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Il momento del cuore… poesie di Matilde Maisto

settembre 26th, 2012 // 10:43 pm @

 
GLI INNAMORATI

Camminano
a due, a due
mano, nella mano
stretti,

nei vicoli stretti. Per tetto solo il cielo
con una falce di luna
e mille e mille stelle.

Gli occhi, negli occhi,
si baciano in piedi
appoggiati ad invisibili pareti.

Si baciano, non ci sono per nessuno,
sono soli nell’abbagliante splendore
del loro grande amore.

(Matilde Maisto 13 Settembre 2012)

 
 
 
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CERCAMI Non arrenderti mai
CERCAMI…

Cercami in un cantuccio del tuo cuore
Cercami tra le pieghe dell’animo
Cercami nel silenzio assordante
Cercami tra i veli del ricordo
Cercami in tutte le tue malinconie
Cercami nella gioia e nel dolore
Cercami in ogni sentiero, in ogni zolla
Cercami sulle cime più alte dove nasce il sole Cercami ancora ed ancora…
urla il mio nome, quello che conosci solo tu
chiamami amore
ED IO CI SARO’!(Matilde Maisto 11.9.2012)

Category : Poesia

Nostalgia di Nazim Hikmet

settembre 26th, 2012 // 10:29 pm @

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno

durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell’afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.

Nazim Hikmet

In sottofondo: ” Nostalgia ” – Yanni

 

 

Category : Poesia

“L’ignoranza” di Milan Kundera

settembre 26th, 2012 // 10:25 pm @

“La stessa nozione di patria, nel senso nobile e sentimentale del termine, è infatti legata alla relativa fugacità della nostra vita, che ci mette a disposizione troppo poco tempo perché possiamo affezionarci a un altro paese, ad altri paesi, ad altre lingue.”

Che cos’è la patria dopo vent’anni di separazione? Che cosa significa la memoria e come può essere condivisa? Su questi temi si costruisce la storia dell’ultimo romanzo di Kundera, L’ignoranza. Nelle vicende di una donna e di un uomo che, dopo aver vissuto per oltre vent’anni lontani da Praga in esilio volontario e con storie tra loro lontane, avendo in comune solo un dimenticato amore adolescenziale conclusosi burrascosamente, ritornano, nella terra d’origine e, casualmente, si rincontrano.
La donna, Irena, ha vissuto a Parigi, fuggita dalla madrepatria col marito perché questo si sentiva minacciato (la scelta quindi dell’esilio non era stata sua, ma solo accettata o subita), rimasta vedova e poi legatasi a un altro uomo, decide, su pressioni esterne e non per autentica esigenza, di tornare a Praga, alla caduta del regime comunista.
L’uomo, Josef, fa il veterinario e anche per lui sono stati più di venti gli anni di soggiorno lontano dalla patria. La sua nuova vita si è svolta in Danimarca, lì ha amato una donna, si è sposato, è rimasto vedovo. Poco prima della morte, la moglie (il comunismo era crollato in tutti i paesi dell’Est) lo aveva sollecitato a tornare; sarebbe andata con lui, avrebbe visto per la prima volta quel mondo conosciuto da lei solo attraverso le parole del marito, avrebbero condiviso nuovi ricordi, ma questo progetto si era spezzato contro la realtà della morte. Josef però aveva deciso di rispettare ugualmente questo suo ultimo desiderio, sarebbe stato come condividere ancora qualcosa con lei. Prendere l’aereo, viaggiare, soprattutto tornare, significa ripercorrere nella mente nomi, volti e luoghi del passato: non c’è felicità in tutto ciò, solo imbarazzo. E “l’ignoranza” delle trasformazioni che sono avvenute in tanti anni negli amici, nei rapporti, nelle vite di tutti rendono difficile ogni incontro.
Il patrimonio di ricordi di vent’anni si racchiude in pochi momenti di vita, ognuno (dice Kundera) ricorda solo attimi significativi del proprio vissuto: di una intera storia d’amore possono restare solo alcuni attimi, poche immagini, qualche parola. E anche dell’infanzia e dell’adolescenza ciò che dura nella memoria non è uguale per tutti, dipende dal peso che a certi episodi soggettivamente si è dato. Così anche la fama degli uomini può svanire, ma questo non dipende solo dall’ordine di grandezza della personalità in questione, quanto dall’intelligenza, dalla sensibilità dei posteri.
I due protagonisti (maggiore attenzione è forse data dall’autore alla donna) si incontrano casualmente: Irena riconosce subito nell’uomo il ragazzo per amore del quale aveva desiderato la morte; Josef sta al gioco ma non sa (e non saprà mai) chi sia quella donna. L’incontro è di pochi minuti, ma qualcosa li accomuna, li unisce, così fissano un successivo appuntamento. Entrambi avevano, dentro di sé, paragonato la loro vicenda a quella di Ulisse. Aveva davvero desiderato il ritorno a Itaca? O anche per lui il lungo nóstos aveva rappresentato una necessità morale? E Penelope, ritrovandolo, lo avrà davvero amato di nuovo?
Gli amici, gli altri, non riescono (se si esclude N., l’amico di Josef) a porre le domande giuste o ad avere un autentico interesse per le esperienze successive all’allontanamento dalla patria, vissute in luoghi lontani e ignoti.
Il forte senso di estraneità, la sensazione di avere altrove la propria dimensione più vera svanisce in Irena quando incontra, all’appuntamento prefissato, Josef: un’intesa immediata, una sintonia rara, il desiderio che si accende e infine l’amore, intenso, inebriante, dimentico delle mille barriere erette nel tempo. Anche l’uomo è sereno, rivive emozioni e sensazioni che credeva spente da sempre: ma c’è una sostanziale distanza tra i due, lui ignora chi sia la donna con cui sta vivendo quel momento prodigioso, mentre lei si illude di un insperato recupero del passato. Quando l’equivoco viene alla luce, il prodigio si spezza, ritorna la sofferenza e la fatica e non resta che tornare a quella che forse è la vera “patria”, quella che è il presente e con cui è più facile confrontarsi, oppure accettare gli affetti noti, la propria conosciuta realtà.
Come sempre in Kundera, i momenti di riflessione si intrecciano con le vicende: un po’ di filosofia, qualche idea illuminante, molta capacità di collegare il particolare al generale. La lettura così dà al lettore la sensazione di un’esperienza arricchente, di un impegno intellettuale anche laddove il messaggio non sia del tutto originale o particolarmente profondo. La brillante scrittura dell’autore ceco favorisce una lettura rapida e partecipe del libro, e permette sia di avere uno strumento in più di comprensione del nuovo mondo emerso dalla società dei Paesi dell’Est a conclusione dell’esperienza socialista, sia di fermarsi a riflettere su che cosa possa significare per ognuno passato, patria, bisogni e speranze.

