Browsing Month maggio, 2011

La solitudine

maggio 31st, 2011 // 8:29 am @

La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri. (Hermann Hesse)

Ma…a volte non basta più.

La solitudine ed il silenzio logorano anche i cuori più solitari di questo mondo..

ed allora….cosa fare?

Liberare le nostre emozioni, incertezze, paure, angosce… Liberarle con chi  è simile a noi stessi e ci potrà, quindi, comprendere senza giudicarci !
Questo ci aiuterà a vedere tutto con occhi diversi e ci potrà aiutare a liberare tutto il nero che ci circonda!

Chi meglio di un nostro simile ci può capire  e custodire tutto nel proprio cuore ?

Category : Pensieri Sparsi

Ave Maria – Schubert

maggio 30th, 2011 // 7:11 pm @

Category : Musica

“Uno, nessuno e centomila”

maggio 30th, 2011 // 5:20 pm @

Recensione
 

La realtà non è oggettiva, ma si perde in un vortice di relativismo. Pirandello tratta nel romanzo “Uno, nessuno e centomila” il tema della identità, del conflitto tra essere e apparire, della maschera sociale, della prigione delle convenzioni sociali in cui l’uomo è costretto a vivere.
Come un personaggio pirandelliano alcuni uomini politici prima o poi si accorgeranno che la realtà non è unica e la loro realtà non è l’unica realtà possibile.
Così si accorgeranno che la loro verità non è universale ma individuale e che in realtà sono costretti dentro una maschera con la quale ingannano anche loro stessi.
Non esiste però la sola realtà che l’io attribuisce a sé stesso, esistono anche le altre realtà che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione di realtà l’io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila» quindi «nessuno».
Il problema è che la presa di coscienza di non essere nessuno può avere effetti catastrofici. Nel romanzo di Pirandello il protagonista, Vitangelo Moscarda, inizia una serie di pazzie: sfratta un povero da una catapecchia che il padre gli aveva concesso gratuitamente; impone agli amministratori di liquidare la banca paterna; maltratta la moglie Dida (che pur ama) e la induce a lasciarlo; dona tutti i suoi averi per fondare un ospizio di mendicità, ed egli stesso vi viene ricoverato, vivendo insieme con tutti gli altri mendicanti, “vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno”, come scrive Pirandello. Se prima la consapevolezza di non essere «nessuno» gli dava un senso di orrore e di tremenda solitudine, ora accetta di buon grado l’alienazione completa da sé stesso, rifiuta ogni identità personale, arriva a rifiutare infatti il suo stesso nome, e si abbandona allo scorrere mutevole della vita, al divenire del mondo.
Il problema è che per compiersi questo processo si impongono dolori e sofferenze, sia a se stesso che agli altri. In passato c’è chi per questo ha portato l’Italia in una guerra devastante.
La consapevolezza del relativismo della realtà è l’essenza della democrazia. Non possiamo pensare democratici dei personaggi che vogliono imporre a tutti la loro realtà, disprezzando ogni interpretazione diversa dalla loro.

Romanzo: “Uno, nessuno e centomila”

Uno, nessuno e centomila è uno dei romanzi più famosi di Luigi Pirandello.
Iniziato già nel 1909, uscì solo nel 1926, prima sotto forma di romanzo a puntate edito in una rivista, la Fiera letteraria, e poi di volume. Quest’opera, l’ultima di Pirandello, riesce a sintetizzare il pensiero dell’autore nel modo più completo. L’autore stesso, in una lettera autobiografica, la definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Il protagonista Vitangelo Moscarda, infatti, può essere considerato come uno dei personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente quello con maggior autoconsapevolezza. Dal punto di vista formale, stilistico, si può notare la forte inclinazione al monologo del soggetto, che molto spesso si rivolge al lettore ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, il cui significato è senza dubbio di portata universale. A dispetto della sua lunga gestazione, l’opera non è né frammentaria né disorganizzata; al contrario, può essere considerata come l’apice della carriera dell’autore e della sua tensione narrativa.

