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“Letteratitudini” saluta la stagione culturale 2015/2016

giugno 26th, 2016 // 6:09 pm @

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Cancello ed Arnone ( Matilde Maisto) – Come da programma, lunedì 20 giugno u.s. h avuto luogo l’incontro di Letteratitudini dei soci fondatori di questa bella realtà culturale a Cancello ed Arnone.

Infatti gli amici di Letteratitudini: Giannetta Capozzi, Lella Esposito Arkin Jasufi, Felicetta Montella, Raffaele Raimondo, Laura Sciorio, Marinella Viola, guidati dalla coordinatrice del gruppo culturale, Matilde Maisto, hanno organizzato una eccezionale serata inerente l’Addio/Arrivederci/ciao.

Sappiamo che ogni congedo comporta quel particolare saluto che è l’addio. Il nostro tempo, con il frenetico susseguirsi degli eventi e con il correlativo accorciarsi delle attese, ha ridotto ad una pura convenzione l’augurio di salvezza implicito in ogni saluto e il congedo tragico immanente in ogni addio. Eppure questo particolare gesto, che mantiene e custodisce la lontananza  è sempre stato presente, come “figura” principe nella letteratura e nell’arte di tutti i tempi.

Tantissimi, quindi, i poeti che nel corso dei tempi hanno cantato il tema dell’Addio in Storia e Letteratura.

Pensiamo, ad esempio, l’addio degli emigranti, oppure “Addio ai Monti” di Alessandro Manzoni; “I Malavoglia” di Giovanni Verga.

L’addio degli emigranti, l’allontanamento dalla propria patria, dalla propria casa, da tutto ciò che vi è di più caro. Un tema, questo, che per la drammaticità intrinseca ben si presta a numerosissime interpretazioni letterarie, che a seconda dell’autore e del periodo storico raccontano e analizzano da punti di vista e con tecniche e stili differenti, un atto di per sé sempre doloroso.

Prendiamo “l’Addio ai monti”, celebre passo tratto dal capitolo VIII de “I Promessi Sposi”: in seguito al tentativo fallito di ingannare don Abbondio, Renzo, Lucia e Agnese si vedono costretti ad abbandonare il paesello in cui vivono, aiutati da Fra Cristoforo. Ed è proprio mentre i tre si allontanano a bordo di una piccola imbarcazione a remi che Lucia, volgendo la testa indietro, dà un ultimo saluto a quei luoghi tanto amati. Nonostante si tratti di un testo in prosa il passo può essere a tutti gli effetti definito come una delle pagine più liriche del romanzo.

Famosissimo è L’addio di ‘Ntoni  “Una sera, tardi, il cane si mise ad abbaiare dietro l’uscio del cortile, e lo stesso Alessi, che andò ad aprire, non riconobbe ‘Ntoni il quale tornava colla sporta sotto il braccio, tanto era mutato, coperto di polvere, e colla barba lunga… (da I Malavoglia, cap. XV)   Questo brano chiude il romanzo I Malavoglia: il giovane ‘Ntoni ha scontato la pena che la società gli ha imposto per aver svolto attività illecite, ma solo adesso si appresta a scontare veramente la sua colpa. La condizione di estraneità del personaggio è subito evidenziata dall’abbaiare del cane che non conosce ‘Ntoni, e quasi non lo riconoscono neppure Alessi e Mena tanto era mutato, coperto di polvere, e colla barba lunga. Il giovane Malavoglia non appartiene più al suo mondo d’origine e il ritorno alla casa del nespolo è in realtà un addio definitivo: egli sa di aver tradito i valori morali della famiglia e di non poter offendere con la sua presenza il nucleo ricostituito degli affetti e dell’onore. La sua visita ad Aci Trezza, quindi, si configura come un ultimo, intenso saluto al passato: ‘Ntoni ripercorre i luoghi della propria casa come se li vedesse per la prima volta (… va guardando in giro le pareti, come non le avesse mai viste), perché per la prima volta ha compreso il valore di ciò che essi rappresentano: l’unità familiare, l’affetto, l’onore, l’onestà. Alessi e Mena, d’altra parte, pur dimostrando con i loro semplici gesti l’affetto nutrito per il fratello (Gli misero fra le gambe la scodella, perché aveva fame e sete; Alessi gli buttò le braccia al collo), condividono la sua scelta di allontanarsi, ritenendola l’unica possibile. La condanna di ‘Ntoni, insomma, non poteva essere più dura: proprio ora che «sa ogni cosa», deve andarsene, nonostante il rammarico. L’esclusione di ‘Ntoni è definitiva e irreversibile: nel momento in cui le ha tradite, egli ha perso le sue radici ed è solo in mezzo al paese. .

Io stessa, nel mio piccolo, ho composto un racconto breve riguardante“l’addio”:

 CHE GIORNO E’…

Un giorno qualunque, umido, uggioso, freddo. Nuvole basse coprivano il cielo, non pioveva, ma c’era presagio di precipitazioni imminenti. Una giornata pesantemente tediosa, malinconica e triste.

Poi, come previsto, la pioggia arrivò ed io avvertii la netta sensazione di vivere uno di quei squallidi giorni, apparentemente inutili e noiosi, nei quali non succede nulla di speciale. Tu vorresti solo essere in casa e sonnecchiare accoccolata su una comoda poltrona accanto ad uno camino con un fuocherello scoppiettante. Invece, quella volta, da lì a poco avrei preso un treno che mi avrebbe portato lontano, molto lontano!

Col naso incollato al finestrino, vedevo passare persone frettolose, tutte imbacuccate, ben coperte in abiti pesanti e caldi. Per la verità,  immaginavo che fosse così, dato che i miei lunghi sospiri, a tratti, rendevano il vetro opaco ed ed iridescente e, in tal modo, non vedevo più nulla. Poi, all’improvviso, la figura della mamma mi apparve d’incanto attraverso il vetro. Non piangeva, ma il suo viso era molto triste; mi girai verso di lei che mi guadava con tutto l’amore che aveva nel cuore. I suoi occhi erano splendenti, luminosi ed amorevoli; mi abbracciò dolcemente e disse: -Mi raccomando copriti bene e indossa il golf di lana pesante!- Ed io ubbidii alla mia mamma; presi il maglioncino che ella stessa aveva lavorato a mano per me e pensai: -Ma come posso indossare questo golf ? E’ talmente pesante che sarebbe come portare un peso sulle spalle.- Intanto, rigirandolo, lo piegai e lo appoggiai sulla valigia in corridoio. Frettolosamente baciai mia madre e fui in strada, dove un  taxi mi portò alla stazione, per salire su un treno diretto a Milano. Lì mi attendeva la mia nuova vita…Non passò molto tempo e ricevetti una telefonata: mia madre stava male… Partii subito, ma non feci in tempo ad arrivare: lei se ne era “andata”, senza salutarmi, poco prima che io giungessi al suo capezzale… Ed ora sono qui; ho sul braccio il golf che lei ha lavorato per me; sento ancora la sua voce che mi dice di indossarlo per non prendere freddo; vedo i suoi occhi limpidi che mi sorridono, che continuano a dichiararmi “amore”, ma…io non so darmi pace! Continuo a chiederle: -Mamma, perché non mi hai aspettata ?-

Molto vario, dunque, il tema dell’addio, ma la serata di Letteratitudini è stato soprattutto un arrivederci al nuovo anno 2016/2017.

Per questo ultimo incontro è stata prevista la lettura e la discussione  di alcune meravigliose poesie, come: “Lettera di addio” di Gabriel Garcia Marquez – “Stavo per dirti addio” di Paolo Silenziario – “Addio!” di Giovanni Pascoli – “Farewell” di Pablo Neuda – “Addio” di Nazim Hikmet – “Addio a una vista” di Wislawa Szymborska – “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco – “Ciao” di Mariella Mulas.

Comunque la serata non è stata improntata esclusivamente sulla cultura, ma anche sulla convivialità ed il piacere di stare insieme, gustando un’ottima cenetta in compagnia.

Ed allora: ciao, ciao, lieve parola che induce al sorriso, al piacere dell’incontro, a condividere poi lo stesso attimo negli sguardi che si abbracciano!

Buone vacanze, ci rivediamo ad Ottobre prossimo!

Category : Cultura &Letteratitudini

Lunedì 20 Giugno p.v. ultimo incontro di “Lettaratitudini” per la stagione 2015/2016

giugno 13th, 2016 // 7:07 am @

 

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Lunedì 20 Giugno 2016 ore 20,30, ultimo incontro della stagione culturale 2015/2016 per “Letteratitudini”. Infatti il tema è proprio quello dell’Addio/Arrivederci/ciao: “Adios compadres – l’addio è necessario prima che ci si possa ritrovare. E poi il ritrovarsi, è certo per coloro che sono amici”.

A proposito dell’addio, mi piace ricordare una frase di Jorge Louis Borges che dice: “Con ogni addio impari. E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno e la compagnia non è sicurezza. E inizi a imparare che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse”

E’ una frase molto bella, ma l’addio dei componenti di Letteratitudini, in realtà è solo “un arrivederci” ad ottobre prossimo, quando riposati ed ancora abbronzati dal sole, ritorneremo per raccontarci le nostre avventure estive e vacanziere, pronti ad iniziare un nuovo anno ricco di eventi culturali.

