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“Se” poesia di Rudyard Kipling

marzo 31st, 2011 // 12:40 pm @

 

 

Se

Se… riesci a non perdere la testa,

quando tutti intorno a te la perdono e ti mettono sotto accusa;

Se… riesci ad aver fiducia in te stesso, quando tutti dubitano di te,

ma a tenere nel giusto conto il loro dubitare;

 
Se… riesci ad aspettare, senza stancarti di aspettare,

o, essendo calunniato, a non rispondere con calunnie

o, essendo odiato, a non abbandonarti all’odio

pur non mostrandoti nè troppo buono nè parlando troppo da saggio;

 
Se…riesci a sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni;

 
Se…riesci a pensare, senza fare dei pensieri il tuo fine;

 
Se…riesci, incontrando il Successo e la Sconfitta

a trattare questi due impostori allo stesso modo;

 
Se… riesci a sopportare di sentire le verità che tu hai dette,

distorte da furfanti che ne fanno trappole per sciocchi,

o vedere le cose per le quali tu hai dato la vita, distrutte

e umilmente, ricostruirle con i tuoi strumenti ormai logori;

 
Se…riesci a fare un sol fagotto delle tue vittorie,

e rischiarle in un sol colpo a testa e croce,

e perdere, e ricominciare daccapo

senza dire mai una parola su quello che hai perduto;

 
Se… riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi

a sorreggerti, anche dopo molto tempo che non te li senti più,

ed a resistere quando ormai in te non c’è più niente,

tranne la tua volontà che ripete …resisti;

 
Se…riesci a parlare con la canaglia senza perdere la tua onestà,

o a passeggiare con il re senza perdere il senso comune;

 
Se…tanto amici che nemici non possono ferirti;

 
Se…tutti gli uomini per te contano, ma nessuno troppo;

 
Se…riesci a colmare l’inesorabile minuto,

con un momento fatto di sessanta secondi;

 
Tu hai la terra e tutto ciò che è in essa e quel che più conta………

…………SARAI UN UOMO…….figlio mio!

 

Rudyard Kipling

Category : Poesia

La vera “Amicizia”…

marzo 31st, 2011 // 8:32 am @

Oh..il conforto, l’inesprimibile conforto di sentirsi sicuro con una persona:

di non avere nè da pensare i pensieri, nè da misurare le parole, ma solo da elargirli, proprio come sono pula e grano insieme, sapendo che una mano fedele li prenderà e setaccerà, terrà quello che vale la pena di tenere e poi, con il fiato della gentilezza, soffierà via il resto.

Mary Ann Evans (George Eliot)

Category : Pensieri Sparsi

Vivi la vita con gioia…

marzo 29th, 2011 // 9:40 pm @

 

Se potessi cambiare la mia vita…!

Quante volte si ripete questa frase con convinzione, con la speranza di un domani migliore, un domani diverso…

Ma poi il domani sarebbe ancora l’oggi e ci ritroveremmo a ripetere la frase:

Se potessi cambiare la mia vita…!

Ma perchè non si è mai contenti? Perchè l’animo umano anela , desidera sempre quello che non ha?

Eppure basta così poco per essere felice!

Il sorriso di un bambino, la pacca di un amico sulla spalla, la visione di un meraviglioso tramonto, le stelle luminose del cielo infinito, l’amore vero di chi ti vuole bene!

Buona notte vita, cullami nelle tue braccia amorose!

Category : Pensieri Sparsi

George Gershwin

marzo 28th, 2011 // 5:37 pm @

George Gershwin ( Brooklyn, 26 settembre 1898 – Hollywood, 11 luglio 1937) è stato un compositore, pianista e direttore d’orchestra statunitense. La sua opera spazia dalla musica classica al jazz. È considerato l’iniziatore del musical americano e le sue composizioni sono usate ancora oggi dagli insegnanti di musica per descrivere l’entrata degli Stati Uniti nel panorama dei grandi compositori mondiali.

Nel corso della sua breve carriera (Gershwin morì a soli trentotto anni) realizzò 33 musical teatrali, 15 opere classiche, 7 musical cinematografici (di cui 3 pubblicati postumi) e più di 700 canzoni memorabili estratte dai musical, realizzate singolarmente o in coppia con il fratello paroliere Ira Gershwin. Quasi tutte queste canzoni sono diventate standard e sono state riproposte, con arrangiamenti più moderni, da cantanti e musicisti jazz del calibro di Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Judy Garland, Frank Sinatra e più recentemente da Janis Joplin, Madonna e Sting.

Category : Musica

Pier Paolo Pasolini “Supplica a mia madre”

marzo 27th, 2011 // 3:47 pm @

 

Supplica a mia madre – Pier Paolo Pasolini

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Category : Poesia

“Letteratitudini” incontro del mese di Marzo 2011

marzo 24th, 2011 // 5:33 pm @

Nel parlarVi di questa meravigliosa serata, all’insegna della cultura e della buona lettura, sono lieta di mostrarVi il nuogo logo del gruppo “Letteratitudini”, studiato ed ideato da un nostro adepto, ovvero Arkin Jafuri, che nel suo lavoro ha dimostrato e continua a dimostrare di essere un vero portento.

Ed ecco il logo:

 

A questo proposito, è doveroso da parte mia ringraziare, in questa sede, Arkin Jafuri, soprattutto, per la pazienza che mi usa nel modificare continuamente i suoi lavori, e seguire, come meglio può le mie richieste, che diventano  sempre più esigenti e, quindi, più complesse da attuare. Grazie Arkin! Sei un vero amico!

Ed ora, veniamo all’argomento del nostro incontro mensile: “PIER PAOLO PASOLINI (1922-1975) UOMO – POETA – SCRITTORE – REGISTA”

 

 

La voce narrante di questa serata è stata quella del professor Raffaele Raimondo che ha esordito con una particolare rivelazione, “AMO PASOLINI” egli ha precisato, e, poi continuando: – amo Pasolini per la sua vita. Amo Pasolini per la sua morte. Amo Pasolini per il suo inno esistenziale, alla libertà.

Pier Paolo Pasolini: tre P iniziali stampate per sempre nel nome e nel cognome evocano in me le sette P segnate dall’angelo splendente sulla fronte di Dante.

(Sette P ne la fronte mi descrisse/col punton de la spada e “Fà che lavi/quando se’ dentro, queste piaghe”, disse – Dante Alighieri Purgatorio Canto IX – vv 112-114 -; secondo alcuni, sono simboli dei sette peccati capitali (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria); altri sostengono: “I sette P rappresentano le SETTE piaghe di Gesù, che tuti gli uomini hanno nella Coscienza, poichè ogni uomo fa parte di quel nucleo umano che crocifisse il Cristo. Per rimarginare queste sette piaghe. Il Purgatorio è diviso in sette balze. Il mondo umano è schiacciato da sette pesi che losoffocano e che soltanto la divina spada della sofferenza potrà cancellare, come con la spada della sofferenza furono impresse le piaghe, per volontà umana, sulla Divina Sostanza di cui era formato il corpo di Gesù. Le piaghe di Gesù non furono cinque, ma sette: un’altra sulla fronte fu scavata da una lunga spina della corona dell’ingiuria, ed un’altra ancora sulla spalla dal peso della croce, che tagliò la carne penetrando fino all’osso).

Eppure, sono indotto a ridurle ad una, simbolo della lussuria, nel cui ambito si consumò forse l’unico “grande peccato” che travolse l’uomo-Pasolini.

Uomo-poeta-scrittore-regista: quattro percorsi paralleli che lo videro tenace interprete, soprattutto alla tormentata ricerca della verità.

La sua biografia è costellata di luoghi diversi, di persone e personaggi che con lui fecero un tratto di strada: dai semplici compagni di giochi dell’infanzia in Friuli ai “ragazzi di vita” delle borgate romane, da Gianfranco Contini a Giorgio Bassani, da Alberto Moravia a Laura Belli.

“Dolorosamente ripiegato in un pessimismo assoluto nei confronti della realtà degratata, Pier Paolo Pasolini, corsaro della disperata vitalità”: così di lui è stato scritto. Purtroppo, non gli bastò l’intera vita per rigenerarsi e rigenerare. Anzi rimase vittima di quella violenza, presagio lungamente preconizzato, che tragicamente gli spense il cuore.

L’opera poetica e narrativa tradusse la sua titanica lacerazione, sublimandola in versi che tuttora rivelano una straordinaria sensibilità ed un genio creativo che lasciarono incisivi segni fra gli anni Sessanta e Settanta, in un’Italia che conosceva finalmente la rinascita economica postbellica non disgiunta, però, dai mali incipienti della borghesia malata e del benessere capitalistico distruttore di valori antichi ed universali. Di quell’Italia Pasolini fu severa coscienza critica.

Del suo genio, impegnato talora spregiudicatamente ad indagare, resta anche una serie di film, a pieno titolo, entrati nella storia del grande Cinema: Il Vangelo secondo Matteo (1964) e Teorema (1968) senza dubbio fra i più disarmanti.

Avverto un indicibile rimpianto del tempo in cui visse e diede il meglio del suo contributo intellettuale – dice Raimondo – E non solo perchè fu il periodo della mia giovinezza, illuminata da tante eccellenti testimonianze culturali in una stagione italiana oltremodo feconda in tutte le Arti. Infatti, egli, come e più di tanti letterati, mi sconvolse e mi rapì, affondò l’animo nel male del mondo, ma seppe anche sfiorare il sublime: varianti, intensamente e drammaticamente umane, di sentimenti e palpiti, di dubbio e coscienza, il cui appagamento ho potuto e posso trovare soltanto nella fede in quel Dio che tanto lontano, eppure tanto vicino fu a chi ebbe il nome di Pietro e di Paolo, apostoli e martiri, per annunciare la Buona Novella.

Dopo questa eccezionale presentazione del professore Raimondo, che non delude mai le aspettative del gruppo, abbiamo deciso di continuare a leggere due biografie di Pasolini, con lo scopo di dare ai vari partecipanti la possibilità di conoscerlo, in primis come uomo, mentre nel nostro prossimo incontro affronteremo le letture di alcune sue opere e, non escluderemo la visione del film “Il Vangelo secondo Matteo”, in concomitanza, tra l’altro, della Pasqua imminente.

Grazie a tutti per l’attenzione, Matilde Maisto

Segnalalo, Salvalo e Divertiti:

Category : Letteratitudini

“Letteratitudini” incontro del mese di Febbraio 2011

marzo 24th, 2011 // 11:05 am @

Argomento:

“L’AMORE”

Voce Narrante: Felicetta Montella

 

 

…AMOR CHE MUOVE…, inizia la Montella e poi continua: l’amore era presente nell’universo prima della Creazione; la Creazione stessa scaturì dall’amore, sia che fosse avvenuta ad opera di un dio, sia che avesse animato quel’attrazione che portò gli atomi a sintetizzarsi tra di loro e dare origine alla materia. L’amore é presente ove vi sia attrazione, ove vi sia piacimento, e, da sempre, ha necessità’ di manifestarsi; in primis, all’amato, poi  al mondo,con un grido di gioia o un anelito di profondo dolore.

L’uomo si evolse, diventò erectus, poi habilis e, sulle pareti delle grotte in cui si rifugiava, lasciò tracce delle sue passioni, grafiti che lo immortalavano con la sua donna e nelle scene di caccia. L’uomo diventava sempre più intelligente, imparò a comunicare attraverso la parola, la tradusse in scrittura e, da allora in poi, sull’amore, si è sempre scritto. Talora in modo immediato e essenziale (sui muri della rinvenuta Pompei si possono leggere frasi dedicate a ragazze della città; criticabile il gesto anche a quel tempo, ma indiscussa testimonianza del desiderio di esternare il sentimento o piacimento che fosse,e arrivare all’altro.), talvolta raffinato, dotto, accademico,aulico.

Lasciarono scritti sull’amore le prime grandi civiltà; poi i Greci e i Latini, padri della nostra cultura, i cui poeti e scrittori diedero all’amore, in versi e in prosa, un’alta espressione letteraria.

Il tema dell’Amore sviscerato, dunque, attraverso il corso del mondo e della vita, ma un sentimento, un moto dell’animo, un’irrequietezza che nasce dal nostro profondo per qualcosa che piace e che vorremmo fare nostro, un’agitazione che cresce e coinvolge i nostri sensi ed allora il corpo diventa il mezzo che l’anima usa per comunicare le sue emozioni: ridere, piangere, toccare, danzare, scrivere, pregare, combattere…una dinamica particolare che spinge il soggetto verso l’oggetto di piacimento , e che, all’esasperazione, diventa passione. Le passioni alimentano i pensieri filosofici, maturano i processi storici, hanno il fervore necessario a raggiungere l’oggetto di piacimento, che può essere uomo o donna, ma anche un ideale, come la patria, la famiglia, la libertà, Dio.