Il protagonista di questa vicenda, Vitangelo Moscarda, è una persona ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita. Un giorno, tuttavia, in seguito all’osservazione da parte della moglie che il suo naso è leggermente storto, inizia ad avere una crisi di identità, a rendersi conto che le persone intorno a lui hanno un’immagine della sua persona completamente diversa dalla sua. Da quel momento l’obiettivo di Vitangelo sarà quello di scoprire chi è veramente lui. Decide quindi di cambiare vita (rinunciando ad essere un usuraio) anche a costo della propria rovina economica e contro il volere della moglie che nel frattempo è andata via di casa. In questo suo gesto c’è il desiderio di un’opera di carità ma anche quello di non essere considerato più dalla moglie come una marionetta. Anche Anna Rosa, un’amica di sua moglie che lui conosce poco, gli racconta di aver fatto di tutto per far intendere a sua moglie che Vitangelo non era lo sciocco che lei immaginava e che non c’era in lui il male.

Il protagonista arriverà alla follia in un ospizio, dove però si sentirà libero da ogni regola, in quanto le sue sensazioni lo porteranno a vedere il mondo con altri occhi. Vitangelo Moscarda conclude che, per uscire dalla prigione in cui la vita rinchiude, non basta cambiare nome: proprio perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Dunque, l’unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso.

Il titolo del romanzo è un’ottima chiave di lettura per comprenderlo fino in fondo, infatti quella di Vitangelo Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man mano formando: la consapevolezza che l’uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno, appunto) a concepire che egli è un nulla (Nessuno), attraverso la presa di coscienza dei diversi se stesso che via via diventa nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina. Vitangelo Moscarda è il “forestiere della vita”, colui che ha capito che le persone sono “schiave” degli altri e di se stesse. Egli vede gli altri vivere in questa trappola, ma neanche lui ne è completamente libero: il fatto che la gente l’abbia preso per pazzo è la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. È possibile solo farle impazzire.

La fine del romanzo è molto profonda, conclusione degna per un’opera di questa portata. Il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell’io, perché esso si dissolve completamente nella natura. Pieno di significati è il rifiuto del nome, che falsifica ed imprigiona la realtà in forme immutabili, quasi come un’epigrafe funeraria. Al contrario della vita, che è un divenire perenne, secondo la concezione vitalistica di Pirandello.

Iniziato già nel 1909, uscì solo nel 1926, prima sotto forma di romanzo a puntate edito in una rivista, la Fiera letteraria, e poi di volume. Quest’opera, l’ultima di Pirandello, riesce a sintetizzare il pensiero dell’autore nel modo più completo. L’autore stesso, in una lettera autobiografica, la definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. Il protagonista Vitangelo Moscarda, infatti, può essere considerato come uno dei personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente quello con maggior autoconsapevolezza. Dal punto di vista formale, stilistico, si può notare la forte inclinazione al monologo del soggetto, che molto spesso si rivolge al lettore ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, il cui significato è senza dubbio di portata universale. A dispetto della sua lunga gestazione, l’opera non è né frammentaria né disorganizzata; al contrario, può essere considerata come l’apice della carriera dell’autore e della sua tensione narrativa.

Il protagonista di questa vicenda, Vitangelo Moscarda, è una persona ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita. Un giorno, tuttavia, in seguito all’osservazione da parte della moglie che il suo naso è leggermente storto, inizia ad avere una crisi di identità, a rendersi conto che le persone intorno a lui hanno un’immagine della sua persona completamente diversa dalla sua. Da quel momento l’obiettivo di Vitangelo sarà quello di scoprire chi è veramente lui. Decide quindi di cambiare vita (rinunciando ad essere un usuraio) anche a costo della propria rovina economica e contro il volere della moglie che nel frattempo è andata via di casa. In questo suo gesto c’è il desiderio di un’opera di carità ma anche quello di non essere considerato più dalla moglie come una marionetta. Anche Anna Rosa, un’amica di sua moglie che lui conosce poco, gli racconta di aver fatto di tutto per far intendere a sua moglie che Vitangelo non era lo sciocco che lei immaginava e che non c’era in lui il male.

Il protagonista arriverà alla follia in un ospizio, dove però si sentirà libero da ogni regola, in quanto le sue sensazioni lo porteranno a vedere il mondo con altri occhi. Vitangelo Moscarda conclude che, per uscire dalla prigione in cui la vita rinchiude, non basta cambiare nome: proprio perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Dunque, l’unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso.

Il titolo del romanzo è un’ottima chiave di lettura per comprenderlo fino in fondo, infatti quella di Vitangelo Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man mano formando: la consapevolezza che l’uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno, appunto) a concepire che egli è un nulla (Nessuno), attraverso la presa di coscienza dei diversi se stesso che via via diventa nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell’infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina. Vitangelo Moscarda è il “forestiere della vita”, colui che ha capito che le persone sono “schiave” degli altri e di se stesse. Egli vede gli altri vivere in questa trappola, ma neanche lui ne è completamente libero: il fatto che la gente l’abbia preso per pazzo è la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. È possibile solo farle impazzire.