Per questo ultimo evento è stata prevista la lettura e la discussione  di alcune meravigliose poesie, come: “Lettera di addio” di Gabriel Garcia Marquez – “Stavo per dirti addio” di Paolo Silenziario – “Addio!” di Giovanni Pascoli – “Farewell” di Pablo Neuda – “Addio” di Nazim Hikmet – “Addio a una vista” di Wislawa Szymborska – “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco – “Ciao” di Mariella Mulas.

Sarà una serata all’insegna della convivialità e dei saluti e, come sempre, sarà molto istruttiva, perché ognuno di noi avrà imparato qualche cosa di nuovo ed interessante dall’altro, come sempre accade.

Grazie amici, buone vacanze!

Category : Cultura &Letteratitudini

Letteratitudini mese di Maggio 2016: “Maggio…Maggio…Maggio – rose, mamma e Maria”

giugno 5th, 2016 // 2:03 pm @

letteratitudini-web

 

Cancello ed Arnone (di Redazione) – L’incontro di “Letteratitudini” del mese di  Maggio 2016, previsto per venerdì 27 maggio 2016, è  stato, purtroppo, ancora una volta,  rinviato a causa di  impegni inderogabili.

Tuttavia è doveroso segnalare che per la serata  era stato previsto un approfondimento su  poesie dedicate a Maggio: rose, mamma e Maria.

Le poesie di maggio sono piene di luci, colori, sapori. Del resto maggio è uno dei mesi che riscuotono più successo, da parte di tutti: l’estate è lì a portata di mano, le scuole stanno per terminare, ci sono celebrazioni a vari livelli. E’ il mese delle rose, della mamma, della Madonna.  E poi è un mese che inizia con un giorno di festa: come si fa a non amarlo?

Tra le tante poesie che celebrano maggio ne abbiamo scelte alcune che ci sembrano molto belle come: Maggiolata di Giosuè Carducci, Era di Maggio di Rabindranath Tagore, Brezze di maggio di James Joyce, Maggio di Giorgio Caproni, Era de’ Maggio di Salvatore Di Giacomo, Il giardino nel bosco di Giuseppe Fanciulli, Maggio che porti le speranze e i fiori di Enrico Pea.

E poi c’è un classico, l’Ode alla Rosa di Saffo, Rime Eterne…: perché la Rosa, oh la Rosa! E’ dei fiori pupilla, è rossore dei campi che leggiadri si sanno. E’ tempo di bellezza e nell’ombracolo ignari trafigge pallidi amanti, nello splendore immoti, Oh la Rosa respira d’amore! Alle rosse labbra di Afrodite, invocata al festino, la coppa solleva, la Rosa! Oh! Inanellata per i mortali le dolci foglie, la Rosa gode del continuo ondulare dei petali che ridono al vento ridente dell’Ovest!

Maggio è anche il mese della festa della mamma, e noi abbiamo scelto: “Mammà” (anonimo)..Nun ero ancora nato già me vulive bene. ‘A freve,’a tosse, ‘e nzirie: te n’aggio dato pene. Ma tu maie nu sfastirio, vicino ‘a cunnulella…

E dulcis in fundo Maggio è il mese dedicato alla Madonna. E’ stato approfondito il tema con David Maria Turoldo, cantore della Vergine. “In amor di nostra Donna”, il grande ‘Servo di Santa Maria’ ha come dettato la sua epigrafe più vera scrivendo: il cuore del poeta è esilarante e sa raccogliere le voci dell’umanità e cantare: è una voce che canta per tutti, nella profondità di una ricchissima antologia tra poesia e preghiera, in dialogo con Maria.

Intanto l’appuntamento con i soci di Letteratitudini è stato rinviato al 20 Giugno prossimo, incontro che sarà anche l’ultimo della stagione 2015/2016, per cui si è pensato ad un tema che riguardi i saluti: “Adios compradres – l’addio è necessario prima che ci si possa ritrovare. E poi il ritrovarsi, è certo per coloro che sono amici”

Matilde Maisto

 

Di seguito il materialepreparato per Maggio 2016:

 

MAGGIO: rose, mamma e Maria

UN CLASSICO , ODE ALLA ROSA DI SAFFO, RIME ETERNE…

 

PERCHE’ LA ROSA, OH LA ROSA! E’ DEI FIORI PUPILLA,
E’ ROSSORE DEI CAMPI CHE LEGGIADRI SI SANNO,
E’ TEMPO DI BELLEZZA E NELL’OMBRACOLO IGNARI
TRAFIGGE PALLIDI AMANTI, NELLO SPLENDORE IMMOTI.
OH, LA ROSA RESPIRA D’AMORE! ALLE ROSSE LABBRA
DI AFRODITE, INVOCATA AL FESTINO, LA COPPA SOLLEVA, LA ROSA!
OH! INANELLATE PER I MORTALI LE DOLCI FOGLIE,
LA ROSA GODE DEL CONTINUO ONDULARE DEI PETALI
CHE RIDONO AL VENTO RIDENTE
DELL’OVEST!

 

 

Rose ai pilastri
Rose ai pilastri, rose lungo i muri
e dentro i vasi, da per tutto rose
che sbocciano fiammanti e sanguinose
come ferite sopra i seni impuri.

Rose thee dai bei labri immaturi
dalle fini ceramiche untuose,
rose di siepe, rose rugiadose
avvinghiate ai cancelli e ai vecchi muri.

Eruzione di rose nei giardini,
di rive sanguinose ed odorose,
vive e rampanti per la mia ringhiera.

Rose e rose ne i miei vasi murrini
rose odorose, rose sanguinose
rosee bocche della primavera!
Andrea Zanzotto

 

POESIE DEL MESE DI MAGGIO (LETTERATITUDINI  27 MAGGIO 2016)

 

Maggiolata

Maggio risveglia i nidi,
maggio risveglia i cuori;
porta le ortiche e i fiori,
i serpi e l’usignol.
Schiamazzano i fanciulli
in terra, e in ciel li augelli:
le donne han ne i capelli
rose, ne gli occhi il sol.
Tra colli prati e monti
di fior tutto è una trama:
canta germoglia ed ama
l’acqua la terra il ciel.
E a me germoglia in cuore
di spine un bel boschetto;
tre vipere ho nel petto
e un gufo entro il cervel.

 

Giosuè Carducci

 

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Era di Maggio

 

Era di maggio. Il pomeriggio afoso
sembrava interminabile. La terra riarsa
si spaccava nel gran caldo, assetata.
Dalla riva del fiume udii una voce
che gridava: “Vieni, tesoro mio”.
Chiusi il libro e aprii la finestra
per guardare fuori.
Vidi presso il fiume un grande bufalo, coperto di fango,
che guardava in giro con occhi placidi e pazienti;
un ragazzo, nell’acqua fino al ginocchio, lo chiamava
per farlo bagnare.
Sorrisi compiacente ed ebbi un senso di dolcezza
che m’invase il cuore.

 

Rabindranath Tagore

 

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Brezze di maggio

 

Brezze di maggio, danzanti sul mare!
Via che danzate di solco in solco
il girotondo esultante, mentre in alto
vola la spuma a farsi ghirlanda
d’argentei archi gettati sull’aria,
vedete l’amor mio da qualche parte?
Ahimè! Ahi!
Brezze di maggio!
Amore è misero se il suo amore è assente.

 

James Joyce

 

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Maggio

 

Al bel tempo di maggio le serate
si fanno lunghe; e all’odore del fieno
che la strada, dal fondo, scalda in pieno
lume di luna, le allegre cantate
dall’osterie lontane, e le risate
dei giovani in amore, ad un sereno
spazio aprono porte e petto. Ameno
mese di maggio! E come alle folate
calde dall’erba risollevi i prati
ilari di chiarore, alle briose
tue arie, sopra i volti illuminati
a nuovo, una speranza di grandiose
notti più umane scalda i delicati
occhi, ed il sangue, alle giovani spose.

 

Giorgio  Caproni

 

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Era de maggio

 
Era de maggio e te cade ano ‘nzino
a schiocche a schiocche li ccerase rosse…
Fresca era ll’aria e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciente passe.
Era de maggio – io, no, nun me scordo –
na canzona cantàvamo a ddoje voce:
cchiù tiempo passa e cchiù me n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce.
E diceva. «Core, core!
core mio, luntano vaje;
tu me lasse e io conto ll’ore,
chi sa quanDo turnarraje!»
Rispunnev’io: «Turnarraggio
quanDo tornano li rrose,
si stu sciore torna a maggio
pure a maggio io stonco ccà».

E so’ turnato, e mo, comm’a na vota,
cantammo nzieme lu mutivo antico
passa lu tiempo e lu munno s’avota,
.
ma ammore vero, no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, m’annamuraje,
si t’allicuorde, finanze a la fontana:
l’acqua llà dinto non se secca maje,
e ferita d’ammore non se sana.
Nun se sana; ca sanata
si se fosse, gioia mia,
mmiezo a st’aria mbarzamata
a guardare io non starria!
E te dico – Core, core!
core mio, tornato io so’:
torna maggio e torna ammore,
fa de me chello che buo’!


