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“Le sabbie immobili” di Giuseppe Pontiggia

ottobre 29th, 2012 // 9:40 pm @

Il ritratto feroce e graffiante della società italiana di fine Novecento, con i suoi tic e le sue ipocrisie, in una raccolta di detti, aforismi, definizioni e brevissimi apologhi. Scritti corrosivi che nel loro efficace sperimentalismo formale confermano l’arte di un grande scrittore, capace di coniugare impegno letterario e rinnovata passione civile.

Pubblicato nei 1991, “Le sabbie immobili” vinse nel 1992 il premio Satira politica, Sezione Letteratura, di Forte dei Marmi. Come già precisato si tratta infatti di una raccolta di detti, aforismi, definizioni, brevissimi apologhi che sotto l’aria ironica e un po’ sorniona dipingono un ritratto feroce e graffiante della società italiana di fine Novecento, con i suoi tic, le sue manie, le sue ipocrisie e lo scintillio di tutto ciò che, pur luccicando, non è certo oro. Questi scritti corrosivi, nel loro libero ed efficace sperimentalismo formale, ci restituiscono sia l’immagine di uno scrittore capace di coniugare impegno letterario e rinnovata passione civile, sia la fotografia di un paese ancora impantanato nelle “sabbie immobili”.

In Le sabbie immobili l’aforisma diventa definizione di una sitazione o di una persona, a partire dalla preziosa e rivelatrice ambiguità di una parola (“Epocale. Mutamento epocale. Ce n’è ogni giorno” oppure “Recitare. Come recita la guida, la legge, la didascalia. In un paese di attori, anche l’orario ferroviario recita”). Quella che Pontiggia descrive è una società con le sue manie, i suoi tic, le sue nevrosi, soprattutto le sue maschere e le sue ipocrisie. Come scrive ancora Ruozzi: “Pontiggia parla con i toni e il registro che gli sono propri: comici, equilibrati, leggeri, spietati. La sobrietà pungente della lingua e il sapiente dosaggio tra la fitta angoscia e l’incoscienza in cui sembrano vivere parecchi protagonisti di questo teatrino sociale rendono ancora più sconsolato il paesaggio di Le sabbie immobili“.

I «capitoli» di questo libro compongono una partitura ilare e feroce, una satira della società italiana – evocata nel titolo – che si sviluppa tra due poli: il linguaggio e il costume.

Diciamo

PROBLEMA – Parola usata per dire che non c’è: non c’è problema. Variante euforica: no problem. Tipica di esistenze assillate da troppi problemi. Ha una funzione liberatoria e per questo ricorre anche quando non è il caso. Mi può portare in via Bixio? Non c’è problema. Poi ci si impiega cinquantacinque minuti. Questo è il problema.

|INCREDIBILE – Usato per attirare l’attenzione su ciò che stiamo dicendo, perciò usato continuamente. Suscita rassegnazione in chi lo ascolta, perchè non si tratta mai dell’incredibile, ma solo di ciò che è scarsamente credibile. Ho fatto un incontro incredibile (detto per «interessante»). Ma l’interesse di chi ascolta è già scemato. Ho conosciuto una donna incredibile. L’interesse è zero. Incredibile è, alla lettera, solo chi lo dice.

SIMPATICO – Riservato a oggetti pregiati, un arazzo fiammingo, un archibugio istoriato, una lucerna romana. Vorrebbe esprimere famigliarità con la cultura e il denaro, ma non ci riesce.

FILOSOFIA – Amata da dirigenti, imprenditori, allenatori. La nostra filosofia. Non è la filosofia che non sono riusciti a frequentare, ma la controfigura con cui possono andare a letto.

DICIAMO – Plurale humilitatis, diverso da quel “noi” maiestatis a cui gli studenti contrappongono un “io” insicuro. «Diciamo» è pacioso e bonario, tende a cooptare gli ascoltatori in affermazioni che riguardano solamente chi le pronuncia. Sornionamente democratico, modestamente capzioso, è usato da tutti, atleti, clinici, capiservizio. È il coro delle individualità negli anni Novanta.