La fine del romanzo è molto profonda, conclusione degna per un’opera di questa portata. Il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell’io, perché esso si dissolve completamente nella natura. Pieno di significati è il rifiuto del nome, che falsifica ed imprigiona la realtà in forme immutabili, quasi come un’epigrafe funeraria. Al contrario della vita, che è un divenire perenne, secondo la concezione vitalistica di Pirandello.

Alla base del pensiero pirandelliano c’è una concezione vitalistica della realtà: la realtà tutta è vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro.
Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si rapprende, si irrigidisce, comincia secondo Pirandello a morire. Così avviene per l’uomo: si distacca dall’universale assumendo una forma individuale entro cui si costringe, una maschera (“persona”) con la quale si presenta a sé stesso. Non esiste però la sola forma che l’io dà a sé stesso; nella società esistono anche le forme che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione l’io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila», quindi «nessuno».

È proprio dalla disgregazione dell’io individuale che partono in quest’opera le vicende del protagonista: quando la moglie, per un semplice gioco, gli farà notare alcuni suoi difetti fisici che lui non aveva mai notato, primo fra tutti una leggera pendenza del naso, Vitangelo si renderà conto come l’immagine che aveva sempre avuto di sé non corrispondesse in realtà a quella che gli altri avevano di lui e cercherà in ogni modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io. Da tale sforzo verso un obiettivo irraggiungibile nascerà la sua follia. La follia è infatti in Pirandello lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale, l’arma che fa esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all’assurdo e rivelandone l’incoscienza.

Inizia così la serie delle pazzie di Moscarda: prima sfratta un povero squilibrato, Marco di Dio, dalla catapecchia che persino il padre usuraio, per pietà, gli aveva concesso gratuitamente, e in tal modo suscita l’esecrazione di tutta la città. Poi, con un improvviso colpo di scena, rivela alla folla indignata, accorsa per assistere allo sfratto, di aver donato un’altra casa migliore a di Dio. In seguito impone agli amministratori di liquidare la banca paterna, maltratta la moglie Dida (che pur ama) e la induce a lasciarlo. A questo punto i due amministratori, la moglie e il suocero congiurano per farlo interdire. Viene informato della macchinazione da Anna Rosa, un’amica di Dida, ed egli, rivelandole le proprie considerazioni sull’inconsistenza della persona, sulle forme che gli altri ci impongono, l’affascina, ma fa anche saltare il suo equilibrio psichico, e la donna, con gesto improvviso e inspiegabile, gli spara, ferendolo gravemente. Ne nasce uno scandalo enorme: tutta la città è convinta che tra lui e Anna Rosa ci sia una relazione colpevole. A Moscarda, consigliato da un sacerdote, non resta che riconoscere tutte le colpe attribuitegli e dimostrare un eroico ravvedimento. Dona tutti i suoi averi per fondare un ospizio di mendicità, ed egli stesso vi viene ricoverato, vivendo insieme con tutti gli altri mendicanti, “vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno”, come scrive Pirandello.

È il fallimento del tentativo del Moscarda che cerca l’evasione attraverso la follia: nel tentativo di sfuggire alle tante forme impostegli dalla società finirà per dover accettare una nuova, ennesima maschera, quella dell’adultero, e scontare per essa una pesante e immeritata pena. Ma in questa sconfitta trova una sorta di vittoria, una cura alle angosce che lo perseguitavano. Se prima la consapevolezza di non essere «nessuno» gli dava un senso di orrore e di tremenda solitudine, ora accetta di buon grado l’alienazione completa da sé stesso, rifiuta ogni identità personale, arriva a rifiutare infatti il suo stesso nome, e si abbandona allo scorrere mutevole della vita, al divenire del mondo, «morendo» e «rinascendo» subito dopo, in ogni attimo, sempre nuovo e senza ricordi, senza la costrizione di alcuna maschera autoimposta, ma identificandosi in ogni cosa, in una totale estraniazione dalla società e dalle forme coatte che essa impone.

