Browsing Month aprile, 2011

Storie del Tibet

aprile 27th, 2011 // 8:14 am @

(Aurora Boreale)

Mi Lihua scrive che il Tibet “abbonda di leggende come la sorgente abbonda di acqua”. “Se ti rivolgessi a un nativo per conoscere il nome di un lago o di una cima, egli ti racconterebbe probabilmente anche una leggenda sul quel luogo”.I tibetologi che hanno studiato la letteratura popolare e gli annali, di solito hanno attribuito i testi dei miti, le leggende e le saghe, o al genere della “storia” o a quello delle “fiabe”.

Shamballah
Esiste una leggenda tibetana che parla sempre di un regno
nascosto sotto l’Himalaya e che si riferisce a Shamballah.
Si racconta che questo regno si trova tra le otto catene
montuose dalle cime innevate, somiglianti agli otto petali del fiore di
loto. Al centro sorge una grande montagna a forma di piramide a
quattro lati, tale da assomigliare ad un Mandala tridimensionale. Sul
lato est della montagna si trova il “lago vicino”, mentre sul lato ovest
ci sono i due “laghi di loto”, colmi di vari gioielli e ciascuno largo circa
200 Km. A sud si trova un grande parco e un imponente palazzo in
cui risiedono i Re di Shamballah. Il palazzo reale è a base quadrata
con quattro porte nei quattro punti cardinali e misura nove piani.
Ogni Re di Shamballah governa per un secolo. I sudditi godono
di benessere e felicità e non sono soggetti a malattie.
La leggenda di Shamballah è stata diffusa in occidente dal
famoso tibetologo del XIX° secolo Alexandr Cosma de Koros.
In Oriente si sa che esistono due Shamballah: una terrena e una
invisibile. Si sono fatte molte congetture sulla localizzazione della
Shamballah terrena. Taluni indizi situano questo luogo nell’estremo
nord, spiegando che i raggi dell’aurora boreale sono quelli dell’invisibile
Shamballah.
Si comprende facilmente perché il Nord venga visto come sede
di quel luogo misterioso: infatti, l’antico nome di Sham-ballah è
Chang-Shambhala, che significa Shamballah del Nord.

Category : Pensieri Sparsi

“Gesù” poesia di Giovanni Pascoli

aprile 24th, 2011 // 2:29 pm @

 

GESU’

E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte,
il suo giorno non molto era lontano.
E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava al giorno di sua morte.
Egli si assise, all’ombra d’una mèta
di grano, e disse: Se non è chi celi
sotterra il seme, non sarà chi mieta.
Egli parlava di granai ne’ Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.
Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,
temo per l’inconsutile tua veste;
Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
-Il figlio – Giuda bisbigliò veloce-
d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra ‘piedi:
Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà.- Ma il Profeta, alzando gli occhi
-No-, mormorò con l’ombra nella voce,
e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.

Non è una delle poesie di Pascoli più conosciute ma in essa si può riconoscere la religiosità del poeta che immagina il Salvatore nei giorni che precedono la Sua morte.
Fa da sfondo alla poesia quel mondo contadino assai caro a Pascoli, lo stesso di tante poesie in cui, attraverso l’umanità del pensiero più che lo sguardo dell’uomo, il poeta riesce ad esprimere la gioia e il dolore.

