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Letteratitudini: Presentazione del volume ” Versi fuori corso” di Giuseppe Bocchino

ottobre 30th, 2015 // 8:06 pm @

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Mercoledì 28 Ottobre u.s. una grande serata all’insegna della cultura con Lettaratitudini. E’ stato presentato il libro di Giuseppe Bocchino “Versi fuori corso” – Giuseppe Vozza Editore.
All’incontro hanno partecipato oltre a Matilde Maisto, anche Giuseppe Vozza, Editore del volume , e poi gli intellettuali parte integrante del salotto letterario di Letteratitudini, ovvero Raffaele Raimondo, Felicetta Montella, Marinella Viola, Laura Sciorio, Lella Coppola, Giannetta Capozzi, Maria Sciorio, Arkin Jafuri. Presenti anche numerosi colleghi del giornalismo, come Mattia Branco , Giovanna Paolino, Giovanna Pezzera , oltre che esponenti di associazioni culturali come Mina Iazzetta e Raffaella Petrella , quest’ultima facente parte del direttivo dell’Associazione ” Tre Grazie ” di Grazzanise.
L’incontro è stato all’insegna delle emozioni, lo stesso autore Giuseppe Bocchino ha spiegato il senso di questo suo lavoro inteso come profonda analisi del suo percorso umano e professionale.
Da sempre – egli dice – l’esere”fuori” dal consueto è il momento costitutivo del “fatto” poetico: trasversale agli eventi nella sua continua aspirazione a confondere l’adesso con il pima e il dopo, sin dal principio la poesia compie un’opera di estraniamento dai rigidi piani spaziali della cronologia. Ad esempio, nella continua rilettura del proprio diario intimo, che è essenzialmente riattivazione ed esaltazione della memoria del cuore, la poesia puòalimentarsi di ciò che fue scaraventare nell’oggi la musicalità delle ricordanze, farsi così nostalgia di bellezza perduta.
Altre volte il lirismo dlla sofferenza è nell’immediato, nella comunanza degli stati d’animo con i simboli della Natura, catalogati nella processione della percezione, che amplifica l’urgenza del dolore, essendo il suo verbo incarnato sia alla effigie del reale che alle figure dell’umana presenza.
Negli istanti del sogno e della visione, invece, il mondo appare in una distanza notturna quasi ascetica, da dove levigare le ferite e arginare il suo male scuro nel lavorio dell’astrazione espressiva. E quando nei suoi slanci aggancia la schiena del futuro e la trascina nella trappola della pagina bianca, inchiodando i suoi vaticininello spazio dell’ora, essa diventa incomprensibile, senzatemere, però, il ripudio dei contemporanei, sebbene l’incomunicabilità sia una delle suepossibili condanne a morte.
Ma se questaparola deve sempre rischiare l’inattualità per essere autentica, il poeta non puòche vivere da eterno disadattato, o peggio, troppo adattato alle costrizioni dei luoghi di vita comune, che è la vera dannazione, purtroppo senza fiamme d’inferno, semmai in bianco e nero, come in una commedia o in una foto per le antologie letterarie.
Misero poeta senza patria, perso nel labirinto del fuori luogo, dove egli sopporta il fardello di un pessimismo ad uso e consumo dei posteri: mai una gioia da rivendicare in questa colpa senza redenzione, mai una cura per salvarlo dalla subdola malattia del farsi linguaggio dell’ispirazione, di cui purtroppo non conosce le intenzioni né controlla con la ragione.
Si tratta di un’inquietudine, che egli sperimentò la prima volta per rabbia e per amore, somigliante ad una febbre improvvisa, la quale si placa unicamente con l’oscura fatica di mille fogli strappati da uno sconosciuto (innanzi tutto a sé stesso), prima che i solchi tracciati dall’inchiostro possano condurre, non tanto alla gloria immortale, quanto (almeno si spera) alla riconoscenza di una futura, duratura ed amorevole memoria.
Concludiamo facendo nuovamente vivissimi complimenti a Giuseppe Bocchino. Ad majora!

Matilde Maisto

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” Versi fuori Corso”: l’opera prima di Giuseppe Bocchino a battesimo da Matilde Maisto

ottobre 30th, 2015 // 8:02 pm @

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” Versi fuori corso”, prima raccolta di poesie del Giornalista Giuseppe Bocchino, Direttore Editoriale della Collana Raccordi per la Casa Editrice Vozza di Casolla, ha debuttato ieri mercoledi’ 28 ottobre, alle ore 19.30, a Cancello Arnone, nel salotto culturale di Matilde Maisto denominato “Letteratitudini”, che accoglie il gruppo di lettura di cui Matilde Maisto è instancabile e impareggiabile anima. A tenere a battesimo questa intensa e passionale viaggio nel mond delle emozioni , oltre Matilde Maisto, anche Giuseppe Vozza Editore del volume , e poi gli intellettuali parte integrante del salotto letterario di Matilde Maisto, ovvero Raffaele Raimondo,Felicetta Montella, Marinella Viola, Laura Sciorio, Lella Coppola, Giannetta Capozzi, Maria Sciorio, Arkin Jafuri. Presenti anche numerosi colleghi del giornalismo, come Mattia Branco e Giovanna Pezzera , oltre che esponenti di associazioni culturali come Mina Iazzetta e Raffaella Petrella , quest’ultima facente parte del direttivo dell’Associazione ” Tre Grazie ” di Grazzanise. Giuseppe Bocchino ha spiegato il senso di questo suo lavoro inteso come profonda analisi del suo percorso umano e professionale. ” E’ una raccolta – ha precisato- di sentimenti e di stati d’animo attraverso la Poesia volano della Bellezza”. L’Autore, impegnato giornalista per oltre 10 anni, ha spiegato il significato della sua scelta verso la Poesia. ” Il Poeta- ha detto- vive una diversità emotiva rispetto al contesto sociale che non è facile spiegare. Ho impiegato 25 anni della mia vita per comprendere e incanalare questa mia attitudine. Alla fine ho compreso che questa forma di espressione è quella che rappresenta il mio modo di essere”. In quest’opera Giuseppe Bocchino dimostra un consistente spessore culturale che, tuttavia, non gli impedisce di arrivare in modo diretto all’animo del lettore , avvolgendolo di emozioni , quasi come il testo di una ballata rock. ” Sono sempre stato fuori corso- ha commentato Bocchino- nel senso che mi sono sempre ritrovato al di fuori di quelli che sono i consueti canoni conformistici”. L’incontro è stato caratterizzato dal reading di alcuni componimenti dell’opera letti oltre che dai componenti del gruppo letterario anche dallo stesso Giuseppe Bocchino. Fra questi vanno segnalate “Manifesto”- ” Santa Teresa degli Scalzi”- ” La Quercia sul Confine”- e la suggestiva “Dicembre” in cui si parla di una ” malasorte legata alla prematura perdita della madre”. ” Versi fuori corso” è la storia di un uomo che ha il coraggio di scegliere l’autenticità dei sentimenti lasciando ” fuori corso” gli inganni e la finzione del conformismo che attanagliano la società nella logica dell’ambizione e del potere. E’ una dichiarazione d’amore verso la propria terra , Madre accogliente in un momento di dolore, ma anche porta di accesso verso la libertà dalle macerie di un mondo distrutto dalla sua stessa ansia di successo. Uno straordinario percorso di crescita sapientemente rappresentato dalla fotografia utilizzata sulla copertina del libro, gentilmente offerta dal Prof Ignazio Venafro, dal titolo “Amor Mundi: la fabbrica del pa..ssaggio”: una fabbrica, espressione capitalistica di produzione e di efficienza, ma anche di alienazione , ormai abbandonata, con una sola porta d’accesso in un bosco, simbolo dell’Alto Casertano, terra di provenienza di Bocchino, ma anche simbolo di speranza, di valori umani e sociali saldamente radicati nella coscienza di chi ” ha voluto oltrepassare quella porta” per arrivare attraverso il dolore alla Benedizione finale ” pioggia dal cielo piena”. Al termine del reading Matilde Maisto ha offerto in onore di Giuseppe Bocchino un gustoso buffet a base di prodotti locali: mozzarella di bufala, pizza alla brace, vino e dolci. Per non dimenticare che il senso della vita è proprio quel ” fuori corso”.

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Il gruppo di lettura ”Letteratitudini” , con Ottobre riapre la nuova stagione 2015/2016

ottobre 15th, 2015 // 12:37 pm @

8-webCancello ed Arnone (Matilde Maisto) – L’autunno ormai avanzato ripropone il nuovo tempo di Letteratitudini che, quest’anno, si preannuncia sempre più interessante, accertato pure le rinnovate disponibilità dei comuni amici “storici”: Matilde Maisto, Raffaele Raimondo, Felicetta Montella, Marinella Viola, Laura Sciorio, Lella Coppola, Giannetta Capozzi, Maria Sciorio, Arkin Jafuri, si è programmato il primo incontro per mercoledì 28 Ottobre 2015 alle ore 19,30.

