Browsing Month luglio, 2012

“Via Dell’Angelo e altri racconti” di Elsa Morante

luglio 25th, 2012 // 8:52 pm @

 
“La via dell’Angelo” è un breve racconto scritto da Elsa Morante nel periodo giovanile. E’ inserito nella raccolta intitolata “Lo scialle andaluso”.
… Antonia è una giovane ragazza che ha perso i genitori da piccola ed è stata messa in un convento gestito da tre suore. Il convento si trova in una via detta “dell’Angelo” per via di una grande statua di pietra, posta all’incrocio della via, che rappresenta un angelo. La statua ha due grandi ali ripiegate, è una figura decapitata e monca, in atto di avanzare su larghi piedi anneriti. Si era persa la memoria delle origini della statua, forse era un antico Gabriele, residuo di una chiesa distrutta, forse una vittoria, preda simbolica di battaglia, forse un Angelo che Dio aveva scacciato dal Paradiso per qualche colpa grave e condannato alla Terra. Quest’ultima era l’ipotesi più accreditata dalla leggenda popolare, secondo la quale l’angelo di notte si introduceva nelle case, assumendo svariate forme, rapiva le persone, soprattutto i fanciulli. Molti di coloro che passavano davanti alla statua si segnavano e dicevano una preghiera.
Antonia nel convento è una via di mezzo tra un’educanda, una pensionata e una servetta. A sedici anni Antonia è poco cresciuta, gracile, ha un viso pallido incorniciato dalle trecce nere e due occhi bigi.
Suor Maria Cherubina è anziana, piccola e rugosa, con una voce stridula, ed è addetta alle punizioni di Antonia. Suor Affabile è altissima, magrissima e diritta, ha un viso pallido, non sorride mai e il suo passo non ha suono. Suor Maria Lucilla è piccola e tondeggiante, ride e piange spesso e si occupa della cucina e degli altri servizi. Cuce di nascosto delle camiciole celesti e le ricama con piccoli e bianchi gigli. Antonia le indossa sotto la divisa nera.
Un giorno Antonia urta e rompe una santa lucerna. Suor Maria Cherubina la punisce e le impone di restare nella cappella dove ci sono tre angeli musicanti, il primo con la tromba, il secondo con l’arpa e il terzo con la mandola. Antonia spera che gli angeli inizino a suonare, ma ciò non succede. All’improvviso le compare davanti Suor Affabile che le impone di seguirla e porta Antonia in sagrestia dove la lascia al cospetto di un giovanetto malvestito. Egli propone ad Antonia di seguirlo e, mentre scendono nelle vie scure della città, cala la notte. Arrivano a una piccola e cupa stanzetta e qui il ragazzo impone ad Antonia di fare l’amore. Egli inizia a spogliare Antonia, disapprovando il nero della divisa e compiacendosi per la camiciola azzurra, disapprovando una suora che ricama camicie, anziché pianete. Antonia, senza provare vergogna per la sua nudità, si affaccia alla finestra e vede una verde valle e in cima alla montagna una casa solitaria, ricca di vetrate e altissime guglie le cui vetrate riflettevano bagliori mattutini e voli di rondini. Il ragazzo guarda la casa con sguardo infuocato e dice ad Antonia di non parlagliene più. Intanto anch’egli si spoglia e Antonia rimane ammirata dalla sua bellezza, ma rabbrividendo si accorge che le caviglie sono legate da grosse e pesanti catene di ferro. Antonia capisce che il ragazzo è la statua dell’angelo che ha assunto sembianze umane. Ha paura, ma è ipnotizzata dal profuno d’infanzia e di giardino che emana dalla pelle del ragazzo. Poi entrambi si distendono nel letto e si addormentano. Antonia si sveglia e, per paura di essere lasciata da sola, prende un pezzo dello spago che le lega le trecce e lo lega al polso dell’angelo. Antonia sogna di risalire una vertiginosa e girante scala. Ai piedi di essa c’è Suor Maria Lucilla che singhiozza e cuce pianete.
In questo racconto sono presenti elementi fantastici e simboli religiosi che conferiscono al racconto una cupa atmosfera.
“Pieni d’incantesimo nel senso più profondo della parola” scrive Giorgio Caproni nel 1964 presentando questi racconti di Elsa Morante, tra l più importanti scrittrici italiane del Novecento, di cui ricorre nel 2012 il centenario della nascita.
La folle ossessiona di una nonna.
L’incontro con l’amore di un’orfana cresciuta in convento.
Il gioco segreto di tre fratellini.
Un compagno di classe misterioso.
L’animo infantile di una gran dama.
In cinque storie segnate da un’atmosfera fiabesca, la realtà lascia il posto al sogno e l’esistenza, per sfuggire al dramma, si nutre di magia.
 
