L’alta società, dal canto suo, ha punito Anna con il disprezzo e l’emarginazione, ma illegittimamente: poiché non tocca agli uomini punire, ma a Dio soltanto, a quel terribile Dio veterotestamentario che fa vendetta e retribuisce, e non conosce il perdono.

Ma questo, in realtà, ci mostra un Tolstoj moralista, cupo e crudele, che resiste per centinaia di pagine alla tentazione di innamorarsi di quell’Anna dolcissima, bella, intelligente, appassionata che egli stesso va creando, fino al culmine quando egli finalmente distrugge la sua splendida creatura – offrendola in sacrificio, sulle rotaie, alla furia divina. “Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d’inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” proferì, sentendo che era impossibile lottare”… (Parte settima, capitolo 31). Rabbrividisci, e pensi che non è giusto, per cui il lettore si sente automaticamente investito, dinanzi a tanta crudeltà divina, di insorgere contro l’autore e la sua epigrafe; di prendere le parti di Anna contro quel Dio feroce, e di difendere la colpa di lei, contro la Legge di Lui. “A me la vendetta…”: ma quale vendetta, per cosa? Anna, in fondo, non ha fatto altro che amare, apertamente e con coraggio; e ben più di lei meriterebbe semmai “vendetta” quell’ambiente bigotto, ipocrita e vizioso a cui lei si è ribellata e che le ha voltato le spalle (incapace di perdonarle non tanto l’adulterio, quanto piuttosto il suo coraggio, la sua sincerità, la forza della sua passione) – e innanzi a tutti il marito, lo spregevole Karénin che ricatta la povera Anna facendo leva sul figlio: Perché Tolstoj non massacrò anche Karénin? O Stepàn Arkàd’evic, e Betsy Tverskàja (entrambi colpevoli della stessa colpa di Anna, ma premuratisi sempre di evitare scandali?

Tuttavia Anna è palesemente una donna condannata: è un personaggio tragico, votato alla tragedia, malato d’angoscia, incline all’ossessione, ed è talmente ingombrante! Ingombrante come può esserlo un ribelle, un individuo cioè che non trova pace nel mondo consueto, e che di nessuno può essere compagno (persino Vrònskij a un certo punto ne è annoiato fino alla disperazione). La sua morte salva, rende tormentosamente bello tutto ciò che in lei sarebbe divenuto insopportabile se fosse vissuta più a lungo: il suo egoismo, il suo orgoglio, la sua malinconia, i suoi incubi, la pena che suscita la sua situazione. Sicché la “vendetta divina” finisce per apparire al lettore in un certo qual modo come provvidenziale e pacificante.

 


 

Category : Letteratitudini

Croci e delizie del matrimonio in Anna Karenina di Lev Tolstoj

dicembre 16th, 2012 // 6:52 pm @

 

Alcuni compenenti del gruppo di lettura “Letteratitudini”

da sx Concetta Pennella – Matilde Maisto – Felicetta Montella – Giannetta Capozzi – Laura Sciorio

Brillante incontro di Letteratitudini giovedì 13 u.s., serata che è stata anche l’occasione giusta per l’immancabile scambio degli auguri natalizi. I soci molto gioviali, in un clima di estrema sobrietà ed amicizia hanno affrontato il tema trattato dalla relatrice di turno Matilde Maisto, con serietà e impegno, ma, come di consueto, in un’atmosfera di allegra convivialità.

In questo incontro è stata affrontata la vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo “Anna Karenina” di Lev Tolstoj.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, Virginia Woolf ha scritto che sono “le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi”. Simboli di un moderno disagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è sicuramente nota, per cui qui di seguito la ricorderò brevemente, desiderando, invece, fare alcune considerazioni che sono nate spontanee nel corso della lettura di questo grandissimo romanzo.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” , così inizia il romanzo, presentando la figura di Stepan Arkad’ic Oblonskij (“Stiva”), un ufficiale civile che ha tradito la moglie Dar’ja Aleksandrovna (“Dolly”). La vicenda di Stiva mostra la sua personalità passionale che sembra non poter essere repressa. Per questa ragione, Anna Karenina, la sorella sposata di Stiva, che vive a San Pietroburgo, viene chiamata da Stiva, per persuadere Dolly a non lasciarlo. Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, un serio aristocratico che vive in una tenuta che gestisce lui steso, Konstantin Dmtric Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly, Kitty rifiuta, poiché aspetta una proposta di matrimonio dall’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovic Vronskij. Ma Vronskij si infatua di Anna ed Anna, scossa dalla propria reazione alle attenzioni di Vronskij, ritorna immediatamente a San Pietroburgo, da suo marito Aleksei Aleksandrovic Karenin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Sereza. Vronskij, perdutamente innamorato, la segue sullo stesso treno. A san Pietroburgo Anna cede alla propria passione per Vronskij ed ha così inizio l’idillio che finirà per tormentarla rovinosamente sino ad indurla al suicidio.

Centro della vicenda è dunque, la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij. Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti.