Category : Racconti/Romanzi

Magnifacat

maggio 30th, 2011 // 9:05 am @

Category : Musica

Charles Bukowski: “La tua vita è la tua vita”

maggio 27th, 2011 // 8:49 am @

 

 
LA TUA VITA E’ LA TUA VITA

 

La tua vita è la tua vita.
Non lasciare che le batoste la sbattano
nella cantina dell’arrendevolezza.
Stai in guardia.
Ci sono delle uscite.
Da qualche parte c’è luce.
Forse non sarà una gran luce ma
la vince sulle tenebre.
Stai in guardia.
Gli Dei ti offriranno delle occasioni.
Riconoscile, afferrale.
Non puoi sconfiggere la morte ma
puoi sconfiggere la morte
in vita,
qualche volta.
E più impari a farlo
di frequente,
più luce ci
sarà.
La tua vita è la tua vita.
Sappilo finché
ce l’hai.
Tu sei meraviglioso
gli Dei aspettano di compiacersi in te.

Category : Poesia

Un pittore che amo intensamente…Claude Monet

maggio 26th, 2011 // 8:25 pm @

Monet è il mio pittore preferito  i suoi dipinti hanno il gusto del colore, guardare un suo quadro mi da una sensazione di  serenità e di armonia che pochi  riescono a  dare,

questo è il quadro che in assoluto mi  piace di più (Vela sulla Senna ad Argenteuil) i colori tenui del cielo e del mare e allo stesso tempo decisi e forti lo rendono unico per me.

Amo la pittura, anche se non sono un’esperta, ma un quadro deve trasmettermi qualcosa e Monet riesce a trasmettere sentimenti ed emozioni infinite.

Claude Monet
Impression,
soleil levant
(Impressione,
sorgere del sole)

1873
Musée Marmottan Monet
Parigi

Claude Monet
Les Tuileries
1876
Musée Marmottan Monet
Parigi

Claude Monet
Le pont de l’Europe,
gare Saint-Lazare
(Ponte d’Europa,
Stazione Saint-Lazare)

1877
Musée Marmottan Monet
Parigi

Vita, opere, dipinti

La trattazione delle opere e dipinti di Claude Monet deve essere condotta facendo riferimento alla sua vita in modo da cogliere l’evoluzione di Monet nella produzione delle opere.
Claude Monet nacque a Parigi nel 1840 e morì a Giverny nel 1926. Dopo la fanciullezza, che trascorve a Le Havre, Claude Monet a quindici anni comincia a disegnare, a matita e carboncino, caricature di personaggi in vista. Monet si trasferì poi a Parigi, frequentando la “Academìe Suisse” e venendo in contatto con la pittura di Delacroix, Daubigny e Corot. Monet si lega con Bazille con il quale affitta un atelier dove elabora alcune celebri tele. Al “Salon des réfusés” le sue opere “La foce della Senna a Honfleur” e “Punta di Cap de Héve con la bassa marea”, ebbero una critica molto favorevole che permise a Monet di proseguire l’attività con il dipinto “Colazione sull’erba”. Nel 1861, Claude Monet sostenne il servizio militare in Algeria e maturò l’idea impressionista. Al rientro a Parigi Claude Monet frequentò lo studio di Gleyre dove conobbe Renoir, Bazille e Sisley coi quali nel 1863 e 1864 trascorse brevi soggiorni a Chailly. Nei dipinti di Claude Monet di questi anni si rilevano anche gli influssi di Courbet. Nel 1866 Monet dipinse “Donne in giardino” nel Musée d’Orsay di Parigi, tappa fondamentale nelle ricerche impressioniste. Da questa fase Monet iniziò ad identificare pittura e natura al fine di cogliere attimo per attimo le variazioni di forme e colori percepiti dall’occhio. Nel 1869 Monet realizza “Le Grenouillére” vivendo a Bougival con Renoir e dedicandosi esclusivamente al paesaggio e allo studio dei riflessi della luce sull’acqua. Dal 1870 Monet si trasferisce ad Argenteuil ed esegue delle opere celebri quali “La colazione in giardino” del 1872, “I papaveri” del 1873, “Il ponte di Argenteuil” del 1874 tutti a Parigi nel musée d’Orsay e “Impression, soleil levant” del 1872 nel Musée Marmottan di Parigi.

Fra le opere e dipinti di Monet merita un commento a parte IMPRESSIONE AL TRAMONTARE DEL SOLE.