 Elsa Morante, da «narratrice nata», offre appassionatamente tutta la sua esistenza alla letteratura.

Nasce a Roma il 18 agosto del 1912: figlia di Irma Poggibonsi, maestra elementare ebrea, e di Francesco Lo Monaco. Cresce tuttavia in casa del padre anagrafico Augusto Morante, istitutore in un riformatorio per minorenni. Alla fine degli studi liceali, lascia la famiglia e va a vivere per conto proprio; ma la mancanza di mezzi economici la costringe ad abbandonare la facoltà di Lettere. Negli anni Trenta vive infatti da sola, mantenendosi con la redazione di tesi di laurea, dando lezioni private di italiano e latino, e in seguito collaborando a riviste e a giornali, tra cui il «Corriere dei Piccoli». Tra il 1939 e il 1941, inoltre, lavorerà assiduamente per il settimanale «Oggi». Nel 1936 conosce, tramite il pittore Capogrossi, Alberto Moravia che sposerà nel 1941. Nel ’41 viene pubblicato anche il suo primo libro, Il gioco segreto, in cui è raccolta una piccola parte della vasta produzione narrativa destinata ai giornali; mentre l’anno successivo appare il libro di fiabe Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina, illustrato della stessa Morante. Le sue personali e familiari inquietudini, il suo appassionato gusto della finzione emergono già nel Diario, redatto dal 19 gennaio al 30 luglio 1938, ma pubblicato solamente nel 1990.

Con Moravia vive prima ad Anacapri e poi a Roma, in un piccolo appartamento in via Sgambati, dove nel 1943 inizia a scrivere il suo primo romanzo Menzogna e sortilegio, interrompendone tuttavia la stesura per seguire il marito, indiziato di antifascismo, sulle montagne di Fondi, in Ciociaria. Nell’estate del ’44 ritorna a Roma, ma intanto il suo complicato e difficile rapporto con Moravia alterna momenti di comunicazione intensa ad altri di distacco e malessere. In Elsa Morante, infatti, il bisogno di autonomia contrasta con una forte esigenza di protezione e di affetto. Allo stesso modo desidera e rifiuta la maternità, a cui rinuncia, ma di cui rimpiange, al tempo stesso, la possibilità perduta.

