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Successo per la serata di Letteratitudini nella sua rentrée littéraire dopo la pausa estiva.

novembre 25th, 2016 // 2:43 pm @

Cancello ed Arnone –  Grande successo per la prima serata di Letteratitudini nella sua  rentrée littéraire, dopo la pausa estiva.

“Letteratitudini” è l’evento culturale ideato dalla Giornalista Matilde Maisto, che una volta al mese ospita gli amici, amanti della letteratura, nella sua dimora di Cancello ed Arnone, dando vita ad un interessante e coinvolgente salotto letterario.

Ieri, 26 Ottobre, abbiamo avuto il piacere di annoverare tra i nostri partecipanti nuovi adempti, tra cui: Mattia Branco, Raffaele De Lucia, Simeone Capezzuto, Mina Iazzetta, Giovanna Paolino, Franco Martino, compagno di Paola Starace. Naturalmente non è mancata la presenza dei soci storici tra cui Felicetta Montella, Giannetta Capozzi, Arkin Jasufi ed ovviamente la padrona di casa Matilde Maisto.

il tema dell’incontro è stato il seguente: il “napoletano” riconosciuto come lingua dall’Unesco dal libro “Zig zag tra due lingue”, scritto da Paola Starace, relatrice della serata, che  ha declamato alcune  sue poesie, deliziando tutti i presenti. Qui di seguito ne segnaliamo una su tutte, ma ci fa piacere precisare che sono  globalmente bellissime poesie, ricche di sentimenti e umanità, riflettenti spesso momenti di cronaca ed attualità.

“Uocchi’ e criature”/Alluccan’ ‘e criature stammatina/Corren’ e riren’ sott’a stà fenesta/M’affaccio pe’ capì/Qual è ‘o mutivo/’E tutta st’alleria/Ma che ce stà ‘a capì/Si guard’ll’uocchie de’ criature/ Vid’ ‘a scintilla ‘e Dio/Vid’ ‘o miracolo ‘e tutto l’universo/Vid’ l’ammore e a cuntentezza/’ l’angiulill’ dint’ ‘o paradiso/Pirciò chi leva l’innocenza a ‘nu criaturo/Strappa l’anema a Dio…/e nun trov’ perdono.

Ed ora buttiamo l’occhio all’incontro di Novembre  che vedrà come relatore l’esimio Avvocato Gaetano Iannotta  con un tema  notevole e di grande interesse: “L’eloquenza antica in Atene e in Roma”.

La redazione

 

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Buona Pasqua

marzo 27th, 2016 // 8:26 am @

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Auguro un mondo di auguri a tutti coloro che si troveranno a passare da qui.

Col cuore Matilde.

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Buon Natale

dicembre 27th, 2015 // 7:03 am @

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 A Natale dona un tuo sorriso e farai felice chi ti ama.

Auguro tanta serenità e Pace. Tanti auguri di Natale a tutti i lettori del “Cigno Rosa”!

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“Gli emigranti” di Edmondo De Amicis

maggio 20th, 2015 // 2:00 pm @

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GLI EMIGRANTI
Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.
E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.
Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.
Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.
Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.
[p. 229 modifica]
Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro,
Frutto segreto d’infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.
Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.
E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!
E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.
Addio, poveri vecchi! In men d’un anno
Rosi dalla miseria e dall’affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.
Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire….
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.
Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.
Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.
E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.
Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.
Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.
E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.
(Edmondo De Amicis – 1882)