IN QUALCHE MODO – Emergente, anzi emerso. In alcuni intellettuali avalla l’idea che, «in qualche modo», tutto si possa dire e che si possa dire tutto. Che la prigione è l’unico spazio libero che conosciamo. O che il presente è il ricordo del fututo. In qualche modo.

RILEGGERE – Si usa per i classici che si leggono per la prima volta.

EPOCALE – Mutamento epocale. Ce n’è ogni giorno.

| I neologismi euforici

Il problema del nostro tempo pare sia un altro neologismo, il “know how”, il sapere come.
È diventata una locuzione propiziatoria, una giaculatoria sedativa.
Non manca mai nelle riunioni cosiddette progettuali, dove, di fronte a una complicazione, c’è sempre chi annuisce: «È un problema di know how»; e ha l’impressione, condivisa da lui solo, di averlo in parte risolto
[ target ]
Così “target”, inteso come insieme dei consumatori, significava all’origine bersaglio; ma chi lo cita prova il brivido euforico di averlo già colpito.
Le connotazioni militari, insieme con l’immagine – triviale, ma efficace – della incorporata «targa», rendono questa parola irresistibile.

Sul pianeta in aeromobile

[…]
AEROMOBILE – Termine usato dagli altoparlanti negli aeroporti italiani, quando l’aereo ritarda. Esprime tecnicità, efficienza, rinnovamento.

ALLUCINANTE – L’aggettivo più comune nell’età degli allucinogeni. In Italia lo si può sostituire con normale. Una lettera impiega otto giorni da un quartiere all’altro? Normale. Una lettera impiega un giorno? Allucinante.

PRATICAMENTE – Avverbio prediletto per ridurre l’ignoto al noto. Popolare tra gli studenti. Praticamente il misticismo di Caterina da Siena. Praticamente ciò che non sarà mai pratico è pratico.

La stanza dei bottoni

EXECUTIVE – Chi dirige. In Italia non ha avuto lo stesso successo che manager, perché non richiama chi maneggia, ma chi esegue.

SOLDATI – Operatori di pace.

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Cataloghi e vizi

C’è un piacere più intenso, per chi ama i libri di antiquariato? Sì. È sfogliarne un catalogo.
Niente uguaglia la gioia di cercare – l’occhio concentrato e mobile del vizio – i titoli bramati, differendo spesso l’attimo fatale, per aumentare l’ebbrezza o attenuare la deluzione.

Sull’acquisto dei libri

1) Non acquistare i libri per leggerli questa sera. Ma acquista solo quei libri che, anche questa sera, avresti voglia di sfogliare. A volte ho acquistato libri pensando che in futuro mi avrebbero interessato. E me ne sono pentito. Da allora penso sempre alla ipotesi della sera.
2) Fidati degli aspetti cosiddetti superficiali: la copertina, la grafica, l’impaginazione, il titolo. Parlano come certe etichette sobrie di vini nobili. Mi è accaduto, seguendo le apparenze, di scegliere al buio e di scoprire per questa via autori, libri, editori. Sono solo i superficiali, diveva Wilde, che non si fidano della prima impressione.
3) Tra un libro “di” Einstein e un libro “su” Einstein scegli il primo. C’è più da imparare dalla oscurità di un maestro che dalla chiarezza di un discepolo. Gli scopritori di continenti hanno disegnato contorni sempre imprecisi delle coste, che oggi qualsiasi agenzia turistica è in grado di correggere. Preferisco chi ha scoperto i continenti.
4) Se un libro ti attira “veramente”, non badare al prezzo. È il modo più sicuro per fare debiti, ma anche per evitare le recriminazioni di una vita. Il rammarico per un acquisto sbagliato è niente in confronto all’angoscia per un acquisto mancato.