Salvatore Di Giacomo (1885)

 

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Il giardino nel bosco

 

 

In un mese di maggio
era nato sul limite di un bosco
un piccola giardino,
così, per un capriccio di natura
o uno scherzo del vento.
V’era di tutto: viole, ciclamini,
rose, bottoni d’oro,
gladioli bianchi e azzurri fiordalisi;
lungo il tronco di un leccio,
alti su l’erbe i freschi semprevivi,
salivano i convolvoli.
Tanta bellezza invero era sciupata,
chè la zona del bosco
era lontana e mai nessun vi andava.
Ma, ugualmente felici,
i fiori si scaldavano al buon sole;
e facevan festa
ai leprotti, agli insetti ed agli uccelli:
a tutte le creature viventi
oppure solo di passaggio
nei boschi a maggio.

 

 

Giuseppe Fanciulli

 

 

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Maggio, che porti le speranze e i fiori

 

Maggio, che porti le speranze e i fiori
per fare ghirlandette alla Regina;
che porti le farfalle luminose,
che porti il pane, frutto di stagione,
mattini rugiadosi, notti chiare
perché nel cielo migrino le stelle;
Maggio, che sai le fole di mill’anni,
dimmi, conosci dove alberghi pace?

 

Enrico Pea (da Fole, 1910)

 

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MAMMÀ (anonimo)

Nun ero ancora nato

già me vulive bene.

’A freva, ’a tosse, ’e nzirie:

te n’aggio dato pene.

Ma tu maie nu sfastirio,

vicino ’a cunnulella

n’he’ perzo suonno e suonno

pe’ chesta criaturella,

pronta a rialarme sempe

nu munno ’e tennerezza,

vase, carezze, abbracce,

surrise d’allerezza.

Si ’a vita toia, ’a vita,

t’avess’addimannata,

no una, ciento vote

tu me l’avisse data.

Tutto m’he’ dedicato:

penziere e sentimente,

mentr’io, mammà, i’ a tte

che t’aggio dato? Niente!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

David Maria Turoldo, cantore della Vergine 

di LUIGI M. DE CANDIDO

“In amor di Nostra Donna”
Il grande ‘Servo di Santa Maria’ ha come dettato la sua epigrafe più vera scrivendo: “Il cuore del poeta è esilarante e sa raccogliere le voci dell’umanità e cantare: è una voce che canta per tutti”, nelle profondità di una ricchissima antologia tra poesia e preghiera, in dialogo con Maria.

“Io sono un frate dell’Ordine dei Servi di Santa Maria, un Ordine di origine medioevale… Figlio di quei famosi Sette Santi fiorentini che sono tra i primi a fondare la ‘compagnia dei laudesi’: gente che si raduna per cantare alla Vergine, nuovi ‘trovadori’, poeti della Grande Madre”.

In poche righe autobiografiche David Maria Turoldo (Coderno in Friuli 1916 – Milano 1992) confida quali sono radici e stile della sua identità di poeta (riconosciuto con ampi consensi come uno tra i più grandi poeti religiosi del Novecento) anche nell’innumere arpeggiare e ‘laudare’ a Santa Maria. Egli non è mariologo nel senso di autore di trattati sistematici di teologia mariana. Offre una mariologia intarsiata di immagini, arpeggiata nel canto delle liriche, inabissata in celsitudini di poesia.

Un aforisma medioevale si attaglia alla sua devozione per la Santa Vergine Madre di Cristo Maria: ‘in amor di Nostra Donna’ è la necessità che urge il suo cantare. L’amore alla Madonna (Nostra Donnanel linguaggio medioevale) si visibilizza nella poesia. “Oltre che per convinzione com’è naturale – citazione di un altro spiraglio autobiografico – non potevo non farlo”. Anche queste sono parole scultoree: alludono non a qualche forzatura, bensì ad una forza come quella che preme un innamorato a palesare i sentimenti. Quel “non potevo” va tradotto in un positivo ‘sento la necessità di esternare un amore’ per colei che egli interpella come “Vergine o natura sacra, / piena di bellezza / tu sei l’isola della speranza”.

Teologia per immagini

David Maria Turoldo non è nemmeno il teologo che si individua nel cattedratico o nel firmatario di trattati sistematici intorno ai misteri divini. Anche la sua cristologia si sfoglia in immagini: come sculture michelangiolesche del mistero di Cristo. Alle volte l’immagine di Cristo si illumina con un riverbero di Maria:

“Cristo, corpo di Dio, coscienza / della terra, figlio / della Bellissima, nostro / ultimo esistere”.

Basta l’aggettivo “bellissima”, cesello di estrema semplicità ma superlativo di alto stupore e incontenibile gioia, per evocare la figura di Maria l’immacolata.

All’Immacolata Turoldo dedica una poesia che è anche preghiera:

“Vergine, o natura sacra, / piena di bellezza, / tu sei l’isola della speranza. / Vergine, radice e pianta / sempre verde, / colomba dello Spirito nuovo. / Arca della vera alleanza, / tra uomo e natura, ritorna, / caravella che porti il Signore / sotto la vela bianca”.

La teologia si industria a sondare il mistero, a scavare risposte intorno alla domanda ‘chi è Maria’. Turoldo dischiude ogni uscio sul mistero tramite la convinzione che “non da altri, ma dal Cielo noi sappiamo chi tu eri e sei, o Donna” (o Madonna). Commentando l’annuncio dell’Angelo, padre David appella Maria “divina taciturna”. La strofa di una poesia modula la nota del silenzio mariano nel mistero dell’Incarnazione:

Vergine, cattedrale del silenzio, / anello d’oro / del tempo e dell’eterno, / tu porti la nostra carne in paradiso / e Dio nella carne. / Vieni e vai negli spazi / a noi invalicabili”.
Padre Turoldo mentre tiene un’ omelia nella chiesa dell’Abbazia ‘Sant’Egidio’ a Fontanella,
presso Sotto il Monte (BG), dove si era ritirato dal 1963
.

La teologia, anche quella che pensa e parla intorno al mistero di Maria, avrebbe necessità di silenzio frammezzo a tante parole, ossia di contemplazione. La poesia, nella tonalità del canto, disvela il silenzio del mistero con le luci di simboli e icone. Maria è icona della maternità divina e il poeta domanda a lei “or che il figlio il grembo le inarca”:

“Vela che scivoli adagio sul mare / porti il destino del mondo, lo sai?”.

Maria avanzava nel pellegrinaggio della fede, affermano il concilio Vaticano II e il papa Giovanni Paolo II coraggiosamente rispetto ad una mariologia massimalista. Turoldo ricama in poesia la fede di Maria, itinerario di “giorni senza parole” come egli intitola il capitolo sul tempo ignoto nella vita di Gesù: silenzi e interrogativi attenuati dal ‘forse’ nel primo verso:

“Neppur tu forse puoi dirci, o madre, / dirci chi mai sia questo tuo figlio? / Ma perché Dio si muove a quel modo? / O si rivela sol quando è nascosto? / Nemmeno tu puoi svelare, Maria, / cosa portavi nel puro tuo grembo: / or la Scrittura comincia a compirsi / e a prender forma la storia del mondo. / E tu andrai dal profeta nel tempio / e sentirai parole inaudite: / ma già la croce appare sul mondo / e a te una spada or sanguina in cuore”.

Quella ‘spada’ balenata nelle parole dei mistico Simeone raffigura altresì la Parola di Dio che penetra dentro i recessi della propria personalità: Turoldo non coglie tale interpretazione, ma in parole che convergono in una Parola egli avvolge la propria interpretazione delle nozze a Cana (‘Non hanno più vino’ è il libro della sua ‘antica’ mariologia: 1957, 1979):

“La madre disse ai servi: ‘Fate tutto quello che egli vi dirà’. Sono queste, Maria, le tue ultime parole che si conoscono; le prime e le ultime che rivolgi a noi per metterci in giusti rapporti con il Cristo”.

Ma anche l’evento nuziale di Cana è una icona: sullo sfondo si staglia la Croce:

“Ancora tutto è solo in figura: / vino che deve mutarsi in sangue, / nozze che segnano altra alleanza, / e tu Donna sarai della croce”.


  1. David Maria Turoldo nel suo Studio di Fontanella, a Sotto il Monte.

La commozione forte e pietosa della poesia accompagna la Madre sul Calvario ai piedi della Croce del Figlio, silente Madonna addolorata, icona dell’immenso dolore umano:

“Ritta, discosta appena dal legno, / stava la madre assorta in silenzio, / pareva un’ombra vestita di nero, / neppure un gesto nel vento immobile. / Lo sguardo aveva sperduto lontano: / cosa vedevi dall’alta collina? / Forse una sola foresta di croci? / O anche tu non vedevi più nulla? / O madre, nulla pur noi ti chiediamo: / quanto è possibile appena di credere, / e star con te sotto il legno in silenzio: / sola risposta al mistero del mondo”.

L’immagine della Madre sotto la Croce ispira anche l’assillo di Turoldo che impone a se stesso e invoca compassione per i poveri: devozione e contemplazione e parole e financo poesia intorno alla madre di Cristo sono cembalo squillante e ornamento effimero se non maturano la stessa pur personalizzata identità di Maria perché, egli dice, tu Maria “sei la pietà che soccorre ogni vittima”. I poveri sono sfida indelebile, almeno per il credente: “Sono i poveri, Cristo, a svelarti!”.

La Pasqua di un poeta come Turoldo, rincorso da domande e tallonato da urgenze di silenzio, dardeggia domande anche nel rimirare Maria dentro l’alone folgorante della Risurrezione:

“Solo tu, madre, credevi al risorto? / Per il credente il silenzio è la legge: / questo è l’evento che solo una vita / può dimostrare che è certo e reale”.