Nel 1948, dopo un primo viaggio in Francia e in Inghilterra, esce Menzogna e sortilegio, con cui vince il premio Viareggio. Moravia e la Morante, con il migliorare della loro situazione economica, si trasferiscono in un attico in via dell’Oca, che ben presto diverrà uno dei più frequentati ritrovi del mondo intellettuale romano. Nei primi anni Cinquanta la Morante tiene un nuovo diario, che presto interrompe. Collabora con la Rai, viaggia, scrive il racconto Lo scialle andaluso e lavora alla redazione del suo secondo romanzo L’isola di Arturo, che esce con notevole successo nel 1957, vincendo il premio Strega. Subito dopo visita con una delegazione culturale L’Unione Sovietica e la Cina. Nel 1959, durante un viaggio negli Stati Uniti, conosce il giovane pittore newyorkese Bill Morrow, con cui instaura un’intensa amicizia. Nel 1960, pur non abbandonando la residenza coniugale e il proprio studio ai Parioli, si trasferisce in un appartamento tutto per sé in via del Babuino. Viaggia con Moravia in Brasile e l’anno successivo, insieme anche a Pasolini, si reca in India. Nel 1962 si separa definitivamente dal marito e vive la tragica esperienza della morte dell’amico Bill Morrow, precipitato nel vuoto da un grattacielo. Gli anni successivi sono assai drammatici per la Morante, che pur continuando a viaggiare (in Andalusia, in Messico, nel Galles), appare tormentata dall’ossessione della morte del suo giovane amico e dalla minaccia della vecchiaia. Non solo, ma nella conferenza del 1965 Pro e contro la bomba atomica (uscita da Adelphi nel 1987) e nelle poesie de Il mondo salvato dai ragazzini (1968), si rileva anche una nuova forte inquietudine per i pericoli che minacciano l’umanità insieme ad un nuovo desiderio di intervento sul mondo. Nel 1974 esce, ottenendo un immenso successo popolare, ma suscitando diverse polemiche e riserve, il suo terzo romanzo La storia. Nel 1976 inizia la stesura del suo ultimo romanzo Aracoeli, che porterà a termine e pubblicherà solamente nel 1982, essendosi fratturata nel 1980 un femore. Dopo aver subito un intervento chirurgico, trascorre gli ultimi anni di vita a letto, non potendo più camminare. Nell’aprile del 1983 tenta il suicidio aprendo i rubinetti del gas, ma viene salvata da una domestica. Dopo un nuovo intervento chirurgico rimane in clinica, a Roma, dove muore d’infarto il 25 novembre del 1985.

Category : Racconti/Romanzi

“La sala da ballo” e altri racconti di William Trevor

luglio 9th, 2012 // 4:54 pm @

– Una donna non più giovane cerca marito in una sala da ballo.

– Un ragazzo che ha appena perso il padre ne scopre i segreti in un albergo di Dublino.

– Un giovanotto di campagna sposa la ragazza dei suoi sogni in seguito ad una misteriosa gravidanza.

Tre storie irlandesi animate da una malinconica tensione, mentre la vita scorre in queste esistenze all’apparenza ordinarie.

William Trevor nasce nel 1928 a Mitchelstown, in Irlanda, da una famiglia protestante. Laureato in storia al Trinity College, esordisce nel 1958 con “A Standard of Behaviour”.

Sette anni più tardi vince l’Hawrthornden Prize per “The Old Boys”.

Tra le sue opere pubblicate in Italia: “Giochi di ragazzi” (1976) “Marionette del destino” (1983) entrambi vincitori del Whitbread Award, e  “Il viaggio di Felicia” (1994), da cui nel 1999 è stato tratto l’omonimo film di Atom Egoyan con Bob Hoskins.

E’ stato definito dal “New Yorker” il più grande scrittore vivente di racconti in lingua inglese.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

“Un altro mare” di Claudio Magris

luglio 9th, 2012 // 3:46 pm @

Storia di un’amicizia, di un sodalizio tra giovani intellettuali sorto in una soffitta e capace di valicare ogni confine, anche quello della morte. Incarnazione nell’uno dell’ideale teorizzato dall’altro. Un legame forte. E un sospingersi sempre più verso il niente, desiderandolo e cercandolo con ostinazione.

Fino alla naturale dissoluzione, allo smarrimento di sé e della memoria stessa. Allora forse si raggiunge pace. E felicità nell’oblio più assoluto.