Pubblicato nel 1877, il libro venne accolto in origine piuttosto freddamente e considerato alla stregua di una semplice storia d’amore, non ottenendo quindi grandi riconoscimenti ma solo critiche. Successivamente rivalutato, è oggi considerato uno dei capolavori dell’epoca. La mole non indifferente del romanzo può scoraggiare ma, in verità, merita tutto il tempo che si impiega per leggerlo!
Anna, divisa tra ciò che reputa giusto e ciò che desidera, vive una vita perennemente in lotta con se stessa, sempre in bilico tra ciò che prova e ciò che le convenzioni le impongono. Romanzo introspettivo con descrizioni molto efficaci, è una storia avvincente che descrive sentimenti forti, dall’amore coniugale a quello materno, all’amore passionale e ancora ipocrisia, paura, attrazione e tanto altro.
La bravura di Tolstoj nel far partecipare il lettore in prima persona ai sentimenti descritti, il grosso lavoro psicologico, il conflitto interiore della protagonista, lo rendono un romanzo estremamente interessante, a tratti quasi difficile da portare avanti per la sofferenza che trasuda dalle pagine.

In effetti, abbraccia diversi temi e contenuti ricorrenti nella letteratura dei grandi classici come questo.
Temi dell’amore senza regole, che infrange un vincolo sacro come il matrimonio; quello tra Anna e il marito Aleskey Aleskandrovich, il tema della morte, molto forte, e dell’amore fraterno disinteressato quello tra Dmitrich e il fratello konstantin, il tema dell’amore puro tra Dimitrich e Kitty; il tema della famiglia che traspare nella vicenda familiare di Dolly e Stiva (fratello di Anna) che tradisce la moglie e che viene perdonato pur di non stravolgere l’equilibrio nella famiglia.

In realtà, Anna Karenina parla dell’unico reale problema dell’uomo. Oggi come due secoli fa.
Come può perdurare l’amore? Tutto quello che occupa le nostre vite, dai problemi politici alle piccole incombenze di tutti i giorni, non è altro che una via molto lunga per capire come amare ed essere amati. Levin, Kitty, Vronkji, Anna, Dolly, Stiva stanno lì al nostro posto tentando di conciliare i desideri più profondi dell’uomo: la passione per la bellezza e l’aspirazione alla pace.

Anna, con il suo animo tormentato, le sue paure e il rifiuto verso un mondo ipocrita che non riesce più ad accettare – portandola a compiere scelte drastiche – entra nel cuore del lettore per non uscirne più.

Ma noi lettori dobbiamo opportunamente farci una domanda: è colpevole Anna? L’epigrafe apposta al romanzo sembra togliere ogni dubbio in proposito “A me la vendetta, e io renderò il dovuto” (Dt. 32,35). E’ Jahvè che parla per bocca di Mosè, contro i disprezzatori della Legge: là dove dice pure:
Poiché il loro vitigno è della vite di Sodoma,
e dai terrazzi di Gomorra:
la loro uva è uva di veleno,
i loro grappoli sono amari.
[…]
Al tempo stabilito il loro piede
comincerà a incespicare,
poiché il giorno della loro sciagura è vicino
e gli avvenimenti preparati per loro
si affrettano, invero.

Anna dunque è di questa stirpe, e non ha scampo: le sue sofferenze e il suo suicidio sono il castigo divino per l’adulterio che ha consumato con il giovane Vrònskij, abbandonando non soltanto il marito ma anche il figlio, e dando lungo scandalo nell’alta società pietroburghese – di cui prima della colpa, Anna era stata un fiore ammiratissimo. L’alta società, dal canto suo, ha punito Anna con il disprezzo e l’emarginazione, ma illegittimamente: poiché non tocca agli uomini punire, ma a Dio soltanto, a quel terribile Dio veterotestamentario che fa vendetta e retribuisce, e non conosce il perdono.
Ma questo, in realtà, ci mostra un Tolstoj moralista, cupo e crudele, che resiste per centinaia di pagine alla tentazione di innamorarsi di quell’Anna dolcissima, bella, intelligente, appassionata che egli stesso va creando, fino al culmine quando egli finalmente distrugge la sua splendida creatura – offrendola in sacrificio, sulle rotaie, alla furia divina. “Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d’inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” proferì, sentendo che era impossibile lottare”… (Parte settima, capitolo 31).
Rabbrividisci, e pensi che non è giusto, per cui il lettore si sente automaticamente investito, dinanzi a tanta crudeltà divina, di insorgere contro l’autore e la sua epigrafe; di prendere le parti di Anna contro quel Dio feroce, e di difendere la colpa di lei, contro la Legge di Lui. “A me la vendetta…”: ma quale vendetta, per cosa? Anna, in fondo, non ha fatto altro che amare, apertamente e con coraggio; e ben più di lei meriterebbe semmai “vendetta” quell’ambiente bigotto, ipocrita e vizioso a cui lei si è ribellata e che le ha voltato le spalle (incapace di perdonarle non tanto l’adulterio, quanto piuttosto il suo coraggio, la sua sincerità, la forza della sua passione) – e innanzi a tutti il marito, lo spregevole Karénin che ricatta la povera Anna facendo leva sul figlio. Perché Tolstoj non massacrò anche Karénin? O Stepàn Arkàd’evic, e Betsy Tverskàja (entrambi colpevoli della stessa colpa di Anna, ma premuratisi sempre di evitare scandali?)
Tuttavia Anna è palesemente una donna condannata: è un personaggio tragico, votato alla tragedia, malato d’angoscia, incline all’ossessione, ed è talmente ingombrante! Ingombrante come può esserlo un ribelle, un individuo cioè che non trova pace nel mondo consueto, e che di nessuno può essere compagno (persino Vrònskij a un certo punto ne è annoiato fino alla disperazione). La sua morte salva, rende tormentosamente bello tutto ciò che in lei sarebbe divenuto insopportabile se fosse vissuta più a lungo: il suo egoismo, il suo orgoglio, la sua malinconia, i suoi incubi, la pena che suscita la sua situazione. Sicché la “vendetta divina” finisce per apparire al lettore in un certo qual modo come provvidenziale e pacificante.
Un capolavoro senza tempo.
Intanto “Letteratitudini” prosegue a vele spiegate ed invita, sin d’ora, a partecipare al convegno letterario che si terrà in data 26 Gennaio 2013 con il Prof. Mario Damiano, filosofo e storico, che affronterà il tema seguente: “La questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo”.