Quest’anno i nostri preziosi incontri di lettura inizieranno con un reading di poesie dell’amico giornalista Giuseppe Bocchino, che ha recentemente pubblicato con la casa editrice “Giuseppe Vozza Editore” un suo libro di poesie “Versi fuori corso”, prima raccolta di poesie nelle quali Giuseppe intende esaltare la straordinaria energia delle passioni e delle emozioni; si tratta di quarantacinque componimenti in cui si celebra la potenza della parola poetica, che con la sua forza richiama l’individuo al dovere di liberarsi dagli inganni e dalla finzione del conformismo, per vivere una vita nell’autenticità dei sentimenti.
In questa difficile conquista della consapevolezza interiore, dice Giuseppe Bocchino, la poesia non è solo il luogo della disperazione, dello scoramento individuale, ma è soprattutto eroica rivolta esistenziale contro gli ostacoli, voglia di riscatto attraverso la solidarietà umana e l’amore per la solidarietà umana e l’amore per la natura, desiderio e godimento della bellezza in tutte le sue manifestazioni.
Naturalmente non mancherà un vivace dibattito tra tutti i partecipanti e, come sempre, l’incontro si concluderà con un gradevole bouffet.
Ovviamente saremo lieti di ospitare tutte quelle persone che, amanti della letteratura, si vorranno unire al nostro gruppo.
Vi aspettiamo!

In evidenza la foto del gruppo durante un incontro precedente

 

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“Letteratitudini” va in vacanza con “Il mare: al centro della nostra vita”

giugno 23rd, 2015 // 7:18 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – La stagione culturale 1014/2015, ormai, è terminata con l’ultima serata di mercoledì 17 giugno u.s.
I soci storici del gruppo, ossia Matilde Maisto, Raffaele Raimondo, Lella Coppola, Felicetta Montella, Laura Sciorio, Marinella Viola, Giannetta Capozzi, Arkin Jasufi, in questo incontro,hanno avuto il piacere di ospitare due nuovi illustri amici ed esattamente l’avvocato Gaetano Iannotti con la sua gentilissima consorte Marianna.
Il tema prescelto, proprio in prossimità delle vacanze, è stato: “Al centro della nostra vita: il mare”, con la lettura di alcune bellissime poesie, che hanno come filo conduttore, appunto “il mare”. Poesie scelte con il cuore di ogni partecipante che si è ritrovato in poesie come: “L’uomo e il mare” di Charles Baudelaire, “Qui ti amo” di Pablo Neruda, “S’ode ancora il mare” di Salvatore Quasimodo, “Mare” di Giovanni Pascoli, “L’Eternità di Arthur Rimbaud, “A Zacinto” di Ugo Foscolo, “Crepuscolo” di Henrich Heine, “Il Pescatore” di Wolfang Goethe.
Graditi anche alcuni testi di canzoni come “Il Mare d’inverno” di Loredana Bertè & Enrico Ruggeri, “Onda su onda” testo di Bruno Lauzi.
E, non poteva, ovviamente, mancare uno stralcio del romanzo di Ernest Hemingway “Il vecchio e il mare”; molto bella questa frase:… – Pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercar di uccidere la luna, pensò. La luna scappa. Ma pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercare di uccidere il sole? Siamo nati fortunati, pensò… –
Poesie, senza dubbio bellissime, che creano un forte pathos ed una grande passione perché per tutti coloro che amano la “poesia”, essa è tutto ciò che ti tiene vivo e da un senso alla tua vita.
Ma la vera scoperta della serata è stato proprio la new entry del gruppo, l’avvocato Gaetano Iannotta che, tra una portata e l’altra, ci ha deliziato con alcune sue poesie tratte dal suo libro “Il Canto dell’Uomo” – Carmina –
Una poesia molto bella tratta dalle liriche del soliloquio è “Ventun Giugno”che così recita: Così al solstizio di calda luce diffusa,/in cuspide che spezza l’anno a metà,/il mondo vide il mio dì./O Ventun Giugno,/cosa dunque son per te,/Castore, Polluce o altro ancora?/Breve o lunga che sia la vita mia,/forse mai lo scoprirò./O giorno del sole,/che al tramonto non vuol versar,/svela il mistero degli astri miei/ che solo guerra sembra arrecar./Riposo e pace non vedo/e triste è la sorte/del dì che taglia/in due la vita mia.
Nella prefazione del libro leggiamo: – Non v’è cosa più sublime della capacità di comporre versi: ciò che le Muse dicono per bocca dei poeti è eterno. Questo è quanto Gaetano Iannotta riesce a fare dal momento della prima ispirazione fino all’ultimo verso di questa meravigliosa silloge. –
Naturalmente il gruppo di Letteratitudini è pienamente d’accordo con il pensiero innanzi espresso ed è stato molto felice di programmare il primo incontro della nuova stagione 2015/2016 (mese di ottobre) proprio con l’avvocato Iannotta che ci illuminerà con una conferenza su ASTROLOGIA-FILOSOFIA-LETTERATURA.
Come da previsioni la serata è stata eccezionale, ricca di cultura, di amicizia, e di grande afflato.
Vi lasciamo, augurando a tutti buone vacanze e dandovi appuntamento al prossimo ottobre.
Matilde Maisto

Ecco tutte le poesie lette e meditate nella serata di Letteratitudini: “Il mare: al centro della nostra vita”:

WOLFGANG GOETHE – IL PESCATORE
L’acqua frusciava, l’acqua cresceva,
un pescatore stava sulla riva,
tranquillo, intento solo alla sua lenza,
ed era tutto freddo, anche nel cuore.
E mentre siede e ascolta,
si apre la corrente:
dall’acqua smossa affiora
una donna grondante.
A lui essa cantava, a lui parlava:
“Perchè tu attiri con astuzia umana,
con umana malizia, la mia specie
su alla luce che la ucciderà?
Ah, se sapessi come son felici
i miei piccoli pesci là sul fondo,
anche tu scenderesti, come sei,
e solo là ti sentiresti sano.
Non si ristora forse il dolce sole
nel mare, e così anche la luna?
Il loro volto, respirando l’onda,
non risale più bello?
Non ti alletta il cielo profondo,
l’azzurro che nell’acqua trascolora?
E il tuo volto stesso non ti chiama
quaggiù, nell’immutabile rugiada?”.
L’acqua frusciava l’acqua cresceva,
e a lui lambiva il piede.
Il cuore si gonfiò di nostalgia,
come al saluto della sua amata.
A lui essa cantava, a lui parlava,
e per lui fu finita:
un pò lei lo attirava, un pò lui scese,
e non fu più veduto.
HEINRICH HEINE – CREPUSCOLO
Sulla pallida spiaggia giacevo,
solitario dai tristi pensieri.
Declinava al tramonto nel mare
il sole, gettando sull’acqua
vivi sprazzi di porpora ardente;
ed i candidi flutti lontani,
sospinti dall’alta marea,
venivan spumando frusciando
più presso, più presso…
Uno strano gridare, un brusìo
e sibili e murmuri e risa,
un sospirare, un ronzare:
e, frammezzo, un sommesso cantare
di cune dondoleggiate.
Riudir mi parea le obliate
leggende, le fiabe soavi
di tempi remoti, che bimbo
mi seppi dai bimbi d’accanto,
allor che nei vesperi estivi
ci acquattavam sui gradini
dinanzi alla porta di casa
per cinguettarci sommessi
le storie, coi piccoli cuori
protesi in ascolto, con gli occhi
astuti di curiosità,
mentre le bimbe più grandi,
dalle finestre di fronte,
tra vasi olezzanti di fiori
sporgevano i volti di rosa
ridenti alla luce lunare.
UGO FOSCOLO – A ZACINTO
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
CHARLES BAUDELAIRE – L’uomo e il mare
Sempre il mare, uomo libero, amerai!
perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell’infinito svolgersi dell’onda
l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l’abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal tuo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d’ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!
ARTHUR RIMBAUD – L’eternità
È stata ritrovata!
– Cosa? – l’Eternità.
È il mare unito
Al sole.
GIOVANNI PASCOLI – Mare
M’affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?
(Myricae)
SALVATORE QUASIMODO – S’ode ancora il mare
Già da più notti s’ode ancora il mare,
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.
Eco d’una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d’uccelli delle torri, che l’aprile
sospinge verso la pianura. Già
m’eri vicina tu con quella voce;
ed io vorrei che pure a te venisse,
ora di me un’eco di memoria,
come quel buio murmure di mare.
EUGENIO MONTALE – Casa Sul Mare
ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora I minuti sono eguali e fissi
come I giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
Il vecchio e il mare – Ernest Hemingway

“Pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercar di uccidere la luna, pensò. La luna scappa. Ma pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercare di uccidere il sole?
Siamo nati fortunati, pensò…”
Ernest Hemingway, Il Vecchio e il Mare
Ernest Hemingway (1899-1961) scrive Il vecchio e il mare (The old man and the sea) nel 1951, anche se l’abbozzo di questo breve romanzo risale al 1936. Mentre lavora al romanzo Hemingway si trova a Cuba, dove risiede dal 1939; non è quindi un caso che le atmosfere del libro risentano sia della cultura cubana che delle fascinazioni per la dura vita dei pescatori. Tuttavia Hemingway sceglie di lasciare fuori dal romanzo l’attualità di quei primi anni Cinquanta, le tensioni della Guerra Fredda tra USA e URSS e le lotte politiche interne alla società cubana che avrebbero portato nel 1952 alla presa di potere da parte del dittatore Fulgencio Batista (1901-1973).
Il vecchio e il mare ha immediatamente un enorme successo di pubblico che, nel 1953, vale a Hemingway il premio Pulitzer, uno dei massimi riconoscimenti letterari americani. Solo un anno dopo Hemingway vincerà anche il premio Nobel per la Letteratura.
Trama
Santiago, un vecchio pescatore cubano, da due mesi e mezzo esce per mare e torna a mani vuote e la sua reputazione è così compromessa che perfino i genitori del suo apprendista, il giovane Manolin, vogliono che il figlio presti servizio presso pescatori più abili e fortunati. Ma il ragazzo è molto affezionato a Santiago e continua a frequentarlo, aiutandolo con le reti e le provviste e conversando con lui di vari argomenti. Un giorno Santiago decide di mettere fine agli esiti negativi delle sue battute di pesca e si risolve ad avventurarsi da solo più lontano del solito, in mare aperto: i suoi sforzi vengono ricompensati, infatti abbocca all’amo un gigantesco marlin 1. Tra il vecchio pescatore e la sua preda inizia una lunga battaglia che andrà avanti per quasi tre giorni: il marlin per liberarsi tira la barca verso di sé e Santiago, negli sforzi per trattenerlo, si ferisce più volte finché, allo stremo delle forze, riesce ad attirare il pesce verso lo scafo e lo finisce con un arpione. Ma sulla via del ritorno il pesce lascia dietro di sé un’abbondante scia di sangue che attira gli squali: Santiago ne uccide molti ma, quando la barca giunge finalmente in porto, del marlin non restano che pochi brandelli. Stremato e arrabbiato con se stesso essersi spinto troppo lontano e aver sacrificato un “avversario” così formidabile come il marlin, Santiago torna alla sua capanna e si addormenta. Il giorno dopo una folla di pescatori si riunisce esterrefatta intorno alla sua barca, ammirando la grande carcassa del pesce ancora attaccata allo scafo. Manolin, preoccupato per la sorte del suo vecchio amico, tira un sospiro di sollievo quando lo trova in casa che dorme. Il giovane porta a Santiago il caffè e i giornali e i due decidono di tornare ad essere compagni di pesca.
Un romanzo sulla dignità
Il rapporto dell’uomo con la Natura è una tematica che, in letteratura, ha sempre suscitato grande interesse. Nel caso della letteratura americana, questo rapporto tradizionalmente si sviluppa nei termini di uno scontro tra un essere finito e debole, l’uomo, e una forza smisurata, la Natura. Nei romanzi di Jack London (1876-1916), ad esempio, il problema centrale è quello prettamente darwiniano dell’adattamento dell’uomo alla natura e della lotta per la sopravvivenza. Ne Il vecchio e il mare, invece, ciò su cui si concentra Hemingway è la modalità con cui avvengono quell’adattamento e quella sopravvivenza. Ciò che l’autore celebra, quindi, sono valori come la dignità e il coraggio di chi lotta e di chi sopravvive, anche nel mondo animale. In questa direzione allora si può leggere una riflessione di Santiago che occorre verso la metà del romanzo:
Poi gli dispiacque che il grosso pesce non avesse nulla da mangiare e il dispiacere non indebolì mai la decisione di ucciderlo. A quanta gente farà da cibo, pensò. Ma sono degni di mangiarlo? No, no di certo. Non c’è nessuno degno di mangiarlo, con questo suo nobile contegno e questa sua grande dignità .
Oppure più avanti:
Non hai ucciso il pesce soltanto per vivere e per venderlo come cibo, pensò. L’hai ucciso per orgoglio e perché sei un pescatore. Gli volevi bene quand’era vivo e gli hai voluto bene dopo. Se gli si vuol bene non è un peccato ucciderlo
La dimensione utilitaristica della pesca (quella che ad esempio fa propendere i genitori di Manolin a consigliare al figlio di trovarsi un altro maestro, poiché Santiago sembra colpito dal malocchio) si sposta così in secondo piano. Emerge piuttosto l’importanza del rapporto (e del confronto agonistico sincero e leale) con l’Altro, un altro che si rivela essere un pari e di cui, per questo motivo, bisogna avere rispetto. Ma questa impostazione ideologica, nel testo di Hemingway, ha un effetto ulteriore: la grandezza del nemico vinto si riflette sull’eroismo del vincitore, conferma il suo valore e lo aumenta. Certo alla fine, ancora una volta, la Natura cerca di imporsi: l’attacco in massa degli squali e lo smembramento del marlin vanificano in termini materiali l’impresa di Santiago, che tornerà a casa a mani vuote per l’ennesima volta, ma non possono portargli via la consapevolezza profonda della vittoria.

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“Letteratitudini” nel 1° Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale

maggio 24th, 2015 // 7:44 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Il gruppo storico dei soci di “Letteratitudini” (Matilde Maisto, Raffaele Raimondo, Felicetta Montella, Marinella Viola, Laura Sciorio, Lella Coppola, Giannetta Capozzi, Maria Sciorio, Arkin Jafuri), nel 1° Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale, ha organizzato un incontro dal tema: La “Grande Guerra”: dolore ed umana pietà nella testimonianza poetica di Giuseppe Ungaretti.
Come sappiamo l’Italia e l’Europa nel 2015 ricordano il centenario della “Grande Guerra”, un conflitto caratterizzato da decine di milioni di morti, infatti fra il 1914 e il 1918 il mondo fu sconvolto dalla Prima Guerra Mondiale, uno spartiacque storico che segnò la fine di un’epoca: l’età delle rivoluzioni industriali, dell’illuminismo e del positivismo, con la sua ottimistica fiducia nella razionalità, nel progresso e nella scienza, terminò nel sangue.
La scintilla della Grande Guerra fu l’attentato di Sarajevo, avvenuto esattamente 101 anni fa, il 28 giugno 1914. L’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono d’Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia, in visita nella città, caddero sotto i colpi di pistola esplosi dal rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip.
Fu così che ebbe inizio la guerra, ufficialmente un mese più tardi, il 28 luglio 1914, e fu un evento destinato a cambiare radicalmente non solo la geopolitica dell’Europa, ma anche il modo di pensare e di agire dei suoi cittadini.
L’Italia dichiarò guerra all’Austria il 24 maggio 1915, entrando così nella Prima Guerra Mondiale. I nostri morti nel conflitto furono 1,24 milioni. Di questi 651mila militari e 589 mila civili.
E’ proprio in questo contesto storico che il professore Raffaele Raimondo, eccellente relatore della serata, ci ha deliziati ripercorrendo in una obbligata sintesi, l’itinerario poetico e la vicenda umana di Giuseppe Ungaretti: uomo del nostro tempo, poeta che fu unico fin dal suo esordio e, per tutta la vita, mantenne fede a quella espressione, direi quasi filosofica, dell’uomo di pena. Attraverso le varie fasi del suo percorso Ungaretti riuscirà sempre ad inserire sulla sua lingua poetica, popolare e parlata, i sensi di cui si accresceva come Uomo, rimanendo sempre fedele a quella urgenza, già presente in lui fin fai tempi del Porto Sepolto e poi dell’Allegria, ovvero la necessità umana che la storia della sua poesia non sarebbe stato altro che un diario e la storia della propria vita un’autobiografia scritta appunto per necessità umana.
Non a caso Ungaretti scriveva in ogni luogo, come non ricordare i suoi scritti d’impeto in trincea, sdraiato sul fango, accanto ad un suo compagno morto, mentre con un lapis segnava i versi sul suo quadernetto: Un’intera nottata/buttato vicino/ a un compagno massacrato… nel mio silenzio/ ho scritto/lettere piene d’amore./Non sono mai stato/tanto/attaccato alla vita. (23 dicembre 1915).
Non v’è dubbio, quindi, che tutta la sua poesia nascerà e si fonderà sulla esperienza diretta, umanamente vissuta, dolorosamente sofferta.
Ricordiamo un brevissimo e celebre componimento, incluso nella raccolta “Allegria di naufragi”. Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie. Poesia formata da un’unica e pregnante similitudine, che equipara i soldati alle foglie autunnali, simboleggiando la precarietà dell’esistenza umana durante la guerra. In essa è evidente il senso della tragedia esistenziale del primo conflitto mondiale. Anche in questo caso i versi sono scritti in trincea presso il bosco di Courton, vicino a Reims. A questo sentimento si associa l’estrema brevità del testo, che sembra quasi una fulminante scoperta della condizione assurda in cui versano i “soldati”.
Tuttavia, “L’Allegria di Naufragi” è anche la presa di coscienza di sé, è la scoperta che tutto è naufragio, tutto può essere travolto, soffocato, consumato dal tempo; è l’esultanza che l’attimo offre proprio perché fuggitivo, quell’attimo che soltanto amore può strappare al tempo, quell’allegria che non avrà mai se non il sentimento della presenza della morte da scongiurare.
Quella presa di coscienza di sé culmina con il canto “I fiumi” dove sono enumerate le quattro fonti, il Nilo, il Serchio, l’Isonzo, la Senna: i fiumi che mescolano le loro acque con il sangue del poeta.