Con uno stile raffinatissimo e una prosa affascinante, Magris ricostruisce in questo breve libro la storia di Enrico Mreule, giovane letterato goriziano, grecista, amico di Carlo Michelstaedter e di Nino Paternolli. I tre avevano costituito un autentico sodalizio umano e intellettuale, si ritrovavano nella soffitta di Nino a leggere e a discutere di filosofia e letteratura.

Carlo si era subito rivelato come colui che sapeva elaborare e collocare nella giusta luce le immagini:”Un’immagine che passa per la testa e cade nel nulla se non viene raccolta da qualcuno che la sa mettere al posto giusto e farla risplendere. Forse è stato anche uno degli apostoli a mostrare a Gesù, così per caso e senza capire, un giglio del campo. Lui e Nino portavano tante note in quella soffitta, le prendevano dovunque, dentro di sé, sui visi della gente, dalle foglie gialle degli ippocastani di Piazza Ginnastica, ma è Carlo che con quelle note sparse sapeva fare una nona sinfonia” (p. 14)

Si era creato un legame intenso e profondo, forte.

Nel 1910 Enrico decide di partire  per la Patagonia.

Le pagine iniziali del testo di Magris ce lo mostrano in piena navigazione sull’Atlantico, di notte, mentre osserva l’oceano e ripercorre la sua vicenda:

“Ora, intorno a lui, nient’altro che il mare. […] Sono ore e ore che sta sul ponte, immobile, mai stanco di quelle cose che non cambiano.” (pp. 9-10)

Enrico si lascia avvolgere dal vento della notte e dal rumore del mare, con noncuranza si libera da pensieri e rimorsi e naviga nella grande distesa, perseguendo il niente, annullando desideri e passioni. Incarnando quell’ideale che Carlo andava teorizzando, Carlo che era rimasto a Gorizia a scrivere ed elaborare il suo pensiero, e col quale Enrico ha un rapporto empatico.

“Carlo gli aveva detto che, nell’ora in cui la nave doveva salpare, sarebbe salito sull’abbaino della soffitta per guardare, nella sera che si spegneva, in direzione di Trieste, là dove lui, Enrico, partiva, quasi i suoi occhi potessero frugare nel buio e salvare le cose dall’oscurità, lui che aveva insegnato che filosofia, amore della sapienza indivisa, vuol dire vedere le cose lontane come fossero vicine, abolire la brama di afferrarle,  perché esse semplicemente sono, nella grande quiete dell’essere. Chissà com’era il suo viso, mentre si sporgeva dalla finestra, gli occhi neri nella notte, se non c’era un’ombra di impersuasa malinconia per la sua partenza e amaro desiderio di fermare la sua corsa, che pure aveva tanto, forse troppo ammirata.” (p. 13)

Enrico ricorda la loro vita di giovani, le ragazze: Paula, la sorella di Carlo; Fulvia, Argia, la fidanzata di Carlo, le gite in barca.

Notazioni cromatiche e paesaggistiche vivissime evocano lo sfondo in cui si muovono le figure umane.

Enrico trascorre intanto i suoi giorni sulla nave , quasi al di là dal tempo:

“I giorni si sovrappongono, si confondono e si cancellano”. (p. 25)

Enrico sbarca a Las Palmas, ha fugaci incontri amorosi, gode e dimentica subito dopo, sembra fluttuare nel nulla e nell’assoluta ricerca di anonimato, vuole realizzarsi per riduzione, smettere di desiderare, scomparire quasi.

La sua è una continua dialettica col niente, sempre sul confine della dissoluzione.

Enrico è l’incarnazione di ciò che Carlo teorizza e così le loro due figure s’alternano tra le pagine, in una sorta di corrispondenza biunivoca. L’uno sceglierà il  suicidio, l’altro una vita schiva e solitaria.

Enrico, giunto in Patagonia, va a fare il gaucho: vive con lo stretto indispensabile in ampi spazi, circondato da una grande solitudine, a contatto con la natura.

La Patagonia è terra battuta dai venti, illuminata da vasti tramonti, selvaggia, terra di confine come la patria di Enrico.

