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“Qui ti amo” di Pablo Neruda

novembre 21st, 2011 // 9:45 am @

Qui ti amo…

Qui ti amo..

Qui ti amo.
Negli oscuri pini si districa il vento.
Brilla la luna sulle acque erranti.
Trascorrono giorni uguali che s’inseguono.

 

La nebbia si scioglie in figure danzanti.
Un gabbiano d’argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte, stelle.

 

O la croce nera di una nave.
Solo.
A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui ti amo.

 

Qui ti amo e invano l’orizzonte ti nasconde.
Ti sto amando anche tra queste fredde cose.
A volte i miei baci vanno su quelle navi gravi,
che corrono per il mare verso dove non giungono.
Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore.
I moli sono più tristi quando attracca la sera.

 

La mia vita s’affatica invano affamata.
Amo ciò che non ho. Tu sei così distante.
La mia noia combatte coni lenti crepuscoli.
Ma la notte giunge e incomincia a cantarmi.
La luna fa girare la sua pellicola di sogno.

 

Le stelle più grandi mi guardano con i tuoi occhi.
E poiché io ti amo, i pini nel vento
vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie di foglie

 

Le stelle più grandi mi guardano con i tuoi occhi.
E poiché io ti amo, i pini nel vento
vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie di filo metallico.

 

Category : Poesia

Salvatore Di Giacomo “Pianefforte ‘e notte”

novembre 18th, 2011 // 10:51 am @

 

PIANEFFORTE ‘E NOTTE

Nu pianefforte ‘e notte

Sona lontanamente

E ‘a musica se sente

Pe ll’aria suspirà.

 

E’ ll’una: dorme ‘o vico

Ncopp’a sta nonna nonna

‘e nu mutivo antico

‘e tanto tempo fa.

 

Dio, quanta stelle cielo!

Che luna! E c’aria doce!

Quanto na bella voce

Vurria sentì cantà!

 

Ma solitario e lento

More ‘o mutivo antico;

se fa cchiù cupo o vico

dint’a all’oscurità.

 

Ll’anema mia surtanto

rummane a sta funesta.

Aspetta ancora. E resta,

ncantannose, a penzà.


   

Category : Poesia

The Art of Penny Parker

novembre 16th, 2011 // 10:00 am @

 Painting is my way of creating a more positive, peaceful and beautiful world.
It’s a refuge, a joy, and makes living in this troubled world a much nicer place to be.”

La pittura è il mio modo di creare un mondo più positivo, tranquillo e bellissimo.
E ‘un rifugio, una gioia, e fa di questo mondo turbolento, un posto molto più bello per vivere.”

Category : Pensieri Sparsi

Ernest Hemingway: vivace dibattito all’incontro di “Letteratitudini”

novembre 11th, 2011 // 2:13 pm @

 

 

 

Dopo un paio di rinvii, causati da impreviste ed inderogabili motivazioni, finalmente ieri sera, mercoledì 9 Novembre 2011, ha avuto luogo il primo incontro di  “Letteratitudini” che, ormai, si avvia alla sua 3^ Edizione.

Come sempre abbiamo trascorso una piacevolissima serata in compagnia di amici amanti della letteratura. Il gruppo man mano si infoltisce ed infatti accanto ai fondatori, partecipanti della prima ora, ieri sera abbiamo avuto il piacere di ospitare la signora Giannetta Capozzi e Don Rocco Noviello, parroco della Parrocchia Maria SS. Assunta in Cielo.

Trattare, per sommi capi, la vita e le opere di Ernest Hemingway ha dato vita ad un vivace dibattito. Infatti, alcune persone, pur riconoscendo la bravura dell’autore, il quale vinse il premio Pulitzer nel 1953 ed il premio Nobel per la letteratura, nell’anno successivo e ci ha lasciato un patrimonio letterario di altissimo livello, non lo condividono come uomo, essendo egli morto suicida .

Hemingway, il vitalismo che sfidò la morte, non fu accettato neppure dagli stessi americani, in quanto gli americani non consentono mai ai loro eroi di distruggere il mito che essi stessi hanno creato. E fu proprio per questo motivo che i primi necrologi apparsi negli Stati Uniti, dopo la morte di Hemingway svilissero l’uomo e lo scrittore, giudicando “incompiuti” l’uno e l’altro. Il colpo di fucile che cinqant’anni fa, in una tersa mattinata domenicale, si era tirato alla testa, preso forse dalla stanchezza di vivere e atterrito da disturbi nervosi che da qualche tempo stavano intaccando quel patrimonio preziosissimo che è la memoria, fu visto come un atto di viltà, come un’uscita di scena indegna di un uomo che aveva attraversato terre e mari col cipiglio di un eroe antico. Chi volle ricordare che nel 1928 il padre, perseguitato dai debiti, si era tolto la vita nello stesso modo, lo fece in modo tendezioso, ma furono dei cattivi interpreti di questo atto. Oggi, infatti, è ben chiaro ch il vitalismo che anima l’opera di Ernest Hemingway fin dai primi cimenti, lascia scorgere in filigrana, un senso della fine che è coscienza della umana impotenza di fronte al dolore e alla morte. Mai, come nel suo caso, vale la nota riflessione di Walter Benjamin, che il riso è solo il rovescio del pianto.