A cura di Matilde Maisto

 

 

Category : Letteratitudini &Racconti/Romanzi

Cancello ed Arnone: “Dalla sofferenza i sentimenti di pace e amore per l’intera umanità”

dicembre 1st, 2012 // 8:52 pm @

                                                                                                          

 

“Il problema del dolore in Pascoli” al centro dell’incontro novembrino di Letteratitudini                                     

L’appuntamento di dicembre sarà dedicato ad “Anna Karenina” di Leone Tolstoj

CANCELLO ED ARNONE (Raffaele Raimondo) – Plumbeo il cielo di novembre. La generosa “Estate di San Martino” è già passata. Tutto è tornato autunnale: il clima, il paesaggio, il cuore… In questa malinconica eppur benefica atmosfera, capace di indurre talora a riflessioni perfino struggenti, il gruppo Letteratitudini ha affrontato, leggendo e commentando preselezionati brani, “Il problema del dolore in Pascoli”. Un approccio denso di rievocazioni biografiche, esistenziali, dolcemente poetiche. Una full immersion nella vicenda umana e letteraria di un autore i cui celebri versi restano stampati nella memoria profonda di quanti hanno avuto modo di apprezzarli sui banchi di scuola già tanti anni fa. Semplici, trepidanti, dolenti i componimenti sui quali il gruppo, sempre amabilmente diretto da Tilde Maisto, s’è soffermato. Leimotiv condiviso della serata il convincimento pascoliano racchiuso nell’espressione “Il dolore è ancor più dolore, se tace”. Quasi dissacrante, ma tuttavia non elusa, l’analisi delle probabili morbosità che avrebbero condizionato la vita e l’opera del poeta: miccia accesa da un richiamo al libro “I segreti di casa Pascoli” dello psichiatra Vittorino Andreoli. Ne ha analizzato gli snodi controversi il gruppo, che comunque ha superato il guado preferendo approdare ad una conclusione così riassunta: “Dal dolore Pascoli imparò una grande verità: bisogna sempre dire una parola di perdono, di bontà, di pace e di amore amore agli uomini che, a volte, fanno del male a se stessi e agli altri senza rendersene conto”.  Rinviata a gennaio la problematica di carattere storico, il nuovo incontro di Letteratitudini previsto per il prossimo 13 dicembre, sarà riservato ad un argomento non meno accattivante: “ Croci e delizie del matrimonio in ‘Anna Karenina’ di Leone Tolstoj”. In tal modo circoscritta l’attenzione per uno dei capolavori della letteratura russa, il gruppo tenterà di attualizzare la lezione di Tolstoj, incardinandola nei tratti dominanti dell’odierna vita coniugale ed esplorando inevitabilmente analogie e differenze rispetto alla temperie ottocentesca che fa da sfondo alla narrazione che vide protagonista l’aristocratica Anna tornata quest’anno alla ribalta cinematografica per l’interpretazione di Keira Knightley nel film di Joe Wright. Quali e quanti i motivi che la indussero a dare inizio alla passionale relazione con il conte Vronsky? Sfuggire alla condanna di un matrimonio infelice fu (ed è tuttora) un diritto, un’inesorabile e risolutivo sbocco o un ulteriore bombardamento nella sfera affettiva? Gli appassionati di letteratura che desiderano prender parte al percorso di Letteratitudini potranno certamente intervenire.

Matilde Maisto

 scena di un matrimonio

 

MATERIALE DISCUSSO NEL CORSO DELL’INCONTRO:

Category : Letteratitudini