I contatti umani sono pochi e scarse anche le lettere di Enrico agli amici lasciati in Italia. Rifiuta di fare il maestro in una scuola sudamericana perché “ogni sapere è rettorica, e insegnarlo ancora peggio” (p. 33).

Niente discepoli, niente legami, Enrico vive da solitario, da distaccato da tutto e da tutti “non si cura di quello che succede a Gorizia” (p. 40).

“Non conta i giorni né le settimane, calcola il tempo secondo unità più elastiche e labili, la prima folata di nevischio, lo scolorire dell’erba, il periodo dell’accoppiamento  del guanaco” (p.  42).

Riceve posta da Carlo, che in lui ripone speranze, vede realizzarsi un Ideale.

“Sì, il cuore è rimasto a Gorizia, dov’è Carlo, ma si vive benissimo senza il cuore, come con una gamba o una mano di legno; basta fare un po’ d’esercizio e dopo un po’ si monta di nuovo in sella senza difficoltà, solo che è difficile spiegarlo”(p. 35).

Enrico si sente “una forma cava, l’impronta di qualcosa che gli è stata portata via” (p. 36).

Carlo si sparerà con la pistola che gli ha lasciato Enrico, lui lo verrà a sapere un anno dopo da una lettera di Nino.

Enrico si ritrova ad essere l’erede e l’incarnazione del pensiero di Carlo. Lui è l’uomo «persuaso», l’uomo libero “cui le cose dicono «tu sei» e che gode solo perché è, senza nulla chiedere né temere, né la vita né la morte, pienamente vivo sempre e in ogni istante, pure nell’ultimo” (p. 44).

A Enrico pesa quest’incarico, lui cerca solo il niente, il torpore dei giorni uguali, senza orologi, senza impegni, in una sorta di perenne anonimo fluttuare.

Nella pampa Enrico si ammala due volte di scorbuto: decide allora di tornare in patria, nel 1922 è a Gorizia, poi a Umago e soprattutto a Salvore, in Istria, al mare.

Insegnerà greco e latino in seminario e darà lezioni private, si sposerà, ma il matrimonio non avrà lunga durata per lo stile di vita eccessivamente spartano imposto da Enrico alla moglie. Niente figli, né discepoli. Alla fine solo la dedizione di un’altra donna accompagnerà Enrico nell’ultima fare della sua vita.

Nel frattempo si dipaneranno le vicende della storia: il fascismo, la seconda guerra mondiale, i partigiani, Tito, ma Enrico è sempre un isolato, estraneo a tutto, vive del solo presente. Verrà anche arrestato e picchiato dai titini e poi rilasciato.

La filosofia di Carlo continuerà ad essere presente, come se  lui fosse vivo con i suoi occhi scuri e vivaci:

“La persuasione, dice Carlo, è il possesso presente della propria vita e della propria persona, la capacità di vivere pienamente l’istante, senza sacrificarlo a qualcosa che ha da venire o che si spera arrivi quanto prima, distruggendo così la vita nell’attesa che passi più presto possibile. Ma la civiltà è la storia degli uomini incapaci di vivere persuasi, che costruiscono l’enorme muraglia della rettorica, l’organizzazione sociale del sapere e dell’agire, per nascondere a se stessi la vista e la coscienza del loro vuoto” (p. 59).

Solo il presente deve esistere, “Ma forse bisogna estinguere non solo la vanità di successo bensì ogni volere, pure la volontà del bene che sorrideva in quegli occhi scuri, pure l’esigenza del valore, perché ogni esigenza incalza e brucia il presente…[…] Anzi anche il mare è troppo, perché gli rilancia la grande promessa di felicità e la grande ricerca di significato, che – come ogni ricerca- soffoca la felicità. Meglio la terra, torpida sotto il piede” (p. 60).