La Pentecoste conclude anche il ciclo della ‘mariologia poetica’ di David Turoldo. Maria sperimenta un’altra attesa, non più sola, ma insieme ai discepoli e lei il poeta vede solida presenza e guida della Comunità di Gesù:

“L’ordine era d’attender lo Spirito: / così vegliavano assidui e unanimi. / Eri tu forse a guidar la preghiera, / come lui fece nell’ultima cena? / Certo tu eri la terra promessa / l’isola intatta del santo approdo, / ove lo Spirito scese già prima / a fecondarti del germe divino. / Con noi assisti all’ultimo tempo: / lo stesso vento ora scuote la casa, / lo stesso fuoco dell’Oreb divampa / e apre la via nel nuovo deserto!”.

  1. Turoldo ritratto nei luoghi del suo ‘ritiro spirituale’, sui monti bergamaschi.

Orante amore

Molti versi della poesia sono apostrofi, invocazioni dirette a Maria: sono preghiera. Turoldo fu, oltre che frate orante, anche compositore di preghiere. Memorabile ed esemplare è la Liturgia delle Ore, inni originali e traduzione personale di salmi e cantici. Abbondano dunque pure le preghiere a Maria. Sono preghiere che invocano la presenza del Cristo:

“A partorirlo tu, madre, ritorna / torni la terra a sperare ancora!”.

Le preghiere mariane di David Maria Turoldo danzano, ancora, sulle musicali immagini della poesia. La confidenza autobiografica iniziale spiega la fedeltà allo stile poetico. Nella sacra rappresentazione‘Sul monte la morte’ (1983) il cronista delinea la personalità di frate Manetto, “eremita per Iddio e per i poveri”, consolidata da una tradizione: “Si dice che tutta la vita egli passò nel cantare inni alla madre del Signore (di cui tutti e Sette invero si proclamavano umili servi o cavalieri)”.

Quel frate fu uno dei Sette Santi Fondatori dei Servi di Maria, l’Ordine di Turoldo, dove egli trovava linfa per la poesia e la preghiera a Maria. Dunque, ‘in amor di Nostra Donna’ Turoldo canta e prega.

Sovente l’eucologia mariana entra nella Liturgia delle Ore nella tonalità dell’inno, sempre articolato per il canto e spesso musicato in armonia originale. E l’inno non di rado consente soste di meditazione e financo immersioni in contemplazione del mistero di Cristo e di Maria:

“La tua prima parola, Maria, / ti chiediamo d’accogliere in cuore: / come sia possibile ancora / concepire pur noi il suo Verbo. / Te beata perché hai creduto, / così in te ha potuto inverarsi / la parola vivente del Padre / benedetta dimora di Dio”.

La preghiera mariana di Turoldo di rado insiste a domandar visibili ‘grazie’: preferisce insistere nel chiedere la Grazia, ossia il Cristo stesso:

“… dal tuo trono discendi ancora / e torna ovunque a donarci il Figlio / perché da soli noi siamo perduti / e non abbiamo più un senso per vivere”.

L’attesa instancabile dell’orante poeta è che ‘sia pentecoste perenne’ in grazia di Maria:

“Madre, disponi pur noi ad accoglierlo, / a rivestirlo di splendida carne, / resi fecondi con te dallo Spirito. / O madre, fa che la Chiesa continui / la sua preghiera concorde, unanime, / perché lo Spirito continui a scendere. / O madre, sia pentecoste perenne, / e il santo fuoco consumi ogni male, / sia come il vento una libera Chiesa“.

E sono preghiera anche le strofe d’amore, le parole che inghirlandano Maria la ‘bellissima’ che ha aperto la nuova ‘via della bellezza’: preghiera con parole di amore. Amore per Maria che alle volte si accomuna con l’amore per la Chiesa, perché lei ne è l’icona:

“La palma tu sei di Cades, Maria, / orto cintato, o santa dimora, / carica sempre del frutto tuo santo, / ora trasvola radiosa sul mondo. / Tu cattedrale del grande silenzio, / anello d’oro tra noi e l’Eterno, / gl’invalicabili spazi congiungi / e un ponte inarchi sul nostro esilio. / Madre di gloria, ora sei la figura / di come un giorno sarà la sua Chiesa: / la sposa ornata e pronta alle nozze, / la città santa che scende dal cielo”.

Padre David fu anche omileta dalla parola tonante, commentatore di testi sacri, saggista su svariati versanti: anche da quei pulpiti calavano pensieri intorno a Maria, testimonianze che completano la ‘mariologia’ di Turoldo, sebbene egli sia piuttosto tessitore di arazzi per venerare la madre di Cristo, il quale per lui resta il vertice del suo ragionare e dire e vivere:

“Gioia e tormento tu sei / figlio di Dio e uomo / come noi: impossibile / amarti impunemente”.

Non c’è conclusione per una antologia tra poesia e preghiera in dialogo con Maria se non un paio di assiomi dello stesso Turoldo:

“Il cuore del poeta è esilarante e sa raccogliere le voci dell’umanità e cantare: è una voce che canta per tutti”“Non c’è altra via che la preghiera”.

Luigi De Candido

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“Spesso il male di vivere ho incontrato…” Eugenio Montale – Per “Letteratitudini” mese di Aprile 2016

maggio 16th, 2016 // 9:59 am @

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L’incontro di “Letteratitudini” del mese di Aprile 2016, previsto per il 28 Aprile 2016, è purtroppo saltato a causa di un disguido, dovuto ad un impegno inderogabile della coordinatrice del gruppo, Matilde Maisto.

Tuttavia è doveroso segnalare che per la serata era stato previsto un approfondimento su Eugenio Montale e le sue celeberrime opere.

Di seguito il materiale predisposto:

 

 Meriggiare pallido e assorto
Presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi
(Ossi di seppia)

 

Nato a Genova nel 1896, trascorre l’infanzia tra la sua città natale e Monterosso, luoghi che gli  offriranno una fonte di ispirazione per le sue opere. Sarà sempre un uomo schivo e distaccato e, nonostante il suo presentarsi non come letterato professionale ma come uomo comune che scrive solo per sé stesso, diverrà uno dei poeti più rappresentativi del ’900, tanto da ricevere, nel 1975, il premio Nobel per la letteratura.

La spontaneità è, dunque, il carattere che della sua poesia l’autore vuole sottolineare, come risulta dall’ “Intervista Immaginaria” , pubblicata nel 1946 “Le mie poesie sono funghi nati spontaneamente in un bosco; sono stati raccolti, mangiati”.  Una spontaneità che comunque non prescinde da una solida formazione culturale, seppure non condotta attraverso il canonico percorso universitario, ma frutto di un autonomo e  solitario studio.

Intorno al’23 comincia a elaborare una raccolta poetica che porta inizialmente il titolo di Rottami. Con questo titolo paga il suo debito nei confronti di una tradizione espressionista legata alla rivista “La Voce” e ai suoi poeti come Clemente Rebora e Camillo Sbarbaro, autore di Frantumi. La vita di Montale appare priva di avvenimenti e in una poesia di Ossi di Seppia, Arsenio, il poeta la definisce una “vita strozzata”,

riprendendo un’espressione che Benedetto Croce aveva usato per Leopardi. Una vita strozzata che non riesce a conoscere l’esistenza in senso pieno.

 

Nell’epoca fascista Montale si avvicina alla resistenza antifascista: pubblica

nel 1925 Ossi di Seppia, la prima raccolta edita da Piero Gobetti, che l’anno successivo verrà ucciso dai fascisti, e sempre nel ’25 firma il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” di Benedetto Croce.
Negli anni successivi il poeta si ritira a Firenze, si impiega in una biblioteca, vive ospite a casa dello storico d’arte Matteo Marangoni, marito di Drusilla Tanzi, con cui Montale avrà una lunga relazione, fino alla morte di lei negli anni ’60 e celebrata nella poesia Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale della raccolta Satura. Ma un’altra donna sarà importante per la vita del poeta, Irma Brandeis, americana, di origine ebraica e critica letteraria, con cui nascerà una storia d’amore, che si concluderà nel 1938. Questa donna diventa nella poesia di Montale emblema di una salvezza possibile, soprattutto nella raccolta Le occasioni, dove compare con il soprannome-senhal di Clizia.

 

Nel 1939 Montale pubblica la sua seconda raccolta, Le occasioni, forse la raccolta di poesie più importante del Novecento. Viene pubblicata da Einaudi, una nuova casa editrice, centro di raccolta di scrittori e intellettuali antifascisti. Nel dopoguerra (1948) si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare con il Corriere della Sera. Nel 1956 pubblica La bufera e altro, una raccolta di componimenti riguardanti la guerra e il dolore. Dopo la Bufera, la poesia di Montale prende una piega intimista e crepuscolare. Nel 1966 le poesie raccolte in Xenia sono dedicate alla moglie defunta, Drusilla Tanzi, detta “Mosca”. La raccolta verrà poi pubblicata insieme alla raccolta Satura nel 1971. Nel 1975 Montale ottiene il premio Nobel per la letteratura per poi morire nel 1981 a Milano.

 

OSSI DI SEPPIA

Ossi di seppia comprende ventitré liriche, ed è una delle otto sezioni della prima raccolta di poesie di Montale: Movimenti, Poesie per Camillo Sbarbaro, Sarcofaghi, Altri versi, Ossi di seppia, Mediterraneo, Meriggi ed ombre; a questi fanno da cornice una introduzione (In limine) e una conclusione (Riviere).