L’ignoranza di Milan Kundera
Titolo originale: L’ignorance

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

Il Milionario modello e altri racconti di Oscar Wilde

settembre 26th, 2012 // 10:22 pm @

 

 Nei racconti Oscar Wilde dà prova della sua arte di sublime narratore. L’ironia acuminata, i sofisticati aforismi rivivono in tre ritratti spregiudicati della società vittoriana: un gentiluomo inseguito dal Fato, una misteriosa “Gioconda in zibellino”, un giovanotto dalla sorprendente fortuna.

Il gusto del paradosso esalta splendori e miserie della condizione umana.

 

IL MILIONARIO MODELLO

 

La storia, descritta con uno stile velatamente ironico ma delicato, è anche improntata a un certo raffinato decadentismo, tipico di Wilde. Il breve racconto (non più di quattro o cinque pagine) narra la storia di un giovane bello e di modeste risorse che, grazie ad un incredibile, quanto inaspettato colpo di fortuna, riesce ad arricchirsi ed a coronare il suo sogno d’amore. Il gioco della narrazione sta proprio nel finale totalmente a sorpresa che ribalta improvvisamente le prospettive che avevano fino ad un instante prima ingannato il lettore.

Hughie, così si chiama il giovane, è il figlio di un cavaliere, discende quindi presumibilmente da una famiglia nobile, i cui fasti sono stati notevolmente ridimensionati (il padre non lascia al figlio che la spada di cavaliere e qualche libro). Totalmente negato nelle attività imprenditoriali, e quindi incapace di far soldi col proprio lavoro, dopo aver tentato con le attività più disparate di crearsi una propria forma di sostentamento («Aveva provato a far di tutto[…] Si era messo in Borsa per sei mesi, ma che cosa può fare una farfalla, tra tori e orsi?…»), Hughie si rende conto di essere impedito, nel coronare il suo sogno d’amore, sposare Laura, la figlia di un ex colonnello in pensione, dalle sue scarse rendite.