PER MAGGIORE INFORMAZIONE, PROPONGO INTEGRALMENTE IL TEMA TRATTATO:

…AMOR CHE MUOVE…

L’amore era presente nell’universo prima della Creazione; la Creazione stessa scaturì dall’amore, sia che fosse avvenuta ad opera di un dio, sia che avesse animato quel’attrazione che portò gli atomi a sintetizzarsi tra di loro e dare origine alla materia. L’amore é presente ove vi sia attrazione, ove vi sia piacimento, e, da sempre, ha necessità’ di manifestarsi; in primis, all’amato, poi  al mondo,con un grido di gioia o un anelito di profondo dolore.

L’uomo si evolse, diventò erectus, poi habilis e, sulle pareti delle grotte in cui si rifugiava, lasciò tracce delle sue passioni, grafiti che lo immortalavano con la sua donna e nelle scene di caccia. L’uomo diventava sempre più intelligente, imparò a comunicare attraverso la parola, la tradusse in scrittura e, da allora in poi, sull’amore, si è sempre scritto. Talora in modo immediato e essenziale (sui muri della rinvenuta Pompei si possono leggere frasi dedicate a ragazze della città; criticabile il gesto anche a quel tempo, ma indiscussa testimonianza del desiderio di esternare il sentimento o piacimento che fosse,e arrivare all’altro.), talvolta raffinato, dotto, accademico,aulico.

Lasciarono scritti sull’amore le prime grandi civiltà; poi i Greci e i Latini, padri della nostra cultura, i cui poeti e scrittori diedero all’amore, in versi e in prosa, un’alta espressione letteraria.

ASCLEPIADE

(III sec. a. C.)

COME CALICI DI ROSA

Che birichina è Didima! Rapito

sono; e mi struggo come cera al fuoco

solo a guardarla.

Troppo bruna? Che importa! Anche i carboni

se tu li accendi,

splendono come calici di rosa.

ANACREONTE
(VI sec. a. C.)

LA FERITA DI EROS

Con una grande scure,
come uno spaccalegna, mi ha colpito
Eros;
e la ferita mi ha lavato
in un torrente gonfio di tempesta.

UNA PALLA ROSSA

Una palla rossa m’ha buttato
Eros dai capelli d’oro.
E m’ha detto : — Gioca
con quella bambina
che ha i sandali dipinti. —
Ma la bambina,
ch’è nativa di Lesbo,
veduti i miei capelli bianchi,
ha un gesto di dispetto e se ne va

IBICO
(VI sec. a. C.)

COME IL VENTO DEL NORD

A primavera, quando
l’acqua dei fiumi deriva nei canali
e lungo l’orto sacro delle vergini
ai meli cidonii apre il fiore,
ed altro fiore assale i tralci della vite
nell’ombra delle foglie;

in me Eros,
che mai alcuna età mi rasserena,
come il vento del nord rosso di fulmini,
rapido muove: cosí, torbido
spietato arso di demenza,
custodisce tenace nella mente
tutte le voglie che avevo da ragazzo.

NUOVAMENTE EROS

Nuovamente Eros,
di sotto alle palpebre languido
mi guarda coi suoi occhi di mare:
con oscure dolcezze
mi spinge nelle reti di Cipride
inestricabili.

Ora io trepido quando si avvicina,
come cavallo che uso alle vittorie,
a tarda giovinezza, contro voglia
fra carri veloci torna a gara.

SAFFO
(VI -sec. a. C.)

AMORE

Scuote amore il mio cuore
come vento nei monti si abbatte su querce.

Dolce madre,
non posso piú tessere la tela;
desiderio di un fanciullo mi ha vinta,
e la molle Afrodite.

Férmati, caro, rimani
dinanzi a me,
scopri la grazia che è nel tuo sguardo.

E’ l’amore, quel moto dell’animo, quell’irrequietezza che nasce da dentro perché un qualcosa ci piace e vorremmo farlo nostro; quell’agitazione che cresce e coinvolge i nostri sensi, e allora il corpo diventa il mezzo che l’anima usa per comunicare le sue emozioni: ridere, piangere, toccare, danzare, scrivere, pregare,combattere…una dinamica particolare che spinge il soggetto verso  l’oggetto di piacimento,e che, all’esasperazione, diventa passione. Le passioni alimentano i pensieri filosofici, maturano i  processi storici, hanno il fervore necessario a raggiungere l’oggetto di piacimento, che può essere uomo o donna, ma anche  un ideale, come la patria, la famiglia, la libertà, Dio.

“Dolce é sentire come nel mio cuore, ora umilmente, sta nascendo amore…” dalla preghiera “Fratello sole e sorella Luna” di san Francesco d’Assisi, il quale ha lasciato cantiche meravigliose, colme di amore verso Dio, fra cui “Il Cantico delle Creature” un inno d’amore a Dio e alle cose da Lui create, che, tra l’altro, rappresentano anche le prime manifestazioni letterarie in lingua volgare.

“E’ l’amor un disìo che vien da core, per abondanza di
gran piacimento…”così celebrata nei versi di Giacomo
da Lentini,della Scuola Siciliana, in cui, l’amore fu la
tematica principale. Si trattava dell’amore fra uomo e
donna, in cui quest’ultima era considerata creatura
irraggiungibile, fonte di amore inappagato.
Nel Dolce Stil Novo, la donna è una figura angelica
che fa da tramite tra l’uomo e il Cielo: in particolare,
per Dante diventa creatura innaturale, allegoria della
teologia, quindi scala al Fattore; per il Petrarca è
anche creatura sensuale, “fero desìo”, bellezza fisica,
quindi fonte di travaglio e allontanamento da Dio


Quindi, l’EROS che racchiude il desiderio
incontenibile, la brama, la carnalità ma anche la
sottile sensualità e l’eccitazione. È lussuria venata di
raffinata libido, razionalità spazzata via dall’impulso
del possesso.

Amore e Psiche durante i loro incontri notturni

Amore e Psiche

 

Psiche, una bellissima fanciulla che non riesce a
trovare marito, diventa l’attrazione di tutti i popoli
vicini che le offrono sacrifici e la chiamano Venere.
La divinità, saputa l’esistenza di Psiche, gelosa per il
nome usurpatole, invia suo figlio Amore (o Cupido)
perché la faccia innamorare dell’uomo più brutto e
avaro della terra e sia coperta dalla vergogna di
questa relazione. I genitori di Psiche, nel frattempo,
consultano un oracolo che consiglia loro:

« “Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla ed esponila, o re, su un’alta cima brulla. Non aspettarti un genero da umana stirpe nato, ma un feroce, terribile, malvagio drago alato che volando per l’aria ogni cosa funesta e col ferro e col fuoco ogni essere molesta. Giove stesso lo teme, treman gli dei di lui, orrore ne hanno i fiumi d’Averno e i regni bui.”(IV, 33) »

Psiche viene così portata a malincuore sulla cima di
una rupe e lì viene lasciata sola. Tuttavia il dio si
innamora della mortale e, con l’aiuto di Zefiro, la
trasporta al suo palazzo dove, imponendo che gli
incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire
della madre Venere, la fa sua; così per molte notti
Eros e Psiche bruciano la loro passione in un amo
re che mai nessun mortale aveva conosciuto; Psiche è
prigioniera nel castello di Cupido, legata da una
passione che le travolge i sensi.

Una notte Psiche, istigata dalle sorelle, che Cupido le aveva detto di evitare, con una spada e una lampada ad olio decide di vedere il volto del suo amante, nella paura che l’amante tema la luce per la sua natura malvagia e bestiale. È questa bramosia di conoscenza ad esserle fatale: una goccia cade dalla lampada e ustiona il suo amante:

« … colpito, il dio si risveglia; vista tradita la parola a lei affidata, d’improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata sposa (V, 23) »

   
   
   
   

Fallito il tentativo di aggrapparsi alla sua gamba, Psiche straziata dal dolore tenta più volte il suicidio, ma gli dei glielo impediscono. Psiche inizia così a vagare per diverse città alla ricerca del suo sposo, si vendica delle avare sorelle e cerca di procurarsi la benevolenza degli dei, dedicando le sue cure a qualunque tempio incontri sul suo cammino. Arriva però al tempio di Venere e a questa si consegna, sperando di placarne l’ira per aver disonorato il nome del figlio.

Venere sottopone Psiche a diverse prove: nella prima, deve suddividere un mucchio di granaglie con diverse dimensioni in tanti mucchietti uguali; disperata, non prova nemmeno ad assolvere il compito che le è stato assegnato, ma riceve un aiuto inaspettato da un gruppo di formiche, che provano pena per l’amata di Cupido. La seconda prova consiste nel raccogliere la lana d’oro di un gruppo di pecore. Ingenua, Psiche fece per avvicinarsi alle dette pecore, ma una verde canna la avverte e la mette in guardia: le pecore diventano infatti molto aggressive con il sole e dovrà aspettare la sera per raccogliere la lana rimasta tra i cespugli. La terza prova consiste nel raccogliere dell’acqua da una sorgente che si trova nel mezzo di una cima tutta liscia e a strapiombo. Qui viene però aiutata dall’aquila dello stesso Giove.

 

Amore risveglia Psiche

L’ultima e più difficile prova consiste nel discendere negli inferi e chiedere alla dea Proserpina un po’ della sua bellezza. Psiche medita addirittura il suicidio tentando di gettarsi dalla cima di una torre; improvvisamente però la torre si anima e le indica come assolvere la sua missione. Durante il ritorno, mossa dalla curiosità, apre l’ampolla (data da Venere) contenente il dono di Proserpina, che in realtà altro non è che il sonno più profondo. Questa volta verrà in suo aiuto Amore, che la risveglia dopo aver rimesso a posto la nuvola soporifera uscita dalla ampolla e va a domandare aiuto a suo padre.

Solo alla fine, lacerata nel corpo e nella mente, Psiche riceve con l’amante l’aiuto di Giove: mosso da compassione il padre degli dei fa in modo che gli amanti si riuniscano: Psiche diviene una dea e sposa Amore. Il racconto termina con un grande banchetto al quale partecipano tutti gli dei, alcuni anche in funzioni inusuali: per esempio, Bacco fa da coppiere, le tre Grazie suonano e il dio Vulcano si occupa di cucinare il ricco pranzo.

Più tardi nasce la figlia, concepita da Psiche durante una delle tante notti di passione dei due amanti prima della fuga dal castello. Questa viene chiamata Voluttà, ovvero Piacere.]

Apuleio- Le Metamorfosi

 

CANTO V INFERNO

 

 

 «La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
54 «fu imperadrice di molte favelle.

 

 

 Virgilio rispose: «La prima di cui tu vuoi notizie è Semiramide, di lei si parlò nel mondo;

 

 

 A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
57 per tòrre il biasmo in che era condotta.

 

 

 ella fu travolta dal vizio a tal punto da dover rendere lecita, per legge, la libidine onde evitare il biasimo dei suoi sudditi.

 

 

 Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
60 tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

 

 

 Ella succedette a Nino e fu sua sposa e governò la terra d’Egitto, che ora è guidata dal sultano.

 

 

 L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
63 poi è Cleopatràs lussurïosa.

 

 

 L’altra è Didone, regina di Cartagine che si offrì amorosa ad Enea, venendo meno alla memoria del marito Sicheo e che poi abbandonata da Enea si uccise.
Poi vi è Cleopatra, famosa regina d’Egitto, “lussuriosa” poiché amante dei piaceri della vita lussuosa.
Ella divenne amica di Cesare per poter vivere nella Roma corrotta. Tutti suicidi per amore.

 

 

 Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,
66 che con amore al fine combatteo.

 

 

 Ed ecco Elena che fu la causa della lunga e sanguinosa guerra di Troia, ecco Achille che con grande amore combatté.
Egli innamorato della figlia di Priamo, Polissena, per amor suo si lasciò uccidere a tradimento.

 

 

 Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
69 ch’amor di nostra vita dipartille.

 

 

 E paris e Tristano e più di mille ombre mi mostrò, “ch’amor di nostra vita” amor mal concepito “dipartille” costrinse ad uccidersi.

 

 

 Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
72 pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

 

 

 Queste anime prive del corpo fisico che col suicidio avevano ripudiato, ora disincarnate soffrivano senza posa. Dopo che il mio Maestro così mi parlò di donne antiche e cavalieri, io da gran pietà fui smarrito.

 

 

 I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
75 e paion sì al vento esser leggeri».

 

 

 Io cominciai: «Poeta, volentieri parlerei con quei due che insieme vanno e paiono andar leggeri, liberi da impedimenti nell’estrinsecazione dei loro profondi sentimenti».

 

 

 Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
78 per quello amor che i mena, ed ei verranno».