All’inizio della poesia, come spesso accade nelle sue liriche, una congiunzione, quella “e” che sembra voler continuare un discorso interrotto. Poi il protagonista del canto: Gesù, un Gesù che “rivede” il Suo Giordano, che riporta i suoi passi laddove aveva ricevuto il battesimo da Giovanni. Quando ormai il “suo giorno” è vicino, Gesù ritorna dal lungo peregrinare per portare la parola del Padre Suo al popolo, fatto di mietitori e di donne che lo accolgono con quel saluto romano che riporta l’attenzione del lettore alla provincia dell’impero che nel suo governatore, Pilato, vedrà l’iniquo giudice.
Le campagne cui vien tolta la vita dai mietitori, l’ombra prodotta dalle pile di grano accatastate dai contadini porta il Messia ad una considerazione: se il seme non viene sotterrato da alcuno, nessun lavoro verrà concesso ai mietitori. Ma ci sono anche dei granai speciali, quelli che non necessitano del lavoro dell’uomo e che fanno dono di se stessi a chi li merita: sono i granai dei Cieli. Gesù ne parla ai bimbi che si affollano intorno a Lui; uno di essi, Cefa, gli si rivolge esprimendo il timore che la Sua “inconsutile” veste possa rovinarsi sedendosi sull’arida terra. Ma quella veste è speciale; quella tunica senza cuciture che assurge a simbolo dell’indivisibilità della Chiesa, non teme nulla. Altri i timori di Gesù. E quando il piccolo Giuda lo mette in guardia dal figlio di un ladro, quel Barabba che morirà sulla croce, Gesù lo rassicura: no, non morirà. Conosce il Suo destino, il figlio di Dio, già sa che il popolo sceglierà di liberare Barabba, pur di non concedergli la grazia. Sa che la Sua morte è necessaria, così come la sentenza che verrà dal popolo miscredente. Il profeta alza lo sguardo al cielo come a voler la conferma dal Padre, mentre la voce si fa incerta. L’espressione “l’ombra nella voce” rende così umano il timore di Gesù che ancora non è Dio e che, da uomo, prende in braccio il bimbo, quasi in un gesto di protezione. Il “giorno” è vicino ma non incombe ancora. Ora è la vita che prende il sopravvento: quella dei suoi piccoli “eredi” cui Gesù non avrà predicato invano.

BUONA PASQUA A TUTTI

Category : Poesia

Le perle del cuore…

aprile 22nd, 2011 // 9:56 am @

  

Se io potrò impedire ad un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano –
Se allevierò il dolore di una vita o allevierò una pena –
O aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido
Non avrò vissuto invano.

Category : Pensieri Sparsi

La sensibilità…

aprile 20th, 2011 // 12:08 pm @

La sensibilità, di norma, è la facoltà di percepire attraverso sensori (nel caso di esseri viventi, gli organi di senso) stimoli provenienti da fonti esterne.
• In filosofia la sensibilità è l’intensità e l’acutezza con cui un soggetto intuisce col pensiero qualcosa di esterno a lui.
• In psicologia, sensibilità si riferisce alla disposizione di condividere un’emozione provata da soggetti altri da sé.

Volendo utilizzare parole più sempici, possiamo dire che la sensibilità è saper fruire delle piccole cose, delle piccole gioie,  trasmettendone il segreto anche ad altri, addolcendone le asprezze e medicandone le ferite.

La persona dotata di sensibilità possiede una ricchezza in più, che le dona la facoltà di cogliere aspetti del reale che sfuggono alla visione altrui, alimentando così, incessantemente, la propria profonda umanità.

Ma, nel contempo, è indubbio che la persona sensibile soffre più delle altre, perché  è più vulnerabile e maggiormente esposta alla pena del coesistere con persone che posseggono una pelle più dura e non avvertono neppure alcuni sottili moti dell’animo umano. 

Le persone sensibili vedono, con  chiarezza, la grande distanza che separa il reale dall’ideale, distinguono con chiarezza  la linea immaginaria ed infinita dell’orizzonte, ma non la superano mai perchè sono molto attenti  a non urtare le altrui sensibilità.

Una persona sensibile, dunque, è quella che ha una predisposizione a sentire in modo particolarmente intenso emozioni, sentimenti ed affetto.

Non è, però, sempre facile convivere con la propria sensibilità perché l’intensità delle emozioni molte volte ci travolge amplificando la percezione della realtà e “regalandoci” sbalzi d’umore, a volte distruttivi.

