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Melanconia di Giorgio Medda

agosto 27th, 2011 // 7:59 pm @

 

Melanconia
Sul greto del fiume primitivo
ti aggiri vestita di cielo

sei nuda alla vista
greve e irosa del tempo memore
sei nuvola dapprima
lieve,
poi gravida di lacrime e rimpianto,
spranghe di vetro
imprigionano l’anima,
cadendo dal sole,
rinnegando ogni bacio,

lasciando al silenzio,
il fragore muto del rimorso,
come un tamburo
lontano,
che canta sulla finestra
la sua nenia triste
che scivola sulle
gote salate di marmo
lentamente,
fino al suo ultimo approdo,
una selva
di pietra dura,
crudele lastrico di mille dolorosi passi,
fitte lame di
desiderio,
che vorrebbero rivedere il mare.

Category : Poesia

“America e Sardigna” di Grazia Deledda

agosto 24th, 2011 // 7:46 pm @

(Nuraghe)

America e Sardigna

– O limbazu chi ammentas su romanu
durche faeddu de sa patria mea,
tristu comente cantu ‘e filumena
chi in sas rosas si dormit a manzanu,
– cola su mare, e cando in sa fiorida
America nche ses a tottus nara
chi s’isula ‘e Sardigna isettat galu
de esser iscoperta e connoschida…

 

– O linguaggio che ricordi il romano,

dolce favella de la patria mia,

triste come canto di filomena

che fra le rose si addormenta in sul mattino,

– varca il mare, e quando ne la fiorita America sei,

di’ a tutti che l’isola di Sardegna

aspetta ancora di essere scoperta e conosciuta.

GRAZIA DELEDDA

 

Category : Poesia

Di Grazia Deledda: “Il cedro del libano”

agosto 24th, 2011 // 7:38 pm @

E’ una pianta che dura migliaia di anni.
Anzi è precisamente al suo centesimo anno di età che fiorisce per la prima volta.
lo non conosco questo fiore: non ne ho mai visti: ma deve essere bello e grande come una bandiera azzurra.
Dicono che sulle colline di Gerusalemme, ancora esiste un cedro sotto il quale andava Gesù coi suoi discepoli, nelle notti lunari di estate.
Sempre vibrante della vita degli uccelli, ha, con essi, una voce in coro.
Il fruscio dei suoi rami, e un mormorio che freme anche quando non c’è vento,  la sua presenza è come il respiro di un essere vivente.
La pioggia dei suoi aghi secchi, della stagione propizia, è diversa dalla caduta delle altre foglie: non ha nulla di triste, e riveste la terra, intorno, con un’ombra violacea, vellutata.
E il suo lottare col vento, nelle giornate di tramontana, ha l’agilità e la sana letizia dei fanciulli che giocano con la neve o dei giovinetti che s’ubriacano di moto sulle cime alpine.
E se romba il libeccio, l’albero intona una sinfonia accorata; racconta le leggende della foresta.

Category : Racconti/Romanzi

E’ Ferragosto

agosto 15th, 2011 // 6:46 pm @

 

Bum bum
fuochi s’alzano luminosi
zampille accecanti
di colpo si aprono
ricadono
svanendo in mille colori
grida eccitate di bimbi
occhi puntati verso il cielo

è ferragosto

bum bum
un boato lacera l’aria
di colpo tutto s’innalza
in un feroce bagliore
brandelli si spargono
la terra si tinge di rosso
bambini gridano
occhi fissano il cielo
immobili per sempre

è ferragosto.

Category : Poesia

“Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh

agosto 11th, 2011 // 11:29 am @

 

• Titolo: Il linguaggio segreto dei fiori
• Autore: Vanessa Diffenbaugh
• Editore: Garzanti

“Non mi fido, come la lavanda,
Mi difendo, come il rododendro
Sono sola, come la rosa bianca, e ho paura. E quando ho paura, lascio che la mia voce siano i fiori” (da Il linguaggio segreto dei fiori, di  Vanessa Diffenbaugh, ed. Garzanti)