 

 

 Virgilio rispose: «Quando saranno più vicini a noi li pregherai in nome di quell’amor che ancor li tiene insieme e loro verranno».

 

 

 Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
81 venite a noi parlar, s’altri nol niega!»

 

 

 Quando il vento dell’espiazione li spinse a noi più vicini, io a loro parlai e loro, più degli altri intendere potevano il mio parlare in quanto era nell’equilibrio d’amore che essi espiavano insieme: «O anime tormentate, venite a parlar con noi se qualche Legge Divina non ve lo vieta!»

 

 

 Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
84 vegnon per l’aere, dal voler portate;

 

 

 Come le colombe chiamate dal desiderio del dolce nido s’arrestano con le ali alzate;

 

 

 cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
87 sì forte fu l’affettüoso grido.

 

 

 così quelle anime s’arrestarono e uscendo dalla schiera dell’espiazione dove Dio le aveva poste, attraversarono l’aere malefico e si diressero verso di noi, così forte fu l’affettuoso invito.

 

 

 «O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
90 noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

 

 

 «O essere animato grazioso e buono che visitando vai per l’aere del male noi che di sangue tingemmo il mondo,

 

 

 se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
93 poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

 

 

 se fossimo nella grazia di Dio, pregheremmo Lui per la tua pace, poiché tu hai pietà del nostro male.

 

 

 Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
96 mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

 

 

 Noi parleremo con voi di quello che parlar vi piace, mentre il vento dell’espiazione si placa, come ora già fa.

 

 

 Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
99 per aver pace co’ seguaci sui.

 

 

 La terra che mi dette i natali siede sulla marina dove il Po discende per dar pace a coloro che amano in quel luogo cercar la pace.

 

 

 Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
102 che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

 

 

 L’amore, che prende facilmente i cuori gentili, nacque nel cuore di costui dalla bella persona, (“bella persona”si intende: buono, gentile, intelligente, evoluto, bello spiritualmente); quest’uomo, dalla bella persona, mi fu strappato con la morte e il modo crudele di quel delitto ancora mi addolora.

 

 

 Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
105 che, come vedi, ancor non m’abbandona.

 

 

 “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” si riferisce a quell’amore umanamente sconosciuto che, anche se per nulla è ricambiato, perdonare sa l’amore per il quale il suo sentimento non fu corrisposto. Questo sentimento, che sa dare amore senza chiedere amore, conquistò in modo così completo la persona amata che, come vedi, non mi abbandona neanche dopo la morte.

 

 

 Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
108 Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
111 fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?»

 

 

 L’amore ci portò ad una stessa morte e grave pena attende chi ci spense alla vita.
Da queste parole compresi la sofferenza che travagliava quelle anime. Chinai il capo e tanto lo tenni basso che il Maestro mi domandò: «Che pensi?»

 

 

 Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
114 menò costoro al doloroso passo!»

 

 

 Io gli risposi: «Oh me affranto! quanta dolcezza di amorosi sentimenti menò costoro al doloroso passo!»

 

 

 Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
117 a lagrimar mi fanno tristo e pio.

 

 

 Poi mi rivolsi a loro e così parlai: «Francesca, le tue sofferenze mi commuovono sino al pianto.

 

 

 Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
120 che conosceste i dubbiosi disiri?»

 

 

 Ma dimmi: nel tempo dei dolci sospiri come si rivelò il vostro reciproco sentimento d’amore?»

 

 

 E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
123 ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

 

 

 Ed ella a me: «Nessun dolore è maggiore del ricordo del tempo felice quando si vive nell’infelicità e questo il tuo dotto Maestro ben lo sa.

 

 

 Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
126 dirò come colui che piange e dice.

 

 

 Ma se tu hai desiderio di sapere l’origine del nostro amore, io, piangendo, a te parlerò.

 

 

 Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse:
129 soli eravamo e sanza alcun sospetto.

 

 

 Noi leggevamo un giorno per diletto la storia di Lancillotto del Lago, nel punto in cui egli s’innamora della regina Ginevra, moglie di re Artù. Soli eravamo e senza alcun sospetto di ciò che sarebbe in seguito accaduto.

(Francesca, figlia di Guido da Polenta, Signore di Ravenna, fu costretta a sposare, per motivi politici, il deforme, zoppo Cianciotto Malatesta, poi, innamoratasi del cognato Paolo, fu trucidata assieme all’amante).

 

 

 Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
132 ma solo un punto fu quel che ci vinse.

 

 

 Francesca continua:
più volte quella lettura ci spinse a guardarci negli occhi e ci fece impallidire. Ma solo un punto fu che ci sospinse a rivelare l’un all’altro il nostro reciproco amore.

 

 

 Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
135 questi, che mai da me non fia diviso,

 

 

 Quando leggemmo che Lancillottto baciava la bocca sorridente di Ginevra, allora costui, che da me mai sarà diviso,

 

 

 la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
138 quel giorno più non vi leggemmo avante».

 

 

 la bocca mi baciò tutto tremante. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse e da quel giorno smettemmo la lettura».

 

 

 Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
142 E caddi come corpo morto cade.

 

 

 Mentre uno spirito parlava, l’altro piangeva, così che di pietà io venni meno e parve ch’io morissi. E caddi come corpo morto cade.

Paolo e Francesca furono uccisi perché colpevoli di amarsi.
Questo episodio di dolcissimo amore tragicamente calpestato è la dimostrazione di quell’errata logica umana che predispone il sì e il no di tutte le cose e che porta gli uomini a vedere il merito e la colpa attraverso le repressioni e le inibizioni causate dalla spessa rete dei propri pregiudizi e preconcetti che modificano e distorgono tutto il bello e il buono della vita.

GIUSEPPE FRASCHERI –  Dante e Virgilio con Paolo e Francesc

PETRARCA

 

Benedetto sia ‘ l giorno e ‘ l mese e l ‘ anno

e la stagione e ‘ l tempo e l ‘ ora e ‘ l punto

e ‘ l bel paese e ‘ l loco ov’ io fui giunto

da’ duo begli occhi che legato m ‘ ànno ;

e benedetto il primo dolce affanno

ch ‘ i’ ebbe ad essere con amor congiunto ,

e l ‘ arco e le saette ond ‘ io fui punto ,

e le piaghe che ‘infin al cor mi vanno .

Benedette le voci tante ch ‘ io

chiamando il nome di mia Donna ò sparte ,

e i sospiri e le lagrime e ‘ l desio ;

e benedette sian tutte le carte

ov ‘ io fama l’acquisto , e ‘ l pensier mio ,

ch ‘ è sol di lei , sì ch ‘altra non v’à parte .

 

[ISCINTA E SCALZA, CON LE TREZZE AVVOLTE]

Iscinta e scalza, con le trezze avvolte,
e d’uno scoglio in altro trapassando,
conche marine da quelli spiccando,
giva la donna mia con le altre molte.

E l’onde, quasi in sé tutte raccolte,
con picciol moto i bianchi piè bagnando,
innanzi si spingevan mormorando
e ritraènsi iterando le volte.

E se tal volta, forse di bagnarsi
temendo, i vestimenti in su tirava,
sì ch’io vedeo più della gamba schiuso,

oh, quali avria veduto allora farsi,

chi rimirato avesse dov’io stava,
gli occhi mia vaghi di mirarsi.             (Giovanni Boccaccio)

Caravaggio – Amore vittorioso

Canti carnascialeschi

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol essere lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
[…]
Ciascun apra ben gli orecchi,
di domani nessun si paschi;
oggi sian, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;

ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol essere lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò c’ha esser, convien sia!
Chi vuol essere lieto, sia:
di doman non c’è certezza.      (Lorenzo de Medici detto il Magnifico)

Nell’Umanesimo e nel Rinascimento, se da una parte, si esprime al massimo una concezione naturalistica dell’amore, ispirandosi al modello boccacciano (Poliziano e Lorenzo il Magnifico, per esempio, invitano a cogliere la rosa, cioè a godere i piaceri amorosi) dall’altra fioriscono delle tendenze idealizzanti che si rifanno al neoplatonismo. Vengono esaltati, pertanto, l’amore e la libertà come valori assoluti. Bembo nel Cinquecento, e quindi in pieno Rinascimento, diceva:

“Perciò che è verissima openione, a noi dalle più approvate scuole dagli antichi diffinitori lasciata, null’altro essere lo buono amore che di bellezza disio.”

 

Questa frase sintetizza al meglio la concezione che i neoplatonici avevano dell’amore: deve essere puro e spirituale e solo basandosi sui sensi più elevati e sul pensiero si giunge alla contemplazione della bellezza ideale; il vero amore, quindi, tende alla perfezione che va ricercata nella contemplazione di Dio: non è l’esaltazione del corpo, ma dell’anima, dell’idea.

L’epoca in cui Pico della Mirandola scriveva: “Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato né un aspetto proprio né alcuna prerogativa tua perché quel posto, quell’aspetto e quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto”.

Rinascita dell’uomo, dunque: che trova il suo epicentro,  prima nei comuni e poi nelle corti delle città italiane. L’uomo, che sente che Dio ha creato il mondo per lui,e gli ha dato l’amore,in base alla quale orientare la vita e raggiungere la felicità.

Da L’Orlando Furioso, Canto XIX

33
Angelica a Medor la prima rosa
coglier lasciò, non ancor tocca inante:
né persona fu mai sì aventurosa,
ch’in quel giardin potesse por le piante.
Per adombrar, per onestar la cosa,
si celebrò con cerimonie sante
il matrimonio, ch’auspice ebbe Amore,
e pronuba la moglie del pastore.
34
Fersi le nozze sotto all’umil tetto
le più solenni che vi potean farsi;
e più d’un mese poi stero a diletto
i duo tranquilli amanti a ricrearsi.
Più lunge non vedea del giovinetto
la donna, né di lui potea saziarsi;
né, per mai sempre pendergli dal collo,
il suo disir sentia di lui satollo.
35
Se stava all’ombra o se del tetto usciva,
avea dì e notte il bel giovine a lato:
matino e sera or questa or quella riva
cercando andava, o qualche verde prato:
nel mezzo giorno un antro li copriva,
forse non men di quel commodo e grato,
ch’ebber, fuggendo l’acque, Enea e Dido,
de’ lor secreti testimonio fido.
36
Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto
vedesse ombrare o fonte o rivo puro,
v’avea spillo o coltel subito fitto;
così, se v’era alcun sasso men duro:
ed era fuori in mille luoghi scritto,
e così in casa in altritanti il muro,
Angelica e Medoro, in vari modi
legati insieme di diversi nodi.

Questi versi, in ottave, rappresentano ,  uno sviluppo straordinario, in senso moderno della concezione dell’amore. Anche se per metafora, Ariosto comincia col dire che fu Medoro a cogliere la “prima rosa” di Angelica, che nessuno prima aveva toccato, e poi per tutte le ottave esplicita, con il garbo del grande artista, lo svolgimento delle giornate di passione che i due giovani vissero insieme in quel bosco che li ospitava.

Avete letto con quanto garbo viene rappresentato l’amore, senza nulla omettere della sua forza, della passione che lo anima?
Ariosto è ormai uno di noi, il Rinascimento ha avviato il mondo moderno con il trionfo della laicità, che non confligge con l’esigenza di spiritualità, ma anzi la esalta, proprio nel momento in cui l’uomo, creatura e figlio di Dio, scopre che Dio ha fatto il mondo per lui, che, anzitutto, gli ha offerto l’amore come il sentimento fondamentale cui orientare la propria vita e con il quale poter dare dignità alla propria esistenza. Oggi forse siamo andati oltre, ci stiamo inoltrando in una dimensione nella quale si cerca l’effimero anche nell’amore, dimenticando che esso può dare dignità alla persona e, soprattutto, una grande felicità.
La forza vera e più grande dell’amore può esser data solo da una composta rappresentazione della realtà della vita, nulla omettendo, ma anche senza forzature che distruggono l’essenziale, il sentimento che unisce due persone in un solo cuore.

Ecco gli Illuministi: una concezione del mondo e della vita secondo la quale, il mondo è fatto di materia sottoposta ad un processo  di trasformazione governato da leggi meccaniche.

Anche l’uomo è soggetto alla stessa legge di dissolvimento della materia, perciò compiuto il suo ciclo biologico, si annulla completamente come individuo. Per i filosofi dell’Illuminismo questa concezione materialistica della realtà e dell’uomo era motivo di ottimismo perché liberava l’animo dalle superstizioni, dalla paura della morte, inducendoli a vivere più serenamente, invece per i Romantici,  queste teorie erano motivo di pessimismo e disperazione.

La visione materialistica, li portano a considerare l’uomo come prigioniero della natura , che, compiuto il suo ciclo vitale, piomba nel “nulla” eterno. Così la ragione viene vista un dono malefico della natura, causa di disperazione tale da trovare nel suicidio l’unica liberazione possibile.