Enrico riceve poche e scelte visite, tra cui quella del poeta Biagio Marin; invecchia, infine scivola nell’oblio e si dissolve nel 1959.

La sua morte era stata retrodatata di ventisei anni. La sua volontà di dissoluzione e di annullamento era stata così forte da farlo scomparire anzitempo agli occhi del mondo.

Enrico Mreule rimane una figura inquietante e disperata, recuperata dalla magica prosa di Magris e riportata alla luce da quel niente tanto pervicacemente perseguito.

Storia di un’amicizia, di un sodalizio tra giovani intellettuali sorto in una soffitta e capace di valicare ogni confine, anche quello della morte. Incarnazione nell’uno dell’ideale teorizzato dall’altro. Un legame forte. E un sospingersi sempre più verso il niente, desiderandolo e cercandolo con ostinazione.

Fino alla naturale dissoluzione, allo smarrimento di sé e della memoria stessa. Allora forse si raggiunge pace. E felicità nell’oblio più assoluto.

Con uno stile raffinatissimo e una prosa affascinante, Magris ricostruisce in questo breve libro la storia di Enrico Mreule, giovane letterato goriziano, grecista, amico di Carlo Michelstaedter e di Nino Paternolli. I tre avevano costituito un autentico sodalizio umano e intellettuale, si ritrovavano nella soffitta di Nino a leggere e a discutere di filosofia e letteratura.

Carlo si era subito rivelato come colui che sapeva elaborare e collocare nella giusta luce le immagini:”Un’immagine che passa per la testa e cade nel nulla se non viene raccolta da qualcuno che la sa mettere al posto giusto e farla risplendere. Forse è stato anche uno degli apostoli a mostrare a Gesù, così per caso e senza capire, un giglio del campo. Lui e Nino portavano tante note in quella soffitta, le prendevano dovunque, dentro di sé, sui visi della gente, dalle foglie gialle degli ippocastani di Piazza Ginnastica, ma è Carlo che con quelle note sparse sapeva fare una nona sinfonia” (p. 14)

Si era creato un legame intenso e profondo, forte.

Nel 1910 Enrico decide di partire  per la Patagonia.

Le pagine iniziali del testo di Magris ce lo mostrano in piena navigazione sull’Atlantico, di notte, mentre osserva l’oceano e ripercorre la sua vicenda:

“Ora, intorno a lui, nient’altro che il mare. […] Sono ore e ore che sta sul ponte, immobile, mai stanco di quelle cose che non cambiano.” (pp. 9-10)

Enrico si lascia avvolgere dal vento della notte e dal rumore del mare, con noncuranza si libera da pensieri e rimorsi e naviga nella grande distesa, perseguendo il niente, annullando desideri e passioni. Incarnando quell’ideale che Carlo andava teorizzando, Carlo che era rimasto a Gorizia a scrivere ed elaborare il suo pensiero, e col quale Enrico ha un rapporto empatico.

“Carlo gli aveva detto che, nell’ora in cui la nave doveva salpare, sarebbe salito sull’abbaino della soffitta per guardare, nella sera che si spegneva, in direzione di Trieste, là dove lui, Enrico, partiva, quasi i suoi occhi potessero frugare nel buio e salvare le cose dall’oscurità, lui che aveva insegnato che filosofia, amore della sapienza indivisa, vuol dire vedere le cose lontane come fossero vicine, abolire la brama di afferrarle,  perché esse semplicemente sono, nella grande quiete dell’essere. Chissà com’era il suo viso, mentre si sporgeva dalla finestra, gli occhi neri nella notte, se non c’era un’ombra di impersuasa malinconia per la sua partenza e amaro desiderio di fermare la sua corsa, che pure aveva tanto, forse troppo ammirata.” (p. 13)

Enrico ricorda la loro vita di giovani, le ragazze: Paula, la sorella di Carlo; Fulvia, Argia, la fidanzata di Carlo, le gite in barca.