 

 I LIMONI

« Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una VERITà

Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità. »

Significato del componimento

“I limoni“, umile pianta, diventano simbolo della poetica di Montale che canta povere e semplici cose e tende a instaurare un rapporto diretto con gli oggetti e le piante. L’apertura della poesia ha un tono polemico: Montale rifiuta i “poeti laureati” che hanno falsato la realtà rappresentandola con uno stile aulico, per avere onori e gloria. Egli ama il linguaggio comune, familiare, per descrivere il paesaggio aspro e brullo della sua Liguria, ama le stradette che conducono ai fossati, le “pozzanghere mezzo seccate”, dove i ragazzi “agguantano qualche sparuta anguilla” e le viuzze che portano agli orti ravvivati dal giallo dei limoni dove hanno tregua il conflitto di sentimenti e delle sofferenze distratte dal loro profumo.

 

MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Potremo dire che il poeta paragona la vita dell’uomo piena di travagli e sofferenze al camminare lungo un muro nell’ora più calda del giorno, e voler superare quest’ostacolo senza riuscirci perché bloccato da un mucchio di cocci aguzzi; allo stesso tempo l’uomo cammina, vive, osserva ogni aspetto della natura, trova il suo “mare” da cui attingere la conoscenza, ma non è in grado di individuare il senso vero della vita, bensì è limitato nella sua ricerca dall’impossibilità di proseguire lungo il suo cammino. Egli vede nelle “scaglie di mare” (che suscitano allo stesso tempo un senso di aridità e scagliosità) il raggiungimento di una verità a cui non riesce ad arrivare. L’uomo cerca continuamente e intensamente il senso vero della natura, ma nella sua condizione non è mai in grado di trovarlo.

SPESSO IL MALE DI VIVERE

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Questa poesia è strutturata in due parti, nella prima quartina il poeta esprime la realtà sperimentata nella sua vita, “il male di vivere“; nella seconda metà il limitato “bene” che ha avuto modo di conoscere, cioè una via di scampo trovata nell’Indifferenza. Il poeta dice di aver incontrato nella propria esistenza soltanto dolore che si abbatte indifferentemente su animali e cose, male che non fa vivere, rappresentato dalle figure del ruscello, della foglia, del cavallo.

 

LE OCCASIONI

Le occasioni è il titolo della seconda raccolta poetica di Montale, pubblicata da Einaudi nel 1939. Essa annovera al suo interno la produzione poetica dell’autore tra il 1928 e il 1939. Rispetto ad Ossi di seppia, sono evidenti da subito alcuni cambiamenti nella poetica montaliana: dalla poesia del paesaggio ligure di Ossi di seppia passiamo (complice anche il trasferimento del poeta a Firenze nel 1927) a testi che si concentrano maggiormente su una figura femminile, di nome Clizia, che, amata e mancante, diventa una figura emblematica della poesia di Montale. Clizia – al secolo, Irma Brandeis – assume contemporaneamente i tratti di una donna reale e quelli della donna salvatrice e angelicata, che, richiamando alla memoria la tradizione stilnovista, diventa per il poeta l’ultima àncora di salvezza dal disastro storico e personale cui egli assiste

 

LA CASA DEI DOGANIERI

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscuri

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)

Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

 

La poesia indica già dal titolo l’ambientazione del ricordo del poeta: questa casa, che è uno dei posti di guardia della dogana situati lungo la costa, si trova a Monterosso ed è il luogo in cui Montale ha conosciuto una giovane villeggiante di nome Arletta o Annetta, alla quale egli si rivolge nel componimento, che gli ispirò molte liriche nelle quali è presentata come una fanciulla morta giovane. La realtà biografica è comunque probabilmente diversa da quella poetica: Annetta è stata identificata con quasi assoluta certezza in Anna degli Uberti, figlia di un ammiraglio romano nata nel 1904, la quale, fino al 1924, trascorse regolarmente le vacanze estive a Monterosso; dopo quella data i rapporti tra la ragazza e Montale cessarono quasi del tutto, sebbene Anna degli Uberti sia vissuta ancora molti anni, fino al 1959.

LA SPERANZA DI PUR RIVEDERTI

La speranza di pure rivederti
m’abbandonava;

e mi chiesi se questo che mi chiude
ogni senso di te, schermo d’immagini,
ha i segni della morte o dal passato
è in esso, ma distorto e fatto labile,
un tuo barbaglio:

(a Modena, tra i portici,
un servo gallonato trascinava
due sciacalli al guinzaglio).

 

E’ uno dei venti componimenti della seconda sezione delle Occasioni, che ha titolo collettivo Mottetti ed è stata scritta nel 1937.

Il componimento, ispirato da Clizia, è un unico enunciato che si suddivide in tre periodi ritmici. Nei primi due versi, Montale si rivolge a Clizia dicendole che la speranza di vederla nuovamente svaniva sempre più; questa è la condizione in cui versa il poeta, in cui matura il dubbio espresso in seguito (espresso dalla congiunzione e posta al principio del terzo verso).

Nel secondo periodo ritmico egli afferma che (allora) si chiese se la realtà in cui viveva, la grande quantità di immagini che impedivano di vederla e di sentirla, avesse i segni della morte o non avesse in sé, portato dal passato, un segno luminoso della sua presenza, per quanto distorto e reso debole dal tempo trascorso e dalla lontananza.

Negli ultimi tre versi l’autore indica tra parentesi il luogo e l’occasione che gli hanno ispirato questa poesia: era a Modena e stava passeggiando sotto i portici quando incontrò un servo in livrea che portava a spasso due sciacalli.

 

La raccolta dal titolo tanto esemplificativo, La bufera e altro di Eugenio Montale venne pubblicata nel 1956. E’ divisa in sette sezioni, che si distinguono l’una dall’altra per la varietà dei temi trattati, dall’attualità drammatica della guerra alla funzione testimoniale della poesia delle ultime liriche: Finisterre; Dopo; Intermezzo; Flashes e dediche; Silvae; Madrigali privati; Conclusioni provvisorie, in tutto 58 poesie. Essa racchiude al suo interno poesie composte tra il 1939 e il 1956: anni che abbracciano un periodo storico molto denso e significativo per l’Italia e l’Europa in genere. Ne La bufera il male di vivere diventa insomma cosmico ed universale, conseguenza tangibile del terribile momento storico

La primavera hitleriana

 

Questa poesia, scritta nel 1939 e pubblicata nel 1946 sulla rivista fiorentina «Inventario», fa parte della sezione Silvae.

La struttura metrica presenta quattro strofe di diversa lunghezza. I lunghi versi liberi (fino a diciotto sillabe) sono inframmezzati dagli endecasillabi.

 

Né quella ch’a veder lo sol si gira…

DANTE (?) a Giovanni Quirini*

 

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite

turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,

stende a terra una coltre su cui scricchia

come su zucchero il piede; l’estate imminente sprigiona

ora il gelo notturno che capiva

nelle cave segrete della stagione morta,

negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.

 

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale

tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso

e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,

si sono chiuse le vetrine, povere

e inoff ensive benché armate anch’esse

di cannoni e giocattoli di guerra,

ha sprangato il beccaio che infi orava

15 di bacche il muso dei capretti uccisi,

la sagra dei miti carnefi ci che ancora ignorano il sangue

s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,

di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere

le sponde e più nessuno è incolpevole

 

Tutto per nulla, dunque? – e le candele

romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente

l’orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii

forti come un battesimo nella lugubre attesa

dell’orda (ma una gemma rigò l’aria stillando

25 sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi

gli angeli di Tobia, i sette, la semina

dell’avvenire) e gli eliotropi nati

dalle tue mani – tutto arso e succhiato

da un polline che stride come il fuoco

30 e ha punte di sinibbio…

 

Oh la piagata

primavera è pur festa se raggela

in morte questa morte! Guarda ancora

in alto, Clizia, è la tua sorte, tu

35 che il non mutato amor mutata serbi,

fino a che il cieco sole che in te porti

si abbàcini nell’Altro e si distrugga

in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi

che salutano i mostri nella sera

40 della loro tregenda, si confondono già

col suono che slegato dal cielo, scende, vince –

col respiro di un’alba che domani per tutti

si riaffacci, bianca ma senz’ali

di raccapriccio, ai greti arsi del sud…

 

La guerra vicenda cosmica

Nel volume La bufera e altro una nota dell’autore chiarisce l’avvenimento politico da

cui il componimento trae spunto: «Hitler e Mussolini a Firenze. Serata di gala al

teatro Comunale. Sull’Arno, una nevicata di farfalle bianche». I fatti della cronaca

e i drammatici eventi storici collocati in uno scenario cosmico-religioso accostano

realismo e ansia metafisica.

La visita di Hitler, ricevuto a Firenze da Mussolini e dagli scherani del regime

(9 maggio 1938), è vissuta dal poeta con orrore e sdegno: Hitler è un messo infernale

e l’incontro con Mussolini è una tregenda, un convegno di demoni.

La natura stessa, con la neve di primavera, sembra raggelata dall’evento, sembra

anticipare il gelo della morte che la guerra porta con sé (le falene-neve su cui scricchiolano i piedi alludono alle vite umane lacerate).

