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Dino Buzzati “Il Reggimento parte all’alba”

marzo 27th, 2012 // 9:59 am @

 

E’ il titolo di una serie di racconti, tra i più recenti, del grande Dino Buzzati.

La narrazione è  sempre un po’ surrealista, un po’ metaforica, un po’ simbolica. Sempre suggestiva e malinconica, allo stesso tempo aerea, limpida e fresca come l’aria della montagna da lui tanto amata.

Il libro è una summa del pensiero dello scrittore bellunese, noto per un capolavoro come il Deserto dei Tartari.

“… tutti in certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti  sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa neanche quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire.”

La ricerca dell’assoluto, l’illusione, l’inevitabilità del destino, beffardo e imperscrutibile. Dal grande scrittore e giornalista, che fu anche pittore, drammaturgo e sceneggiatore, le pagine composte poco prima della fine: una riflessione sulla vita e sulla korte, lo stupore profondo dell’uomo di fronte al mistero.

 

DINO BUZZATI nasce a Belluno nel 1906. Prima di laurearsi in legge entra come praticante al “Corriere della Sera”, di cui diventerà negli anni una delle forme più autorevoli. L’esordio letterario è del 1933, con il racconto lungo “Bàrnabo delle montagne”. Il suo capolavoro, “Il deserto dei Tartari”, è del 1940. Con il volume dei “Sessanta racconti”, considerati tra i più importanti della letteratura italiana del Novecento, vince il Premio Strega nel 1958.
Muore a Milano nel 1972.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

Leopardi e i giovani del nostro tempo (resoconto della serata)

marzo 23rd, 2012 // 10:43 am @

 I coniugi Cacciapuoti ai fornelli

La relatrice Laura Sciorio

Felicetta Montella con il festeggiato Gianni Cacciapuoti

              22 marzo 2012

    Se n’è discusso al recente incontro di Letteratitudini
                                                   L’appuntamento di aprile sarà dedicato ad Ugo Foscolo

CANCELLO ED ARNONE (Raffaele Raimondo) – Il gruppo “Letteratitudini” nel suo più recente incontro, svoltosi nella serata di martedì 20 marzo, ha polarizzato l’attenzione su uno dei più grandi lirici della letteratura italiana, Giacomo Leopardi, e la convivialità sul compleanno di Gianni Cacciapuoti, amato consorte della gentile ospitante Tilde Maisto. Dunque, due principali cardini di attrazione in felice coincidenza. La relatrice Laura Sciorio, introducendo i lavori, ha disegnato il profilo e la poetica del “genio di Recanati” ed ha arricchito il suo intervento con interessanti stimoli di riflessione. Fra l’altro è emerso un interrogativo dominante: i giovani del nostro tempo hanno i prerequisiti e la sensibilità sufficienti per comprendere ed amare l’uomo ed il letterato Leopardi? Sviluppatosi così un vivace dibattito, intervallato dalla lettura di alcuni celebri componimenti, un certo motivato scetticismo intorno all’accennata questione ha cementato tuttavia le pur diversificate opinioni espresse dai presenti. Inevitabile, d’altra parte, è stato il confronto riguardante le origini e gli aspetti cruciali della pessimistica visione da cui non seppe/non volle mai liberarsi il poeta spentosi ad appena 39 anni; parimenti degni di approfondimento i connessi temi della solitudine e del dolore. La maggior convergenza s’è comunque trovata nell’unanime apprezzamento della sempre sorprendente bellezza stilistica e sentimentale della poesia leopardiana.
A discussione conclusa, l’invitante buffet di ogni raduno, con una prelibatezza in più: i gustosissimi “fusilli alla siciliana” preparati, per la straordinaria occasione, dai coniugi Cacciapuoti, peraltro anche maestri di arte culinaria. Poi il gruppo, in un’atmosfera di sincera amicizia, ha continuato  entusiasticamente a festeggiare il genetliaco di Gianni, al quale, nel momento in cui soffiava sulla classica candelina, è stato riservato uno scrosciante applauso. Al brindisi augurale, Pina Manzo ha letto la splendida dedica in cui Tilde, fondatrice del gruppo, ha concentrato stupende espressioni
d’amore profondo e senza fine.
Ancora un grande poeta, Ugo Foscolo, al centro del prossimo appuntamento di “Letteratitudini” fissato per il 24 aprile. A relazionare provvederà Felicetta Montella. Hanno assicurato more solito la loro partecipazione tutti i componenti di una piccola ma collaudata comunità culturale che resta perennemente aperta a chiunque voglia inserirsi ex novo, per concedersi, almeno una volta al mese, una pausa di gratificante otium letterario.

Fra le varie liriche lette, “La sera del dì di festa” di cui, qui di seguito, si riporta il testo:

1.    Dolce e chiara è la notte e senza vento,
2.    E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
3.    Posa la luna, e di lontan rivela
4.    Serena ogni montagna. O donna mia,
5.    Già tace ogni sentiero, e pei balconi
6.    Rara traluce la notturna lampa:
7.    Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
8.    Nelle tue chete stanze; e non ti morde
9.    Cura nessuna; e già non sai né pensi
10.    Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
11.    Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
12.    Appare in vista, a salutar m’affaccio,
13.    E l’antica natura onnipossente,
14.    Che mi fece all’affanno. A te la speme
15.    Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
16.    Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
17.    Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
18.    Prendi riposo; e forse ti rimembra
19.    In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
20.    Piacquero a te: non io, non già ch’io speri,
21.    Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
22.    Quanto a viver mi resti, e qui per terra
23.    Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
24.    In così verde etate! Ahi, per la via
25.    Odo non lunge il solitario canto
26.    Dell’artigian, che riede a tarda notte,
27.    Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
28.    E fieramente mi si stringe il core,
29.    A pensar come tutto al mondo passa,
30.    E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
31.    Il dì festivo, ed al festivo il giorno
32.    Volgar succede, e se ne porta il tempo
33.    Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
34.    Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
35.    De’ nostri avi famosi, e il grande impero
36.    Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
37.    Che n’andò per la terra e l’oceano?
38.    Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
39.    Il mondo, e più di lor non si ragiona.
40.    Nella mia prima età, quando s’aspetta
41.    Bramosamente il dì festivo, or poscia
42.    Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
43.    Premea le piume; ed alla tarda notte
44.    Un canto che s’udia per li sentieri
45.    Lontanando morire a poco a poco,
46.    Già similmente mi stringeva il core.

Category : Letteratitudini &Poesia

Incontro di Letteratitudini mese di Marzo 2012 “Giacomo Leopardi”

marzo 23rd, 2012 // 10:38 am @

GIACOMO LEOPARDI

Oh casi! oh gener vano! abbietta parte / siam delle cose; e non le tinte glebe, / non gli ululati spechi / turbò nostra sciagura, / né scolorò le stelle umana cura. (Bruto Minore)

INDICE

LA VITA
INTRODUZIONE AL PENSIERO FILOSOFICO
INTRODUZIONE ALLE OPERETTE MORALI

LA VITA
Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798, dal conte Monaldo e Adelaide Antici. Nel 1803 l’amministrazione dei beni familiari è tolta al padre, che si ritira quindi in una velleitaria attività di letterato dilettante, e passa nelle mani della madre. L’atmosfera di casa Leopardi non è felice ed è caratterizzata dall’indole della madre, severa, bigotta e povera d’affetti. Il giovane Giacomo inizia nel 1807 gli studi con i fratelli Carlo e Paolina, inizia a comporre piccoli componimenti poetici e cerca un proprio spazio autonomo all’interno di un’educazione di chiaro stampo controriformistico. Nel 1817 inizia la sua amicizia epistolare con Pietro Giordani ed inizia lo Zibaldone, il grande diario intellettuale che continuerà sino al ‘32. Nel 1818 si conclude la sua conversione politica che lo porta a diventare un patriota repubblicano e democratico. Nel 1819 le cagionevoli condizioni di salute lo obbligano a sospendere gli studi; tutto ciò è una spinta a chiarire la propria condizione di solitudine, di noia, e a maturare il suo pessimismo ancora indeterminato. È in questo periodo che scrive L’infinito e Alla luna. nel 1820 continuano le composizioni poetiche come, ad esempio, La sera del dì di festa. Nel 1822 si reca a Roma, il primo viaggio fuori da Recanati: rimarrà molto deluso. Nel 1823 ritorna a Recanati. Nel 1824 scrive la maggior parte delle Operette morali e l’anno dopo parte per Milano, dove prende contatto con l’editore Stella, e poi passa a Bologna. Nel 1827 si trasferisce a Firenze dove conosce Alessandro Manzoni; i due non si capiranno, troppo diversa è l’indole personale. Nel 1828, finiti i mezzi di sostentamento, dopo aver composto A Silvia, è costretto a far ritorno a Recanati. Nel 1829 compone: Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il Sabato del villaggio. Poco dopo aver concluso il Canto notturno, nel 1830, torna a Firenze ed inizia l’amicizia con un esule napoletano: Antonio Ranieri. Nell’aprile 1831, durante i moti dell’Italia centrale, escono i Canti per l’editore Piatti. Nel 1833 Giacomo si trasferisce con il Ranieri a Napoli; i due vivono in condizioni economiche estremamente precarie. Nel 1835 escono i Canti per l’editore Starita di Napoli; vi compaiono nuove poesie tra cui Il passero solitario e il cosiddetto ciclo di Aspasia (Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia). Muore, a 39 anni, nel 1837 a Napoli durante un’epidemia di colera: il Ranieri a stento riesce a sottrarne il corpo alla fossa comune.
INTRODUZIONE AL PENSIERO FILOSOFICO
Che Leopardi sia poeta nessuno l’ha messo in discussione. Che sia anche filosofo, invece, è stato oggetto di acceso dibattito. Alla base c’è il fatto che egli ha scritto di filosofia e, per così dire, da filosofo: sullo Zibaldone troviamo tanti e tali pensieri sull’anima, la metafisica, la religione, la società, la natura, la morale, e via dicendo, che l’opera, ancorché disorganica e non sistematica, ben potrebbe configurarsi come trattato filosofico. Né si può dire che manchi a Leopardi lo stile filosofico, perché alcune sue pagine, specie quelle relative alla teoria del piacere, sono di tale rigore e oggettività che sembrano stilate dalla penna di un Locke o di un suo seguace.
Ma non tutti i critici sono d’accordo su questo punto. Il vecchio filone della cultura laicista italiana, da De Sanctis a Croce, nega la filosofia di L., ritenendola scarsamente significativa, non originale né profonda.
Per Francesco De Sanctis (cfr. Schopenhauer e Leopardi), interessato all’uomo e all’artista, essa esprime un superficiale pessimismo, contraddetto dalla poesia, l’unica sua produzione genuina e profonda.
Benedetto Croce riprende la contrapposizione, ma restringe ancor più il campo poetico: la poesia del recanatese gli sembra oscillare tra filosofia e letteratura, quasi mai riuscendo a tenere la rotta mediana (di qui la sua sostanziale e netta stroncatura).
Una nuova linea, che rivaluta L. filosofo, è aperta nei decenni tra le due guerre. Giovanni Gentile, che legge L. con interessi filosofici, nell’intento di rivalutare le Operette morali, arriva ad affermare che L. è autentico e grande filosofo.