 

BIOGRAFIA

Ernest Miller Hemingway nasce a Oak Park, nell’Illinois, il 21 luglio del 1899, alle otto del mattino. Suo padre, Clarence Edmonds Hemingway, era un medico di soli ventotto anni, collezionista di monete, francobolli, cimeli indiani, animali impagliati, appassionato di caccia e pesca ed eccellente cuoco. Sua madre, invece, Grace Hall, era un contralto che, abbandonata la carriera operistica a causa di alcuni disturbi alla vista, si era dedicata alle lezioni di musica a domicilio e, più tardi, alla pittura. La famiglia di Hemingway era agiata, di religione protestante. I rapporti tra i genitori non furono mai buoni: il padre era un uomo fragile e severo, mentre la madre mostrava un carattere ambizioso e dominatore. Hemingway e i suoi cinque fratelli, di cui era il secondogenito, vissero la loro infanzia fra i continui litigi dei genitori sull’educazione dei figli e la gestione del patrimonio familiare.

Hemingway si diplomò nel 1917 alla Oak Park High School, dove la sua inclinazione e il suo talento per le lettere vennero presto notati e incoraggiati da alcuni insegnanti. Mentre sua madre, Grace, avrebbe voluto per il figlio una carriera da violoncellista, il giovane Hemingway si mostrava incline alle stesse passioni che il padre gli aveva trasmesso: l’amore per la caccia, la pesca e la vita all’aria aperta. Lasciò l’università per la scuola di giornalismo.

Nell’ottobre del 1917 venne assunto come cronista dal «Kansas City Star», ma l’intervento degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale lo stimolarono a offrirsi volontario per combattere in Europa. Verrà tuttavia riformato a causa di un difetto alla vista e, lasciato lo «Star», nel 1918 si arruolerà, insieme con un amico, come autista di ambulanze della Croce Rossa. Quella stessa estate, dopo la traversata dell’Atlantico e brevi soste a Parigi e Milano, si era trovato sul fronte italiano. A Fossalta di Piave, in particolare, dopo essere stato colpito e ferito dalle schegge di un proiettile, finì in un ospedale milanese dove rimase per tre mesi subendo numerose operazioni alla gamba. Qui si innamorò di Agnes Hannah von Kurowsky, un’infermiera americana di origine tedesca. La ragazza, tuttavia, respinse la domanda di matrimonio di Hemingway il quale, ritiratosi dalla Croce Rossa, decise di ritornare a combattere nell’esercito italiano fino all’armistizio.

Riattraversato l’oceano e nel 1919 sbarcò negli Stati Uniti dove venne trionfalmente accolto dalla stampa ed elogiato per il suo coraggio e la resistenza al dolore. Tuttavia, così come molti altri reduci, anche Hemingway, dopo la guerra, aveva stentato a riadattarsi alla vita civile. Per questo motivo, sembra che avesse prese a soffrire di insonnia e a bere per combatterla. Leggeva moltissimo e di tutto. Proprio durante quell’estate, tra gite ed escursioni nei boschi del Michigan, riprese a scrivere racconti. Sua madre, però, scontenta di questa passione, tentò a più riprese di osteggiarla finché, su invito di un amico del padre, lo scrittore non accettò di stabilirsi a Toronto. Dal 1920 diventò un collaboratore del «Toronto Star», scrivendo una dozzina di articoli in tre mesi. Stabilitosi a Chigago, collaborò con una rivista di settore, che poi decise di abbandonare dopo aver conosciuto e sposato, il 3 settembre del 1921, Elizabeth Hadley Richardson, una ragazza di St. Louis, orfana di entrambi i genitori e più grande di lui di otto anni.

Con l’aiuto economico della moglie e alcune lettere di presentazione di Sherwood Anderson a Gertrude Stein, Lewis Galantiére, Sylvia Beach ed Ezra Pound, Hemingway partì per l’Europa e, nel febbraio del 1922, riprense a collaborare con il «Toronto Star». Per questo giornale seguì grandi eventi internazionali: la guerra greco-turca e la pace di Losanna. Quando, poi, invitò la moglie a raggiungerlo, accade un avvenimento assai strano: Elizabeth smarrì, o le furono rubati, tutti i manoscritti del marito.

Nel 1923 a Parigi uscì il primo libro di Hemingway, Three Stories e Two Poems. Il 10 ottobre dello stesso anno nacque il suo primo figlio, John Hadley Nicanor, soprannominato Bumby. A Parigi, in questo periodo, ebbe modo di scrivere racconti e pubblicare poesie su una rivista tedesca. All’inizio del 1925 l’editore americano Horace Liveright accettò di stampare il suo secondo libro dal titolo In Our Time. Nell’ottobre del 1926 uscì Fiesta dopo che, con la pubblicazione di Torrenti di Primavera, Hemingway aveva interrotto i rapporti con Liveright, per poter passare ad un altro editore. Nel 1927 vennero pubblicati i racconti che diedero conferma delle doti letterarie di Hemingway: Men without woman. Durante lo stesso anno lo scrittore aveva divorziato da Elizabeth Hadley per sposare una ricca amica della moglie che lavora nella redazione parigina di «Vogue»: Pauline Pfeiffer.

Dal 1928 al 1939, dopo essere tornato negli Stati Uniti insieme alla moglie, passò il suo tempo scrivendo, pescando e cacciando in Florida. Lo stesso anno, dopo la nascita del suo secondogenito, Patrick, che aveva messo a repentaglio la vita di Pauline, suo padre morì suicida sparandosi un colpo alla testa. Nel 1929 uscì Addio alle armi. Nel 1931 nacque il terzo figlio di Hemingway, Gregory Hancock, mentre lo scrittore stava preparando Morte nel pomeriggio, Winner Take Nothing e Verdi colline d’Africa, che uscirono rispettivamente nel 1932, 1933 e 1935. Nel 1936 scoppiò la guerra di Spagna. Hemingway partì nel 1937 come corrispondente di guerra della «North American Newspaper Alliance», dopo aver compiuto il suo Avere e non avere, che venne poi pubblicato l’anno seguente, insieme a The Fifth Column and the First Forty Nine Stories. È in Spagna che Hemingway iniziò una relazione con Martha Gellhorn, giornalista e romanziera che nel 1940, dopo il divorzio da Pauline (per abbandono del tetto coniugale), divenne la sua terza moglie.

L’autore si stabilì a Cuba con Martha e scrisse Per chi suona la campana, che uscì nel 1940. La seconda guerra mondiale lo vide dapprima in Estremo Oriente, insieme a Martha, come corrispondente di guerra, poi al comando del suo Pilar, un panfilo trasformato in battello antisommergibili e, infine, in Europa, al seguito dell’esercito americano. Finita la guerra e ottenuto il divorzio da Martha Gellhorn, Hemigway, sposò una giornalista americana, Mary Welsh, e tornò anche alla sua attività di scrittore. Nel 1950 uscì Di là dal fiume e tra gli alberi e nel ’52 Il vecchio e il mare. L’anno dopo Hemingway vinse il Premio Pulitzer e, nel 1954, dopo un incidente aereo nel quale fu ritenuto morto, il Nobel per la letteratura. Nonostante i vari riconoscimenti e successi, per Hemingway cominciaro anni di crisi esistenziale. Per questo interruppe la stesura delle sue memorie, il postumo Festa mobile, e la revisione di un romanzo cominciato nel 1946, Il giardino dell’Eden, per fare il suo ultimo viaggio in Europa, dal quale scaturì anche un libro intitolato Un’estate pericolosa.

Nel 1960 Hemingway venne ricoverato in una clinica del Minnesota. I suoi disturbi nervosi erano sempre più gravi, tanto che i medici si decisero a ricorrere all’elettrochock, che gli causò una perdita di memoria, vera tragedia per lo scrittore. Guastatisi i suoi rapporti con la Cuba di Fidel Castro, l’autore tornò a stabilirsi a Ketchum, nell’Idaho, dove la moglie riuscì a sventare un primo tentativo di suicidio dello scrittore. Poco più tardi in una bella domenica di sole del 2 luglio 1961, quasi sessantaduenne, Hemigway si alzò di buon mattino, afferrò uno dei suoi fucili da caccia, come per pulirlo…

 

Bibliografia

Ernest Hemingway, Addio alle armi (A Farewell To Arms), traduzione e introduzione di Fernanda Pivano, prefazione di Ernest Hemingway, Arnoldo Mondadori Editore, 1965.
Ernest Hemingway, Avere e non avere, traduzione di Giiorgio Monicelli, Arnoldo Mondadori Editore, 1962.
Ernest Hemingway, Di là dal fiume e tra gli alberi, traduzione di Fernanda Pivano, Oscar Mondadori, 1986.
Ernest Hemingway, Fiesta. Il sole sorgerà ancora, traduzione di Giuseppe Trevisani, Arnoldo Mondadori Editore, 1962.
Ernest Hemingway, Fiesta (Il sole sorgerà ancora), traduzione di Giuseppe Trevisani, Arnoldo Mondadori Editore, 1966.
Ernest Hemingway, Fiesta, traduzione di Ettore Capriolo, a cura di Fernanda Pivano, Arnoldo Mondadori Editore, Meridiani 1972.
Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, traduzione di Giuseppe Trevisani, Mondadori, Cles 1981.
Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare, traduzione di Fernanda Pivano, Arnoldo Mondadori Editore, 1952.
Ernest Hemingway, Morte nel pomeriggio, traduzione di Fernanda Pivano, Mondadori, 1998. ISBN 9788804460596
Ernest Hemingway, Morte nel pomeriggio, traduzione di Fernanda Pivano, Oscar Mondadori, 1973.
Ernest Hemingway, Per chi suona la campana, traduzione di Maria Napolitano Martone, Newton Compton Editori, 1996. ISBN 9788881832927
Ernest Hemingway, Verdi colline d’Africa (Green Hills of Africa), traduzione di Attilio Bertolucci e Alberto Rossi, Arnoldo Mondadori Editore, 1965.
Ernest Hemingway, Verdi colline d’Africa, traduzione di Attilio Bertolucci e Alberto Rossi, Mondadori, 1992.
Ernest Hemingway, Vero all’alba, traduzione di Laura Grimaldi, Mondadori, 2003. ISBN 9788804513346
Antonio Spinosa, I figli del duce, Rizzoli, 1983.


Capolavori indimenticabili della letteratura di cui si riportano alcuni passi:


FIESTA

Ettore Capriolo – Robert Cohn era stato un tempo campione di pugilato di Prìnceton, categoria pesi medi. Non crediate che questo, come titolo pugilistico, a me faccia una grande impressione, ma per Cohn significava molto. Non gli importava niente della boxe, anzi la detestava, ma l’aveva imparata, con fatica e sino in fondo, per reagire a quel senso di inferiorità e di insicurezza che gli derivavano a Prìnceton dall’essere trattato come ebreo.
[Ernest Hemingway, Fiesta, traduzione di Ettore Capriolo, a cura di Fernanda Pivano. Arnoldo Mondadori Editore, Meridiani 1972]

Giuseppe Trevisani – Robert Cohn era stato campione dei pesi medi a Prìnceton. Non dovete credere che questo come titolo sportivo faccia impressione a me, ma Cohn ci teneva moltissimo. In realtà del pugilato niente gli importava, non gli piaceva affatto, ma l’aveva dolorosamente imparato alla perfezione per controbattere la sensazione di inferiorità e di timidezza che l’essere trattato da ebreo a Prìnceton gli procurava.
[Ernest Hemingway, Fiesta. Il sole sorgerà ancora, traduzione di Giuseppe Trevisani, Arnoldo Mondadori Editore, 1962]


IL VECCHIO E IL MARE

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand’era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.

 

MORTE NEL POMERIGGIO

La prima volta che andai a una corrida mi aspettavo di rimanere inorridito e forse nauseato da ciò che mi avevano detto sarebbe accaduto ai cavalli. Tutto quello che avevo letto intorno all’arena insisteva su questo punto; la maggior parte di coloro che ne scrivevano condannavano le corride come una stupida faccenda brutale, ma anche coloro che ne parlavano bene, considerandole dal punto di vista spettacolare e come esibizione di abilità, deploravano l’uso dei cavalli con tono di scusa.

 

VERDI COLLINE D’AFRICA

Eravamo seduti nel rifugio costruito dai cacciatori wanderobo con frasche e ramoscelli al limite dl lick salato, quando udimmo avvicinarsi il camion. Dapprima era molto lontano e non si poteva capire che rumore fosse; poi si fermò e sperammo di non avere udito nulla, o solo il vento. Ma riprese lentamente, più vicino e sempre più numeroso, non ci poteva essere dubbio ormai, finché terminando in un fracassodi esplosioniirregolari passò vicinissimo dietro a noi, proseguendo su per la strada. Uno dei due battitori, quello melodrammatico, si alzò in piedi.

 

ADDIO ALLE ARMI

Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca se non per le foglie.

 

DI LA’ DAL FIUME E TRA GLI ALBERI

Partirono due ore prima dell’alba, e dapprima non fu necessario spezzare il ghiaccio sul canale perché erano già passate altre barche. In ogni barca, al buio, in modo che lo si udiva ma senza vederlo, il barcaiolo stava ritto a poppa, col lungo remo. Il cacciatore era seduto su uno sgabello fissato al coperchio di una cassetta che conteneva la colazione e le cartucce, e i suoi due o tre fucili erano appoggiati sul mucchio di stampi. In ogni barca, in un punto o nell’altro vi era un sacco con un paio di germani femmine vive, o un maschio e una femmina e su ogni barca c’era un cane che si agitava tremando inquieto allo starnazzar d’ali delle anatre che passavano in volo nel buio.

 

LE NEVI DEL CHILIMANGIARO

Il Chilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5890 metri e si dice che sia la più alta montagna africana. La vetta occidentale è detta “Masai Ngài”, Casa di Dio. Presso la vetta c’è la carcassa stecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare che cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine.
«Di magnifico c’è che non fa male» egli disse. «È così che si sa quando comincia.»
«Davvero?»
«Sul serio. Mi piace tanto dell’odore, però. Deve darti fastidio.»
«Oh, no. Non dire.»
«Guarda quelli» egli disse. «Cos’è che li tira qui, la vista o l’odore?»

 

PER CHI SUONA LA CAMPANA

Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l’uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d’aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si raddolciva ma un poco più in giù precipitava rapido, e l’uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico.

 

AVERE E NON AVERE

Sapete com’è la mattina presto all’Avana, coi vagabondi ancora addormentati lungo i muri, prima che i furgoni del ghiaccio comincino il loro giro dei bar? Bene, attraversammo la piazza dal molo al Caffè San Francisco per bere una tazza di caffè e c’era in tutta la piazza un solo mendicante sveglio, che stava bevendo alla fontana. Ma quando fummo entrati nel locale e ci sedemmo, trovammo i tre che ci aspettavano. Uno venne subito verso di noi.

 

VERO ALL’ALBA

In quel safari niente era semplice perché in Africa Orientale le cose erano cambiate molto. Il cacciatore bianco era mio amico da molti anni. Lo rispettavo come non avevo mai rispettato mio padre, e lui si fidava di me, il che era più di quanto meritassi. Era comunque qualcosa di cui dovevo tentare di rendermi degno. Mi aveva istruito facendomi camminare con le mie gambe e correggendomi quando sbagliavo. Se commettevo un errore me lo spiegava. E se non commettevo lo stesso errore una seconda volta, spiegava un po’ di più. Ma era un nomade e ora ci lasciava perché c’era bisogno di lui, alla sua fattoria. Così in Kenia veniva chiamato un ranch di ventimila acri. Era un uomo molto complicato, fatto di coraggio assoluto, di tutte le buone debolezze umane e di una capacità assai critica e particolarmente sottile di capire la gente. Era tutto dedito alla famiglia e alla casa, ma per quanto amasse la moglie e i figli, preferiva vivere lontano da loro.

 

Per concludere, ribadiamo che gli incontri di “Letteratitudini” sono prevalentemente degli appuntamenti mensili a cui aderiscono un gruppo di amici con la voglia di stare insieme in modo costruttivo, ma anche per il piacere della reciproca compagnia e convivialità.

L’incontro successivo è stato fissato per venerdì 9 Dicembre, nella sede dell’Oratorio di Arnone ed il relatore sarà Don Rocco Noviello.

 

Tilde Maisto

Category : Letteratitudini

Nadine Gordimer

novembre 11th, 2011 // 2:09 pm @

 

Beethoven era per un sedicesimo nero è una raccolta di tredici racconti della scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, oggi un’anziana signora figlia di ebrei immigrati, con alle spalle un passato di lotta al fianco dell’African National Congress, il partito fondato da Nelson Mandela. L’opposizione al regime di segregazione razziale in vigore in Sud Africa fino al 1990 è stata centrale nella sua scrittura. Anche per il suo impegno civile ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1991. Con l’abolizione dell’apartheid, anche la narrativa della Gordimer è mutata, facendosi specchio delle dinamiche contemporanee. Al pari del resto della produzione della scrittrice Sudafricana, le storie incluse nella raccolta e già apparse separatamente su importanti pubblicazioni come il New Yorker, The Guardian o Playboy, si mostrano come concrezioni di vita di persone comuni. Parlano di incontri e separazioni, legami di sangue e legami sociali, svolte personali contrapposte a condizioni stagnanti. Tutte le vite narrate non prescindono dal passato, ma non sono necessariamente predeterminate da esso. “Il passato è valido solo nella misura in cui è riconosciuto dal presente”, dice uno dei personaggi. E la presenza o l’assenza di questo riconoscimento, da parte del singolo o da parte della società, determinano lo sviluppo di un percorso. I protagonisti sono vettori vitali condizionati da fattori culturali e geografici, ma che allo stesso tempo vanno oltre essi, in virtù dei tratti universali dell’umanità.

 

Il centro di gravità della scrittura della Gordimer, in sostanza, rimane ancora l’identità. Non c’è più l’apartheid, ma l’identità alza necessariamente barriere, che possono essere momentaneamente impossibili da superare, oppure fragili da buttare giù. E la responsabilità/capacità di farlo è del singolo. Esemplare a tal proposito è Il primo senso. Un filosofo ungherese fuggito dal regime comunista arriva in Sud Africa con sua moglie che ha solo una licenza elementare. Nonostante l’apparente vantaggio intellettuale di lui, è la moglie che riesce a gettarsi alle spalle la vecchia vita, adattandosi meglio al nuovo contesto sociale, imparando la lingua e progredendo nelle professioni che svolge. Al contrario lui rimane impastoiato nella sua vecchia identità. Rispetto al periodo del regime razziale, il mondo è cambiato, e collassate le fondamenta del vecchio assetto geopolitico, in cui essa era addirittura discrimine per un’esistenza dignitosa, l’identità costruita mostra tutta la sua artificiosità e arbitrarietà, mutando valore al mutare delle condizioni. Così si spiega l’atteggiamento dei sudafricani bianchi che cercano di risalire il proprio albero genealogico sperando di imbattersi in un avo nero, come fa Frederick Morris, docente universitario di biologia, protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta. In molte occasioni l’identità sfocia nell’isolamento. Questo tema emerge per esempio come incomunicabilità imposta da staccionate massicce in Madrelingua, racconto che sonda la difficoltà comunicativa in mancanza di un codice che ciascun uomo condivide con i propri connazionali, la lingua, e appare tanto più impenetrabile quando attinge a un patrimonio di esperienze esclusivo di una cerchia di amici. La solitudine arriva al parossismo e assume la forma di mistero da accettare come condizione voluta dalla esistenza stessa, con il bizzarro racconto La lunghezza della solitudine, in cui l’autrice, con ironia, ma anche con discutibili risultati cerca di rendere il lettore empatico nei confronti di una tenia espulsa dal corpo del suo ospite.

Molto più umano e bilanciato è Una donna frivola, protagonista una ebrea costretta a fuggire da Berlino e rifugiarsi in Sud Africa allo scoppio della II guerra mondiale. Anche lei è sola nella determinata volontà di esorcizzare i momenti difficili, usando la vacua mondanità come santuario lontano dalle brutture del mondo e la sua spensierata vivacità come barriera anti-realtà. Libertina, innocente, e accanitamente superficiale, è apparentemente uno schiaffo alla sacralità della sofferenza dei milioni di ebrei caricati su carri bestiame con un numero tatuato sul polso. Eppure è umana, tanto umana da volerle bene.

 

La scrittrice risulta particolarmente a suo agio nel descrivere le dinamiche dei rapporti di coppia, sviscerati e scrutati, intrecciati a temi universali come l’elaborazione del lutto in Allesverloren, o come la fondamentale importanza della fisicità, legame e spia dello stato di una relazione, nei tre racconti dedicati ai sensi (vista, olfatto, udito). Il giudizio di valore sui racconti è positivo. Essi tendono alla chiarezza e alla significatività, come un buon racconto richiede, anche se pochi lasciano una immagine vivida nella mente del lettore e qualcuno è piuttosto inconsistente, come ad esempio Misure di sicurezza, racconto di un volo aereo turbolento, impastato con ingredienti presenti nel destino di ciascun uomo: paura, sicurezza e rischio. La scrittura sicura e essenziale, dal periodare breve, in alcuni casi rende più avvincente una storia che non coinvolge con il suo contenuto.

Il libro dà interessanti spunti per un dibattito sullo stato della cosiddetta letteratura post-coloniale (e sulla correttezza della sua definizione), di cui la Gordimer è una splendida esponente, in un contesto globale che tende a stemperarne le connotazioni localistiche e ad allentare gli ancoraggi storici. Questi racconti paiono integrati a livello mondiale più ancora dei libri di Salman Rushdie, Anita Desai o Zadie Smith. Il rischio concreto è che mutando, questo tipo di letteratura si perda nel mare della consuetudine. Alla luce di quanto detto, il racconto Sognando i morti, apparentemente avulso dall’opera, rivela i suoi legami profondi con la materia di tutta la produzione della Gordimer e quindi con la sua vita. I protagonisti sono Edward Said, importantissimo intellettuale e principale critico dell’orientalismo, Anthony Sampson, giornalista e scrittore britannico che si occupò della politica estera britannica e delle multinazionali del settore petrolifero o bellico, e Susan Sontag, brillante scrittrice e saggista che disse provocatoriamente “Mozart, Pascal, l’algebra di Boole, Shakespeare, il governo parlamentare, le chiese barocche, Newton, l’emancipazione femminile, Kant, i balletti di Balanchine, ecc. non riscattano ciò che questa particolare civilizzazione ha imposto al mondo. La razza bianca è il cancro della storia umana”. Il sogno che ripropone alla memoria della scrittrice di Johannesburg i tre acuti amici con i loro personalissimi modi di fare e di pensare si fa caro omaggio alla loro umanità, ma anche nostalgico riconoscimento della conclusione di una fase feconda per le scienze sociali occidentali, segnata da una profonda presa di coscienza dell’atteggiamento occidentale nei confronti delle altre culture.

Category : Racconti/Romanzi

Iris (Una fiaba di Hermann Hesse)

novembre 6th, 2011 // 2:01 pm @

 

Intanto venne un giorno in cui il signor Anselmo, ritornando da un viaggio solitario, ricevette un’accoglienza così fredda e opprimente dal suo appartamento di studioso che si precipitò dai suoi amici con l’intenzione di chiedere la mano della bella IRIS.”IRIS” le disse “Non voglio più …vivere così.Sei sempre stata la mia buona amica e devo dirti tutto.Devo avere una moglie, altrimenti la vita mi sembra vuota e senza senso. E chi dovrei desiderare in moglie se non te, caro fiore? Vuoi Iris? Avrai fiori quanti se ne possono trovare, avrai il più bello dei giardini.Vuoi venire da me?”Iris lo guardò a lungo e tranquillamente negli occhi, non sorrise e non arrossì, e gli rispose con voce ferma:”Anselmo, la tua domanda non mi stupisce.Io ti voglio bene, anche se non ho mai pensato di diventare tua moglie. Ma vedi, amico mio, io pretendo molto da colui che devo sposare.Pretendo più della maggior parte delle donne.Tu mi hai offerto dei fiori e la tua intenzione era buona. Ma io posso vivere anche senza i fiori, e anche senza musica, potrei rinunciare a tutto questo e a molto altro ancora, se fosse necessario. Ma una cosa non posso e non vorrò mai rinunciare: non potrò mai vivere neanche per un giorno senza che la musica che ho nel cuore sia per me l’essenziale.Se devo vivere con un uomo, bisogna che la sua musica interiore si accordi sottilmente con la mia, e bisogna che lui abbia un unico desiderio: che la sua musica sia pura e che si intrecci bene con la mia. Tu amico mio, ne saresti capace? Probabilmente non potresti accrescere la tua celebrità e conquistare altri onori, la tua casa sarebbe silenziosa, e le rughe che da parecchi anni vedo sulla tua fronte dovrebbero essere tutte cancellate.Ahimè, Anselmo, non sarà possibile.Vedi, tu sei fatto così: tu devi farti segnare la fronte da sempre nuove preoccupazioni, e quello che io penso e sono tu lo ami, certo, e lo trovi bello, ma per te come per i più è soltanto un delizioso giocattolo. Oh, ascoltami bene: tutto quello che per te è un giocattolo, per me è la vita stessa e dovrebbe esserlo anche per te, e tutto quello a cui tu dedichi fatiche e preoccupazioni, per me è un giocattolo e non merita che si viva per esso.- Io non cambierò più, Anselmo, perchè vivo secondo una legge che ho dentro. Ma tu sapresti cambiare? E dovresti cambiare completamente perchè io possa diventare tua moglie”Anselmo tacque, colpito da una volontà che aveva creduto debole e giocosa. Tacque e schiacciò sbadatamente nella mano eccitata un fiore che aveva preso dal tavolo.Allora Iris gli tolse dolcemente di mano il fiore-lui ne fu colpito al cuore come da un duro rimprovero-e a un tratto gli rivolse un sorriso luminoso e dolce, come se avesse insperatamente trovato una via d’uscita dall’oscurità.”Ho un’idea ” mormorò arrossendo. “La troverai bizzarr, ti sembrerà un capriccio.Ma non è un capriccio.Vuoi sentirla? E vuoi accettare che decida di te e di me?”Senza comprenderla, Anselmo guardò la sua amica, pallido d’ansia. Il sorriso di lei lo convinse ad avere fiducia e ad assentire.”Vorrei darti un compito” disse Iris ridiventando rapidamente seria. “Fallo è tuo diritto” si arrese l’amico.”Dico sul serio” continuò lei “ed è l’ultima parola.Vuoi accettarla così come mi viene dall’anima senza discuterla, anche se dapprima non la capirai?” Anselmo, lo promise. E lei disse, mentre si alzava e gli dava la mano:”Mi hai detto più di una volta che nel pronunciare il mio nome ti senti sempre richiamare a qualcosa di dimenticato che un tempo era stato per te importante e sacro. Questo è un segno, Anselmo, ed è ciò che ti ha attirato a me per tutti questi anni. Anch’io credo che nella tua anima tu abbia perduto e dimenticato qualcosa di importante e di sacro, qualcosa che deve ridestarsi prima che tu possa trovare la felicità e raggiungere ciò a cui sei destinato.- Addio, Anselmo! Ti dò la mano e ti chiedo: va’ e cerca di ritrovare nella menoria quel qualcosa che il mio nome ti ricorda. Nel giorno in cui l’avrai ritrovato io sarò tua moglie, verrò con te dove vorrai e non avrò altri desideri se non i tuoi”……….

Category : Racconti/Romanzi

Il ciclo continuo della vita …

novembre 5th, 2011 // 10:41 am @

 Ogni mattina la vita ricomincia, sempre in movimento, essa rinasce, cresce, si trasforma, s’ingrandisce. Ogni mattina la vita rifiorisce, stende le braccia verso il cielo, si espande, si manifesta, cerca il suo simile, si trova, si dona, appare sotto forme diverse, in migliaia di apparizioni differenti e meravigliose, essa si reinventa sempre. Il miracolo eterno dell’inizio… di un nuovo giorno.

 

 

A questo miracolo Dio ci risponde in tre maniere nella preghiera :
1. “si” 

2. “aspetta” 

3. “ho qualcosa di meglio per te”
 
 
Ringraziamo insieme il Signore con questa preghiera:
Padre celeste, questa mattina, il mio letto era caldo ed io non desideravo svegliarmi, nè alzarmi. Io volevo rimanere là e non preoccuparmi di nulla. Ma ho pensato che non era giusto… Perché a milioni di persone piacerebbe essere al mio posto, alzarsi per andare da qualche parte. Queste persone non hanno nulla da mangiare e nulla da vestire.
Questa mattina, Padre, Ti ringrazio per la buona notte e la coperta che mi ha riscaldato, per il cibo, per il nuovo giorno di lavoro e specialmente, per questo giorno nuovo di vita.
Benedici i miei amici ed i miei nemici, perché anche loro hanno bisogno di Te.
Benedici il mio amico che legge questo messaggio e fa che nel cuore di ognuno regni solo la PACE!

Category : Pensieri Sparsi

Lavori per i soldi oppure i soldi lavorano per te?

novembre 5th, 2011 // 10:19 am @

 

Estratto dal libro “Padre ricco Padre povero” di Robert Kiyosaki

 
 Lui continuò: “Vi è un’altra possibilità;  potresti essere uno di quelli senza coraggio, gli individui che abbandonano il campo ogni volta che la vita le pungola. Se sei fatto così, vivrai sempre cercando di metterti al sicuro, di coprirti le spalle, di fare le cose giuste risparmiandoti per un evento che non accadrà mai. Alla fine morirai vecchio e annoiato. Anche se avrai un sacco di amici fedeli che ripeteranno quanto sei stato onesto e lavoratore. Avrai vissuto un’esistenza tranquilla a eseguire le cose giuste. Ma la verità è che la vita ti avrà sottomesso. Nel profondo del cuore rischiare ti terrorizzava. Avresti voluto vincere, ma la paura di perdere sarà stata maggior dell’eccitazione che ti avrebbe dato la vittoria. Dentro di te, solo tu saprai che non ci hai nemmeno provato. Avevi deciso di giocare sul sicuro”.

Nuovo contatto oculare. Ci squadrammo per una decina di secondi, distogliendo lo sguardo solo dopo la ricezione del messaggio.
“Lei mi ha sballottato?” chiesi.
“Qualcuno potrebbe dire anche tiranneggiato”, disse sorridendo. “A me piace esprimermi così: ti ho fatto assaggiare la vita”.

“Quale assaggio?” chiesi ancora arrabbiato, ma ormai più incuriosito. Perfino disposto imparare.
“Tu e mio figlio siete stati i primi in assoluto a domandarmi di insegnarvi a diventare ricchi. Ho più di 150 dipendenti, ma nessuno mi ha mai chiesto di divulgare le mie conoscenze finanziarie. Mi chiedono un posto e la busta-paga, mai di insegnare loro quello che so sul modo in cui funziona il denaro. Di conseguenza, la maggior parte di queste persone passerà gli anni migliori dell’esistenza lavorando per i soldi, senza comprendere ciò per cui lavorano davvero”.

Sedevo e ascoltavo con grande attenzione.
“Perciò quando Mike mi disse che volevi arricchirti, ho deciso di farvi prendere una direzione il più possibile vicino alla vita reale. Avrei potuto indottrinarvi fino a farmi scoppiare le vene del collo, ma le cose vi sarebbero entrate da un orecchio e uscite dall’altro. Quindi, ho deciso di farvi sballottare un po’ dalla realtà dopo di che, mi avreste ascoltato. Ecco perché vi ho promesso solo 10 centesimi”.
“E qual è la lezione appresa lavorando per 10 centesimi all’ora?” chiesi. “Che lei è avaro e sfrutta i suoi operai?”
il padre ricco si appoggiò sullo schienale e si mise a ridere di cuore. Poi dopo essersi calmato spiegò: “Faresti meglio a cambiare il tuo punto di vista. Smettila di darmi la colpa e di credere che sia io il problema. Se ragioni così, devi cambiarmi. Se invece ti rendi conto che sei tu il problema puoi cambiare te stesso, imparare qualcosa e diventare più saggio. Molti vogliono che siano tutti gli altri cambiare, tranne se stessi. Lascia che te lo dica: è più facile cambiare se stessi che cambiare gli altri”.

 
“Non capisco” dissi.
“Non incolparmi per i tuoi problemi”, precisò lui con una certa impazienza.
“Ma se mi paga solo 10 centesimi…”
“Dunque, cosa hai imparato?” mi domandava con aria benevola.
“Che è uno spilorcio”, dedussi con un ghigno.
“Vedi, tu pensi che il problema sia in me”, replicò.
“Ma è così”.
“Va bene, continua a tenerti questa convinzione e non imparerai niente. Tieni ancora questo atteggiamento, accusami: che scelte ti restano?”
“Se non mi retribuisce meglio, se non mostra maggior rispetto per me e non mi insegna nulla me ne vado”.
“Ben detto”, arguì lui. “Proprio quello che fa la maggior parte della gente. Si licenzia per cercare un altro lavoro, un lavoro migliore o meglio retribuito, ritenendo che la nuova professione o il salario incrementato risolvano il problema. Nella maggioranza dei casi però non lo risolvono”.
“E allora, cosa lo risolve?” chiesi. “Accettare con compiacenza questi miseri 10 centesimi all’ora?”
Sorrideva di nuovo “E’ quello che fanno altri. Accettano una busta-paga da sussistenza nella consapevolezza che loro e la loro famiglia dovranno sempre barcamenarsi con problemi finanziari. Ma non fanno altro, aspettano un aumento di stipendio nella convinzione che qualche dollaro in più risolverà il problema. Lo accettano, disposti anche a sgobbare in un secondo lavoro, per il quale riceveranno un’altra ricompensa da fame”.
Fissavo il pavimento cominciando a comprendere la lezione che il padre ricco mi stava impartendo. Riuscivo a cogliere il primo assaggio di quello che è la realtà. Infine, ho rialzato la testa e ripetuto la domanda “Dunque, cos’è che risolve il problema?”
“Questo” mi spiegò toccandomi delicatamente sulla tempia. ”La cosa che sta tra un orecchio e l’altro”.
 Il padre ricco non si stancava di ripetermi questo punto di vista, che posso descrivere come lezione numero uno.

“I Poveri e il ceto medio lavorano per i soldi. I ricchi costringono i soldi a lavorare per loro”

 

Category : Racconti/Romanzi

Manuel Vàzquez Montalbàn

novembre 4th, 2011 // 8:20 pm @

Lo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, autore di numerosi romanzi e racconti intorno alla figura del detective Pepe Carvalho – personaggio d’invenzione al quale deve in parte la sua fama, e di altrettante opere di narrativa, poesia e saggistica. Scrittore versatile e assai prolifico, fu anche giornalista e gastronomo. I due racconti contenuti nel volumetto sono Appuntamento mortale all’Up and Down e Jordi Anfruns, sociologo sessuale. Di genere giallo, essi non ricostruiscono in modo freddo e oggettivo le indagini del protagonista, il detective Carvalho, quanto più cercano di analizzare, con ironia e una certa malinconia, la drammaticità della realtà e i lati oscuri della società che essa nasconde. Un ritratto psicologico, sebbene in chiave prettamente poliziesca, del comportamento dei protagonisti, legati al proprio status sociale; lo sfondo nero della notte, che mescola le storie in un intreccio di passioni, amori e odi, un vortice dal quale nessuno può sfuggire.

L’autore

Manuel Vázquez Montalbán nasce a Barcellona il 14 luglio 1939. Figlio unico di una sarta e di un militante del Partito Socialista Unificato di Catalogna, conoscerà il padre, detenuto, solo in occasione della sua liberazione, all’età di cinque anni. Laureato in Filosofia e Lettere all’Università Autonoma di Barcellona, sarà anche lui condannato alla reclusione per aver partecipato alla Resistenza Antifranchista. Dopo aver scontato la pena, intraprende la sua attività di giornalista con alcune testate spagnole, tra cui il Triufo e El Pais. Nel 1966 nasce il suo unico figlio, Daniel, che diventerà anch’egli scrittore e giornalista. L’anno successivo pubblica la sua prima raccolta di poesie, Una educacion sentimental. Nello stesso anno viene pubblicato anche il suo primo romanzo, Recordando a Dardé. Raggiunge il successo con il detective Carvalho, protagonista esordiente nel romanzo “Ho ammazzato J. F. Kennedy”. In Italia sarà pubblicato per la prima volta dalla Pellicanolibri Edizioni. Insignito di diversi riconoscimenti letterari, in sua memoria è nato nel 2006 il “Premio Carvalho” dedicato alla produzione di genere poliziesco. Al suo nome è inoltre dedicata una piazza omonima a Barcellona. Lo scrittore morì a Bangkok, nell’ottobre del 2003, a causa di un infarto.

Appuntamento mortale all’Up and Down

In questo romanzo è interessante  notare l’ambientazione delle scene e la scelta dei personaggi. L’Up and Down è un locale su due piani: uno ospita i chiassosi giovani in una sorta di discoteca, l’altro è invece dedicato alle cene tranquille e lussuose di signori dignitosi e orgogliosi della propria levatura sociale. Un quadro, questo, che, nello stesso tempo, spezza e riunisce i due “classi sociali” della Barcellona descritta dall’autore. Ma i segreti che nasconde sono immuni alle distinzioni sociali, e le loro vittime esterne a quella realtà.

Jordi Anfruns, sociologo sessuale

Una grande varietà di personaggi cercano di ritrarre, nel suo complesso, una realtà perversa, che è da imputare ad una divisione sociale, piuttosto che ai singoli individui, e che corrompe tutti, dall’ingenua ragazzina di strada alla donna che invece dovrebbe essere il suo modello.
C’è il detective acuto, sarcastico e pungente nelle sue indagini; la giovanissima “gogo-girl”, vittima del moralismo e della rigidità del padre, più che dei malcostumi; la “dignitosa” sorella, senza scrupoli né rimorsi nei confronti della sorella, sulla cui miseria edifica la sua pantomima di perfetta madre di famiglia; un regista sognatore, dal carattere debole e incapace di assumere un atteggiamento coerente; un amante orgoglioso, vittima della sua stessa determinatezza. Ma la figura sicuramente più determinante è quella del sociologo sessuale, Jordi Anfruns. Un personaggio a dir poco bizzarro, che, rifiutato dalla società, sente il dovere, più che il bisogno, di salvare l’ingenua ragazza dal suo mestiere poco decoroso di “gogo-girl”. Un bisogno che si tramuta ben presto in un’ossessione, e, in seguito alla morte della giovane donna, nella angosciosa ricerca della verità.

Category : Racconti/Romanzi

Io ci sarò (T.Terzani)

novembre 3rd, 2011 // 7:57 pm @

 

Ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria.
Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte,
chiudi gli occhi e cercami.
Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.

(T. Terzani)

Category : Poesia