Nell’era del postmodernismo dove tutto è merce, la sensazione che spesso anche i libri siano soggetti più a leggi di mercato che ad arricchire un bagaglio personale o a lavorare su una storia è forte. Allora ecco che il genere pesa più che l’autore (trame sempre uguali che si susseguono in contesti diversi, facili da consumare, veloci da digerire) , il colpo di scena a tavolino vale più che la storia.
Ma, come nel caso de “Il linguaggio segreto dei fiori”, di Vanessa Diffenbaugh, a volte si hanno piacevoli sorprese. Il nuovo romanzo della Diffenbaugh si è candidato ad essere  un libro rivelazione.  Il volume uscito il 5 maggio edito da Garzanti , sorprende piacevolmente.
Personalmente. mi ha sorpresa perché un titolo così dolce nasconde una storia molto amara. Dura e allo stesso tempo romantica. Mi ha sorpresa perché, voltata la copertina floreale (ce ne sono di quattro tipi, a seconda del “mood floreale del lettore, io personalmente ho scelto Rosa rosa, che significa grazia ed eleganza).
Il romanzo si apre con inaspettata durezza, la protagonista, Victoria, è una “ragazza interrotta”: non sa cosa siano una famiglia, l’affetto, perché è vissuta dentro e fuori famiglie adottive e case di accoglienza, tra maltrattamenti e bullismo, fino all’incontro drammatico con una donna, Elizabeth, che le insegnerà  il linguaggio dei fiori.
E per Victoria, che ha paura del contatto fisico, delle parole, di amare e lasciarsi amare, il linguaggio segreto dei fiori diventa la sua voce. C’è solo un posto in cui tutte le sue paure sfumano nel silenzio e nella pace: è il suo giardino segreto nel parco pubblico di Portero Hill, a San Francisco, dove per un periodo vive da senza tetto. I fiori, che ha piantato lei stessa in questo angolo sconosciuto della città, sono la sua casa. Il suo rifugio. Attraverso il loro linguaggio Victoria comunica le sue emozioni più profonde. E attraverso questo “codice” .
Una storia di fragilità e durezza: fragile lei e le corolle colorate che cresce e accudisce, dure le sue vicende e le persone che incontrerà durante il cammino. A loro volta, dure e fragili. In questo bel romanzo dolceamaro, la difficoltà di comunicare tra le persone è uno dei sottili fili conduttori che accompagnano la trama e le vicende dei protagonisti.  Incapacità di comunicare, falsità nella comunicazione, ipocrisia, isolamento: “Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh è un bel viaggio nelle solitudini personali e nel percorso delicato e sospeso che si percorre per uscirne.
Altro tema, non meno importante e non meno presente nel romanzo è  la differenza tra quello che siamo e quello che di noi vedono gli altri. Soprattutto nell’infanzia,  la visione che hanno gli altri di noi fino a che punto può essere condizionante?  Ne “il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh,  tra flashback e incroci di ricordi, Victoria viene plasmata  da osservatori esterni, che le fanno credere di essere ciò che non è, che le inculcano una errata percezione di sé. E quando ormai sei convinta di non valere niente e di non essere nessuno, è difficile risalire la china. E arriviamo a un altro tema cardine del romanzo: la volontà e il suo rapporto con l’amore. Quando Victoria può dedicarsi alla sua unica vera passione, la cura dei fiori, lavorando come fioraia, trasformerà la sua vita.
“Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh, porta il lettore attraverso un percorso che segue due binari: l’evoluzione di Victoria da maggiorenne in avanti e un percorso a ritroso nel suo passato verso un trauma che l’ha segnata per sempre.
A interagire con lei, una serie di personaggi e camei ben tratteggiati e ricchi di significato e poesia nonostante brevi comparsate.

Category : Racconti/Romanzi

Emozioni….Tra il nulla e l’infinito

agosto 5th, 2011 // 10:45 am @

– “Tra il nulla e l’infinito” –

Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla
-G.Ungaretti-

Category : Pensieri Sparsi &Poesia

“L’infinito” di Giacomo Leopardi

agosto 5th, 2011 // 10:36 am @

 

L’infinito 

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, 
e questa siepe, che da tanta parte 
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. 
Ma sedendo e mirando, interminati 
spazi di là da quella, e sovrumani  
silenzi, e profondissima quiete 
io nel pensier mi fingo; ove per poco 
il cor non si spaura. E come il vento 
odo stormir tra queste piante, io quello 
infinito silenzio a questa voce  
vo comparando: e mi sovvien l’eterno, 
e le morte stagioni, e la presente 
e viva, e il suon di lei. Così tra questa 
immensità s’annega il pensier mio: 
e il naufragar m’è dolce in questo mare.  