Tuttavia non si soccombe  al pessimismo e alla disperazione, ma si reagisce vigorosamente, creandosi una nuova fede in valori universali, che danno un fine ed un significato alla vita dell’uomo. Questi valori universali sono la bellezza, l’amore, la libertà, la patria, la virtù, l’eroismo, la poesia, l’arte, la gloria, tutti sentimenti che i filosofi materialistici e scettici chiamavano “illusioni”, cioè idee vane.

Questo è quel mondo, questi

i diletti,l’amor, l’opre, gli eventi

onde cotanto ragionammo insieme?

Questa la sorte delle umane genti?

All’apparir del vero,

tu, misera, cadesti…          (da A Silvia di Giacomo Leopardi)

…piove sui nostri volti

silvani,

sui nostri vestimenti

leggieri,

sui freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude

o Ermione.                         (da “La pioggia nel pineto” di Gabriele D’Annunzio)

Piango e le dico: Come ho potuto,

dolce mio bene, partir da te?

Piange e mi dice d’ un cenno muto:

Come hai potuto?                          (da La tessitrice di Giovanni Pascoli)

Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?

William Shakespeare

Ah… si putesse dicere
chello c’ ‘o core dice;
quanto sarria felice
si t’ ‘o ssapesse di’!
E si putisse sentere
chello c’ ‘o core sente,
dicisse: “Eternamente
voglio resta’ cu te!”
Ma ‘o core sape scrivere?
’0 core e’ analfabeta,
e’ comm’a nu poeta
ca nun sape canta’
Se mbroglia… sposta ‘e vvirgule
nu punto ammirativo…
mette nu congiuntivo
addo’ nun nce ‘adda sta’…
E tu c’ ‘o staje a ssentere
te mbruoglie appriess’ a isso,
comme succede spisso…
E addio felicita’!”                      (Eduardo De Filippo)

“Uh, che fatica mi costa
l’amarti come ti amo!
Per il tuo amore mi duole l’aria,
il cuore
e il cappello.
Chi mi comprerà
questo cordone che ho
e questa tristezza di filo
bianco, per far fazzoletti?
Ah che fatica mi costa
amarti come ti amo!”                  (Garcia Lorca)

“Sono affamato del tuo riso che scorre,
delle tue mani color di furioso granaio,
ho fame della pallida pietra delle tue unghie,
voglio mangiare la tua pelle come mandorla intatta.
Voglio mangiare il fulmine bruciato nella tua bellezza,
il naso sovrano dell’aitante volto,
voglio mangiare l’ombra fugace delle tue ciglia”       (Pablo Neruda)

Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro s’allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio; se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato.            Shakespeare

L’amore non è pretendere, ma dare; è dimenticarsi, ma non dimenticare, è vivere fuori di sé, pur rimanendo in sé; è riservarsi le spine e offrire le rose. L’amore chiede tutto ed ha il diritto di farlo.            (Beethoven)

Il vero amore deve sempre far male. Deve essere doloroso amare qualcuno, doloroso lasciare qualcuno…solo allora si ama sinceramente.                              (Madre Teresa di Calcutta)

L’amore non si vede in un luogo e non si cerca con gli occhi del corpo. Non si odono le sue parole e quando viene a te non si odono i suoi passi.    ( S. Agostino)

Dalla prefazione al suo libro “Sull’Amore” (di Paolo Crepet)

E se l’amore semplicemente non rappresentasse l’argomento più difficile da discutere ma anche il più urgente?

Per secoli abbiamo fatto di tutto pur di non vivere d’amore. Abbiamo lasciato questa scelta ai santi e ai folli, ai poeti e agli utopisti proprio per arrivare a dirci –consolandoci- che non è tema così importante per comuni cittadini. Prima deve venire il lavoro, il denaro, il potere, la guerra e la pace, l’economia e la politica, la famiglia e lo Stato, l’individuo e la collettività. Abbiamo pensato che perfino la felicità potesse essere vissuta senza amore

L’amore dunque come rivoluzione, come grimaldello capace di sovvertire un equilibrio anestetizzato di menti e libertà. L’amore come esercizio spirituale, come ginnastica di amor proprio, come fucina di dignità. L’amore come allegoria del tempo necessario ad accorgerci che stiamo vivendo, non sopravvivendo. L’amore come metafora irrinunciabile del bello e del puro.
Amore come occasione per accorgersi dell’altro, come crescita, riappropriazione della coscienza di sé, del proprio corpo, dei propri sensi, della libertà di pensare e sentire a modo proprio

Cosa c’è di più strategico dell’amore?
Come potrebbe un politico pretendere di guidare una nazione se non sa amare? Come potrebbe un industriale pretendere di guidare mille dipendenti se non conosce il senso della passione dei sentimenti?

E se la soluzione partisse dall’homo emotivo, non più da quello laboriosus? E se fosse venuto il tempo di prendere e dare delle lezioni d’amore? Se il vero frutto di un’acquisita modernità corrispondesse con il concedersi il tempo, la voglia, il coraggio d’innamorarsi?

Da Lè Dèfilè di Jacques Prèvert

“Et Dieu”
surprenant Adam et Eve
Leur dit
Continuez je vous en prie
ne vouz dèrangez pas pour moi
Faites comme si je n’existais pas.

” E Dio”
dopo aver sorpreso Adamo ed Eva
gli disse
Continuate prego
Fate come se non ci fossi…

(Foto di Gruppo)

Category : Letteratitudini

“Letteratitudini” incontro del mese di Gennaio 2011

marzo 24th, 2011 // 10:12 am @

Argomento:

“LA LUNA ISPIRATRICE DEI POETI”

Voce Narrante:  Marinella Viola

 

Marinella Viola ci ha deliziato con una breve, ma intensa carrellata antologica, spaziando dalla poesia di Saffo a Qiasimodo e toccando stupende poesie di autori italiani e stranieri, quali: Leopardi con ” Alla Luna” e “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”; Gabriele D’Annunzio con “La sera fiesolana”; Giuseppe Ungaretti con “Veglia” e “Quale grido”; Salvatore Quasimodo “Alla nuova luna”. Tra i poeti stranieri sono stati scelti Federico Garcia Lorca con la poesia “Potessero le mie mani sfogliare” e Pablo Neruda con la poesia “Qui io ti amo”.

Naturalmente si è cercato di comprendere il pensiero dei vari autori nel proprio riferimento alla “Luna”.

Ad esempio la breve lirica di Saffo “Tramontata è la luna” indaga la drammaticità della giovinezza che fugge. L’immagine è di grande efficacia, la notte è al suo termine (appunto: tramontata è la luna), come l’età della passione e dell’amore. La solitudine, quindi, coincide con la vita stessa.

(Signora Luna)

(BREVE CARRELLATA ANTOLOGICA)

Lo spettacolo incantato di una notte lunare è contemplato con occhi sognanti da Saffo, in una sua poesia di cui ci è rimasto solo l’indimenticabile inizio.

Le stelle intorno all’incantevole Luna
d’un lampo celano la loro immagine fulgente
ogni qual volta essa nel suo completo splendore
scintilla argentea su tutta la Terra.

Frammento 34  –    Frammenti 20, 50, 52, 94 e 137
TRAMONTATA E’ LA LUNA
Tramontata è la luna
e le Peiadi a mezzo della notte;
anche la giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.
Scuote l’anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.
Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero

Questa breve lirica di Saffo indaga la drammaticità della giovinezza che fugge. L’immagine è di grande efficacia, la notte è al suo termine (tramontata è la luna), come l’età della passione e dell’amore. La solitudine coincide con la vita stessa. Sebbene brevissima la lirica è divisibile in due parti: nella prima si parla del tramonto della luna e delle stelle; nella seconda si parla dello svanire della giovinezza e della solitudine. Quell’”anche” fa da collegamento fra le due parti.
La poetessa fa un parallelismo tra il tramonto della luna nel cielo, e il tramonto della propria giovinezza. Come il cielo resta senza la luna, lei resta sola nel suo letto senza più nessuno che la ami, sebbene il dio dell’amore le faccia agitare dentro, come una belva, il feroce desiderio di essere ancora amata. Perché purtroppo l’amore va vissuto nella stagione della giovinezza: nella vecchiaia tutto finisce. Non c’è più miele (cioè bellezza, fascino…) in lei che attiri gli altri come i fiori attirano le api: nessun’ape si posa più su di lei, e resta sola a consumarsi con il suo desiderio d’amore.

Dante dedica alla Luna molte terzine della Commedia: il secondo canto del Paradiso è una specie di trattato sulla luna con Beatrice che spiega :
“…che son li bei bui di questo corpo,
che là giuso in terra fan i Cain favoleggiar altrui…”

-Farinata annuncia a Dante che dovrà imparare a sue spese quanto sia difficile rientrare in patria dall’esilio:
“Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia della donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.”
Il tema della notte lunare è dipinto in una splendida terzina del XXIII canto del Paradiso di Dante, ricca di musicalità, in cui compare il verbo “ridere” detto della Luna (Trivia), che brilla fra le stelle (le ninfe eterne), che riempiono di luce e colore ogni parte del cielo:
Quale nè plenilunii sereni
Trivia ride tra le ninfe eterne
che dipingono il ciel per tutti i seni.


Petrarca
è attratto dall’opportunità lirica e fa della luna metafora dei suoi stati d’animo malinconici e notturni:
“Io aspetto tutto ‘l dì la sera,
che ‘l sol si parta, e dia luogo alla luna.”
Deh or foss’io col vago de la luna
adormentato in qua’ che verdi boschi,
et questa ch’anzi vespro a me fa sera,
con essa et con Amor in quella piaggia
sola venisse a starsi ivi una notte;
e ‘l dí si stesse e ‘l sol sempre ne l’onde.
(Canto 237 vv. 31 e segg.)

Giacomo Leopardi si è rivolto spesso alla Luna nelle sue liriche.

Alla Luna (l8l9)
O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

XXIII – CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL’ ASIA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.
Da “La sera del dì di festa”:
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la Luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna

GABRIELE D’ANNUNZIO
La sera fiesolana
Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscío che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pè tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ‘l grano che non è biondo ancóra
e non è verde,
e su ‘l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incúrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte
Questa poesia, composta nel 1889, descrive una sera di inizio giugno. È divisa in tre strofe, che descrivono in tre quadri diversi, i tre momenti della sera (la fine del pomeriggio, la sera, e l’inizio della notte). Leggendo l’opera si percepisce la presenza di due figure: una maschile, rappresentata da un uomo che coglie le foglie di un gelso, e una femminile, l’amante del poeta, a cui D’Annunzio si rivolge durante tutta la poesia. Le strofe sono separate da tre versi, i quali iniziano a tutti con la fase “laudata si”, queste parole sono tratte dal cantico delle creature di San Francesco, a cui tutta la poesia è ispirata.

FEDERICO GARCIA LORCA

Il poeta spagnolo per eccellenza, conosciuto in tutto il mondo, nacque il 5 giugno 1898 a Fueente Vaqueros non lontano da Granada  da una famiglia di proprietari terrieri.In luglio 1936 partecipa all’insurrezione  contro il governo della Repubblica spagnola. Il 19 agosto Federico García Lorca, che si era nascosto a Granada presso alcuni amici, viene trovato, rapito e portato a Viznar, dove, a pochi passi da una fontana conosciuta come la Fontana delle Lacrime, viene assassinato. Aveva 38 anni

POTESSERO LE MIE MANI SFOGLIARE
Federico Garcia Lorca

Pronunzio il tuo nome
nelle notti scure,
quando sorgono gli astri
per bere dalla luna
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
E mi sento vuoto
di musica e passione.
Orologio pazzo che suona
antiche ore morte.
Pronunzio il tuo nome
in questa notte scura,
e il tuo nome risuona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della dolce pioggia.
T’amerò come allora
qualche volta? Che colpa
ha mai questo mio cuore?
Se la nebbia svanisce,
quale nuova passione mi attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!

PABLO NERUDA

Neruda
Nasce il 12 luglio 1904 a Parral (Cile), non lontano dalla capitale Santiago. Il suo vero nome è Neftali Ricardo. Il suo primo lavoro ufficiale come scrittore è l’articolo “Entusiasmo y perseverancia” e viene pubblicato a soli 13 anni sul giornale locale “La Manana”. E’ nel 1920 che per le sue pubblicazioni inizia ad utilizzare lo pseudonimo di Pablo Neruda, che in seguito gli verrà riconosciuto anche a livello legale.