Si, perché una parola pronunciata per caso, anche senza secondi fini, può scatenare una gioia infinita, ma anche riflessioni o reazioni incontrollabili. La stessa cosa vale per i gesti e gli atteggiamenti. Molte volte ci aspetteremmo un gesto preciso e questo non ci viene rivolto o magari un gesto inaspettato può darci la sensazione di toccare il cielo con dito.

Tutto dipende da noi, dall’intensità con la quale percepiamo la realtà che ci circonda.

Nella società odierna non è facile sopravvivere quando si è estremamente sensibili. Oggi ognuno pensa a sè stesso, alla propria vita e ai propri bisogni. Tutto il resto è necessario che rimanga fuori e che non interferisca con la quotidianità, che non la stravolga. Sembra quasi che la sensibilità sia diventata un difetto da correggere e che la superficialità abbia preso il sopravvento. Ma è davvero giusto così?

Io non sono per niente d’accordo sul fatto che la sensibilità sia un difetto, penso solo che la società di oggi voglia convincerci di questo, impedendoci di essere noi stessi.

Eppure basterebbe talmente poco! Non sono necessari gesti eclatanti, basterebbe guardare con più attenzione chi ci circonda e pensare un po’ di più.

Io sono convinta che la sensibilità sia dentro ad ognuno di noi, ma c’è chi preferisce nasconderla perché vuole proteggersi o perché ne ha paura.

 

 

Category : Pensieri Sparsi

“Questione di Pelle” di Trilussa

aprile 19th, 2011 // 6:36 am @

 

Questione di pelle

-Che cane buffo! E dove l’ hai trovato? –
Er vecchio me rispose: – é brutto assai,
ma nun me lascia mai: s’ é affezzionato.
L’ unica compagnia che m’ é rimasta,
fra tanti amichi, é ‘ sto lupetto nero:
nun é de razza, é vero,
ma m’ é fedele e basta.
Io nun faccio questioni de colore:
l’ azzioni bone e belle
vengheno su dar core
sotto qualunque pelle.

(Trilussa)

Category : Poesia

Buona Domenica delle Palme!

aprile 17th, 2011 // 3:46 pm @

Category : Pensieri Sparsi

Momenti…

aprile 16th, 2011 // 11:08 am @

Ci sono momenti meravigliosi, in cui mi sembra di sentire il mio cuore cantare allegramente. Mi guardo intorno e non c’è nulla di nuovo, la mia vita scorre come il giorno prima e come l’altro ancora ed ancora…ancora… Ma questo non importa, sorrido gioiosa: per qualche commento di un amico che non conosco neppure; per un complimento di qualche giovane ragazza, dalle cui parole noto stima e, soprattutto, affetto; per l’abbraccio di qualche amica che amo a cuore aperto; per la lettura di qualche poesia che mi entra nella mente e nell’anima.

Realizzo che in fondo basta veramente poco per essere FELICI!

Allora sorrido ancora e la mia giornata diventa piacevole, la mia vita ha un nuovo senso, si rigenera a nuove emozioni, ad una più viva VOGLIA DI VIVERE!

Category : Pensieri Sparsi

Na voce ‘a mmiez’ ‘e fronne

aprile 16th, 2011 // 7:52 am @

 Luca Postiglione, “Popolana”

 

Ah, Villa Majo!

Ccà ncoppa, a primma sera,

pare ca ‘o cielo me sta cchiù vicino!

Mo se mmesca all’addore ‘e primmavera

nu triemmolo luntano ‘e manduline;

mo se sente na voce ‘a mmiez’ ‘e fronne,

c’a poco a poco ‘e pene soie me canta.

Luca Postiglione, 1932

Category : Poesia

Incontro di Letteratitudini del mese di Aprile 2011

aprile 14th, 2011 // 8:36 pm @

Questa serata è stata nuovamente dedicata a Pier Paolo Pasolini, indubbiamente un uomo – poeta – scrittore – regista del quale non si può parlare in un unico incontro, anzi ci vorrebbero ore ed ore per riuscire a comprendere, almeno in parte, questo grandissimo personaggio.