Il Nilo è il fiume che bagna Alessandria d’Egitto dove il poeta è nato, il fiume della sua infanzia e dell’adolescenza, denso di tutta l’inesperienza e l’incosapevolezza di quell’età. Quegli anni passati in Egitto sono formativi per il poeta e quel paesaggio, quella malinconica dolcissima cantilena del beduino, quel deserto ondeggiante in cui si muove da ragazzo, è pur sempre un deserto pieno di oasi, di luoghi di speranza.
Il Serchio, invece, è il fiume che scorre vicino a Lucca, la città originaria dei suoi genitori, il fiume degli avi del poeta, il fiume dove affondano le sue radici.
La Senna che bagna Parigi dove il poeta visse parte della giovinezza, il fiume che fu testimone della sua formazione culturale e della sua maturazione morale. In questo periodo vi furono le letture e le lezioni di Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé fino all’amicizia di Apollinaire.
Ed infine l’Isonzo nelle cui acque come uomo si è liberato dalle tossine della guerra ed ha provato la sensazione di far parte della vita universale e si sente una docile fibra dell’universo, mentre le acque del fiume penetrano nel suo corpo facendolo sentire in armonia con l’universo.
Un incontro assolutamente eccezionale, condotto dal Professore Raffaele Raimondo con grande competenza che ci ha fatto vivere momenti di autentica, malinconica dolcezza con l’ascolto di alcuni canti di cori alpini: “Era una notte che pioveva” – “La montanara”. Naturalmente sono state declinate meravigliose poesie, come: Caino – San Martino del Carso – Fratelli – Dove la Luce – La Madre – Giorno per Giorno – M’illumino d’Immenso.
E, dopo esserci illuminati d’immenso, ci siamo dati appuntamento al mese prossimo con un’antologia di poesie dedicate al mare, dal titolo: “Al centro della nostra vita: il mare”.

Matilde Maisto

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Letteratitudini – La “Grande Guerra”: dolore ed umana pietà nella testimonianza poetica di Giuseppe Ungaretti.

maggio 20th, 2015 // 1:54 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Nel 1° Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale, il gruppo di “Letteratitudini” ha organizzato un incontro dal tema: La “Grande Guerra”, dolore ed umana pietà nella testimonianza poetica di Giuseppe Ungaretti.
Come sappiamo l’Italia e l’Europa nel 2015 ricordano il centenario della “Grande Guerra”, un conflitto caratterizzato da decine di milioni di morti, infatti fra il 1914 e il 1918 il mondo fu sconvolto dalla Prima Guerra Mondiale, uno spartiacque storico ch segnò la fine di un’epoca: l’età delle rivoluzioni industriali, dell’illuminismo e del positivismo, con la sua ottimistica fiducia nella razionalità, nel progresso e nella scienza, terminò nel sangue.
La scintilla della Grande Guerra fu l’attentatodi Sarajevo, avvenuto esattamente 101 anni fa, il 28 giugno 1914. L’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono d’Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia, in visita nella città, caddero sotto i colpi di pistola esplosi dal rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip.
Fu così che ebbe inizio la guerra, ufficialmente un mese più tardi, il 28 luglio 1914, e fu un evento destinato a cambiare radicalmente non solo la geopolitica dell’Europa, ma anche il modo di pensare e di agire dei suoi cittadini.
L’Italia dichiarò guerra all’Austria il 24 maggio 1915, entrando così nella Prima Guerra Mondiale. I nostri morti nel conflitto furono 1,24 milioni. Di questi 651mila militari e 589 mila civili.
E’ proprio in questo contesto storico che il professore Raffaele Raimondo, relatore della serata, desidera ripercorrere in una obbligata sintesi l’itinerario poetico e la vicenda umana di Giuseppe Ungaretti: uomo del nostro tempo, poeta che fu unico fin dal suo esordio e, per tutta la vita, mantenne fede a quella espressione, direi quasi filosofica, dell’uomo di pena. Attraverso le varie fasi del suo percorso Ungaretti riuscirà sempre ad inserire sulla sua lingua poetica, popolare e parlata, i sensi di cui si accresceva come Uomo, rimanendo sempre fedele a quella urgenza, già presente in lui fin fai tempi del Porto Sepolto e poi dell’Allegria, ovvero la necessità umana che la storia della sua poesia non sarebbe stato altro che un diario e la storia della propria vita un’autobiografia scritta appunto per necessità umana.
Non a caso Ungaretti scriveva in ogni luogo, come non ricordare i suoi scritti d’impeto in trincea, sdraiato sul fango, accanto ad un suo compagno morto, mentre con un lapis segnava i versi sul suo quadernetto: Un’intera nottata/buttato vicino/ a un compagno massacrato… nel mio silenzio/ ho scritto/lettere piene d’amore./Non sono mai stato/tanto/attaccato alla vita. (23 dicembre 1915).
Non v’è dubbio, quindi, che tutta la sua poesia nascerà e si fonderà sulla esperienza diretta, umanamente vissuta, dolorosamente sofferta.
Ricordiamo un brevissimo e celebre componimento, incluso nella raccolta “Allegria di naufragi”. Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie. Poesia formata da un’unica e pregnante similitudine, che equipara i soldati alle foglie autunnali, simboleggiando la precarietà dell’esistenza umana durante la guerra. In essa è evidente il senso della tragedia esistenziale del primo conflitto mondiale. Anche in questo caso i versi sono scritti n trincea presso il bosco di Courton, vicino a Reims. A questo sentimento si associa l’estrema brevità del testo, che sembra quasi una fulminante scoperta della condizione assurda in cui versano i “soldati”.
Molto ci sarà ancora da dire su questo poeta, ma lasciamo volentieri il campo al nostro relatore, professore Raffaele Raimondo, che sicuramente ci delizierà con il suo approfondito e competente resoconto.
Come sempre invito tutti a partecipare all’incontro che sarà motivo di arricchimento culturale, ma anche un piacevole afflato tra amici che amano la letteratura.
Matilde Maisto

 

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Serata di Letteratitudini: “Eneide – ogni uomo patisce la propria ombra”