Nel 1930 sposa una olandese a Batavia. Nel 1933 è console a Buenos Aires, dove conosce Federico Garcia Lorca. Allo scoppio della Guerra Civile (1936) parteggia per la Repubblica e viene destituito dall’incarico consolare. Si reca quindi a Parigi. Qui diviene console per l’emigrazione dei profughi cileni repubblicani.
Nel 1940 Neruda viene nominato console per il Messico, dove incontra Matilde Urrutia, per la quale scrive “I versi del capitano”. Viene eletto senatore nel 1945 e si iscrive al partito comunista.
Nel 1949 dopo un periodo di clandestinità, per sottrarsi al governo anticomunista di Gabriel González Videla, fugge dal Cile e viaggia attraverso Unione Sovietica, Polonia e Ungheria.
Tra il 1951 e il 1952 passa anche per l’Italia; vi ritorna poco dopo e si stabilisce a Capri.
Pablo Neruda riceve il Premio Nobel per la Letteratura nel 1971. Muore a Santiago il 23 settembre 1973. Tra le sue opere più importanti vi sono “Residenza sulla terra”, “I versi del Capitano”, “Cento sonetti d’amore”, “Canto generale”, “Odi elementari”, “Stravagario”, “Le uve e il vento”, il dramma “Splendore e morte di Joaquin Murieta” e il libro di memorie “Confesso che ho vissuto”.

QUI IO TI AMO
Qui io ti amo.
Tra pini scuri si srotola il vento.
Brilla fosforescente la luna su acque erranti.
Passano giorni uguali, inseguendosi l’un l’altro.

Si dirada la nebbia in figure danzanti.
Un gabbiano d’argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte stelle.

O la croce nera di una nave.
Solo.
A volte mi alzo all’alba e persino la mia anima è umida.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui io ti amo.

Qui io ti amo e invano l’orizzonte ti occulta.
Ti sto amando anche in mezzo a queste cose fredde.
A volte vanno i miei baci su quelle navi gravi,
che corrono sul mare dove non arriveranno.
Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore.
Sono più tristi le banchine quando ormeggia la sera.

Si stanca la mia vita inutilmente affamata.
Amo quel che non ho. Tu sei così distante.
La mia noia lotta con lenti crepuscoli.
Ma poi giunge la notte e inizia a cantarmi.
La luna proietta la sua pellicola di sogno.

Mi guardano con i tuoi occhi le stelle più grandi.
E poiché io ti amo, i pini nel vento
vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie metalliche.

GIUSEPPE UNGARETTI

Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888, e trascorre l’infanzia in Africa, dove il padre lavora per la costruzione del Canale di Suez. Dopo il liceo si trasferisce a Parigi, dove conosce molti intellettuali.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, parte volontario per il fronte del Carso. Da questa esperienza nascono alcune sue poesie. Ungaretti si rivela poeta rivoluzionario, e apre la strada all’ermetismo. Le liriche sono brevi, a volte ridotte ad una sola preposizione, ed esprimono forti sentimenti.
Dopo la guerra ritorna in Francia. Rientra in Italia nel 1921. Nel 1933 esce “Il sentimento del tempo”, la raccolta che segna l’inizio della sua seconda fase poetica. Le liriche sono più lunghe e le parole più complesse.
Nel 1939, in Brasile per insegnare letteratura italiana all’Università di San Paolo, Ungaretti perde il figlio di nove anni. Nel 1944 inizia la terza fase di produzione poetica, più mediativa e stilisticamente meno innovativa. Il poeta riflette sulla vita, cosa derivata dall’età.
Torna in Italia nel 1942, a Roma, dove insegna all’Università.
Muore a Milano nel 1970, dopo la sua ultima lirica “L’impietrito e il vellutato

GIUSEPPE UNGARETTI

Veglia
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Quale grido
(1934 )

Nelle sere d’estate,
spargendoti sorpresa,
lenta luna, fantasma quotidiano
del triste, estremo sole,
quale grido ridesti?

Luna allusiva, vai turbando incauta
nel bel sonno, la terra,
che all’assente s’è volta con delirio
sotto la tua carezza malinconica,
e piange, essendo madre,
che di lui e di sé non resti un giorno
neanche un mantello labile di luna.

SALVATORE QUASIMODO

ALLA NUOVA LUNA
In principio Dio creò il cielo
e la terra, poi nel suo giorno
esatto mise i luminari in cielo
e al settimo giorno si riposò.
Dopo miliardi di anni l’uomo,
fatto a sua immagine e somiglianza,
senza mai riposare, con la sua
intelligenza laica,
senza timore, nel cielo sereno
d’una notte d’ottobre
mise altri luminari uguali
a quelli che giravano
dalla creazione del mondo. Amen.
Il messaggio della poesia è quello di affermare che gli uomini  ancora una volta, sono riusciti a costruire un nuovo macchinario che per la sua complessità si avvicina ad esere simile agli oggetti creati dalla volontà di Dio. Questo nuovo satellite costituisce una tappa molto importante nello sviluppo scientifico dell’umanità che nel suo procasso evolutivo si avvicina sempre di più a costruire nuovi satelliti che a loro volta aiutano gli uomini ad andare avanti nel suo processo civile, sociale e politico.Il tema della posia è la costatazione del processo scientifico che l’uomo riesce a fare attraverso l’uso della loro intelligenza laica.Quasimodo esprime la gioia che gli scienziati sono riusc iti e costruire una “luna nuova” che gira intorno alla terra come la luna fa da sempre Il linguaggio della poesia è molto semplice, ma le espressioni quotidiane sono inserite in modo poetico. Il messaggio incisivo e diretto va diritto alla mente del lettore.

Tristezza della Luna


Questa sera, la luna sogna con più mollezza
Come una bella donna , sui molti cuscini
che con mano distratta e leggera carezza
Prima di dormire, la curva dei suoi seni

Sul serico dorso di morbide valanghe
S’abbandona al deliquio, lei pare morire
e vagano i suoi occhi su bianche visioni
che ascendono l’azzurro e sembrano fiorire

Quando talvolta su questo globo, nel suo triste languire
Ella lascia, furtiva, una lacrima cadere
Un poeta, pietoso, nemico del dormire

Nel cavo della  mano prende questa lacrima di sale
i riflessi iridati, come un frammento di opale
e  la mette nel suo cuore, lontano dagli occhi del sole.

(Charles Baudelaire)

(Una foto del gruppo di lettura)

Category : Letteratitudini

“Letteratitudini” incontro del mese di Dicembre 2010

marzo 23rd, 2011 // 8:11 pm @

Argomento:

 “CANZONIERE PETRARCHESCO” DIFFERENZE ED ANALOGIE NEL CONFRONTO CON LA POESIA DI DANTE.

 

Voce Narrante: Matilde Maisto

 

 

Due colossi della letteratura italiana, veri geni:  per i quali spiegare la poetica, lo stile ed il pensiero in un breve resoconto è risultato praticamente impossibile. Tuttavia, per gli scopi prefissati dal nostro gruppo di lettura, (essendo io stessa la narratrice) mi sono limitata a fare considerazioni restringendo il discorso al campo poetico.

Innanzitutto, credo che sia opportuno ritrovarci nel periodo letterario a cui i due poeti, in misura diversa, appartengono:

IL DOLCE STIL NOVO

Negli ultimi decenni del 1200, a Firenze, una delle città più all’avanguardia,  che sta diventando il centro della cultura italiana, si forma il nucleo più importante di una nuova tendenza poetica, cioè il “dolce stil novo”, con cui la lirica amorosa di stampo provenzale e di ispirazione cortese, tocca la sua fase culminante. I poeti più rappresentativi sono Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Lapo Gianni e Dino Frescobaldi. Questi poeti si vogliono distaccare dall’impostazione della scuola siciliana e aretina, in particolare polemizzano con Guittone d’Arezzo. Dobbiamo dire anzitutto che si tratta di poeti da una spiccata personalità, tanto che ciascuno ha delle proprie caratteristiche, ma tutti sono accomunati dall’idea di allontanarsi dallo stile guittoniano. Essi vogliono uno stile più limpido e lineare, che viene definito, appunto, dolce.

Sul piano dei contenuti, al motivo dell’omaggio feudale del cavaliere alla dama, si sostituisce una visione molto più spiritualizzata della donna amata che, appunto, viene proprio gradualmente esaltata non solo per le sue qualità femminili, ma soprattutto come una figura angelica, come se fosse un angelo in terra. In quanto donna-angelo, la donna diventa dispensatrice, cioè colei che può donare all’uomo la salvezza, e una mediatrice tra Dio e l’uomo: l’amore per la donna diventa la via per arrivare a Dio. E’ chiaro che facendo della dama una dispensatrice, il poeta si caricava di una grossa responsabilità perché intellettualmente doveva motivare la funzione della dama e quindi questa poesia è molto densa per i contenuti intellettuali, del pensiero; per esempio è una poesia dove non sono rari dei riferimenti di carattere filosofico e teologico.

– La nuova concezione della corte e la nobiltà d’animo

Un altro obiettivo di questo gruppo di poeti fu anche quello di sostituire alla realtà della corte reale, che stava alla base della poesia provenzale e siciliana, con un modello di corte tutta “ideale”, in cui si ritrova una cerchia ristretta di “spiriti eletti”, cioè l’idea di ricreare una specie di circolo molto elitario, in cui si distinguono delle teste intelligenti, pensanti, qualitativamente superiori alla massa.

Questa cerchia si contrappone, appunto, al volgo “villano”. Quindi lo stil novo si rivela come espressione dello strato più elevato delle nuove classi dirigenti comunali. Naturalmente essi aspiravano a presentarsi come una nuova aristocrazia, non nel senso di nobiltà di sangue, ma una aristocrazia basata sulla qualità dell’ingegno, intellettuale (“altezza di ingegno”, usato da Dante).

Questo nuovo concetto di nobiltà diventa uno dei temi fondamentali del dolce stil novo perché viene ad identificarsi nel tema corrispondente tra amore e gentilezza (nel senso di nobiltà, cioè: sapere amare diventa l’indizio fondamentale della nobiltà d’animo).

 

– L’espressione “dolce stil novo”

Questa formula è stata coniata da Dante nel 24° canto del Purgatorio, in cui Bonagiunta degli Orbicciani chiede a Dante se è lui che “trasse le rime nove”. Bonagiunta fa questa domanda partendo dalla lirica dantesca “Donne c’avete intelletto d’amore”. Dante risponde: “Io sono uno che quando Amore m’ispira, noto, e a quel modo che ditta dentro vo’ significando” (quando l’amore lo ispira, egli lo analizza in base a ciò che gli comunica: il tema che indaga l’animo del poeta è quello dell’amore profondo e complesso). A questa risposta di Dante, Bonagiunta dice che allora comprende bene il “nodo” che trattenne Iacopo da Lentini, Guittone d’Arezzo e lui stesso a non entrare nella cerchia di Dante, cioè a tenersi “al di qua di quel dolce stil novo che io odo”.

Un’altra formula che Dante usa per indicare questa poesia è quella di definire le rime “dolci e leggiadre” (26° canto del Purgatorio); tali aggettivi hanno una connotazione tecnica, stilistica e indicano le caratteristiche di questo stil novo. Precursori di questi poeti è Guido Guinizzelli, con una canzone che è la più illustre e può essere considerata come il “manifesto” di questa tendenza poetica: “Al cor gentil rempaira sempre amore”.

« Al cor gentil rempaira sempre amore

come l’ausello in selva a la verdura;

né fe’ Amore anti che gentil core

né gentil core anti ch’Amor natura… »

 

E’ PROPRIO  IN QUESTO CONTESTO LETTERARIO CHE SI STAGLIA LA FIGURA DI:

 

 DANTE ALIGHIERI ( 1265 – 1321)

 

La vita di Dante Alighieri è strettamente legata agli avvenimenti della vita politica fiorentina. Alla sua nascita, Firenze era in procinto di diventare la città più potente dell’Italia centrale. A partire dal 1250, un governo comunale composto da borghesi e artigiani aveva messo fine alla supremazia della nobiltà e due anni più tardi vennero coniati i primi fiorini d’oro che sarebbero diventati i “dollari” dell’Europa mercantile. Il conflitto tra guelfi, fedeli all’autorità temporale dei papi, e ghibellini, difensori del primato politico degli imperatori, divenne sempre più una guerra tra nobili e borghesi simile alle guerre di supremazia tra città vicine o rivali. Alla nascita di Dante, dopo la cacciata dei guelfi, la città era ormai da più di cinque anni nelle mani dei ghibellini. Nel 1266, Firenze ritornò nelle mani dei guelfi e i ghibellini vennero espulsi a loro volta. A questo punto, il partito dei guelfi, si divise in due fazioni: bianchi e neri.

Egli  si è dedicato allo studio e l’analisi di tutti i tipi di dottrina dell’epoca in cui è vissuto. Egli basa il suo pensiero sulla società principalmente sulla religione e lo stato.

I rapporti conflittuali tra i due quindi, emergono nel suo attivismo politico. La religione è intesa come un qualcosa di necessario a livello spiriturale, esattamente come il potere dello stato per il livello terreno.