 

(Giacomo Leopardi 19° secolo)

Category : Poesia

“Mare” di Cristina Bove

agosto 4th, 2011 // 7:12 pm @

Mare

da me
di rive mie sommerse mare
d’ e state ancora
i fiordi esposti a eventi
cullare le paure i sogni neri
le malattie da scogli
 
mare che amare è meno
d’ammarare
o rimirare o
sventagliata di sole e di cobalto
mare alto
sei mio per questa estate
e mio per sempre
 
tu le cineserie travolgi svolgi
ciottoli piatti
verdi come i miei occhi mare
adulto
mare d’abbagli e pose
di reticenze e chiose
anche di rose
 
il mio deserto vero sei
mio mare

 

 

Category : Poesia

“La strada che va in città” di Natalia Ginzburg

agosto 4th, 2011 // 4:01 pm @

 L’appuntamento domenicale con il Sole 24 Ore e la sua collana dei Racconti d’autore,  ci presenta questa settimana una delle più importanti novelle dell’allora ancora giovane Natalia Ginzburg, scrittrice italiana fra le più celebri del Novecento. Pubblicato sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, a causa delle leggi razziali, La strada che va in città è il racconto di una giovanissima ragazza che sceglie di dare una svolta alla sua vita attraverso un matrimonio di interesse, la cosiddetta “strada che va in città”.

L’autrice
 
Natalia Ginzburg (Levi) nasce a Palermo nel 1916 da padre ebreo e antifascista e madre milanese. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Torino in uno stato di emarginazione, a cui trova conforto nella scrittura. Nel 1933 pubblica sulla rivista Solaria il suo primo racconto “I bambini”, e nel 1938 sposa Leone Ginzburg, col cui cognome firmerà tutte le opere successive, e dal quale avrà tre figli. Pubblica le prime opere come La strada che va in città e E’ stato così, a cui segue una prolifica produzione letteraria, anche in campo teatrale con le commedie Ti ho sposato per allegria e Paese di mare. Di rilevanza è anche il suo impegno politico, in sintonia con i maggiori intellettuali italiani militanti, orientati verso posizione politiche di sinistra. Sarà eletta anche al Parlamento nelle liste del Partito comunista italiano.

 

La strada che va in città
Dalia, la disgraziata protagonista, vive in piccolo paesino di campagna, con una madre che non sopporta – sentimento ricambiato, e i suoi fratelli. La sua vita però è divisa tra il piccolo paese, che vuole lasciare, e la città, fonte sempre rinnovata della sua gioia e delle sue speranze. E’ lì che trascorre intere giornate con i fratelli e con le amiche. E’ lì che vive la sorella maggiore Azalea, sposata col suo ricco marito, che le permette di vivere tra agi e lussi, e indossare quella pelliccia di coniglio e quei guanti bianchi che Dalia invidia tanto.
E mi misi a pensare a certi guanti che mi sarei comprata dopo l’ospedale, di pelle bianca con le cuciture nere, come aveva Azalea, e poi tutti i vestiti e i cappelli che volevo farmi, per essere elegante e far dispetto a mia suocera, che avrebbe detto che sciupavo i denari.
 
Azalea diventa un punto di riferimento per la ragazza, che non perde l’occasione di andarle a far visita nella sua bella casa, animata dai suoi bambini e dalla serva Ottavia che si prende cura di loro e della signora.
Il Nini invece non era sposato. Conviveva con una ricca vedova, e anche lui faceva una bella vita in una casa di lusso – sebbene lavorasse anch’egli in una fabbrica. Questo almeno finché non si fu stancato di stare accanto alla sua fidanzata Antonietta, e aveva deciso di andare a vivere da solo. Allora era diventato uno sporco ubriacone, e Antonietta incolpava Dalia di questo.
Già, perché il Nini faceva da tempo la corte a Dalia, la quale al contrario trovava gusto a farlo soffrire. Del resto Dalia aspettava un bambino, e questo rendeva il Nini amareggiato e deluso. Tuttavia non aveva mai smesso di volerle bene, sebbene tendeva a nasconderlo.
Dalia attendeva un bambino, sì. Era rimasta incinta del ricco figlio del dottore del paese. Lei non era innamorata di lui. E neanche lui di lei, fino ad un certo punto. Ma la storia del bambino aveva cambiato tutto. Aveva cambiato le loro vite, i loro sogni, le loro speranze per il futuro. Dalia amava il Nini. Aveva scoperto che il vero amore era oltre quel finto rapporto tra lei e Giulio, il figlio del dottore.
“Per me sarebbe stato meglio morire, – pensavo, – sono stata troppo stupida e disgraziata. Adesso non so più cosa vorrei”. Ma forse la sola cosa che volevo era tornare com’ero una volta, mettere il mio vestito celeste e scappare ogni giorno in città, e cercare del Nini e vedere se era innamorato di me, e andare anche con Giulio in pineta ma senza doverlo sposare. E quando la mia vita era così non facevo che pensare che mi annoiavo e aspettare qualche cosa d’altro, e speravo che Giulio mi sposasse per andarmene via di casa.
Ma non poteva farci nulla. Soprattutto dopo che il Nini era morto. E allora doveva mettere da parte la sua vita, e far spazio alla sua nuova vita insieme a Giulio e al suo bambino, che non aveva ancora capito se gli volesse bene. Dalia sceglie di prendere la strada che va in città, quella del matrimonio di interesse, rifiuta la vita contadina, e va a vivere come una vera signora in pelliccia, nella sua nuova e lussuosa casa. I sentimenti sembrano avere un marginale. E pure il ricordo del suo amato Nini, che ora che è morto gli fa un po’ paura, la coglie sempre di sorpresa.
Pochi giorni dopo lasciai l’ospedale ed entrai nella mia nuova casa. E cominciò per me un’altra vita, una vita dove non c’era più il Nini, che era morto e non dovevo pensarci perchè non serviva, e dove c’era invece il bambino, Giulio, la casa coi nuovi mobili e le tende e le lampade, la serva che aveva scovato mia suocera, e mia suocera che veniva ogni tanto.
In questo racconto lungo, un’atmosfera di tristezza, passività, avvilimento, accompagna la storia della protagonista lungo le settanta pagine. L’autrice descrive la solitudine, l’abbandono della famiglia, degli affetti, con un turpe realismo, che non lascia spazio all’ironia o alla gioia, perché riprende in modo quantomai essenziale e veritiero la storia di chi è costretto a lasciare la propria terra e i propri cari per vivere una vita, forse di rimpianti, forse di tristezza, nel lusso e negli agi che la mente adolescente della protagonista contempla nell’onirica dimensione della “città”, in un periodo storico di transizione tra la vita rurale e la vita urbana.