aprile 25th, 2015 // 1:08 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Grande incontro per gli amanti della letteratura nella serata del 23 aprile u.s.
La data del 23 è stata scelta in concomitanza della Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, il giorno di San Giorgio a Barcellona, il giorno della World Book Night in Inghilterra. In Italia quest’anno è stato il giorno di #ioleggoperché, un’iniziativa dell’Associazione Italiana Editori che ha mobilitato i lettori di tutta Italia trasformandoli in veri e propri ‘messaggeri’ “pronti a tutto” per sensibilizzare chi non legge o legge poco.
Il progetto – a cura di AIE (Associazione Italiana Editori), e realizzato in collaborazione con ALI (Associazione Librai Italiani – Confcommercio), AIB (Associazione Italiana Biblioteche), Centro per il Libro e la Lettura del MIBACT (Ministero dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo), Milano Città del Libro 2015 – Comune di Milano e con il contributo di RAI e RAI3 – è un invito all’azione per tutti coloro che credono nel valore del libro e della lettura.
Per l’occasione, i componenti storici del gruppo di Letteratitudini: Raffaele Raimondo, Lella Coppola, Marinella Viola, Laura Sciorio, Giannetta Capozzi , Arkin Jafuri, la sottoscritta e la relatrice della serata Felicetta Montella hanno dato vita ad una vivacissima serata iniziando da una frase molto significativa che dice: “…Soltanto dal perfetto, compiuto significato della morte scaturisce l’immenso significato della vita”. Parole forti per introdurre il grande Publio Virgilio Marone, ritenuto di volta in volta profeta, oracolo, negromante, scienziato, egli è l’immagine stessa del genio, dell’uomo superiore, del poeta che stupisce, affascina e sconvolge. La pluralità dei miti e delle leggende intorno a Virgilio, è il corrispettivo della molteplicità e della ricchezza straordinarie dell’Eneide che, come ogni capolavoro, cattura su diversi piani.
C’è intanto il motivo centrale della pietas di Enea: eroe per gli altri, non per sé, quest’uomo che esce dall’eccidio di Troia portando sulle spalle il padre e i “penati”,impegnerà tutto se stesso non a proprio vantaggio, ma per la sua religione e per la sua patria. Enea è il primo eroe moderno per il fuoco che lo divora dentro, le stanchezze, le delusioni, le umiliazioni. Ma Enea non è il solo ad affascinarci: si pensi alla tragica Didone o al valoroso Turno.
Virgilio, poeta timido e mite, tratteggia in maniera stupenda i caratteri dei vinti della vita, di quelli che alla vita fanno pieno dono di sé e ne ricevono in cambio sventura: è solo nella pace e nell’amore che il destino di un popolo si realizza e si sublima.
Particolare attenzione è stata rivolta al IV libro dell’Eneide che è dedicato all’amore dell’infelice Didone nei confronti di Enea, amore inteso come furor a cui si contrappone la pietas dell’eroe troiano, che accetta il destino che gli dei hanno voluto per lui, abbandona la donna che lo ama e parte per l’Italia. La donna in preda al furor, decide di parlare all’amato: si dice ingannata, lo accusa ed infine preannuncia la propria morte. L’eroe ascolta con dolore, ma sa anche che deve abbandonare il lido cartaginese e assecondare il volere degli dei. Ma Didone non dà peso a quanto egli dice, travolge l’uomo con una serie di accuse di ingratitudine, di insensibilità, promettendogli vendetta. “… Ella, mentre dicea, crucciata e torva lo rimirava, e volgea gli occhi intorno senza far motto. Alfin, da sdegno vinta così proruppe: “Tu, perfido, tu sei di Venere nato? Tu del sangue di Dardano? Non già; ché l’aspre rupi ti produsser di Caucaso, e l’Ircane tigri ti fur nutrici…”
E poi continua: “…Ahi, da furor, da foco rapir mi sento!..Và pur, segui l’Italia, acquista i regni…Ma se i numi son pietosi, e se ponno, io spero ancora che dà vènti e da l’onde e da gli scogli n’avrai degno castigo; e che più volte chiamerai Dido…”
Non si finirebbe mai di parlare di questo splendido poema epico, ma intanto è necessario concludere, non senza evidenziare il compiacimento di tutti i partecipanti, per aver vissuto l’ennesima splendida serata all’insegna della cultura, della convivialità e dell’amicizia. Come di consueto abbiamo terminato dandoci appuntamento al 21 del mese prossimo per l’incontro mensile di Maggio.
L’anno scorso abbiamo dedicato questo mese alle rose , alla festa della mamma, a Maria, essendo il mese mariano per eccellenza”, mentre per il corrente anno, in considerazione del “Centenario della Prima Guerra Mondiale 1914 – 1918”, abbiamo scelto un tema che s’inserisce tra gli eventi in programma per il centenario: LA “GRANDE GUERRA” – DOLORE ED UMANA PIETA’ NELLA TESTIMONIANZA POETICA DI GIUSEPPE UNGARETTI. Per questo evento storico/letterario sarà relatore il nostro prof. Raffaele Raimondo.
Come sempre, siamo lieti d’invitare tutte le persone che desiderano partecipare agli incontri.

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Ulisse e le grandi donne nell’Odissea di Omero