Tuttavia, nel poeta si può trovare una laicità non indifferente che mirava a equilibrare i rapporti tra stato e Chiesa, sottolineando la necessità di una collaborazione di entrambi attraverso la suddivisione dei poteri.

Una grande importanza assume la figura di Virgilio, il quale si può trovare persino nella sua opera più famosa e importante: La divina commedia. Egli è preso come modello importante anche a livello morale e come precursore del Cristianesimo

La civiltà e la cultura antica vengono reinterpretate da Dante, poiché la civiltà classica assume il ruolo di preparazione alla cultura e civiltà cristiana.

Nelle sue opere, inserisce all’interno di sonetti e canzoni i motivi dell’amore cortese. In queste, trovano spazio i temi dell’amore e della morte, accompagnati dai temi della moralità e della religione.

La celebrazione della bellezza, che prende la forma di Beatrice, la donna amata,mostrano il desiderio di Dante di eguagliare la bellezza stessa e celebrarla. Il grande valore di questa donna non è dato solo dall’aspetto fisico ma anche dalla sua bontà e gentilezza (intesa come nobiltà d’animo che eleva il cuore di Dante) e il fatto che anche lei sia destinata a morire crea un dolore enorme. Quando poi la donna muore veramente, nelle liriche di Dante la sofferenza e il dolore vengono amplificati e l’unica consolazione possibile viene ancora una volta dalla fede e dall’unico amore superiore a quello per Beatrice, cioè quello verso Dio.

Altri temi trattati da Dante vengono attraverso lo studio della filosofia e sono: la liberalità, la gentilezza e la leggiadria.

Oltre alla Divina commedia, di Dante ricordiamo altre opere celebri, come La Vita Nuova (raccolta di 31 liriche), Le epistole, tre opere in forma di lettera, scritte in seguito alla notizia della discesa dell’imperatore Enrico VII; Il convivio, opera contenente un libro introduttivo e 14 canzoni comprensive di commenti.

Dante è considerato il padre della lingua italiana per aver utilizzato il volgare per la scrittura della di diverse opere.

FRANCESCO PETRARCA ((1304 – 1374)

 

Francesco Petrarca nacque il 20 Luglio 1304 ad Arezzo, città umbra, dove il padre aveva trovato rifugio dopo l’esilio politico da Firenze. Ricevette un’educazione classica che contribui a risvegliare in lui un culto amoroso per i grandi scrittori latini; un culto che fu spesso contrastato dal padre di Francesco che voleva vederlo invece interesssato agli studi di legge.

Nel 1326 si trasferì ad Avignone e fu lì che l’anno successivo avvenne l’evento più determinante della sua vita. Il Venerdì Santo del 1327 nella Chiesa di Santa Chiara, Petrarca vide per la prima volta Laura de Norves, la donna che diventò l’ispiratrice della sua poesia. Come nel caso di Dante e di Beatrice anche Laura era sposata ad un altro uomo ma ciò non impedì al Petrarca di idealizzare il suo amore e rendere Laura un nuovo simbolo di donna. Una donna che ora non è soltanto una bellezza celestiale, come nel caso di Beatrice “venuta dal cielo in terra a miracol mostrare“, ma una donna che rende possibile la coesistenza di bellezza fisica e spirituale, di amore celestiale e amore terreno. Laura è un simbolo di amore rinascimentale che rappresenta una dicotomia che tormenterà continuamente l’animo ancora medievale del Petrarca.

Altri elementi importanti nella vita del Petrarca furono gli studi, le composizioni letterarie e la politica. E fu a causa dei suoi interessi politici e del suo spirito inquieto sempre alla ricerca di nuove esperienze che Petrarca non fu mai capace di trovare una sede fissa. Si stabilì ad Avignone, poi a Padova, a Roma, a Firenze, e a Venezia. Gli fu offerta la Cattedra degli Studi Fiorentini ma rifiutò l’incarico che lui definì “un’occupazione troppo pacifica“. Continuò quindi la sua vita di viaggi per la Francia, la Germania, e l’Italia fino al 1370 quando per motivi di salute si ritirò finalmente ad Arquà, città tanto amata dal Petrarca a causa dei ricordi del suo amore per Laura. E infine fu in Arquà che il 19 Luglio 1374 Francesco fu trovato morto avendo tra le mani il libro aperto del Codice di Virgilio.

Il pensiero del Petrarca

Sebbene in termini cronologici il Petrarca e Dante non fossero molto distanti, in termini letterari e filosofici questi due grandi poeti sono gli interpreti di due diversi movimenti letterari. Dante riflette le aspirazioni, gli ideali e la fede assoluta dell’uomo medievale mentre Petrarca rappresenta la crisi attraverso la quale si creerà l’uomo del Rinascimento. La poesia del Petrarca rappresenta una fase di passaggio da una civiltà all’altra. Per questa ragione la sua poesia è tanto ricca di espressioni e di tormenti. Ci presenta un poeta dilaniato tra la certezza di un pensiero medievale e l’incertezza delle aspirazioni pre-rinascimentali. Ed è appunto questo tormento che caratterizza la maggior parte delle Rime del Petrarca e che rende i suoi sonetti interessanti ed ancora moderni.

3. Il Canzoniere – Ironia Letteraria

 

Il Canzoniere o le “Nugae” così come le chiamava il Petrarca è una collezione di sonetti e canzoni per cui il Petrarca stesso dimostrò sempre disdegno. Il Petrarca lo considerò sempre un’opera minore perchè le Rime furono scritte completamente nella lingua volgare Italiana. Il costume umanistico del tempo in tutt’Europa dettava che le opere cosidette erudite e considerate importanti nel campo letterario fossero composte in lingua latina. Ironicamente fu il Canzoniere che invece procurò una fama letteraria eterna al Petrarca mentre le sue numerose opere latine sono ormai quasi completamente dimenticate eccetto forse per due o tre passaggi dall’Africa.

Il Canzoniere è diviso in due parti: In Vita e In Morte di Madonna Laura. L’opera contiene canzoni e sonetti che trattano d’amore, di sofferenze, di ricordi, di sentimenti patriottici e soprattutto di una crisi spirituale che il Petrarca non fu mai capace di risolvere. Si tratta di una crisi che rappresenta il contrasto tra i potenti desideri della nuova era e il forzato controllo dettato dai canoni del MedioEvo. Nelle Rime del Petrarca si vede finalemente l’esistenza di una donna Laura che non è soltanto una pura immagine spirituale come lo era la Beatrice di Dante. Laura possiede senza dubbio tutti gli attributi angelici stilnovistici del ‘300 ma li combina con i toni realistici del Rinascimento.

Un esempio parallelo si può trovare nelle opere di Michelangelo (scultura e pittura) dove le sue creazioni esprimono un profondo senso religioso pur dimostrando potenti caratteri e attributi umani.

L’opera per la quale Petrarca è universalmente noto è il Canzoniere. Molto importante è anche il “Secretum in cui Petrarca dialoga con S.Agostino. Petrarca, nonostante si considerasse soprattutto, come tutti gli eruditi del suo tempo, un autore di lingua latina, svolse un ruolo essenziale per lo sviluppo della poesia italiana in volgare. L’opera lirica di Petrarca, come è stato sottolineato dalla critica, somma infatti in sé tutte le esperienze della poesia italiana delle origini, compiendo tuttavia una selezione dal punto di vista della metrica (stabilendo ad esempio precise regole sull’accentazione degli endecasillabi che all’epoca di Dante era ancora meno codificata) e negli argomenti (escludendo dal canone tematico gli elementi goliardici e realistici che nel Duecento erano stati presenti e che continuavano ad avere successo nel Trecento) che influenzò fortemente tutta la poesia a venire. Il fenomeno del petrarchismo costituisce uno dei capitoli più complessi nella storia delle tradizioni letterarie europee.

OPERE IN VOLGARE

 

Il Canzoniere (titolo originale: Francisci Petrarchae laureati poetae Rerum vulgarium fragmenta) è la storia poetica della vita interiore del Petrarca. La raccolta comprende 366 componimenti: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali ( Il Canzoniere non raccoglie tutti i componimenti poetici del Petrarca, ma solo quelli che il poeta scelse con grande cura: altre rime (dette extravagantes) andarono perdute o furono incluse in altri manoscritti).

La maggior parte delle rime del Canzoniere è di argomento amoroso; una trentina è invece di argomento morale, religioso o politico. Sono celebri le canzoni Italia mia e Spirto gentil nelle quali il concetto di patria si identifica con la bellezza della terra natale, sognata libera dalle lotte fratricide e dalle milizie mercenarie. Fra le canzoni più celebri ricordiamo anche Chiare, fresche et dolci acque e tra i sonetti Solo et pensoso.

La raccolta è stata comunemente divisa dagli editori moderni in due parti: rime in vita e rime in morte di Madonna Laura. In realtà il Petrarca curò ben nove stesure successive del Canzoniere, includendovi rime già composte fin dalla prima giovinezza sia per Laura, sia per altre donne (ed attribuendo queste ultime a Laura), realizzando altre rime che finse di aver scritto quando l’amata era ancora in vita ed aggiungendone altre ancora, in modo da rappresentare Laura come l’unico puro amore che conduce a Dio, secondo una concezione teleologica e mistica dell’amore, quale si ritrova già nel Dante della Vita nova e della Commedia. Sarebbe dunque improprio far coincidere la collocazione dei vari testi nell’opera con l’effettivo ordine cronologico della composizione. Ciononostante, la bipartizione tra rime “in morte” e “in vita” sembrerebbe riconducibile alla volontà dell’autore.

L’amore per Laura è il centro intorno al quale ruota la vita spirituale, ricchissima e originale, del Petrarca, per il quale tutto, spontaneamente, diviene letteratura, collegandosi agli studi dei classici. Da tale substrato di letteratura ha origine la grande poesia petrarchesca. Con il Petrarca la letteratura diventa maestra di vita e nasce la prima lezione dell’umanesimo. Tuttavia l’amore e l’ammirazione per i classici sono in costante tensione con l’aspirazione ad una spiritualità immune da tentazioni terrene, quali l’amore e la gloria, che pure i classici proponevano come mete alte e degne dell’uomo. In Petrarca si avvertono contemporaneamente la pena per il dissidio interiore e la ricerca della serenità: lo sconforto, il dolore, la volontà di pentimento, divengono speranza ed anche il pianto per la morte della donna amata trascolora nella figurazione di Laura che scende consolatrice dal cielo. Nella poesia del Petrarca la descrizione dei sentimenti trova riscontro o contrapposizione nel paesaggio.

“ERANO I CAPEI D’ORO A L’AURA SPARSI”

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

che ‘n mille dolci nodi gli avolgea,

e ‘l vago lume oltra misura ardea

di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi;

e ‘l viso di pietosi color farsi,

non so se vero o falso, mi parea:

i’ che l’esca amorosa al petto avea,

qual meraviglia se di subito arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale

ma d’angelica forma, e le parole

sonavan altro che pur voce umana;

uno spirto celeste, un vivo sole

fu quel ch’i’ vidi, e se non fosse or tale,

piaga per allentar d’arco non sana.

PARAFRASI

I suoi capelli biondi erano mossi al vento il quale li avvolgeva in mille dolci riccioli, e la luce ammaliante dei suoi occhi belli, che ora è diminuita (a causa del tempo che passa), splendeva in modo straordinario; e mi sembrava, non so se fosse realtà o illusione, che il suo viso si atteggiasse a pietà: io che ero pronto all’amore, c’è da meravigliarsi se m’innamorai subito? Il suo portamento non era cosa mortale, ma aspetto d’angelo, e le parole suonavano diversamente da voce umana; uno spirito celeste, un vivo sole fu quel che vidi, e anche se ora non fosse tale, una ferita non si rimargina tendendo di meno l’arco.

COMMENTO

La poesia si incentra sull’amore che Petrarca nutre per Laura. Questo amore è terreno quindi la bellezza della donna svanirà; non è un amore platonico come quello che Dante nutriva per Beatrice. Questo amore provocherà in lui anche dei ripensamenti e dei conflitti interni, ma sarà comunque infinito.

Utilizzando l’omofonia (Laura, l’aura) all’inizio del poema lo scrittore vuole evocare la sua donna, ricordandola, ma non la chiama mai per nome, cioè non pronuncia il suo nome esplicitamente nella poesia.

Petrarca, come possiamo notare nelle prime due strofe, assume uno stile di scrittura innovativo. Infatti è uno dei primi ad effettuare alcune modifiche allo schema poetico del Dolce Stil Novo. In queste due quartine emerge la collocazione di Laura nella natura: la immaginiamo avvolta nel vento. Inoltre la bellezza della donna non è cristallizzata e irreversibile, ma bensì terrestre, quindi destinata a scomparire con la vecchiaia. Ultima delle sue innovazioni è la soggettività del poeta; infatti lui non descrive ciò che la visione di Laura provocava alla gente, ma ciò che ha risvegliato e suscitato in lui.

