Browsing Month settembre, 2011

“Povera Foglia” di Giacomo Leopardi

settembre 28th, 2011 // 8:07 am @


Povera foglia

XXXV – IMITAZIONE  
 

Lungi dal proprio ramo,
Povera foglia frale,
Dove vai tu? – Dal faggio
Là dov’io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
Dal bosco alla campagna,
Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,

Dove naturalmente

Va la foglia di rosa

E la foglia d’alloro.

 

 LA FEUILLE
De ta tige détachée,
Pauvre feuille desséchée
Oh vas-tu? — Je n’en sais rien.
L’orage a brisé le chene
Qui seul était mon soutien.
De son inconstante haleine,
Le zéphir ou l’aquilon
Depuis ce jour me promène
De la forêt à la plaine,
De la montagne au vallon;
Je vais où le vent me mène
Sans me plaindre ou m’effrayer;
Je vais où va toute chose,
Ou va la feuille de rose
Et la feuille de laurier.

Antoine Vincent Arnault (1766 – 1834)
(secrétaire perpétuel de l’Académie Française)

Category : Poesia

“Si t’o sapesse dicere” ” di Eduardo De Filippo

settembre 24th, 2011 // 1:11 pm @

Ah… si putesse dicere
chello c’ ‘o core dice;
quanto sarria felice
si t’ ‘o ssapesse di’!
E si putisse sentere
chello c’ ‘o core sente,
dicisse: “Eternamente
voglio resta’ cu te!”
Ma ‘o core sape scrivere?
’0 core e’ analfabeta,
e’ comm’a nu poeta
ca nun sape canta’
Se mbroglia… sposta ‘e vvirgule
nu punto ammirativo…
mette nu congiuntivo
addo’ nun nce ‘adda sta’…
E tu c’ ‘o staje a ssentere
te mbruoglie appriess’ a isso,
comme succede spisso…
E addio felicita’!”                      Eduardo De Filippo

 

 

Category : Poesia

Louis Amstrong “What a wonderful word”

settembre 23rd, 2011 // 10:15 am @

I see trees so green, red roses too
I see them bloom for me and you.
And I think to myself what a wonderful world.
I see skies so blue and clouds so white.
The bright blessed day, the dark sacred night.
And I think to myself what a wonderful world.
The colors of the rainbow so pretty in the sky
are also on the faces of people going by.
I see friends shaking hands saying how do you do.
They’re really saying I love you.
I hear babies crying, I watch them grow.
They’ll learn much more than I’ll ever know.
And I think to myself what a wonderful world.
Yes I think to myself what a wonderful world.
Yes I think to myself what a wonderful world.

***************************

 

Vedo alberi così verdi, anche rose rosse
Li vedo sbocciare per me e per voi.
E penso tra me e me che mondo meraviglioso.
Vedo cielo così azzurro e le nuvole così bianche.
Il benedetto giorno luminoso, la notte oscura sacro.
E penso tra me e me che mondo meraviglioso.
I colori dell’arcobaleno così belli nel cielo
sono anche sui volti della gente che passa.
Vedo gli amici si stringono la mano dicendo come si fa a fare.
Stanno davvero dicendo che ti amo.
Sento bambini piangere, li guardo crescere.
Impareranno molto più di quanto io mai sapere.
E penso tra me e me che mondo meraviglioso.
Sì penso tra me e me che mondo meraviglioso.
Sì penso tra me e me che mondo meraviglioso.

 

 

Category : Musica

“Il pianto della Madonna” Jacopone da Todi

settembre 22nd, 2011 // 4:02 pm @

 

Il pianto della Madonna

Nunzio
Donna del paradiso,
lo tuo figliolo è priso,
Jesu Cristo beato.
Accurre, donna, e vide

che la gente l’allide!
credo che ‘llo s’occide,
tanto l’on flagellato.

Madonna
Como esser porrìa
che non fece mai follia,
Cristo, la speme mia,

om’ l’avesse pigliato ?

Nunzio
Madonna, egli è traduto,

Juda sì l’ha venduto
trenta denar n’ha ‘vuto,
fatto n’ha gran mercato.

Madonna
Succurri, Magdalena,

gionta m’è adosso piena!
Cristo figlio se mena,
como m’è annunziato.

Nunzio
Succurri, Donna, aiuta!

ch’al tuo figlio se sputa
e la gente lo muta,
hanlo dato a Pilato.

Madonna
O Pilato, non fare
lo figlio mio tormentare,

ch’io te posso mostrare
como a torto è accusato.

Popolo
Crucifige, crucifige!

Omo che se fa rege,
secondo nostra lege,

contradice al senato.

Madonna
Priego che m’entendàti,

nel mio dolor pensàti;
forsa mò ve mutati
de quel ch’avete pensato.

Nunzio
Tragon fuor li ladroni
che sian suoi compagnoni.
Popolo
De spine se coroni!

ché rege s’è chiamato.

Madonna
O figlio, figlio, figlio!

figlio, amoroso giglio,
figlio, chi dà consigli
o al cor mio angustiato?

Figlio, occhi giocondi,
figlio, co’ non respondi?

figlio, perché t’ascondi
dal petto o’ se’ lattato?

Nunzio
Madonna, ecco la cruce,

che la gente l’aduce,
ove la vera luce

dèi essere levato.

Madonna
O croce, que farai?

el figlio mio torrai?
e che ce aponerai
ché non ha en sé peccato ?

Nunzio
Succurri, piena de doglia,

ché ‘l tuo figliol se spoglia;
e la gente par che voglia
che sia en croce chiavato.

Madonna
Se glie tollete ‘l vestire,

lassàtelme vedire
come ‘l crudel ferire
tutto l’ha ‘nsanguinato.

Nunzio
Donna, la man gli è presa
e nella croce è stesa,

con un bollon gli è fesa,
tanto ci l’on ficcato!

L’altra mano se prende,
nella croce se stende,
e lo dolor s’accende,

che più è multiplicato.

Donna, li piè se prenno
e chiavèllanse al lenno,
onne iontura aprenno
tutto l’han desnodato.

Madonna
Ed io comencio el corrotto.

Figliolo, mio deporto,
figlio, chi me t’ha morto,
figlio mio delicato ?

Meglio averìen fatto

che ‘l cor m’avesser tratto,
che, nella croce tratto,
starce descilïato.

Cristo
Mamma, o’ sei venuta?
mortal me dài feruta,

ché ‘l tuo pianger me stuta,
ché ‘l veggio sì afferrato.

Madonna
Figlio, che m’agio anvito,

figlio, patre e marito,
figlio, chi t’ha ferito?

figlio, chi t’ha spogliato?

Cristo
Mamma, perché te lagni?
voglio che tu remagni,

che serve i miei compagni
ch’al mondo agio acquistato.

Madonna
Figlio, questo non dire,

voglio teco morire,
non me voglio partire,
fin che mò m’esce il fiato.

Ch’una agiam sepultura,

figlio de mamma scura,
trovarse en affrantura
mate e figlio affogato.

Cristo
Mamma col core affetto,
entro a le man te metto

de Joanne, mio eletto;
sia il tuo figlio appellato.

Cristo
Joanne, esta mia mate

tollela en caritate
aggine pietate

ca lo core ha forato.

Madonna
Figlio, l’alma t’è uscita,

figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossicato!


Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio
figlio a chi m’appiglio?
figlio, pur m’hai lassato.

Figlio bianco e biondo,
figlio, volto iocondo,
figlio, perché t’ha el mondo,
figlio, così sprezato?

Figlio, dolce e piacente,
figlio de la dolente,

figlio, hatte la gente
malamente treattato!

O Joanne, figlio novello,
morto è lo tuo fratello,
sentito aggio ‘l coltello

che fo profetizzato.

Che morto ha figlio e mate
de dura morte afferrate,
trovarse abracciate
mate e figlio a un cruciato.

Jacopone Da Todi

Category : Il Mio Blog &Poesia

Hermann Hesse “Il pellegrinaggio in Oriente”

settembre 20th, 2011 // 10:12 am @

L’autore
Hermann Hesse, scrittore, poeta e pittore tedesco, nacque a Cawl, in Svevia, nel 1887, da padre missionario pietista in India – dal quale forse ereditò l’interesse per il misticismo orientale – e da madre editrice, entrambi devoti alla religione pietista. Hermann trascorse la sua infanzia in Svizzera, ma tornò in Svevia dove seguì gli studi teologici in una scuola protestante. Le pressioni provenienti dal clima religioso in cui era sempre cresciuto gli furono causa di disturbi mentali, che lo condussero fino al tentativo di suicidio. Abbandonato il seminario, fece rientro nella sua cittadina natale, dove trovò impiego in una libreria. Qui, tra la composizione di racconti e di poesie, nacque la sua passione per la scrittura. Appassionato estimatore della letteratura medievale, dei romanzi tedeschi e delle opere orientali, scrisse Canti romantici e Un’ora dopo mezzanotte.
Fu in questi anni che, al pietismo dei genitori, sostituì una nuova forma di religiosità tendente all’ascetismo, che contemplava attraverso le virtù il raggiungimento di una maggiore spiritualità – tema che viene ricercato nello stesso racconto Il pellegrinaggio in Oriente. Iter immaginario, questo, che potrebbe ricondursi al viaggio che lo portò in visita in Sumatra e Malesia, spinto dalla ricerca di una pace interiore. Ammalato di dissenteria fece ritorno in Europa, e si trasferì nella capitale svizzera.
La prima guerra mondiale coincise con un periodo di profonda crisi personale e artistica, che lo portò tuttavia ad una svolta nella propria poetica. Arruolato nell’esercito tedesco, non condivideva tuttavia lo spirito nazionalistico dei compatrioti.
Alla fine del conflitto si trasferì a Montagnola, nella Svizzera italiana, dove nel 1922 pubblicò Siddharta, frutto del suo viaggio in India e del suo interessamento alla cultura orientale, che lo vide particolarmente vicino alla spiritualità buddhista e induista.
Nel 1930 scrisse il romanzo Narciso e Boccadoro, parzialmente censurato sotto il regime nazista, verso cui la sua posizione contraria traspare in numerose lettere e recensioni. Nel 1946 il romanzo Il gioco delle perle di vetro contribuì a fargli conferire il Premio Nobel per la Letteratura.
Gli anni ’50 videro il suo ritiro a vita privata, sempre più indebolito dalla malattia e dalla depressione, che lo condussero alla morte nel 1962. Nella sua casa di Montagnola è attualmente allestito il museo in sua memoria.

Il pellegrinaggio in Oriente
È un viaggio immaginario quello che Hermann Hesse, protagonista e narratore, sogna di compiere verso le lontane terre orientali. In realtà non si comprende bene se si tratti di un sogno, di pura immaginazione, di un racconto fantastico, o semplicemente del desiderio dell’autore di vivere e far vivere al lettore un processo di trasformazione, di cambiamento interiore, morale ed emotivo. Se è di questo che si parla. Se il viaggio onirico in un mondo di fate, gnomi, cavalieri e pellegrini è in fin dei conti un’astuta metafora della metamorfosi spirituale dell’uomo, della sua ricerca di una dimensione interiore più elevata, di quella purezza d’animo celebrata dalle culture orientali che influenzano la visione religiosa di Hermann Hesse.
E il viaggio verso le terre d’Oriente, simbolo di una rinascita spirituale, della purificazione umana, della fratellanza e dell’affetto tra uomini, non è altro che un percorso interiore che Hermann intraprende nella dimensione più umana di sé, fatta di sentimenti e di emozioni, che il mondo occidentale e materialista ha perduto.
La storia di un nomadismo perpetuo, che non inizia né termina con il viaggio dell’autore o con il concepimento di una visione nuova della realtà, perché è la storia di tutti gli uomini, destinata ad un ciclo continuo che non si estinguerà, in quanto a tutti gli uomini è permesso varcare la soglia del proprio ego, della propria dimensione spirituale per entrare in comunione con il proprio corpo, con il proprio animo e con gli uomini.
La sentenza, che un’immaginaria Lega di prescelti, che, attraverso un rito iniziatico, spingono il protagonista al ritrovamento della propria integrità morale, non lo esime dalle proprie responsabilità, anzi lo mette di fronte all’impossibilità di sfuggire dalla conoscenza di se stesso.
Ma quando l’uomo ritrova se stesso cosa scopre? Forse scopre che in verità è solo una parte di un sistema più complesso, al quale la vita tende a riunirsi. Forse non esiste meta per noi se non il ricongiungimento con noi stessi, con gli uomini e con la natura, al di là dello spazio e del tempo.
La nostra meta infatti non era soltanto il paese di levante, o meglio il nostro Oriente non era soltanto un paese e un’entità geografica, ma era la patria e la giovinezza dell’anima, era il Dappertutto e l’In-Nessun-Luogo, era l’unificazione di tutti i tempi. Di ciò avevo però coscienza solo ogni tanto per un istante e questa era la grande felicità che godevo allora.

Category : Racconti/Romanzi

“Io desidero soltanto te”

settembre 17th, 2011 // 9:54 am @

 

Io desidero soltanto te

 Io desidero te, soltanto te
il mio cuore lo ripeta senza fine.
Sono falsi e vuoti i desideri
che continuamente mi distolgono da te.

Come la notte nell’oscurità
cela il desiderio della luce,
così nella profondità
della mia incoscienza risuona questo grido:
“Io desidero te, soltanto te”.

Come la tempesta cerca fine
nella pace, anche se lotta
contro la pace con tutta la sua furia,
così la mia ribellione
lotta contro il tuo amore eppure grida:
“Io desidero te, soltanto te”

Tagore

Category : Poesia

Edgar Allan Poe: Tre donne (Berenice, Morella, Ligeia)

settembre 13th, 2011 // 7:16 pm @

I racconti  proposti sono stati scritti tra il 1835 e il 1838 dallo scrittore e poeta statunitense Edgar Allan Poe. Essi sono la ricostruzione morale e fisica delle Tre donne, la cui bellezza e intelligenza, rappresentano per il protagonista – in cui lo scrittore si immedesima attraverso l’utilizzo della prima persona – motivo di un’ingannevole incanto, che lo condurrà ad un’esistenza di dolore. E’ il dolore, il conflitto con la morte, il terrore di figure mostruose che appaiono dai reconditi antri della sua mente, influenzata dal piacere intellettivo di una conoscenza e di un sapere a volte esasperati, ossessivi. Ricondotti emblematicamente alle figure di Berenice, Morella e  Ligeia.
L’autore
“Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell’intelletto in generale”
[da “Eleonora”, 1841]
Edgar Allan Poe, nato a Boston nel 1809, è considerato tra gli esponenti più importanti della letteratura americana, inventore del racconto poliziesco, della Letteratura horror e del giallo psicologico. Viene anche ricordato come uno dei maggiori rappresentanti del Romanzo gotico. Sebbene le sue opere siano posteriori, riprende le suggestioni tipiche del movimento neogotico, sviluppandone gli aspetti più introspettivi, conducendo indagini psicologiche tra le ossessioni e gli incubi personali dell’uomo. Può pertanto anche essere considerato un precursone del movimento decadentista. Un’infanzia trascorsa tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, al seguito della famiglia Allan, alla quale fu affidato in seguito alla morte prematura dei genitori, rivelò le sue capacità e la sua dedizione per la poesia. Nel 1827, appena diciottenne, pubblicò a sue spese la sua prima raccolta di versi “Tamerlano e altre poesie”. Iniziò a guadagnarsi da vivere scrivendo. I suoi primi racconti, pubblicati sul Courier, risalgono al 1835. La sua produzione letteraria consta di un solo romanzo, “Storia di Arthur Gordon Pym” e 69 racconti. Poe visse sempre una vita angosciosa e oscura, ma la morte della moglie (per tubercolosi) lo fece sprofondare in una più cupa desolazione, travolto dal dolore e dal rimpianto, che cercò di affogare nell’alcool – causa ipotizzabile della sua morte (che rimane tuttavia avvolta nel mistero), avvenuta il 7 ottobre 1849.
Le Tre donne
La miseria è molteplice. L’infelicità della terra  multiforme. Abbracciando il vasto orizzonte al pari dell’arcobaleno, le sue sfumature sono varie come i colori di quell’arco, e altrettanto distinte, e al tempo stesso altrettanto intimamente fuse. Abbracciando il vasto orizzonte al pari dell’arcobaleno! Com’è che dalla bellezza io ho tratto una negazione di essa? dal simbolo della pace una immagine di sofferenza? Ma come nell’etica il male è conseguenza del bene, così nella realtà, dalla gioia scaturisce il dolore. O il ricordo della passata beatitudine è l’affanno dell’oggi, oppure le ambasce attuali hanno la loro origine nelle estasi che avrebbero potuto essere.
C’è uno stretto legame nei racconti di Edgar Allan Poe, che ritraggono le figure delle Tre donne, tra il piacere – da considerarsi non solo come piacere fisico, ma soprattutto intellettivo – e il dolore. Le tre figure che egli minuziosamente descrive nella loro bellezza esteriore ed interiore, sono avvolte da un alone di fascino, dapprima etereo, vagamente divino, e infine irreale, quasi spettrale, fantasmico. Un alone di fascino che, forse anche ingannevolmente, attrae l’uomo, il protagonista, nel quale l’autore sembra rivedere se stesso, fatalmente ammaliato dall’energia dei sentimenti e delle emozioni della graziosa Berenice, e della conoscenza sapiente e misteriosa dell’opprimente e malinconica Morella, e dell’immortale Ligeia.
Nella misteriosa anomalia della mia esistenza i miei sentimenti non erano mai stati del cuore, e le mie passioni erano sempre state della mente.
A differenza delle donne, il protagonista non ama – o meglio, è la perdita delle donne, causata da morti improvvise, a fargli considerare “amore”, quell’affetto, quella stima che provava nei loro confronti, quell’ossessione per il loro sapere o per le loro particolari anomalie. E’ la mente, la ragione, a condurre le sue emozioni. Il ragionamento, le meditazioni, sono il suo modo di comprendere il mondo e di concepire la relazione con le donne. E’ succube delle donne, della loro intellettuale essenza. E senza di essa, senza di esse, egli non può vivere. Si sente privato della guida dei suoi sentimenti. Cieco nel buio, egli vede nella tragedia della morte, il suo dolore fisico e psicologico. Si sente perso, esposto agli attacchi di mostri immaginari, facile preda delle sue paure. L’incubo. L’amore, la gioia, si trasformano in orrore, in dannazione, come in un brutto sogno da cui fuggire.
E allora egli si chiude in se stesso. E’ facile notare come nei tre racconti, la figura del protagonista sia sempre associata a luoghi circoscritti, la camera nuziale, la biblioteca. E’ come se il mondo esterno, le pareti che delimitano il suo vivere e le sue percezioni, rispecchiassero il suo esiliarsi nella propria ragione, chiudersi nella propria mente. Come se le emozioni, i sentimenti, associabili a luoghi aperti in cui si riversa l’energia delle donne, fossero da lui raggiungibili solo attraverso i libri e il loro sapere, solo attraverso la meditazione.
Nasce così un’ossessione verso i particolari, le piccole cose, quelle che lui definisce “oggetti invariabilmente frivoli”, che lo attraggono, come se da essi, e attraverso una “fantasia malata”, potesse ricavare le proprie deduzioni, la propria – forse falsata – percezione della realtà.
Negli oggetti moltiplicati del mondo esterno io non avevo pensiero che per quei denti. Li desideravo con una cupidigia frenetica; ogni altra cosa, ogni altro diverso interesse si astraeva nella loro contemplazione singola.
Piccoli oggetti, apparentemente privi di significato, come i denti della sua Berenice, strappatile dalla bocca per poter conservare vicino a sé un po’ di quella bellezza, di quella energia che aveva perduto.
Attraverso la materia, la fisicità delle cose, viene estrapolato il significato primo dell’essere, del vivere. Così come attraverso la bellezza, i lineamenti, le guance, la fronte, le labbra, gli occhi, delle sue donne, al suo sguardo si apre un mondo di desideri, di sentimenti, di affetti, il mondo interiore delle sensazioni e delle esperienze dalle quali si sente ossessivamente attratto.
La “stranezza”, però, che io trovavo nei suoi occhi, era di una natura diversa dalla forma, o dal coloe, dalle luminosità dei tratti, e deve essere in definitiva riferita all’espressione. Ah, parola priva di significato! Dietro la cui vasta distesa di mero suono noi delimitiamo la nostra ignoranza di tanta parte del mondo spirituale L’espressione degli occhi di Ligeia!
Ossessivamente attratto, fino al punto che la vecchia immagine dell’amatissima moglie morta si reincarna nel corpo della donna che avrebbe dovuto prendere il suo posto. Egli la rivede viva, perché il suo ricordo continua a vivere nell’uomo, come qualcosa di ossessivo ma naturalmente indispensabile, immortale.

Da: Blog Novel

Category : Racconti/Romanzi

La settimana dell’amicizia

settembre 8th, 2011 // 7:09 pm @

Buona settimana…..
a cura di: Paolo Diani
 

 “Quello che diamo a chi ci circonda ci torna
indietro

 
Il suo nome era Fleming, un povero agricoltore inglese.
Un giorno, mentre cercava di guadagnarsi la vita per la sua famiglia, ascoltò qualcuno che chiedeva aiuto in un pantano vicino.
Immediatamente lasciò i suoi attrezzi da lavoro e corse verso il pantano, lì interrato sino alla vita dal fango , c’era un bambino terrorizzato, gridando e lottando per liberarsi dal fango.
L’agricoltore Fleming salvò il bambino da quello che avrebbe potuto essere una morte lenta e terribile .
Il giorno seguente un carro molto lussuoso arrivò sino alla tenuta dell’agricoltore inglese.
Un nobile inglese vestito elegantemente, scese dal veicolo e si presentò da solo come il padre del bambino che Fleming aveva salvato.
“Io voglio ricompensarvi”disse il nobile inglese “Voi avete salvato la vita di mio figlio”.
“Ma io non posso accettare una ricompensa per quello che ho fatto” rispose l’agricoltore inglese, rifiutando l’offerta.
Proprio in quel momento il figlio dell’agricoltore uscì dalla porte della casa di famiglia.
“Questo e suo figlio? “chiese il nobile inglese.
“Si” rispose l’ agricoltore pieno di orgoglio.
“Le propongo una cosa. Mi lasci prendere suo figlio e offrirgli una buona educazione. Se rassomiglia a suo padre crescerà sino a diventare un uomo di cui sarete molto orgoglioso.
L’ agricoltore accetto . Con il passare del tempo, il figlio di Fleming l’agricoltore si laureò alla Scuola di medicina di St Mari’s Hospital di Londra, e divento un personaggio conosciuto nel mondo, il famoso Sir Alexander Fleming, lo scopritore della penicellina.
Alcuni anni dopo , il figlio del nobile inglese , si ammalò di polmonite.
Cosa lo salvo? La penicellina.
Il nome del nobile inglese? Randolph Churchill. Il nome del figlio? SirWinston Churchill.
Qualcuno disse una volta:
Sempre riceviamo lo stesso che offriamo.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro.
Ama come se niente ti avesse ferito.
Balla come se nessuno ti stesse guardando.
E’ la settimana internazionale dell’amicizia.
Spedisci questa storia a chi consideri tuo amico, e rallegragli (o rallegrale) la giornata.
Niente ti succederà se decidi di non inviarla, e l’unica cosa che succederà se la spedisci è che qualcuno potrà sorridere.

Category : Leggende

Giuseppe Ungaretti “Agonia”

settembre 7th, 2011 // 9:57 am @

Da “L’allegria”

Agonia
 
Morire come le allodole assetate
sul miraggio
 
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia
 
Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

Category : Poesia

Machiavelli: Il Principe

settembre 1st, 2011 // 7:36 pm @

 

Capitolo XXVI
Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani de’ barbari

Considerato, adunque, tutte le cose di sopra discorse, e pensando meco medesimo se, in Italia al presente, correvano tempi da onorare uno nuovo principe, e se ci era materia che dessi occasione a uno prudente e virtuoso di introdurvi forma che facessi onore a lui e bene alla università delli uomini di quella, mi pare corrino tante cose in benefizio d’uno principe nuovo, che io non so qual mai tempo fussi più atto a questo. E se, come io dissi, era necessario, volendo vedere la virtù di Moisè, che il populo d’Isdrael fussi stiavo in Egitto, et a conoscere la grandezza dello animo di Ciro, ch’e’ Persi fussino oppressati da’ Medi e la eccellenzia di Teseo, che li Ateniensi fussino dispersi; cosí al presente, volendo conoscere la virtù d’uno spirito italiano, era necessario che la Italia si riducessi nel termine che ell’è di presente, e che la fussi più stiava che li Ebrei, più serva ch’e’ Persi, più dispersa che li Ateniensi, sanza capo, sanza ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa, et avessi sopportato d’ogni sorte ruina. E benché fino a qui si sia mostro qualche spiraculo in qualcuno, da potere iudicare che fussi ordinato da Dio per sua redenzione, tamen si è visto da poi come, nel più alto corso delle azioni sua, è stato dalla fortuna reprobato. In modo che, rimasa sanza vita, espetta qual possa esser quello che sani le sue ferite, e ponga fine a’ sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite. Vedesi come la prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà et insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli. Né ci si vede, al presente in quale lei possa più sperare che nella illustre casa vostra, quale con la sua fortuna e virtù, favorita da Dio e dalla Chiesia, della quale è ora principe, possa farsi capo di questa redenzione. Il che non fia molto difficile, se vi recherete innanzi le azioni e vita dei soprannominati. E benché quelli uomini sieno rari e maravigliosi, non di manco furono uomini, et ebbe ciascuno di loro minore occasione che la presente: perché l’impresa loro non fu più iusta di questa, né più facile, né fu a loro Dio più amico che a voi. Qui è iustizia grande: “iustum enim est bellum quibus necessarium, et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est”. Qui è disposizione grandissima; né può essere, dove è grande disposizione, grande difficultà, pur che quella pigli delli ordini di coloro che io ho proposti per mira. Oltre a questo, qui si veggano estraordinarii sanza esemplo condotti da Dio: el mare s’è aperto; una nube vi ha scòrto el cammino; la pietra ha versato acqua; qui è piovuto la manna; ogni cosa è concorsa nella vostra grandezza. El rimanente dovete fare voi. Dio non vuole fare ogni cosa, per non ci tòrre el libero arbitrio e parte di quella gloria che tocca a noi.

 

N.B. Ho riportato questo passo del Principe di Machiavelli a dimostrazione della sua grandissima attualità sia per quanto riguarda la baraonda politica, che per l’attuale iniquità del genere umano!!!

 

Category : Racconti/Romanzi