 

Category : Racconti/Romanzi

“Madame Bovary” di Gustave Flaubert

agosto 1st, 2011 // 3:44 pm @

 

 

Trama

Un ufficiale sanitario, Charles (Carlo) Bovary, dopo aver studiato medicina durante la giovinezza, sposa una donna più grande di lui, che però muore prematuramente. Rimasto vedovo, si risposa con una bella ragazza di campagna, Emma Rouault, impregnata di desideri di lusso e romanticherie, vagheggiamenti che le provengono dalla lettura di novelle popolari. Charles è benestante, ma anche noioso e maldestro. Emma crede che la nascita di un maschio “curerà” il loro matrimonio. Quando rimane incinta, e alla fine partorisce una figlia, si convince che la propria vita sia virtualmente finita.

Charles decide che per Emma ci vuole un cambio di scena, e si trasferisce dal villaggio di Tostes (oggi Tôtes) a un altro villaggio altrettanto deprimente, Yonville (tradizionalmente identificato con la cittadina di Ry). Emma accetta il corteggiamento di una delle prime persone che incontra, un giovane studente di giurisprudenza, Léon Dupuis, che sembra condividere con lei il gusto per le “cose più belle della vita”. Quando Léon se ne va per motivi di studio a Parigi, Emma intraprende una relazione con un ricco proprietario terriero, Rodolphe Boulanger. Confusa dai suoi fantasiosi vagheggiamenti romantici, Emma escogita un piano per fuggire con lui. Rodolphe, anche amandola, non è pronto ad abbandonare tutto per una delle sue amanti; quindi rompe l’accordo la sera precedente a quella dell’architettata fuga, mediante una lettera sul fondo di un cesto di albicocche. Lo shock è tale che Emma si ammala gravemente, e per qualche tempo si rifugia nella religione.

Una sera, a Rouen, Emma e Charles assistono all’opera , ed Emma incontra di nuovo Léon. I due iniziano una relazione: Emma si reca in città ogni settimana per incontrarlo, mentre Charles crede che lei prenda lezioni di pianoforte. Al contempo, Emma sta spendendo esorbitanti somme di denaro. I suoi debiti intanto raggiungono valori esplosivi e la gente inizia a sospettare l’adulterio. Dopo che i suoi amanti le hanno rifiutato il denaro per pagare il debito, Emma ingoia dell’arsenico e muore, in modo penoso e lento. Il leale Charles è sconvolto, tanto più che ritrova le lettere che Rodolphe le scriveva. In breve, muore a sua volta, e la figlia della coppia rimane orfana.

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Una riflessione contro il romanzo 

 “Non capisco come abbiate potuto scrivere tutto ciò! – in cui non c’è assolutamente niente di bello, né di buono! e verrà sicuramente il giorno in cui vedrete che ho ragione. A che pro propagare rivelazioni su tutto quanto è squallido e miserabile, nessuno è riuscito a leggere quel libro [Madame Bovary] senza sentirsi più infelice e più cattivo. Non so quali siano i sentimenti di vostra madre, ma deve provare un dispiacere mortale nel vedere un’opera del genere!”

(Gertrude Tennant, Lettera a Gustave Flaubert su “Madame Bovary”, 1857)

 

Category : Pensieri Sparsi &Racconti/Romanzi