marzo 23rd, 2015 // 4:03 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Interessante e ben riuscita la serata di “Letteratitudini” di ieri 12 Marzo. E’ stato affrontato un argomento molto accattivante che ha dato vita ad un vivace dibattito tra i fautori dell’amore fedele e coniugale di Penelope e le altre donne incontrate ed amate da Ulisse.
Assodato che la grandezza di un atto d’astuzia è ormai conosciuta, allo stesso modo bisogna tener presente che questi slanci di furbizia mantengono un loro stampo di sacra classicità. Odisseo, la volpe dell’Ellade, colui che portò alla rovina Troia, va considerato un fiore all’occhiello nel panorama omerico. Di qui, lo straordinario successo del poema che porta il suo nome, un nome dal multiforme ingegno.
Come la sorella Iliade, anche l’Odissea è composta da ventiquattro libri. Non sono più le vicende della guerra a scandire tempo e anima, siamo piuttosto dinanzi alle peripezie e le riflessioni di un viaggio, possiamo dire, del “ritorno” in cui i grandi campioni achei tentano di riabbracciare la terra natia, dopo la vittoria conseguita sul regno di Priamo. E quale sorpresa se proprio la cara Nostalgia vien su da nostos (ritorno) e elgia (dolore)? Questo unico termine, sconosciuto al mondo classico, può racchiudere tutto il valore morale della traversata omerica.
Se dovessimo analizzare una parte di questo viaggio e se dovessimo entrare in comunione con le diverse sensazioni che vi prendono parte, dovremmo fermarci un secondo allo squarcio provocato dal libro XI, quando Odisseo si cala nel regno dei morti e assiste ad una visione terribile. Sappiamo che l’eroe ha dimostrato la sua astuzia contro il ciclope Polifemo, sappiamo anche che è riuscito a svincolarsi dai gioghi della maga Circe e che, sotto consiglio di quest’ultima, ha deciso di scivolare nelle contrade del buio per incontrare il saggio Tiresia. E senza preavviso eccola, ecco l’ombra della madre vinta dall’angoscia:
Io, pensando tra me, l’estinta madre
Volea stringermi al sen: tre volte corsi,
Quale il mio cor mi sospingea, ver lei,
E tre volte m’usci fuor delle braccia,
Come nebbia sottile, o lieve sogno.
Cura più acerba mi trafisse, e ratto,
Ahi, madre, le diss’io, perchè mi sfuggi
D’abbracciarti bramoso, onde anco a Dite,
Le man gittando l’un dell’altro al collo,
Di duol ci satolliamo ambi, e di pianto?
Fantasma vano, acciò più sempre io m’anga,
Forse l’alta Proserpina mandommi?
Siamo ben oltre il pathos eroico, ci troviamo alle porte di una visione che riassume l’intera opera. Se Itaca fa da obiettivo ultimo, la madre incarna ogni tensione umana. L’uomo, che nell’Odissea ha vinto persino il Destino e si è fatto quasi beffe degli dei, adesso cerca di stringere la rosa del sonno eterno. Questa è la tua patria, qui combatte la tua furbizia, nel regno dell’illusione.
Ma il tormento è reso dolce da un canto che s’alza dal mare. Le fameliche sirene non possono certo essere relegate a quell’unico episodio del libro XII; esse mutano forma nelle diverse figure femminili del poema, ora le vediamo con bianche braccia, ora circondate da incanti e ora languide in attesa. Le donne sono tra i più grandi distruttori del ritorno ad Itaca e si pongono come una vera schiera di ancelle.
Ed ecco quindi comparire sulla scena ad una , ad una le varie donne che hanno popolato il peregrinare di Ulisse: Calipso, Nausicaa, Circe ed infine Penelope.
Calipso, la ninfa innamorata, vive sull’isola di Ogigia insieme ad altre ninfe che, come lei, trascorrono le giornate tessendo e cantando. Abita in una grande grotta piena di antri nascosti, ed è lì che accoglie Ulisse quando approda solo sull’isola, dopo essere scampato alle tempeste marine di Scilla e Cariddi. I due diventano amanti, ma la loro storia non è del tutto felice in quanto egli è consapevole della necessità di tornare ad Itaca.
Nonostante il ricordo di casa, Ulisse non si fa remore a trascorrere insieme a Calipso ben sette anni, durante i quali la ninfa si innamora profondamente di lui, tanto da volergli concedere il dono dell’immortalità, fino a che gli dei non la convincono a lasciarlo ripartire. Prima di farlo, però, Calipso scatena su Hermes, messaggero degli dei, il suo dolore per l’imminente perdita dell’amato. Il suo amore è sincero e ancor più sincera è la rabbia di dover rinunciare a un legame che lei ritiene del tutto legittimo. Nelle sue parole si legge il rincrescimento per la disparità di trattamento tra dei e dee: mentre ai primi si perdonano tutte le passioni fugaci con donne terrestri, alle seconde vengono riservate punizioni severe e imposte rinunce forzate anche quando il sentimento che le lega ad un uomo è profondo e duraturo. Apporta poi l’esempio di altre dee, da Aurora a Demetra, vittime dello stesso destino, e conclude: “Così ora contro di me vi sdegnate, o dèi, perché con me sta un uomo mortale.”
Nausicaa, la giovane vergine, figlia del re dei Feaci accoglie con gentilezza il naufrago Ulisse, lo rifocilla, gli procura delle vesti, e lo conduce nel palazzo del padre affinché racconti la sua storia. In questo Nausicaa non agisce sola, ma spinta dal consiglio della dea Atena, che le compare in sogno e le infonde un coraggio e una maturità insoliti in una ragazza della sua età. Lei rappresenta a tutti gli effetti un’ancora di salvezza per Ulisse, stanco di navigare e ormai solo, e insieme al padre Alcinoo lo aiuta concretamente a rimettersi in viaggio verso Itaca facendogli dono di una nave nuova.
Nausicaa è una principessina destinata a prendere marito e ad essere per tutta la vita una moglie fedele e devota. Ha ancora lo spirito libero della sua giovane età e, pur non pensando ancora al matrimonio, vede in Ulisse l’uomo che vorrebbe al suo fianco. Allo stesso tempo, è anche prudente e saggia, tanto che al momento di condurre l’eroe alla casa paterna gli suggerisce di prendere una strada diversa per evitare i possibili pettegolezzi dei Feaci nel vederla insieme a uno sconosciuto prima delle nozze. Dispiace quasi per Nausicaa, così saggia e generosa, eppure destinata ad un futuro convenzionale di moglie e madre. Non si capisce, però, se questa astuzia sia insita in lei o se sia piuttosto il frutto temporaneo dell’intervento delle dea Atena, sempre pronta ad aiutare Ulisse nel momento di maggiore necessità.
Circe, la maga ammaliatrice, figlia degli dei e abitante solitaria dell’isola di Eea, Circe è il personaggio femminile più misterioso dell’Odissea. Vive in uno splendido palazzo difeso da belve feroci e, dopo avere ammaliato i compagni di Ulisse con il suo canto e con bevande velenose, non esita a trasformarli in maiali e rinchiuderli nella stalla. Anche Ulisse potrebbe cadere vittima della stesso fato, ma viene prontamente avvertito da Hermes e rifiuta le sue offerte. Però ne diventa l’amante e ottiene la liberazione dei compagni di viaggio dall’incantesimo. Per un anno gli uomini vengono ospitati in modo sontuoso nel palazzo di Circe, ma in loro è vivo il desiderio di fare ritorno a casa e avvertono Ulisse, il quale se ne era quasi dimenticato (per la seconda volta, dopo l’esperienza con Calipso). La maga acconsente, ma lo avverte che ad aspettarlo ci sono ancora altre peripezie da affrontare, stavolta nel regno dell’oltretomba. Gli fornisce anche dei consigli preziosi per fronteggiare al meglio la nuova sfida e gli dona un vento favorevole alla navigazione.
Ciò che più stupisce di Circe non è tanto la sua solitudine, quanto la trasformazione simbolica degli uomini in maiali (perché non un altro animale?) e la sua volubilità: da una passione repentina nei confronti di Ulisse passa rapidamente ad un distacco, e lo lascia andare senza le remore di Calipso. La differenza sta nel fatto che Circe non è innamorata, ma vuole soltanto divertirsi senza coinvolgimento emotivo. Per questo il suo invito non lascia spazio a dubbi. Attenzione però: Circe parla di fiducia, non di passione carnale e il suo sembra piuttosto un desiderio di amicizia e compagnia. In questo la maga dell’isola di Eea è profondamente attuale: lei e Ulisse sono friends with benefits! Nonostante lui si fosse ripromesso di non lasciarsi ammaliare, cade vittima di un incantesimo più sottile di quello della mera trasformazione in maiale e resta nel palazzo di Circe più a lungo del previsto.
Arriviamo infine a Penelope, la moglie fedele, figura emblematica della moglie paziente e devota, disposta a perdonare le scappatelle del marito (non vogliamo credere che non ne sapesse nulla…) pur ditenerselo accanto dopo così tanti anni di lontananza.
Penelope incarna l’emblema della femminilità, la “madonna” piena di virtù, ed è facile ritrovarla in due oggetti simbolici: da un lato la tela che fila e disfa ogni notte per respingere con l’inganno le avances dei Proci, dall’altro il dilemma del letto che le permette infine di riconoscere il marito. Il continuo affaccendarsi su una tela, secondo una chiave di lettura del tutto personale, rappresenta la monotonia del lavoro domestico che si ripete sempre uguale a se stesso e che non è fonte di alcuna soddisfazione per chi lo compie. Un lavoro dato per scontato a cui per intere generazioni si sono dedicate le sole donne, un lavoro che richiede tempo e pazienza, ma che non conduce a nessuna crescita interiore, un lavoro che proprio per questo è sempre stato considerato prettamente femminile. Il letto coniugale, invece, è il luogo dell’amore legittimo per eccellenza. Voglio pensare che Ulisse abbia amato Calipso e Circe in contesti diversi da quello classico… Il letto di Penelope, per di più, è intagliato nel legno robusto di un tronco d’ulivo, è radicato nella terra di Itaca, è un richiamo forte a tutto ciò che è terreno e concreto. Come il legame che unisce i due coniugi, e che alla fine del poema trionfa nuovamente. La moglie devota vince, e Omero vuole premiare la costanza epica della “saggia” Penelope, per quanto anti-femminista e antiquata ci possa sembrare. L’incontro tra i due coniugi dopo ben vent’anni di guerre e peripezie marine non è certo dei più affettuosi. I due faticano a riconoscersi non solo a causa del ricordo ormai pallido di una vita insieme, quanto per i segni del tempo che si leggono sui loro visi mortali. Riuscirà Ulisse ad amare ancora la sua sposa, che ha visto l’ultima volta giovane e che è ora invecchiata di vent’anni all’improvviso? E riuscirà Penelope ad amare ancora il marito nonostante l’abbia tradita numerose volte e abbia posticipato il ritorno per stare accanto ad altre donne? Omero conclude l’Odissea con un “e vissero felici e contenti” di cui gli antichi avevano un gran bisogno. Io, se fossi stata Penelope, probabilmente non mi sarei comportata in modo così “saggio” e devoto…
Figure femminili assolutamente grandi, ognuna nel suo genere, donne che hanno lasciato un segno nella vita di Ulisse. Egli facilmente si è lasciato incantare dal canto di quelle famose sirene che hanno mutato forma nelle diverse figure femminili del poema, ora le vediamo con bianche braccia, ora circondate da incanti e ora languide in attesa.
La piacevole serata è terminata con l’ appuntamento al prossimo incontro, fissato per giovedì 23 Aprile p.v. alle ore 20,30, l’argomento che andremo a trattare sarà un passo dell’Eneide e la relatrice sarà la gentilissima signora Felicetta Montella.
Matilde Maisto

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Letteratitudini: Incontro del mese di Novembre 2014.