Notazioni cromatiche e paesaggistiche vivissime evocano lo sfondo in cui si muovono le figure umane.

Enrico trascorre intanto i suoi giorni sulla nave , quasi al di là dal tempo:

“I giorni si sovrappongono, si confondono e si cancellano”. (p. 25)

Enrico sbarca a Las Palmas, ha fugaci incontri amorosi, gode e dimentica subito dopo, sembra fluttuare nel nulla e nell’assoluta ricerca di anonimato, vuole realizzarsi per riduzione, smettere di desiderare, scomparire quasi.

La sua è una continua dialettica col niente, sempre sul confine della dissoluzione.

Enrico è l’incarnazione di ciò che Carlo teorizza e così le loro due figure s’alternano tra le pagine, in una sorta di corrispondenza biunivoca. L’uno sceglierà il  suicidio, l’altro una vita schiva e solitaria.

Enrico, giunto in Patagonia, va a fare il gaucho: vive con lo stretto indispensabile in ampi spazi, circondato da una grande solitudine, a contatto con la natura.

La Patagonia è terra battuta dai venti, illuminata da vasti tramonti, selvaggia, terra di confine come la patria di Enrico.

I contatti umani sono pochi e scarse anche le lettere di Enrico agli amici lasciati in Italia. Rifiuta di fare il maestro in una scuola sudamericana perché “ogni sapere è rettorica, e insegnarlo ancora peggio” (p. 33).

Niente discepoli, niente legami, Enrico vive da solitario, da distaccato da tutto e da tutti “non si cura di quello che succede a Gorizia” (p. 40).

“Non conta i giorni né le settimane, calcola il tempo secondo unità più elastiche e labili, la prima folata di nevischio, lo scolorire dell’erba, il periodo dell’accoppiamento  del guanaco” (p.  42).

Riceve posta da Carlo, che in lui ripone speranze, vede realizzarsi un Ideale.

“Sì, il cuore è rimasto a Gorizia, dov’è Carlo, ma si vive benissimo senza il cuore, come con una gamba o una mano di legno; basta fare un po’ d’esercizio e dopo un po’ si monta di nuovo in sella senza difficoltà, solo che è difficile spiegarlo”(p. 35).

Enrico si sente “una forma cava, l’impronta di qualcosa che gli è stata portata via” (p. 36).

Carlo si sparerà con la pistola che gli ha lasciato Enrico, lui lo verrà a sapere un anno dopo da una lettera di Nino.

Enrico si ritrova ad essere l’erede e l’incarnazione del pensiero di Carlo. Lui è l’uomo «persuaso», l’uomo libero “cui le cose dicono «tu sei» e che gode solo perché è, senza nulla chiedere né temere, né la vita né la morte, pienamente vivo sempre e in ogni istante, pure nell’ultimo” (p. 44).

A Enrico pesa quest’incarico, lui cerca solo il niente, il torpore dei giorni uguali, senza orologi, senza impegni, in una sorta di perenne anonimo fluttuare.

Nella pampa Enrico si ammala due volte di scorbuto: decide allora di tornare in patria, nel 1922 è a Gorizia, poi a Umago e soprattutto a Salvore, in Istria, al mare.

Insegnerà greco e latino in seminario e darà lezioni private, si sposerà, ma il matrimonio non avrà lunga durata per lo stile di vita eccessivamente spartano imposto da Enrico alla moglie. Niente figli, né discepoli. Alla fine solo la dedizione di un’altra donna accompagnerà Enrico nell’ultima fare della sua vita.

Nel frattempo si dipaneranno le vicende della storia: il fascismo, la seconda guerra mondiale, i partigiani, Tito, ma Enrico è sempre un isolato, estraneo a tutto, vive del solo presente. Verrà anche arrestato e picchiato dai titini e poi rilasciato.