9) Quando il prezzo ti turba, pensa alla parola magica, alibi di
[…]

Giuseppe Pontiggia (Como, 25 settembre 1934 – Milano, 27 giugno 2003) è stato uno scrittore, aforista e critico letterario italiano.
Nasce da una madre attrice dilettante e da un padre funzionario di banca, e trascorre l’infanzia a Erba, nella campagna brianzola. In seguito, dopo la morte prematura del padre (1943), la famiglia si sposta a Santa Margherita Ligure e poi a Varese, infine definitivamente dal 1948 a Milano.
Pontiggia, mosso da innata propensione allo scrivere e da un desiderio irrefrenabile di conoscere l’universo attraverso i libri, probabilmente ereditato dal padre bibliofilo, scopre lo stile come felicità del linguaggio attraverso la lettura adolescenziale di Guy de Maupassant. Ultimato il liceo classico con due anni di anticipo, per necessità familiari e con grande senso di sacrificio comincia a lavorare in banca, e al contempo collabora fin dalla sua fondazione (1956) con la rivista d’avanguardia Il Verri diretta da Luciano Anceschi. La rivista Il Verri annovera tra gli altri anche Umberto Eco, Nanni Balestrini.
Contemporaneamente completa gli studi universitari e nel 1959 si laurea all’Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi sulla tecnica narrativa di Italo Svevo. Lo stesso anno pubblica il suo primo romanzo autobiografico La morte in banca, frutto d’una profonda insoddisfazione per la sua esperienza lavorativa e per un mondo che considera frustrante, pieno di adulti che non sono maturi. Grazie all’incoraggiamento di Elio Vittorini, che gli consiglia di dedicare più tempo alla narrativa, nel 1961 lascia l’impiego in banca e si dedica all’insegnamento serale.
Nel 1963 si sposa con Lucia Magnocavallo, e sei anni dopo diviene padre di Andrea.
Il tempo libero consente a Pontiggia di approfondire letture, interessi ed esperienze in molteplici direzioni. Pontiggia inizia una collaborazione proficua con alcune case editrici: con Adelphi per la quale pubblica nel 1968 L’arte della fuga, e con la Arnoldo Mondadori Editore con la quale collabora, sin dal primo numero del 1961, curando l’Almanacco dello Specchio, ampliando la sua attività di saggista e di critico e occupandosi di autori classici, quali Ausonio, Macrobio, Sallustio, Lucano, Bonvesin de la Riva, Francesco Guicciardini e anche di autori moderni e contemporanei (come Manzoni, Verga, Collodi, Morselli, Saba, Sinisgalli, Porta, Ruffilli ecc.).
Nel 1978 pubblica con Mondadori il romanzo Giocatore invisibile che tratta d’una polemica feroce tra due filologi: il tema gli era stato suggerito da una lettura su una rivista di studi classici. Nel 1983 il tradimento di un infiltrato in un gruppo clandestino comunista sarà il filo conduttore del romanzo Il raggio d’ombra. Negli anni ottanta organizza una serie di incontri tenuti presso università e teatri italiani, incentrati sul linguaggio della prosa.
Pontiggia inizia a pubblicare raccolte di saggi di scrittura piacevole e arguta: Il giardino delle Esperidi (1984), a cui fanno seguito Le sabbie immobili (1991), L’isola volante (1996) e I contemporanei del futuro: viaggio nei classici (1998). Nella narrativa riesce a cogliere brillanti successi, di critica come di pubblico, vincendo tra l’altro il Premio Strega nel 1989 con La grande sera, il Super Flaiano nel 1994 con Vite di uomini non illustri, il Premio Chiara alla carriera nel 1997, infine il Premio Campiello nel 2001 con Nati due volte, romanzo fortemente autobiografico da cui è stato tratto il film Le chiavi di casa. Durante questo periodo felice, riesce a prestare attenzione a suoi vecchi lavori, ampliando o ripubblicando alcuni dei suoi precedenti libri.
Oltre al film citato di Gianni Amelio, da Vite di uomini non illustri Mario Monicelli trae il film Facciamo paradiso, mentre nel 1989 il musicista Marco Tutino scrive Due arie per soprano e pianoforte su due testi di Pontiggia.
Tra gli autori stranieri che ha presentato Herman Hesse, Isaac Bashevis Singer, Rex Stout, E.M. Forster, Valery Larbaud, Seamus Heaney ecc.
Muore a Milano il 27 giugno 2003, colpito da collasso circolatorio mentre è ancora in piena attività

Category : Racconti/Romanzi

John Updike “Bicchiere pieno” e altri racconti

ottobre 21st, 2012 // 7:18 pm @

I  protagonisti di questi racconti spesso si sentono persi nei luoghi in cui sono nati e cresciuti, appaiono tormentati da un senso di isolamento oppure ossessionati dal pensiero della morte imminente ma ancora spinti dal desiderio e combattuti tra voglia di libertà e doveri familiari.
Cercano un ultimo contatto con la vita, e John Updike li coglie nella loro distanza dal mondo, ma anche capaci di preservare ciò che ormai è cancellato.

MAROCCO: “La litoranea saliva e scendeva con dolcezza, ma rispetto alle autostrade americane era stranamente vuota… – Je le regrette beaucoup – dissi al direttore dell’hotel di Restinga, un giovanotto in maglione azzurro che vagava per l’albergo chiudendo le porte spalancate dal vento,  <<mais il faut que nous partirons. Trop de vent, e pas de bain de la mer.>>. <<Trop de vent>> concordò lui con una risata, quasi rassicurato nello scoprirci meno folli di quel che eravamo sembrati. <<Les enfants sont malheureux, aussi ma femme. Je regrette beaucoup de partir. L’hotel, c’est beau, en été.>> Avrei dovuto usare il congiuntivo o il futuro, e smetterla con quei tentativi di giustificarmi.

I  GUARDIANI: “Il tenero cervellino del piccolo Lee affiorò alla consapevolezza di sé in una casa con quattro adulti, dove i tappeti sapevano di suola di scarpe…” “…Nonnino era straordinariamente vecchio, persino quando Lee era piccolissimo…”

L’ESPANSIONE ACCELERATA DELL’UNIVERSO: “… ma la realtà, scoperta da due squadre indipendenti di ricercatori, sembrava essere ben diversa: le profondità dello spazio, oltre a non manifestare alcun segno di rallentamento nella velocità delle galassie più lontane, evidenziavano piuttosto una sensibile accelerazione…”

BICCHIERE PIENO: “Avvicinandomi agli ottanta, mi capita a volte di vedermi da una certa distanza, come un uomo che conosco, ma non intimamente. Di solito non so che farmene dell’introspezione. Il mio mestiere degli ultimi trent’anni, levigare e lucidare parquet (un’attività svolta da solo, con un camioncino bianco, uno Spartan Chevrolet, attrezzato di smerigliatrici elettriche di varie misure, rotoli e dischi di carta abrasiva in tutti i suoi diversi gradi scalati di ruvidità, contenitori da quattro litri pieni di poliuretano e solvente, e pennelli di ogni genere, dalla massiccia pennellessa larga una spanna al pennellino diagonale da cinque centimetri per gli angoli più difficili e le soglie tagliate su misura col seghetto alternativo….”