Tutto questo fino a quando, un giorno, entrando nello studio di un suo amico pittore, Trevor, non fa uno strano incontro con un modello che sta posando per un quadro, con tutta l’apparenza di un perfetto mendicante. Mosso a compassione dalla miseria di costui, Hughie, dallo spirito solitamente poco pratico ma generoso, gli regala una sovrana d’oro, pur non trovandosi certamente nelle condizioni da potersi permettere simili elargizioni.

La sera stessa, rincontrato l’amico Trevor, egli viene a sapere che quel modello dall’apparenza di mendicante, che in seguito al suo gesto di generosità, aveva voluto sapere tutto di lui, non è affatto un poveraccio, bensì uno dei più ricchi uomini d’affari d’Europa, che per eccentricità, si faceva dipingere in foggia di mendico. Appreso l’errore commesso, Hughie si dispera, temendo di aver offeso l’orgoglio di quell’uomo potentissimo, e si dà del disgraziato. Le sue convinzioni e i suoi timori si acuiscono ancora di più quando, il mattino successivo si vede arrivare a casa un portavoce del barone Hausberg, l’uomo che lui aveva scambiato per un bisognoso ed a cui aveva fatto addirittura la carità.

L’elemento di sorpresa interviene al momento in cui si scopre che il portavoce del barone non è venuto per esigere scuse da Hughie, ma per recapitargli, in premio alla sua generosità, un assegno di diecimila sterline che consentiranno al giovane il matrimonio.

Il racconto si conclude con una frase ad effetto, in cui è finalmente spiegato il gioco di parole del titolo: «Alan [si tratta di Trevor] osserva: I modelli milionari sono abbastanza rari; ma, per Giove, i milionari modello lo sono ancor di più!».

Con uno stile scorrevole e delicato, non privo di qualche francesismo qua e lа, Wilde ci dà in questo racconto un buon saggio della sua prosa ironica e raffinata al tempo stesso.

 

IL DELITTO DI LORD ARTHUR SAVILE  (Miss Fletcher)

Scritto da Oscar Wilde nel 1887, questo breve racconto è una gemma.
Il sottotitolo, serio e severo, recita: Uno studio sul dovere.
Sì, perchè il protagonista, Lord Arthur Savile, si trova a dover compiere, suo malgrado, un dovere tanto sgradito quanto imprevisto: commettere un omicidio.
La vicenda ha  inizio ad un ricevimento, tenuto nella magione di Lady Windermere, colei che, con il suo celebre ventaglio, sarà l’indimenticabile primadonna di una fortunata commedia di Wilde.
Tra gli invitati, un certo Septimus Podgers, chiromante di fiducia dell’eccentrica padrona di casa che, nutrendo per lui una fiducia cieca, si appresta a trascorrere un intero anno su una mongolfiera, essendole state predette sventure sia per mare che per terra.
Così Lady Windermere, entusiasta, presenta l’uomo ai suoi ospiti, insistendo perchè questi si facciano leggere la mano e loro, uno ad uno, volentieri si sottopongono all’esperimento.
Anche Lord Artur, ovviamente, cede alla curiosità.
Dapprima gli viene svelato che farà un viaggio, quindi che perderà un lontano parente.
Ma Podgers è un tipo misterioso e non svela tutta la verità, anzi, suscita a tal punto l’interesse del povero Savile, che questi si sente quasi costretto a recarsi nello studio del chiromante,  dove finalmente gli sarà rivelato cosa si legge nel palmo della sua mano: un assassinio.
Il nobiluomo, disperato, si mette a vagare per Londra, cammina tutta la notte, senza meta, è  oppresso dalla preoccupazione per il destino che lo attende e lo sarà ancora, il giorno dopo, quando il suo primo pensiero andrà a Sybil Merton, la fidanzata che è in procinto di sposare.
Quale felicità potrebbe mai attenderli, si chiede affranto Arthur, con questa spada di Damocle dell’omicidio, con il crudele ed ineluttabile fato che lo travolgerà?
Si risolve, pertanto, nel compiere il suo dovere.
E per quanto terribile, non lo considera un peccato, bensì un sacrificio necessario.
Sceglie così, con cura certosina la sua vittima: Lady Clementina Beuchamp, una cara vecchia signora alla quale è molto affezionato.
Crudele? Affatto, tragicomico semmai.
La signora è molto malata e Savile, recandosi in visita da lei, le porterà in dono una scatoletta d’argento acquistata in Bond Street nella quale, sostiene, è contenuta una medicina miracolosa.
In realtà, in quella scatola c’è una pillola di veleno.
Mirabile e spassoso è il dialogo che intercorre tra Lady Beuchamp e il suo ospite.
E’ uno scambio di battute fulminanti, in cui la signora si domanda quale sia il momento più opportuno per assumere quel nuovo farmaco, convincendosi che forse le conviene preservarlo per quando avrà il prossimo attacco.
E lui, l’aspirante assassino, affabile, le chiede quando prevede che avverrà.
E insiste, con bel modo, le domanda, quasi ansioso, se sia proprio certa che entro un mese un nuovo attacco la coglierà, deve accertarsi, con la dovuta cautela, che tutto si svolga come destino vuole.
Non sarà così, ahimé, la povera Clementina perirà di morte naturale e la pasticca letale finirà tra le mani di Sybil, prima che Arthur si affretti a gettarla nel fuoco.
A Lord Savile tocca a questo punto trovare una nuova vittima.
E Wilde, con il consueto garbo scrive: quindi riguardò la lista dei suoi amici e parenti e, dopo attenta considerazione, si decise a far saltare in aria suo zio, il decano di Chichester.
A lui Lord Arthur fa recapitare un orologio esplosivo, pensando così di aver risolto, una volta per tutte, il suo spinoso problema.
Viste le premesse, non vi sarà difficile immaginare che le cose non andranno proprio come previsto dallo sfortunato Savile, ma non voglio rivelarvi tutti i particolari di questo racconto sagace e pungente, lascio a voi scoprire in che modo Arthur si libererà del destino scritto per lui.
Sposerà la sua Sybil e, scrive Wilde , il loro amore non fu ucciso dalla realtà. Si sentirono sempre giovani.
E’ breve questo racconto, ma,  come sempre, è  ricco di motti arguti, di stilettate beffarde, di battute taglienti e della grande saggezza di Wilde.
In fondo, par di capire, che altro è la vita, se non una recita?
Così sembra che sia e ciascuno, volente o nolente, ha la sua parte.
Lo lascio spiegare a Oscar, con un brano tratto da questa sua opera,  ennesima brillante perla di perfezione stilistica.