L’immagine della primavera (vv. 31-33) che sconfigge la morte verso cui si avvia il

mondo e il suono mandato dal cielo che scende a vincere il male sono l’annuncio della fine del nazifascismo e di una rinascita

 

 

 

 

 

Category : Cultura &Letteratitudini

A Letteratitudini si è parlato di astrologia tra la letteratura, filosofia e psicologia

aprile 20th, 2016 // 7:43 am @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) –Sono ormai trascorsi alcuni giorni dall’ultimo incontro di Letteratitudini, ma l’eco della grande serata non si è ancora spento.

L’avvocato Gaetano Iannotta ci ha veramente incantato con le sue dotte argomentazioni. Uomo di grande cultura ha saputo spaziare dall’astrologia alla letteratura, alla filosofia ed alla psicologia con destrezza e spiccata competenza.

Il discorso è iniziato parlando di Marco Manlio, figura enigmaticamente avvolta da un alone di mistero che presenta una biografia pressocché totalmente oscura. Quel poco che sappiamo di lui lo dobbiamo agli spunti autobiografici che a sprazzi ritroviamo nel suo scritto, il poema didascalico intitolato “Astronomica” (Poema sugli astri), in cinque libri. L’opera tratta temi filosofici ed astronomici di carattere generale. Il primo libro è dedicato all’astronomia, con una dettagliata descrizione del cosmo che comprende le ipotesi sulla sua formazione, le stelle, i pianeti, i circoli celesti, le comete. Il secondo libro analizza le caratteristiche dei segni dello zodiaco e le possibilità offerte dalle loro congiunzioni. Il terzo tratteggia le dodici sorti, il Locus Fortunae e il modo di determinare l’oroscopo. Il libro quarto analizza i decani dei segni zodiacali e il loro influsso sui caratteri umani. Il quinto libro esamina i segni extrazodiacali che accompagnano il moto dello zodiaco e le grandezze stellari.

In particolare il nostro relatore Gaetano Iannotta ha preso in considerazione il passo che dice: “Chi potrebbe conoscere il cielo se non per dono del cielo, e trovare Dio, se non chi partecipa della divinità? E questa vastità della volta che si estende senza fine, e le danze degli astri e i fiammeggianti tetti del cielo, e l’eterno conflitto dei pianeti contrapposti alle stelle, chi potrebbe discernere e racchiudere nell’angusto petto, se la natura non avesse dato alla mente occhi così potenti e non avesse rivolto a sé un’intelligenza ad essa affine, e non avesse ispirato un compito così alto, e non venisse dal cielo ciò che ci chiama al cielo, per partecipare ai sacri riti?”

Il collegamento filosofico è con Plotino e con la sua opera le “Enneadi”, composte da 6 gruppi di 9 trattati ciascuno. Porfirio, allievo e biografo di Plotino, ordinò i trattati seguendo uno schema ascensionale che parte dalle realtà inferiori in senso ontologico, le realtà mondane e la vita terrena, passa per i livelli metafisici come la provvidenza, gli elementi demonici, l’anima e le facoltà psichiche, il puro livello intellettivo e giunge, nell’ultimo trattato, alla realtà divina suprema (l’Uno), fonte e meta di tutto l’Essere.

Infine c’è stato un riferimento alla psicologia con James Hillman, con la sua opera “Il Codice dell’Anima”  nel quale ci si domanda:  “Esiste qualcosa, in ciascuno di noi, che ci induce a essere in un certo modo, a fare certe scelte, a prendere certe vie – anche se talvolta simili passaggi possono sembrare casuali o irragionevoli? Se esiste, è il ‘daimon’, il ‘demone’ che ciascuno di noi riceve come compagno prima della nascita, secondo il mito di Er raccontato da Platone. Se esiste, è ciò che si nasconde dietro parole come “vocazione”, “chiamata”, “carattere”. Se esiste, è la chiave per leggere il “codice dell’anima”, quella sorta di linguaggio cifrato che ci spinge ad agire ma che non sempre capiamo.

Per concludere possiamo affermare che quello di marzo 2016 è stato uno degli incontri più belli ed interessanti di Letteratitudini, il nostro relatore di rinomata sapienza, è stato in grado di spaziare tra filosofia, astrologia, letteratura, psicologia e con opere di noti e  meno noti filosofi e scrittori di ogni epoca, con i quali si  è confrontato con assoluta disinvoltura, grande padronanza di linguaggio ed argute riflessioni.

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Letteratitudini: “L’astrologia tra la letteratura, filosofia e psicologia” per l’incontro di marzo 2016.

marzo 29th, 2016 // 8:58 am @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – E’ previsto per giovedì 31 Marzo p.v. alle ore 20,00  l’appuntamento mensile di Letteratitudini dal titolo: “L’astrologia tra la letteratura, filosofia e psicologia”.

Una serata che si preannuncia eccezionale sia per il notevole argomento che andremo a trattare sia per il relatore che  avremo il piacere di  ospitare. E’ con grande soddisfazione personale che preannuncio, infatti,  che il referente dell’incontro sarà l’insigne avvocato Gaetano Iannotta.

Per conoscere meglio l’avvocato Gaetano Iannotta, riporto qualche informazione su di lui che ci permette di verificare la sua grande cultura e la sua bravura.: Egli è nato a Casagiove (Caserta). Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza  ed esercita la professione di avvocato cassazionista. Ha conseguito, successivamente, una seconda laurea in Scienze Politiche “Relazioni Internazionali e Studi Diplomatici”.Ha un master in Giurisdizioni Internazionali, Europee ed Universali conseguito presso l’Università Tor Vergata di Roma. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Relazioni Internazionali presso il Politecnico di Studi di Lugano (Svizzera). E’ stato professore di Diritto Internazionale Privato e Diritto dell’Unione Europea presso l’Università di Napoli Federico II. E’ presidente dell’Unione Giuristi Cattolici di Caserta.

E’ autore di opere di diritto, relazioni internazionali, filosofia, retorica, politica e poesia.

Nel 2012, in seno alla Collana di Studi di Lettere e Filosofia da lui diretta e fondata, ha pubblicato con la casa editrice De Frede: Discorso sul Risorgimento Italiano; Epistula de Clementia; De Universo et Deo e Il Canto dell’Uomo.

L’opera”De Universo et Deo” dell’eccellente avvocato Iannotta, consiste  in quattro Dialoghi, tra il Soma ed il Pneuma, il corpo e l’anima. Si tratta dell’eterno contrasto, che nell’operadiventa dialogo, tra la parte sensibile dell’uomo ed il suo spirito. In termini filosofici si potrebbe dire tra l’ultrasecolare dicotomia tra il positivismo ed il sensismo da un lato e la teodicea o teologia naturale dall’altro. In quest’Opera, finalmente, essi trovano un punto di incontro, pur partendo da posizioni diametralmente opposte.

Ebbene, ho voluto tracciare, brevemente, una piccola cronistoria del nostro valente relatore che, per questo evento affronterà le tematiche preannunciate, parlandoci di Marco Manilio con la sua opera “Astronomica”, esattamente il passo seguente:  – chi potrebbe conoscere il cielo se non per dono del cielo, e trovare Dio, se non chi partecipa della divinità?…. ; proseguendo con l’Enneadi II di Plotino con il passo:“Gli astri sono parti, e non piccole, del cielo; collaborano con l’universo e servono magnificamente da segni; essi annunciano tutto ciò che accade nel mondo sensibile”. Per finire con James Hillman con la sua opera “Codice dell’anima”…Esiste qualcosa in ciascuno di noi, che ci induce a essere in un certo modo, a fare certe scelte, a prendere certe vie… ciascuno di noi è portatore di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta…

Un incontro  che si preannuncia molto interessante  e che ci apprestiamo a vivere con grande entusiasmo.

Come sempre siamo lieti d’invitare chiunque desideri partecipare, contattandoci   su FB alla pagina del profilo di Matilde Maisto.

N.B. Nella foto l’avvocato Gaetano Iannotta con Matilde Maisto

 

 

 

 

 

 

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Resoconto serata di Letteratitudini: sulle orme di Francesco, per ri-amare la natura e consegnare alle generazioni future un mondo migliore

marzo 1st, 2016 // 8:55 am @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) –L’incontro di Letteratitudini di ieri sera,ha avuto luogo nel giorno dell’anno bisestile 2016. A proposito del 29 Febbraio il messaggio generale che ci sovviene è quello di vivere un giorno in più, con la possibilità di riuscire a fare qualcosa che magari negli altri giorni non si è riusciti a fare. E quale migliore stimolo per i componenti di Letteratitudini utilizzare questo tempo in più spendendolo nella lettura dell’Enciclica 2015 “Laudato si’ di Papa Francesco, sulla cura della casa comune?Certo 24 ore in più nella nostra vita, non cambiano niente, ma sicuramente questo può far riflettere se si pensa al fatto che spesso non valorizziamo sufficientemente i singoli momenti delle nostre giornate, sprecando il nostro tempo che è prezioso. Questa riflessione mi fa pensare alla superficialità insita nell’uomo che è capace di sprecare il suo tempo, così come non è capace di prendersi cura della nostra casa comune.