 

John Updike (Reading 1932 – Danvers 2009) dopo la laurea all’Harvard College e un breve periodo in Gran Bretagna pubblica sul “New Yorker” poesie, racconti e articoli di critica letteraria. Il successo arriva con i romanzi dedicati al personaggio di Rabbit, da Corri, Coniglio (1960) fino a Riposa Coniglio (1990). Ineguagliato cantore e interprete della realtà media americana, vince numerosi premi tra cui il Pulitzer e il National Book Award, e il Premio O. Henry per i racconti. Tra le sue opere narrative, Le streghe di Eastwick (1984), da cui è tratto l’omonimo film diretto da George Miller e interpretato da Jack Nicholson, Cher, Susan Sarandon e Michelle Pfeiffer.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

Dedicata alla piccola Sofia…!

ottobre 9th, 2012 // 9:35 am @

 

  Puzzle: Arriva la cicogna

 

 SOFIA

 

Ancora non ci sei,

ma già ti amo

Sofia!

 

Penso alle tue manine

ai tuoi dolci piedini

agli occhi vispi e attenti

e ti amo

Sofia!

 

Qualcuno

mi ha detto

quanto bello sia

essere una nonnina,

ma io già ti amo

Sofia!

 

Aspetto, trepidante

l’arrivo tuo in famiglia,

ti stringerò sul cuore

e ti amerò per la vita,

io che già ti amo

Sofia!

 

(Matilde Maisto 9/10/2012)

Category : Poesia

… ed è ancora Autunno!

ottobre 8th, 2012 // 8:26 pm @

AUTUNNO 

Ma dove ve ne andate povere

foglie gialle

come tante farfalle spensierate ?

Venite da lontano o da vicino ,

da un bosco o da un giardino ,

e non sentite la malinconia

del vento freddo che vi porta

via ?
 
( Trilussa )  

Category : Poesia

“Non recidere, forbice, quel volto” di Eugenio Montale

ottobre 8th, 2012 // 8:21 pm @

Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

(Eugenio Montale)

Category : Poesia

Cancello ed Arnone: “Letteratitudini” punta sugli stranieri

ottobre 8th, 2012 // 8:19 pm @

Un’immagine della Mostra a Bologna per il centenario pascoliano

Lo scudo di bronzo attribuito alla Maisto

 

Prof. Raffaele Raimondo

cronista free lance

Via A.Diaz, 43

81046 GRAZZANISE (Caserta)

tel 0823-96.42.12 – 340-500.67.64

e-mail: raffaeleraimondo1@virgilio.it                                  COMUNICATO-STAMPA del 7 ottobre 2012

 

 

Il “gruppo di lettura” coordinato da Tilde Maisto ha scelto gli autori per il 2013

Ma l’incontro del prossimo mese sarà dedicato al Centenario pascoliano

 

 