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Dal monologo di Molly Bloom

maggio 15th, 2015 // 7:24 am @

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Lui quel giorno che eravamo stesi tra i rododendri sul promontorio di Howth con quel suo vestito di tweed grigio e la paglietta il giorno che feci fare la dichiarazione sim prima gli passai in bocca quel pezzetto di biscotto all’anice ed era un anno bisestile come ora si 16 anni fa Dio mio dopo quel bacio così lungo non avevo più fiato si disse che ero un fior di montagna si siamo tutti fiori allora un corpo di donna si è stata una delle poche cose giuste che ha detto in vita sua e il sole splende per te oggi si perciò mi piacque si perché vidi che capiva o almeno sentiva cos’è una donna e io sapevo che me lo sarei rigirato come volevo e gli detti quanto più piacere potevo per portarlo a quel punto finchè non mi chiese di dir di si e io dapprincipio non volevo rispondere guardavo solo in giro il cielo e il mare e pensavo a tante cose che lui non sapeva di Mulvey e mr Stanthope e Hester e papà e il vecchio capitano Groves e i marinai che giocavano al piattello e alla cavallina come dicevan loro sul molo e la sentinella davanti alla casa del governatore con quella cosa attorno all’elmetto bianco povero diavolo mezzo arrostito e le ragazze spagnole che ridevano nei loro scialli e quei pettini alti e le aste la mattina i Greci e gli Ebrei e gli Arabi e il diavolo chi sa altro da tutte le parti d’europa e Duke street e il mercato del pollame un gran pigolio davanti a Larby Sharon e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati e gli uomini avvolti nei loro mantelli addormentati all’ombra sugli scalini e le grandi ruote dei carri dei tori e il vecchio castello e vecchio di mill’anni si e quei bei mori tutti in bianco e turbanti come re che chiedevano di metterti a sedere in quei buchi di botteghe e Ronda con le vecchie finestre delle posadas fulgidi occh celava l’inferriata perché il suo amante baciasse le sbarre e le gargotte mezzo aperte la notte che perdemmo il battello ad Algesiras il sereno che faceva il suo giro con la lampada e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo Oh e il mare il mare qualche volta cremisi come il fuoco e gli splendidi tramonti e i fichi nei giardini dell’Alameda sì e tutte quelle stradine curiose e le case rosa e azzurre e gialle e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna sì quando mi misi la rosa nei capelli /come facevano le ragazze andaluse o ne porterò una rossa sì e come mi baciò sotto il muro moresco /e io pensavo be’ lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio sì.
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Letteratitudini: ”Le grandi donne nell’Odissea di Omero”

marzo 8th, 2015 // 8:48 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – E’ stato programmato per Giovedì 12 Marzo, prossimo, alle ore 19,30, l’incontro mensile di “Letteratitudini”.
Tema dell’incontro: “Le grandi donne nell’Odissea di Omero”. Prosegue, quindi il filone epico che il gruppo ha deciso di affrontare in questa nuova stagione.
Ma in questo mese, dedicato alle donne, ci è sembrato quasi doveroso parlare delle grandi donne che hanno popolato la vita di Ulisse, donne: innamorate, fedeli e fortissime, nonostante la loro fragilità.

Calipso, la ninfa innamorata, vive sull’isola di Ogigia insieme ad altre ninfe che, come lei, trascorrono le giornate tessendo e cantando. Abita in una grande grotta piena di antri nascosti, ed è lì che accoglie Ulisse quando approda solo sull’isola, dopo essere scampato alle tempeste marine di Scilla e Cariddi. I due diventano amanti, ma la loro storia non è felice in quanto Ulisse è consapevole della necessità di tornare ad Itaca. Nonostante ciò, egli trascorre insieme a Calipso ben sette anni, durante i quali la ninfa si innamora profondamente di lui, tanto da volergli concedere il dono dell’immortalità, fino a che gli dei non la convincono a lasciarlo ripartire. Prima di farlo, però, Calipso scatena su Hermes, messaggero degli dei, il suo dolore per l’imminente perdita dell’amato: “…Impietosi siete, o dèi, e invidiosi più di tutti, voi che vi sdegnate con le dee quando giacciono con gli uomini palesemente, se una di loro trova un amato marito…”

Nausicaa, la giovane vergine, figlia del re dei Feaci, che accoglie con gentilezza il naufrago Ulisse, lo rifocilla, gli procura delle vesti, e lo conduce nel palazzo del padre affinché racconti la sua storia. Nausicaa è una principessa destinata a prendere marito e ad essere per tutta la vita un moglie fedele e devota. Ha ancora lo spirito libero della sua giovane età e, pur non pensando ancora al matrimonio, vede in Ulisse l’uomo che vorrebbe al suo fianco. Allo stesso tempo, è anche prudente e saggia, tanto che al momento di condurre l’eroe alla casa paterna gli suggerisce di prendere una strada diversa per evitare i possibili pettegolezzi dei Feaci nel vederla insieme ad uno sconosciuto prima delle nozze. “…Voglio però sfuggire alle loro chiacchiere maligne, poiché temo che qualcuno mi mormori alle spalle: ci sono dei prepotenti fra il popolo: e uno più maligno, incontrandoci, potrebbe dire: – Chi è mai questo stranieo, bello e forte, che segue Nausicaa? Dove mai lo ha trovato? Certo sarà suo sposo… -“