Leggere l’Enciclica è stato molto bello, le parole di Papa Francesco sono semplici ed arrivano direttamente al cuore. Egli così inizia: “Laudato si’, mi’ Signore” cantava San Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba”.
Papa Francesco spera che l’Enciclica ci possa aiutare a riconoscere la grandezza,l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta. Egli dice: – in primo luogo, nell’Enciclica, farò un breve percorso attraverso vari aspetti dell’attuale crisi ecologica. A partire da questa panoramica, riprenderò alcune argomentazioni che scaturiscono dalla tradizione giudeo-cristiana, al fine di dare maggiore coerenza al nostro impegno per l’ambiente. Poi proverò ad arrivare alle radici della situazione attuale, in modo da coglierne non solo i sintomi ma anche le cause più profonde. Alla luce di tali riflessioni vorrei fare un passo avanti in alcune ampie linee di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale. Infine, poiché sono convinto che ogni cambiamento ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo, proporrò alcune linee di maturazione umana ispirate al tesoro dell’esperienza spirituale cristiana. –
Dopo la lettura prevista, sono seguiti i commenti tra i soci con il consueto scambio di pareri e, per finire, il professore Raffaele Raimondo ha proposto di intonare tutti quanti in in coro “LAUDATO SII O MIO SIGNORE”:
Laudato sii, o mi Signore…,E per tutte le sue creature /per il sole e per la luna/ per le stelle e per il vento/e per l’acqua e per il fuoco.

Laudato sii, o mio Signor…Per sorella madre terra/ci alimenta e ci sostiene/per i frutti, i fiori e l’erba/per i monti e per il mare.

Laudato sii, o mio Signor….Perchè il senso della vita/è cantare e lodarti/e perchè la nostra vita/sia sempre una canzone.

Laudato sii, o mio Signore…E per quelli che ora piangono/e per quelli che ora soffrono/e per quelli che ora nascono/e per quelli che ora muoiono.

Laudato sii, o mio Signore…E per quelli che camminano,/e per quelli che ti lodano,/e per quelli che ti aspettano,/e per quelli che ora cantano.

All’incontro hanno partecipato due nuove simpatizzanti: Elisa e Maddalena Petrella di Grazzanise, che si sono dette entusiaste della serata.

E’ stato veramente un bel momento, dopodiché ricchi di questa nuova esperienza, con allegria ed afflato ci siamo accostati al bouffet preparato per l’occasione.

Matilde Maisto

 

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A breve l’incontro di ‘Letteratitudini’ : Papa Francesco “Laudato si’ – Enciclica sulla cura della casa comune”

febbraio 24th, 2016 // 8:52 am @

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Cancello ed Arnone (Redazione)– Imminente l’incontro di Letteratituidini, previsto per lunedì 29 Febbraio, alle ore 20,00.
I soci del sodalizio letterario, come di consueto, si sono dati appuntamenti presso il salotto letterario di Matilde Maisto per disquisire sul seguente argomento: “Sulle orme di Francesco, per ri-amare la natura e consegnare alle generazioni future un mondo migliore”.

A tal proposito leggeremo e commenteremo il primo capitolo della Lettera Enciclica “Laudato si’”. del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune.

Nel leggere l’enciclica sorge spontanea la domanda: “Ma che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, soprattutto ai bambini che stanno crescendo?” Questo interrogativo rappresenta il cuore della Laudato si’ .

In proposito bisogna considerare, come dice Carlo Petrini nella sua guida alla lettura dell’enciclica : “in larga parte è l’uomo che prende a schiaffi la natura, continuamente. Noi ci siamo un po’ impadroniti della natura, della sorella terra, della madre terra. Un vecchio contadino una volta mi ha detto: ‘Dio perdona sempre, noi gli uomini – perdoniamo alcune volte, la natura non perdona mai’, se tu la prendi a schiaffi lei lo fa a sua volta. Credo che noi abbiamo sfruttato troppo la natura”. (Papa Francesco) Con coraggio e lungimiranza, papa Francesco affronta in questa nuova, attesa enciclica, la seconda del suo pontificato, un tema di tipo sociale ed ecologico, oltre che di fede: la tutela dell’ambiente e del Creato. Su questi temi di grande attualità, la Chiesa viene giustamente considerata la voce più forte ed eloquente in materia, punto di riferimento anche dei trattati internazionali e delle conseguenti fonti normative, comunitarie e nazionali. Un argomento caro a Bergoglio che più volte si è espresso in materia con grande forza: “Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo ‘custodi’ della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo “.

L’incontro sarà sicuramente entusiasmante e vedrà, oltre alla partecipazione di tutti i soci, anche l’intervento di un valente sacerdote .
Come sempre invitiamo tutti voi a partecipare all’incontro e, dandovi appuntamento a lunedì, viauguriamo una buona giornata.
Di Redazione

 

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Letteratitudini in “Lectura Dantis”

gennaio 28th, 2016 // 8:39 am @

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Cancello ed Arnone (Cacciapuoti Elisa) – Un incontro esaltante quello di ieri sera, 27 gennaio 2016 con Letteratitudini che, per il consueto incontro mensile, ha organizzato una “Lectura Dantis”, in occasione del 750esimo anniversario della nascita del padre della “Divina Commedia”.
Come sappiamo per questa ricorrenza tutta l’Italia ed anzi l’intera Europa si è inchinata davanti al genio di Dante Alighieri. Per l’occasione sono stati organizzati molteplici eventi: mostre, letture, convegni e conferenze, concerti di musica classica e contemporanea, spettacoli di teatro e di danza, video installazioni e proiezioni, lectio magistralis, summer school con i massimi protagonisti della scena culturale nazionale e internazionale e studiosi di letteratura dantesca.
Anche il gruppo culturale di Cancello ed Arnone “Letteratitudini”, gli amanti della letteratura, non ha voluto mancare a questo appuntamento.
La serata, che si è svolta, come sempre, nel salotto letterario di Matilde Maisto, coordinatrice del gruppo, è stata veramente molto bella e coinvolgente. Si sono, infatti, sentite voci nuove, voci al di fuori del solito coro, voci di giovani liceali che a turno hanno recitato dei versi della Commedia, oltre, naturalmente, alle voci dei componenti storici del gruppo.
Ha dato inizio alle ‘danze’ la giovane Grazia Pezzolo con il canto I dell’Inferno “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita…”.
E’ stata poi la volta di Sara Giannoccari con il canto V “… Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona…”.
Licia Conte, invece, ha letto dei versi dal canto X “Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai? Vedi là Farinata che s’è dritto:da la cintola in sù tutto il vedrai…”.
E’ poi intervenuta Alessia Stolfo con alcuni versi del Canto XIII “… Uomini fummo, e or sem fatti sterpi:ben dovrebb’esser la tua man più pia,se state fossimo anime di serpi …”.
A seguire Concetta Amodio con ulteriori versi del Canto XIII “…”…L’animo mio, per disdegnoso gusto,credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto…”
La serata è continuata con la lettura del canto XXXIII dell’Inferno da parte di Matilde Maisto e Gaetano Viola: “…Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, e questi è l’arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perché i son tal vicino…” – “… Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; i’ son quel da le frutta del mal orto, che qui riprendo dattero per figo».
Successivamente Raffaele Raimondo ha letto versi del Canto V del Purgatorio “… «ricorditi di me, che son la Pia: Siena mi fé, disfecemi Maremma: salsi colui che ‘nnanellata pria disposando m’avea con la sua gemma”.
Poi Laura Sciorio da declamato i versi del Canto VI del Purgatorio “… «O Mantoano, io son Sordello de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!…”
La lettura è proseguita con Felicetta Montella con il Canto VIII del Purgatorio “… quando sarai di là da le larghe onde, dì a Giovanna mia che per me chiami là dove a li ‘nnocenti si risponde…”
Infine Marinella Viola ha declamato versi del Canto III del Paradiso “… “Frate, la nostra volontà quieta virtù di carità, che fa volernesol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta…” .
Matilde Maisto nel ringraziare tutti gli intervenuti si è rivolta soprattutto ai giovani, dicendo che la loro partecipazione all’incontro è stata assolutamente preziosa, perché i giovani sono il futuro, sono i rami nuovi germogliati da alberi secolari.
Il coinvolgimento in attività culturali contribuisce allo sviluppo personale dei giovani – prosegue la Maisto – aiuta ad accrescere il loro senso di appartenenza alla comunità. Accedere alla cultura può rafforzare la loro consapevolezza di condividere un patrimonio culturale comune e promuovere una cittadinanza attiva aperta al mondo.
La promozione della cultura tra i giovani è di importanza cruciale per il sostegno del loro sviluppo personale e un’attiva inclusione nella società. La loro creatività contribuisce al benessere sociale ed individuale ed anche alla prosperità economica. Sostenere l’energia creativa dei giovani e la loro capacità di innovazione significa aiutarli a sviluppare le proprie potenzialità.
Questo, in breve, l’invito che la Maisto ha rivolto ai giovani presenti, affinché proseguano il loro coinvolgimento con il gruppo culturale “Letteratitudini” sito sul territorio di Cancello ed Arnone. Purtroppo- ella conclude – il nostro paese non offre molte possibilità culturali extrascolastiche.