IMPRESSIONE AL TRAMONTARE DEL SOLE Monet

 Con Monet e l’Impressionismo in genere si affermano nuove soluzioni cromatiche, come l’adozione di pennellate brevi e sciolte. Monet esalta il suo interesse per la luce lavorando “en plein air”, direttamente “sur le motif”. Dipingeva sulle spiagge della Normandia e sulle rive della Senna, dove la luce non è univoca come negli atelier e cambia più volte la sua intensità e la sua posizione. In questa tela si ritrovano le caratteristiche salienti della pittura impressionista. Il soggetto del quadro venne dipinto da Monet sul porto di Le Havre e viene affrontato lo stesso tema con diversi giochi di acqua e luce relativi alle diverse parti del giorno: l’alba e il tramonto. Infatti gli oggetti cambiano colore continuamente per effetto dei riflessi della luce e vengono deformati dallo specchio dell’acqua.

I papaveri è un dipinto ad olio su tela di cm 50 x 65, realizzato nel 1873 dal pittore francese Claude Monet ed é conservato al Musée d’Orsay di Parigi.
Monet dipinse molti quadri in questo periodo, aventi per soggetto il tema del riposo e della passeggiata; in questo caso la donna in primo piano è la moglie di Monet, Camille e il bambino è il figlio Jean.

 

Claude Monet. I Papaveri Museo d’Orsay Parigi
Monet diluisce i contorni e costruisce una ritmica colorata a partire dall’evocazione dei papaveri, attraverso pennellate il cui enorme formato, in primo piano, mostra la rilevanza che Monet concede all’impressione visiva. In questo modo, viene compiuto un primo passo verso l’astrazione. Dal verde indistinto del campo Monet fa emergere delle brillanti picchiettature di rosso, interpretate subito dai nostri occhi come papaveri, che conferiscono al paesaggio una nota di vivacità e di colore, ravvivando l’atmosfera di serenità e freschezza.
Di fronte a i Papaveri di Monet lo spettatore è subito colpito dalla freschezza dei colori, dallo sfavillio rosso del prato fiorito, dal movimento ondulato dell’erba, sfiorata dal vento leggero e dalla luce estiva, che dissolve nell’atmosfera gli oggetti più concreti, sfumando i loro contorni, come quelli della casa, che si confondono con il verde degli alberi e con il bianco delle nuvole.
Il tema dei papaveri è abbastanza ricorrente nella pittura di Monet ed evoca quello più generale dei fiori e dei giardini. Su questi si ritrovano numerose interpretazioni in tutta la produzione del pittore fino al grande ciclo delle Ninfee di Giverny. Ma mentre le Ninfee di Monet rappresentano un oggetto di studio fine a se stesso, senza elementi umani, nel dipintoi Papaveri viene rappresentata la vita umana: una vita serena che parte dalla famiglia ed arriva alla famiglia, una vita però non priva di emozioni, perché mossa dal vento e ravvivata dal rosso dei papaveri. I papaveri non sono solo un elemento tecnico pittorico di “inquadramento” della scena, ma sono anche una strada, che accompagna Monet e la sua famiglia in una passeggiata nella vita, tra un vento leggero, che le dà movimento, senza sconvolgerla: un percorso sereno, ravvivato dal rosso dei papaveri, che suscita sentimenti, se non di passione, certamente di calore e di amore. Si tratta di un momento della vita di Monet serena e piena di emozione, all’aria aperta, di cui sono testimonianza numerosi dipinti aventi come tema la passeggiata. Un momento fissato e fermato nel tempo dai Papaveri meglio che in ogni altro dipinto.
Nonostante che il tema dei papaveri sia ricorrente nella pittura di Monet, a differenza della Cattedrale di Rouen e delle Ninfee, dove l’oggetto è disumanamente ossessivo, qui c’è tutta l’umanità di Monet, nella misura in cui i papaveri sono l’elemento che ravviva i momenti della vita del pittore e della sua famiglia. Là non ci sono figure umane, qui invece le figure umane hanno una storia, costituiscono l’inizio e la fine del percorso segnato materialmente ed emotivamente dai papaveri, che l’elemento centrale unificatore che ravviva e dà colore alla loro vita. La centralità dei papaveri si traduce nell’esclusività del titolo; i (si noti l’articolo determinato) Papaveri sono quasi un’idea, un’astrazione ma nello stesso tempo sono concreti, vivi , gravidi di emozioni: un uni-versale concreto. In altre situazioni, per es. Campo di Papaveri a Vetheuil, , il campo di Papaveri si divide con il paesaggio titolo ed emozioni. Nel campo di papaveri a Vetheuil infatti il dipinto sembra quasi diviso a metà : in una parte domina il campo di papaveri nell’altra domina il villaggio di Vetheuil.