Circe, la maga ammaliatrice, il personaggio femminile più misterioso dell’Odissea. Vive in uno splendido palazzo difeso da belve feroci e, dopo avere ammaliato i compagni di Ulisse con il suo canto e con bevande velenose, non esita a trasformarli in maiali e rinchiuderli nella stalla. Anche Ulisse potrebbe cadere vittima dello stesso fato, ma viene avvertito da Hermes e rifiuta le sue offerte. Però ne diventa l’amante e ottiene la liberazione dei compagni di viaggio dall’incantesimo. Per un anno gli uomini vengono ospitati in modo sontuoso nel palazzo di Circe, ma in loro è vivo il desiderio di fare ritorno a casa e avvertono Ulisse, (il quale per la seconda volta se ne era quasi dimenticato). La maga acconsente a farli ripartire, ma avverte Ulisse che ad aspettarlo ci sono ancora altre peripezie da affrontare. Gli fornisce anche dei consigli preziosi per fronteggiare al meglio la nuova sfida e gli dona un vento favorevole alla navigazione. Ciò che stupisce di Circe non è tanto la sua solitudine, quanto la trasformazione simbolica degli uomini in maiali (perché non un altro animale?)e la sua volubilità: da una passione repentina nei confronti di Ulisse passa rapidamente ad un distacco, e lo lascia andare senza le remore di Calipso. La differenza sta nel fatto che Circe non è innamorata, ma vuole soltanto divertirsi senza coinvolgimento emotivo. Per questo il suo invito non lascia spazio a dubbi: “…Suvvia, la tua spada riponi nel fodero; saliamo noi due sul mio letto, così che sul letto insieme congiunti in amore, possiamo scambiare fra noi la fiducia dell’animo…”In effetti Circe parla di fiducia, non di passione carnale e il suo sembra piuttosto un desiderio di amicizia e compagnia e, nonostante Ulisse si fosse ripromesso di non lasciarsi ammaliare, cade vittima di un incantesimo più sottile di quello della mera trasformazione in maiale e resta nel palazzo di Circe più a lungo del previsto.

Penelope, la moglie fedele, figura emblematica della moglie paziente e devota, disposta a perdonare le scappatelle del marito, pur di tenerselo accanto dopo così tanti anni di lontananza. Penelope incarna il simbolo della femminilità, la “madonna”piena di virtù, ed è facile ritrovarla in due oggetti simbolici: da un lato la tela che fila e disfa ogni notte per respingere con l’inganno le avances dei Proci, dall’altro il dilemma del letto che le permette infine di riconoscere il marito. Il letto coniugale è il luogo dell’amore legittimo per eccellenza. Il letto di Penelope, per di più, è intagliato nel legno robusto di un tronco d’ulivo, è radicato nella terra di Itaca, è un richiamo forte a tutto ciò che è terreno e concreto, come il legame che unisce i due coniugi, e che alla fine del poema trionfa: la moglie devota vince, e Omero vuole premiare la costanza epica della”saggia” Penelope, per quanto anti-femminista e antiquata ci possa sembrare. “…Quando giunse e varcò la soglia di pietra, sedette di fronte ad Odisseo, nella luce del focolare, vicino alla parete opposta: egli, appoggiato ad una grande colonna, stava seduto, lo sguardo a terra, aspettando se gli parlasse la sposa illustre, dopo averlo visto con i suoi occhi. Ma lei sedeva silenziosa, da molto, era sorpreso il suo cuore: ora le sembrava di riconoscerlo guardandolo in viso, ora invece le appariva sconosciuto con quelle vesti lacere…”

 

Il gruppo di “Letteratitudini”prevede, quindi, un’altra bella e promettente serata culturale ed è, come sempre, lieto d’invitare tutte le persone che desiderano partecipare.
Matilde Maisto

N.B. Le foto si riferiscono ad incontri precedenti.

 

8 Marzo 2015

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LETTERATITUDINI: incontro del mese di Febbraio 2015

gennaio 31st, 2015 // 9:46 am @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Il brutto tempo ha fatto registrare un cambio di programma alla serata di Letteratitudini del mese di Gennaio 2015. Infatti è stato impossibile avere la presenza del professore Aldo Cervo che era stato indicato come il relatore della serata, e di conseguenza anche il tema da lui proposto “Ulisse e Polifemo, intelligenza e forza bruta a confronto” è stato rinviato al prossimo mese di Febbraio.
Di comune accordo con gli altri membri del gruppo si è pensato di ritornare nuovamente all’Iliade e di affrontare una parte del Libro Sesto, esattamente il colloquio di Ettore e Andromaca.
1-webUn incontro dolcissimo e molto toccante che ha fortemente coinvolto tutti i partecipanti alla serata. Qui di seguito riportiamo per sommi capi un sunto dell’incontro:
Ettore, il capo dei Troiani, dopo essersi recato da Paride per incitarlo alla battaglia, al ritorno a casa non trova più Andromaca, sua moglie; le schiave lo informano che la donna, spaventata per la sorte del marito, è corsa con il figlio sulle mura di Ilio. L’eroe si precipita fuori di casa per raggiungerla. Vedutolo, Andromaca gli corre incontro con l’ancella che tiene in braccio il piccolo Astianatte. La moglie in lacrime supplica Ettore di abbandonare la battaglia per non morire lasciando lei e il figlio soli: «Infelice, la tua forza sarà la tua rovina; non hai pietà del figlio ancora bambino e di me, sventurata, che presto rimarrò vedova perché gli Achei ti uccideranno?». Ettore, consapevole del suo ruolo di marito e padre, ma anche del2-web disonore che procurerebbe, disertando la battaglia, a sé e ai Troiani (i Teucri) così replica alla moglie: Donna, anch’io, sì, penso a tutto questo; ma ho troppo rossore dei Teucri, delle Troiane dal lungo peplo, se resto come un vile lontano dalla guerra. Né lo vuole il mio cuore, perché ho appreso ad esser forte sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani, al padre procurando grande gloria e a me stesso. Io lo so bene questo dentro l’anima e il cuore: giorno verrà che Ilio sacra perisca, e Priamo, e la gente di Priamo-buona lancia, ma non tanto dolore io ne avrò per i Teucri, non per la stessa Ecuba, non per il sire Priamo, e non per i fratelli, che molti e gagliardi cadranno nella polvere per mano dei nemici, quanto per te, che qualche Acheo dal chitone di bronzo ti trascinerà via piangente, libero giorno togliendoti, allora, vivendo in Argo, dovrai per altra tessere tela,,e portar acqua di Messeide o Iperea, costretta a tutto, grave destino sarà su di te. E dirà qualcuno che ti vedrà lacrimosa: ‘Ecco la sposa di Ettore, che era il più forte a combattere fra i Troiani domatori di cavalli, quando lottavan per Ilio!’ Così dirà allora qualcuno, sarà strazio nuovo per te,,priva dell’uomo che schiavo giorno avrebbe potuto tenerti lontano. Morto però m’imprigioni 3-webla terra su me riversata, prima ch’io le tue grida, il tuo rapimento conosca!» E dicendo così, tese al figlio le braccia Ettore illustre: ma indietro il bambino, sul petto della bàlia dalla bella cintura si piegò con un grido, atterrìto all’aspetto del padre, spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato, che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo. Sorrise il caro padre e la nobile madre, e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa, e lo posò scintillante per terra; e poi baciò il caro figlio, lo sollevò fra le braccia e disse, supplicando a Zeus e agli altri numi: ‘Zeus, e voi numi tutti, fate che cresca questo mio figlio, così com’io sono, distinto fra i Teucri, così gagliardo di forze, e regni su Ilio sovrano; e un giorno dirà qualcuno: È molto più forte del5-web padre! Quando verrà dalla lotta. Porti egli le spoglie cruente del nemico abbattuto, goda in cuore la madre!’
Un incontro direi quasi improvvisato quello di venerdì 30, ma come sempre riuscitissimo e molto vivace.

A cura di Matilde Maisto

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Buon 2015 a tutti i lettori!

gennaio 1st, 2015 // 9:51 pm @

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Il solstizio d’inverno tra il 21 e il 22 dicembre

dicembre 21st, 2014 // 3:43 pm @

Nel 2014 l’evento astronomico che segna l’inizio dell’inverno si verifica tre minuti dopo la mezzanotte in Italia

Solstizio d'inverno 2014

 

Con il solstizio di inverno, il fenomeno astronomico determinato da una particolare inclinazione dell’asse terrestre di rotazione rispetto al Sole, viene convenzionalmente fatta cominciare la stagione invernale (“il primo giorno d’inverno”). Nel 2014 questo evento astronomico capita nella notte tra domenica 21 e lunedì 22 dicembre, e precisamente alle 00 e 03 del 22 dicembre: 21 o 22 dicembre sono infatti i due giorni dell’anno in cui si verifica il solstizio di inverno nell’emisfero nord. Dal punto di vista di un osservatore sulla Terra, il solstizio di inverno è il giorno dell’anno durante il quale il Sole raggiunge la sua altezza minima rispetto all’orizzonte. Per questo motivo, per via del maggior numero di ore di buio, si dice comunemente che è il “più breve” giorno dell’anno (anche se non è detto che poi sia effettivamente così, per una serie di variabili). Nell’emisfero sud questo fenomeno astronomico capita a giugno.

Come è noto, l’avvio di ciascuna delle quattro stagioni è scandito da un evento astronomico ben preciso: gli equinozi (due) e i solstizi (altri due). Autunno e primavera iniziano nel giorno dell’equinozio, ovvero della uguale lunghezza di notte e giorno (che poi non è esattamente così, per una serie di variabili). Estate e inverno iniziano nel giorno del solstizio, nel quale le ore di luce sono al loro massimo (a giugno) o al loro minimo (a dicembre, appunto).

Il solstizio d’inverno è il momento in cui la Terra si trova in una particolare posizione della sua rivoluzione intorno al Sole – ovvero il giro intorno al Sole della durata di un anno – e nel quale si dice conclusa la stagione dell’autunno e iniziata quella dell’inverno, appunto. Insieme al solstizio d’estate e ai due equinozi di primavera e autunno, il solstizio d’inverno ripartisce il tragitto della rivoluzione terrestre in quattro quarti successivi che la Terra percorre impiegando tre mesi ciascuno: i periodi di tre mesi sono detti stagioni.

Per capire come funzionano il solstizio d’estate, quello invernale e i due equinozi, bisogna partire da qualche semplice concetto di astronomia. Il Sole sta fermo (in realtà alla lunga si muove anche lui), mentre la Terra gli gira intorno e intanto ruota anche su se stessa. Questa condizione fa sì che ognuno di noi dalla Terra veda il Sole alzarsi all’orizzonte al mattino (all’alba), attraversare la porzione di cielo visibile sopra la propria testa fino a toccare nuovamente la linea dell’orizzonte verso sera (il tramonto). Lo spostamento del Sole viene definito “moto apparente”, perché in realtà è determinato da come si muove la Terra.

Equinozi e solstizi (e durate del giorno e della notte) sono determinati dalla posizione della terra nel suo moto di rivoluzione intorno al sole. L’equinozio corrisponde al momento in cui il piano dell’equatore celeste (la proiezione dell’equatore sulla sfera celeste) e quello dell’eclittica (il percorso apparente del sole nel cielo) si intersecano. Al solstizio invece sono massimamente distanti, e il Sole a mezzogiorno è alla massima o minima altezza rispetto all’orizzonte.

Equinozi e solstizi avvengono in un istante preciso: l’istante può variare di anno in anno sull’arco di un paio di giorni a causa della diversa durata dell’anno solare e di quello del calendario (la stessa ragione degli anni bisestili). In Italia, tra il 20 e il 21 marzo la primavera, tra il 20 e il 21 giugno l’estate, tra il 22 e il 23 settembre l’autunno, tra il 21 e il 22 dicembre l’inverno. Nell’emisfero australe le stagioni sono invertite e con quello che noi chiamiamo solstizio d’inverno comincia l’estate.

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Natale di Giuseppe Ungaretti

dicembre 17th, 2014 // 5:35 pm @

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Natale
Non ho voglia di tuffarmi
in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi cosi
come una cosa posata
in un angolo
e dimenticata
Qui non si sente altro
che il caldo buono
Sto con le quattro
capriole di fumo
del focolare

Giuseppe Ungaretti

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