Gli attori sono così fortunati.
Possono scegliere se recitare in una tragedia o in una commedia, se soffrire o essere allegri, se ridere o sciogliersi in lacrime.
Ma nella vita reale è diverso.
Molti uomini e donne sono costretti a recitare parti per le quali non hanno la minima predisposizione.
I Guildestern personificano Amleto, e i nostri Amleto devono fare i buffoni come il principe Hal.
Il mondo è un palcoscenico, ma i ruoli sono mal distribuiti.

 

LA SFINGE SENZA ENIGMI
La sfinge è da sempre emblema dell’enigma: la tematica dell’autenticità è affidata alla centralità del “SEGRETO” nella costruzione dell’identità di Lady Alroy, la cui storia è presentata dalla vittima inconsapevole di tali misteri, l’ingenuo Lord Murchison.
Il narratore anonimo, che resterà tale per tutto lo svolgimento del racconto, ha in un certo senso il ruolo di “analizzatore”, quasi fosse lui stesso il lettore del racconto, ricomprendo solo nel finale con una lucida sentenza che s-Vela la realtà del mistero con cui la donna s’era fatta veste.
Il tema della VERITA’ si puntualizza dalle prime righe attraverso la descrizione del Lord 1: un seguace dei Tory, del Pentateuco e della Camera dei Lord. Si profila dunque un personaggio bel lontano dl “pensiero di massa” e quindi dalla massificazione delle influenze che si stava sviluppando in quel periodo.
Lady Alroy è una donna dalla perturbante bellezza: la sua fotografia mostra, nello sguardo assente e nel sorriso penetrante, la presenza di un segreto. Una Gioconda, manifesto simbolo d’ambiguità e mistero.
Il primo casuale incontro avviene in Bond Street ed emblematico è l’utilizzo di questa particolare via: Bond Street è infatti una delle principali strade dello shopping londinese, dove ora hanno luogo in particolare negozi d’arte e artigianato, e dove ha sede la “Fine Art Society’ (dal 1876) e la “Sotheby’s. Non pare dunque essere accidentale la scelta di questo luogo per il primo incontro: ricordando l’evento cardine del Crystal Palace del 1851, che segnò definitivamente l’inizio della logica del consumismo e del commercio degli oggetti non più per necessità ma per pura estetica e desiderio, Lady Alroy potrebbe in tal senso essere paragonata all’oggetto feticcio e al suo nuovo potere di fascinazione che proprio all’epoca stava prendendo piede.
Dopo averla assiduamente cercata invano per il ‘Solito Row’ 2, rassegnato il Lord arriva a considerare la sua “belle inconnue” un mero sogno (sottolineando l’accostamento positivo fra “sogno” e “sconosciuto”).
E’ ancora per caso che avviene il secondo incontro, ad una cena, dove la donna alimenta il suo alone di mistero: arriva in ritardo, parla a bassa voce e chiede al Lord di non accennare ad alcuno di averla vista per strada.
Il segreto di Lady Alroy3 alimenta l’incontenibile curiosità del Lord, rimasto inevitabilmente vittima di quella “vaga atmosfera di mistero che la circondava”.
Dopo un primo appuntamento al quale la donna non si presenta, infelice e turbato Lord Murchison le indirizza una lettera sperando di poterla incontrare nuovamente. Sulla scia dell’enigma Lady Alroy, acconsentendo al nuovo appuntamento, prega il Lord di non indirizzare più la posta a quell’indirizzo, evitando ovviamente di giustificare la sua richiesta, alimentando così ulteriormente la trepidazione del Lord.
Nonostante i successivi incontri fra i due amanti, l’atmosfera misteriosa e inavvicinabile che circondava la donna non accennava a calare: Lord Murchison la paragona agli “Strani Cristalli” che si vedono nei musei, opachi e trasparenti a seconda della loro posizione 4.