CANCELLO ED ARNONE (Raffaele Raimondo) – Dopo la lunga pausa estiva, si è riunito il gruppo di Letteratitudini che ha voluto anzitutto festeggiare la coordinatrice Tilde Maisto per lo Scudo di Bronzo che – nell’ambito della 13a edizione del Premio letterario internazionale di narrativa edita e inedita “Tra le parole e l’infinito” – le è stato conferito di recente a Vico Equense, per il suo libro “Ho bisogno di sognare”. L’ormai consolidato “gruppo di lettura” ha poi deciso di riservare il prossimo appuntamento, previsto per la serata del 15 novembre, al Centenario della morte del poeta Giovanni Pascoli ed il successivo incontro del mese di dicembre ad una tematica storico-filosofica con l’intervento di un esperto. Ma l’intera programmazione che si snoderà nella prima metà del 2013 sarà tutta dedicata – per unanime volontà degli aderenti a Letteratitudini – ad autori stranieri: Tolstoj, Wilde, Dostoevskij, Moliere, Majakovskij, Cervantes. Così, a cadenza mensile e a partire da gennaio, saranno letti e commentati brani scelti di celebri opere della grande letteratura europea. Aprirà la sequenza “Anna Karenina”, il romanzo ambientato nell’alta società russa di fine Ottocento, un affresco di incisivo realismo in cui Lev Tolstoij seppe concentrare, nello scenario del conflitto tra il mondo rurale e la vita di città, una fitta gamma di interconnessi fenomeni e ricorrenti tendenze: dalla fedeltà coniugale alla funzione della famiglia, dall’ipocrisia nelle relazioni umane agli scossoni dell’inarrestabile  progresso. In febbraio si sfoglierà “Il ritratto di Dorian Gray” col quale Oscar Wilde raccontò le controverse vicende di un uomo catturato dall’impossibile sogno di rendere eterna la sua bellezza, rimanendo infine vittima delle trame da lui stesso escogitate. A marzo l’attenzione di Letteratitudini si sposterà sulle pagine di “Delitto e castigo”, per ripercorrere alcuni struggenti passaggi del tormento di Rodka, il giovane studente omicida protagonista della storia raccontata da Fedor Michajlovic Dostoevskij. A seguire, nel mese di aprile, Moliere, pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin – un genio del teatro di tutti i tempi -, spingerà il “gruppo” a fare un tuffo nel Seicento, scandagliando l’aspra critica del commediografo-attore francese alla morale del suo tempo e, particolarmente, la sottile satira che non risparmiò  ai medici: “Il malato immaginario” sarà dunque privilegiata fonte di lettura. A maggio nel salotto di Letteratitudini riecheggeranno i versi di Vladimir Majakovskij, il poeta della rivoluzione russa che mise fine alla sua vita con un colpo di pistola al cuore. Corsia preferenziale non potrà che essere il testamento riconoscibile nel prologo del poema incompiuto “A piena voce”. In giugno, a conclusione del ciclo 2012/2013, dominerà il “Don Chisciotte” di Miguel de Cervantes Saavedra, per riscoprire la saggia follia di uno straordinario personaggio che -come scrisse Sansone Carrasco-

“Fu del mondo, ad ogni tratto, lo spavento e la paura; fu per lui la gran ventura morir savio e viver matto”.

Gli appassionati della lettura e della letteratura che volessero seguire questo percorso possono fin d’ora prendere contatti con la coordinatrice Maisto che sarà ben lieta di ospitare nuovi adepti.

Category : Cultura &Letteratitudini

“Tra le parole e l’infinito” conferito a Matilde Misto 10° Premio – Segnalazione di merito speciale

ottobre 8th, 2012 // 8:16 pm @

CANCELLO ED ARNONE – La  Commissione Giudicatrice della XIII Edizione Premio Letterario Internazionale di Narrativa edita ed inedita “Tra le parole e l’infinito”, ideato dal Cav. Nicola Paone, conferisce a Matilde Maisto il 10° Premio – segnalazione di merito speciale, con la seguente motivazione: “Saper riferire astrazioni che arrivano da lontano ma che diventano espressione di vita attraverso voci riflesse, con la parola innalzata dai mezzi che l’enfasi ci mette a disposizione, diventa così l’ispirato, l’invasato, colui che riesce a cogliere ciò che molti occhi non vedono e orecchie non odono, grazie alla sua sensibilità tenue.

La manifestazione di premiazione è avvenuta sabato 29 Settembre 2012 presso la bella cornice del Castello Giusso di Vico Equense (Na).

Premiata dall’Assessore alla Cultura del Comune di Vico equense con il Trofeo Scudo di Bronzo la Maisto con il suo libro “Ho bisogno di sognare” si è aggiudicata il 10° posto su 345 partecipanti provenienti sia dall’Italia che dall’estero.