In questo meeting  abbiamo sviluppato le tematiche riguardanti la sua infanzia e la sua fanciullezza trascorsa in Friuli.
Egli nasce a Bologna il 5 marzo 1922, primogenito di Carlo Alberto Pasolini, tenente di fanteria, e di Susanna Colussi, maestra elementare. Il padre, di vecchia famiglia ravennate di cui ha dissipato il patrimonio sposa Susanna nel dicembre del 1921 a Casarsa. I due sposi si trasferiscono in seguito a Bologna.
Sono nato in una famiglia tipicamente rappresentativa della società italiana: un vero prodotto dell’incrocio… Un prodotto dell’unità d’Italia. Mio padre discendeva da un’antica famiglia nobile della Romagna, mia madre, al contrario, viene da una famiglia di contadini friulani che si sono a poco a poco innalzati, col tempo, alla condizione piccolo-borghese. Dalla parte di mio nonno materno erano del ramo della distilleria. La madre di mia madre era piemontese, ciò non le impedì affatto di avere egualmente legami con la Sicilia e la regione di Roma”.
A Bologna la famiglia Pasolini resta poco: si trasferiscono a Parma, Conegliano, Belluno, Sacile, Idria, Cremona, ancora Bologna ed altre città del nord.
“Hanno fatto di me un nomade. Passavo da un accampamento all’altro, non avevo un focolare stabile”.
Nel 1925, a Belluno, nasce il secondogenito, Guido.
Visti i numerosi spostamenti, l’unico punto di riferimento della famiglia Pasolini rimane Casarsa.
Pier Paolo vive con la madre un rapporto di simbiosi, mentre si accentuano i contrasti col padre.
“Tutte le sere aspettavo con terrore l’ora della cena sapendo che sarebbero venute le scenate […] In me c’era una iniziale rimozione della madre che mi ha procurato una nevrosi infantile. Questa nevrosi mi aveva fatto diventare inquieto, di un’inquietudine che metteva in discussione in ogni momento il mio essere al mondo. […] Quando mia madre stava per partorire ho cominciato a soffrire di bruciori agli occhi. Mio padre mi immobilizzava sul tavolo della cucina, mi apriva l’occhio con le dita e mi versava dentro il collirio. E’ da quel momento simbolico che ho cominciato a non amare più mio padre.”

Riferendosi alla madre:
“Mi raccontava storie, favole, me le leggeva. Mia madre era come Socrate per me. Aveva e ha una visione del mondo certamente idealistica e idealizzata. Lei crede veramente nell’eroismo, nella carità, nella pietà, nella generosità. Io ho assorbito tutto questo in maniera quasi patologica”.
Con il fratello Guido vive un rapporto di amicizia. Il fratello minore vive in una sorta di venerazione per il maggiore: bravo nello studio e nei giochi con gli altri ragazzi. Questa ammirazione accompagnerà Guido fino al giorno della sua morte.
I primi anni di scuola sono compiuti tra innumerevoli trasferimenti che, comunque, non intaccano il rendimento scolastico di Pier Paolo. Frequenta la scuola elementare con un anno d’anticipo. Nel 1928 è l’esordio poetico: Pier Paolo annota su un quadernetto una serie di poesie accompagnate da disegni. Il quadernetto, a cui ne seguirono altri, andrà perduto nel periodo bellico.
Ottiene il passaggio dalle elementari al ginnasio che frequenta a Conegliano.
Di quegli anni il passo noto come Teta veleta, che Pasolini più tardi spiegherà in questo modo:
“Fu a Belluno, avevo poco più di tre anni. Dei ragazzi che giocavano nei giardini pubblici di fronte a casa mia, più di ogni altra cosa mi colpirono le gambe soprattutto nella parte convessa interna al ginocchio, dove piegandosi correndo si tendono i nervi con un gesto elegante e violento. Vedevo in quei nervi scattanti un simbolo della vita che dovevo ancora raggiungere: mi rappresentavano l’essere grande in quel gesto di giovanetto corrente. Ora so che era un sentimento acutamente sensuale.
Se lo riprovo sento con esattezza dentro le viscere l’intenerimento, l’accoratezza e la violenza del desiderio. Era il senso dell’irraggiungibile, del carnale – un senso per cui non è stato ancora inventato un nome. Io lo inventai allora e fu “teta veleta”. Già nel vedere quelle gambe piegate nella furia del gioco mi dissi che provavo “teta veleta”, qualcosa come un solletico, una seduzione, un’umiliazione”.