C’è una forte ambiguità nei sentimenti del Lord stesso:
« Amo così tanto la sua persona nonostante i suoi segreti o la amo proprio per via dei suoi segreti? »5
Deciso a chiederla in moglie, persuaso che il matrimonio avrebbe posto fine ai suoi misteri, si diedero appuntamento per la settimana seguente. Poche ore prima dell’incontro però, passeggiando ‘casualmente’ per strada, Lord Murchison scorge la donna entrare in una casa, con il viso coperto da un fitto VELO. Nell’entrare nella casa perde un fazzoletto, che il Lord raccoglie e conserva nella tasca.
Convinto di aver svelato la presenza di un uomo nel suo mistero, il Lord pretende spiegazioni, Verità.
Furibondo e indispettito il Lord non crede alle parole della donna, che nega di aver visto qualcuno, e se ne và lasciandola in un torrente di lacrime.
Il giorno seguente si rifiuta di leggere la lettera di Lady Alroy, rispedendola alla mittente ancora sigillata. Decide dunque di imbarcarsi per la Norvegia.
Al ritorno scopre la notizia della morte della donna “che aveva tanto amato”.
Logorato dalla curiosità di scoprire (di S-VELARE) il mistero, decide finalmente di recarsi alla casa che custodiva il segreto: “Si sedeva sul divano, LEGGENDO e bevendo talvolta del Te”.
Si conclude così il racconto, con ancora un velo di dubbio nella mente del Lord, che con un «Chissà?» dimostra la sua incertezza alla sentenza dell’amico, l’anonimo narratore, per il quale non ci sono dubbi:
« LADY ALROY ERA SEMPLICEMENTE UNA DONNA CON IL PALLINO PER IL MISTERO, CHE SI ERA COSTRUITA UN SEGRETO PER POTERSI ILLUDERE DI ESSERE UN’EROINA DA ROMANZO, MA ESSA STESSA NON ERA ALTRO CHE UNA SFINGE SENZA SEGRETI».
Vale la pena puntualizzare alcuni segnali che Wilde ci offre durante la narrazione:
•    Innanzitutto si constata il definitivo abbandono dell’ambientazione gotica. Nonostante il racconto abbia numerosi punti in comune con “Il Velo Dissolto” di G. Eliot, quali il Velo che copre il volto della donna e il tema del segreto, non è presente in Wilde alcuna svolta di carattere gotico: né è un lampante esempio il colore giallo associato al primo casuale incontro (Lady Alroy è seduta all’interno di una macchina gialla)
•    La presenza, affatto inusuale nei romanzi di Wilde, della “pericolosità del libro”: la narrazione non a caso ha inizio mentre i due amici percorrono una strada in direzione della Madeleine, chiesa parigina inizialmente costruita per ospitare la Biblioteca Nazionale. Si dice in seguito che Lady Alroy leggesse seduta sul divano e la sentenza finale del narratore anonimo non lascia dubbi: “voleva illudersi d’essere un’eroina da romanzo”
•    Alla donna è associato il simbolo della luna: la sua apparizione alla cena è descritta con “entrò come un raggio di luna” e il simbolo ricompare sotto forma di “pietra di luna” che portava sempre, quasi ad indicare che la donna, analogamente alla luna, non brillasse di luce propria, bensì avesse bisogno di un sole – segreto per emanare luce
•    Significativa è la perdita del fazzoletto di Lady Alroy nel momento in cui viene “s-velata” dal Lord: troviamo ancora una volta la tematica della “perdita del Velo”

1« Lord Murchison sarebbe stato il migliore fra gli uomini se solo non avesse sempre detto la verità»

2 In originale Wilde scrive “Wretched Row”, plausibile gioco di parole sul nome del célèbre viale di HYDE Park, il “Rotten Row”

3 Si noti che anagrammando Alroy sortisce “Royal” che può significare sia“regale” che “reale”, evidenziando l’ambiguità della donna.