2 – La formazione di Giacomo (1798-1816)
La genesi del pensiero di L. appare determinata da una progressiva presa di coscienza della propria infelicità. All’origine di questa si possono individuare due diversi ordini di fattori: biografico-ambientali e storico-culturali.
Tra i primi l’atmosfera affettivamente carente della sua famiglia e l’educazione retrograda e autoritaria, impartita da una madre bigotta e formalista e da un padre conservatore e chiuso; poi la formazione isolata e solitaria, da autodidatta, quello “studio matto e disperatissimo” che contribuì all’insorgere di diverse malattie croniche e alla malformazione fisica. Al gelo dei rapporti familiari vanno aggiunti lo scherno e la derisione dei concittadini, la mediocrità e la scarsa cultura dell’ambiente recanatese, la precoce sensibilità e la vivace intelligenza di Giacomo.
Motivi di ordine storico-culturale furono la crisi dell’illuminismo e l’insorgere inizialmente indistinto e confuso di nuove ideologie, la perdita d’identità e di funzione politico-civile dell’intellettuale, l’arretratezza sociale e culturale dello stato pontificio.
Né va dimenticato che il periodo storico in cui Giacomo raggiunge la maturità è l’età della Restaurazione, caratterizzata dal conflitto tra nazionalismo, liberalismo e romanticismo da una parte, cosmopolitismo, assolutismo e classicismo dall’altra. In ambito letterario nasce e si sviluppa la polemica classico-romantica attizzata dall’articolo di M.me de Stael, nella quale interviene anche L. (vedi sotto il punto 3).
Punto di partenza della speculazione leopardiana, volta a tentare di chiarire il senso della vita, è dunque il disagio esistenziale dell’autore, ovvero la sua infelicità fisica e psicologica. Tale disagio è all’origine di un pessimismo di tipo esistenziale, le cui caratteristiche si possono compendiare come segue: precoce venir meno delle illusioni e dei sogni infantili, sfiducia nella vita, sentimento (non ancora razionalizzato) di desolazione e di delusione, insofferenza verso i condizionamenti, sensazione di inutilità e di soffocamento.
3 – La fase del pessimismo storico (1816-1820)
Il pensiero leopardiano prende l’avvio da una meditazione sull’infelicità in sé, della quale vengono indagate le cause, le dinamiche e le conseguenze.
Alla base c’è la teoria dell’amor proprio (di derivazione illuministica), secondo la quale l’uomo è un essere che ama necessariamente se stesso e mira alla propria conservazione e alla propria felicità. L’altruismo è un controsenso: quando io faccio del bene ad un altro è perché provo piacere, quindi lo faccio sempre a me stesso. L’altruismo non è il contrario dell’egoismo, ma è una sublimazione dell’amor proprio, in quanto esistere significa amare se stesso, cercare la propria felicità.
L. respinge le ideologie ottimistiche e le utopie rassicuranti del suo secolo, si ribella alla meschinità del suo tempo e alle convenzioni del suo ambiente, che giudica arido e gretto; rimpiange un mondo mitico di nobili virtù e di valori incorrotti, in cui gloria e fama, unici antidoti contro il grigiore della vita, erano possibili, conseguibili. Si scaglia con veemenza contro i miti dell’Ottocento, la storia e il progresso, e contro la stoltezza di un secolo che dalla filosofia della storia di Hegel fino al balletto Excelsior esalta l’uomo come creatore della realtà. Per L. si tratta di un antropocentrismo fanatico, al quale egli si oppone con forza, affermando che la storia non è progresso, ma regresso dal primitivo stato di natura, buono e felice, allo stato di civiltà, corrotto e decadente.
Nella storia del genere umano si distinguono quattro tappe:
1) l’età primitiva, quando gli uomini vivevano in uno stato di perfezione e di innocenza anteriore alla civiltà;
2) l’antichità classica, civiltà che L. ammira come sintesi equilibrata di natura e ragione (nello Zibaldone sostiene la superiorità del politeismo greco-romano rispetto alla religione cristiana);
3) il medioevo, nel giudicare il quale L. incorre nei tipici luoghi comuni dell’illuminismo (secoli bui, epoca negativa, trionfo della barbarie);
4) l’età moderna, con il predominio assoluto della ragione, la freddezza, il convenzionalismo, il calcolo, la funzionalità, in una parola la vita inautentica.
L. rifiuta il progresso civile e tecnologico, convinto che sia negativo in sé, poiché l’incivilimento è snaturamento, allontanamento dalla natura: il mondo è sempre più corrotto e non può essere corretto. Netta, quindi, per L. l’antitesi tra la remota grandezza e la miseria morale e materiale odierna.
L’antagonismo di L. con gli orientamenti spirituali e culturali del proprio tempo si manifesta anche nell’impegno in favore dei classicisti, i quali devono assolvere il duplice compito di riproporre i valori classici, che hanno funzione liberatoria e di stimolo delle coscienze, e di scrivere per il proprio tempo (= alfierismo).
Causa della decadenza è la ragione, “nemica della natura”, corruttrice dei costumi, madre della civiltà e della società con tutti i loro egoismi, distruttrice del rimpianto mondo eroico. Sogno è ritrovare la “favilla antica”, cioè la vivacità dell’immaginazione, la forza delle illusioni, la vitalità dell’ieri contro la delusione dell’oggi, attraverso il meccanismo della ricordanza.
Come già il Foscolo, anche L. avverte la necessità delle illusioni (gloria, amor proprio, amor di patria, libertà, onore, virtù, amore per la donna), che sono secondo natura e costituiscono l’unico antidoto agli effetti della civiltà e della ragione, i quali hanno guastato il mondo moderno, “tristissimo secolo di ragione e di lume”; e come il Foscolo nei Sepolcri, così anche L. concepisce la poesia come stimolatrice di illusioni.

La sostanza del pessimismo storico leopardiano si esprime in quattro antinomie, nelle quali il primo termine ha valenza positiva, il secondo negativa:
valenza positiva         valenza negativa
natura    vs    ragione
antico    vs    moderno
stato naturale    vs    società
illusione    vs    vero
4 – La fase del pessimismo cosmico (1823-1830)
A partire dagli anni del cosiddetto “silenzio poetico” (1823-27) L. opera un progressivo ribaltamento della concezione iniziale, giungendo a riabilitare la ragione contro la natura.
Continuando ad analizzare le cause dell’infelicità umana, egli osserva che il naturale impulso vitale è contrastato e ostacolato, a livello individuale, da un duplice limite, biologico e ontologico; a livello storico da un terzo limite, l’egoismo, che egli definisce “peste della società”.
Il limite biologico consiste nell’intrinseca debolezza dell’uomo, il quale, al pari di ogni altro essere vivente, è subordinato al ciclo meccanicistico della materia. Di qui la scoperta della propria fragilità e solitudine.
Il limite ontologico è dato dall’impossibilità di essere felici: la natura genera nell’uomo una tensione irrefrenabile verso la felicità, un anelito costante al piacere, ma la felicità è irraggiungibile, giacché, in quanto tale, deve essere infinita e pienamente appagante; di conseguenza la ricerca di essa conduce inevitabilmente ad una finita e concreta infelicità. I piaceri momentanei che si provano nella vita non sono altro che una tregua relativa e passeggera dell’infelicità.
Per comprendere a fondo queste ultime affermazioni, occorre rifarsi alla teoria leopardiana del piacere, secondo la quale il piacere non né è assoluto né infinito; anzi, il piacere in sé non esiste: esiste solo nel desiderio, essendo un “subbietto speculativo”, vale a dire un puro concetto. Il desiderio è immaginazione, speranza, sogno, proiettato sempre al futuro e sempre destinato ad essere deluso. Invece del piacere esistono i piaceri, intesi in senso negativo come cessazione dell’affanno, brevi momenti di assenza del dolore; concreti ed effimeri, rendono sopportabile il dolore, restituendo momentaneamente la vitalità, l’impulso vitale.