 

 

Il giardino di Monet a Giverny

Il prato di Monet – «Dans la prairie» (nel prato), capolavoro di Claude Monet, è stato venduto all’asta da Christie’s a Londra per 11,4 milioni di sterline, pari a 12,4 milioni di euro. Se l’è aggiudicato un anonimo collezionista. Nel dipinto a olio, del 1876, è ritratta la moglie del pittore francese, Camille. Fu mostrato al pubblico per la prima volta alla terza esposizione impressionista di Parigi del 1877 ed è considerato un’opera di culto di quel periodo artistico (Afp)

Ninfee , 1907 cm 200 x 215 Zurigo collezione privata

ARTISTA SUBLIME…!!!

NON SMETTEREI MAI DI AMMIRARE LE SUE OPERE!

Category : Arte

“La rosa e la spiga”

maggio 24th, 2011 // 6:51 pm @

 

Non più fiori

per il tuo amore,

solo il mio corpo.

Nuda è la voce

contro le armi,

viva una idea

sopra i cannoni.

Canta il mio sogno

se vedi una rosa.

Libero, spargo

il sangue alla terra.

Nostro figlio,

da essa,

avrà la sua spiga.

 

(Eventounico)

Category : Poesia

Cenerentola di strada (remake buffo)

maggio 23rd, 2011 // 5:20 pm @

Se riuscirò a spolpare
un emisfero
della mia zucca sàtura di semi di follìa
ne farò degno cocchio
per condurti al gran ballo
delle principesse facili da cavalcavia.
Indosserò mantello calzamaglia e spada
da nobile rampollo decadùto sulla strada,
ti agghinderò con scarti di reàme
per essere annoverato tra gli avari,
adornerò il tuo capo
con corone di paglia e fieno
soffice giaciglio dei somari.
Danzeremo a ritmo di salsa
nella balera degli strusci,
ti sfiorerò labbra e seno
con un desiderio nuovo
che ancora non conosci.
E quando scoccherà la mezzanotte
ruzzolerai giù per lo steccato
perdendo la scarpina olivastra
di vetro riciclato.
Ti cercherò per rocche e contrade

di tutta la Marca
fino a che non lancerò i miei strali
per aver trovato i tuoi piedini digiùni
di acqua borotalco e sali,
e sulla mia epigrafe scriveranno:
“Sangue blu e argùto dicitore
stramazzato a terra
per asfissìa d’amore”.

(Antonello Ostrogoto)

Category : Poesia

La magia del pianoforte

maggio 17th, 2011 // 1:10 pm @

 
 
La magia del pianoforte, una mia grande passione
 
 
 
 
 

Category : Musica

Sant’Agostino “Confessioni”

maggio 17th, 2011 // 10:45 am @

Con le “Confessioni” scritte quando era già vescovo di Ippona, Agostino volle compiere in primo luogo un atto di umiltà, mettendo a nudo le debolezze, le cadute e i vizi dei suoi trascorsi di peccatore, affinchè il gregge dei fedeli non eccedesse in ammirazione per la sua persona, ma ne attribuisse tutte le virtù e i meriti attuali all’azione salvifica della Grazia divina.
Le “Confessioni”, tuttavia, vanno molto al di là dello scopo contingente che Agostino si proponeva, e quest’opera sublime travalica il tempo in cui fu scritta per proporsi oggi come il fondamento della spiritualità occidentale.

Capitolo II

….Una cosa sola mi piaceva: amare ed essere amato. Ma non ne mantenevo la misura, il luminoso limite dell’amicizia, da anima ad anima: invece dalla fangosa concupiscenza della carne e dei gorghi della pubertà esalavano nebbie che oscuravano e offuscavano il mio cuore. Così non riuscivo a distinguere la serenità dell’affetto dalle tenebrosità della libidine. Questo e quello ardevano in un’unica fiamma e trascinavano la mia fragile età giù per i sentieri scoscesi della passione, la sprofondavano nei gorghi del vizio. La tua collera si era addensata su me e io non lo sapevo. Reso sordo dal rumore stridente delle catene della mia mortalità, con cui era punita la superbia dell’anima mia, mi allontanavo sempre più da te, e tu lo permettevi; mi agitavo, mi disperdevo, mi struggevo, smaniavo nelle mie fornicazioni, e tu tacevi! O gioia mia tardiva! Tu tacevi allora, e io mi allontanavo sempre più da te, verso sempre più numerose e sterili fonti di dolori, in superba abiezione, in inquieta stanchezza……

 

 

Category : Racconti/Romanzi