4 Altro riferimento, ancora più esplicito, alla fascinazione degli oggetti e al Crystal Palace.

5 Wilde sottolinea ancor più esplicitamente questa tematica nel Dorian Gray, innamorato del ruolo d’attrice di Sybil ma non della sua autenticità.

 

Oscar Fingal O’Flahertie  Wills Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900) fu un celebre poeta, aforista, scrittore, drammaturgo, giornalista e saggista irlandese.
Autore dalla scrittura apparentemente semplice e spontanea, ma sostanzialmente molto ricercata ed incline alla ricerca del bon mot, con uno stile talora sferzante e impertinente egli voleva risvegliare l’attenzione dei suoi lettori e invitarli alla riflessione. È noto soprattutto per l’uso frequente di aforismi e paradossi, per i quali è tuttora spesso citato.
L’episodio più notevole della sua vita, di cui si trova ampia traccia nelle cronache del tempo, fu il processo e la condanna a due anni di prigione per avere violato la legge penale che codificava le regole morali in materia sessuale della sua stessa classe sociale.
Molti i libri scritti sulle sue vicende e sulle sue opere, tra le quali, in particolare, i suoi testi teatrali, considerati dai critici dei capolavori del teatro dell’800.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

“Lo specchio cieco” – “Il capostazione Fallmerayer” di Joseph Roth

settembre 10th, 2012 // 10:25 pm @

Sinossi

Lo specchio cieco e altri racconti raccoglie diversi testi narrativi scritti con pathos e intensità da Joseph Roth, negli anni successivi alla prima Guerra mondiale. Vi sono ritratte figure destinate al fallimento, alla rinuncia, al naufragio, imprigionate nella strettoia invalicabile della loro mediocre condizione sociale, condizionate da un sistema sociale gerarchico e impietoso che le condanna all’infelicità. Con grandiosa maestria Roth prefigura la condizione di annichilimento che porterà presto l’Europa davanti a una delle più grandi catastrofi del Novecento. In questo orizzonte “fare carriera” significa scegliere un lavoro che dia abbastanza soldi per morire, “avere un figlio” equivale ad abdicare alla vita e ad abolire l’amore e la felicità. I protagonisti di questi racconti si confrontano drammaticamente con la loro misera condizione sociale, che li rende subalterni delle classi nobili, inchiodati al dovere verso i valori consacrati e all’obbedienza nei confronti dei ceti superiori.

Lo specchio cieco (1925), capolavoro lirico, è la storia della giovane Fini che,  in una Vienna, incupita dalla guerra, diventa donna e, poco più che bambina, scivola nel misterioso mondo delle passioni infelici e fatali. Personaggio femminile descritto dall’autore con grande pietas e capacità introspettiva.

… Cadde nell’acqua, mandò ancora un grido sommesso, sprofondò giù e la corrente la portò con sé, nascondendola agli sguardi della gente. La trovarono tre miglia più avanti. Il corpo gonfio, con ninfee bianche e piante verdi tra i capelli, la bocca semiaperta….

Il capostazione Fallmerayer (1933) narra la travolgente passione di un uomo comune per una donna aristocratica. Risoluto a trasformare il suo sogno d’amore in realtà, egli riesce, superando ogni barriera sociale, a conquistare la donna oggetto del suo desiderio. Alla fine ritrova, con un gesto leale, la propria umanità e integrità. Tuttavia, un incidente ferroviario dischiude al capostazione Fallmerayer l’opportunità di una vita diversa.