dicembre 17th, 2014 // 5:32 pm @

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Incontro del mese di Novembre 2014. Grande serata con relatore professore Aldo Cervo da Caiazzo. Tema dell’incontro: “Poesia e Faziosità nell’Iliade di Omero”.
Abbiamo letto e discusso sui seguenti canti:
LIBRO SETTIMO
ARGOMENTO
ETTORE e Paride rispingono i Greci. Eleno, per inspirazione divina, consiglia Ettore che, fatta cessare la battaglia, sfidi a singolar tenzone il più valente de’ Greci. Ettore accoglie la proposta. I Greci esitano alquanto ad accettare la disfida. Quindi rimproverati da Nestore, nove di loro offronsi pronti a combattere. Poste le sorti, esce quella di Aiace Telamonio. Descrizione del duello. I combattenti, sopravvenendo la notte, sono separati dagli araldi. I Greci, per consiglio di Nestore, sospendono le armi onde attendere alla sepoltura de’ morti ed alla costruzione d’un muro per difesa del campo. Assemblea de’ Troiani. Idéo viene nel campo greco a proporre condizioni di pace, e a domandare una tregua per seppellire i morti. Le prime sono rigettate, la seconda è accordata. Muro costrutto dai Greci. Sdegno di Nettunno. Conviti notturni de’ Greci e de’ Troiani. Segni infausti mandati da Giove durante la notte.
DUELLO DI ETTORE ED AIACE, Canto VII vv. 249-379
Di splendid’armi frettoloso intanto
Aiace si vestiva: e poichè tutte
L’ebbe assunte dintorno alla persona,
Concitato avvïossi, e camminava
Quale incede il gran Marte allor che scende
Tra fiere genti stimolate all’armi
Dallo sdegno di Giove, e dall’insana
Roditrice dell’alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
Lo smisurato Aiace, sorridendo
Con terribile piglio, e misurava
A vasti passi il suol, l’asta crollando
Che lunga sul terren l’ombra spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
A riguardarlo; ma per l’ossa ai Teucri
Corse subito un gelo. Palpitonne
Lo stesso Ettór; ma nè schivar per tema
Il fiercimento, né tra’ suoi ritrarsi
Più non gli lice, chè fu sua la sfida.
E già gli è sopra Aiace coll’immenso
Pavese che parea mobile torre;
Opra di Tichio, d’Ila abitatore,
Prestantissimo fabbro, che di sette
Costruito l’avea ben salde e grosse
Cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
Una falda d’acciar. Con questo al petto
Enorme scudo il Telamónio eroe
Fêssi avanti al Troiano, e minaccioso
Mosse queste parole: Ettore, or chiaro
Saprai da solo a sol quai prodi ancora
Rimangono agli Achei dopo il Pelíde
Cuor di lïone e rompitor di schiere.
Irato coll’Atride egli alle navi
Che non temiamo lo tuo scontro, e molti.
Comincia or tu la pugna, e tira il primo.
Nobile prence Telamónio Aiace,
Rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli
Come a imbelle fanciullo o femminetta
Cui dell’armi il mestiero è pellegrino?
E anch’io trattar so il ferro e dar la morte,
E a dritta e a manca anch’io girar lo scudo,
E infaticato sostener l’attacco,
E a piè fermo danzar nel sanguinoso
Ballo di Marte, o d’un salto sul cocchio
Lanciarmi, e concitar nella battaglia
I veloci destrier. Nè già vogl’io
Un tuo pari ferire insidïoso,
Ma discoperto, se arrivar ti posso.
Ciò detto, bilanciò colla man forte
La lunga lancia, e saettò d’Aiace
Il settemplice scudo. Furïosa
La punta trapassò la ferrea falda
Che di fuor lo copriva, e via scorrendo
Squarciò sei giri del bovin tessuto,
E al settimo fermossi. Allor secondo
Trasse Aiace, e colpì di Priamo il figlio
Nella rotonda targa. Traforolla
Il frassino veloce, e nell’usbergo
Sì addentro si ficcò, che presso al lombo
Lacerògli la tunica. Piegossi
Ettore a tempo, ed evitò la morte.
Ricovrò l’uno e l’altro il proprio telo,
E all’assalto tornâr come per fame
Fieri leoni, o per vigor tremendi
Arruffati cinghiali alla montagna.
Di nuovo Ettorre coll’acuto cerro
Colpì lo scudo ostil, ma senza offesa,
Ch’ivi la punta si curvò: di nuovo
Trasse Aiace il suo telo, ed alla penna
Dello scudo ferendo, a parte a parte
Lo trapassò, gli punse il collo, e vivo
Sangue spiccionne. Nè per ciò l’attacco
Lasciò l’audace Ettorre. Era nel campo
Un negro ed aspro enorme sasso: a questo
Diè di piglio il Troiano, e contra il Greco
Lo fulminò. Percosse il duro scoglio
Il colmo dello scudo, e orribilmente
Ne rimbombò la ferrea piastra intorno.
Seguì l’esempio il gran Telamoníde,
Ed afferrato e sollevato ei pure
Un altro più d’assai rude macigno,
Con forza immensa lo rotò, lo spinse
Contra il nemico. Il molar sasso infranse
L’ettoreo scudo, e di tal colpo offese
Lui nel ginocchio, che riverso ei cadde
Con lo scudo sul petto: ma rizzollo
Immantinente di Latona il figlio.
E qui tratte le spade i due campioni
Più da vicino si ferían, se ratti,
Messaggieri di Giove e de’ mortali,
Non accorrean gli araldi, il teucro Idéo,
E l’achivo Taltíbio, ambo lodati
Di prudente consiglio. Entrâr costoro
Con securtade in mezzo ai combattenti,
Ed interposto fra le nude spade
Il pacifico scettro, il saggio Così primiero favellò: Cessate,
Diletti figli, la battaglia. Entrambi
Siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro
Ognun sel vede) acerrimi guerrieri:
Ma la notte discende, e giova, o figli,
Alla notte obbedir. – Dimandi Ettorre
Questa tregua, rispose il fiero Aiace:
Primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga.
Ritirerommi, se l’esempio ei porga.
E l’illustre rival tosto riprese:
Aiace, i numi ti largir cortesi
Pari alla forza ed al valore il senno,
E nel valor tu vinci ogni altro Acheo.
Abbian riposo le nostr’armi, e cessi
La tenzon. Pugneremo altra fïata
Finchè la Parca ne divida, e intera
All’uno o all’altro la vittoria doni.
Or la notte già cade, e della notte
Romper non dêssi la ragion. Tu riedi
Dunque alle navi a rallegrar gli Achivi,
I congiunti, gli amici. Io nella sacra
Città rïentro a serenar de’ Teucri
Le meste fronti e le dardanie donne,
Che in lunghi pepli avvolte appiè dell’are
Per me si stanno a supplicar. Ma pria
Di dipartirci, un mutuo dono attesti
La nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri
Diran: Costoro duellâr coll’ira
Di fier nemici, e separârsi amici.
Così dicendo, la sua propria spada
Gli presentò d’argentei chiovi adorna
Con fulgida vagina ed un pendaglio
Di leggiadro lavoro; Aiace a lui
Il risplendente suo purpureo cinto.
LIBRO DECIMOSESTO
ARGOMENTO
ACHILLE, mosso dalle preghiere di Patroclo, gli concede di vestirsi delle sue armi e di menare a battaglia i Mirmidoni. Sue parole nella partenza di Patroclo. Questi si mostra ai Troiani, i quali, credendolo Achille, si volgono in fuga. Prodezze dell’eroe. Sarpedonte, dopo avere uccìso Pedaso, uno dei cavalli d’Achille, è posto a morte da Patroclo. Combattimento intorno al cadavere, che finalmente per volere di Giove è trasportato prodigiosamente nella Licia. Patroclo, volendo assalire le mura di Troia, n’è impedito da Apollo. Scontro di Ettore e di Patroclo. Morte di Cebrione scudiero di Ettore, e battaglia intorno ad esso. Apollo disarma invisibilmente Patroclo, che prima è ferito da Euforbo, e poscia ucciso ed insultato da Ettore. Predizioni dell’eroe morente.
LA MORTE DI PATROCLO, CANTO XVI, VV. 1091 – 1189
Finchè del sole ascesero le rote
Verso il mezzo del ciel, d’ambe le parti
Uscíano i colpi con egual ruina,
E la gente cadea. Ma quando il giorno
Su le vie dechinò dell’occidente,
Prevalse il fato degli Achei che alfine
Dall’acervo dei teli, e dalla serra
De’ Troiani involâr di Cebrïone
La salma, e l’armi gli rapîr di dosso.
Qui fu che pieno di crudel talento
Urtò Patróclo i Troi. Tre volte il fiero
Con gridi orrendi gli assalì, tre volte
Spense nove guerrier; ma come il quarto
Impeto fece, e parve un Dio, la Parca
Del viver tuo raccolse il filo estremo,
Miserando garzon, chè ad incontrarti
Venía tremendo nella mischia Apollo:
Nè camminar tra l’armi alla sua volta
L’eroe lo vide, chè una folta nebbia
Le divine sembianze ricopría.
Vennegli a tergo il nume, e colla grave
Palma sul dosso tra le late spalle
Gli dechinò sì forte una percossa,
Che abbacinossi al misero la vista
E girò l’intelletto. Indi dal capo
Via saltar gli fe’ l’elmo il Dio nemico,
E l’elmo al suolo rotolando fece
Sotto il piè de’ corsieri un tintinnío,
E si bruttaro del cimier le creste
Di sangue e polve; nè di polve in pria
Insozzar quel cimiero era concesso
Quando l’intatto capo e la leggiadra
Fronte copriva del divino Achille.
Ma in quel giorno fatal Giove permise
Che d’Ettore passasse in su le chiome
Vicino anch’esso al fato estremo. Allora
Tutta a Patróclo nella man si franse
La ferrea, lunga, ponderosa e salda
Smisurata sua lancia, e sul terreno
Dalla manca gli cadde il gran pavese
Rotto il guinzaglio. Di sua man l’usbergo
Sciolsegli alfine di Latona il figlio,
E l’infelice allor del tutto uscío
Di sentimento; gli tremaro i polsi,
Ristette immoto, sbalordito, e in
Tra l’una spalla e l’altra lo percosse
Coll’asta da vicin di Panto il figlio
L’audace Euforbo, un Dardano che al corso
E in trattar lancia e maneggiar destrieri
La pari gioventù vincea d’assai.
La prima volta che sublime ei parve
Su la biga a imparar dell’armi il duro
Mestier, venti guerrieri al paragone
Riversò da’ lor cocchi; ed or fu il primo
Che ti ferì, Patróclo, e non t’uccise.
Anzi dal corpo ricovrando il ferro
Si fuggì pauroso, e nella turba
Si confuse il fellon, che di Patróclo
Benchè piagato e già dell’armi ignudo
Non sostenne la vista. Da quel colpo
E più dall’urto dell’avverso Dio
Abbattuto l’eroe si ritirava
Fra’ suoi compagni ad ischivar la morte.
Ed Ettore, veduto il suo nemico
Retrocedente e già di piaga offeso,
Tra le file vicino gli si strinse,
Nell’imo casso immerse l’asta e tutta
Dall’altra parte rïuscir la fece.
Risonò nel cadere, ed un gran lutto
Per l’esercito achivo si diffuse.
Come quando un lïone alla montagna
Cinghial di forze smisurate assalta,
E l’uno e l’altro di gran cor fan lite
D’una povera fonte, al cui zampillo
Veníano entrambi ad ammorzar la sete;
Alfin la belva dai robusti artigli
Stende anelo il nemico in su l’arena:
Tal di Menézio al generoso figlio
De’ Teucri struggitor tolse la vita
Il troian duce, e al moribondo eroe
Orgoglioso insultando, Ecco, dicea,
Ecco, o Patróclo, la città che dianzi
Atterrar ti credesti, ecco le donne
Che ti sperasti di condur captive
Alla paterna Ftia. Folle! e non sai
Che a difesa di queste anco i cavalli
D’Ettór son pronti a guerreggiar co’ piedi?
E che fra’ Teucri bellicosi io stesso
Non vil guerriero maneggiar so l’asta,
E preservarli da servil catena? 0
Tu frattanto qui statti orrido pasto
D’avoltoi. Che ti valse, o sventurato,
Quel tuo sì forte Achille? Ei molti avvisi
Ti diè certo al partire: O cavaliero
Caro Patróclo, non mi far ritorno
Alle navi se pria dell’omicida
Ettór sul petto non avrai spezzato
Il sanguinoso usbergo… Ei certo il disse,
E a te, stolto che fosti! il persuase.
LIBRO VENTESIMOSECONDO
ARGOMENTO
ESSENDOSI i Troiani rinchiusi nella città, il solo Ettore rimane sotto le mura ad attendere Achille di piede fermo. Timore e parole di Priamo e di Ecuba. Ettore si pone in fuga alla vista d’Achille, che, riconosciuto l’inganno di Apollo, ritorna verso Troia. Giove pesa le sorti dei due capitani. Minerva sotto la figura di Deifobo instiga Ettore a cimentarsi con Achille. Combattimento degli eroi. Ettore, ferito a morte, supplica il nemico di rendere il suo cadavere ai genitori. Dura risposta di Achille. Parole e morte di Ettore. Insulti d’Achille sull’estinto e vana baldanza dei Greci. Achille dispogliato il cadavere e legatolo dietro il suo cocchio, lo fa girare intorno alle mura della città. Costernazione e lamenti di Ecuba, di Priamo e d’Andromaca.
LA FUGA DI ETTORE DI FRONTE AD ACHILLE, Canto XXII, vv. 214-275
A riguardarli intento
Stava il consesso de’ Celesti, e Giove
A dir si fece: Ahi sorte indegna! io veggo
D’Ilio intorno alle mura esagitato
Un diletto mortal; duolmi d’Ettorre
Che su l’idée pendici e sull’eccelsa
Pergámea rocca a me solea di scelte
Vittime offrire i pingui lombi, ed ora
Del minaccioso Achille il presto piede
L’incalza intorno alla città. Pensate,
Vedete, o numi, se per noi si debba
Dalla morte camparlo, o pur, quantunque
Così prode, il domar sotto il Pelíde.
Procelloso Tonante, oh che dicesti,
Gli rispose Minerva, e che t’avvisi?
Alla morte involar uom sacro a morte?
E tu l’invola. Ma non tutti al certo
Noi Celesti tal fatto assentiremo.
T’accheta, o figlia, replicò de’ nembi
L’adunator, ch’io nulla ho fermo ancora,
E nulla io voglio a te negar. Fa tutto,
Senza punto ristarti, il tuo desire.
Spronò quel detto la già pronta Diva
Che dall’olimpie cime impetuosa
Spiccossi, e scese. Alla dirotta intanto
Incalza Achille il fuggitivo Ettorre.
Come veltro cerviero alla montagna
Giù per convalli e per boscaglie insegue
Dalla tana destato un caprïuolo:
Sotto un arbusto il meschinel s’appiatta
Tutto tremante, e l’altro ne ritesse
L’orme, e corre e ricorre irrequïeto
Finchè lo trova: così tutte Achille
Del sottrarsi ad Ettór tronca le vie.
Quante volte sfilar diritto ei tenta
Alle dardanie porte, o delle torri
Sotto gli spaldi, onde co’ dardi aita
Gli dian di sopra i suoi, tante il Pelíde
Lo previene e il ricaccia alla pianura,
Vicino alla città. Come nel sogno
Talor ne sembra con lena affannata
Uom che fugge inseguir, nè questi ha forza
D’involarsi, nè noi di conseguirlo;
Così nè Achille aggiugner puote Ettorre,
Nè questi a quello dileguarsi. E intanto
Come schivar potuto avría la Parca
Di Príamo il figlio, se l’estrema volta
Nuovo al petto vigor non gli porgea
Propizio Apollo, e nuova lena al piede?
Accennava col capo il divo Achille
Alle sue genti di non far co’ dardi
Al fuggitivo offesa, onde veruno,
Ferendolo, l’onor non gli precida
Del primo colpo. Ma venuti entrambi
La quarta volta alle scamandrie fonti,
L’auree bilance sollevò nel cielo
Il gran Padre, e due sorti entro vi pose
Di mortal sonno eterno, una d’Achille,
L’altra d’Ettorre: le librò nel mezzo,
E del duce troiano il fatal giorno
Cadde, e vêr l’Orco dechinò.
Foto di Matilde Maisto.