Nelle due terzine riappare il semplice e schematico tema del Dolce Stil Novo. La donna viene infatti descritta come un angelo e qualcosa di soprannaturale. Quel che il poeta dice di aver visto è qualcosa di paragonabile ad una dea.

Per approfondire e riprendere il tema che prevalentemente si desidera affrontare, a questo punto, dobbiamo confrontare questa poesia con qualche sonetto di Dante che fa riferimento ai temi del Dolce Stil Novo.

 

Considerando ad esempio il sonetto:

“TANTO GENTILE E TANTO ONESTA PARE”

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua deven tremando muta,

e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d’umiltà vestuta;

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che ‘ntender no la può chi no la prova:

e par che de la sua labbia si mova

un spirito soave pien d’amore,

che va dicendo all’anima: Sospira.

COMMENTO AL TESTO

Questo sonetto di Dante Alighieri, è uno degli esempi più significativi della poesia del Dolce Stil Novo. Tratto dalla Vita Nova”, opera mista di prosa e poesia, che narra l’amore del poeta per Beatrice. Beatrice, morta prematuramente all’età di ventiquattro anni, è raffigurata in quest’opera come la donna angelo, che irradia una luce di bellezza sovrumana che avvince l’animo e lo fa innamorare. Infatti, secondo i principi del Dolce Stil Novo, la donna è trasfigurata ed elevata ad angelo. In questo sonetto, Dante canta Beatrice come una donna cortese, dignitosa, umile e dotata di bellezza e grazia spirituale. Il poeta paragona la sua donna a una creatura venuta dal cielo sulla terra per testimoniare la grazia divina. L’apparizione di Beatrice produce, in chi li contempla, incapacità di parlare, senso di dolcezza e di gioia, senso di simpatia e desiderio di amore spirituale.

Leggendo e considerando le due bellissime poesie si possono, comunque, individuare molte differenze.

Pur essendo tutti e due i sonetti riferiti al Dolce Stil Novo quello di Dante rispecchia a pieno le caratteristiche di questa corrente, mentre Petrarca scrive in maniera più personale attuando diverse innovazioni (sopra analizzate). Mentre Dante esprime tutte le caratteristiche di questa corrente letteraria: la donna-angelo, amore-virtù ed il cuore nobile; descrivendo anche particolari situazioni come il saluto della donna al resto della gente; Petrarca ne effettua una descrizione personale e soggettiva senza richiamare tutte le caratteristiche sopra elencate, ma considerando Laura qualcosa di sovrannaturale.

L’amore che Dante prova per Beatrice è ben diverso da quello che Petrarca prova per Laura. Il primo infatti nutre un amore platonico e atemporale, infatti Alighieri cristallizza la bellezza di Beatrice che non sfiorirà mai, questo forse anche perché muore giovane; invece Petrarca descrive la sua donna in tutte le sue caratteristiche terrene, quindi la bellezza sfiorirà e questo lo capiamo anche da come ce ne parla. Inoltre per quest’ultimo il sentimento provato provocherà anche conflitti interni e ripensamenti, cosa che a Dante non succederà.

RIFLETTENDO DUNQUE:

L’amore di Alighieri sembra quasi un amore impossibile, qualcosa di surreale, lui posiziona Beatrice su un piedistallo e l’adora, come un idolo divino. Mentre Petrarca soffre per questa donna che lo rifiuta e questo suo tormento si percepisce anche nella poesia. Anche per lui Laura è qualcosa di irraggiungibile ma è qualcosa di vero, di concreto, non soltanto un sentimento platonico, ma è  una sensazione terrena, umana.

Petrarca dà origine al suo componimento da una metafora, invece l’altro poeta non utilizza queste figure retoriche. L’inversione è sempre presente e privilegia lo spostamento del verbo alla fine del verso. I due autori utilizzano le stesse rime per le prime due quartine, mentre differiscono nella scelta delle terzine  (simmetrica e inversa)

Il Petrarca perfezionò le forme della tradizione lirica medievale, dai provenzali mutuò ad esempio la forma della sestina e ne rielaborò i modi poetici. Anche la raffigurazione della donna amata si inquadra nella tematica provenzale: Laura è una donna spiritualmente superiore alla quale il poeta rende omaggio, ma non ha tuttavia nulla di sovrumano; ella è modello di virtù e di bellezza, ma la sua figura  è palpitante di vita, ha una vera realtà; i suoi tratti umani, i begli occhi, le trecce bionde, il dolce riso, si ripetono immutati. Ella, in effetti,  costituisce il fulcro ideale intorno al quale si dispone la vita sentimentale del poeta. Petrarca associa il nome di Laura al lauro, simbolo della gloria poetica, ovvero della sua più grande aspirazione; e gioca sul nome Laura scambiandolo con l’aura (come nel sonetto ‘Erano i capei d’oro a l’aura sparsi).

CONCLUDENDO: DIFFERENZE ED ANALOGIE TRA DANTE E PETRARCA

In base ai sonetti “Tanto gentile e tanto onesta pare” (Vita nuova) e “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi” (Canzoniere) Analogie fra i due testi: In entrambi i testi è presente una descrizione fisica della donna; molto marginale in Dante, prevalente in Petrarca. Dante descrive lo sguardo, l’andatura e il saluto di Beatrice, Petrarca attacca con una descrizione dei capelli di Laura e prosegue descrivendone la luce degli occhi e rilevando come con il tempo essa stia diminuendo, le espressioni del viso che sembrano dimostrare attenzione per ciò che il poeta prova. Nelle due terzine Petrarca descrive l’incedere e la voce di Laura come fenomeni celestiali, e non terreni, e sembra quindi avvicinarsi alla corrente dello Stil Novo a cui appartiene Dante distaccandovisi poi con gli ultimi due versi nei quali, ribadendo l’azione del tempo sulla bellezza di Laura, si conferma però l’intensità dell’amore nei suoi confronti: il poeta parla addirittura di una ferita, quindi di un aspetto fisico, riguardante il corpo, che non si rimargina. In Dante, invece, vediamo che gli aggettivi che egli attribuisce all’amata sono perlopiù riferiti alla spiritualità di Beatrice: “gentile” e “onesta” (v. 1), “benignamente d’umiltà vestuta” (v. 6), “piacente” (v. 9), “spirito soave pien d’amore” (v. 13). Questa componente spirituale è esplicitamente sottolineata dal poeta quando nei versi 7 e 8 scrive: “e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare.”. Dante, a differenza di Petrarca che descrive gli effetti che Laura produce su di lui, rileva gli effetti che Beatrice produce sulle persone che incontra o che saluta: “ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare” (vv. 3 e 4), “sentendosi laudare” (v. 5), una lode che in lei non produce superbia, poiché è umile. I testi sono entrambi sonetti, composti quindi da due quartine e due terzine di versi endecasillabi. Le rime sono incrociate (ABBA) nelle quartine mentre differiscono nell’ultima terzina. Differenze fra i due testi: Un’altra differenza oltre a quelle già evidenziate, riguarda l’uso del tempo. Dante usa infatti il presente, rilevando una visione atemporale, mentre Petrarca fa uso sia del presente che del passato: questo sta a significare che per Petrarca il tempo ha un valore e che egli si accorge dei mutamenti della realtà in relazione al tempo. Petrarca inoltre descrive i sentimenti provati nel corso del tempo, mentre Dante registra l’inadeguatezza delle parole a descrivere l’eccezionalità della presenza di Beatrice e degli effetti che produce: “Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core, che `ntender no la può chi non la prova”.

La serata è terminata con il brindisi delle grandi occasioni, in prossimità delle festività natalizie, con calorosi auguri e con l’appuntamento al prossimo 13 gennaio 2011 per un altro incontro con la cultura.

 

 

 

 

 

 

(Foto del gruppo di lettura)

 

Category : Letteratitudini

“Letteratitudini” incontro del mese di Novembre 2010

marzo 23rd, 2011 // 7:53 pm @

Argomento:

“FUGGE VIA IL TEMPO…”: LA FUGACITA’ DELLA VITA

NELLA IPERSENSIBILITA’ E NELL’INTERPRETAZIONE LETTERARIA.

 

Voce Narrante: Raffaele Raimondo

 

 

  

  I CANTI                          XXXV – IMITAZIONE                di Giacomo LEOPARDI  
  Lungi dal proprio ramo,
Povera foglia frale,
Dove vai tu? – Dal faggio
Là dov’io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
Dal bosco alla campagna,
Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,
Dove naturalmente
Va la foglia di rosa,
E la foglia d’alloro.

Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera in Acque e terre Tutte le poesie,                     

Mondadori, Oscar Grandi Classici, 1994                                  Euro 12,40

 

versi che aprono la raccolta omonima del 1942 e danno il titolo alla nuova edizione della poesia di Quasimodo, nella prima edizione, Acque e terre (1920-1929), concludevano la poesia Solitudini che occupava il posto n° 16.

ED E’ SUBITO SERA

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

Ognuno sta solo al centro del suo territorio o al centro della sua città, allorché è colpito dalla illusione della felicità, dal raggio del sole che subito tramonta, e arriva la morte che porta via la vita e cancella ogni cosa. È il tema della solitudine insita in ogni uomo. Ognuno è solo con se stesso, anche se vicino agli altri. La solitudine si affievolisce, ma non scompare quando l’uomo trova l’amore di una donna e l’amore dei figli. Ma anche nelle migliori condizioni possibili egli è sempre solo: se si ammala è lui a soffrire e se muore è lui a morire. Gli altri possono fare molto, possono lenire le sofferenze ma non debellarla e non possono salvarle dalla malattia o dalla morte. Ogni uomo è solo con se stesso mentre si illude di poter capire la vita e si inganna di afferrare la felicità. Subito arriva la morte che rapina ogni illusione e ogni felicità.

Esiste una corrispondenza tra la solitudine del singolo e la solitudine dell’umanità intera, considerata unica al centro dell’universo. Come ciascuno è solo con se stesso, quando è privo dall’amore, così l’umanità, quando è priva dell’amore di Dio. Come ciascuno è illuminato per un solo istante nel corso della sua vita, così l’umanità, non sempre sorretta dai lumi, alla scoperta della razionalità dell’universo. Come ogni uomo è preso dalle passioni, così l’umanità. Come ciascuno tende invariabilmente alla felicità, così l’umanità tende inevitabilmente a liberarsi dal buio. Come ciascuno perde ogni cosa con la morte che arriva fulminea, così la distruzione della terra arriverà all’improvviso. Come diceva Martin Heidegger: «Solo un Dio ci può salvare».

È implicito che ciascuno deve prendere la vita in modo serio e distaccato: svolgere la propria vita con responsabilità verso se stesso e verso gli altri, senza sentirsi al centro della terra o il padrone del mondo, ma vivere e svolgere il proprio lavoro serenamente, e al contempo approfittare dei piaceri culturali e fisici che la vita offre, perché la morte arriva quando uno meno se la aspetta.

Il linguaggio poetico è caratterizzato dalla ricerca delle parole più semplici, sapientemente collocate. I versi hanno un andamento discendente: Un doppio senario, seguito da un verso novenario e da un settenario. La rima è alternata: terra- sera; la concatenazione logica è serrata e discendente: dall’uomo al centro della terra alla morte ineluttabile.

Figure retoriche: la metafora ( sul cuor della terra), l’allitterazione (sta solo sul), l’analogia (trafitto da un raggio di sole), l’assonanza (terra- sera, solo – sole). La metafora finale dove la sera è il simbolo della morte.

La lexis della poesia è chiara e semplice, ma estremamente efficace nella sua brevità. Il tono emotivo è malinconico ed esprime tutto il pessimismo del poeta sulla desolante condizione dell’uomo, destinato a perire. La grandezza di questi tre versi sta nella sintesi: una visione pessimistica, ma oggettiva.

Per Maurizio Dardano: «La parabola della vita umana viene descritta nel giro di tre versi: si viene al mondo, si sperimenta la solitudine che ci separa dalle altre creature, si è toccati da una gioia passeggera come un raggio di sole, che trafigge il cuore per la sua stessa fugacità; e poi, senza quasi accorgersi del tempo che passa, si precipita nel buio. La poesia ha un ritmo decrescente e gravita sul verso finale, più breve e concentrato degli altri due: la struttura del testo presenta un raffinato gioco di contrapposizioni e di rimandi lessicali, incentrati sulla parola sole (solo – sole, terra – sole, sole – terra)                       

Così Marisa Carlà: «I tre versi della poesia di Quasimodo esprimono una profonda concezione pessimistica: la condizione di solitudine e di incomunicabilità dell’uomo, la brevità della gioia e la caducità della vita. la lirica è divisa in tre momenti scanditi da tre versi; il pronome indefinito allude ad una condizione universale, al di là della singola esperienza e della specifica situazione storica; l’aggettivo solo indica una solitudine perentoria, accentuata dalla presenza di parole monosillabiche e tronche (sul cuor)…. Il participio passato trafitto indica che la luce è benefica e dolorosa nello stesso tempo: l’uomo prima viene illuminato da un raggio di luce, poi sorpreso e ferito dalla sua fugacità. Il terzo verso, un settenario, accentua con la sua rapidità la drammatica conclusione: la constatazione della precarietà dell’esistenza e il fulmineo sopraggiungere della sera; tutto passa velocemente ed arriva la fine, la sera, metafora della morte.