Lo stesso Pasolini preciserà:

“La mia infanzia finisce a 13 anni. Come tutti: tredici anni è la vecchiaia dell’infanzia, momento perciò di grande saggezza. Era un momento felice della mia vita. Ero stato il più bravo a scuola. Cominciava l’estate del ’34. Finiva un periodo della mia vita, concludevo un’esperienza ed ero pronto a cominciarne un’altra. Questi giorni che hanno preceduto l’estate del ’34 sono stati tra i giorni più belli e gloriosi della mia vita”.

Pier Paolo conclude gli studi liceali e a 17 anni si iscrive all’Università di Bologna, facoltà di lettere. Negli anni del liceo crea, insieme a Luciano Serra, Franco Farolfi, Ermes Parini (di cui Guido Pasolini prenderà a prestito il nome, Ermes, per la sua militanza partigiana nella Osoppo), Fabio Mauri, ad un gruppo letterario per la discussione di poesie. Collabora a “Il Setaccio”, il periodico della Gil bolognese. In questo periodo Pasolini scrive poesie in friulano e in italiano, che saranno raccolte in un primo volume, Poesie a Casarsa. Partecipa poi alla redazione di una rivista, “Stroligut”, con altri amici letterati friulani, con cui ha creato la Academiuta di lenga furlana. Il dialetto rappresenta una sorta di opposizione al potere fascista:
“Il fascismo non tollerava i dialetti, segni / dell’irrazionale unità di questo paese dove sono nato / inammisibili e spudorate realtà nel cuore dei nazionalisti /”
L’uso del dialetto rappresenta anche un tentativo di privare la Chiesa dell’egemonia culturale sulle masse sottosviluppate.
Mentre la sinistra predilige infatti, l’uso della lingua italiana, e se si eccettuano alcuni sporadici casi del giacobinismo, l’uso dialettale è stata una prerogativa clericale, Pasolini tenta appunto di portare anche a sinistra un approfondimento in senso dialettale della cultura.
Il ritorno a Casarsa rappresenta, negli anni dell’università, il ritorno ad un luogo felice per Pasolini. Scrive a Silvana Ottieri in una lettera dell’aprile 1947:
“Che si fosse di sabato Santo era un particolare che mi lasciava freddo. Tu avessi visto i colori dell’orizzonte e della campagna! Quando il treno si fermò a Sacile, in un silenzio fittissimo, da ultima Tule, ho sentito di nuovo le campane. Là, dietro alla stazione di Sacile si spiegava verso la campagna una strada che non so se ho percorso durante l’infanzia o se ho sognato…”

Mi piacerebbe continuare a raccontare l’avvincente storia di Pier Paolo Pasolini, ma sono certa che perderei l’attenzione di qualsiasi lettore, perché ritengo che ognuno debba predisporsi per proprio conto all’apprendimento di nozioni ed informazioni da qualsiasi parte provengano.

Ma permettetemi di segnalarvi questo passo tratto da: Matteo Cerami e Mario Sesti “La voce di Pasolini – i testi, Feltrinelli Real Cinema, 2006.

