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Espressioni di un genio: Charles Chaplin

ottobre 30th, 2011 // 8:24 pm @

Sono delle espressioni bellissime, sono sicura che ognuno di noi vi ci può ritrovare, leggetele e assaporatene la profondità:


LA VITA

Ho perdonato gli errori quasi imperdonabili,

ho provato a sostituire persone insostituibili

e dimenticato persone indimenticabili.

Ho agito per impulso,

sono stato deluso dalle persone

che non pensavo lo potessero fare,

ma anch’io ho deluso…

Ho tenuto qualcuno tra le braccia

per proteggerlo…

Mi sono fatto amici per l’eternità.

Ho riso quando non era necessario.

Ho amato e sono stato riamato,

ma sono stato anche respinto.

Sono stato amato e non ho saputo ricambiare.

ho gridato e saltato per tante gioie,

ho vissuto d’amore

e fatte promesse di eternità,

ma mi sono bruciato il cuore tante volte!

Ho pianto ascoltando musica

o guardando foto

Ho telefonato solo per ascoltare una voce.

Sono di nuovo innamorato di un sorriso.

Ho di nuovo creduto di morire di nostalgia e…

… ho avuto paura di perdere qualcuno

molto speciale (che ho finito per perdere)…

Ma sono sopravvissuto!

E vivo ancora!

E’ la vita, non mi stanco…

E anche tu non dovrai stancartene. Vivi!!!

E’ veramente buono battersi, ma con gentilezzza e persuasione,

abbracciare la vita e vivere con passione,

perdere con classe e vincere osando

perché il mondo appartiene a chi osa!

LA VITA E’ TROPPO BELLA

per lasciare che scorra in modo insignificante!

VIVI!!!

Category : Pensieri Sparsi

Tesi di laurea: Mariella Mehr – Wie das opfer zum Täter wird

ottobre 26th, 2011 // 2:47 pm @

 (Mariella Mehr)

Università degli studi di Perugia

Facoltà di lettere e filosofia

Corso di laurea in

Lingue e letterature straniere

Tesi di laurea

Mariella Mehr

Wie das Opfer zum Täter wird

Laureanda:        Filomena Icovino

Relatrice:        Prof.ssa Uta Treder

Anno accademico 2002 – 2003
 
4. Riepilogo
Mariella Mehr nasce nel 1947 a Zurigo in Svizzera, quindi nell’immediato dopoguerra, come appartenente alla stirpe dei “Jenisch”, un popolo zingaro molto diffuso in Svizzera e in Germania. La sua vita sarà segnata dalla situazione socio-politica del paese in quell’ epoca.

Esistono varie teorie per definire il significato della parola „zingaro” che secondo le fonti più diffuse deriva dal termine bizzantino „atsiganoi” e ha il significato di “intoccabili”. Probabilmente agli zingari venne attribuito questo nome per indicare il loro stato di non appartenenti a nessuna casta. Appellativi come „Gitanos” in spagnolo e „Gypsies” in inglese indicano una presupposta provenienza dall’ Egitto. In realtà, gli zingari sono riconducibili all’India, precisamente all’nord di questo paese. La loro lingua, il ròmani, contiene infatti numerosi riferimenti alla lingua indiana e ne rappresenta la prova più costante. Altri influssi linguistici derivano dal persiano e dall’armeno in quanto i primi spostamenti avvennero attraversando queste regioni.

Le loro prime emigrazioni verso l’Europa iniziano all’inizio  del-

l’ undicesimo secolo, per le loro situazioni precarie nel paese di origine, probabilmente causate dalle guerre. Si osservano tre itinerari che conducono dalla Turchia ai Balcani, dal Nordafrica alla Spagna e dalla Russia ai paesi scandinavi.

A partire dal 14° secolo, nell’est dell’Europa, per esempio in Romania, i nomadi sono costretti alla schiavitù e per fuggire da questo loro stato, continuano le emigrazioni, avvicinandosi alla Svizzera e alla Germania, fino ad espandersi in tutto il continente europeo. Ciò che ha permesso di facilitare il loro cammino furono delle lettere di protezione, rilasciate dai principi e dai vescovi dei vari paesi, grazie alle quali furono esentati da tasse e tributi.

Nei confronti dei nomadi, la pololazione sedentaria è sempre stata diffidente a causa della loro diverisità di aspetto e di costume. Con il passare dei secoli cresce la sfiducia nei popoli nomadi e per allontanarli dall’ Europa, a partire dal 16° secolo, iniziano le deportazioni in altri continenti, come nell’ America del Sud e in Africa. Nello stesso tempo gli zingari sono vittime di persecuzioni e sono respinti dalla maggior parte dei paesi europei, il che provoca l’accentuarsi di pregiudizi già esistenti, i quali in questo modo vengono anche confermati con strumenti di carattere legale.

A partire dalla fine del 18° secolo, invece, in Svizzera, coloro che contemporaneamente fossero stati sia appartenenti ai popoli zingari, sia nativi svizzeri, avrebbero dovuto accettare la nazionalità del paese il quale, nel caso contrario o nel caso di non natività, avrebbe bandito i migranti dai suoi confini. Questa regolamentazione condusse, verso al fine dello stesso secolo, alla chiusura defintiva delle frontiere svizzere per gli zingari, legge che solo nel 1972 verrà abolita.

L’ ostilità contro i nomadi va sempre crescendo e arriva alla affermazione di disposizioni sempre più rigorose contro questi popoli. Lo psichiatra Josef Jörger, all’ inizio del 20° secolo, prende sotto esame queste persone e nel pubblicare vari studi sulla questione del nomadismo zingaro attribuisce dei nomi falsi alle famiglie le quali ne saranno poi marcate e che per anni saranno conosciute proprio per questi nomi. Le teorie di Jörger si basano su concetti che riconducono alle teorie razziste e alla eugenetica dell’ epoca nazista in Germania. Come soluzione alla problematica, lo studioso propone la deportazione, la sterilizzazione forzata, l’ impedimento dei matrimoni tra gli appartenenti di questi gruppi e la sottrazione dei bambini ai genitori per garantire una netta separazione tra la razza ariana e coloro che erano definiti “inferiori”, senza dare conto al paradosso che, essendo di origine nordindiana, erano proprio gli zingari ad avere radici ariane. 

Con la legge del 1928 “per la prevenzione di prole affetta dalla malattia erditaria” si istaura il processo di estirpazione nei confronti degli zingari, una politica pienamente avversativa che porta allo sterminio di più di mezzo milione di zingari durante la seconda Guerra Mondiale. Durante il conflitto, tra l’altro, era lecito attuare una diretta verifica di studi scientifici su esseri umani considerati “inferiori”. Robert Ritter è uno di questi studiosi, responsabile, per la morte di numerose persone che, dopo le ricerche scientifiche, finivano nei campi di concentramento.