Ecco il commento di Vincenzo D’Esculapio: «La lirica si apre sulla constatazione della solitudine dell’uomo che sembrerebbe la contraddizione in quanto esso è posto al centro della terra, della vita nel suo pulsare; la contraddizione è riecheggiata dal termine trafitto, poiché il raggio di sole dovrebbe simbolicamente la luce, la vita, ma riceve, invece, un significato malefico: quello in forza dell’ultimo verso che, intimamente unito al precedente dalla congiunzione ed, dichiara il rapido sopraggiungere della sera, simbolo della fine».

Per Attilio Cannella: «La breve poesia è una immagine lirica della solitudine, del dolore di vivere, della brevità dell’esistenza. Il primo verso si apre con un pronome indefinito (Ognuno), che introduce “l’uomo senza qualità” della stagione ermetica, l’individuo chiuso nel suo isolamento, solo tra la folla (sul cuor della terra), privo di fisionomia storica e sociale. […] La congiunzione ed e l’avverbio subito esprimono l’effimera durata della vita umana, simile a uno spiraglio di luce, presto annullato dalle tenebre della morte».

I commenti riportati vertano sul tema della solitudine e sulla brevità della vita, concordi sull’attribuzione delle opere alla corrente ermetica. Tuttavia, la datazione antecedente al movimento ermetico e a Ungaretti (anni ’30), e l’inclusione di questi tre versi nel corpo di una composizione precedente, più lunga, invitano a nutrire qualche dubbio sull’ermetismo di Ed è subito sera.

 

 

Una meridiana francese con la scritta CARPE DIEM

(LA)« Dum loquimur fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero. »(Orazio)
(IT)« Mentre parliamo il tempo, invidioso, sarà già fuggito.
Cogli l’attimo, fiduciosa il meno possibile nel domani
»

 

Carpe diem, letteralmente “Cogli il giorno”, normalmente tradotta in “Cogli l’attimo”, anche se la traduzione più appropriata sarebbe “Vivi il presente” (non pensando al futuro) è una locuzione tratta dalle Odi del poeta latino Orazio (Odi 1, 11, 8). Viene di norma citata in questa forma abbreviata, anche se sarebbe opportuno completarla con il seguito del verso oraziano: “quam minimum credula postero” (“confidando il meno possibile nel domani”).

Si tratta non solo di una delle più celebri orazioni della latinità; ma anche di una delle filosofie di vita più influenti della storia, nonché di una delle più fraintese, nella quale Orazio fece confluire tutta la potenza lirica della sua poesia.

Significato

Spesso male interpretata e identificata con un gretto opportunismo o con il più gaudente edonismo, la «filosofia» oraziana del carpe diem si fonda sulla razionale considerazione che all’uomo non è dato di conoscere il futuro, né tantomeno di determinarlo. Solo sul presente l’uomo può intervenire e solo sul presente, quindi, deve concentrarsi il suo agire, che, in ogni sua manifestazione, deve sempre cercare di cogliere le occasioni, le opportunità, le gioie che si presentano oggi, senza alcun condizionamento derivante da ipotetiche speranze o ansiosi timori per il futuro.                                                                                         

 Si tratta di una «filosofia» che pone in primo piano la libertà dell’uomo nel gestire la propria vita e invita a essere responsabili del proprio tempo, perché, come dice il Poeta stesso nel verso precedente, “Dum loquimur, fugerit invida aetas” (“Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà già passato”). Nel binomio s’intrecciano due concetti profondi, la qualità (carpe) e la temporalità (diem) del vivere. A confermare la natura serena del godimento oraziano, il verbo carpere, che denota un gusto leggero, un piacere centellinato e fine, fatto di goduriosa eleganza e sottile diletto catartico. Il giorno invece, il termine diem, sottolinea la limitatezza, la precarietà dell’esistenza, che può essere bruscamente interrotta da qualsiasi accidente e che perciò dev’essere vissuta con l’intensità che la consapevolezza della sublimità del mondo dona.                            

Ma anche guardare al semplice godimento di un piacere, pur se responsabilizzato, è mortificante del profondo senso della locuzione. Orazio volle infondere una serena dignità all’uomo che dia valore alla propria esistenza sfidando l’usura del tempo e il suo status effimero. Lungi quindi dall’essere un crasso e materialista invito al bere, od anche un piacere senza turbamento, carpe diem esprime l’angosciosa imprevedibilità del futuro, la gioia dignitosa della vita e il coraggio della morte; l’espressione di un valore che spesso nelle odi oraziane si confonde con l’ammirata esplorazione lirica del paesaggio, talvolta meraviglioso e sublime, talvolta a tinte cupe e fosche: riflesso perenne di un’esistenza complessa, di un reticolo fittissimo di esperienze ed emozioni che è lecito vivere intensamente prima della morte.                                                                                                                                                                               

– IL TEMA DELLA MORTE NELLA POETICA DI VARI AUTORI ITALIANI E STRANIERI

ODI                                               I Libro                                               Orazio

Il primo libro delle Odi, chiamato anche Carmi simposiaci, contiene poesie che esprimono temi epicurei e riguardano la brevità della vita in confronto all’eternità della morte, come afferma il poeta nell’ode IV: “La pallida Morte picchia con piede indifferente ai tuguri dei poveri e alle torri dei re. O Sestio, o uomo felice, la breve durata della vita ci vieta di concepire una lunga speranza; ben presto, t’incomberà la notte, e i Mani, che non sono che favole, e la vacua dimora di Plutone, dove, come vi sarai entrato, non trarrai a sorte con i dadi il regno della mensa…”. Un altro tema fondamentale è l’invito a cogliere i beni della vita prima che sfuggano e di non preoccuparsi per il futuro. Nella IX ode dice: “Guardati, o Taliarco, dall’indagare che cosa avverrà domani, e ogni giorno che passa che il caso concederà, segnalo pure a guadagno, e, giacché sei un ragazzo, non disprezzare i dolci amori e le danze, finché dalla tue età verde è lontana l’uggiosa canizie”. Sul tema è celeberrima l’ode XI dedicata a Leuconoe, dove Orazio scrive il suo meraviglioso invito, il Carpe diem, “cogli la vita”: Non stare a cercare, proprio tu, o Leuconoe (non è lecito saperlo) qual fine a me, qual fine a te abbiano dato gli dèi; e non consultare le cabale babilonesi! Quanto è meglio, checché debba accadere, rassegnarsi! Sia che Giove ci conceda molti inverni ancora, o sia l’ultimo questo, che ora infrange alle opposte scogliere il mare Tirreno, metti giudizio: purga i vini, e, in sì breve vita, taglia una troppo lunga speranza. Mentre parliamo, ecco, il tempo invidioso sarà fuggito; cogli l’ora che passa e fida il meno che puoi sul domani”. Nella XXIV ode ritorna il tema della morte: “E che? Se più soave del tracio Orfeo tu toccassi la cetra che perfino le piante ascoltavano, forse che il sangue tornerebbe all’ombra vana e conclude: È duro; ma con la rassegnazione si fa più tollerabile tutto ciò che è impossibile mutare”. L’ode XXXVII è dedicata alla morte di Cleopatra“, raffigurata come una grande regina: “Ma essa, volendo più magnanimamente perire, non ebbe paura della morte, come una femminetta, del pugnale, né guadagnò con la flotta veloce lidi remoti; che anzi osò rivedere con volto sereno la reggia distrutta, e, animosa, maneggiare gli inferociti serpenti, per assorbirne nel corpo il negro veleno, anche più fiera, ora che aveva deliberato di morire, per certo non permettendo di essere trascinata, così spodestata, sulle crudeli liburne al superbo trionfo, essa, donna da non abbassarsi”. L’ultima poesia del I libro delle Odi è dedicata alla sua modestia di poeta: “Le pompe persiane, ragazzo, io le odio; mi spiacciono le corone intrecciate con fili di tiglio; smetti di cercare in che luogo la rosa s’indugi tardiva. Alla mortella senz’altro non voglio che zelante ti affanni ad aggiungere nulla; né a te, coppiere, sconviene il mirto, né a me, che sotto una folta pergola bevo.

I CANTI di Giacomo LEOPARDI  
 
  XXVII – AMORE E MORTE  
  muor giovane colui ch’al cielo è caro
MENANDRO.Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
Ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
Altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall’uno il bene,
Nasce il piacer maggiore
Che per lo mar dell’essere si trova;
L’altra ogni gran dolore,
Ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
Dolce a veder, non quale
La si dipinge la codarda gente,
Gode il fanciullo Amore
Accompagnar sovente;                                                                                    – 6 –
E sorvolano insiem la via mortale,
Primi conforti d’ogni saggio core.
Né cor fu mai più saggio
Che percosso d’amor, nè mai più forte
Sprezzò l’infausta vita,
Nè per altro signore
Come per questo a perigliar fu pronto:
Ch’ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
O si ridesta; e sapiente in opre,
Non in pensiero invan, siccome suole,
Divien l’umana prole.Quando novellamente
Nasce nel cor profondo
Un amoroso affetto,
Languido e stanco insiem con esso in petto
Un desiderio di morir si sente:
Come, non so: ma tale
D’amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
Allor questo deserto: a se la terra
Forse il mortale inabitabil fatta
Vede omai senza quella
Nova, sola, infinita
Felicità che il suo pensier figura:
Ma per cagion di lei grave procella
Presentendo in suo cor, brama quiete,
Brama raccorsi in porto
Dinanzi al fier disio,
Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.Poi, quando tutto avvolgeLa formidabil possa,
E fulmina nel cor l’invitta cura,
Quante volte implorata
Con desiderio intenso,
Morte, sei tu dall’affannoso amante!
Quante la sera, e quante
Abbandonando all’alba il corpo stanco,
Se beato chiamò s’indi giammai
Non rilevasse il fianco,
Nè tornasse a veder l’amara luce!
E spesso al suon della funebre squilla,
Al canto che conduce
La gente morta al sempiterno obblio,
Con più sospiri ardenti
Dall’imo petto invidiò colui
Che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin la negletta plebe,
L’uom della villa, ignaro
D’ogni virtù che da saper deriva,
Fin la donzella timidetta e schiva,
Che già di morte al nome
Sentì rizzar le chiome,
Osa alla tomba, alle funeree bende
Fermar lo sguardo di costanza pieno,                                                               

Osa ferro e veleno
Meditar lungamente,
E nell’indotta mente
La gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
D’amor la disciplina. Anco sovente,
A tal venuto il gran travaglio interno
Che sostener nol può forza mortale,
O cede il corpo frale
Ai terribili moti, e in questa forma
Pel fraterno poter Morte prevale;
O così sprona Amor là nel profondo,
Che da se stessi il villanello ignaro,
La tenera donzella
Con la man violenta
Pongon le membra giovanili in terra.
Ride ai lor casi il mondo,
A cui pace e vecchiezza il ciel consenta.

Ai fervidi, ai felici,
Agli animosi ingegni
L’uno o l’altro di voi conceda il fato,
Dolci signori, amici
All’umana famiglia,
Al cui poter nessun poter somiglia
Nell’immenso universo, e non l’avanza,
Se non quella del fato, altra possanza.
E tu, cui già dal cominciar degli anni
Sempre onorata invoco,
Bella Morte, pietosa
Tu sola al mondo dei terreni affanni,
Se celebrata mai
Fosti da me, s’al tuo divino stato
L’onte del volgo ingrato
Ricompensar tentai,
Non tardar più, t’inchina
A disusati preghi,
Chiudi alla luce omai
Questi occhi tristi, o dell’età reina.
Me certo troverai, qual si sia l’ora
Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
Erta la fronte, armato,
E renitente al fato,
La man che flagellando si colora
Nel mio sangue innocente
Non ricolmar di lode,
Non benedir, com’usa
Per antica viltà l’umana gente;
Ogni vana speranza onde consola
Se coi fanciulli il mondo,
Ogni conforto stolto
Gittar da me; null’altro in alcun tempo
Sperar, se non te sola;
Solo aspettar sereno
Quel dì ch’io pieghi addormentato il volto
Nel tuo virgineo seno.

 

Gerard DE NERVAL

Rainer Maria RILKE

Articolazione di Raffaele Raimondo

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