In proposito il cav. Nicola Paone, presidente e ideatore del premio, dice: “Il Premio “Tra le parole e l’infinito” è nato con l’obiettivo di premiare coloro che si sono distinti nel campo della Letteratura come della Poesia, ha ritenuto opportuno allargare il proprio orizzonte, creando una speciale sezione: il Riconoscimento alla Carriera “Labore Civitatis”. Esso ha lo scopo di onorare e valorizzare l’esperienza di personalità del nostro Paese, che hanno speso la loro vita al servizio degli ideali e dei valori su cui fonda la nostra attuale civiltà, nel campo delle Scienze, della Storia, della Letteratura, del Giornalismo, dell’Arte, dello Spettacolo, nonchè del delicato settore delle Forze Armate e delle Forze di Polizia. Circa questo Premio, oramai importante appuntamento fisso nel panorama delle attività culturali e sociali della nostra Regione, mi è gradito evidenziare che, in un momento storico come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da progresso tecnologico ed evoluzione del pensiero, ma anche da molteplici forme di lacerazioni sociali, questa manifestazione rappresenta una amena e lieta occasione da parte dei cittadini di conoscere o incontrare valenti personaggi della nostra era. Personaggi ai quali così come impone una moderna ed evoluta società protesa verso il futuro di sempre più ampi e luminosi traguardi, è doveroso esprimere tutto il proprio apprezzamento, ma anche trarre dal loro diretto contatto, stimoli, fermenti ed insegnamenti”.