“Il capitalismo è oggi il protagonista di una grande rivoluzione interna: esso sta evolvendosi, rivoluzionariamente, in neocapitalismo. […] Davanti a questo neocapitalismo rivoluzionario, progressista e unificatore si prova un inaudito sentimento (senza precedenti) di unità del mondo.
Perchè tutto questo? Perché il neocapitalismo coincide insieme con la completa industrializzazione del mondo e con l’applicazione tecnologica della scienza. Tutto ciò è un prodotto della storia umana: di tutti gli uomini, non di questo o quel popolo. E infatti i nazionalismi tendono, in un prossimo futuro, a essere livellati da questo neocapitalismo naturalmente internazionale. Sicchè l’unità del mondo (ora appena intuibile) sarà un’unità effettiva di cultura, di forme sociali, di beni e di consumi.
Io spero naturalmente che, nella competizione che ho detto, non vinca il neocapitalismo: ma vincano i poveri. Perché io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere e il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli nitriti, tr i santi belati; che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda orma impressa dalle età artigianali, in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d’arte, e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi. (Non so quindi cosa farmene di un mondo unificato dal neocapitalismo, ossia da un internazionalismo creato, con la violenza, dalla necessità della produzione e del consumo).

A cura di Matilde Maisto

 

(Da sx Arkin Jafuri, Matilde Maisto, Felicetta Montella, Maisto Mena, Marinella Viola, Raffaele Raimondo, Laura Sciorio) 

 

 

Category : Letteratitudini

Romeo e Giulietta

aprile 13th, 2011 // 8:52 am @

 


                        

Correva a Verona l’anno trecento,

                         nemici castelli
battuti dal vento,
 
celavan le mura due fulgidi fiori:
splendor di fanciulla, viril giovanotto…
fu amore condito da aspri dolori.
 
Montecchi il casato, il nome: Romeo,
pel ferro nel cuore
divenne poi “reo”.
 
Messer Capuleti sorresse la culla
d’una rara bellezza:
Giulietta fanciulla!
 
Odio di stirpe, il peggiore dei mali,
furon da sempre
rissosi rivali.
 
Splendeva la luna, tonda nel cielo,
notturna la festa,
tutti col “velo”.
 
 
Figure danzanti, voltì mascherati,
la dolce Giulietta, padrona di casa,
scrutava curiosa gli “occhi bendati”.
 
Tocco di mano, la danza alternava
le coppie eleganti
e Giulietta guardava…
 
Guardava silente colui che danzando,
sfiorava la pelle…
un poco tremando.
 
Ardenti e gentili… parole improvvise,
come dardi infocati,
nell’orecchio le mise.
 
Il cuore impazzisce, quasi sobbalza,
il desiderio d’amor…
prepotente si alza.
 
Freme Giulietta, poi parla col cuore
“non mi baciare,
frena il tuo ardore.”
 
“Le tue parole son gocce d’amore,
ma, mia cara Giulietta,
dovrò darti un dolore.”
 
 
“Sono un Montecchi, son mascherato,
dalla tua stirpe…
nemico odiato”.
 
“Ne va della vita: ti devi salvare,
lasciami, adesso
tu devi scappare”.
 
Nascosto nel buio, un vile cugino
osserva la scena,
annebbiato dal vino.
 
L’ardito Montecchi lascia il castello
poi salta il muro
“un po’ da monello”;
 
Romeo s’avvicina con fare silente…
perché una vocina
nel buio si sente.
 
Suon di parole, sembrano canto
assai melodioso
e come d’incanto
 
scorge l’amata, la vista s’appanna,
è proprio Giulietta
e il cuore s’infiamma.
 
 
Chiedeva Giulietta alla pallida luna:
“io amo un Montecchi
non è forse sfortuna?”
 
“Dolce Giulietta, di parlarti io tento…
a te non rinuncio,
è un giuramento”.
 
“Se sol così mi puoi amare,
il nome son pronto
a rinnegare”.
 
Complice notte… morivan le ore,
trafitti i cuori,
nasceva l’amore.
 
Un bacio ardente fu sospirato suggello
per un domani
ancora più bello.
 
Giulietta sospira: “non scherzare col fuoco”
“non mi ingannare
non è questo un gioco”.
 
“Se tu per sempre mi vuoi amare
domattina alle nove io ti fò cercare”.
 
 
 
“Alla mia balia tu dovrai dare
chiare istruzioni
per poterci sposare”.
 