Nel 1926, la Pro-Juventute (PJ), un’organizzazione privata che si impegna per la gioventù, sviluppa un progetto per la realizzazione della sedentarità dei jenisch svizzeri che verrà chiamato “Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse”. Alfred Siegfired è il nome del direttore di questo programma, già direttore della divisione “Schule und Kind” (“scuola e bambino”) della PJ.

L’ attuazione di tali teorie determinerà la sitematica distruzione di famiglie e vite non considerate “conformi alla norma”. Secondo tali studi, la vita non sedentaria, cioè il nomadiso, è dovuta a una disposizione ereditaria che dev’ essere estinta. Secondo le teorie razziste ed eugenetiche si tratta di un comportamento “ereditario-criminale”.

I bambini con violenza venivano portati via dai genitori e successivamente cresciuti in istituti per l’ infanzia, collegi, psichiatrie o famiglie adottive con accanto dei tutori legittimi. Nel caso di ribellione, anche i genitori venivano chiusi in psichiatrie dove gli veniva tolta ogni autonomia. Ogni contatto tra genitori e figli era proibito; ai bambini si attribuiva un nuovo nome per spezzare ogni possibilità di ritrovamento da parte dei genitori. Una ricongiunzione della famiglia era resa impossibile.

Tra le conseguenze dirette di queste azioni sono da evidenziare i traumi provocati sui bambini e i genitori a causa di queste scosse forzate, ai quali non restava che la scelta tra la sottomissione e la ribellione.

Numerosi furono i casi di abuso sessuale sui bambini e soprattutto sulle bambine e sugli adolescenti, vittime di questo progetto di “risanamento”, non protetti dai genitori, che nel frattempo dovevano combattere con la depressione, l’ alcolismo e i problemi interpersonali sorti tra i partner. Molti sono i casi di morte precoce.

Circa di seicento bambini furono coinvolti in questo progetto. Solo nel 1972, dopo lo scoppio dello scandalo, attraverso il grande impegno di vari giornalisti, come per esempio H. Caprez, si arriva alla conclusione di tale “Hilfswerk”.

Nascono organizzazioni contrapposte alla divisione “Hilfswerk” della PJ che portano i seguenti nomi: “Pro Tzigania”, “Radgenossenschaft der Landstrasse” etc. e che sono impegnate nella ricostruzione e nel mantenimento della cultura jenisch.

Nel tentativo di recupero delle pratiche istruite per ogni vittima del progetto “Hilfswerk”, inizia un lungo dibattito tra la PJ e le organizzazioni difensive del popolo jenisch. Infine, si decide che le pratiche saranno gestite dalla archivio della Confederazione elvetica. È attraverso lo studio di vari storici, come TH. Huonker, che si arriva alla piena informazione sullo sviluppo e la fine del “Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse”.

Nel 1987, il presidente della commissione della fondazione, Bernasconi, pronuncia per la prima volta le scuse da parte della PJ verso gli appartenenti al popolo jenisch e, nel 2000, la Svizzera ratifica la convenzione dell’ Onu del 1948 riguardo la “prevenzione e la punizione del genocidio”.

Mariella Mehr era tra i bambini coinvolti nel “Hilfswerk”. A seguito delle sue esperienze vissute, la sua autobiografia del 1981 è un inizio della trasmissione delle sue soffferenze subite scrivendo un’ autobiografia che rappresenta sia il ricordo dei momenti più cruciali della sua vita, sia un’ accusa contro medici, psicologi, psichiatri ritenuti responsabili per gli accaduti nel corso della vita della scrittrice. Mehr pubblica steinzeit la quale  opera riscuoterà un grande successo, fino ad essere tradotta in quattro lingue (francese, finlandese, italiano e ungaro). La narratrice si presenta contemporaneamente come Silvia, Silvana e Silvio: Silvia equivale alla narratrice bambina, Silvana alla narratrice adulta e Silvio, invece, è un alter ego della stessa narratrice. Si osserva che tra l’ adulta e la bambina si crea un forte contrasto  dovuto alla difficoltà dell’ adulta Silvana ad accettare la sua infanzia. I sensi di colpa che ingiustamente la bambina si caricava adosso rispetto alla madre ammalata e chiusa in una casa psichiatrica; le ripetute terapie con elettroshock, la violenza fisica e psicologica le rendono la vita dura e difficile. Il testo è segnato dalla paura e il dolore della protagonista. Lo scrivere le permette di esternare il suo vissuto negativo, basandosi su un suo diario compilato durante gli anni di terapia e dando sfogo, così, al suo dolore. Il testo termina con un provocativo “perché?” che incita il lettore a riflettere sui motivi per una vita tanto sofferta.

Anche l’ opera successiva intitolata Kinder der Landstrasse, Ein Hilfswerk, ein Theater und die Folgen del 1987 contiene tratti fortemente autobiografici. Nella prima parte sono descritti il sorgere del programma “Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse” condotto dalla PJ, il suo sviluppo e la sua conclusione. In questa  prima parte, attraverso alcuni articoli del settimanale WoZ, sono illustrate le problematiche intercorse nell’ accordo tra la PJ e la “Radgenossenschaft” riguardo la consegna delle pratiche delle “vittime”. La seconda parte di questo libro è una pièce teatrale che tematizza il soggiorno di Mariella Mehr nel carcere di Hindelbank e la sottrazione, realizzata nell’ ambito del “Hilfswerk”, del figlio all’ età di ca. un anno. L’ introduzione al dramma parla della vita della protagonista che riflette la scrittrice Mehr: descrive il ricordo di sua madre, l’ incontro con il padre del bambino, un breve matrimonio che da la possibilità alla donna di riavere suo figlio il quale nell’ frattempo era stato adottato da un’ altra famiglia e la relazione con un’ altra donna che alla fine la tradirà. Il dramma stesso è composto da vari elementi: citazioni delle opere di Siegfried, copie di lettere su Mariella Mehr, tratte dalla sua pratica. Nelle lettere è espresso il giudizio da parte del personale medico sullo sviluppo della giovane donna. Sempre nella piece teatrale, si trovano fotografie tratte dal film rappresentativo del dramma che è  stato trasmesso nel 1986 in Svizzera. La dramma tratta della vita della una donna di nome Xenos all’ interno del carcere, della pressione e del controllo a cui è sottoposta continuamente. Al momento del rilascio dal carcere, il bambino va per breve tempo in adozione a una famiglia per poi ritornare dalla madre, che nel frattempo ha intrecciato una relazione con un donna di nome Menga. Xenos scopre successivamente di essere stata tradita da Menga la quale ha denunciato alla tutrice di Xenos la trascuratezza della stessa nei confronti del figlio. Infine la giovane madre uccide il figlio che per lei rappresenta il salvatore e poi pone fine alla sua esistenza. Da redentore il figlio diventa vittima della madre stessa non essendoci per lei altra via d’ uscita. La morte di queste due figure rappresenta la conseguenza dell’ oppressione da parte del mondo esterno.