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Nel 1° incontro 2014/2015 di Letteratitudini “La Poesia è vita”

ottobre 9th, 2014 // 8:38 pm @

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Cancello ed Arnone – “La Poesia è vita”questo il tema trattato nel 1° incontro di”Letteratitudini” avvenuto l’8 ottobre u.s. Una serata, come sempre, all’insegna della cultura, delle emozioni e dell’amicizia.
E’ stato molto piacevole in questo primo incontro di saluti e di programmazione futura, giocare un poco con la poesia, infatti ogni partecipante si è visto alle prese con un quiz dal titolo “Chi ha scritto questi versi?”. Versi molto correnti, ma anche qualche verso meno conosciuto; il quiz ha avuto lo scopo di mettere in risalto l’amore ed anche la conoscenza stessa che ognuno di noi ha della poesia.
Dopo il quiz sono state declamate alcune poesie appartenenti alle risposte esatte del quiz stesso, come “I fiumi” di Giuseppe Ungaretti, “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo, “Meriggiare pallido e assorto” di Eugenio Montale, “Il sabato del Villaggio” di Giacomo Leopardi (recitata coralmente), Padre, se anche tu non fossi il mio” di Camillo Sbarbaro, “Solo e pensoso i più deserti campi” di Francesco Petrarca, “Goal” di Umberto Saba, “Pomeriggi senza giochi” di Roberto Piumini, “Lirica” di Alda Merini, “A mia moglie” di Umberto Saba.
Declamando queste poesie abbiamo avuto la sensazione che la poesia non è uno “svolazzare di farfalle o l’abbraccio di due amanti che si cercano, la poesia è pulsione, è un corpo che trasuda emozioni, “la poesia è vita”, fare poesia significa estrarre lo stupore dalle cose ordinarie, essa parte dal basso, dagli angoli umidi delle città, dall’humus, dai luoghi dove si nasce, si lavora, si muore.

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La poesia come l’amore è l’apice estremo dell’attenzione per l’altro. La fine di un amore, a parer mio, potrebbe avvenire quando il partner un giorno arrivasse a dire “Non ci ho fatto caso”». Non bisogna mai smettere di tenere gli occhi aperti, di amare il mondo dedicandogli il dono dell’ascolto, di non trascurare mai la sacralità del corpo. Il nostro spirito non va in giro per strada senza il mantello del corpo. I corpi altrui non si possono toccare e offendere, che siano quelli di uomini e donne, di alberi, animali o stelle: la corporeità è sacra perché porta in giro lo spirito e viene dalla terra.
Ebbene con questa delicata visione poetica ha avuto inizio questa nuova serie di incontri culturali e, secondo una programmazione decisa all’unanimità, continuerà con la lettura di brani scelti dall’Iliade, dall’Odissea e dall’Eneide.
L’Iliade è un poema epico attribuito ad Omero. Opera ciclopica e complessa, è un caposaldo della letteratura greca e occidentale. Narra le vicende di un breve periodo della storia della guerra di Troia, accadute nei cinquantuno giorni dell’ultimo anno di guerra, di cui l’ira di Achille è l’argomento portante del poema.

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L’Odissea (in greco antico è l’altro poema epico greco attribuito all’opera del poeta Omero. Narra delle vicende riguardanti l’eroe Odisseo (o Ulisse, con il nome latino), dopo la fine della Guerra di Troia, narrata nell’Iliade
L’Eneide (in latino Aeneis) è un poema epico della cultura latina scritto dal poeta e filosofo Virgilio nel I secolo a.C. (più precisamente tra il 29 a.C. e il 19 a.C.), che narra la leggendaria storia di Enea, eroe troiano figlio di Anchise, fuggito dopo la caduta della città di Troia, che viaggiò per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore del popolo romano.
Gli eroi di Omero e di Virgilio, saranno dunque i compagni di viaggio che “Letteratitudini” ha scelto per questa stagione culturale e, come sempre, saremmo lieti di annoverare tra gli “amanti della letteratura e della cultura” tante altre persone, per cui invitiamo vivamente tutti a partecipare alle prossime serate.

Matilde Maisto

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