“Stanne sicura, or ti prenda Morfeo
del tuo ricordo
stanotte mi beo”.
 
Sorride l’alba al cuore contento,
corre il ragazzo
verso il convento.
 
Frate Lorenzo al giovane ansioso:
“Stai pur sereno…
domani vi sposo!”
 
Nove rintocchi nel radioso mattino
giunse la balia
e gli venne vicino.
 
“La mia padroncina, con un po’ di tormento,
vuol da Romeo
un appuntamento”.
 
“Gentile signora, ho molto da dire,
per ciò che le dico
non s’abbia a stupire”.
 
 
“Dentro il convento attende un buon frate,
aspetta Giulietta
alle cinque passate”.
 
“Con Frate Lorenzo ho fatto l’accordo,
alle preghiere
non è stato sordo”.
 
“Sicuro qual vento che carezza le foglie
la dolce Giulietta
sarà la mia moglie”.
 
S’invola la balia col viso raggiante,
giunge al castello,
un poco ansimante.
 
“Buone notizie, mia cara bambina,
sarai di Romeo
l’amata sposina”.
 
Lento e costante il cammin delle ore
pei due fanciulli
un gran batticuore.
 
È giunto infine l’atteso momento,
corre Giulietta
verso il convento.
 
 
Severo, ma dolce, Lorenzo il buon frate
grida ai fanciulli:
“Adesso che fate?”
 
Bocca su bocca, labbra incollate,
sospiri d’amore,
mani intrecciate.
 
“Uno per parte! Questa è una chiesa,
se vi baciate
io son parte lesa!”
 
Poi benedice, felice, i due sposi
“E che divider
nessuno mai osi!”
 
“Or che la gente a voi certo non bada,
tornate a casa
per la propria strada”.
 
“È solo per poco triste l’addio,
or siete sposati,
benedetti da Dio”.
 
Recando in cuore grande dolcezza,
tornava Romeo…
alla fortezza.
 
 
D’opposta fazion, incontro fatale
che cominciò
con l’insulto verbale.
 
C’era Tebaldo arrogante cugino,
della dolce Giulietta…
spiata al festino.
 
Montecchi Romeo gli parlò da fratello,
lui rifiutò…
lì voleva il duello.
 
Rissoso Tebaldo dalla pessima fama,
gli grida: “Vigliacco!”
e sguaina la lama.
 
Mercuzio interviene da vero amico
e lo difende
dal “ferro” nemico.
 
Sfregar di spade, la lama lucente,
già taglia l’aria,
parte un fendente.
 
Mercuzio cade, a morte ferito,
sangue sul petto,
è forte “l’invito”
 
 
al buon Romeo che ingaggia battaglia,
Tebaldo indietreggia,
la mano non sbaglia…
 
ferro mortale, diritto al cuore,
cade Tebaldo
e a terra muore.
 
Romeo non bramava questa tenzone
pianse Tebaldo…
con disperazione.
 
È confusione, la gente accorsa
allontana Romeo
che scappa di corsa.
 
Due morti, due schiere e tutti gli astanti
dal principe a corte
giunsero ansanti.
 
Urla, invettive… reciproche accuse…
nessuno poi volle
porgere scuse.
 
“Ancor di due vite spente l’essenza”
il principe emise
la cruda sentenza:
 
 
“Condono la morte a Montecchi Romeo”
che di atroce delitto
si rese reo,
 
“Ma lo condanno a lasciar la città
teatro di morte
e d’infamità”.
 
Mantova scelse pel triste esilio
e il padre perse…
l’unico figlio.
 
Avara la notte, anché di dolore,
per coronare
il sogno d’amore.
 
Il talamo accolse i giovani amanti,
febbre d’amor…
corpi ansimanti.
 
Dolci parole, un po’ sussurrate
cocenti i baci
sulle labbra agognate.
 
Condanna spietata… l’inceder del tempo
rende più triste…
il temuto momento.

Category : Poesia &Racconti/Romanzi