Il piacere è sempre sperato, mai posseduto, sempre futuro, mai presente: esso sfugge sempre. Non esistendo e non potendo esistere realmente, esiste solo nel desiderio del vivente e nella speranza o aspettativa che ne segue. In base a questa teoria il concetto di piacere è negativo, quello di dolore è positivo, per cui si può dire che il piacere è la mancanza del dolore, ma non si può dire che il dolore è la mancanza del piacere, ovvero di qualcosa che non esiste. Il concetto è espresso poeticamente nei seguenti versi tratti da La quiete dopo la tempesta:
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana ch’è frutto
Del passato timore (…).
… …
Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu (= la Natura) spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno.
È questa la concezione del piacere negativo, perché, se per caso cessa il dolore, di cui il piacere è la negazione, non subentra il piacere, ma qualcosa di peggio, che nella dialettica di L. è la noia. Il dolore, infatti, non esclude che l’uomo cerchi e speri di superarlo, mentre la noia è angoscia e disperazione. E allora, per L. come per Schopenhauer, la vita oscilla inarrestabilmente come un pendolo tra il dolore e la noia, in un eterno meriggio privo di tramonto ristoratore.
Il limite storico è dato dalla inconciliabilità di individuo e società, tra i quali si determina uno scontro di egoismi. L’atteggiamento dei singoli è antisociale: ognuno cerca sempre di avere di più, di soverchiare gli altri, di sottomettere tutto e tutti al proprio utile o piacere. E ciò per natura. Ne consegue che tutte le società sono state cattive (superamento del pessimismo storico) e che, a causa appunto dell’egoismo e dell’aggressività umani, ci si avvia inesorabilmente alla distruzione del mondo, già data per avvenuta nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo. Di qui la polemica contro l’ingenua fiducia del XIX secolo nel progresso scientifico e tecnologico, nelle macchine, nell’espansione economica, che comporta lo sfruttamento industriale e il colonialismo.
Considerati i tre suddetti limiti, L. conclude che tutto è male. Esistere equivale ad essere perennemente insoddisfatti, incontentabili, a soffrire per la propria fragilità. Il bene consiste nel non esistere. Responsabile del male è la natura, non più vista come provvida e benefica madre, bensì come causa dell’infelicità umana. Essa con l’esistenza ci dà i germi dell’infelicità, essendo l’insopprimibile bisogno di felicità destinato a restare insoddisfatto.
Documenti (testi che testimoniano la rottura del rapporto con la Natura):
La sera del dì di festa (idillio, 1820);
Cfr. vv. 11-15:
… io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Commenta G. Oliva: “Il sonno silenzioso e tranquillo della donna si fa metafora di una indifferenza ben più dolorosa per il L.: quella della Natura, che mostra agli uomini il suo aspetto più delicato (il cielo, che sì benigno appare in vista) solo per nascondere la sua malvagia crudeltà”.
Ultimo canto di Saffo (canzone, 1822);
Imperscrutabile è il destino dell’uomo; uniche certezze sono il dolore e la morte:
… i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto…
Morremo.
La Natura è beffarda, insensibile al dolore dell’uomo, intenta solo a perpetuare se stessa; come nella Sera del dì di festa cela sotto una struggente immagine di bellezza il suo disdegno (cfr. vv. 19-36). L. non sa proporre alcuna soluzione in grado di superare il dolore del mondo; l’assurdo non può essere vinto, ma solo accettato come tale. L’uomo non può sperare di vincere il nulla, da cui è sorto e a cui farà ritorno, ma può solo identificarsi con esso in un’operazione che ricorda quella orientale del “nirvana”, dell’annullamento.
Zibaldone (dal 1821);
Nella sua condanna della Natura il L. rifiuta qualsiasi provvidenzialismo, qualsiasi consolazione religiosa, qualsiasi soluzione irrazionale; al contrario, rivaluta pienamente la ragione: è la ragione che disinganna e guida l’uomo alla vera sapienza, che consiste nel prendere coscienza della propria inutilità; è la ragione che “atterra” (cioè riporta sulla terra dal cielo della metafisica) l’uomo e lo pone davanti all’ arido vero; è la ragione, infine, che scopre che tutta l’umanità è accomunata da un unico e identico destino (superamento del pessimismo individuale e psicologico).
A Silvia (idillio, 1828);
La Natura tradisce, è matrigna, non mantiene le promesse, inganna, spegne le illusioni:
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
La vita si rivela aridità e disillusione:
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano”.
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (idillio, 1830).
Il desiderio di sapere la verità non è appagato; uniche certezze il vuoto e il nulla; l’esistenza è assurda. “Perché siamo nati?”. A questa domanda L. risponde: “Per mostrare che era meglio che non nascessimo affatto”: per questo, non appena un bambino è nato, noi prendiamo a consolarlo dell’essere venuto al mondo. E forse la definizione più precisa del pessimismo cosmico, del non senso dell’essere, si trova in questa grande lirica, che è stata chiamata l’”anti Divina Commedia”, perché, se la Divina Commedia è senso dell’ordine, della provvidenza, della finalità, il Canto notturno, all’opposto, esprime una visione della vita improntata ad un totale casualismo. Effetto di questa presa di coscienza è il tedio, la noia, definita “la più sterile delle passioni umane”, “figlia della nullità e madre del nulla”, ma anche “il più sublime dei sentimenti umani”. Essa è tormento, è l’esaurirsi del mito vitalistico, è privazione del desiderio, è coscienza dell’inutilità del tutto; ed è sentimento nobile, perché distingue gli spiriti più sensibili e dotati. In questo risiede la grandezza dell’uomo.
In conclusione, una valida sintesi delle concezioni su cui si fonda il pessimismo cosmico di G.L. può essere la seguente:
1.    L’uomo nasce per il dolore e la gioia è cessazione momentanea dell’affanno.
2.    Dal punto di vista dell’uomo (piano esistenziale) tutto l’universo sembra cospirare contro di lui. Da quello dell’’ssoluto (piano metafisico) la vita è un processo naturale che alterna gli esseri attraverso la generazione e la morte.
3.    La natura, intesa come forza bruta e malefica, è responsabile della nostra sventura.
4.    L’uomo conosce il suo destino, ma ciò lo rende infelice, poiché da questa comprensione egli viene ricondotto in se stesso, alla sorgente prima della sua infelicità, che è il suo stesso esistere. Perciò la morte è l’unico rifugio per il vivente.
5 – L’ultimo Leopardi: il pessimismo eroico (1827-1837)
Dopo il definitivo addio a Recanati del 30 aprile 1830 il pensiero di L., sia sul piano ideologico sia su quello etico, fa registrare una svolta (anticipata dal Dialogo di Plotino e di Porfirio del 1827) nel senso di un superamento della visione materialisticamente negativa e nichilista maturata nella fase del pessimismo cosmico, per un messaggio agonistico positivo (di difficile comprensione e attuazione, perché “non apprezzato in questo secolo”).
Le ragioni di tale svolta sono molteplici e si possono sintetizzare nei punti seguenti:
•    L’amicizia, per quanto effimera, con i liberali toscani dell’ Antologia.
•    La fallimentare esperienza dell’amore (ultima delusione in ordine di tempo il rifiuto ottenuto da Fanny Targioni Tozzetti, che fu all’origine del Ciclo di Aspasia).
•    I contrasti con gli spiritualisti napoletani dopo il trasferimento a Napoli in casa di Antonio Ranieri.
•    L’assidua pratica della filologia, improntata a severo rigore scientifico, nella ricerca di risposte non evasive né fideistiche al dramma esistenziale.
•    La scoperta del linguaggio satirico come strumento espressivo del titanismo e del pessimismo.
•    La lettura di Epitteto (filosofo stoico greco, autore del Manuale) e di Teofrasto (discepolo di Aristotele, propugnatore dell’empirismo materialistico).
•    Il superamento dell’etica stoica e dell’atteggiamento apolitico (dall’atarassia alla partecipazione).
•    L’esigenza di un atteggiamento eroico e di una morale costruttiva, fondata esclusivamente sull’uomo e aliena dal trascendente.
Il compito del nuovo poeta, che recupera la funzione di vate al servizio tanto della verità quanto dell’intera umanità e si fa promotore di autentica cultura e autentico progresso sociale.”
L’etica della solidarietà è il tema centrale della Ginestra, concepito come un messaggio indirizzato sia ai contemporanei sia ai posteri: si impone una grande alleanza fra tutti gli uomini, una social catena che coalizzi i mortali contro l’empia Natura e abbia il coraggio della verità, rifiutando l’idea di una Provvidenza e le superbe fole del secol superbo e sciocco.
Il messaggio finale di L. è frutto di un razionalismo irriducibile. Progressismo e pessimismo convivono in quest’ultima fase del suo pensiero, caratterizzata dalla speranza che la riconquista del giusto sapere sia il fondamento di una società nuova, costruita con le sole forze umane.
INTRODUZIONE ALLE OPERETTE MORALI
Le Operette Morali, progettate sin dal 1820 in un progetto “vago e sovrabbondante”, con l’idea di riprendere il genere dei Dialoghi dello scrittore greco Luciano, vengono scritte nel 1824 (le prime venti) e stampate a Milano dall’editore Angelo Stella nel 1827, dopo che tre di esse erano uscite nel 1826, due sul numero di gennaio dell’Antologia (Dialogo di Timandro e di Eleandro, Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare e Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez) del Viesseux e successivamente su due numeri del Nuovo Ricoglitore.
L’edizione completa con l’aggiunta delle ultime quattro scritte negli ultimi anni, uscirà nel 1835 a Napoli presso l’editore Saverio Starita, un’edizione che non ottenne il permesso di pubblicazione ufficiale, ma che ebbe lo stesso un buon successo. Nelle Operette Leopardi esprime la sua diagnosi della realtà, trattando la sua visione con assoluta libertà proprio assumendo le vesti più disparate dei personaggi dei suoi Dialoghi, che discutono con i morti o sono semplicemente animali domestici come il gallo silvestre; guida i suoi lettori verso traguardi noti a lui solo, a scoprire la vera essenza del quotidiano, quasi anticipando l’analisi umoristica pirandelliana, facendoci vedere l’altro aspetto della realtà, non quello più nascosto, ma quello più difficile da cogliere se si analizzassero le cose col solito modello di pensiero. Invita i lettori a svestorisi del proprio modo di pensare per vedere non dentro le cose (un’operazione che tutti fanno), ma dalla parte opposta e simmetrica, a sentire l’altro suono della campana.
L’ironia che le pervade non sono una ricerca spirituale di distacco dall’amarezza che la materia trattata gli infonde, ma sono la scoperta del senso fondamentale della vita che si nasconde dietro le banali apparenze quotidiane della cultura e dei modi di vivere. Proprio questa scoperta sarà alla base della sua grande poesia a partire dal 1827. É una scoperta dolorosa, ma rappresenta anche l’accettazione del male della vita, esclusa da ogni speranza di bene o contento, come dirà nel Canto notturno, che altri forse avrà, ma che lui non potrà mai raggiungere perché questa è la condizione umana.

ALCUNE POESIE DI GIACOMO LEOPARDI

 

Tra tutte le opere scritte da Giacomo Leopardi ho scelto di inserire in questa raccolta quelle che mi sono sembrate più vicine alla mia sensibilità.

IL SABATO DEL VILLAGGIO

L’INFINITO

ALLA LUNA

LA SERA DEL DI’ DI FESTA

IL PASSERO SOLITARIO

IL SABATO DEL VILLAGGIO

                                                                La donzelletta vien dalla campagna,

In sul calar del sole,

Col suo fascio dell’erba; e reca in mano

Un mazzolin di rose e di viole,

                                        Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta

Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine

Su la scala a filar la vecchierella

Incontro là dove si perde il giorno;

E novellando vien del suo buon tempo,

Quando ai dì della festa ella si ornava,

Ed ancor sana e snella

Solea danzar la sera intra di quei

Ch’ebbe compagni dell’età più bella.

Già tutta l’aria imbruna,

Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre

Giù da’ colli e da’ tetti,

Al biancheggiar della recente luna.

Or la squilla dà segno

Della festa che viene;

Ed a quel suon diresti

Che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

Su la piazzuola in frotta,

E qua e là saltando,

Fanno un lieto romore:

E intanto riede alla sua parca mensa,

Fischiando, il zappatore,

E seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,

E tutto l’altro,

Odi il martel picchiare, odi la sega

Del legnaiuol, che veglia

Nella chiusa bottega alla lucerna,

E s’affretta, e s’adopra

Di Fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,

Pien di speme e di gioia:

Diman tristezza e noia

Recheran l’ore, ed al travaglio usato

Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,

Cotesta età fiorita

E’ come un giorno d’allegrezza pieno,

Giorno chiaro, sereno,

Che percorre alla festa di tua vita.

Godi, fanciullo mio: stato soave,

Stagion lieta è cotesta.

Altro dirti non vò; ma la tua festa

Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

( Giacomo Leopardi, Canti, 1829 )

Sintesi:

Il tema centrale della lirica che proponiamo qui è l’attesa: la sera del sabato, tutto il borgo si anima per l’imminenza del giorno festivo, ma è proprio il sabato il giorno più bello, perché, l’indomani, le ore della festa si riveleranno tristi e noiose.

Così è la vita dell’uomo: può esserci felicità soloNella fanciullezza, l’età dell’attesa e delle speranze; l’età matura,invece, non porterà altro che dolore e delusione.

L’INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovraumani

silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensiero mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: E mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.

( Giacomo Leopardi, 1819 )

 

Sintesi:

In questo poema Giacomo Leopardi ci parla di un colle e di una siepe che gli impediscono di vedere l’orizzonte, ma allo stesso tempo gli sono cari perché li vede da sempre e anche perché favoriscono il suo fantasticare sull’Infinito che si può trovare oltre loro.

ANALISI DE “L’INFINITO”

 

Oggetto di numerose indagini critiche, L’infinito è oggi uno dei testi maggiormente studiati tra quelli leopardiani.

Nell’Infinito la scrittura lirica si pone in rapporto diretto con lo spazio fisico, sia reale (la siepe) che immaginato (gli interminati spazi.

In apparenza la poesia muove da una visione campestre, ma aspira a una visione interiore, quindi a uno spostamento della sensazione fisica nell’idea soltanto immaginata della vastità: “La sola vastità desta nell’anima un senso di piacere, da qualunque sensazione ella provenga, e per mezzo di qualunque de’ cinque sensi”, così Leopardi spiega nello Zibaldone, ([2053], 5 novembre 1821) il motivo spaziale che è alla base della composizione della poesia.

Un fatto inconsueto in Leopardi è dato dalla mancanza assoluta di ogni riferimento all’occasione della poesia: L’infinito è dunque un testo dell’indistinto geografico e cronologico. Si può presumere che la redazione sia avvenuta anche in conseguenza di una concreta esperienza contemplativa nei pressi del giardino circostante il palazzo di Recanati. Anche l’ambientazione è del tutto essenziale, povera di riferimenti e tratteggiata in maniera sommaria e sbrigativa: il disegno del paesaggio non è quindi indispensabile a ricreare la situazione emotiva. Quando Leopardi immaginò l’atmosfera dell’Infinito ebbe bisogno di circondarsi di un luogo chiuso che privasse la vista di uno sguardo certo sul mondo e la natura: questa cesura è la siepe, ed essa funziona come da cui muovere attraverso l’immaginazione. Da questo punto di vista la poesia risulta una proiezione, un vero e proprio viaggio mentale nello spazio e nel tempo.

Il desiderio della vaghezza e dell’indefinito spinge il poeta a ricordare e a costruire nella mente una situazione di naufragio dei sensi, di abbandono e di fuga davanti alla realtà dolorosa e reale: per questo L’infinito è anche un testo avvolgente.

La soluzione finale di questa vicenda estatica è il naufragio inteso nel senso di una ricerca-raggiungimento momentaneo della felicità.

Ma il naufragio anche come metafora di una fuga ideale dal presente, dalla propria condizione, unica via d’uscita da una condizione di sofferenza.

Dalla storia della letteratura italiana ( riduzione e rielaborazione ).

ALLA LUNA

O graziosa luna, io mi rammento

che, or volge l’anno, sovra questo colle

io venia pien d’angoscia a rimirarti:

e tu pendevi allor su quella selva

siccome or fai, che tutta la rischiai.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

che mi sorgea sul ciglio, alla mie luci

il tuo volto apparia, ché travagliosa

era mia vita: ed è, né cangia stile,

o mia diletta luna. E pur mi giova

la ricordanza, e il noverar l’etate

del mio dolore. Oh come grato occorre

nel tempo giovanil, quando ancor lungo

la speme e breve ha la memoria il corso,

il rimembrar delle passate cose,

ancor che triste, e che l’affanno duri!

( Giacomo Leopardi, Idilli 1819 )

Sintesi:

Il poeta racconta alla luna che l’anno prima veniva sopra il colle pieno di angoscia a rimirarla e come allora il suo stato d’animo è rimasto lo stesso, però mostra di essere grato al ricordo dei tempi passati perché, seppur doloroso, può essere utile per il futuro.

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LA SERA DEL DI’ DI FESTA

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e questa sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. O donna mia,

già tace ogni sentiero, e pei balconi

rara traluce la notturna lampa:

tu dormi, ché t’accolse agevol sonno

nelle tue chete stanze; e non ti morde

cura nessuna; e già non sai né pensi

quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

appare in vista, a salutar m’affaccio,

e l’antica natura onnipossente,

che mi fece all’affanno. – A te la speme

nego, mi disse, anche la speme,; e d’altro

non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. –

Questo dì fu solenne; or da’ trastulli

prendi riposo; e forse ti rimembra

in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

piacquero a te: non io, non già ch’io speri,

al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo

quanto a viver mi resti, e qui per terra

mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi

in così verde etate! Ahi, per la via

odo non lunghe il solitario canto

dell’artigian, che riede a tarda notte,

dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

e fieramente mi stringe il core,

a pensar come tutto al mondo passa,

e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito

il dì festivo, ed al festivo il giorno

volgar succede, e se ne porta il tempo

ogni umano accidente. Or dov’è il suono

di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido

de’ nostri avi famosi, e il grande impero

di quella Roma, e l’armi e il fragorìo

che n’andò per la terra e l’oceàno?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

il mondo, e più di lor non si ragiona.

Nella mia prima età, quando s’aspetta

bramosamente il dì festivo, or poscia

ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,

premea le piume; ed alla tarda notte

un canto che s’udia per li sentieri

lontanando morire a poco a poco

già similmente mi stringeva il core.

( Giacomo Leopardi,Idilli,1820 )

 

Sintesi:

Tre sono i temi di questo Idillio:

  1. L’incanto di un paesaggio lunare, che sembra esprimere il desiderio di una intima

comunione con la natura, con la divina bellezza del mondo;

  1. Il senso tormentoso dell’esclusione, dell’amore negato;
  2. Un canto che si perde nella notte e diviene simbolo dello svanire irrevocabile della nostra vita nel nulla.

IL PASSERO SOLITARIO

D’in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finchè non more il giorno;

Ed erra l’armonia per questa valle.

Primavera dintorno

Brilla nell’aria, e per li campi esulta,

Sì ch’a mirarla intenerisce il core.

Odi greggi belar, muggire armenti;

Gli altri augelli contenti, a gara insieme

Per lo libero ciel fan mille giri,

Pur festeggiando il lor tempo migliore:

Tu pensoso in disparte il tutto miri,

Non compagni, non voli,

Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;

Canti, e così trapassi

Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia

Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,

Della novella età dolce famiglia,

E te german di giovinezza, amore,

Sospiro acerbo de’ provetti giorni,

Non curo, io non so come; anzi da loro

Quasi fuggo lontano;

Quasi romito, e strano

Al mio loco natio,

Passo del viver mio la primavera.

Questo giorno ch’omai cede alla sera,

Festeggiar si costuma al nostro borgo.

Odi per lo sereno un suon di squilla,

Odi spesso un tornar di ferree canne,

Che rimbomba lontan di villa in villa.

Tutta vestita a festa

La gioventù del loco

Lascia le case, e per le vie si spande;

E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.

Io solitario in questa

Rimota parte alla campagna uscendo,

Ogni diletto e gioco

Indugio in altro tempo: e intanto il guardo

Steso nell’aria aprica

Mi fere il sol che tra lontani monti,

Dopo il giorno sereno,

Cadendo sì dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera

Del viver che daranno a te le stelle,

Certo del tuo costume

Non ti dorrai, che di natura è frutto

Ogni vostra vaghezza.

A me, se di vecchiezza

La detestata soglia

Evitar non impetro,

Quando muti questi occhi all’altrui core,

E lor fia voto il mondo, e il dì futuro

Del dì presente più noioso e tetro,

Che parrà di tal voglia?

Che di quest’ anni miei? che di me stesso?

Ahi pentirommi, e spesso,

Ma sconsolato, volgerommi indietro.

( Giacomo Leopardi, Canti ,1829 )

 

Sintesi:

Come il passero solitario, che vola e canta tutto solo, lontano dagli altri uccelli,

anche il giovane poeta vive appartato e chiuso in se stesso, evitando la compagnia dei suoi coetanei. Così egli lascia passare i suoi anni migliori, in un malinconico isolamento. E se il passero, arrivato alla fine della sua vita, non avrà da pentirsi di una solitudine che era nella sua natura, il poeta sa invece che rimpiangerà amaramente le gioie che ha perduto.

Category : Letteratitudini &Poesia

“Primavera” di G.Carducci (da Rime Nuove)

marzo 21st, 2012 // 4:14 pm @

 

Primavera

 

 

Da i verdi umidi margini
La violetta odora,
Il mandorlo s’infiora
trillan gli uccelli a vol.

Fresco ed azzurro l’aere
Sorride in tutti i seni:
Io chiedo a’ tuoi sereni
Occhi un piú caro sol.

Che importa a me de gli aliti
Di mammola non tócca?
Ne la tua dolce bocca
Freme un piú vivo fior.

Che importa a me del garrulo
Di fronde e augei concento?
Oh che divino accento
Ha su’ tuoi labbri amor!

Auliscan pur le rosee
Chiome de gli arboscelli:
L’onda de’ tuoi capelli,
Cara, disciogli tu.

M’asconda ella gl’inanimi
Fiori del giovin anno:
Essi ritorneranno.
Tu non ritorni piú.

 

 

 

Category : Poesia

“Morfina” di Michail A. Bulgakov

marzo 21st, 2012 // 1:50 pm @

Morfina è un racconto di Michail Bulgakov che ha come protagonista un medico morfinomane.
Il racconto, impostato in forma di diario, è a sfondo autobiografico poiché lo stesso Bulgakov è stato dipendente dalla morfina dopo averla assunta una prima volta a causa di un attacco allergico.
La prima pubblicazione è del 1927 sulla rivista Il lavoratore medico.
Trama
Il dottor Bomgard, pediatra in un ospedale di un capoluogo di distretto, riceve una lettera che arreca una generica e confusa richiesta di aiuto da parte del dottor Sergej Vasil’evič Poljakov suo compagno di studi ai tempi dell’università. Decide quindi di partire per visitare il collega ma, la sera prima della sua partenza, Poljakov viene ricoverato in ospedale dopo che si è sparato al petto. I soccorsi sono vani e prima di morire Poljakov riesce a consegnare a Bomgard un quaderno su cui ha scritto il proprio diario. Il diario racconta che una sera Poljakov, in preda a forti dolori intestinali, riceve un’iniezione di morfina e un’altra dose per la notte. È l’inizio della tossicodipendenza facilitata anche dalla disponibilità di morfina. Nonostante i primi tempi ciò non lo disturbi nell’attività lavorativa e nei rapporti con gli altri presto sopraggiunge l’assuefazione che lo rende solitario e vittima di allucinazioni. Il tentativo di sostituire la morfina con la cocaina viene abbandonato per gli effimeri effetti di quest’ultima. Dopo di ciò Poljakov passa un periodo a Mosca in una clinica psichiatrica dove tenta di disintossicarsi, ma dopo poco scappa e ritorna al suo posto di lavoro. Gli effetti della morfina sono sempre più pesanti: il crollo è fisico e psicologico, l’ultimo tentativo di salvarsi è la lettera al vecchio compagno Bomgard ma, ormai persa la speranza, si suicida.

Nelle pagine del diario è evidente il racconto della fatale dipendenza: prima il sollievo dal dolore, poi l’assuefazione, le allucinazioni, le crisi d’astinenza e infine il crollo.

La prosa accorata e visionaria di Bulgakov e il realismo dell’ispirazione autobiografica scandiscono giorno dopo giorno la tragica discesa agli inferi. Una vita che si spoglia della sua dignità, fino all’ultimo, disperato grido d’aiuto.

 

Michail Afanas’evič Bulgakov ( Kiev, 15 maggio 1891 – Mosca, 10 marzo 1940) è stato uno scrittore e drammaturgo russo della prima metà del XX secolo. È considerato uno dei maggiori romanzieri del Novecento. Molti suoi scritti sono stati pubblicati postumi.
Michail Miša Bulgakov nacque a Kiev, in Ucraina, primo di sette fratelli (quattro femmine e due maschi), figlio di un professore di storia e critica delle religioni occidentali, Afanasij Ivanovič Bulgakov, morto nel 1906. Gli altri figli di Afanasij si sarebbero poi stabiliti a Parigi.

Si legge nei diari della sorella Nadežda che Miša abbandona la pratica religiosa. Nel 1913 Bulgakov sposò Tat’jana Lappa.
Nel 1916, si laureò (in ritardo: si era iscritto nel 1909) in medicina, con menzione d’onore, presso l’Università di Kiev, allora dedicata a San Vladimir (oggi Università nazionale “Taras Ševčenko”). Fu subito inviato a Nikol’skoe nel governatorato di Smolensk, come dirigente medico dell’ospedale del circondariato. Era l’unico medico del circondariato. Sono di questo periodo gli scritti degli Appunti di un giovane medico (sette racconti), i cui manoscritti sono andati persi. Se, come in essi scrive, ogni giorno aveva al minimo cinquanta pazienti, più gli interventi chirurgici, è verosimile che tali appunti siano stati scritti l’anno successivo, quando si spostò a Viaz’ma, più tranquilla (condivideva il lavoro con almeno altri tre colleghi medici), dove gli arriveranno gli echi della rivoluzione. È qui che Bulgakov vive le esperienze descritte negli altri due racconti degli Appunti.
Nel 1918 torna a Kiev con la moglie, dove apre uno studio medico di dermatosifilopatologia. Afferma di aver assistito, a Kiev, almeno a quattordici sovvertimenti politici, di cui dieci vissuti in prima persona: è in questo periodo che gli nasce in seno l’idea di abbandonare la medicina, poiché, come pubblico ufficiale, era troppo soggetto al potere politico.
Nel 1919 viene inviato nel Caucaso come medico militare, dove iniziò a fare il giornalista. Tutte le pubblicazioni di questo periodo sono irreperibili.
È del 1920 il definitivo abbandono della carriera medica. Si ammala di tifo.
Nel 1921, si trasferì con la prima moglie a Mosca. Tre anni dopo divorziò da Tat’jana e sposò Ljubov’ Belozerskaja.
Nonostante fosse relativamente benvoluto da Josif Stalin, gli fu sempre impedito di uscire dall’Unione Sovietica o di andare a far visita ai suoi fratelli all’estero. Il 28 marzo 1930 scrisse una lettera al governo dell’URSS chiedendo il permesso di fare un viaggio all’estero o, in alternativa, di avere un qualsiasi lavoro in un teatro. Il 18 aprile, il giorno dopo i funerali di Majakovskij che si era suicidato il 14 aprile, ricevette una telefonata da Stalin in persona che gli negava la possibilità di espatriare, ma gli prospettava un impiego al Teatro Accademico dell’Arte di Mosca, non però come drammaturgo[1].
Nel 1932 si sposò per la terza volta, con Elena Sergèevna.
Nell’ultimo decennio della sua vita, Bulgakov continuò a lavorare alla sua opera più nota Il maestro e Margherita, scrisse commedie, lavori di critica letteraria, storie ed eseguì alcune traduzioni e drammatizzazioni di romanzi. Tuttavia, la maggior parte delle sue opere rimase per molti decenni nel cassetto.
Morì nel 1940, a soli 49 anni, per una nefrosclerosi, di cui era morto anche il padre, e fu sepolto nel cimitero di Novodevičij a Mosca.
Dalla sua morte al 1961 nessuna opera di Bulgakov fu mai pubblicata. Poi, “improvvisamente, per 5-7 anni in Russia scoppiò il fenomeno Bulgakov”, scrisse Vladimir Laškin. Da questo momento di nuovo in Russia cala l’oblio, per poi riaccendersi l’interesse negli anni ottanta.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

“Lo stato di grazia e altri racconti” di Harold Brodkey

marzo 14th, 2012 // 8:36 pm @

 

Un ragazzo solitario e un bambino bisognoso d’affetto. Un’amicizia universitaria all’insegna della malinconia e dell’arroganza. Un amore ingenuo e mozzafiato. Tre racconti autobiografici che danno vita ad un viaggio di formazione unico e insieme universale, tra paure, sogni e desideri, alla ricerca del proprio posto nel mondo. Brodkey, maestro di short stories, a meno di trent’anni era considerato la più grande promessa della narrativa americana e, più tardi, venne definito da Harold Bloom “il Proust d’America”.
Primo amore e altri affanni” fu l’opera che lo consacrò e lo fece conoscere a tutto il mondo, a cui seguirono “Storie in modo quasi classico“, “Amicizie profane” e “Questo buio feroce. Storia della mia morte“.

 

  « Sono in piedi su una zattera che ha sciolto gli ormeggi, una piccola chiatta che si muove sulla fluida superficie scorrevole di un fiume. È precaria. L’ignoranza dell’ignoto, l’equilibrio difficile, i sobbalzi e l’instabilità si allargano in ampie increspature su tutti i miei pensieri. Pace? Non ce n’è mai stata alcuna nel mondo. Ma ora sto viaggiando sull’acqua arrendevole, sotto il cielo, senza ormeggi, e mi sento ridere, con un certo nervosismo all’inizio e poi con genuino stupore. È tutta intorno a me. »
 
(Harold Brodkey – Questo buio feroce)
 

Il suo vero nome era Aaron Roy Wintrub nato in Illinois, da genitori russi di origine ebrea. Ebbe un’infanzia difficile. Il padre pugile mentre la madre, figlia di un rabbino, mori’ quando aveva tre anni. Trasferitosi nel 1953 a New York, comincia a scrivere racconti per il New Yorker. Diventa noto al grande pubblico nel 1958 con Primo amore e altri affanni. Si trasferisce in Italia nel 1988, a vNEZIA, con la moglie, e pubblica Amicizie profane uscito nel 1992 per il Consorzio Venezia Nuova. E’ morto di aIDS, di cui era affetto da tre anni, a 66 anni. E’ definito il “Proust d’ America” (Harold Bloom sul Washington Post).

La fama italiana di Harold Brodkey si deve a Fernanda Pivano che l’ha tradotto, ed è aumentata negli ultimi tempi grazie all’interessamento dell’attore teatrale italiano Pippo Del Bono che si è ispirato per un suo spettacolo all’omonimo libro dell’autore americano “Questo buio feroce – Storia della mia morte”.

Category : Racconti/Romanzi

“Letteratitudini” incontro mese di Febbraio 2012 – Paulo Coelho

marzo 12th, 2012 // 8:39 pm @

(Gruppo di lettura)

 

di Matilde Maisto

CANCELLO ED ARNONE – E’ del 23 u.s. l’incontro mensile del gruppo di lettura “Letteratitudini” di Cancello ed Arnone.
Questo mese è stato trattato uno scrittore molto attuale e la relatrice di turno avv. Pina Manzo ci ha relazionato con grande maestria e competenza in merito a questo personaggio dalla vita molto travagliata, ma autore di best-seller mondiali:

Paulo Coelho è nato a Rio de Janeiro, in Brasile, nell’agosto del 1947. Ha condotto una vita molto intensa. Prima di acquisire una notorietà internazionale e divenire un autore di best-seller mondiali, ha dovuto superare molti ostacoli. Durante l’adolescenza, ha subito la brutale terapia degli elettroshock: accadde quando, tra il 1966 e il 1968, i genitori lo fecero ricoverare per tre volte in un ospedale psichiatrico, reputando un segno di pazzia il suo atteggiamento ribelle.
A causa della frequentazione di alcuni ambienti artistici, venne incarcerato e sottoposto alla tortura fisica per presunte attività sovversive contro la dittatura brasiliana.
Più tardi, Paulo Coelho incontrò la rock-star Raul Seixas e aderì al movimento hippie, vivendo quella che venne considerata l’età “dell’amore e della pace”, l’epoca di “sesso, droga e rock’n’roll”. Insieme, tra il 1973 e il 1982, i due artisti composero circa 120 canzoni, che rivoluzionarono la musica pop in Brasile – alcune di esse sono ancora oggi dei successi. Hérica Marmo ha descritto questo periodo della sua vita nel libro A Canção do Mago. A trajetória musical de Paulo Coelho, pubblicato nel 2007. Hippie, giornalista, rock-star, attore, commediografo, regista teatrale e produttore televisivo… un vortice di attività che si interruppe nel 1982, durante un viaggio in Europa. A Dachau, e qualche tempo dopo ad Amsterdam, Paulo ebbe un incontro mistico con “J”, il suo futuro mentore, che lo convinse a percorrere il Cammino di Santiago de Compostela, un pellegrinaggio medievale la cui strada si snoda tra Francia e Spagna. Nel 1986, all’età di 38 anni, Paulo Coelho percorse il Cammino di Santiago: fu lì che riabbracciò il cristianesimo, ritrovando quella fede che gli era stata trasmessa dai gesuiti durante il periodo della scuola. Coelho avrebbe descritto questa esperienza nel suo primo libro, Il Cammino di Santiago, pubblicato nel 1987. L’anno successivo, uscì la sua seconda opera, L’Alchimista, quella che gli consentì di ottenere una fama mondiale. Oggi il romanzo viene considerato un classico moderno, ed è ammirato universalmente. La storia raccontata – che molti giudicano senza tempo – è destinata a incantare e a ispirare intere generazioni di futuri lettori. L’Alchimista fu seguito da Brida (1990), Il dono supremo (1991, un’opera che trae spunto da un testo di Henry Drummond), Le Valchirie (1992), Maktub (1994), Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto (1994), Monte Cinque (1996), Lettere d’amore del Profeta (1997, basato su un lavoro di Kahlil Gibran), Il manuale del guerriero della luce (1997), Veronika decide di morire (1998) e Il Diavolo e la Signorina Prym(2000). Tra le pubblicazioni più recenti si ricordano: Undici minuti (2003), Lo Zahir (2005), Sono come il fiume che scorre (2006), La strega di Portobello (2007) e Il vincitore è solo (2009), tutti editi in Italia da Bompiani.
Paulo Coelho ha ricevuto numerosi premi internazionali assai prestigiosi. I critici hanno lodato il suo stile poetico, realistico e filosofico, e il suo linguaggio simbolico, che non parla solo alla mente ma anche al cuore. Dal 2002 è membro della prestigiosa Accademia Brasiliana delle Lettere. Paulo Coelho compare nel Guinness dei Primati per il maggior numero di traduzioni (53) di un singolo titolo (L’Alchimista) firmate in una sola seduta (45 minuti). Questo record è stato raggiunto durante una gara internazionale di “sedute di firma”, svoltasi alla Fiera del Libro di Francoforte nel 2003. Dietro lo scrittore c’è un uomo che ama leggere e viaggiare, un individuo al quale piacciono i computer, internet, la musica, il gioco del calcio, che adora fare passeggiate e praticare il kyudo – una disciplina orientale che unisce la pratica del tiro con l’arco alla meditazione. Ha sempre nutrito un profondo interesse per il cinema, e attualmente sta lavorando al suo primo progetto cinematografico, intitolato La strega sperimentale. Al mattino si alza sempre molto presto e, dopo una passeggiata di due ore, si dedica al lancio di 24 frecce con uno dei suoi tre archi. Insieme con la moglie Christina Oiticica, divide la propria esistenza tra Rio de Janeiro e l’Europa.

Aleph

Nel suo romanzo più personale, Paulo Coelho torna con un meraviglioso viaggio alla scoperta di sé. Come Santiago, il pastore dell’Alchimista, anche Paulo sta affrontando una profonda crisi di fede ed è alla ricerca di un cammino che lo aiuti nella sua rinascita spirituale. L’unica vera possibilità è di ricominciare tutto da capo.
Così intraprende un viaggio che lo condurrà attraverso l’Africa, l’Europa e l’Asia lungo il percorso della Transiberiana, un viaggio che gli riporterà energia e passione.
Quello che Paulo non sa è che incontrerà Hilal, una giovane violinista piena di talento, che ha amato cinquecento anni prima, ma che ha tradito con un gesto di codardia talmente estremo da impedirgli di raggiungere la felicità in questa vita. Insieme inizieranno un viaggio mistico nel tempo e nello spazio che li porterà più vicino all’amore, al perdono e al coraggio di superare tutti gli ostacoli che la vita, inevitabilmente, ci presenta.
Meraviglioso e illuminante, Aleph ci invita a riflettere sul significato del nostro viaggio personale. Siamo davvero quello che vogliamo essere, facciamo davvero quello che vogliamo fare?
Molti libri si leggono. Aleph si vive.

L’ Alchimista

Un pastorello andaluso, Santiago, ha un grande desiderio: viaggiare. E, dopo un sogno premonitore, si mette in viaggio per Tarifa, dove una zingara lo invita a raggiungere le piramidi d’Egitto, dove, a sua detta, troverà un tesoro. L’incontro con il vecchio Melquidedec, re di Salem, che si offre di svelargli il sito del tesoro in cambio di un decimo del suo gregge, rafforza Santiago nei suoi propositi. Ritroviamo il pastorello a Tangeri, derubato di ogni suo avere e costretto a lavorare per mesi presso il Mercante di Cristalli. Raccolto il denaro necessario, si rimette in viaggio nel deserto e qui incontra un inglese alla ricerca della pietra filosofale. Da ogni incontro Santiago trae qualche perla di saggezza. Giunto infine alle piramidi, si accinge a scavare alla ricerca del tesoro, ma un cavaliere lo avverte che esso si trova in Ispana, sotto un sicomoro accanto a una chiesetta. Santiago rientra in patria, dove infine troverà il baule pieno di monete d’oro.

Il Cammino di Santiago

quando si va verso un obiettivo, è molto importante prestare attenzione al Cammino. È il Cammino che ci insegna sempre la maniera migliore di arrivare, e ci arricchisce mentre lo percorriamo.”

“Lo Straordinario risiede nel Cammino delle Persone Comuni.”

Il Cammino di Santiago racconta il viaggio del narratore Paulo lungo il sentiero dei pellegrini che conduce a Santiago di Compostela, in Spagna. In compagnia della sua guida spirituale, il misterioso ed enigmatico Petrus, Paulo affronta una serie di prove ed esercizi, incontra figure che mettono a repentaglio la sua determinazione e la sua fede, schiva insidiosi pericoli e minacciose tentazioni, per ritrovare la spada che gli permetterà di diventare un Maestro Ram. Il Cammino, realmente percorso da Paulo Coelho nel 1986, diventa così luogo letterario di un ispirato romanzo d’avventure che è nello stesso tempo una affascinante parabola sulla necessità di trovare la propria strada nella vita. Composto nel 1987, Il Cammino di Santiago occupa un posto peculiare nell’opera di Paulo Coelho, non soltanto perché è il suo primo romanzo – cui farà seguito L’Alchimista – ma soprattutto perché rivela pienamente l’umanità del suo messaggio e la profondità della sua ricerca interiore.

Guerriero della luce.

La prima biografia ufficiale di Paulo Coelho, per scoprire finalmente la verità di una vita trascorsa tra le esperienze più estreme, affrontate con il coraggio di un Guerriero della Luce. L’autore, Fernando Morais, ha avuto libero accesso alle carte segrete di Paulo Coelho, ai suoi diari, ai suoi registri.
In anni di lavoro, ha dato vita alla biografia entusiasmante di un uomo che ha affrontato e vinto le sfide delle sue tante vite: ha rischiato di morire alla nascita, ha flirtato con il suicidio, ha sofferto il ricovero in un ospedale psichiatrico, ha subito le brutalità dell’elettroshock, è caduto nell’abisso della droga, ha provato tutte le esperienze sessuali, ha incontrato il diavolo, è stato arrestato sotto la dittatura, ha contribuito alla rivoluzione del rock in Brasile, ha riscoperto la fede ed è divenuto uno degli scrittori più letti al mondo.
“A Fernando ho detto cose che non ho mai detto a nessuno… neanche a me stesso” – Paolo Coelho.

Il Dono supremo

“L’Amore è la vera energia della vita.”
Una moltitudine di persone, assetata di saggezza e spiritualità, si raccoglie intorno a un predicatore.
La parola viene data a un giovane missionario seduto fra gli ascoltatori, Henry Drummond, che ha vissuto per alcuni anni in Africa. Henry apre la Bibbia e legge la prima Lettera di San Paolo ai Corinzi.
Al centro dell’epistola è l’amore, che è superiore a tutto, non ha confronto con nessun’altra facoltà dello spirito, neanche la fede, ed è il dono supremo che culmina nell’inno alla carità del capitolo tredicesimo.
A partire dal libro La migliore cosa del mondo del pastore protestante Henry Drummond, Paulo Coelho riflette sul messaggio contenuto nella prima Lettera di San Paolo ai Corinzi.ù

Amore

CATALINA ESTRADA, quando era bambina, si meravigliava davanti ai lussureggianti giardini e alla natura vibrante del suo paese natale, la Colombia. Ora che è diventata un’illustratrice di successo a livello internazionale e vive a Barcellona, Catalina non ha dimenticato le sue radici. La sua capacità di meravigliarsi come una bambina è ancora evidente nel suo lavoro, attraverso esplosioni di colore e vivida eleganza.

Sulla Sponda  del fiume  Piedra Mi sono seduta  e ho pianto.

L’amore è sempre nuovo. Non importa che amiamo una, due, dieci volte nella vita:
ci troviamo sempre davanti a una situazione che non conosciamo.
L’amore può condurci all’inferno o in paradiso,
comunque ci porta sempre in qualche luogo.
E’ necessario accettarlo,
perché esso è ciò che alimenta la nostra esistenza.
Se non lo accettiamo, moriremo di fame
pur vedendo i rami dell’albero della vita carichi di frutti:
non avremo il coraggio di tendere la mano e di coglierli.
E’ necessario ricercare l’amore là dove si trova,
anche se ciò potrebbe significare ore, giorni,
settimane di delusione e di tristezza.
Perché, nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore,
anche l’amore muove per venirci incontro, e ci salva…

E’ necessario correre dei rischi …
riusciamo a comprendere il miracolo della vita solo quando
lasciamo che l’inatteso accada.
Se non rinasceremo, se non torneremo a guardare la vita
con l’innocenza e l’entusiasmo dell’infanzia,
non ci sarà più significato nel vivere.
Colui che è saggio, lo è soltanto perché ama.
E colui che è sciocco, lo è soltanto perché pensa di poter capire l’amore.
So che l’amore è come le dighe:
se lasci una breccia dove possa infiltrarsi un filo d’acqua,
a poco a poco questo fa saltare le barriere.
E arriva un momento in cui nessuno riesce più a controllare
la forza delle barrierreSe le barriere crollano,
l’amore si impossessa di tutto.
E non importa più cio’ che è possibile o impossibile,
non importa se possiamo
continuare ad avere la persona amata accanto a noi:
amare significa perdere il controllo.
Certe persone vivono in lotta con altre, con se stesse, con la vita.
Allora si inventano opere teatrali immaginarie
e adattano il copione alle proprie frustrazioni.
Esistono le sconfitte. Ma nessuno puo’ sfuggirvi.
Percio’ è meglio perdere alcuni combattimenti
nella lotta per i propri sogni,
piuttosto che essere sconfitto
senza neppure conoscere
il motivo per cui si sta lottando.
L’universo ci aiuta sempre a lottare per i nostri sogni,
per quanto sciocchi possano sembrare.
Perchè sono i nostri,
e soltanto noi sappiamo quanto ci costa sognarli.
Esistono cose nella vita
per le quali vale la pena di lottare sono alla fine.
E’ inutile parlare dell’amore
perchè l’amore ha una propria voce e parla da sé.
La felicità è qualcosa che si moltiplica quando viene condivisa.
La nostra grande sorpresa siamo noi stessi.
Sia fatta la tua volontà Signore.
Perchè tu conosci la debolezza dl cuore dei tuoi figli
e a ciascuno concedi solo il fardello che puo’ sopportare.
Che tu comprenda il mio amore,
perchè è l’unica cosa che possiedo realmente,
l’unica cosa che potrò portare con me nell’altra vita.
Fa che esso si mantenga coraggioso, puro e sempre vivo,
malgrado gli abissi e le trappole del mondo.
Anche se avesse dovuto significare partenza, solitudine, tristezza,
l’amore valeva comunque ogni centesimo del suo prezzo.

L’amore si scopre soltanto amando.
I sentimenti devono essere sempre in libertà.
Non si deve giudicare un amore futuro
in base alla sofferenza passata.
Dio è qui ora, accanto a noi.
Possiamo vederlo in questa nebbia, in questo suolo,
in questi abiti, in queste scarpe.
I suoi angeli vegliano quando noi dormiamo e ci aiutano quando lavoriamo.
Per ritrovare Dio, basta guardarsi intorno.
Raramente ci rendiamo conto che siamo circondati da ciò che è straordinario.
I miracoli avvengono intorno a noi, i segnali di Dio ci indicano la strada,
gli angeli chiedono di essere ascoltati
Va a prendere le tue cose…
I sogni richiedono fatica.

Aforismi

1.Una vita senza causa è una vita senza effetto.

2.Le parole sono lacrime fermate con la scrittura.
Le lacrime sono parole che hanno urgenza di sgorgare.

3.Di tanto in tanto avremmo davvero bisogno di essere stranieri a noi stessi. Dimodoché la luce nascosta nella nostra anima illumini ciò che esiste intorno a noi.

4.Nessuna vita può dirsi completa senza un pizzico di follia.

5.Se fossi stato persuaso di vincere, anche la vittoria avrebbe creduto in me.

6.Se cerchiamo qualcosa, anche quel qualcosa è in cerca di noi.

7.Da molto tempo, ho appreso che posso curare le mie ferite solo quando ho il coraggio di affrontarle. E ho imparato anche a perdonarmi e a correggere i miei errori.

8.Mi è sempre stato accanto, mi ha dato il meglio di sé, e io desidero stargli vicino sino alla fine dei miei giorni. Ma i moti del cuore sono un mistero, e io non capirò mai ciò che è accaduto. Di certo, so che quell’incontro accrebbe la fiducia in me stessa, mostrandomi che ero ancora capace di amare e di essere amata, e rivelandomi un insegnamento che non dimenticherò mai nella vita, quando ti trovi di fronte a una cosa importante non significa che devi rinunciare a tutte le altre.

9. Amare significa comunicare con l’altro e scoprire in lui una particella di Dio.

10. In ogni minuto dell’esistenza, rammenterò sempre che l’amore è libertà

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Resoconto della serata di “Letteratitudini” (Gabriele D’Annunzio)

marzo 12th, 2012 // 8:34 pm @

 

di Matilde Maisto

 

“Il lettore vero non è chi mi compra, ma chi mi ama”

Grande serata quella del gruppo di lettura “Letteratitudini”. Un incontro, come sempre, improntato sulla convivialità, all’insegna della vera amicizia e del reciproco piacere di ritrovarsi in un salotto per trascorrere una bella serata discorrendo di argomenti culturali.
Non poteva essere scelto un argomento, una figura letteraria più affascinante, emozionante, ammaliante ed incantevole come quella del D’Annunzio e della sua poetica.
Un grande uomo, un eccentrico amante, innamorato della parola, adoratore della musica e della poesia il D’Annunzio fu parlatore squisito. Tutti quanti scrivono di lui, ne ricordano la voce limpida, armoniosa, metallica, e attestano che la seduzione esercitata da lui sulle folle e sui singoli era riposta soprattutto nella parola.
La sua voce scandita, metallica, e insieme carezzevole dava di per sé una sensazione analoga a quella che suscitano le sue liriche più prestigiose: di trasognamento…
Miracoloso era il suo potere d’adattamento alla persona che, per improvvisa simpatia, eleggeva e a cui voleva piacere: non falsandosi, ma estraendo dalla sua molteplice natura quel che in essa v’era di consono a quella dell’interlocutore; ponendo certo in quella operazione un’arte non minore di quella che nelle sue più venuste pagine: ma arte, non artifizio, non istrionismo. Obbedienza al ritmo scelto per quel dato colloquio, ma ritmo suo; attenzione vitale.
Fu evidentemente per questa sua indole che l’impresa di Fiume, i motti Dannunziani, le apparizioni pubbliche e il modo squillante, acuto e cristallino di arringare le folle rappresentano inconsapevolmente le prove generali degli strumenti propagandistici utilizzati per più di vent’anni dal regime.
Famosissimi i motti del vate, che ci raccontano la sua vita, come ad esempio: Ognora desto – motto che serviva al Poeta da sprone al suo lavoro letterario. Lo usò per i suoi ex libris accompagnato dall’immagine di un gallo che canta ritto su una pila di libri.
Io ho quello che ho donato – Inciso sul frontone all’ingresso del Vittoriale, è questo il più celebre dei motti dannunziani. Alla affermazione apparentemente paradossale, usata dal poeta fino agli ultimi anni della sua vita, è legata l’idea della generosità e della munificenza a cui il Poeta si ispirò sopratutto negli ultimi anni trascorsi al Vittoriale. Racchiuso in un tondo recante la figura di una cornucopia, simbolo dell’abbondanza, o impresso al centro di due cornucopie, il motto si trova impresso sui sigilli, sulla carta da lettere e su tutte le opere di Gabriele d’Annunzio pubblicate dall’Istituto Nazionale e dall’Oleandro. Il Poeta affermò di aver trovato la frase incisa su una pietra di focolare appartenente a un camino del Quattrocento. In realtà è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:”Hoc habeo quadcumque dedi”.La frase e’ riportata in un trattato seicentesco dell’Abate Giovanni Ferro come motto di un cavaliere spagnolo del Cinquecento.
Piegando lego – Motto impresso sulla carta da lettere e sugli ex libris con l’immagine di un salice piangente che si piega legandosi ad un altro albero. Non è escluso che si “piega” alla volontà di Mussolini che lo vuole lontano dalla vita politica della nazione.
Suis viibus pollens possente di sua propria forza – Una delle frasi predilette dal d’Annunzio che la fece incidere sui sigilli dorati con cui chiudeva le buste e sugli oggetti che usava donare agli amici: gemelli e portasigarette d’argento. E’ inscritta in un tondo recante l’immagine di un elefante con la proboscide in alto.
Vivere ardendo e non bruciarsi mai – Parafrasi di un verso di Gaspara Stampa:” Vivere ardendo e non sentire il male”.Il motto fu adottato da d’Annunzio anche in guerra durante l’impresa di Fiume.
Resto dentro di me – La frase  è legata alla immagine della tartaruga che resta nel suo guscio. D’Annunzio la fece incidere su una placca che inviò a Mussolini ne ’35. Il Poeta era solito regalare agli amici piccole tartarughe d’argento che usava come “talismani”.
D’Annunzio diceva che il fallimento più grande della vita dell’uomo stava nel non mettere a frutto gli ARDORI GIOVANILI ovvero quel desiderio che ognuno di noi serba nel petto di condurre un’esistenza attiva, viva, operosa, ricca di stimoli intensi, profondi ideali, attività fiorenti.
Egli affermava che solo abbandonandosi appieno alla vita come una foglia sospinta dalle placide o impetuose acque di un fiume l’uomo poteva essere davvero felice. Il vitalismo, l’incoerenza e la passionalità questo contraddistingue l’esistenza di D’Annunzio nei confronti di tutta la massa di poeti che compiange ciò che avrebbe potuto vivere o avrebbe voluto vivere.
In mezzo a questo scenario di vita e passione comunque D’Annunzio nasconde un rapporto molto profondo e complesso con la morte e principalmente scomporrei la visione della morte in più argomenti legati dal medesimo filo conduttore : Amore e Morte
L’antico tema trattato dai poeti latini, da Leopardi, da Gozzano e, in un modo del tutto suo, da D’Annunzio. Amore e Morte per D’Annunzio sono uno l’effetto dell’altro, l’amore è un sentimento talmente intenso viscerale, profondo, impetuoso e lancinante che solo chi non ha paura della morte può vivere nella maniera più profonda. Quanti di noi, di fronte a un vero amore perduto si sentono vittima di un qualcosa di talmente grande, doloroso ed irrimediabile da avvertirlo simile alla morte. Significa che il vero amore esiste soltanto quando siamo disposti a donare noi stessi per il sentimento.
Ma esiste anche  il D’annunzio ardito e la morte: d’Annunzio partecipa alla guerra mondiale in maniera eclatante con Il volo su Vienna, la beffa di Buccali e tante altre imprese che lo resero popolare e che diedero sfogo al suo grande desiderio patologico di platea. Negli anni 20 incendia l’animo degli italiani parlando di “vittoria mutilata” e in seguito marciando su fiume con una schiera di legionari pronti a tutto spinti da amore di patria.
Il pensiero di D’Annunzio in merito è che il vero ardito è colui che è disposto anche a donare la vita per perseguire quello in cui crede : MEMENTO AUDERE SEMPER ( Ricordati di osare sempre ) soltanto chi osa ed è disposto a perdere ciò che possiede è in grado di assaporare appieno l’esistenza.
Questo pensiero si riflette non solo nelle imprese di guerra ma soprattutto nella sua vita, nei suo amori complessi ma impetuosi, profondi, passionali, veementi per i quali D’Annunzio era disposto a donare la vita con amore. Nota che al Vittoriale c’è un tabernacolo con il volante d’un ardito morto in una gara di motoscafo, simbolo che per il poeta chi donava la propria vita in un impresa ardua era degno di venerazione.
Il D’Annunzio ed il declino – Negli ultimi anni D’Annunzio dovette assistere alla propria decadenza fisica e morale, costretto a vivere nella “prigione dorata” del Vittoriale nella penombra più completa per occultare alle amanti l’onta della decadenza sul suo volto. Ormai non era più in grado di compiere imprese magnifiche o essere una guida spirituale per il paese ( come se D’Annunzio fosse già morto prima della morte fisica ).
Deluso dal fallimento di fiume si ritira in una villa costruita su misura di uomo eccentrico. Fra le stanze del Vittoriale bisogna rammentare la più significativa che è la stanza del lebbroso dove c’è un letto fatto come una culla e stretto come una bara, simbolo esplicito che la vita e la morte si compenetrano e che una è insita nell’altra come dice Gozzano ( quanti me stesso son morti in me stesso ).
Nella stanza del lebbroso c’è un’effige raffigurante D’Annunzio moribondo fra le braccia di San Francesco poiché, nel raffigurarlo, il Vate si immaginava lui ammalato di peste tra le braccia d’un santo ( allora la peste era considerata come simbolo divino ). Nella stanza del lebbroso inoltre ci sono nel soffitto rappresentate immagini di sante con il volto delle amanti più significative del D’Annunzio in quanto il poeta amava fondere sacro e profano.
La morte del poeta – C’è chi vocifera che “ il volo dell’arcangelo “ ovvero la caduta dalla finestra non sia stata causata dall’amante del vate Luisa Baccara ma che D’Annunzio meditasse un suicidio, c’è chi dice persino che anche la sua morte ha qualcosa di misterioso. C’è da dire che D’Annunzio costruì per lui e per i suoi legionari un altissimo mausoleo dove fu deposta la sua salma eretta verso il cielo in onore del sommo poeta.
Per coronare la nostra serata di “Letteratitudini”, non poteva, ovviamente mancare, la recitazione di una delle poesie più belle di D’Annunzio “La pioggia nel Pineto” tratta da Alcyone.

La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia

che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

Spiegazione
“La pioggia nel pineto” è una tra le più belle poesie di D’Annunzio. E’ rivolta alla donna amata, Ermione. La scena si svolge in un bosco, nei pressi del litorale toscano, sotto la pioggia estiva. Il poeta passeggia con la sua donna, Ermione e la invita a stare in silenzio per sentire la musica delle gocce che cadono sul fogliame degli alberi. Inebriati dalla pioggia e dalla melodia della natura, il poeta e la sua donna si abbandonano al piacere delle sensazioni con un’adesione così totale che a poco a poco subiscono una metamorfosi fiabesca e si trasformano in creature vegetali.
La poesia è ricca di enjambement e similitudini. Le rime sono libere e sono presenti molte onomatopee.

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Questa sera in scena la cultura con “Letteratitudini” (incontro di Gennaio 2012)

marzo 12th, 2012 // 8:28 pm @

 

Il gruppo di lettura “Letteratitudini” – costituito da Arkin Jafuri, Matilde Maisto, Pina Manzo, Felicetta Montella, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Giannetta Pezzolo, Raffaele Raimondo, Laura Sciorio e Marinella Viola – si è dato appuntamento per questa sera, alle ore 20,00 nel salotto di Matilde Maisto in V.le Europa – Cancello ed Arnone (Caserta).

La scelta letteraria per il primo incontro del 2012, si è orientata verso la poetica dannunziana, con una selezione di testi racchiusi nella tematica “Gabriele D’Annunzio: la Patria, l’Amore”.
Ed è con le stesse parole del poeta che mi dispongo in questa tappa del viaggio, già intrapreso con gli amici di Letteratitudini: “Bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità è tutta qui”.

Un appuntamento con l’Immaginifico al quale sono lieta d’invitare gli ammiratori del poeta pescarese che dominò, con la sua originalissima produzione artistica, il periodo a cavallo fra il XIX ed il XX secolo. E’ auspicabile, infatti, che il numero dei partecipanti aumenti nel corso dell’anno,  in un crescendo di contributi puntuali e interessanti sugli argomenti che man mano saranno oggetto di approfondite letture e conseguenti riflessioni critiche.

In un’Italia che ha impellente bisogno di ritrovare la sua migliore identità culturale – dice il professore Raimondo -, rileggere le pagine dannunziane nelle quali l’autore seppe concentrare la sua forte passione patriottica sarà occasione propizia per riaprire, nel seno del gruppo, i varchi concettuali dell’indispensabile difesa della storia e della cultura italiana in Europa e nel mondo.

Parimenti, ripartendo dall’attualità planetaria tuttora afflitta da innumerevoli focolai d’odio e di guerra, attingere a D’Annunzio – benché prevalentemente esteta e propugnatore dell’esaltazione dei piaceri sentimentali – rappresenterà un’utile circostanza onde riprendere un discorso sul più nobile sentimento nelle sue mille dimensioni, a cominciare dagli spunti del celebre amante, per giungere a quelle che vedono appunto l’amore come potente antidoto ad ogni forma di egoismo e di violenza. E la discussione, quindi, andrà prevedibilmente ben oltre la versione letteraria legata alla multiforme esperienza del poeta decadente, al fine di sfiorare almeno gli aspetti e le incredibili potenzialità che proprio la forza dell’amore può diffondere senza limiti nelle vicende umane, individuali e collettive, i gioiosi suoni e gli aggreganti colori di un afflato capace di valorizzare ed esaltare il meglio della vita personale ed universale.

Tuttavia bisogna ricordare che D’Annunzio riesce ad andare oltre ad ogni retorica romantica rendendo l’amore un sentimento arcano fatto di passione, entusiasmo, esultanza fisica e spirituale, desiderio viscerale ed intenso di possesso, ebbro di fiumane desideri e orde di voluttà. Egli nell’arte d’amare ricorre al verso, alla fantasia, alla spiritualizzazione del sentimento “ambedue non avevano alcun ritegno alle mutue prodigalità della carne” elevando l’amata in uno stato di felicità intensa, viva, piena. Molte amanti sedotte e abbandonate dal vate diedero in seguito segni di squilibrio, chi scelse l’esilio, alcune ricorsero alla monacazione, altre optarono per l’omosessualità. Ma non si deve trascurare il fatto che esse per un giorno vissero un sentimento colmo d’ardore e che le rese diverse, elette, magnifiche, eccelse, un sentimento forte, veemente e impetuoso che ogni donna meriterebbe d’avere, per la vita.

Matilde Maisto

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“Letteratitudini” saluta l’arrivo del 2012 inneggiando all’Italia e all’amore

marzo 12th, 2012 // 8:24 pm @

Gabriele D’Annunzio

 

Prof. Raffaele Raimondo
cronista free lance
Via A.Diaz, 33
81046 GRAZZANISE (Caserta)
tel 0823-96.42.12 – 340-500.67.64
e-mail: raffaeleraimondo1@virgilio.it                                

COMUNICATO-STAMPA del 29 dicembre  2011

                                                        Conviviale scambio d’auguri nella tenera e dolce atmosfera natali

Il “gruppo di lettura” ha scelto Gabriele D’Annunzio, patriota ed  
                                               ‘immaginifico’ cantore dell’amore, per l’incontro del 24 gennaio

CANCELLO ED ARNONE (r.r.) – Attratto dalla tenera e dolce atmosfera natalizia, il gruppo di lettura “Letteratitudini” – costituito da Arkin Jafuri, Matilde Maisto, Pina Manzo, Felicetta Montella, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Giannetta Pezzolo, Raffaele Raimondo, Laura Sciorio e Marinella Viola – mercoledì 28 dicembre si è ritrovato, nella splendida casa della generosa fondatrice Maisto, per salutare, con un autentico ed amichevole scambio augurale, il fausto anno 2011 che ormai volge al termine e l’imminente 2012, rinviando in tal modo, ancora una volta, ad altra data la stupenda “Lettera ai Romani” di San Paolo su cui, prima o poi, relazionerà il parroco di Arnone, don Rocco Noviello. Tutta centrata sulla convivialità più schietta – e scoppiettante come legna ardente – la bella serata degli organizzati lettori snodatasi mediante assaggi di prelibatezze gastronomiche accompagnate da ottimo aglianico ed immancabile spumante. L’allegra comitiva si è dedicata dopo, con l’ausilio del supertecnico Gianni Cacciapuoti, ai tradizionali canti natalizi seguiti da brani del repertorio patriottico e da classici e travolgenti motivi della nostra grande musica leggera. Quanto è bastato per orientare la scelta letteraria per l’incontro di martedì 24 gennaio 2012, quando il gruppo tornerà a riunirsi a Cancello ed Arnone con una selezione di testi racchiusi nella tematica “Gabriele D’Annunzio: la Patria, l’Amore”. Un appuntamento con l’Immaginifico al quale sono fin d’ora invitati gli ammiratori del poeta pescarese che dominò, con la sua originalissima produzione artistica, il periodo a cavallo fra il XIX ed il XX secolo. E’ auspicabile, infatti, che il numero dei partecipanti aumenti nel corso dell’anno alle porte, in un crescendo di contributi puntuali e interessanti sugli argomenti che man mano saranno oggetto di approfondite letture e conseguenti riflessioni critiche. In un’Italia che ha impellente bisogno di ritrovare la sua migliore identità culturale, rileggere le pagine dannunziane nelle quali l’autore seppe concentrare la sua forte passione patriottica sarà occasione propizia per riaprire, nel seno del gruppo, i varchi concettuali dell’indispensabile difesa della storia e della cultura italiana in Europa e nel mondo. Parimenti, ripartendo dall’attualità planetaria tuttora afflitta da innumerevoli focolai d’odio e di guerra, attingere a D’Annunzio – benché prevalentemente esteta e propugnatore dell’esaltazione dei piaceri sentimentali – rappresenterà un’utile circostanza onde riprendere un discorso sul più nobile sentimento nelle sue mille dimensioni, a cominciare dagli spunti del celebre amante, per giungere a quelle che vedono appunto l’amore come potente antidoto ad ogni forma di egoismo e di violenza. E la discussione, quindi, andrà prevedibilmente ben oltre la versione letteraria legata alla multiforme esperienza del poeta decadente, al fine di sfiorare almeno gli aspetti e le incredibili potenzialità che proprio la forza dell’amore può diffondere senza limiti nelle vicende umane, individuali e collettive, i gioiosi suoni e gli aggreganti colori di un afflato capace di valorizzare ed esaltare il meglio della vita personale ed universale.

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