La parte successiva del libro è costituita da lettere a H.U. le quali esprimono chiaramente i sentimenti di rabbia, dolore, incomprensione e accusa da parte della scrittrice alle istituzioni.

Nell’ ultima parte, invece, Th. Huonker descrive lo sviluppo della vita dell’ autrice, dalle sue esperienze all’ interno del “Hilfswerk” fino alla sua attività letteraria.

Dopo la fase autobiografica segue una raccolta di poesie. Ciò che accomuna queste raccolte di Mariella Mehr è il carattere espressisonistico del linguaggio ricco di metafore e neologismi; si tratta di un linguaggio associativo attraverso il quale viene espressa la vita interiore. Le raccolte In diesen Traum schlendert ein roter Findling (1983), Nachrichten aus dem Exil (1998) e Widerwelten (2001) sono state scritte a distanza di alcuni anni. Tra queste poesie si osserva lo sviluppo che lega un’ opera all’ altra:

Le tre raccolte evidenziano il percorso interiore dell’ autrice. Nella prima raccolta, i sentimenti prevalenti sono quelli della rabbia, della violenza e del dolore.

Nella seconda raccolta Nachrichten aus dem Exil tali sentimenti vengono attenuandosi per dare spazio, sempre in un ambito conflittuale, alla speranza, ad una ritrovata voglia di vivere.

Le sensazioni positive sono espresse attraverso l’ immagine della primavera che simboleggia un nuovo inizio e la voglia di un cambiamento interiore. Nella speranza, l’ autrice trova la forza per sopravvivere al dolore della sua esistenza.

È solo nell’ raccolta Widerwelten che l’ io lirico sembra aver trovato la via per liberarsi dalla negatività. Dolore e speranza continuano a superarsi l’ un l’ altro e, nonostante il passato non possa essere dimenticato, prevale la speranza. Attraverso la parola l’ io è riuscito a trovare un miglioramento che lo conduce alla liberazione.

La produzione teatrale di Mariella Mehr rappresenta il passo successivo nell’ analisi del fenomeno della violenza. In Silvia Z. (1986) le figure femminili sono segnate dal loro destino. Nell’ opera è descritta  una madre “vittima” della società patriarcale, costretta a sottomettersi al suo ruolo di madre e moglie, frustrata dalla sua condizione di donna, la cui coscienza deve anche combattere con il mondo. La violenza subita dalla donna le impedisce di comunicare amore verso i suoi stessi figli. La figlia in particolare colpevolizza la madre per la mancanza di affetto e la freddezza dimostrata. La giovane non comprende che la causa dell’ incapacità di amore della madre è scaturita dalla violenza dell’ uomo.

L’ uomo come causa generatrice di sofferenza e dolore non viene accusato. La madre, al contrario, viene messa al rogo per le violenze subite della figlia a causa di terzi, per la trascuratezza affettiva da parte sua, per l’ internamento in un istituto psichiatrico, in somma per tutta la sua vita disperata. Alla figura lottatrice della figlia si contrappone la passività della madre. La figlia brucia una seconda volta per infliggere alla madre il dolore subito. Il suo è un atto di vendetta.

Anni B. oder die fünf Gesänge der Not è definita una pièce grottesca dove il lettore è condotto a partecipare a una messa in scena di “teatro nel teatro” (teatro metateatrale) in quanto all’ interno del dramma teatrale viene rappresentata la vita di Anni B. dove gli attori sono i pazienti dell’ istituto psichiatrico.

In questa pièce si intrecciano il piano della realtà (all’ interno della clinica), il piano della vita di Anni B. ed infine il viaggio attraverso il cervello distrutto effettuato da Mr. Brainslasher.

Il tema centrale dell’ opera è la manipolazione dei pazienti all’ interno della clinica da parte dei medici psichiatrici, fino alla loro totale resa dei pazienti che si ritrovano sotto il dominio dei medici.

Anni B., che ha lottato durante la guerra civile spagnola per i diritti dell’ uomo, viene internata nella clinica psichiatrica dove vive una nuova guerra: è la guerra della sopravvivenza tra i muri dell’ istituto. La protagonista inizialmente non si rende conto del suo destino, mette in atto la sua ribellione e forza contro la sottomissione alla quale viene costretta. Il ricordo le permette di sentirsi viva. Quando però, attraverso le terapie, le medicine e infine la lobotomia, le viene tolta anche la memoria, entra a far parte del quadro dei pazienti che sono stati annientati dalla prassi psichiatrica nella clinica. È diventata parte del meccanismo dell’ istituto contro il quale aveva lottato per non essere sopraffatta. Intanto nella clinica la guerra ricomincia, o meglio, non ha fine, è una continua lotta per sapravvivenza.

Mariella Mehr fa parte di quella generazione di scrittrici che, dopo gli anni settanta, popolano in gran numero il mondo della letteratura il quale per molto tempo aveva visto sorgere solo poche donne svizzere; R. Ullman, S. Walter, E. Burkart, G. Wilkert ne sono qualche esempio. In Svizzera, il numero delle scrittrici è sempre stato, e lo è tutt’ ora, molto inferiore a quello degli scrittori. Se si tiene conto del fatto (storico) che la donna, in questo paese, solo nel 1971 ottiene il diritto di voto, si comprende come mai per lungo tempo è stata una figura quasi assente nell’ ambito della letteratura: non partecipando alla vita pubblica, non era neanche stimolata a scrivere per il pubblico.  Questo cambiamento sociale e i cambiamenti che, in quegli anni, avvenivano a livello mondiale riguardo all’emancipazione della donna, spiegano la loro crescente participazione alla  sfera letteraria e le numerose pubblicazoni. La scrittrice Mehr nella sua opera non si sofferma solo alla lirica e al teatro ma compone anche opere di narrativa. Accanto alla narrativa appare il testo Rückblitze del 1990. Quest’ ultima opera è una raccolta di testi di diverso tipo: lettere, annunci su giornali e riviste, frammenti di un diario, poesie, pubblicati tra il 1976 e il 1990 e sono la testimonianza dell’ impegno da parte di Mariella Mehr a favore di gruppi socialmente svantaggiati. Attraverso il suo carattere ribelle, Mehr da voce a fatti e storie che meritano di essere pubblicati. Nella raccolta è contenuta, per esempio, una intervista fatta a persone senzatetto, a Bern, socialmente emarginate che denunciano l’ indifferenza della società.

