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Sulle tracce di Antonia Pozzi…

maggio 27th, 2012 // 3:25 pm @

“…e di cantare non può più finire…”

 

Biografia

 

ANTONIA POZZI (Milano 1912-1938)

Quando Antonia Pozzi nasce è martedì 13 febbraio 1912: bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non farcela a durare sulla scena del mondo; ma la vita ha le sue rivincite e …

… Antonia cresce: è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie, dalle quali sembra trasudare tutto l’amore e la gioia dei genitori, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo. Il 3 marzo la piccola viene battezzata in San Babila ed eredita il nome del nonno, primo di una serie di nomi parentali (Rosa, Elisa, Maria,Giovanna, Emma), che indicherà per sempre la sua identità. Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala, dove poi la seguirà anche Antonia; ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo. Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa. Bisogna, poi, aggiungere la zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; le tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza tra l’infanzia e la prima adolescenza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina. Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica: l’assenza, tra i documenti, della pagella della prima elementare, fa supporre che la bimba frequenti come uditrice, non avendo ancora compiuto i sei anni, la scuola delle Suore Marcelline, di Piazzale Tommaseo, o venga preparata privatamente per essere poi ammessa alla seconda classe nella stessa scuola, come attesta la pagella; dalla terza elementare, invece, fino alla quinta frequenta una scuola statale di Via Ruffini.

Si trova, così, nel 1922, non ancora undicenne, ad affrontare il ginnasio, presso il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.

Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, le sorelle elettive, già in terza liceo quando lei si affaccia alla prima; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ché nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi, per i quali non risparmia tempo ed ai quali elargisce libri perché possano ampliare e approfondire la loro cultura. La giovanissima allieva non fatica a scoprire dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, molte affinità: l’amore per il sapere, per l’arte, per la cultura, per la poesia, per il bello, per il bene, è il suo stesso ideale; inoltre il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo: il fascino diventa ben presto amore e sarà un amore tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad essa. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita.

 

Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità intelligente, desta ad ogni emozione che il bello o il tragico o l’umile suscitano nel suo spirito: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce alpine, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini; nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, mentre, vi è stata quasi costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi; nel 1934 compie una crociera, visitando la Sicilia, la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore e il mondo ancora non condizionato dalla civiltà europea, dove la primitività fa rima, per lei, con umanità; fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca, che ha imparato ad amare all’Università, seguendo le lezioni di Vincenzo Errante, lingua che tanto l’affascina e che la porta a tradurre in italiano alcuni capitoli di “Lampioon”, di M. Hausmann. Intanto è divenuta “maestra” in fotografia: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, aridamente, quanto perché le cose, le persone, la natura hanno un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere. Si vanno così componendo i suoi album, vere pagine di poesia in immagini. Questa normalità, si diceva, è, però, solamente parvenza. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica. La mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: è il 3 dicembre del 1938.

Lo sguardo di Antonia Pozzi, che si era allargato quasi all’infinito, per cogliere l’essenza del mondo e della vita, si spegne per sempre mentre cala la notte con le sue ombre viola.

 

 

Preghiera alla poesia

 

Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Category : Poesia

Sorridi alla bellezza del creato!

maggio 16th, 2012 // 8:05 am @

 

 

“Non piangere quando tramonta il sole, le lacrime ti impedirebbero di vedere le stelle” (Tagore)

 

Category : Pensieri Sparsi

Arthur Conan Doyle “Falsa partenza e altri racconti”

maggio 15th, 2012 // 3:27 pm @

 

Falsa partenza 

Protagonista del racconto è il dottor Horace Wilkinson, medico alle prime armi proprietario di uno studio medico a Sutton, Londra, la cui soglia non è ancora stata varcata da alcun paziente. Una sera egli riceve una visita da parte di un uomo che reputa essere senza dubbio il suo primo paziente, e per questo motivo tenta di impressionarlo positivamente diagnosticando a colpo d’occhio la supposta malattia dell’uomo. All’inizio l’estremo rossore delle gote gli suggerisce che egli abbia un problema con l’alcool, ma poi un improvviso attacco di tosse nervosa lo orienta verso una tosse bronchiale. L’uomo in realtà è sano come un pesce e non si trova lì in qualità di paziente, ma di esattore della società del gas. La seconda, ma non più fortunata visita, è quella di una zingara che porta con sé una bambina affetta da morbillo. L’intenzione della donna non è quella di farla curare, ma solo di informare un medico della malattia in caso ci fosse bisogno di segnalarla una volta deceduta. Ma Wilkinson insiste per darle una cura, chiedendo inizialmente una lauta ricompensa di mezza corona, ma finendo per farle addirittura l’elemosina. Riceve infine un’ulteriore visita: è stato mandato a chiamare per curare Lady Millbank, moglie di John Millbank, magnate del commercio londinese. Tra lo stupore e l’incredibilità per l’incarico arriva alle Towers, loro principesca dimora, e riesce a guadagnarsi immediatamente l’ammirazione di Sir John.
Dopo averla visitata ed essere uscito dalla sua camera, trova nel salone il medico di famiglia, il dottor Mason, accompagnato dal dottor Adam Wilkinson, professore di malattie polmonari al Regent’s College di Londra. Era quest’ultimo, in realtà, il dottor Wilkinson che la famiglia Millbank aveva mandato a chiamare. Il malinteso si risolve in modo fortunato per Horace, al quale viene offerto da Sir John il posto come nuovo medico di famiglia. Ma egli, uomo d’onore, rifiuta, trovandolo ingiusto nei confronti del collega più anziano. La sua condotta gli fa così guadagnare l’ammirazione anche del dottor Mason, con il quale egli fonderà il famoso studio Mason&Wilkinson. Falsa Partenza si ispira, con molte probabilità, all’esperienza vissuta da Arthur Conan Doyle a Portsmouth dove, malgrado le iniziali difficoltà economiche, egli riuscì ad aprire un suo studio che, dopo qualche anno di sacrifici, lo portò alla tranquillità economica. Senza altrettanta fortuna nel 1891 aprì a Londra, nell’elegante Wimpole Street, uno studio medico la cui soglia, secondo la testimonianza dello stesso Doyle, non fu mai varcata da alcun paziente.

La maledizione di Eva 

Il racconto ha come protagonista il piccolo borghese Robert Johnson, negoziante di abbigliamento maschile a Londra. Robert, nell’arco di una notte, riscopre tutta la dignità e la profondità dell’esistenza umana in seguito al difficile parto di sua moglie. Nel corso della sua vita, l’uomo ha condotto un’esistenza anonima, non è mai stato scosso né da grandi gioie né da ambiziosi ideali, e sua moglie Lucy è una donna altrettanto tranquilla. L’improvvisa gravidanza di quest’ultima rappresenta la grande svolta nella vita della coppia.
I preparativi per il parto sono stati curati da Robert con largo anticipo e nei minimi dettagli, tuttavia l’idea che qualcosa possa andare per il verso sbagliato preoccupa molto l’ansioso negoziante. Il giorno in cui le condizioni di salute di Lucy peggiorano in modo preoccupante, Robert perde la compostezza e la tranquillità che lo hanno caratterizzato per tutti quegli anni, ritrovandosi a girare l’intera città in cerca del dottor Miles, medico scelto per assistere sua moglie durante il parto. Una volta trovato, appare chiaro che i loro stati d’animo contrastano fortemente: il medico, esausto dopo una lunga giornata di lavoro, ha come priorità la cena rispetto alla visita di Lucy, mentre Robert è invaso dal terrore per le sorti della donna. Quando finalmente il dottore arriva a casa Johnson e visita la donna, la tragicità della situazione è palese anche agli occhi del medico, che chiede il consulto di un collega, il dottor Pritchard. Dopo una lunga notte di travaglio viene comunicata a Robert la notizia della buona riuscita del parto.
In una notte, il mito e composto negoziante di Londra comprende l’esistenza di fonti di gioia mai sperimentate prima, e grazie a quella esperienza diviene un uomo più forte e profondo.

 La terza generazione 

Come per la maggior parte dei racconti de La lampada rossa, la vicenda è ambientata a Londra, a Scudamore lane, nella casa di un medico specialista di reputazione europea, il dottor Horace Selby. L’autore lo descrive come un uomo dall’apparenza rassicurante e dal volto consolatorio, capace di ottenere facilmente la fiducia dei pazienti.
Una sera, durante la cena, egli riceve inaspettatamente la visita di un paziente, il baronetto sir Francis Norton. Dopo un’accurata visita il dottore gli diagnostica una tara innata da cheratite interstiziale, un’infiammazione della cornea che nella maggioranza dei casi è causata dal Treponema pallidum, agente eziologico della sifilide.
Il baronetto, come suo padre prima di lui, aveva ereditato la malattia dal nonno, un personaggio sinistro e famoso nella Londra degli anni trenta del XIX secolo per la sua vita da dandy dedita all’alcool e al gioco d’azzardo. Una volta appresa la terribile notizia, il giovane baronetto si interroga su quale mai possa essere la giustizia di tutta quella faccenda. La sua vita, dedita al bello e al gentile, si discosta molto da quella del nonno, ed egli non comprende per quale motivo debba ricevere la sua stessa punizione.
Il medico, dall’alto della sua professione, gli consiglia di accettare sulla fiducia queste grandi domande della vita, e di far passare molti anni prima di pensare ad un eventuale matrimonio: è infatti l’unico modo per non rischiare di trasmettere la malattia anche ad una quarta generazione. Quel consiglio appare inaccettabile agli occhi di Sir Francis, che sta per sposarsi in meno di una settimana. Il medico riesce però con innata fermezza a convincerlo ad annullare le nozze, invitandolo a trovare il prima possibile un modo per comunicarlo alla fidanzata. I due si salutano con la promessa da parte di Sir Francis di risolvere al più presto la faccenda e di fare avere al dottore sue notizie già il giorno dopo. Sir Francis mantiene la sua promessa, poiché il medico apprende notizie su di lui da un articolo del Daily news che annuncia che il baronetto è deceduto falciato dalle ruote di una carrozza mentre faceva ritorno a casa.

 La sposa del fisiologo 

Il professor John Ainslie Grey è un uomo dalla carriera brillante. A soli quarantatre anni ha posto le basi della sua grande notorietà nell’ambito della fisiologia e della zoologia. Considerato una delle maggiori autorità viventi, ottiene la cattedra di fisiologia a Birchespool.
Il professor Grey prova ribrezzo per ogni interpretazione metafisica del mondo, consacrando la sua fede unicamente alla fisicità e alla natura. Un giorno a colazione comunica alla sorella di voler prendere come moglie la signora O’James, vedova australiana, e alla stesso tempo cerca di convincere Miss Grey a prendere in considerazione le attenzioni a lei riservate dal dottor James M’Murdo O’Brien, allievo brillante di Grey.
Una volta celebrato il matrimonio con Jeanette O’James, il professore si trova a discutere con il suo allievo sulla reale possibilità di chiedere la mano di sua sorella. James è obbligato a raccontare al professore di essere anch’egli vedovo: quando viveva in Australia, sua moglie Jinny (Jeanette) aveva deciso di lasciarlo e di partire con il suo amante, ma il brigantino su cui viaggiavano aveva fatto naufragio, e non vi erano stati sopravvissuti.
È una vera sorpresa scoprire che Jinny, che egli crede scomparsa per sempre, è in realtà l’attuale moglie del professor Grey. Jinny infatti in Australia, all’ultimo momento, non era partita con il suo amante e per la vergogna aveva iniziato una nuova vita in Inghilterra. L’amore ancora vivo tra i due spinge Jinny a tornare insieme al suo vecchio marito e ad abbandonare Grey, secondo lei incapace di soffrire perché senza cuore. Grey, imperturbabile, sembra addirittura incoraggiare in modo distaccato la scelta della donna. È difficile anche per i suoi medici curanti, mesi dopo, credere che la causa della morte dell’insensibile professore possa essere legata ad un crepacuore, come i sintomi lasciano immaginare.

– Un medico in attesa del primo paziente;

– Un buon uomo in ansia per il travaglio della moglie:

– Un baronetto afflitto da un male che viene da lontano;

– Un autorevole luminare tradito dall’amore.

Sullo sfondo dell’Inghilterra vittoriana, quattro storie costruite attorno alla grande passione del creatore di Sherlock Holmes: la medicina. La narrazione brillante e la sottile ironia, che il lettore ha conosciuto in Baker Street, ci introducono nelle vite di gentiluomini burberi dall’animo gentile, divisi tra l’accettazione del proprio destino e una fiera volontà di contrastarlo.

 

 

Sir Arthur Conan Doyle (Edimburgo, 22 maggio 1859 – Crowborough, 7 luglio 1930) fu uno scrittore, medico e poeta scozzese considerato, insieme ad Edgar Allan Poe, il fondatore di due generi letterari: il giallo e il fantastico. In particolare, Conan Doyle è il capostipite del sottogenere noto come “giallo deduttivo”, reso famoso dal personaggio dell’investigatore Sherlock Holmes; la produzione dello scrittore, tuttavia, spazia dal romanzo d’avventura alla fantascienza, dal soprannaturale ai temi storici.
Scozzese, Arthur Conan Doyle nacque il 22 maggio 1859 in un piccolo appartamento di Edimburgo al numero 11 di Picardy Place. Suo padre Charles Altamont Doyle era inglese con remote origini irlandesi, mentre sua madre Mary Foley era irlandese. Il cognome composto lo prese dal prozio Michael Conan, noto giornalista dell’epoca. Il giovane Arthur, secondo di dieci figli, iniziò i suoi studi presso una scuola della sua città per poi proseguire alla Hodder Preparatory School nel Lancashire. I suoi studi più importanti proseguirono presso lo Stonyhurst Jesuit College, scuola cattolica di Clitheroe, poi ancora in Austria, in un altro collegio gesuita e infine all’Università di Edimburgo dal 1876, da cui uscì laureato in medicina nel 1885.
È di quel periodo la sua prima opera, Il mistero di Sasassa Valley (1879, racconto del terrore venduto al Chambers Journal) e il suo primo articolo medico, su un sedativo sperimentato su di sé. L’anno successivo vende a The London Society la storia Il racconto dell’americano, su una mostruosa pianta originaria del Madagascar che si ciba di carne umana (con buona probabilità questo racconto è tra le fonti del romanzo del mistero Relic, di Douglas Preston e Lincoln Child).
Nel 1881 ottenne prima il baccellierato in Medicina, quindi il Master in Chirurgia. Studente brillante trovò il modo per ridurre l’anno di studio a sei mesi, per poter iniziare a fare l’assistente medico: prima per il dottor Richardson a Sheffield, poi per il dottor Elliot a Shropshire, ma soprattutto per il dottor Reginald Hoare a Birmingham. Fu qui che trattato più come figlio che come assistente si appassionò molto alla letteratura e scrisse la sua prima opera. Suoi professori di medicina furono Joseph Lister, professore di chirurgia, inventore e propugnatore del metodo dell’antisepsi, il dottor Joseph Bell, di cui divenne, prima di laurearsi, anche assistente per un breve periodo. Il brillante e freddo dottor Bell, con il suo metodo scientifico e le sue abilità deduttive, gli ispirò in seguito il fortunato personaggio di Holmes, che ha così, almeno nelle origini, un legame con il thriller medico.
Il suo aspetto era ingannevole. Dietro ad un comportamento tranquillo, c’era un uomo dalle forti convinzioni, alcune assurde, come lo spiritismo, ma tutte profondamente sentite. Tutta la vita di Conan Doyle è una lunga serie di crociate molto combattute, delle quali lo spiritismo era solo l’ultima. Nel 1890, mise in guardia il mondo intero contro la tanto decantata cura per la tubercolosi. Nel 1902 difese il governo britannico contro le accuse di cattiva condotta durante la Seconda Guerra Boera. Nel 1906 sostenne la riforma per il divorzio. Nel 1909 intervenne contro le atrocità in Congo. Nel 1910 difese pubblicamente Oscar Slater falsamente accusato di omicidio. Nel 1914 mise in guardia tutti contro i devastanti effetti del blocco sottomarino. In ogni caso le sue battaglie, a mezzo stampa, furono condotte con intraprendenza e abilità, a prescindere dai vantaggi che se ne potevano ricavare. Alcune battaglie erano impopolari, ma il personale senso di onore era per lui più importante dell’opinione pubblica.
Come lui stesso disse in una intervista, ha conosciuto cosa volesse dire essere povero e cosa volesse dire diventare abbastanza influente. Ha affrontato ogni tipo di esperienza umana. Conobbe le persone più influenti ed importanti del suo secolo; ha avuto una lunga carriera da scrittore, dopo un periodo da medico, che gli diede il titolo di Dottore di Edimburgo. Praticò moltissimi sport (boxe, cricket, biliardo, motociclismo, calcio, sci), e fu il primo a introdurre l’abitudine di lunghe vacanze in Svizzera, specialmente per cure termali.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

Salvatore Quasimodo “Poesia di Primavera”

maggio 10th, 2012 // 3:11 pm @

 
 
 
“Poesia di Primavera”
 
Ed ecco sul tronco
si rompono gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era 

 
(Salvatore Quasimodo)
 
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E’ l’inizio della primavera.
I rami apparentemente secchi degli alberi incominciano a mettere le prime gemme.
Sembrava che l’albero fosse morto ed invece…Eecco che la scorza si spacca, e spunta la gemma di un verde brillante, tenerissimo, ancora più splendente (più “nuovo”) dell’erba, che pure ha ripreso a crescere nei prati prima desolati ed ardidi.
E’ la vita che rinasce dopo il lungo letargo invernale, ed il cuore del poeta ha un sospiro di sollievo (“e il cuore si riposa”, cioè non sta più in ansia). Tutto questo, per il poeta, ha del miracoloso (e tutto mi sa di miracolo) ed anche lui si sente parte della natura che si sveglia e rinasce in tutto il suo splendore, di quell’incantevole spettacolo di un cielo più azzurro che mai che si specchia nei fossi ingrossati dalla pioggia (l’acqua di nube) e nel verde della gemma che spacca la scorza e che solo stanotte non c’era ancora.

Category : Poesia

“La lezione del canarino” di Raffaele La Capria

maggio 10th, 2012 // 2:50 pm @


La lezione del canarino

L’autore stesso ci dice: – Per me la letteratura significa trasmettere attraverso le parole un’emozione, l’ho scoperto, un giorno, mentre tornavo a casa dalla scuola. Stavo attraversando i giardini della Villa Comunale, ed ecco che un canarino si posa sulla mia spalla.
Sorpreso da questo fatto che mi apparve straordinario e meraviglioso, sentii il mio cuore che batteva forte per l’emozione.
Adesso il canarino sentirà il battito del mio cuore e volerà via. Ed infatti lo sentì e volò via. Io corsi a casa a dire a mia mamma la cosa straordinaria che mi era capitata, ma quando dissi: mamma, un canarino si è posato sulla mia spalla!, mi accorsi subito dopo averlo detto, di non aver detto nulla dell’emozione che avevo provato, perchè la frase che avevo pronunciato non la conteneva.
Come si fa allora a dirla? Ci pensai e ci ripensai, e da allora tutto il mio lavoro di scrittore è stato: come dare una risposta a quella domanda. Capii che per dire quell’emozione non bastava una semplice frase ma dovevo muovere un esercito di parole, con una guida, una strategia, un piano d’attacco, e conquistare così il castello dell’emozione.
Fu questa la “lezione del canarino”. –

E continua: – sento che ognuno degli animali presenti in queste pagine mi somiglia: lo riconosco mio simile in tanti aspetti, e credo che ami gioisca o patisca, che se ha fame soffra la fame e se viene ferito sanguini, più o meno come ogni essere vivente, me compreso. E sento che ognuno di loro è un concentrato di vita allo stato puro, di desideri, di istinti e di impulsi che non dovrebbero lasciare indifferente chi la vita cerca di cogliere nei suoi aspetti più immediati e più vari – Così Raffaele La Capria introduce il gufo reale e la civett, il ciuchino e il polpo, il gabbiano e l’amato cane Guappo, e tutti gli altri personaggi che popolano questo personalissimo bestiario, una carrellata tenera e malinconica, colma di affetto ed empatia. Solo mettendosi dalla parte degli esseri che non hanno la parola per farsi udire, l’uomo potrà vivere in armonia con le altre creature.

 


Guappo e altri animali
Raffaele La Capria  

Un libro di racconti, ventisette, che hanno come protagonisti uomini ed animali. Fatti salvi l’introduzione ed il racconto che ispira il titolo, i testi provengono da opere già pubblicate.

Guappo e altri animali: Un bestiario che svela la nostra umanità

Guappo è il cane cui ho voluto più bene. […] L’ho amato perché sembrava portare addosso, nel pelo, nel colore, nelle striature tigrate della pelliccia (una particolarità che incuriosiva la gente), negli occhi, nei movimenti e in tutti i suoi comportamenti, la consapevolezza di essere l’ultimo tra gli ultimi. Com’era umile e poco guappo il mio Guappo! E come ho amato la sua umiltà! Come la cosa più preziosa della Terra. Solo lui me l’ha mostrata in modo tale da farmi capire la frase del Vangelo: gli ultimi saranno i primi

Sono racconti particolari questi, un’antologia dalle opere di un grande scrittore, Raffaele La Capria. Lo sono perché rivelano un aspetto della vita che spesso passa inosservato: gli animali.
Ed è la vita, che La Capria descrive meravigliosamente bene in questi racconti, la vita nei suoi momenti di scoperta o di gioco o di noia o di disagio. Ma con un’attenzione specifica al fatto che l’uomo non è solo, ma vive insieme con gli animali su questa terra. Un bastardino, un pesce, un granchio, un orango in gabbia, un gabbiano, un polpo, quante cose fanno scoprire al lettore! Quante cose rivelano gli animali all’uomo, gli umili ai padroni del mondo. Fanno scoprire l’umanità. Proprio loro, che umani non sono.
Non ci troviamo di fronte a storie di simpatici animali antropomorfi, quali quelli che si vedono nei cartoni animati. Al contrario, è sempre l’uomo al centro di questi scritti. L’uomo che spesso è indifferente alla sofferenza delle bestie, a volte è crudele, e a volte invece si commuove per la sorte di un altro essere vivente.
La raccolta è dedicata a Guappo, il cane che, come dice La Capria, “mi ha tenuto compagnia negli anni più belli della mia senectute”.
Una profonda riflessione sull’origine e sul prezzo della carne che mangiamo si impone al lettore nel breve racconto che apre l’opera, Il peccato originale.
Uno dei racconti, l’ultimo, La lezione del canarino, è in realtà una piccola perla, un piccolo saggio sul mestiere di scrivere.
“Fu un canarino, un canarino che imprevedibilmente si posò sulla mia spalla mentre attraversavo i giardini della Villa Comunale, a Napoli, fu un canarino a farmi intuire quanto poteva essere difficile il mestiere di scrivere. […] Come si fa a far sentire ad un altro il battito del cuore, la sorpresa e la meraviglia di quel momento? Come si fa a trasmettere con le parole quello che m’è accaduto quando il canarino s’è posato sulla mia spalla? Non è questo un fatto insolito e straordinario? E dove le trovo le parole insolite e straordinarie per dirlo?”
Ecco, La Capria queste parole le ha trovate.

Guglielmo Nigri 

 

Raffaele La Capria

Raffaele La Capria (Napoli, 3 ottobre 1922) è uno scrittore e sceneggiatore italiano
Dopo essersi laureato in giurisprudenza a Napoli nel 1950 ed aver soggiornato in Francia, Inghilterra e Stati Uniti, ha vissuto a Roma. Collabora alle pagine culturali del Corriere della Sera, è condirettore della rivista letteraria Nuovi Argomenti ed autore di radiodrammi per la Rai. Nel 1957 ha frequentato a Harvard l’International Seminar of Literature. È stato anche co-sceneggiatore di molti film di Francesco Rosi, tra i quali Le mani sulla città (1963) e Uomini contro (1970).
Nel settembre del 2001 ha ricevuto il Premio Campiello alla carriera e nel 2002 gli viene assegnato il Premio Chiara, sempre alla carriera. Nel 2011 gli è stato assegnato il premio Alabarda d’oro alla carriera per la letteratura.
Più recentemente, ha collaborato per la Giulio Perrone Editore.
È sposato con l’attrice Ilaria Occhini.
Opere
Nella sua carriera La Capria ha pubblicato oltre venti libri.
Ha esordito con il romanzo Un giorno d’impazienza nel 1952. Il suo secondo libro, Ferito a morte, è uscito quasi dieci anni dopo, nel 1961, ha vinto il Premio Strega, ed è il suo romanzo più noto. Nel 1982 ha raccolto i tre romanzi “Un giorno d’impazienza”, “Ferito a morte” e Amore e psiche (1973) nel volume Tre romanzi di una giornata.
Ha pubblicato anche racconti come La neve del Vesuvio, la raccolta Fiori giapponesi (1979), la raccolta 4 storie d’amore (2007), Colapesce (2008), e si è dedicato molto alla saggistica pubblicando, tra gli altri, False Partenze (1964), Il sentimento della letteratura (1974)), La mosca nella bottiglia (1996), e un’autobiografia, Cinquant’anni di false partenze (1964).

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

Magiche emozioni d’amore

maggio 2nd, 2012 // 8:42 am @

 

 L’incantesimo più bello  è  la Magia dell’Amore, si nutre di dolcezza, gentilezza,grazia, ti avvolge nel suo grande mantello fatato, e vestita dei colori dell’arcobaleno, il suo profumo e unico inebria la mente, riesce a entrare nell’anima e ti rende protagonista dei  tuoi sogni più belli.Si impadronisce della mente del corpo e dell’anima, e la padrona in assoluto,la magia dell’amore arriva come un uragano quando meno l’aspetti.

 Calipso – l’amante

Omero rese gloria alla nostalgia con una corona d’alloro e stabilì in tal modo una gerarchia morale dei sentimenti. Penelope sta in cima, molto al di sopra di Calipso. Oh Calipso! Penso spesso a lei. Ha amato Ulisse. Hanno vissuto insieme sette anni. Non sappiamo per quanto tempo Ulisse avesse condiviso il letto di Penelope, ma non così a a lungo. Eppure tutti esaltano il dolore di Penelope e irridono le lacrime di Calipso. M. Kundera, L’ignoranza, Adelphi
Imparalo adesso ed imparalo bene, figlia mia. Come l’ago della bussola segna il nord, così il dito accusatore dell’uomo trova sempre una donna cui dare la colpa. Sempre. Ricordalo. K. Hosseini, Mille splendidi soli, Piemme
 
Per descrivere la figura dell’Amante e “riabilitare” tale figura parto dal mito di Calipso.
Calipso nella mitologia greca è una ninfa marina. Quando Ulisse, naufrago, raggiunse Ogigia, l’ isola del mar Ionio in cui la ninfa viveva in solitudine, Calipso si innamorò di lui e lo trattenne presso di sé per sette anni. Benché gli avesse promesso l’immortalità e l’eterna giovinezza se fosse rimasto con lei, Ulisse non poté vincere il suo desiderio di tornare a casa. Per ordine di Zeus, Calipso dovette aiutare Ulisse a costruirsi una zattera con cui lasciare l’isola, ma morì di dolore subito dopo la sua partenza.
Calipso in greco significa “nasconditrice” ed in infatti questa solitaria ninfa, riesce a nascondere Ulisse per ben sette anni.
Ulisse arriva naufrago all’isola di Ogigia, quasi morto, privo di tutti i compagni e Calipso lo salva dal mare e ne cura il corpo stanco e ferito, ma sulla sua isola il tempo scorre lentissimo. L’isola di Ogigia in quei sette anni diventa un luogo per Ulisse per conoscere sè stesso e Calipso lo aiuta, inconsapevolmente in ciò.
Dopo questa lunga analisi personale Ulisse, che tutti i giorni piange sullo scoglio più esposto guardando il mare, è di nuovo pronto per riprendere a navigare. Calipso, l’analista, finito il suo compito, non può che lasciarlo andare. Ferita, Calipso chiama Ulisse alitros , “furfante”.
Quante analogie fra Calipso e la figura dell’amante:
il raccogliere ed il proteggere
il nascondere ed il nascondersi
l’aiutare a conoscere ed il conoscersi
il trattenere ed il lasciare andare
il rubare ed il sentirsi derubata

 


 Innamorata dell’amore

Sono qui con i miei pensieri a farmi compagnia…silenziosi arrivano nella mia mente e al mio cuore mi portano nel mio piccolo mondo dei sogni, sono amici fedeli che non mi abbandonano, prendendomi per mano mi accompagnano in questa serata, ed ecco che arrivi tu l’amore nel mio mondo, e tutto diventa colorato vivo, sto pensando che sei un sentimento che arriva quando meno te lo aspetti, a volte arrivi come un uragano, altre arrivi dolcemente piano, piano, in punta dei piedi,ma quando arrivi nel cuore nell’anima tutto cambia e si trasforma, fai sorridere fai piangere ma penso che non sono mai lacrime amare perché amare e meraviglioso. Quando arrivi “l’amore” le giornate hanno un profumo particolare si vestono dei colori più belli e rallegri sempre le giornate. Quando si è innamorati sembra di volare, e ogni momento è unico meraviglioso, il desiderio s’insinua nella mente e a nulla valgono i tentativi di spegnerlo, il desiderio si nutre della voglia di tenerezza, di baci, cresce il pensiero di tenere carezze ed esplode il ricordo dei brividi di piacere che solo tu “l’amore” fai provare, il pensiero di due corpi caldi vicini, desiderio continuo, insinuante, dolce esalta la mente, questi sogni d’amore scatenano il fuoco dentro, come un vulcano incandescente, amore una sola parola che racchiude un infinità di sensazioni …
La notte e il momento più bello dove i sogni e desideri si uniscono in  simbiosi …
prima o poi tutti i sogni troveranno la propria spiaggia basta credere nei propri sogni …

 

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