Il singolare destino del capostazione austriaco Adam Fallmerayer merita, senza dubbio, di essere annotato e fissato sulla carta. Si rovinò la vita, che, detto per inciso, non sarebbe mai stata brillante – e forse nemmeno sempre felice – in un modo sorprendente. Sulla base di tutto ciò che gli uomini possono sapere gli uni degli altri, sarebbe stato impossibike predire a Fallmerayer un destino insolito. Eppure questo lo colse e lo afferrò – e lui stesso sembrò abbandonarvisi addirittura con una certa voluttà…

In due racconti magistrali, affiora la lotta sommessa tra dovere e desiderio, lusinghe di passioni fatali e un triste destino di rinunce, mentre si prefigura l’inabbissarsi di un mondo che è al tempo stesso l’Impero asburgico e la civiltà ebraica dell’Europa orientale. Fra i grandi del Novecento, Joseph Roth più di ogni altro coltiva il gesto inconfonsibile del narratore.

 

 

Joseph Roth nasce in Galizia nel 1894. Cresciuto in un ambiente ebraico ortodosso, studia letteratura tedesca a Vienna e si arruola da volontario nella Grande Guerra. Giornalista e scrittore di successo, grande viaggiatore, dopo aver vissuto a Berlino lascia la Germania in seguito all’ascesa al potere di Hitlet. Muore a Parigi nel 1939. Tra i suoi capolavori “Fuga senza fine (1927)” – “La Marcia di Radetzky (1932)” – “La cripta dei Cappuccini (1938)” e “La Leggenda del santo bevitore (1939)”, portato al cinema nel 1988 da Ermanno Olmi, Leone d’Oro al Festival di Venezia.

Category : Racconti/Romanzi

“La strana casa nella nebbia e altri racconti” di Howard Phillips Lovecraft

settembre 10th, 2012 // 10:21 pm @

 

“Ogni mattina, dietro le scogliere di Kingsport, dal mare si alza la nebbia.

Candida e spumeggiante, raggiunge in cielo le nuvole sue sorelle, portando segni di teneri pascoli ed antri di leviatani.
Quando cadono poi le ultime piogge dell’estate, picchiando sui tetti scoscesi dei poeti, le nuvole fanno evaporare quei sogni e li inviano agli uomini, perché questi non possono vivere senza fantasticare di antichi e bizzarri segreti, e di conversazioni meravigliose scambiate di notte dai pianeti.
Quando i sogni volano come un fiume verso le grotte dei Tritoni, e le conchiglie delle città sottomarine suonano melodie segrete apprese dagli Antichi, si concentrano grossi banchi di nebbia in un cielo gravido di antiche leggende, e chi guarda le scogliere in direzione dell’oceano, non vede che un vapore latteo, come se la barriera degli scogli fosse l’orlo del mondo, e nell’aria solenne di quel paese stregato sembra di udire il  tintinnio delle boe.
Poi, a nord dell’antico porto di Kingsport, le rocce diventano sempre più alte e indiscrete, e la più settentrionale è sospesa nel cielo come una nuvola scura di aria congelata.
Rimane immota come un punto nel cosmo, perché proprio lì la costa si ritrae improvvisamente verso il possente Miskatonic, le cui acque vi si gettano dalle pianure, superando Arkham e portando le leggende nate nelle foreste ed alcuni ricordi particolari delle colline del New England.
Per i marinai di Kingsport, quello scoglio ha la stessa funzione che assume la Stella Polare per i marinai di altri paesi.
Al calar della notte, certe volte si riesce ad intravedere dietro la sua punta le costellazioni dell’Orsa Maggiore, di Cassiopea e del Dragone.
Sembra che appartenga anch’esso alla volta celeste, e quelle stelle quando sale la nebbia, di giorno o di notte, lo nascondono davvero alla vista degli uomini.
I marinai sono affezionati a quelle rupi a picco sul mare, ad esempio a quello che somiglia ad un profilo che chiamano Padre Nettuno, o quell’altro che chiamano Scala in Salita perché i differenti piani di roccia sembrano dei gradini.
Questo, però, fa loro un po’ paura, poiché è molto vicino al cielo.
I portoghesi approdati sulla costa dopo una lunga traversata, si segnarono il petto nel vedere quello scoglio, ed i primi yankee temevano di salire lassù più del diavolo.
Eppure su quello scoglio c’è una vecchia abitazione, e di sera si possono vedere brillare le luci dalle sue finestre pannellate.
Quella casa è lì da sempre, e la gente crede che vi abiti un uomo che parla alle prime nebbie del mattino, e che vede probabilmente delle cose fantastiche nell’oceano, quando la linea delle scogliere si trasforma nell’orlo del mondo, ed il tintinnio delle boe risuona solenne tra i vapori lattei di quel paese stregato.
La gente lo dice tanto per dire, visto che su quello scoglio misterioso non ci sale mai nessuno, e che gli abitanti del paese evitano con cura di puntarvi il cannocchiale.
Qualche turista estivo ha cercato di curiosare con il proprio binocolo, ma non ha visto che il vecchio tetto grigio, di legno e spiovente, le cui ali sfiorano il basamento cinerino, ed un po’ di luce gialla che, di sera, filtra dalle finestre nascoste dal tetto.
I turisti estivi non credono alla leggenda che in quella casa, da centinaia di anni, viva lo stesso Abitante, ma la gente di Kingsport  non dà ascolto a quegli sciocchi.
Perfino il Vecchio Terribile – lui che parla a minuscoli pendoli  di piombo chiusi nelle bottiglie, che paga l’emporio con antichissime monete d’oro spagnole, e che ha degli idoli misteriosi nel giardino della sua decrepita fattoria di Water Street – sa soltanto che era già tutto così quando suo nonno era giovane.
E dice anche che doveva trattarsi di cose incredibili, quando un Belcher, uno Shirley, un Pownall o un Bernard, era governatore della provincia di Sua Maestà della baia del Massachusetts.
Un’estate venne a Kingsport un filosofo.
Il suo nome era Thomas Olney, ed era un professore dell’università di Narrangasett Bay (…)”.

Il bellissimo racconto The strange high house in the mist, scritto dal solitario di Providence probabilmente verso il 1920, è ricco di immagini straordinarie con i suoi mostri ed i suoi sogni; la fantasia viaggia a mille all’ora ed il brivido sale lentamente dalla spina dorsale fino al cervello.

In questa edizione:

Un sottomarino in balia di forze misteriore. Un musicista straordinario minacciato dall’orrore. Un medico dagli strani disturbi. Un’abitazione fantasma. Dal fondo dell’oceano ai tetti di Parigi, da un’afosa New York alle brume del New England, un faccia a faccia con l’incubo, il viaggio nell’immaginazio di un maestro della letteratura fantastica.

H.P. Lovecraft

« Il sentimento più forte e più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto. »

 

Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937) è stato uno scrittore, poeta, critico letterario e saggista statunitense, riconosciuto tra i maggiori scrittori di letteratura horror insieme ad Edgar Allan Poe e considerato da molti uno dei precursori della fantascienza angloamericana.Autore di numerosi racconti, come Dagon, Il colore venuto dallo spazio, Il richiamo di Cthulhu e L’orrore di Dunwich, e di romanzi, tra cui Il caso di Charles Dexter Ward, Le montagne della follia e La maschera di Innsmouth, oltre ad alcuni racconti in versi, non molto apprezzato dai critici del suo tempo, probabilmente perché troppo straniante, non godette mai di buona fama se non dopo la sua morte. Molte delle sue opere sono state fonte di ispirazione per artisti di tutto il mondo, nella letteratura così come nel cinema e nella musica. Infatti, uno dei maggiori studiosi lovecraftiani, S.T. Joshi, definisce la sua opera come “un inclassificabile amalgama di fantasy e fantascienza, e non è sorprendente che abbia influenzato in maniera considerevole lo sviluppo successivo di entrambi i generi”.

Category : Racconti/Romanzi

Il magico mondo delle fate

settembre 10th, 2012 // 9:46 pm @

 

MAGICHE E MERAVIGLIOSE,

UN MONDO RICCO DI FASCINO

IO RIMANGO SEMPRE INCATATA

DAL MONDO DELLE FATE….

SOGNO O REALTA’????


(foto tratte da Internet)

Category : Favolistica

L’Iris, un messaggio di buona novella

settembre 10th, 2012 // 9:26 pm @

IRIS

NEL LINGUAGGIO DEI FIORI = MESSAGGIO DI BUONA NOVELLA

 

La mitologia greca ha chiamato Iride, la messaggera degli Dei, e cioè  la divinità che, servendosi dell’arcobaleno come passaggio, consentiva il “dialogo” tra Olimpo e Terra. Il fiore dell’iris fu così chiamato perché la molteplicità dei suoi colori ricordava, per l’appunto, i colori dell’arcobaleno. Si narra, anche, che le prime specie di  questo fiore furono trasferite in Egitto dal faraone Thutmosis  dalla Siria. In Italia l’iris è un fiore molto comune nelle campagne toscane;
sembra infatti che proprio sulla base di questo fiore venne ideato lo stemma della città di Firenze, anche se da sempre esso è comunemente conosciuto come giglio fiorentino. Anche il Re Luigi di Francia lo scelse come simbolo del proprio paese. in Giappone l’iris è uno dei fiori nazionali

Category : Pensieri Sparsi