Elisa Cacciapuoti

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Grande serata di “Letteratitudini” con l’esperto di letteratura giovanile Arkin Jasufi

dicembre 27th, 2015 // 6:46 am @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Per la seconda volta il relatore dell’incontro, Arkin Jasufi, ha saputo destare molto interesse nei partecipanti che si sono appassionati alle vicende giovanili, ai loro amori, alle loro incoerenze ed anche, a volte , alle loro superficialità, che però vanno sempre interpretate come un segno di insofferenza, di malessere sociale, soprattutto un disagio morale che cammina di pari passo con la loro crescita fisica ed emotiva.
Ovviamente c’è stata una particolare attenzione per il romanzo di John Green “Colpa delle stelle”, che come sappiamo, parla di Hazel che ha sedici anni, ma ha già alle spalle un vero miracolo: grazie a un farmaco sperimentale, la malattia che anni prima le hanno diagnosticato è ora in regressione. Ha però anche imparato che i miracoli si pagano: mentre lei rimbalzava tra corse in ospedale e lunghe degenze, il mondo correva veloce, lasciandola indietro, sola e fuori sincrono rispetto alle sue coetanee.
Il romanzo inizia con il racconto di Hazel che viene costretta, dalla madre e dal suo dottore di base, a partecipare ad un gruppo di supporto contro la depressione per ragazzi malati di tumore. Lì conoscerà altri ragazzi nelle sue stesse condizioni, tra loro spicca Isaac, a cui da bambino è stato rimosso un occhio a causa di un tumore particolarmente raro. Lui e Hazel sembrano condividere la loro esperienza in quel gruppo improbabile di malati cronici tramite i sospiri e le occhiate mentre gli altri ragazzi raccontano le loro esperienze sul continuare a sopravvivere.
Hazel è una protagonista spigliata e irriverente, di quelle che ti lasciano un sorriso sulle labbra nonostante tutti i drammi che debba sopportare.
Il gruppo rappresenta un luogo dove poter stringere amicizie con altre persone che si trovano o si sono trovate in una situzione simile alla tua, ma non è un romanzo edulcorato purtroppo come nella vita reale non tutti sopravvivono alla lotta.
L’altro protagonista è Augustus, che parteciperà ad una seduta per sostenere l’amico Isaac a cui dovranno asportare l’occhio buono perché il cancro si è ripresentato, ma neanche lui è immune a questo male che l’ha colpito qualche anno prima con un cancro alle ossa ed ha dovuto subire l’amputazione di una gamba.
“«Letteralmente?» ho chiesto. «Siamo letteralmente nel cuore di Gesù» ha detto.
«Pensavo che fossimo nel seminterrato di una chiesa, ma siamo letteralmente nel cuore di Gesù.»
«Qualcuno dovrebbe dirglielo, a Gesù» ho fatto io. «Dev’essere un bel rischio per Lui tenere nel cuore dei ragazzini malati di cancro.»
«Glielo direi io» ha ribattuto Augustus, «ma si dà il caso che sia letteralmente incastrato dentro il Suo cuore, per cui non mi sentirebbe.»
Ho riso. Lui ha scosso la testa e mi ha guardato.”
Tra i tre ragazzi nasce una vera amicizia, in particolare tra Hazel e Augustus, che si ritroveranno ad affrontare insieme le difficoltà.
Il tumore ha bloccato questi ragazzi e nonostante abbiano amici sani, con loro, la comunicazione resta in parte frenata, poiché non fanno più parte di quel mondo in cui il futuro è un dato di fatto; questi ragazzi devono lottare ogni giorno per avere un’occasione di andare avanti, non lasciandosi abbattere dalle cure, dolorosissime già per un adulto.
La malattia li lega in modo indissolubile perché loro sanno ciò che si passa e non hanno bisogno di dare futili spiegazioni.
Augustus ama le metafore, non ha ancora la patente di guida nonostante i suoi diciasette anni, va a scuola e gioca spesso e volentieri ai videogiochi con Isaac.
“«Non ti uccidono, se non le accendi» ha detto mentre la mamma fermava l’auto praticamente attaccata al cordolo. «E non ne ho mai accesa una. È una metafora, sai: ti metti la cosa che uccide fra i denti, ma non le dai il potere di farlo.»
«È una metafora» ho detto, dubbiosa. La mamma temporeggiava.
«Proprio così, una metafora» ha detto lui.
«E quindi tu ti comporteresti in un modo rispetto a un altro sulla base delle risonanze metaforiche…» ho detto.
«Oh, sì.» Ha sorriso. Il suo sorriso largo, quello vero, quello buffo. «Sono un devoto credente nella metafora, Hazel Grace.»”
Particolare sarà il rapporto che si creerà tra Hazel, Augustus e l’autore Van Houten.
Dato che Van Houten lascia il suo libro – “Un’imperiale afflizione” – incompiuto, per chissà quale motivo, sia Hazel, che successivamente Augustus, si interrogano su quale sia il “vero finale” del romanzo, tanto da far desiderare ai due ragazzi di intraprendere un viaggio intercontinentale per trovare le risposte alle loro domande.
Molte volte, noi lettori, idealizziamo i nostri scrittori, coloro che attraverso le loro parole sono stati capaci di farci provare sentimenti ed emozioni vere, credendo che loro sapranno darci tutte le risposte e immaginando che una persona che ti faccia provare tutte queste sensazioni grazie alla scrittura, sia una persona degna di tale nome. Idealizziamo anche i personaggi da loro creati, credendo che l’unica persona che possa dare un lieto fine ai protagonisti sia lo scrittore, ma ci sbagliamo.
Purtroppo questo non accade per Hazel ed Agustus in quanto scoprono che Van Houten è un uomo alcolizzato ed incapace di dare risposte. Tuttavia il viaggio ad Amsterdam dei due protagonist, si rivela magico per il loro dolcissimo amore ed i due vivono un’esperienza bellissima ed indimenticabile.
Poi ritornano a casa ed Hazel ha una ricaduta, tutti pensano di perderla, compreso Augustus che non parla, invece, della sua ricaduta, che lo porterà alla morte.
Hazel rimane sola, ma riceverà una lettera scritta da Augustus a Van Houten nella quale egli dice:
– “Van Houten, io sono una persona buona ma uno scrittore di merda. Lei è una persona di merda ma un buon scrittore. Insieme faremmo una grande squadra. Non voglio chiederle favori, ma se ha tempo – e da quello che ho visto ne ha un sacco – mi chiedevo se potesse scrivere un discorso funebre per Hazel. Ho tutti gli appunti, ma sarei felice se lei potesse farli diventare un discorso coerente, o anche solo indicarmi che cosa dovrei dire in un altro modo. Con Hazel le cose stanno così: quasi tutti sono ossessionati dal pensiero di lasciare un segno nel mondo. Di tramandare qualcosa. Di soprovvivere alla morte. Tutti vogliamo essere ricordati. Anch’io. Questo è ciò che più mi disturba, essere un’altra immemorata vittima dell’antica e ingloriosa guerra contro la malattia. Io voglio lasciare un segno. Ma Van Houten, i segni che gli umani lasciano troppo spesso sono cicatrici. Costruisci un negozio orrendo, o fai un colpo di stato, o provi a diventare una rockstar e pensi: “Adesso sì che si ricorderanno di me” ma non si ricordano di te, e tutto quello che ti lasci alle spalle sono altre cicatrici. Il tuo colpo di stato si trasforma in dittatura. Il tuo negozio distrugge il paesaggio. Siamo come un branco di cani che pisciano sugli idranti. Avveleniamo l’acqua di fonte con la nostra piscia tossica, segnando ogni cosa come MIA nel ridicolo tentativo di sopravvivere alla nostra morte. Io non riesco a smettere di pisciare sugli idranti.. So che è sciocco e inutile, ma sono un animale come chiunque altro. Hazel è diversa. Lei cammina leggera, vecchio mio. Lei cammina con passo leggero sulla terra. Hazel conosce la verità: la probabilità che abbiamo di ferire l’universo è pari a quella che abbiamo di aiutarlo, ed è molto probabile che non faremo nè l’una, nè l’altra cosa. La gente dirà che è una cosa triste lasciare una cicatrice più piccola, che saranno in pochi a ricordarla, che sarà stata amata in modo profondo, ma non a vasto raggio. Ma non è triste, Van Houten. E’ magnifico. E’ eroico. Non è questo il vero eroismo? Come dicono i medici: primo, non fare del male. I veri eroi comunque non sono quelli che fanno le cose; i veri eroi sono quelli che NOTANO le cose, quelli che prestano attenzione. Dopo che la mia PET si è illuminata tutta, mi sono intrufolato nel reparto di terapia intensiva e l’ho vista mentre era priva di sensi. Aveva quest’acqua scura cangerogena che le usciva dal torace. Gli occhi chiusi. Era intubata. Ma la sua mano era ancora la sua mano, ancora calda, con le unghie dipinte ed io l’ho tenuta stretta e ho cercato di immaginare il mondo senza di noi e per circa un secondo sono stata una persona abbastanza buona da sperare che morisse in modo da non dover scoprire che stavo per morire anch’io. Ma poi ho chiesto più tempo per poterci innamorare. Il mio desiderio è stato realizzato, suppongo. E le ho lasciato la mia cicatrice. Ma cos’altro dire? E’ così bella. Non ti stanchi mai di guardarla. Non ti preoccupi se è più intelligente di te: lo sai che lo è. E’ divertente senza essere mai cattiva. Io l’amo. Sono così fortunato ad amarla. Non puoi scegliere di essere ferito in questo mondo, vecchio mio, ma hai qualche possibilità di scegliere da chi farti ferire. A me piacciono le mie scelte: Spero che a lei piacciono le sue. –
Un romanzo veramente bellissimo che suggeriamo di leggere sia ai giovani che ai meno giovani.
Naturalmente la serata si è conclusa con il tradizionale brindisi di Buone Feste con l’appuntamento al 2016.

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