Inoltre, in questa raccolta, Mehr continua ad occuparsi della problematica del  progetto “Hilswerk für die Kinder der Landstrasse” che ha coinvolto tutta la sua famiglia.

Nel 1984, la scrittrice pubblica la sua opera successiva intitolata Das Licht der Frau che si definisce “letteratura” e “relazione” allo stesso tempo. L’ argomento centrale è ancora la violenza. In questo caso si tratta principalmente della violenza subita dal toro durante la corrida e della violenza esercitata dalle persone che svolgono quest’ attività.

La narratrice critica fortemente la tauromachia, svolta principalmente in Spagna. È in questo stesso paese dove lei si reca per assistere a ciò che avviene durante la corrida. Nonostante i vari discorsi con Anna e Tencha, due torero femminili, la narratrice non riesce a comprendere le motivazioni che portano a svolgere questo sport. Nell’ arena di Madrid, assiste ad una corrida di giovani ragazzi. Durante la “lotta” l’ osservatrice percepisce solo la brutalità che viene usata contro l’ animale. Non condivide l’ entusiasmo. Il toro per difendersi ferisce i giovani torero, sembra che ne esca vincitore, ma si tratta di una vincita solo apparente. Il toro è comunque destinato alla morte, dietro l’arena lo aspettano le mani del macellaio.

Nel mondo della tauromachia, risulta più che difficile guadagnarsi, come donna, un posto rispettabile. La donna torero è costretta da un lato a sottomettersi al potere maschilista che vige e stabilisce le regole di questo mondo; dall’ altro lato deve riuscire ad attirare l’ attenzione su di sé: sia attraverso la sua bravura, sia attraverso la sua apparenza, la sua bellezza e perfino con scioperi della fame.

Nelle antiche società matriarcali il toro era consacrato a Madre Terra per cui nei giochi con i tori questi non dovevano essere né feriti né uccisi. Nel passaggio alla società patriarcale, invece, dal gioco si arriva all’ uccisione: difronte all’ essere umano maschile si ha la negazione della vita.

Per la donna torero, la corrida rappresenta una via per la realizzazione della propria persona. La relatrice in questo testo non condivide questa opinione; lei vede soltanto la morte del toro. Nella corrida “la torera” trova la possibilità per ottenere il rispetto e l’ indipendenza che nella vita quotidiana le vengono negati dall’ uomo.

Zeus oder der Zwillingston è un’ opera narrativa del 1994 che si basa sulla vita di un amico poeta della Mehr di nome Gilbert Tasseaux il quale è rappresentato dalla figura principale del romanzo: Zeus.

In una clinica psichiatrica si rincontrano Zeus e Rosa Zwiebelbuch, una paziente di questa clinica da molti anni. I due non sono in grado di riconoscersi. Passerà del tempo prima che Rosa comprenda che quest’uomo è il responsabile dello stupro subito vent’anni prima. Da questo atto violento era nato un bambino che Rosa, in seguito alla nascita, uccise. Per questo motivo fu internata e costretta a passare tutta la sua vita nella clinica.

La trama si svolge su due piani: quello reale, all’ interno dell’ ospedale psichiatrico, e quello mitologico dove Zeus è presentato come il padre degli dei e Rosa diventa Tètide, una delle cinquanta Nereidi.

Alla fine del romanzo Rosa si vendica uccidendo Zeus con un morso nel collo e bevendo il suo sangue. Conlamorte di Zeus avviene il capovolgimento del mondo mitologico. Zeus, secondo la mitologia, aveva evitato il suo destino dando Tètide in moglie ad un mortale invece di generare con lei un figlio il quale avrebbe ucciso il padre degli dei. Nel testo fittizio di Mehr, invece, viene soprafatto direttamente dalla donna che ne esce vincitrice. L’ opera di Mehr contiene molti riferimenti critico-ironici alla clinica psichiatrica come istituzione. In questo luogo i pazienti sono sottoposti a terapie e operazioni che causano la perdita della coscienza e della memoria. La morte di Zeus, all’ interno di quei muri, simboleggia la ribellione contro la direzione del manicomio. Dal punto di vista critico-sociologico, la morte della figura maschile equivale alla rinascita della figura femminile e alla ricomposizione di un ordine simbolico nel quale la donna è dominante e determina sia la storia, sia il mito.

M. Mehr compone una trilogia i cui romanzi presentano delle parallele a livello tematico e contenutistico. Al centro di queste narrazioni è situata la problematica della violenza, subita o inflitta. Le eroine di ogni opera, le quali hanno età differenti, subiscono violenza fisica e psicologica durante l’ infanzia. Queste esperienze negative comportano delle conseguenze nello sviluppo di questi personaggi.

In Daskind (1995), opera con la quale ha inizio la trilogia, la protagonista è una bambina di circa dieci anni. Questa figura, la quale non ha un nome perché le viene negato, vive come figlia adottiva in una famiglia nella quale non trova amore: la madre adottiva, Frieda Kenel, è una persona fredda segnata dalle sue frustrazioni per non aver avuto un figlio. Il padre, Kari Kenel, è infelice perché desidererebbe tornare in America, a Idaho, dove ha passato qualche tempo della sua vita per sfuggire alla vita stretta e provinciale del paese in cui è dovuto ritornare. Nel corso della narrazione la bambina risulta essere la figlia naturale di Kari Kenel, frutto dell’ incesto con Leni, la sorella di Kari, la quale ora vive nel bosco, lontana dai giudizi degli abitanti del paese.

La bambina è sottoposta alla violenza del padre che la picchia con la cintura con ritualità. Lei accetta questi castighi come necessari, mentre il padre piange ogni volta che picchia la figlia.

Oltre le percosse dal padre, la bambina è vittima dell’ abuso sessuale da parte di un inquilino della famiglia Kenel. Questa persona, Armin Lacher, ha preso in affitto una camera che si trova accanto a quelle della bambina. Di notte approfitta della creatura causandole profondi traumi. Accanto a queste situazioni, la bambina subisce il maltrattamento psichico degli abitanti del paese. Questi la trattano con diffidenza e infine la accusano per gli eventi negativi avvenuti all’ interno del paese, in quanto la bambina, non parlante, è considerata un’ alleata del diavolo.

Davanti a tutte queste circostanze, la bambina, alla fine del romanzo, quando teme di essere allontanata dalla sua famiglia perdendo così ogni punto di riferimento, uccide il sagrestano del paese con una pietra lanciata da una fionda. Era tramite lui, che veniva messa in pericolo la permanenza della bambina nella casa dei genitori adottivi. Quando vede l’ uomo cadere per terra, nasce in lei un sentimento di pace.

L’ eroina della seconda parte della trilogia, intitolata Brandzauber (1998), si chiama Anna Prika Kreuz. È una donna di mezz’ età che lavora in uno stabilimento alberghiero termale. Si tratta di una persona riservata e fradda, con pochi contatti verso l’ esterno. Le piante carnivore che coltiva in una serra sono la sua passione. A loro lei dedica il suo tempo libero, osservando e misurando con alta meticolosità i movimenti di queste piante.

Un giorno, Anna vede nella sala d’ingresso dell’ ospedale una donna su una sedia a rotelle, completamente fasciata che porta ancora i segni del maltrattamento. Questa immagine ha, per Anna, un effetto sconvolgente: La donna le ricorda la sua amica Franziska con la quale condivise alcuni anni trascorsi in un istituto di educazione per ragazze. Il passato, che fin’ ora Anna era riuscita a dominare, da quel istante in poi, la assale.

Anna e Franziska si incontrarono nell’ istituto dove tutte e due erano emarginate. Anna, di origine rom, era stata portata via dai genitori. La madre era alcolista e il padre si suicidó dopo un incendio della loro roulotte per il quale fu accusato. Franziska, invece, di origine ebrea, fu salvata dalla morte in campo di concentramento tedesco grazie al padre che la gettò oltre il confine. Tra le due ragazze circa quindicenni si istaurò un rapporto intimo. Le loro vite erano marcate da varie esperienze negative vissute, da violenza, tristezza e solitudine. Anna ricorda la severa educazione impartita loro dalle suore dell’ istituto e la quale è caratterizzata dalla brutalità delle punizioni ordinate alle ragazze. Quest’ ultime erano educate secondo la fede e secondo un cattolicesimo rigido, nel segno di Cristo sulla croce la quale per loro diventa un’ ossessione. Durante i loro incontri intimi, svolti in segreto e con chiare tendenze sado-masochistiche, Anna legava l’ amica a una croce costruita da Anna stessa. Qui si rispecchiano i ruoli delle ragazze all’ interno del loro rapporto e anche nelle loro vite. Franziska è di carattere sottomissivo: si subordina a tutti i torti subiti senza ribellarsi. Al contrario, Anna si contrappone in modo decisivo alle ingiustizie e ai mali inflitti.

A causa di ciò, Franziska vive in uno stato di sofferenza continua perché non riesce a liberarsi dalle sue angoscie. Inoltre, si carica adosso la colpa per essere sopravvissuta come unico membro della famiglia la quale, invece, è stata uccisa nell’ Olocausto. Accanto a questa pena, la ragazza viene colpevolizzata per la sua origine ebrea. Questa colpa rappresenta per lei un grande peso perché viene quotidianamente confrontata con il patimento di Cristo sullla croce, causato appunto, come era noto tra la gente, dagli ebrei. È proprio sulla croce che muore Franziska: Anna provoca la sua morte senza segno di contrapposizione da parte dell’ amica. Franziska si lascia andare al comportamento di Anna. In questo modo Anna libera la ragazza ebrea da ogni sofferenza e dolore.

Mentre all’ interno dello stabilimento di cura è invasa da questi ricordi, la sua vita apparentemente ordinata e sicura, perde ogni stabilità. Anna è mentalmente assente, sconvolta e infine questo stato la porta al suicidio. La sua morte è la conclusione di un circolo vizioso nel quale la violenza subita, trasformandosi in violenza da infliggere, non trova una fine. Anna si arrende; da persona ribelle si trasforma in una donne abbattuta dal suo passato. Per lei non c’ è altra via d’ uscita che il suicidio.

La morte di Franziska, invece, simboleggia sia la liberazione dalla propria pena, sia l’ espiazione e il sacrificio nel nome del popolo ebreo.

L’ immagine della donna ebrea sacrificata sulla croce offre una nuova definizione del nostro mondo a livello sociale, culturale e storico. Nello stesso momento, Franziska diviene il ritratto di un nuovo creatore e salvatore del mondo, ma con attributi femminili. In questo modo è la donna ad essere posta al centro della terra e dell’ universo, non l’uomo.

Angeklagt, pubblicato nel 2002, è l’ ultima opera trattata all’ interno di questo lavoro e della tematica della violenza.

Una giovane 26enne, Kari Selb, è accusata di incendio colposo plurimo e di omicidio plurimo. Il testo è un lungo monologo tenuto dalla protagonista alla psicologa legale che in tutto il romanzo non parla. Kari Selb descrive la propria vita con parole dirette e crude. La protagonista racconta di essere cresciuta in una famiglia dove sia padre che la madre abusavano dell’ alcool. Il padre era spesso fuori casa. Si recava dal paese in cui viveva la famiglia in città dove tradiva la moglie e si dava allo sfarzo. Col passare del tempo si distaccò totalmente dal paese per andare a convivere con sua cognata. Quest’ ultima era spesso presente nella loro casa. In tre gli adulti si chiudevano nella mansarda dove avevano rapporti sessuali.

La madre si lasciò andare alla depressione per l’ assenza defintiva del marito e beveva sempre di più. Era la figlia che quindi si occupava della madre che si trovava in quelle condizioni pietose. Si convertono i ruoli tra madre e figlia.

Nel corso del racconto, il lettore scopre che la bambina fu costretta a partecipare alle orge sessuali all’ età di cinque anni provocandole un profondo trauma. A queste orge parteciparono la madre, il padre, la cognata, un’ altro uomo e, inoltre, una giovane prostituta. Kari fu violentata da ambedue gli uomini.

All’ età di dodici anni, nella vita di Kari entra Malik, un suo alter ego. Malik rappresenta la parte più forte di Kari con la quale la ragazza trova il coraggio di attirare su di sé l’ attenzione della madre. Ciò avviene incendiando insieme, Kari e Malik, case fabbriche e altre costruzioni. La madre è l’ unica persona nel paese a sapere che la responsabile è sua figlia.

Kari parla dei regali che riceveva dal padre dopo la sua assenza. Tra questi regali, Kari ebbe delle scarpe rosse che provocarono in lei una reazione molto violenta contro la madre. In questo modo sfogò la sua rabbia contro di lei per non averla protetta nel momento dell’ abuso.

Queste scarpe rosse accompagnavano Kari ogni volta che metteva un incendio, distinguendo tra le scarpe che ricevute dal padre e quelle che portava Malik.

Solo verso la fine della narrazione si scopre perché queste scarpe erano la causa per reazioni tali da picchiare e da uccidere delle persone che indossavano delle scarpe rosse:

Durante l’ orgia, sotto il letto, la bambina scopre delle scarpe femminili di colore rosso che si imprimono nella sua psiche e diventano il filo conduttore della sua vita e dell’ opera di Mariella Mehr.  Kari ricollega le scarpe rosse al male subito e reagisce di conseguenza in maniera drastica. È per questa ragione che uccide la giovane donna nel parco e infine anche la psicologa la quale le indossa.

Le motivazioni per l’ uccisione delle altre due donne sono in ogni caso riconducibili agli avvenimenti nella mansarda.

La signora Huber, che dopo l’ incendio della sua proprietà, causato dalla protagonista, si trasferì nella casa della famiglia Kenel, si presentò sulla soglia della porta con in mano le scarpe rosse che Kari aveva portato durante l’ incendio.

Questo fatto turba la protagonista perché si mischiano per lei il piano della realtà (dove hanno luogo le scarpe regalate dal padre) con il piano della sua immaginazione (dove lei vede Malik con le scarpe rosse che corrispondono a quelle nella mansarda). Questo sconvolgimento la portò ad uccidere la donna. 

La ragazza aggredita da Kari sotto il ponte portava con sé un vestito da sposa. Questo vestito fa scatenare in Kari il ricordo della madre che nelle orge talvolta indossava il suo vestito matrimoniale. Il collegamento tra presente e passato fa scatenare in lei la rabbia per cui uccise la ragazza.

Con l’ omicidio della psicologa il lettore realizza che la violenza subita genera altra violenza e  questo processo è irreversibile

 

 by Università degli studi di Perugia, Filomena Iacovino

Category : Cultura

Guy de Maupassant “La casa Tellier” e altri racconti

ottobre 25th, 2011 // 8:04 pm @

I Racconti d’Autore del Sole 24 Ore,  ci presentano lo scrittore francese Guy de Maupassant e suoi dei tre più famosi racconti: La casa Tellier, che dà il titolo alla raccolta di racconti con la quale esordì nel 1881, Storia di una ragazza di campagna e Due amici. L’influenza del naturalismo, corrente letteraria nata in Francia verso la fine dell’Ottocento, traspare chiaramente dalle righe di questi intensi testi, seppure con sfumature diverse. Ritratti vividi della società del tempo, legata a tradizioni e usanze a loro volta condizionate dal quadro storico dell’autore, i tre racconti ci proiettano la realtà quotidiana delle persone umili, che la storia non la fanno ma la subiscono. Non manca però la sensibilità con cui lo scrittore sembra accarezzare i suoi personaggi, e renderli più che umani: e se con uno spiccato senso del pudore, traccia il profilo di allegre ma dignitose prostitute, con la stessa maestria ritrae la sofferenza di una donna cui viene strappato l’amore della maternità. E con altrettanto, crudo, realismo, disegna il destino di umili difensori della patria.

L’autore

Guy de Maupassant nacque in Normandia, nel 1850, da una famiglia originaria della Lorena. La madre, da piccola compagna di giochi di Gustave Flaubert, fu una donna di non comuni doti letterarie, appassionata di classici, in particolare di Shakespeare. Cresciuto a contatto con la natura, amò sempre i grandi spazi e gli sport all’aperto, soprattutto andare a pesca. La prima educazione infantile si rivelò invece traumatica: la forzata educazione di stampo religioso suscitò in lui una profonda avversione per la religione. Fu solo al Lycée di Rouen che, dedicandosi principalmente alla poesia, si dimostrò uno studente molto dotato. Non appena laureato, si arruolò nell’esercito francese in occasione della guerra contro la Prussia. Trasferitosi poi a Parigi, riprese i rapporti con Flaubert, che lo introdusse al mondo della letteratura e del giornalismo. Nel 1880 pubblicò il racconto Boule de Suif, di straordinario successo. Al 1881 è datata la pubblicazione della raccolta La Maison Tellier. Nel 1883 pubblicò, poi, il suo primo romanzo, Une vie, che vendette più di 25 mila copie in un anno.
Nonostante i numerosi viaggi che lo portarono in Algeria, Italia e Gran Bretagna, coltivò profonde amicizie con personaggi illustri del suo tempo, quali Dumas e Taine.
Negli ultimi anni della sua vita, tuttavia, le condizioni di salute peggiorarono e il suo equilibrio mentale entrò in crisi, forse a causa della sifilide, malattia ereditata o provocata dai suoi frequenti rapporti con prostitute. Internato in seguito ad un ennesimo tentativo di suicidiò, morì nel 1893, a 43 anni, a Parigi.


La casa Tellier

Il senso del pudore con cui Guy de Maupassant ci racconta della condizione umana delle prostitute è sorprendente: la sua visione si allontana dalla concezione bigotta e perbenista, e ridona a queste donne la naturale dignità e il rispetto che si deve alle creature umane. Ed sono proprio donne dignitose, rispettabili quelle che ci appaiono nel racconto, le quali, con lucidità e senso del decoro, sanno discernere il momento adatto per abbandonarsi ai piaceri delle voluttà umane, e mantengono il proprio contegno di grandi dame quando, lontane dai pregiudizi del moralismo cittadino, si trovano ad essere osservate e ammirate da tutti per il loro portamento di gran signore e per la loro eleganza. Due ambienti diversi: da un lato il bordello cittadino, nei quali le prositute si lanciano tra le braccia di uomini assetati e desiderosi, e dall’altro la chiesetta del piccolo paesino, dove, dinanzi alla solennità e all’allegria della cerimonia di comunione, esse sono esempio di gentilezza, di serenità e di moderazione, capaci di resistere bonariamente alle tentazioni inopportune di qualche ubriacone.

Storia di una ragazza di campagna

Rose è una giovane e ingenua ragazza di campagna, che, nella fattoria nella quale presta servizio come serva, cede al corteggiamento di un baldo giovane, affascinata dalle sue promesse di matrimonio. Quando rimane incinta, comprende però che il suo amore non è realmente corrisposto, e che il garzone ha abbandonato lei e il suo bambino.
Con il realismo che lo contraddistingue, l’autore esamina la triste e sofferente condizione di una ragazza madre, contestualizzata al tempo storico e allo status sociale del periodo, nella quale una giovane donna non sposata, era costretta a rinunciare al suo affetto materno pur di salvare la propria dignità e la propria fonte di sopravvivenza.
La soluzione si manifesta più semplice e reale di quella che è, non come immaginava Rose. Assicurerà a suo figlio un futuro, pur costretta a sacrificare la sua libertà.


Due amici

Due vecchi amici si incontrano dopo tanti anni, e riscoprono la passione che aveva alimentato la loro amicizia giovanile: la pesca. Decidono così di tornare al fiume, che ora, tuttavia, a causa della guerra tra Francia e Prussia, si trova al di là del confine. Riescono comunque ad oltrepassarlo e raggiungere quel luogo. Una fuga, si potrebbe pensare, per la libertà, contro ogni stupida imposizione politica, contro ogni ostacolo che impedisce loro di sentirsi liberi. Ma la realtà prevale ancora una volta sull’istinto umano. Catturati, dai tedeschi, sono costretti ad una scelta: morire o tradire la loro patria. La lealtà e l’amore della patria, sintomi stessi di quell’innato senso di libertà insito nei loro animi, saranno complici della loro sfida contro il destino e contro il nemico.

Category : Racconti/Romanzi

Alda Merini da “La volpe e il sipario”

ottobre 22nd, 2011 // 9:04 pm @

 

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninna nànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

Alda Merini
da “La volpe e il sipario”

Category : Poesia

Francis Scott Fitzegerald: Il Diamante grosso come il Ritz – Tarquinio di Cheapside

ottobre 21st, 2011 // 7:13 pm @

Due racconti del famoso scrittore e sceneggiatore statunitense Francis Scott Fitzgerald: Il diamante grosso come il Ritz e Tarquinio di Cheapside. I testi proposti, estremamente diversi per forma e per contenuto, presentano invece un punto di unione che caratterizza la storia dei protagonisti: il contrasto tra il mondo ideale dei sogni, delle speranze, e quello della realtà pratica, contro cui le vane illusioni si scontrano e l’uomo rimane, in un modo o nell’altro sconfitto. Eppure i sentimenti che ci trasmettono i due racconti sono di una serenità intensa, che coinvolge il lettore, il quale, quasi assopito, si lascia trasportare con fluidità verso realtà lontane nel tempo, eppure tanto semplicemente attuali, da farci quasi sorridere.

L’autore

Francis Scott Fitzgerald nacque nel Middle West americano nel 1896. Suo padre, gentiluomo distinto e aristocratico negli atteggiamenti, ma incapace di soddisfare praticamente i bisogni della famiglia; sua madre, donna dal carattere romantico ma irrequieto, figlia di ricchi commercianti. Fin dall’infanzia, l’atmosfera familiare gli trasmise gli ideali tipici del mondo aristocratico, quali l’onore, la cortesia e il coraggio. Ma, provato anche dal fallimento economico paterno, provò spesso ammirazione per la classe borghese americana, per la quale provò sempre rispetto e invidia. Non evitando di rievare la corruzione e l’apatia che conseguivano da quel genere di vita, egli fece del suo atteggiamento verso le classi agiate, il tema principale delle sue opere. Dopo aver frequentato le scuole cattoliche, e aver già mostrato la sua acuta sensibilità e intelligenza, si iscrisse all’Università di Princeton, la più nota al tempo da un punto di vista sociale e mondano, che segnerà lo sviluppo del giovane Fitzgerald. Il periodo trascorso a Princeton sarà importante anche per la sua formazione culturale e letteraria: è qui che comincerà a scrivere il suo primo romanzo, revisionato e pubblicato dopo il congedo dal servizio militare che lo impegnerà durante la guerra mondiale. Il romanzo, col titolo Di qua dal Paradiso, sarà pubblicato e accolto con successo nel 1920. Dopo il matrimonio con Zelda, la coppia si trasferisce prima a New York e poi per un breve periodo in Europa. Di ritorno negli Usa, l’ombra di gravi difficoltà economiche e di salute – la moglie darà segni di squilibri mentali – offuscò la pubblicazione più o meno soddisfacente di altri tre romanzi. Verso la fine degli anni ’30, Fitzgerald accettò il ruolo di sceneggiatore presso gli studi cinematografici di Hollywood, dove collaborò in diversi film. Nel 1940 comincia la stesura dell’ultimo romanzo, Gli ultimi fuochi, che rimarrà però incompiuto e pubblicato postumo. Nel dicembre dello stesso anno, un attacco di cuore provocò la sua morte.

Il diamante grosso come il Ritz

La famiglia Washington era la più ricca del mondo. Il loro castello si trovava su un  diamante, dalle sembianze di una grossa montagna. Ma la loro ricchezza era fondata su un segreto, tramandato e protetto da diverse generazioni. La vasta tenuta era una fortezza, sconosciuta alle mappe, e tutto il loro denaro era minacciato perennemente dalla verità. La loro stessa vita, fatta di illusioni e di sogni vani, era minacciata dalla verità, una terribile nemica, che qualora si fosse rivelata, avrebbe distrutto non solo il patrimonio che custodivano avidamente, ma le loro esistenze, le speranze di tre ragazzi, contaminate dagli avari progetti di un padre di disumana crudeltà. Quando John T. Unger, abituato sin da piccolo al rispetto e all’invidia per la ricchezza e per i ricchi, viene casualmente introdotto in quel mondo fatto di lusso e di sofferenza, i suoi sensi si perdono nella vana gloria dei signori Washington, e quando si rende conto di cosa davvero sta accadendo – ossia che l’avidità lo sta portando alla morte – fa appena in tempo a fuggire e a portare in salvo le vite di due innocenti ragazze, colpevoli, forse, solamente di essere nate in una famiglia ricca con ideali aristocratici. Ed è bello scoprire che sì, forse il disincanto non dona felicità, forse neanche la povertà, ma il cielo stellato, l’aria fredda della notte, e l’attesa in futuro umile e onesto, sono i primi sintomi di quella che d’ora in poi chiameranno libertà.

Tarquinio di Cheapside

Scarpe Leggere è un novello cantore (e dalla lettura del racconto si percepisce un vago riferimento, non poi tanto vago, al giovane William Shakespeare, chissà che non sia proprio lui). Non lo vediamo nei panni di un vecchio intellettuale, ma di un ragazzo baldanzoso, gioioso, che, di ritorno da una notte appassionata con una bella donna, sfugge alle grinfie degli inseguitori, che giurano di fargliela pagare cara per la licenziosità nei confronti della donna, e trova rifugio presso un caro amico. Ma il vero rifugio non è la botola in cui si nasconde dagli “scimmioni” che lo inseguono, bensì il piacere della poesia, che lo protegge dalla dura realtà.

 

Category : Racconti/Romanzi

Immagine d’Autunno

ottobre 16th, 2011 // 5:56 pm @

Un’immagine calda per un autunno colmo di speranza e di gioia, anche se immancabile preludio alla durezza dell’inverno. A molti di noi piacerebbe passeggiare lungo un viale come questo, con la mente libera da preoccupazioni e da affanni, libera di potersi immergere completamente in un autunno sfolgorante di colori, dorato, fragile ma delicatamente luminoso.

 

Category : Pensieri Sparsi

Giuseppe Ungaretti “Soldati”

ottobre 16th, 2011 // 5:53 pm @

 

Soldati 

Bosco di Courton luglio 1918

 

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie

Category : Poesia

Quando saprai che sono morto

ottobre 14th, 2011 // 7:01 pm @

Che Guevara (Ernesto Che Guevara de la Serna)

 

Quando saprai che sono morto

 

Quando saprai che sono morto
non pronunciare il mio nome
perché si fermerebbe
la morte e il riposo.
Quando saprai che sono morto di
sillabe strane.
Pronuncia fiore, ape,
lagrima, pane, tempesta.
Non lasciare che le tue labbra trovino le mie dieci lettere.
Ho sonno, ho amato, ho
raggiunto il silenzio.

Category : Poesia

Il nontiscordardime, messaggero d’amore.

ottobre 12th, 2011 // 12:52 pm @

 

 
 
 

Un tempo, in un regno prospero e felice, la giovane Daina abitava con la madre ormai vecchia in una piccola capanna dipinta di bianco, sul limitare di un campo di grano, vicino ad un ruscello che scorreva gioioso, alla quieta ombra di alberi secolari. Era bello in inverno, coi severi alberi spogli, i rami immobili contro il cielo grigio e i bruni campi silenziosi dove volavano pigramente i corvi dalle nere, lucide ali. Ed era bello in estate, sotto le fresche foglie luccicanti dove tubavano le colombe innamorate l’una dell’altra, accompagnando con il loro linguaggio d’amore il lieto scorrere del torrente d’argento. 
Le donne andavano a riempire di purissima acqua i loro secchi in quel luogo incantato, ed i viandanti si sedevano per riposare e parlare con Daina, flessuosa, dolce e paziente come l’animale di cui portava il nome.
Ella lavorava filando alla rocca tessuti leggeri e preziosi per le ricche signore del regno e sognava, filando, i suoi sogni, il bel viso piegato sotto il peso dei lunghi capelli neri, raccolti sul capo in una treccia splendida, degna di una regina, i grandi occhi liquidi e scuri levati talvolta ad osservare fiduciosi chi voleva fermarsi a parlare con lei. 
Un giorno, uno dei viandanti la informò che il Nobile Signore, padrone del regno, stava visitando tutte le terre che gli appartenevano, e quindi certo sarebbe giunto anche lì. 
Turbata – senza nemmeno ben capirne la ragione – per la prima volta nella sua breve, placida vita, Daina corse dalla madre, per chiedere alla saggezza di lei quale mai vestito dovesse indossare per rendere omaggio al loro Signore. Quanto ai gioielli, la scelta era obbligata. Daina e la madre erano molto povere, vivevano del lavoro della fanciulla, e non possedevano che la piccola capanna bianca dove vivevano ed uno splendido gioiello, un grande zaffiro che racchiudeva in sé tutti i tenui bagliori del cielo, incastonato in una montatura degna di un re.
Quello zaffiro era appartenuto ad un possente signore del regno, che in anni ormai lontani aveva amato la madre di Daina, bella allora come ora la figlia, e poi l’aveva abbandonata, lasciandole in dono la piccola e quel gioiello prezioso.
La madre, sgomenta per il turbamento della figlia, pregò in silenzio perché la storia non si ripetesse, perché alla fanciulla così ignara fossero risparmiati il dolore dell’abbandono e del disinganno, le lacrime dello struggimento e della solitudine, ma ben sapendo che ogni cosa è già scritta, aiutò comunque la sua bella figlia ad acconciare i lunghi capelli neri e ad indossare un abito bianco come l’alba del mattino, fermandole sul seno il gioiello azzurro colore del cielo.
Finalmente il Nobile Signore passò davanti alla piccola casa di Daina, che attendeva tremando, ma, anche se vide la graziosa capanna dipinta di bianco, la giudicò troppo piccola per prestarle attenzione e passò oltre senza badare alla bellezza di quell’angolo fatato; era estate, ma preso dai gravi pensieri del suo regno, egli non vide le lucide foglie dei grandi alberi, non udì il richiamo amoroso dei colombi innamorati, non fu attratto dal fresco gorgoglio del ruscello d’argento. 
Daina però non poteva tollerare il pensiero di non aver reso alcun omaggio al suo Signore. 
E così, in un gesto dettato da inconsapevole orgoglio, poiché anche nelle sue vene scorreva nobile sangue, e dalla delusione di un’inconfessata speranza, lanciò verso il Principe il suo prezioso gioiello di cielo. 
cielo. 
Indifferente, il Principe passò col suo cavallo là dove il gioiello era caduto, e dietro a lui gli infiniti zoccoli dei cavalli di tutto il suo seguito numeroso. E il bello zaffiro si frantumò in numerose piccole schegge di luce azzurra, che riflettevano il sole.
Fu una dea pietosa che passava di lì a trasformare quelle schegge in migliaia di piccoli fiori azzurri, cui venne dato il nome di “non ti scordar di me” perché il ricordo del gesto orgoglioso e gentile della piccola Daina non andasse del tutto perduto. 
Edoardo VIII, nel 1936, in un secolo dunque apparentemente privo di fiabe, rinunciò al trono di Inghilterra, assumendo il titolo di duca di Windsor, gettando così ben più che un monile di zaffiro ai piedi della donna che amava. La rinuncia al trono era infatti l’unico mezzo per rendere possibili l’anno successivo le nozze con l’americana, due volte divorziata, Wallis Simpson, che, a differenza del principe della fiaba, si chinò a raccogliere il dono.
IL duca volle che nel giorno delle nozze i “non ti scordar di me” decorassero a migliaia la loro abitazione, e che l’abito della sposa avesse quella particolare tonalità di chiaro azzurro che mostrano i petali del fiore sacro all’amore.
La piccola Daina, dal suo mondo di fiaba, deve pur aver visto tutto questo e certamente, nella sua generosità, ne ha sorriso felice.

Category : Favolistica

“Autunno” di M. Moretti

ottobre 10th, 2011 // 7:32 pm @

 

Autunno

 

Il cielo ride un suo riso turchino

benché senta l’inverno ormai vicino.

Il bosco scherza con le foglie gialle

benché l’inverno senta ormai alle spalle.

Ciancia il ruscel col rispecchiato cielo,

benché senta nell’onda il primo gelo.

é sorto a piè di un pioppo ossuto e lungo

un fiore strano,un fiore a ombrello,un fungo.

(M. Moretti)  

Category : Poesia