La filosofia di Carlo continuerà ad essere presente, come se  lui fosse vivo con i suoi occhi scuri e vivaci:

“La persuasione, dice Carlo, è il possesso presente della propria vita e della propria persona, la capacità di vivere pienamente l’istante, senza sacrificarlo a qualcosa che ha da venire o che si spera arrivi quanto prima, distruggendo così la vita nell’attesa che passi più presto possibile. Ma la civiltà è la storia degli uomini incapaci di vivere persuasi, che costruiscono l’enorme muraglia della rettorica, l’organizzazione sociale del sapere e dell’agire, per nascondere a se stessi la vista e la coscienza del loro vuoto” (p. 59).

Solo il presente deve esistere, “Ma forse bisogna estinguere non solo la vanità di successo bensì ogni volere, pure la volontà del bene che sorrideva in quegli occhi scuri, pure l’esigenza del valore, perché ogni esigenza incalza e brucia il presente…[…] Anzi anche il mare è troppo, perché gli rilancia la grande promessa di felicità e la grande ricerca di significato, che – come ogni ricerca- soffoca la felicità. Meglio la terra, torpida sotto il piede” (p. 60).

Enrico riceve poche e scelte visite, tra cui quella del poeta Biagio Marin; invecchia, infine scivola nell’oblio e si dissolve nel 1959.

La sua morte era stata retrodatata di ventisei anni. La sua volontà di dissoluzione e di annullamento era stata così forte da farlo scomparire anzitempo agli occhi del mondo.

Enrico Mreule rimane una figura inquietante e disperata, recuperata dalla magica prosa di Magris e riportata alla luce da quel niente tanto pervicacemente perseguito.

(Claudio Magris)

 

 « La vita – diceva Pistorius, il nostro maestro di grammatica, accompagnando con gesti rotondi e pacati le citazioni latine in quella stanza tappezzata di un rosso che la sera s’incupiva e si spegneva, brace dell’infanzia che ardeva nel buio – non è una proposizione o un’asserzione, ma un’interiezione, un’interpunzione, una congiunzione, tutt’al più un avverbio. »
(Claudio Magris, Alla cieca (2005))

Ha insegnato letteratura tedesca prima presso l’Università di Torino, poi presso quella di Trieste. Impostosi giovanissimo all’attenzione della critica con Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna (1963, elaborazione della tesi di laurea), è stato fra i primi a rivalutare il filone letterario di matrice ebraica all’interno della letteratura mitteleuropea, e all’interno di una prospettiva metalinguistica, con Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale (1971). Danubio (1986), forse il suo capolavoro, lo consacra come uno dei massimi scrittori italiani contemporanei.

Con questo libro vince il Premio Bagutta nel 1986 e successivamente il Premio Strega nel 1997 con il romanzo Microcosmi e il Premio Principe delle Asturie nel 2004 nella sezione Letteratura e nel 1999 gli vengono assegnati il Premio Chiara alla carriera e il Premio letterario Giuseppe Acerbi, Premio speciale per la saggistica, nel 2007 vince il Premio Mediterraneo per stranieri con À l’Aveugle.

Di fede repubblicana, è stato senatore dal 1994 al 1996 eletto nella “lista Magris”, collegata alla coalizione dei Progressisti. Nel 2006 è divenuto cittadino onorario di Monfalcone. Magris veniva dato come favorito dall’agenzia di scommesse inglese Ladbrokes per la vincita del Premio Nobel per la letteratura 2007, assegnato poi alla scrittrice inglese Doris Lessing. Il 18 ottobre 2009 Claudio Magris viene premiato a Francoforte con il prestigioso premio per la pace «Friedenspreis des deutschen Buchhandels».

È collaboratore del Corriere della Sera. Nel 1960 ha sposato la scrittrice Marisa Madieri (1938-1996), che gli ha dato due figli, Francesco e Paolo. Dopo essere rimasto vedovo si è risposato con la scrittrice triestina Jole Zanetti.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi