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“Letteratitudini” Incontro Giugno 2012

giugno 29th, 2012 // 10:06 am @

 

 

 INCONTRO GIUGNO 2012

 

 ANTOLOGIA LETTERARIA

 

 

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Giannetta Capozzi: “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

 Arkin Jafuri: “L’amante di Lady Chatterley diDavid Herbert Lawrence

 Matilde Maisto: William Shekespeare  “Romeo e Giulietta”

Mena Maisto: “Dedicato a tutti i bambini del mondo” di Doret’s Law Nolte

Pina Manzo: Paolo Coelho “Le cose che ho imparato dalla vita”

 Felicetta Montella:”Calannario” – poesia di Antonio De Curtis (Totò)

 Concetta Pennella: Sulle tracce di Antonia Pozzi…(Biografia e Poesie)

 Raimondo Raffaele: Autopresentazione di Boris Vian e la sua poesia “Io non vorrei crepare”

 

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Il Gattopardo

Autore

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

1ª ed. originale 1958

 

Genere

romanzo

Sottogenere

storico

 

Lingua originale

italiano

 

Ambientazione

Sicilia

Protagonisti

Don Fabrizio Salina

Il Gattopardo è un romanzo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958.

L’autore trasse ispirazione da vicende della sua antica famiglia e in particolare dalla vita del suo bisnonno, il Principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, vissuto negli anni cruciali del Risorgimento e noto anche per le sue ricerche astronomiche e per l’osservatorio astronomico da lui realizzato. Per il tema trattato è spesso considerato un romanzo storico, benché non ne soddisfi tutti i canoni.

Scritto tra la fine del 1954 e il 1957, fu presentato all’inizio agli editori Mondadori e Einaudi, che ne rifiutarono la pubblicazione (il testo fu letto da Elio Vittorini che successivamente sembra si fosse rammaricato dell’errore), avvenuta poi dopo la morte dell’autore da Feltrinelli con la prefazione di Giorgio Bassani, che aveva ricevuto il manoscritto da Elena Croce. Nel 1959 ricevette il Premio Strega divenendo il primo best-seller italiano con oltre 100.000 copie vendute[1]. Nel 1963 Luchino Visconti lo tradusse nel film omonimo.

Nel 1967 venne anche tratta un’opera musicale di Angelo Musco, con libretto di Luigi Squarzina.

Il titolo del romanzo ha l’origine nello stemma di famiglia dei Tomasi[2] ed è così commentato nel romanzo stesso: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.»

Trama

Il racconto inizia con la recita del rosario in una stanza della casa del Principe di Salina, la casa gentilizia del Principe Fabrizio Salina, dove abitava con i sette figli e la moglie Maria Stella. Don Fabrizio è un personaggio particolare, dedito allo studio dell’astronomia e a pensieri su amore e morte. Egli è testimone del lento decadere del ceto dell’aristocrazia di cui è rappresentante. Infatti, con lo sbarco in Sicilia di Garibaldi e del suo esercito, si afferma una nuova classe, quella dei borghesi, che il principe ––come tutti gli aristocratici–– disprezza. Il nipote di don Fabrizio, Tancredi, pur combattendo nelle file garibaldine cerca di rassicurare lo zio sul fatto che alla fine le

cose andranno a loro vantaggio. Tancredi inoltre aveva sempre mostrato interesse verso la figlia del principe, Concetta, che ricambiava i suoi sentimenti.

Il principe e la sua famiglia trascorrono un po’ di tempo nella loro residenza estiva a Donnafugata; lì il nuovo sindaco è Calogero Sedara, un uomo di modeste origini, un borghese. Non appena Tancredi vede Angelica, la figlia del sindaco, si innamora perdutamente di lei. La ragazza è però una borghese e non ha perciò i modi degli aristocratici, per questo Concetta trova quasi ripugnante il suo comportamento. Angelica però ammalia tutti con la sua bellezza, tanto che Tancredi finirà per sposarla, attratto oltre che dalla bellezza anche dal suo denaro.

Arriva il momento di votare per un importante plebiscito il cui esito decreterà o no l’annessione della Sicilia al regno italico, a quanti chiedano al principe un parere su cosa votare, il principe affranto dice di essere favorevole a questa entrata. I voti del plebiscito alla fine vengono comunque truccati dal sindaco Sedara e si arriva perciò all’annessione. Dopo questo un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley offre a don Fabrizio la carica di senatore del Regno d’Italia ma il principe rifiuta l’incarico in quanto egli si sente un vero e proprio aristocratico e non vuole sottomettersi alla caduta del suo tempo. Il principe ora conduce una vita desolata fino a quando muore circondato dai suoi cari in una stanza d’albergo a Palermo durante il viaggio di ritorno da Napoli, dove si era recato per delle visite mediche. L’ultimo capitolo del romanzo, ambientato nel 1910, descrive la situazione delle superstiti figlie del principe, che conducono una vita dedite a una formalistica devozione religiosa e nell’illusione che il nome Salina conti ancora come nel passato, che è però irrimediabilmente perduto.

Il significato dell’opera

L’autore compie all’interno dell’opera un processo narrativo che è sia storico che attuale. Parlando di eventi passati, Tomasi di Lampedusa parla di eventi del tempo presente, ossia di uno spirito siciliano citato più volte come gattopardesco. Nel dialogo con Chevalley, il principe di Salina spiega ampiamente il suo spirito della sicilianità; egli lo spiega con un misto di cinica realtà e rassegnazione. Spiega che i cambiamenti avvenuti nell’isola più volte nel corso della storia, hanno adattato il popolo siciliano ad altri “invasori”, senza tuttavia modificare dentro l’essenza e il carattere dei siciliani stessi. Così il presunto miglioramento apportato dal nuovo Regno d’Italia, appare al principe di Salina come un ennesimo mutamento senza contenuti, poiché ciò che non muta è l’orgoglio del siciliano stesso. Egli infatti vuole esprimere l’incoerente adattamento al nuovo, ma nel contempo l’incapacità vera di modificare se stessi, e quindi l’orgoglio innato dei siciliani. In questa chiave egli legge tutte le spinte contrarie all’innovazione, le forme di resistenza mafiosa, la violenza dell’uomo, ma anche quella della natura.

 

 

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L’amante di Lady Chatterley

 

L’amante di Lady Chatterley

Titolo originale Lady Chatterley’s Lover

Autore

David Herbert Lawrence

 

1ª ed. originale 1928

 

Genere

Romanzo

 

Sottogenere

Erotico

 

Lingua originale

inglese

 

 

 

L’amante di Lady Chatterley (titolo originale inglese: Lady Chatterley’s Lover) è un romanzo di David Herbert Lawrence del 1928.

Scritto in Toscana in tre successive stesure tra il 1925 e il 1928 e pubblicato per la prima volta a Firenze, l’opera venne immediatamente tacciata di oscenità a causa dei riferimenti espliciti di carattere sessuale e al fatto che in essa veniva descritta una relazione tra una donna borghese, sposata con un uomo paraplegico, ed un uomo appartenente alla working class. Il romanzo venne perciò messo al bando in tutta Europa e specialmente nell’Inghilterra del tempo, ancora dominata dalla morale vittoriana, tanto che sarà pubblicato in Gran Bretagna solo nel 1960.

Il romanzo ha scosso nel profondo non solo la sensibilità di generazioni di lettori del ventesimo secolo, ma anche i pregiudizi sul piacere femminile e sulla virilità.

A suscitare la disapprovazione dei benpensanti non fu la semplice descrizione degli amori della protagonista: Lady Chatterley è il simbolo di un risveglio culturale e sociale che pervade l’Europa negli anni Venti, ed è un risveglio che non riguarda limitatamente l’universo femminile. Lady Chatterley, eroina ribelle e rivoluzionaria suo malgrado, forse a causa delle sue esperienze giovanili che la rendono inadeguata alla vita rigorosa di una lady, è spinta ad opporsi sia alle convenzioni imposte dalla sua posizione sociale, sia al potere maschile. Lo squallore di un distretto industriale del nord dell’Inghilterra è la molla decisiva che le fa comprendere l’avvilimento della sua esistenza e cercare una vita migliore fino a portare alle estreme conseguenze la sua storia d’amore e la sua rivolta contro la società.

La narrazione è ispirata al tradimento della moglie di Lawrence. La vicenda, infatti, narra di una nobildonna, Lady Chatterley, che, sposata ad un uomo di nobile origine ritornato paralizzato dalla Prima Guerra mondiale, si trova a dover assistere suo marito in una tenuta immersa nelle nebbiose Midlands inglesi, e lo tradisce con un guardiacaccia; la vera storia è stata narrata nel romanzo di Alberto Bevilacqua, Attraverso il tuo corpo. Anni dopo l’uscita del romanzo si sarebbe scoperto che il personaggio del sanguigno Mellors era stato ispirato da un certo Angelo Ravagli, vigoroso capitano dei Bersaglieri.

 

“Temeva, con una repulsione quasi mortale, ogni nuovo contatto umano. Desiderava sopra ogni cosa che ella se ne andasse e lo lasciasse alla sua solitudine. Temeva la sua volontà, la sua volontà di femmina, la sua insistenza di femmina moderna. E, soprattutto, temeva la sua impudenza tranquilla di donna di mondo abituata ad avere tutto quello che voleva. Perché, infine, egli non era che un domestico. Trovava la sua presenza nella capanna intollerabile.”

 

Com’è possibile che quest’uomo, solitario e introverso quanto equilibrato e sensibile, si faccia travolgere da un’irresistibile e violenta passione per la sua giovane e bella “padrona”? E qual è il motivo che spinge la ricca e fresca sposa Connie Chatterley tra le forti braccia del guardiacaccia Mellors? La risposta sta forse in queste parole dello stesso Lawrence: “La strada verso l’avvenire non è agevole: bisogna aggirare gli ostacoli o cercare di scavalcarli … Per quanto grande il numero dei cieli che ci sono crollati sulla testa, dobbiamo pur vivere.” E i due protagonisti di questa storia devono entrambi andare avanti, aggirare gli ostacoli che la vita ha disseminato sul loro cammino verso la felicità e la libertà.

Connie, dopo le nozze con l’aristocratico Clifford, rimane sola perché il marito parte per la guerra. Egli fa ritorno sano e salvo, ma paralizzato dalla cintola in giù, infermità che si erge a metafora della sterilità intellettuale della cultura dell’epoca. La giovane coppia si ritira nella tenuta di Wragby, e qui Clifford scopre la sua vocazione per la scrittura e un nuovo interesse per le sue miniere di carbone. Con l’andare del tempo, però, l’intenso rapporto mentale e spirituale che lega Connie al marito cede alla passione e al desiderio della sua giovane età … ed ella si innamora perdutamente del guardiacaccia del marito. Connie “si sentiva debole e del tutto abbandonata. Desiderava che un aiuto esterno venisse a soccorrerla” da una vita quotidiana monotona e da un marito per il quale era giunta a provare solo avversione fisica. Ella voleva da Mellors “non il rapporto senza mistero, ignudo e sterile; il suo tesoro era l’adorazione: insondabile, dolce, così profonda e nuova.” E quando Connie rimane incinta del guardiacaccia è lei stessa a confessare al marito la sua “infamante” relazione, decidendo di andarsene da Wragby insieme a Mellors e rinunciando così alla ricchezza e al titolo di Lady.

Pubblicato nel 1928 a Firenze, il romanzo andò subito a ruba, un fatto significativo se si considera che i temi e lo stile non erano graditi né all’imperante retorica fascista né alla sensibilità cattolica, urtata dai continui riferimenti al sesso e dai numerosi scandali che scandivano la vita dell’autore. Una delle tante relazioni extraconiugali della bella ed esuberante moglie tedesca Frieda ispirò, infatti, a Lawrence la storia di Lady Chatterley. Considerato dai benpensanti osceno, vergognoso e indecente il libro venne sequestrato e processato, mentre il suo autore lo difese appassionatamente, convinto della purezza dell’eros e dell’innocenza del corpo maschile e femminile. “La vita del corpo è la vita delle sensazioni e delle emozioni. Il corpo prova vera fame, vera sete, vera gioia … vera ira, vero dolore, vero amore, vera tenerezza, vero calore, vera passione, vero odio, vero sconforto. Tutte le emozioni appartengono al corpo; la mente non fa che riconoscerle.”

In un’epoca decisamente miope e bigotta, e nonostante le recenti conquiste intellettuali di psicoanalisti come Freud e Jung, emerge con una forza inaudita l’opera più famosa di David H. Lawrence, bandiera della poetica del suo autore, tutta incentrata sulla sessualità e l’amore come unica possibilità di rigenerazione per l’uomo moderno. L’amore che scoppia improvviso tra la nobildonna e il guardiacaccia, così potente da infrangere tutte le barriere sociali e descritto in modo audace e intrigante, è in fondo un’aperta denuncia nei confronti della borghesia fredda ed esangue, priva di passioni e di sentimenti.

Considerato dai contemporanei come un libro pornografico, per il lettore moderno e smaliziato questo romanzo può far sorridere, perdendo il suo significato scandaloso e trasmettendo unicamente un messaggio di totale anticonformismo, di rifiuto per le convenzioni e le morali precostituite. In sostanza, un messaggio di libertà dei sentimenti e delle aspirazioni personali … un inno all’amore, alla gioia, al piacere, alla speranza … un’aperta condanna dei sentimenti falsi e delle emozioni contraffatte

 

 

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WILLIAM  SHAKESPEARE “ROMEO E GIULIETTA”

 

 

 

Romeo e Giulietta di Francesco Hayez

 

Autore William Shakespeare

 

Titolo originale The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet

 

Lingua originale            inglese

 

Genere Teatro elisabettiano

Ambientazione Verona e Mantova nel Cinquecento

 

Composto nel  1594-1596

 

 Romeo e Giulietta (The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet) è una tragedia di William Shakespeare tra le più famose e rappresentate, e una delle storie d’amore più popolari di ogni tempo e luogo.

Innumerevoli sono le riduzioni musicali (si ricordano: il poema sinfonico di Čajkovskij, il balletto di Prokof’ev, l’opera di Bellini, il notissimo musical West Side Story) e cinematografiche (fra le più popolari quella diretta da Zeffirelli ).

La vicenda dei due protagonisti ha assunto nel tempo un valore simbolico, diventando l’archetipo dell’amore perfetto ma avversato dalla società.

Trama

Nel prologo, il coro racconta agli spettatori come due nobili famiglie di Verona, i Montecchi e i Capuleti, si siano osteggiate per generazioni e che “dai fatali lombi di due nemici discende una coppia di amanti, nati sotto cattiva stella, il cui tragico suicidio porrà fine al conflitto”.

Il primo atto comincia con una rissa di strada tra le servitù delle due famiglie, interrotta da Escalus, principe di Verona, il quale annuncia che, in caso di ulteriori scontri, i capi delle due famiglie saranno considerati responsabili e pagheranno con la vita. Quindi fa disperdere la folla. Paride, un giovane nobile, ha chiesto al Capuleti di dargli in moglie la figlia poco meno che quattordicenne, Giulietta. Capuleti lo invita ad attirarne l’attenzione durante il ballo in maschera del giorno seguente, mentre la madre di Giulietta cerca di convincerla ad accettare le offerte di Paride. Questa scena introduce la nutrice di Giulietta, l’elemento comico del dramma. Il rampollo sedicenne dei Montecchi, Romeo, è innamorato di Rosalina, una Capuleti (personaggio che non compare mai). Mercuzio (amico di Romeo e congiunto del Principe) e Benvolio (cugino di Romeo) cercano invano di distogliere Romeo dalla sua malinconia, quindi decidono di andare mascherati alla casa dei Capuleti, per divertirsi e cercare di dimenticare. Romeo, che spera di vedere Rosalina al ballo, incontra invece Giulietta.

 

 

(Romeo e Giulietta, dipinto di Ford Madox Brown)

 

I due ragazzi si scambiano poche parole, ma sufficienti a farli innamorare l’uno dell’altra e a spingerli a baciarsi. Prima che il ballo finisca,la Baliarivela a Giulietta il nome di Romeo. Rischiando la vita, Romeo si trattiene nel giardino dei Capuleti dopo la fine della festa. Durante la famosa scena del balcone, i due ragazzi si dichiarano il loro amore e decidono di sposarsi in segreto. Il giorno seguente, con l’aiuto della Balia, il francescano Frate Lorenzo unisce in matrimonio Romeo e Giulietta, sperando che la loro unione possa portare pace tra le rispettive famiglie.

Le cose precipitano quando Tebaldo, cugino di Giulietta e di temperamento iracondo, incontra Romeo e cerca di provocarlo a un duello. Romeo rifiuta di combattere contro colui che è ormai anche suo cugino, ma Mercuzio (ignaro di ciò) raccoglie la sfida. Tentando di separarli, Romeo inavvertitamente permette a Tebaldo di ferire Mercuzio, che muore augurando “la peste a tutt’e due le vostre famiglie”. Romeo, nell’ira, uccide Tebaldo. Il Principe condanna Romeo solo all’esilio (perché Mercuzio era suo congiunto e Romeo l’ha solo vendicato): dovrà lasciare la città prima dell’alba del giorno seguente. I due sposi riescono a passare insieme un’unica notte d’amore. All’alba, svegliati dal canto dell’allodola, messaggera del mattino (che vorrebbero fosse il canto notturno dell’usignolo), si separano e Romeo fugge a Mantova.

Giulietta dovrebbe però sposarsi tre giorni dopo con Paride. Frate Lorenzo, esperto in erbe medicamentose, dà a Giulietta una pozione che la porterà a una morte apparente per quarantadue ore. Nel frattempo il frate manda un messaggero a informare Romeo affinché egli la possa raggiungere al suo risveglio e fuggire da Verona.

 

 

(Romeo e Giulietta (Atto V, scena III), Incisione di P. Simon da un dipinto di J. Northcode)

 

Sfortunatamente il messaggero del frate non riesce a raggiungere Romeo poiché Mantova è sotto quarantena per la peste, e Romeo viene a sapere da un suo amico della morte di Giulietta. Romeo disperato si procura un veleno (arsenico), torna a Verona in segreto e si inoltra nella cripta dei Capuleti, determinato ad unirsi a Giulietta nella morte.

Romeo, dopo aver ucciso in duello Paride, che era giunto anche lui nella cripta, e aver guardato teneramente Giulietta un’ultima volta, si avvelena pronunciando la famosa battuta “E così con un bacio io muoio” (Atto 5 scena III). Quando Giulietta si sveglia, trovando l’amante e Paride morti accanto a lei, si trafigge con il pugnale di Romeo.

Nella scena finale, le due famiglie e il Principe accorrono alla tomba, dove Frate Lorenzo gli rivela l’amore e il matrimonio segreto di Romeo e Giulietta. Le due famiglie, come anticipato nel prologo, sono riconciliate dal sangue dei loro figli, e pongono fine alla loro guerra.

Giulietta e Romeo

Scena II Romeo si fa avanti.

 

ROMEO

Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.

                                      (In alto appare Giulietta.)

Ma, piano, quale luce erompe da quella finestra?

E l’oriente, e Giulietta è il sole! Oh, sorgi bel sole,

e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia,

perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.

Non servirla più, quell’invidiosa: la sua vestale

porta il malsano costume verde indossato solo dai buffoni.

Gettalo via! Oh, se sapesse che è la mia donna,

il mio amore! Oh se lo sapesse!

Ella parla, pur senza dire parola. Com’è mai possibile?

Sono i suoi occhi a parlare, e io risponderò loro.

Sono troppo ardito. Non è a me che parla.

Due tra le stelle più luminose del cielo, dovendo assentarsi,

supplicano i suoi occhi di voler brillare

al loro posto sin che abbiano fatto ritorno.

E se i suoi occhi fossero in quelle sfere,

e le stelle sul suo volto? Le sue guance luminose

farebbero allora vergognare quelle stelle,

come il giorno fa impallidire la luce di una torcia.

E i suoi occhi, in cielo, scorrerebbero nella regione dell’aria

con un tale splendore che gli uccelli,

credendo finita la notte, riprenderebbero a cantare.

Guarda come appoggia la guancia alla sua mano:

potessi essere io il guanto di quella mano,

e poter così  toccare quella guancia!

 

GIULIETTA

Ahimè!

 

ROMEO

Ma parla…

Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente,

così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa,

come un messaggero alato del cielo quando abbaglia

gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all’indietro

per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre,

e alzare le vele nel grembo dell’aria.

 

GIULIETTA

Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?

Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,

oppure, se non vuoi, giura che sei mio e smetterò io d’essere una Capuleti.

 

ROMEO

Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?

 

GIULIETTA

E solo il tuo nome che m’è nemico, e tu sei te stesso

anche senza chiamarti Montecchi. Cos’è Montecchi?

Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,

o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!

Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,

con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,

così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,

conserverebbe quella cara perfezione che possiede

anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,

e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.

 

ROMEO

Ti prendo in parola.

Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:

ecco, non mi chiamo più Romeo.

 

GIULIETTA

Chi sei tu che così avvolto nella notte

inciampi nei miei pensieri?

 

ROMEO

Con un nome non so dirti chi sono:

il mio nome, sacra creatura, mi è odioso

in quanto tuo nemico.

L’avessi qui scritto, strapperei la parola.

 

GIULIETTA

Ancora le mie orecchie non hanno bevuto

cento parole della tua voce, e già ne riconoscono il suono.

Non sei tu Romeo, un Montecchi?

 

ROMEO

Né Romeo né Montecchi, amor mio, se ti dispiacciono.

 

GIULIETTA

Dimmi come sei arrivato qui, e perché?

I muri del giardino sono alti, difficili da scalare,

e questo posto, col nome che porti,

significa morte per te, se mai ti trovassero.

 

ROMEO

Sulle ali leggere dell’amore ho superato queste mura:

non ci sono limiti di pietra che possano impedire il passo all’amore,

e ciò che l’amore può fare, l’amore ossa tentarlo.

Ecco perché i tuoi parenti non mi possono fermare.

 

GIULIETTA

Se ti vedono ti uccideranno.

 

ROMEO

Ahimè, c’è più pericolo nei tuoi occhi

che in venti delle loro spade. Guardami con dolcezza

e sarò corazzato contro il loro odio.

 

GIULIETTA

Per tutto il mondo, non vorrei ti vedessero qui.

 

ROMEO

Ho il mantello della notte per nascondermi ai loro occhi,

ma se tu non mi ami, lascia pure che mi trovino qui.

Preferirei che la mia vita finisse per il loro odio

che prorogare la morte senza il tuo amore.

 

GIULIETTA

Come hai fatto a scoprire questo luogo?

 

ROMEO

E stato l’amore che per primo mi ha spinto a cercarlo.

Lui mi ha prestato consiglio, io gli ho prestato i miei occhi.

Non sono certo un pilota di nave, ma se tu fossi lontana da me

quanto quella vasta spiaggia bagnata dal mare più lontano,

io mi ci avventurerei per una merce così preziosa.

 

GIULIETTA

Sai che la maschera della notte è sul mio viso,

altrimenti un rossore verginale tingerebbe le mie guance

per ciò che m’hai sentito dire stanotte.

Davvero, vorrei rispettare le forme, davvero, davvero cancellare

ciò che mi è uscito di bocca, ma ormai, addio cerimonie!

Mi ami davvero? So che mi dirai di sì

e che io ti crederò

 

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“DEDICATO A TUTTI I BAMBINI DEL MONDO”

 

 

 

“Infrangete i muri di cristallo che vi circondano e dispiegate le ali per volare più in alto che potete. Se vi sentite troppo vicini all’abisso non abbiate paura… E’ soltanto arrivato il momento di fare visita alle stelle!”

 

 

 

 

 

 I bambini imparano ciò che vivono.

Se un bambino vive nella critica impara a condannare.

Se un bambino vive nell’ostilità impara ad aggredire.

Se un bambino vive nell’ironia impara ad essere timido.

Se un bambino vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole.

Se un bambino vive nella tolleranza impara ad essere paziente.

Se un bambino vive nell’incoraggiamento impara ad avere fiducia.

Se un bambino vive nella lealtà impara la giustizia.

Se un bambino vive nella disponibilità impara ad avere una fede.

Se un bambino vive nell’approvazione impara ad accettarsi.

Se un bambino vive nell’accettazione e nell’amicizia impara a trovare l’amore nel mondo.

Doret’s Law Nolte

 

 

 

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LE COSE CHE HO IMPARATO DALLA VITA di Paolo  Coelho

 

Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:

Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.

Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.

Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.

Che le circostanze e l’ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.

Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te.

Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.

Che la pazienza richiede molta pratica.

Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.

Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti

Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso.

Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.

Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.

Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.

Forse Dio vuole che incontriamo un po’ di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.

Quando la porta della felicità si chiude, un’altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.

La miglior specie d’amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti come se è stata la miglior conversazione mai avuta.

È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.

Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un’ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.

Non cercare le apparenze; possono ingannare.

Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.

Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.

Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.

Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!

Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.

Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.

Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.

Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.

La felicità è ingannevole per quelli che piangono, quelli che fanno male, quelli che hanno provato, solo così possono apprezzare l’importanza delle persone che hanno toccato le loro vite.

L’amore comincia con un sorriso, cresce con un bacio e finisce con un the.

Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e tuoi dolori.

Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano. Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l’unico che sorride e ognuno intorno a te pianga.

 

 

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CALANNARIO

 

 

Mo accumencia l’anno nuovo,

è Jennaro, ch’alleria!

Cu ‘a speranza e ‘a fantasia,

tu te pienze ca chist’anno

forse è cchiù meglio ‘e chill’ato…

quanno è a fine t’he sbagliato.

A Febbraio nce sta ‘o viglione:

chi se veste d’arlecchino,

pulcinella o colombina…

e me fanno tanta pena

chesti ggente cu sti facce:

ma songh’uommene o pagliacce?!

 

Quanno vene ‘o mese ‘e Marzo

pure ‘e ggatte fanno ammore,

ch’aggia fa? Me guardo a lloro?

‘Mmiezo ‘e grade cu ‘a vicina,

faccio un anema e curaggio

e m’acchiappo nu passaggio.

 

Comme è ddoce ‘o mese Abbrile,

tutta ll’aria è profumata!

P’ ‘e ciardine quanno è ‘a sera

cu na femmena abbracciata,

musso e musso, core e core…

tutta smania e tutto ammore.

 

Quant’è bello ‘o mese ‘e Maggio

quanno schioppano sti rrose!

Che prufumo int’a stu mese

pe Pusiileco addiruso!

Stongo ‘nterra o ‘mparaviso

quanno tu staje ‘mbraccio a mme?

 

Quanno è Giugno la stagione

vene e trase chianu chiano:

s’ammatura pure ‘o ggrano,

s’ammatura tutte cose…

Pure ‘a femmena scuntrosa

tu t’ ‘a cuoglie cu nu vaso.

 

Quanno è Luglio ‘mmiezo ‘o mare,

‘ncopp’ ‘a spiaggia, ‘nterra ‘a rena

mamma mia, quanta sirene!

Io cu ll’uocchie m’ ‘e magnasse;

guardo a chesta, guardo a chella,

ma pe mme tu si ‘a cchiù bella!

 

Quanno è Austo che calore!

lo nun saccio che me piglia…

Chistu sole me scumpiglia!

E te guardo cu passione:

volle ‘o sango dint’ ‘e vvene

e nisciuno me trattene.

 

è chest’aria settembrina

ca te mette dint’ ‘e vvene

tanta smania ‘e vulè bbene!

Nu suspiro, ciente vase

mille cose e ‘o desiderio

ca st’ ammore fosse serio.

 

Vene Uttombre, int’ ‘a stu mese

ll’aria è fresca p’ ‘a campagna.

Chisto è tiempo d’ ‘a vennegna,

si t’astrigne a na cumpagna

zittu zittu dint’ ‘a vigna,

nun se lagna e lass’a fà.

 

Chiove, nebbia, scura notte.

Stu Nuvembre porta ‘mpietto

nu ricordo fatto a llutto:

nu canisto ‘e crisanteme…

chistu sciore, che tristezza,

mette ‘ncore n’amarezza!

 

A Natale, ‘o zampugnaro,

‘e biancale, ‘e spare, ‘e bbotte,

‘o presebbio a piede ‘o lietto.

Quann’ è ‘mpunto mezanotte

cu mugliereta tu miette

‘o Bambino dint’ ‘a grotta…

 

 

**********

 

 

 

SULLE TRACCE DI ANTONIA POZZI…

 

“…e di cantare non può più finire…”

 

Biografia

 

ANTONIA POZZI (Milano 1912-1938)

 

Quando Antonia Pozzi nasce è martedì 13 febbraio 1912: bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non farcela a durare sulla scena del mondo; ma la vita ha le sue rivincite e …

 

… Antonia cresce: è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie, dalle quali sembra trasudare tutto l’amore e la gioia dei genitori, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, dettaLa Zelata, a, Bereguardo. Il 3 marzo la piccola viene battezzata in San Babila ed eredita il nome del nonno, primo di una serie di nomi parentali (Rosa, Elisa, Maria,Giovanna, Emma), che indicherà per sempre la sua identità. Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequentala Scala, dove poi la seguirà anche Antonia; ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo. Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa. Bisogna, poi, aggiungere la zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; le tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza tra l’infanzia e la prima adolescenza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina. Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica: l’assenza, tra i documenti, della pagella della prima elementare, fa supporre che la bimba frequenti come uditrice, non avendo ancora compiuto i sei anni, la scuola delle Suore Marcelline, di Piazzale Tommaseo, o venga preparata privatamente per essere poi ammessa alla seconda classe nella stessa scuola, come attesta la pagella; dalla terza elementare, invece, fino alla quinta frequenta una scuola statale di Via Ruffini.

Si trova, così, nel 1922, non ancora undicenne, ad affrontare il ginnasio, presso il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.

Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, le sorelle elettive, già in terza liceo quando lei si affaccia alla prima; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ché nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi, per i quali non risparmia tempo ed ai quali elargisce libri perché possano ampliare e approfondire la loro cultura. La giovanissima allieva non fatica a scoprire dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, molte affinità: l’amore per il sapere, per l’arte, per la cultura, per la poesia, per il bello, per il bene, è il suo stesso ideale; inoltre il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo: il fascino diventa ben presto amore e sarà un amore tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad essa. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita.

Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità intelligente, desta ad ogni emozione che il bello o il tragico o l’umile suscitano nel suo spirito: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce alpine, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini; nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, mentre, vi è stata quasi costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi; nel 1934 compie una crociera, visitandola Sicilia,la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore e il mondo ancora non condizionato dalla civiltà europea, dove la primitività fa rima, per lei, con umanità; fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca, che ha imparato ad amare all’Università, seguendo le lezioni di Vincenzo Errante, lingua che tanto l’affascina e che la porta a tradurre in italiano alcuni capitoli di “Lampioon”, di M. Hausmann. Intanto è divenuta “maestra” in fotografia: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, aridamente, quanto perché le cose, le persone, la natura hanno un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere. Si vanno così componendo i suoi album, vere pagine di poesia in immagini. Questa normalità, si diceva, è, però, solamente parvenza. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica. La mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: è il 3 dicembre del 1938.

Lo sguardo di Antonia Pozzi, che si era allargato quasi all’infinito, per cogliere l’essenza del mondo e della vita, si spegne per sempre mentre cala la notte con le sue ombre viola.i

 

Poesie di Antonia Pozzi

 

 

 

Preghiera alla poesia

 

Oh, tu bene mi pesi

l’anima, poesia:

tu sai se io manco e mi perdo,

tu che allora ti neghi

e taci.

Poesia, mi confesso con te

che sei la mia voce profonda:

tu lo sai,

tu lo sai che ho tradito,

ho camminato sul prato d’oro

che fu mio cuore,

ho rotto l’erba,

rovinata la terra –

poesia – quella terra

dove tu mi dicesti il più dolce

di tutti i tuoi canti,

dove un mattino per la prima volta

vidi volar nel sereno l’allodola

e con gli occhi cercai di salire –

Poesia, poesia che rimani

il mio profondo rimorso,

oh aiutami tu a ritrovare

il mio alto paese abbandonato –

Poesia che ti doni soltanto

a chi con occhi di pianto

si cerca –

oh rifammi tu degna di te,

poesia che mi guardi.

 

****************

 

Rigurgito di giovinezza a L. B.

 

umida strada

cielo d’ametista

lacrime e lacrime

sulle tue lunghe ciglia

sulle mie lunghe dita

ma la mia anima

canora contro il vento

come un drappo di seta

a sbandierare

frenetica di strappi

per versare in uno squarcio

la sua giovinezza

ed inondarne te

nuvola bionda

impolverata dalla vita

**********

 

 

 

 BORIS VIAN

                                                                         

Nasce nel 1920 a Ville d’Avray, e nasce piuttosto con la camicia.

La sua è una famiglia decisamente benestante. Il babbo, Paul, formalmente sarebbe rappresentante di medicinali omeopatici, ma di fatto vive di rendita. Diciamo che fino al 1933 le cose vanno benissimo.

Boris ha due fratelli e una sorella, impara presto a suonare la chitarra, legge già a cinque anni, a otto ha già fatto fuori mezza biblioteca della letteratura francese.

A dieci anni mette su una prima orchestrina, per gioco, con i due fratelli, Lelio e Alain.

E’ il primo segnale di una folgorante carriera di musicista e di organizzatore di manifestazioni, bande, happening notturni. A tredici anni inizia a suonare la tromba, e non molto tempo dopo scopre la musica che diventerà la sua preferita: il jazz.

A scuola va benino, ma neppure benissimo. Prende il diploma superiore con una votazione media, ma decide di iscriversi all’esame della scuola superiore per le arti e i mestieri, che in realtà equivale alla nostra facoltà di ingegneria meccanica.

Ed è così che si reca, poco più che diciottenne, a Parigi.

Ed è qui che esplodono nel giro di poco tempo tutti i suoi vari talenti.

Tutti sbocciano contemporaneamente, in tutte le cose a cui si applica, Vian si tuffa con tutto se stesso.

Raymond Queneau, che incontrerà di lì a non molto, ce ne fornisce un ritratto divertente.

Dopo il diploma di ingegnere, Vian si impiega presso L’istituto Francese di Normalizzazione, e successivamente presso l’ufficio per la promozione della carta e cartoni.

Ma questa, appunto, non è che una parte della sua vita, forse poco più di un terzo.

Boris è rimasto legato al fratello Alain, che suona in una banda di jazz piuttosto importante, ed è assieme a lui che si occupa della programmazione musicale del Tabou.

Il Tabou è un locale notturno dove si suona, ovviamente musica jazz, ma dove Vian inventa spettacoli di cabaret, serate a tema, e ben presto diventa un punto di incontro di alcuni esponenti dell’esistenzialismo francese.

Vian conosce Sartre,la De Beauvoir, e pur diventandone amico si prende beffe dei loro atteggiamenti nella Schiuma dei giorni, il romanzo che viene ancora oggi considerato il suo più importante.

 

La donna è quel che si è trovato di meglio per sostituire l’uomo quando si ha la scalogna di non essere pederasti

 

 

 Autopresentazione di Boris Vian

Sono nato, casualmente, il dieci marzo 1920 sulla porta di una clinica ostetrica che era chiusa per uno sciopero contro il calo delle nascite. Mia madre era rimasta incinta non ricordo se per via delle opere o proprio per opera di Paul Claudel (da quel tempo non lo reggo e non lo leggo), comunque la mamma era al tredicesimo mese e non poteva certo aspettare il concordato. Un prete, un sant’uomo che passava di lì, mi raccolse e immediatamente mi riposò: in effetti pesavo un casino!! (è da allora che soffro della mia ben nota aspersoriofobia). Fortunatamente una lupa affamata, che aveva appena dato la luce a Pierre Hervé (ho, quindi, esattamente la sua stessa età, cosa in perfetto accordo con le teorie di Einstein relative alla simultaneità) la lupa mi prese sotto la sua protezione e mi diede qualcosa da bere. Crescevo in forza e saggezza ma rimanevo molto brutto benché adornato da un sistema pilifero discontinuo, ma sempre molto, molto sviluppato. Infatti avevo la testa della Vittoria di Samotracia. A sette anni, entrai alla Scuola Centrale e ne uscii tre anni più tardi, nel 1942 completamente fuori di testa per l’idrodinamica del corso del sig. Bergeron.

Certo allora non prevedevo che dodici anni dopo, nel 1946…

Ma non anticipiamo i fatti.

Nel 1938 cominciai a studiare la trombetta a rosolio e immediatamente raggiunsi il livello di Armstrong, la mollai subito per non privare il poveretto della pagnotta: a causa dei soliti pregiudizi razziali ero avvantaggiato, la mia pigmentazione verde offriva un effetto piacevole.

Poi, tutt’a un tratto, la mia fisionomia prese a trasformarsi e mi misi ad assomigliare a Boris Vian, da ciò il mio nome.

Senza entrare nei dettagli, vi segnalo che in un’epoca    indeterminata della mia vita sono stato tre anni e mezzo rinchiuso all’Associazione Francese di Normalizzazione, distrutta, in seguito, da un incendio provocato dalle cure di Jacques Lemarchand, nascosto tra due parentesi.

Raimond Queneau mi incontrò mentre pescavo con la lenza, sport che per altro non pratico, e sedotto dal mio drive mi propose una battuta di caccia. Cosa che feci. Il resto appartiene alla storia. Sono un metro e ottantasei a piedi nudi e peso molto e metto al primo posto le opere di Alfred Jarry, la fornicazione, Un Rude Hiver e la mia beneamata sposa. Non dimentico, anche se vengono dopo: la musica di New Orleans, Dube Ellington, Lana Turner, Ann Sheridan, le sinfonie del Commodoro W. Spotlight per doppia campana e petroletta d’armonia, la pittura a olio che pratico con felicità rara, i baffoni del mio venerato Jean Rostand. Le ragazze dei Jazz-Club universitari (soprattutto quella bionda col vestito verde… va beh, lasciamo stare). Mi piace anche il Two-Beat (e questa non è un’allusione sessuale) e anchela Mere Chaput.Detesto Paul Claudel (l’ho già detto, ma è piacevole ripeterlo ed è per questo che non ho mai letto nulla di suo), aborrisco anche le Grand Meaulnes, Alain (non mio fratello, che è un tipo completamente fuori), Peguy, il violoncello jazz come lo suonano i francesi, le opere di immaginazione, le bugie, gli apparecchi di piccolo formato, Ivan il Terribile, Leonard Father, Edgar Jackson, Le Dictateur, Dumont d’Urville (esagero. In fondo non me ne frega niente di lui). Odio anche: Monseigneur Suhard e il papa. Barbotin, mi piace molto. Invece non mi piace il davanti piatto (questo nelle donne), poi l’invidia e la merda salvo quando son ben preparate. Inoltre sto cercando un appartamento di cinque stanze con tutti i confort. Ho avuto una vita movimentata ma sono pronto a ricominciare!!!

Boris Vian

 

 

IO NON VORREI CREPARE

di B.Vian

Io non vorrei crepare

Senza aver visto almeno

I cani messicani

Neri, che senza sognare

Dormono a ciel sereno,

senza aver conosciuto ai tropici

le voraci scimmie divoratrici

le scimmie a culo nudo

e anche i ragni argentati dai serici

nidi felici di spruzzi traforati.

Io non vorrei crepare

Ignorando, se la presunta

Monetina che spunta

Sotto la faccia della luna

Stia a nascondere una seconda

Faccia a punta,

se dopo grandi flessioni il sole è freddo,

se le famose quattro stagioni

son proprio quattro e non tre,

senza aver passeggiato

per il corso in vestaglia

guardando fisso la marmaglia

dei guardoni, senza aver ficcato

i miei coglioni in ogni posto vietato.

Io non vorrei finire

Senza sapere la lebbra

Dico, si fa per dire

O la febbre dei sette mali che più

O meno certamente si acchiappano laggiù.

Io resterei indifferente

Al bene e al male, purchè

Di tutta questa vasta delizia

L’assoluta primizia

Fosse riservata a me.

E poi non basta, c’è

Tutto ciò che conosco

Che ho imparato ad amare

Il fondo verdebosco

Del mare

Dove le alghe sottili

Gareggiano nel disegnare

Onde di valzer sugli arenili,

e poi ancora

la terra che a giugno crepita e sbotta

di odori, e le conifere o un semplice pugno d’erba

e i baci di quella…….si insomma quella là

signori, Ursula e Ursulotta.

 

Distruggono il mondo

 

Distruggono il mondo

in pezzettini

distruggono il mondo

a colpi di martello

ma è lo stesso per me

è proprio lo stesso

ne resta abbastanza per me

ne resta abbastanza

basta che io ami

una piuma azzurra

un sentiero di sabbia

un uccellino pauroso

basta che ami

un filo d’erba sottile

una goccia di rugiada

un grillo di bosco

massì possono distruggere il mondo

in pezzettini

ne resta abbastanza per me

ne resta abbastanza

avrò sempre un po’ d’aria

un filino di vita

nell’occhio un barbaglio di luce

e il vento tra le ortiche

e anche e anche

se mi sbattono in prigione

ne resta abbastanza per me

ne resta abbastanza

basta che io ami

questa pietra corrosa

questi ganci di ferro

dove spiccia un filo di sangue

io l’amo io l’amo

la superficie consumata del mio letto

il saccone e la lettiera

la polvere del sole

amo lo spioncino che s’apre

gli uomini che sono entrati

che avanzano che mi trascinano via

ritrovare la via del mondo

e ritrovare il colore

amo questi due lunghi travi

questa lama triangolare

questi signori vestiti di nero

mi fanno la festa e ne sono fiero

io l’amo io l’amo

questo paniere riempito di suoni

dove metterò a posto la testa

oh io l’amo per davvero

basta che io ami

un breve filo d’erba azzurra

una goccia di rugiada

un amore d’uccellino pauroso

distruggono il mondo

con i loro martelli pesanti

ne resta abbastanza per me

ne resta abbastanza cuor mio.

     — Boris Vian (scheda) dal libro “Non vorrei crepare” di Boris Vian

 

 

 

 

 

Category : Cultura &Letteratitudini

Anne Tyler “Moto ondoso stabile e altri racconti”

giugno 25th, 2012 // 8:02 pm @

Tre racconti della scrittrice di Baltimora. Moto ondoso stabile, Il bernoccolo delle lingue e Chi tiene in piedi la baracca tratti da Il tuo posto è vuoto e altri racconti.
La scrittura è sempre quella bella e pulita di un’autrice che racconta i fatti quotidiani con ironia e realismo, dove ci si può identificare senza per questo banalizzare il quotidiano. I racconti sono piccoli gioielli che tengono alto il nome di una grande autrice, consigliabile a tutti. Di Anne Tyler ci si innamora e non la si lascia più.

I personaggi di Anne Tyler, per quanto un pò eccentrici, li si può riconoscere nella “gente comune”, mogli e mariti, figli e genitori, sorpresi in scene di quotidiana normalità. Il silenzio sommerge affetti e sentimenti, ma ecco che da un gesto casuale, da un’ossessione insignificante nascono le parole che danno voce a quella malinconia profonda, accompagnata da un acuto sense of humor, “Non è soltanto brava, è straordinriamente brava!” ha scritto John Updike di quest’autrice si culto della letteratura americana, celebre per la scrittura nervosa ed elegante.

Nata a Minneapolis, la Tyler è cresciuta a Raleigh in Carolina del Nord e si è laureata presso la Duke University all’età di diciannove anni, perfezionando poi i propri studi di lingua e Letteratura russa alla Columbia University di New York. Ha lavorato quindi come bibliotecaria e bibliografa prima di trasferirsi nel Maryland. Nel 1963 ha sposato lo psichiatra e scrittore iraniano Taghi Mohammad Modarressi, con cui ha avuto due figlie, Tezh e Mitra. Modarressi è scomparso nel 1997. Anne Tyler vive ora a Baltimora, città in cui sono ambientati la maggior parte dei suoi racconti, che in vari casi hanno come soggetto una famiglia, le cui vicende vengono analizzate accompagnandola nel corso degli anni.

Nel 1989, il suo undicesimo romanzo Lezioni di respiro (Breathing Lessons) è stato premiato con il Premio Pulitzer. Ad un altro suo romanzo, Turista per caso (The Accidental Tourist), è stato assegnato nel 1985 il premio del National Book Critics Circle Award. Lo stesso lavoro è stato finalista per il Premio Pulitzer nel 1986 e, nel 1988, ne è stato tratto un film interpretato da William Hurt e Geena Davis

Il suo nono romanzo, Ristorante nostalgia (Dinner at the Homesick Restaurant), che considera il suo lavoro migliore, nel 1983 è stato nella rosa dei finalisti sia per il Premio Pulitzer che il premio PEN/Faulkner. Ha curato l’edizione di tre antologie di racconti: The Best American Short Stories 1983, Best of the South e Best of the South: The Best of the Second Decade.

Pur essendo tra i romanzieri contemporanei di maggior successo, è nota per non concedere mai interviste realizzate con colloqui personali e per partecipare assai di rado ad attività promozionali per i propri libri o ad apparizioni pubbliche di altro tipo. Si è resa tuttavia disponibile a rilasciare interviste tramite e-mail.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

“Il tenente Sturm” di Ernst Junger”

giugno 19th, 2012 // 8:25 pm @

 

Durante la Prima Guerra Mondiale, in uno dei suoi momenti più terribili sul Fronte Occidentale, tre giovani ufficiali tedeschi si ritrovano in trincea , dove, nelle pause tra allarmi ed assalti, si scambiano le loro idee e le loro emozioni e riflettono sul significato di quella guerra che (come Junger nel 1914) hanno scelto di fare.
Libro crudo e analitico che tenta di dissecare,  con la precisione di un entomologo ( Junger era laureato in zoologia; fu eroe di guerra, ferito 14 volte) il disastro che quegli uomini stanno vivendo.

In effetti, negli anni successivi al primo conflitto mondiale Ernst Junger dà vita all’autobiografico personaggio del tenente Sturm: ufficiale al comando dei plotoni della terza compagnia schierata sul fronte francese, naturalista e guerriero, spirito eroico e contemplatore solitario, uomo d’azione e scrittore. Persa la guerra, il materiale dei diari prende la forma di un folgorante racconto.

Leggendo questo libro, diciamo che ci si affeziona a questi tre ufficiali, tra cui Sturm.
In mezzo alle bombe, a qualche morto ogni tanto, alla terra di nessuno e ai vari dettagli che una sapiente terza persona snocciola con parecchia coscienza e precisione, in mezzo a tutto questo riesci a trovare simpatici questi tre che parlano di cultura, di scrittura, con Sturm, che gli legge i suoi racconti e gli altri che ascoltano, commentano, discutono.
Nella prima parte, ci sono soprattutto riflessioni sulla guerra,  e così, a fianco alla descrizione realistica della vita in trincea, ecco emergere sia le considerazioni di Sturm, sia i suoi racconti – una storia nella storia – invero molto belli, come quelli seguenti:
 
Kettler era quel che si dice un uomo semplice, ma Sturm sapeva bene che, in fondo, non esistono affatto persone semplici. Certo, c’era chi provava le stesse impressioni allo stesso modo di molti altri, ma, appunto per questo, costoro erano, per quelli che sentivano in maniera del tutto diversa, tutt’altro che semplici da capire. Sturm, avvicinandosi a Kettler, cercava di incidere un taglio trasversale attraverso la comunità con la quale le circostanze gli imponevano di convivere. Questo genere di considerazione che, senza idee preconcette, riconduceva il singolo fenomeno allo stato delle cose in generale, gli riusciva semplice grazie alla sua preparazione scientifica.
E vediamo un incipit dei suoi due o tre “racconti nel racconto”:
«In una mattina d’inizio autunno, Tronck si incamminò per la sua solita passeggiata sulle strade della metropoli. Era una ti i quelle ore, singolari nel corso dell’anno, in cui un alito di consunzione offusca con ombre quasi impercettibili la forza dell’estate piena, una di quelle ore mattutine in cui si decide
che, la sera, si toglierà lo spolverino a tinta unita per indossare una giacca di mezza stagione a disegni scuri. Gli alberi del viale e l’erba dei prati si innalzavano ancora nelle loro vesti di verde radioso, era un ultimo slancio di verzura, che la pioggia del giorno prima aveva lucidato conferendole un metallico splendore. Eppure qua e là, nella massa del fogliame, scintillava una goccia di giallo, una scintilla di rosso e, di tanto in tanto, una foglia maculata, o marezzata sull’orlo, cadeva roteando sull’asfalto. Poteva averla colta il vortice d’aria di un tramvai o il colpo d’ala di un uccello: già si avvertiva la pesantezza che sognava in quelle foglie e le attirava verso la terra. La forza che aveva sospinto quella ricchezza dalle radici verso le cime era ormai esausta, e smaniosa di compiere il proprio ciclo. Le linee di confine che separavano colori e forme erano un po’ sbiadite. L’aria era lievemente intorbidita da una leggera foschia. Quel vapore non era ancora più intenso della nuvola di una goccia di latte in un bicchier d’acqua, eppure nel suo profumo era già riposto l’annuncio delle ondate di nebbia tenute in serbo per l’autunno. Era in corso una di quelle transizioni che, appena avvertite dai sensi, dischiudono dal fondo dell’anima misteriosi sentimenti di piacere o di tristezza.
(Un romanzo di cui consiglio la lettura).
 
 
 Ernst Jünger
Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998) è stato un filosofo e scrittore tedesco. 

I primi anni e la guerra 
Ernst nacque, maggiore fra sette figli, dalla famiglia borghese e protestante del chimico-farmacista Georg Ernst Jünger (1868-1943) e di Caroline Lampl (1873-1950), nella quale il fratello Friedrich Georg, futuro scrittore, era il suo miglior amico. Trascorse l’infanzia a Hannover, dove il padre aveva un laboratorio, poi a Schwarzenberg; i frequenti cambiamenti di scuola lo resero uno studente di modesto profitto e per questo motivo dal 1905 studiò in collegio per poi rientrare, nel 1907, presso la famiglia a Rehburg da dove passò ancora nella Scharnhorst-Realschule di Wunstorf. Allo studio delle materie canoniche, preferiva l’entomologia e i romanzi d’avventura: scrisse anche poesie atteggiandosi a dandy.
A sedici anni, nel 1911, si iscrisse, con il fratello Friedrich, nell’associazione giovanile di ispirazione romantica ed ecologista Wandervogel (“Uccelli migratori”), fondata da Karl Fischer. Dopo essere passato a studiare nel liceo di Hameln, nell’estate del 1913 scappò in Francia e a Verdun si arruolò nella Legione straniera: venne trasferito in Algeria per essere addestrato nel campo di Sidi Bel Abbès. Con un compagno, cercò di fuggire anche di qui, ma fu ripreso in Marocco. Fu congedato e rimandato in Germania grazie all’intervento del padre e del Ministero degli Esteri tedesco, che richiesero il suo rientro in Germania, stante la sua minore età. Jünger narrerà quest’esperienza nel romanzo autobiografico Afrikanische Spiele (Ludi africani), pubblicato nel 1936.
Pochi mesi dopo, nell’agosto 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò volontario in fanteria: combatté sul fronte occidentale e, ferito quattordici volte su quello francese presso Cambrai, venne decorato nel 1917 con la Croce di ferro di prima classe e il 18 settembre 1918 con la più alta decorazione militare prussiana istituita da Federico il Grande, l’ordine Pour le Mérite.

Il dopoguerra
Ernst Jünger durante la prima guerra mondiale, appena decorato con l’Ordine di Hohenzollern.
Conclusa la guerra, continuò a servire nell’esercito, partecipando nel 1920 alla repressione del tentato putsch di Kapp. Si oppose alla Repubblica di Weimar, valutata come il risultato politico di una sconfitta militare considerata immeritata e dell’«onta» del trattato di Versailles. I suoi romanzi In Stahlgewittern. Aus den Tagebuch eines Stoßtruppführers, Nelle tempeste d’acciaio (1920-1922), Der Kampf als inneres Erlebnis (1922), Sturm (1923), Das Wäldchen 125. Eine Chronik aus den Grabenkämpfen, Boschetto 125 (1925), Feuer und Blut (1925), basati sulle sue personali esperienze del fronte, sono una riflessione sulla guerra e furono accolti con entusiasmo dalla stampa conservatrice tedesca.
Lasciato l’esercito nel 1923, studiò filosofia e zoologia a Parigi e a Napoli, intanto che aderiva per breve tempo all’organizzazione paramilitare dei Freikorps. Il 3 agosto 1925 si sposò con Gretha de Jeinsen, da cui il 1º maggio 1926, a Lipsia, ebbe il suo primo figlio Ernst (dai genitori sempre chiamato Ernstel) e il 26 lo scrittore interruppe gli studi universitari senza laurearsi, dedicandosi completamente alla scrittura. Nel 1934 nacque il secondogenito Alexander. Esponente di primo piano della Rivoluzione conservatrice, collaborò a diversi periodici nazional-rivoluzionari come Standarte, Vormarsch’, Arminius, Die Kommenden, Wochenschrift des neuen Nationalismus, Kampfschrift für deutsche Nationalisten e al Der Widerstand di Ernst Niekisch.
Benché prefiguratore del nazismo nel saggio del 1932 Der Arbeiter (L’operaio), non appoggiò attivamente il Partito nazionalsocialista di Adolf Hitler e rifiutò di dirigere l’unione nazista degli scrittori (Goebbels scrisse nei propri diari: «gli facemmo ponti d’oro che lui sempre si rifiutò di attraversare»).
La seconda guerra mondiale
Nel conflitto fu ufficiale della Wehrmacht a Parigi durante l’occupazione tedesca della Francia, intrattenendo rapporti culturali con scrittori francesi (ma litigando con Céline). Conosceva alcuni degli ufficiali prussiani che parteciparono al fallito attentato del 20 luglio 1944 sotto la direzione di Claus von Stauffenberg, ma essendo coinvolto in modo marginale non fu condannato o imprigionato ma solamente congedato dall’esercito. Il 29 novembre dello stesso anno il figlio Ernstel, inviato sul fronte italiano in un battaglione penale (aveva manifestato opinioni antinaziste) cadde in combattimento a Turigliano presso Carrara-Avenza. La notizia gli pervenne soltanto il 12 gennaio del 1945.[1] Ne poté recuperare le spoglie solo undici anni dopo, grazie all’americano Henry Furst, a Giovanni Ansaldo e al sedicenne Marcello Staglieno; spoglie traslate dallo stesso Furst a Wilflingen.[2] Dal gennaio al maggio 1945, congedato, fece parte della difesa civile a Kirchhorst.
Dal secondo dopoguerra alla morte
Dopo il conflitto venne comunque accusato di connivenza con il regime a causa del suo credo nazionalista, nonostante nei suoi scritti – soprattutto in Strahlungen e Diari 1941-1945[3] – la sfiducia per il regime hitleriano sia evidente. Tuttavia in Nationalismus und Judenfrage del 1930, Jünger aveva descritto gli Ebrei come una minaccia per l’unità dei Tedeschi. Cominciò a intrattenere una fitta corrispondenza con i principali intellettuali tedeschi, dallo stesso Schmitt a Martin Heidegger. Gli fu interdetto di pubblicare in Germania sino al 1949. Nel 1950 si trasferì a Wilflingen, villaggio dell’Alta Svevia, abitando nella foresteria del castello dei von Stauffenberg, dove rimase sino alla morte. Per tutta la vita sperimentò diverse sostanze, in particolare LSD e mescalina ma anche etere, hashish e cocaina. Intraprese altri viaggi, nel Mediterraneo e in Oriente, scrivendo e coltivando la giovanile passione entomologica, trovando nuove specie di coleotteri che a tutt’oggi portano il suo nome, quali il Carabus saphyrinus juengeri e la Cicindera juengeri juengerorum. Dal 1960 al 1972 diresse, insieme a Mircea Eliade, la rivista Antaios, pubblicata dall’Editore Klett di Stoccarda, che ha altresì pubblicato in ventimila pagine l’intera opera di Jünger (la cui seconda moglie, l’insegnante-archivista Liselotte Lohrer nata Baeuerle sposata nel 1962, nella residenza di Wilflingen trasformata in Fondazione, e nell’Archivio nazionale della Letteratura tedesca a Marbach presso Stoccarda dopo la morte del marito ne ha riordinato i manoscritti e l’epistolario).
Nel 1996 si convertì al cattolicesimo.
Il Premio Goethe per l’analisi della modernità
Nel 1980 Jünger ottenne il prestigioso Premio Goethe (conferito, tra i pochi, a Bertold Brecht e Thomas Mann) che lo consacrò tra i massimi scrittori e pensatori tedeschi del Novecento; il merito stava soprattutto nell’analisi (e nella critica) della modernità; questo è il campo in cui le sue potenti intuizioni ne fanno, fra l’altro, uno degli intellettuali più discussi del XX secolo. Fu aspramente criticato e le ragioni erano le più varie: «dandysmo», «aridità», «etica della guerra», «estetica brutale sottesa alla perfezione stilistica». Tuttavia ebbe attestazioni di stima numerose e decisamente “bipartisan”; era in contatto con non poche personalità della sinistra, come il romanziere italiano Alberto Moravia e il Presidente della Repubblica francese François Mitterrand. Anche il filosofo Massimo Cacciari lo ammira, per la sua consonanza con Carl Schmitt (specie nel comune saggio Il Nodo di Gordio, Il Mulino 1987) e, soprattutto, per via della sua significativa collaborazione con Heidegger (nel dibattito in Oltre la linea, Adelphi 1989). Il progressivo ripudio della tecnica e della globalizzazione, predominanti oramai nella società occidentale, porta Junger ad assumere la posizione dell’«Anarca», del «Ribelle» («Ribelle è il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il ribelle attinge alle fonti della moralità non ancora disperse nei canali delle istituzioni. Qui, purché in lui sopravviva qualche purezza, tutto diventa semplice» — cfr. Trattato del Ribelle, Adelphi 1990).

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

“Pianura” poesia di Antonia Pozzi

giugno 17th, 2012 // 4:03 pm @

 

Pianura

 

Certe sere vorrei salire
sui campanili della pianura,
veder le grandi nuvole rosa
lente sull’orizzonte
come montagne intessute
di raggi.

Vorrei capire dal cenno dei pioppi
dove passa il fiume
e quale aria trascina;
saper dire dove nascerà il sole
domani
e quale via percorrerà, segnata
sul riso già imbiondito,
sui grani.

Vorrei toccare con le mia dita
l’orlo delle campane, quando cade il giorno
e si leva la brezza:
sentir passare nel bronzo il battito
di grandi voli lontani.

 

Category : Poesia

“Il ponte galleggiante” – “Ortiche” di Alice Munro

giugno 17th, 2012 // 9:52 am @

 

Questi due racconti di Alice Munro sembrano gemelli, soprattutto nelle emozioni, un po’ meno nelle storie. Forse, gli elementi che ci fanno vedere immagini, collegate alle nostre percezioni, sono della stessa natura sentimentale: ponti su fiumi, fango, profondità trivellate, amori sospesi, malattie incombenti, morti in agguato. Desideri di tenerezze e di attenzioni che mai bastano alle vite di queste due donne. Queste due storie raccontano quei sentimenti che si trovano a metà tra noi, con le nostre debolezze umane, e i nostri intimi desideri che lottano contro i limiti terreni. Questi desideri non appaiono né morbosi tanto meno volgari: sono complicati dagli accadimenti esistenziali, che spesso sono affollati di cose, persone e un tempo dilatato che tracima nella vita.
La protagonista de”il ponte galleggiante”, si perde con consapevole convinzione, tra granoturco e itinerari di adolescenti innamorati, anche per sentire la scossa che ogni tanto la vita ci concede, bloccando ogni ombra cupa che tormenta le nostre notti. Questo se si sceglie di lasciarsi andare verso percorsi aperti a sensazioni rischiose, per la nostra fragile stabilità stagionale.

Quelle ortiche che si ritrovano addosso i due protagonisti, poco prima della fine del racconto omonimo, ci lasciano quell’amara sensazione che la cronologia dei nostri sentimenti è scollegata dalla realtà, quasi sempre. In questa storia senz’altro, così facendo ci sbarra la strada a ogni mielosa conclusione ma, produce, inevitabilmente, una fine all’altezza della complessità dei personaggi. E noi siamo contenti lo stesso nell’aver partecipato con la nostra commozione, e spinti da autentica curiosità, ad assaporare i delicati movimenti di queste persone interessanti, che abitano i racconti.

Questi racconti sono pronti per ogni destinazione che preveda condivisione, lasciando alle spalle ogni inutile tragedia consueta. Spingono verso riflessioni leggere da fare al riparo del chiasso. Infine vivere – il più possibile lontano dall’ovvio che ci sovrasta ogni santo giorno – con intensità ogni minimo segnale di cambiamento.

recensione a cura di Peppe Stamegna

 

 

Alice Munro (Wingham, 10 luglio 1931) è una scrittrice canadese.
Vincitrice per tre volte del Governor General’s Award, il più importante premio letterario canadese. I suoi racconti indagano le relazioni umane analizzate attraverso la lente della vita quotidiana. Sebbene la maggior parte delle sue storie sia ambientata nel Southwestern Ontario, la sua fama come scrittrice di racconti è internazionale, è considerata uno dei maggiori scrittori di racconti vivente.
Alice Munro è nata nella città di Wingham, Ontario in una famiglia di allevatori e agricoltori. Suo padre si chiamava Robert Eric Laidlaw e sua madre, una insegnante di scuola, Anne Clarke Laidlaw (nata Chamney). Cominciò a scrivere da adolescente e pubblicò la sua prima novella, The Dimensions of a Shadow, mentre era studentessa all’University of Western Ontario nel 1950. Durante questo periodo lavorò come cameriera, raccoglitrice di tabacco e impiegata di biblioteca. Nel 1951, abbandonò l’università presso la quale aveva frequentato la facoltà di Inglese dal 1949, per sposare James Munro e trasferirsi a Vancouver, British Columbia. Le sue figlie Sheila, Catherine, and Jenny nacquero rispettivamente nel 1953, 1955 e 1957; Catherine morì quindici ore dopo essere venuta alla luce. Nel 1963 i Munro si trasferirono a Victoria dove aprirono “Munro’s Books”. Nel 1966 nacque un’altra figlia Andrea.
La prima raccolta di racconti di Alice Munro, La danza delle ombre felici (Dance of the Happy Shades) (1968) ebbe un gran favore di critica e vinse in quello stesso anno il Governor General’s Award. A questo successo seguì Lives of Girls and Women (1971), una raccolta di storie interconnesse tra loro che fu pubblicato come romanzo.
Alice e James Munro divorziarono 1972. Lei ritornò nell’Ontario e diventò “Writer-in-Residence” all’università del Western Ontario. Nel 1976 si sposò con Gerald Fremlin, un geografo. La coppia si trasferì in una fattoria nei pressi di Clinton, Ontario. Successivamente si spostarono dalla fattoria in un casa nella città di Clinton, Ontario.
Nel 1978, con la raccolta di novelle Chi ti credi di essere (Who Do You Think You Are?, negli Stati Uniti The Beggar Maid: Stories of Flo and Rose), Alice Munro vinse il Governor General’s Literary Award per la seconda volta. Dal 1979 al 1982 girò Australia, Cina e Scandinavia. Nel 1980 ottenne il posto di Writer-in-Residence sia alla University of British Columbia sia alla University of Queensland. Lungo gli anni ottanta e novanta Munro ha pubblicato una raccolta di brevi racconti una volta ogni quattro anni ottenendo numerosi premi nazionali e internazionali.
Nel 2002, sua figlia Sheila Munro ha pubblicato un libro di memorie d’infanzia, Lives of Mothers and Daughters: Growing Up With Alice Munro.
I racconti di Alice Munro sono pubblicati abbastanza frequentemente in riviste come The New Yorker, The Atlantic Monthly, Grand Street, Mademoiselle, e The Paris Review.
In una intervista per promuovere la sua raccolta del 2006 La vista da Castle Rock (The View from Castle Rock) Munro ha ipotizzato che non avrebbe più pubblicato ulteriori raccolte.
Il suo racconto The Bear Came Over the Mountain presente nel libro Nemico, amico, amante… è stato adattato per il grande schermo in un film diretto da Sarah Polley con il titolo di Away from Her – Lontano da lei e interpretato da Julie Christie e Gordon Pinsent. Il film è stato presentato nel 2006 al Toronto International Film Festival.

Opere

•    La danza delle ombre felici (Dance of the Happy Shades) (1968) – edizione italiana: La tartaruga, 1994
•    Lives of Girls and Women (1971)
•    Something I’ve Been Meaning to Tell You (1974)
•    Chi ti credi di essere (Who Do You Think You Are?) (1978) – E/O, 1995
•    Le lune di Giove (The Moons of Jupiter) (1982) – Einaudi, 2008
•    Il percorso dell’amore (The Progress of Love) (1986) – Serra e Riva, 1989
•    Stringimi forte, non lasciarmi andare (Friend of My Youth) (1990) – La tartaruga, 1998
•    Segreti svelati (Open Secrets) (1994) – La tartaruga, 2000
•    Selected Stories (1996)
•    Il sogno di mia madre (The Love of a Good Woman) (1998) – Einaudi, 2001
•    Nemico, amico, amante… (Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage) (2001) – Einaudi, 2003
•    No Love Lost (2003)
•    Vintage Munro (2004)
•    In fuga (Runaway) (2004) – Einaudi, 2004
•    Carried Away: A Selection of Stories (2006)
•    La vista da Castle Rock (The View from Castle Rock) (2006) – Einaudi, 2007
•    Troppa felicità (Too Much Happiness) (2009) – Einaudi, 2011

Category : Racconti/Romanzi

“L’uccello bianco” di Denis Diderot

giugno 17th, 2012 // 9:40 am @

L’uccello bianco. Racconto blu
I «racconti blu» erano venduti clandestinamente per il loro contenuto erotico o eversivo. L’allegoria «dell’uccello bianco» svela il principio di autorità nella sua vera luce.

Traduzione di Anna Tito
Lingua originale: francese
Titolo originale: L’oiseau blanc. Conte bleu

«Questo racconto è della stessa epoca de I gioielli indiscreti. Vi si ritrovano gli stessi personaggi, ma la licenziosità è minore. Rimase sconosciuto finché Naigeon non lo pubblicò nella sua edizione delle Opere di Diderot nel 1798. Era questo che cercava il signor Berrier, luogotenente di polizia, quando la signora Diderot gli rispose che non conosceva di suo marito ‘né piccione bianco né piccione nero’, e che d’altro canto non lo credeva capace di attaccare il re, come lo si accusava di aver fatto in questo racconto. Si vedrà se la moglie del filosofo aveva ragione.

A nostro avviso, in questo testo, così come nei Gioielli, i raffronti tra Mangogul e Luigi XV sono troppo vaghi per permettere di sostenere un’opinione che incriminerebbe tutti i romanzi del XVIII secolo e tutte le ‘féeries’ del XIX. È gioco forza che giunga un momento, nella storia dei popoli, in cui, diffondendosi la civiltà, il principio di autorità si mostra nella sua vera luce. Ci si accorge allora che i re sono uomini, e una volta che tutti lo sanno, gli scrittori che lo dicono, non facendo altro che ricamare su un luogo comune, non hanno né meriti né demeriti: hanno solo un po’ più o un po’ meno di spirito.

Così l’editore Garnier presentava nel 1875 questo “racconto blu” di Diderot, come venivano definiti in Francia i testi di contenuto erotico o eversivo, diffusi in modo clandestino. Un gioiello ritrovato del padre dell’Illuminismo, un’allegoria sui vizi del potere.

Non pensiamo sia necessario spiegare al lettore l’allegoria dell’Uccello bianco; la capirà, senza alcun dubbio, prima della sultana» (Nota all’edizioneGarnier, 1875). A questa succosa nota aggiungiamo che l’intitolazione racconto blu si riferisce a quei libri che, per contenuto erotico o eversivo, si vendevano clandestinamente. Ed è con questa nostra edizioncina che il racconto (non compreso nemmeno nell’edizione della Pléiade) esce dalla clandestinità.

 

 

« Soltanto la presenza dell’uomo rende interessante l’esistenza degli esseri (…). L’uomo è il termine unico dal quale occorre partire e al quale occorre far capo, se si vuol piacere, interessare, commuovere, perfino nelle considerazioni più aride e nei particolari più secchi. »
   
 
 
 Denis Diderot(Langres, 5 ottobre 1713 – Parigi, 31 luglio 1784) è stato un filosofo, enciclopedista, scrittore  e critico d’arte francese. 

Fu uno dei massimi rappresentanti dell’Illuminismo e promotore ed editore della Encyclopédie, avvalendosi inizialmente dell’importante collaborazione di d’Alembert, che però alle prime difficoltà con la censura (dopo la condanna de L’esprit di Helvétius, anch’egli collaboratore) si ritirerà. Sarà Diderot a portare avanti l’impresa quasi da solo sino all’uscita degli ultimi volumi nel 1772.

La famiglia, borghese e cattolica relativamente benestante, avrebbe voluto avviarlo alla carriera ecclesiastica o a quella giuridica, ma il giovane Denis non pareva interessato né all’una né all’altra. Dopo aver studiato presso il collegio gesuita della città natale, si trasferì a Parigi per iscriversi all’Università e uscendone nel 1732 con il titolo di magister artium, una laurea abbastanza generica e quindi relativamente povera di specializzazione professionale. 

Sprovvisto di un preciso indirizzo di carriera, Diderot si adattò ai più diversi lavori. Fu anche scrivano pubblico e precettore, frequentando, come molti altri giovani anticonformisti, i salotti ed i caffè in cui circolavano le idee illuministiche e libertine.  Di questo periodo è la segnalazione alla polizia come “giovane pericoloso” per le sue idee blasfeme e contro la religione. A Parigi conobbe un altro provinciale come lui, Jean-Jacques Rousseau, con cui costruì un intenso quanto burrascoso rapporto. Il sodalizio tra alti e bassi si ruppe ad un certo punto perché Rousseau si sentì “tradito” dagli amici illuministi che non condividevano le sue idee, compreso Diderot.

Diderot studiò greco e latino, medicina e musica, guadagnandosi da vivere come traduttore ed entrando così in contatto con autori ed idee da cui trasse ispirazione. Il suo spirito vulcanico e decisionista doveva farne un leader del movimento illuminista.

Nel 1745 incontrò per la prima volta Condillac; nello stesso anno tradusse il Saggio sulla virtù e sul merito di Anthony Ashley Cooper, III conte di Shaftesbury, del quale ammirò le idee di tolleranza e di libertà. In seguito, assieme a François-Vincent Toussaint e a Marc-Antoine Eidous, lavorò alla versione francese del Dictionnaire universel de medicine (Paris 1746-1748) del medico inglese Robert James. Sotto questa influenza si collocano i Pensées philosophiques (Pensieri filosofici) del 1746, di intonazione deista, La sufficienza della religione naturale e La passeggiata dello scettico del 1747, tutti aspramente critici verso la superstizione e l’intolleranza. Risalgono al 1748 il romanzo libertino I gioielli indiscreti ed al 1749 la Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono di intonazione sensista e materialista.

Già questa prima rassegna di titoli (cui vanno aggiunti anche alcuni saggi di matematica) lascia intravvedere due caratteristiche fondamentali della personalità intellettuale del filosofo, vale a dire la vastità dei suoi interessi – che spaziarono dalla filosofia alla biologia, dall’estetica alla letteratura – e la flessibilità dei generi di scrittura da lui praticati, particolarmente congeniale al carattere mobile, aperto e dialogico del suo pensiero.

Incarcerato nel castello di Vincennes per taluni di questi scritti, giudicati sovversivi, il grande pensatore trascorrerà cinque mesi di prigionia piuttosto blanda, dal 22 luglio al 3 novembre 1749.

Copertina dell’ Encyclopédie.Nel frattempo era incominciata anche la grande avventura dell’Encyclopédie, che lo occuperà instancabilmente per il successivo quindicennio. Di quest’opera Diderot sarà il più infaticabile artefice, scorgendo in essa una irrinunciabile battaglia politica e culturale e sostenendola pressoché da solo, dopo la defezione di Alembert Jean-Baptiste Le Rond detto Jean d’Alembert nel 1759.

Viceversa, Diderot non darà in genere circolazione pubblica ai propri scritti, molti dei quali rimarranno quindi del tutto sconosciuti al di fuori della ristretta cerchia dei filosofi, per venire pubblicati solo dopo molti decenni dalla sua morte (alcuni addirittura dopo la seconda guerra mondiale).

Appartengono a questo periodo – la pubblicazione dell’Encyclopédie si concluderà definitivamente solo nel 1773 – altre importanti opere, tra cui si possono ricordare i fondamentali saggi filosofici L’interpretazione della natura (1753) ed il Sogno di d’Alembert (1769), i romanzi La monaca (1760) e Jacques il fatalista e il suo padrone (1773), il dialogo Il nipote di Rameau (1762); le opere teatrali Il figlio naturale ed Il padre di famiglia (1758), nonché il trattato La poésie dramatique, mentre il Paradosso sull’attore è ancora oggi una delle opere più importanti sull’arte della recitazione. Diderot svolse un ruolo capitale anche nella storia della critica d’arte e nella storia dell’arte. Quest’ultima disciplina nasce intorno agli anni trenta del secolo dei lumi, contemporaneamente alla storia della letteratura promossa dai protestanti rifugiati in Olanda e dai benedettini di Saint-Maur.

Statua di Diderot a ParigiDiderot vi contribuisce dischiudendo una strada che condurrà sino a Baudelaire, potendo avere accesso alla pittura del XVI e XVII secolo presente nelle collezioni del duca d’Orléans al Palais Royal, nelle collezioni di de La Live de Jully in rue Richelieu, nonché nelle collezioni dell’amico barone d’Holbach. Diderot è il primo a riunire il punto di vista tecnico a quello estetico nella sua critica d’arte che è raccolta principalmente nella serie di impressioni ch’egli consegna in forma epistolare in occasione delle esposizioni parigine – i Salons – alla Correspondance littéraire dell’amico Grimm. Il Salon, iniziativa dapprima annuale, poi biennale dal 1746 al 1781 è un’esposizione di pittura che si apre al mattino del giorno della festa del re, San Luigi, il 25 agosto e che dura all’incirca fino alla fine di settembre. L’ingresso è gratuito. Se il resoconto diderottiano del Salon del 1759, il primo redatto da Diderot per la Correspondance littéraire, non è che un articolo di una quindicina di pagine, a partire dal 1761 e dal 1763 queste lettere divengono il terreno su cui Diderot formula alcuni dei suoi princìpi estetici più importanti, disseminandovi altresì riflessioni filosofiche storiche e morali.

La vita privata di Diderot fu intensa, libera, focalizzata intorno a centri affettivi di grande importanza come la famiglia – si sposò nel 1743 con una camiciaia, Antoinette Champion detta Nanette, avendo dal matrimonio una figlia amatissima – ed, a partire dal 1756, l’amica ed amante Sophie Volland. Di quest’ultima relazione ci resta un epistolario di grande valore, oltre che biografico, letterario e storico.

Nel 1762, l’imperatrice Caterina II di Russia acquistò la biblioteca di Diderot, che ne mantenne tuttavia l’uso e una rendita come bibliotecario. Tra il 1764 e il 1765 conosce Laurence Sterne e David Garrick. Nel 1773 il filosofo si recò a Pietroburgo, dove stese per l’imperatrice diversi progetti di riforma della società e dell’istruzione.

Fu un durissimo colpo la morte di Sophie nel febbraio 1784; ed il 31 luglio dello stesso anno Diderot, addolorato, morirà a Parigi. In prossimità della sua morte gli amici lo avevano convinto a trasferirsi per risiedere in una parrocchia il cui sacerdote acconsentisse a seppellirlo cristianamente. Aveva traslocato quindi nel quartiere di Saint-Roch, dove morì mentre mangiava una composta di ciliegie, di cui era golosissimo. L’autopsia, che fu eseguita secondo la volontà espressa dallo stesso Diderot, ascrisse la causa della morte a ipertrofia cardiaca. Dopo la morte di Diderot, i suoi manoscritti e i volumi della sua biblioteca furono trasferiti a Pietroburgo.

Category : Racconti/Romanzi

Vangelo secondo Marco (Mc 4,26-34)

giugno 17th, 2012 // 9:34 am @

 

Il commento della XI Domenica del Tempo Ordinario è di padre Ermes Ronchi

Il regno di Dio, forse non è inutile ricordarlo, non è uno Stato che si affianchi agli esistenti, non è un’impresa o un’associazione come ce ne sono tante, di carattere economico, culturale, sociale. Il regno di Dio si trova là dove singoli uomini orientano a Dio la propria vita, e così facendo concorrono a orientare il mondo. In proposito, le due brevi parabole intendono affermare che la semina e la crescita del Regno si devono alla libera iniziativa di Dio, e solo Lui ne conosce le dinamiche; solo lui sa perché nasce e cresce più qui che là, più in un certo tempo che in altri, se presto o quando maturerà. E l’uomo deve avere pazienza; come il contadino non può affrettare la crescita di quanto ha seminato, così il cristiano può desiderare intensamente, con le migliori intenzioni, che il suo Signore sia conosciuto e accolto da tutti, ma deve umilmente sottomettersi a un progetto di salvezza di cui non è l’autore né il realizzatore. E’ Dio che chiama, chi quando e come Lui solo sa; Dio ci invita a collaborare, ma non sappiamo come, quando e verso chi Egli valorizzerà il nostro impegno. (Mons Roberto Brunelli)

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,26-34

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

IL COMMENTO DI PADRE ERMES RONCHI. Nel cuore di tutti il seme di Dio. Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno. Gesù parla delle cose più grandi con una semplicità disarmante. Non fa ragionamenti, apre il libro della vita; racconta Dio con la freschezza di un germoglio di grano, spiega l’infinito attraverso il minuscolo seme di senape. Perché la vita delle creature più semplici risponde alle stesse leggi della nostra vita spirituale, perché Vangelo e vita camminano nella stessa direzione, che è il fiorire della vita in tutte le sue forme.

IL REGNO DI DIO. Accade nel regno di Dio come quando un uomo semina. Dio è il seminatore infaticato della nostra terra, continuamente immette in noi e nel cosmo le sue energie in forme germinali: il nostro compito è portarle a maturazione. Siamo un pugno di terra in cui Dio ha deposto i suoi germi vitali. Nessuno ne è privo, nessuno è vuoto, perché la mano di Dio continua a creare. La prima parabola sottolinea un miracolo di cui non ci stupiamo più: alla sera vedi un bocciolo, il giorno dopo si è aperto un fiore. Senza alcun intervento esterno. Ecco: Che tu dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Com’è pacificante questo! Le cose di Dio fioriscono per una misteriosa forza interna, per la straordinaria energia segreta che hanno le cose buone, vere e belle. In tutte le persone, nel mondo e nel cuore, nonostante i nostri dubbi, Dio matura. E nessuno può sapere di quanta esposizione al sole, al sole della vita, abbia bisogno il buon grano di Dio per maturare: nelle persone, nei figli, nei giovani, in coloro che mi appaiono distratti, che a volte giudico vuoti o senza germogli. La seconda parabola mostra la sproporzione tra il granello di senape, il più piccolo di tutti i semi, e il grande albero che ne nascerà. Senza voli retorici: il granello non salverà il mondo. Noi non salveremo il mondo. Ma, assicura Gesù, un altro è il nostro compito: gli uccelli verranno e vi faranno il nido. All’ombra del tuo albero, dei fratelli troveranno riposo e conforto. Guardi un piccolo seme accolto nel cavo della mano, lo diresti un grumo di materia inerte. Ma nella sua realtà nascosta quel granello è un piccolo vulcano di vita, pronto a esplodere, se appena il sole e l’acqua e la terra… Il seme ci convoca ad avere occhi profondi e a compiere i gesti propri di Dio. Mentre il nemico semina morte, noi come contadini pazienti e intelligenti, contadini del Regno dei cieli, seminiamo buon grano: semi di pace, giustizia, coraggio, fiducia. Lo facciamo scommettendo sulla forza della prima luce dell’alba, che appare minoritaria eppure è vincente. Qui è tutta la nostra fiducia: Dio stesso è all’opera in seno alla terra, in alto silenzio e con piccole cose.

Category : Religione

Due bellissime poesie di Alessandro Manzoni

giugno 12th, 2012 // 10:33 am @

 

 

La sabbia del tempo

L’Onda

Come scorrea la calda sabbia lieve
Per entro il cavo della mano in ozio
Il cor sentì che il giorno era più breve

E un’anzia repentina il cor massalse
5 Per l’apprezzar dell’umido equinozio
10 Che offusca l’oro delle spiagge salse

Alla sabbia del tempo urna la mano
Era clessidra il cor mio palpitante
l’ombra crescente dogni stelo vano
Quasi ombra d’ago in tacito quadrante.

 

Regala ciò che non hai…

 

Occupati dei guai, dei problemi

del tuo prossimo.

Prenditi a cuore gli affanni,

le esigenze di chi ti sta vicino.

Regala agli altri la luce che non hai,

la forza che non possiedi,

la speranza che senti vacillare in te,

la fiducia di cui sei privo.

Illuminali dal tuo buio.

Arricchiscili con la tua povertà.

Regala un sorriso

quando tu hai voglia di piangere.

Produci serenità

dalla tempesta che hai dentro.

“Ecco, quello che non ho te lo dono”.

Questo è il tuo paradosso.

Ti accorgerai che la gioia

a poco a poco entrerà in te,

invaderà il tuo essere,

diventerà veramente tua nella misura

in cui l’avrai regalata agli altri.

Category : Poesia

“Il diavolo” di Lev N. Tolstoj

giugno 4th, 2012 // 8:15 pm @

Potrebbe procedere senza scosse la vita di Evgenij Irtenev, ma il matrimonio con una giovane di buona famiglia non p il suo tormento.

Dove nasce la tentazione? E’ un errore assecondare il desiderio dei sensi e opporsi alle convenzioni sociali?

Un ritratto magistrale dell’animo umano: di fronte alla minaccia del vizio, l’individuo mostra le sue fragilità e arretra, lasciando che il disastro prevarichi.

Lev Nikolàevič Tolstòj, (Jàsnaja Poljana, 9 settembre 1828– Astàpovo, 20 novembre 1910), è stato uno scrittore, drammaturgo, filosofo, pedagogista, esegeta ed attivista sociale russo.
Divenuto celebre in patria grazie ad una serie di racconti giovanili sulla realtà della guerra, il nome di Tolstoj acquisì presto risonanza mondiale per il successo dei romanzi Guerra e pace e Anna Karenina, a cui seguirono altre sue opere narrative sempre più rivolte all’introspezione dei personaggi ed alla riflessione morale. La fama di Tolstoj è legata anche al suo pensiero pedagogico, filosofico e religioso, da lui espresso in numerosi saggi e lettere che ispirarono, in particolare, la condotta non-violenta dei tolstoiani e del Mahatma Gandhi.
La vita di Tolstoj fu lunga e tragica, nell’accezione più vera del termine, ossia nel senso che essa fu dominata da una profonda, segreta tensione: la si potrebbe definire una tragedia dell’anima.
Tolstoj ebbe un’incessante, tormentosa evoluzione interiore, lottò con se stesso e con il mondo, e questa lotta, talora impetuosa, alimentò senza sosta l’impulso creativo. Perciò lo studio della sua vita, come ha scritto Igor Sibaldi, richiede impegno e fatica:

« Lo sforzo lo richiede, e notevole, la biografia tolstoiana: per non smarrirsi tra le sue fasi, tanto radicalmente diverse l’una dall’altra, contraddittorie, e tanto intense tutte, mai «minori» – giacché in ciascuna di esse Tolstoj metteva immancabilmente tutto sé stesso […] »

Una traccia per accostarsi alla sua vita la offrì Tolstoj stesso, quando scrisse, negli ultimi anni, che essa poteva essere divisa in quattro periodi fondamentali:
« […] quel primo tempo poetico, meraviglioso, innocente, radioso dell’infanzia fino ai quattordici anni. Poi quei venti anni orribili di grossolana depravazione al servizio dell’orgoglio, della vanità e soprattutto del vizio. Il terzo periodo, di diciotto anni, va dal matrimonio fino alla mia rinascita spirituale: il mondo potrebbe anche qualificarlo come morale, perché in quei diciotto anni ho condotto una vita familiare onesta e regolata, senza cedere a nessuno dei vizi che l’opinione pubblica condanna. Tutti i miei interessi però erano limitati alle preoccupazioni egoistiche per la mia famiglia, il benessere, il successo letterario e tutte le soddisfazioni personali. Infine il quarto periodo è quello che sto vivendo adesso, dopo la mia rigenerazione morale […] »

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Evento del 2 Giugno 2012: Intervento di Tilde Maisto

giugno 4th, 2012 // 8:12 pm @

Matilde Maisto riceve pergamena dal Cocevest e dal Forum dei giovani di Grazzanise

GRAZZANISE – Bella e significativa manifestazione il 2 giugno a Grazzanise.

Il Forum Giovani, presieduto dal Presidente Luigi Pellegrino e il Cocevest, il cui coordinatore è Raffaele Raimondo, hanno organizzato l’evento: Mani Unite per i nostri Diritti e Doveri “La Costituzione in Musica” per il 66° anniversario della Repubblica italiana.

L’evento in musica è stato a tratti miscelato con interventi di alcuni autorevoli personaggi, come Carlo De Michele, Presidente di Carta 48, Agnese Ginocchio Testimonial del Movimento internazionale per la Pace e tanti altri partecipanti, tra cui anche la giornalista Matilde Maisto che ha proferito il seguente discorso:

Buona serata a tutti.
Io sono Matilde Maisto, giornalista pubblicista, direttore responsabile del giornale on line Cancello ed Arnone News. Innanzitutto desidero ringraziare gli organizzatori e più significativamente il prof. Raffaele Raimondo per il gradito invito. Ho avuto il piacere di prendere parte a questa bella kermesse perché ho sentito forte il senso della democrazia e dell’unità. “Mani unite per i nostri diritti e doveri” mi è sembrato il luogo adatto dove poter dire la mia, in tutta umiltà, ma con altrettanta fermezza.
Ebbene nell’affrontare questo mio momento, non posso non pensare ad un altro e più autorevole discorso quello di Piero Calamandrei, il quale nel suo discorso sulla Costituzione ai giovani Milanesi, nel gennaio 1955, proferiva le seguenti parole: “L’art.34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo per i giovani che hanno l’avvenire davanti a loro. Dice così: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica. Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della Società e di portare il loro miglior contributo.
Ebbene questo è solo una parte di un bellissimo discorso, che vi invito a leggere e a meditare con attenzione. Ma è anche il tramite per portarmi a fare una riflessione: Era il 1955 e Calamandrei diceva queste cose, ma a distanza di ben 57 anni, più di mezzo secolo, quale situazione stiamo vivendo?
Possiamo dire che oggi la situazione non solo non è migliorata, ma, purtroppo, è peggiorata, perché oggi esiste una situazione economica tale che di “Tasse si muore”, secondo il pensiero spicciolo del cittadino comune.  A causa della crisi economica e delle troppe tasse, dall’inizio del 2012,ci sono stati 30 suicidi, tra gli imprenditori e non, che non ce la facevano più a subire le troppe tasse, la burocrazia e la recessione. Questi poveretti hanno ripiegato sul suicidio, quale gesto estremo di ribellione contro un sistema che non riesce a cogliere la gravità della situazione, che si è venuta a creare nel nostro Paese.

Ma di chi è la responsabilità? Lascio a voi la semplice deduzione, dico solo che il capitano “governa ” in mare la propria nave, superando scogli, tempeste e venti contrari, per condurla felicemente in porto. I nostri politici invece hanno naufragato, perché non hanno saputo reggere il timone dello Stato. Viene quasi spontaneo paragonarli a capitan Schettino che, per stoltezza ha causato la morte di innocenti passeggeri.

Il clima che si è creato nella nostra nazione è insopportabile e non sembra questa la strada per risalire la china. Ma siamo logici: dove si prendono i soldi se i salari diminuiscono e l’economia regredisce? Quante persone devono ancora morire?
Bene farebbero i nostri governanti a rileggere, capendone il significato, il trattato di economia di Maffeo Pantaleoni (1854 – 1924), che così recita: « …Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse che vanno fissate in modo che non ostacolino la produzione e il commercio…».

Che cosa faremo? Chi ci potrà salvare? Personalmente credo che dovremmo partire dalla cultura, illuminare le menti, aprirci a nuovi e più illuminanti pensieri, ma ancora una volta penso alle parole di Calamandrei : nella Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati lì in quegli articoli.
E a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane.
Quando si legge: nell’articolo 2 “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale” o quando si legge nell’articolo 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle altre patrie” ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini, O quando si legge nell’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose, sono ugualmente libere davanti alla legge” ma questo è Cavour!
Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, per le strade di Napoli, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta.
La Costituzione è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.”
Grazie a tutti!

Pergamena conferita a Tilde Maisto da parte di una bellissima bambina indiana

a testimonianza dell’integrazione sociale

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