Antologia del Premio “Tra le parole e l’infinito” anno 2012

Category : Cultura

“Ti sento Giuditta e altri racconti” di Piero Chiara

ottobre 8th, 2012 // 8:06 pm @

TI SENTO GIUDITTA: Quando Amedeo Brovelli se ne stava immobile sul molo ad inseguire con l’ olfatto ogni tipo di piacere, donne comprese L’ uomo che assaporava gli odori: una delle magnifiche invenzioni di Chiara Piero Chiara, scomparso nell’ ultimo giorno del 1986, fu uno degli scrittori più popolari e amati dal pubblico italiano. I suoi libri sono stati tradotti in 14 Paesi con oltre cinque milioni di copie vendute. In una serata in suo onore, quando gli fu chiesto: «Il suo scritto migliore?» rispose secco: «Ti sento, Giuditta, quel conturbante odore di femmina, indispensabile ingrediente della vita». È la storia di Amedeo Brovelli, ex commerciante. Nelle giornate di tramontana stava fermo per ore intere sul molo, coi capelli grigi arruffati dal vento. Un ragazzo ricorda: «Incuriosito, gli passavo davanti e lo osservavo. A volte aveva gli occhi chiusi e un sorriso sulle labbra. Fui il solo ad accorgermi di quella sua abitudine e a notare che la sua estasi coincideva con i giorni di vento». Il Brovelli finì col prendere in simpatia quel ragazzo, e cominciò a portarlo con sé come rematore, quando pescava. Un giorno, sul molo, gli disse: «Mettiti come me, con le spalle al vento». Il ragazzo obbedì. «Alza un po’ la testa. Respira lungo e adagio. Senti niente?». «Niente». Lui invece sentiva, perché socchiudeva gli occhi estasiato e mormorava: «Le vacche, i boasc, i boasc». Riapriva gli occhi, e dopo un po’ : «Il pane, il pane, a Cannobio! Il pane fresco!». Nel vento, Brovelli sentiva l’ odore del pane che in quel momento usciva da un forno a Cannobio. «Bravo» gridò il Brovelli. «Proprio michette!». D’ un tratto, sentirono l’ odore del tabacco che usciva dalla fabbrica dei sigari a Brissago, sulla sponda svizzera. Il ragazzo gridò: «I toscani! I toscani di Brissago!» E fu la prova che prima non aveva ammesso di sentire il pane solo per compiacerlo. Era davvero una gran giornata, una mattina di inizio primavera, quando gli odori sono ancora pochi e si possono distinguere nettamente. «È tanto», chiese il ragazzo «che lei sente questi odori?» «Sono trent’ anni», rispose il Brovelli. Rimase un po’ assorto, poi, spalancando gli occhi, cominciò a tremare come se il vento gli penetrasse sotto i panni. «È qui» disse in un soffio; a occhi chiusi, si appoggiò al molo infiacchendosi tutto, quasi sul punto di venir meno. Il ragazzo cercò di cogliere il nuovo odore; lo avvertiva, ma non riusciva a distinguerlo. Guarda il Brovelli; e lui faceva cenno di no con la mano, che non poteva dirgli di che odore si trattasse. Dopo avergli fatto segno di allontanarsi, cominciò a parlare sottovoce. Si distingueva solo qualche parola: «Ti sento…Ah che roba! Giuditta…». Strizzava gli occhi ed era tutto concentrato nel naso. Dopo qualche minuto lo raggiunse sotto le piante e prendendolo per un braccio gli disse severamente: «Tu non puoi avere sentito. Sei ancora un ragazzo». Anni dopo, quando il Brovelli ormai non c’ era più, il ragazzo, fattosi adulto, passava giornate intere sul molo per risentire gli odori; ma, avesse dimenticato la posizione esatta o l’ angolo giusto, non gli riuscì di sentire mai altro che «l’ odore dell’ acqua e quasi di luce che ha sempre il vento al mio paese». “… Questo viene da Locarno – disse – Venti chilometri! Qui, vicino alla torretta, siamo nell’angolo giusto per sentire Locarno. Che caffè!”
IL BOMBARDINO DEL SIGNOR CAMILLO: “… Una mattina, vidi dal mio balcone un autocarro fermo davanti a casa. Due uomini caricavano dei mobili. Sopra la catasta degli armadi, dei tavoli e delle lettiere, venne collocato il semicupio…”
IL PRETENDENTE MENADO: “… In quella terza esplorazione della penisola iberica, giunto a Barcellona, decisi d’imbarcarmi su di una nave in partenza per Cadice. Volevo portarmi al Sud senza fatica, cioè senza lunghe giornate di treno, ed anzi godendo il mare e lo spettacolo delle coste…”
DAL FONDO DELLA MIA TIMIDEZZA: “…Il giorno che conobbe me, Corvallo era, contrariamente al solito, di buon umore. Appoggiato al banco del farmacista e tenendo d’occhio la macchina dentro la quale aveva lasciato la moglie, mi interpellò bonariamente: come si vive in questo paese?…”
IL POVERO TURATI: “…E’ difficile ricordare l’anno. Il ventennio era appena incominciato e Segretario del Partito era Augusto Turati. Un brav’uomo dicevano, la cui moglie continuava a fare la maestra nonostante che lui fosse a quel posto…”
O SOFFIO DELL’APRIL: “…Era, il Chiappini, insieme al basso Basilio Prodi, al tenore Socrate Caceffo e al baritono Taurino Parvis, uno dei quattro cantanti d’opera che avevano scelto la nostra città per ritirar visi a carriera finita o interrotta…”
FINE A MEZZANOTTE: “…Di questi tempi si parla spesso di esplosioni che potrebbero estinguere la vita sulla terra, e di guerre che riuscirebbero distruttive per l’umanità intera;…”
Dice Piero Chiara: “Scrivo per divertirmi e per divertire: se mi annoiassi a raccontare, starei zitto, come starei zitto se sapessi che i lettori si annoiano ad ascoltare o a leggere i miei racconti. Qualche volta faccio ridere, o meglio sorridere e qualche volta commuovo il lettore o lo faccio impietosire con le mie storie. Mi sembra giusto, anzi normale: se ride alle mie spalle o a quelle dei miei personaggi o se si impietosisce ai nostri casi, vuol dire che ho colto nel segno: mi sembra che raccontandogli la storia di un uomo, con le sue miserie, le sue fortune e la sua stoltezza, in fondo gli conto la sua storia”.

Piero Chiara nacque nel 1913 a Luino, dove il padre Eugenio aveva trovato da lavorare come doganiere. Quest’ultimo era originario di Resuttano, in provincia di Caltanissetta, mentre la madre, Virginia Maffei, proveniva da Comnago, paese sulla sponda piemontese del Lago Maggiore.
Coetaneo ed amico di Vittorio Sereni, studiò, non certo con diligenza e costanza, in diversi collegi religiosi. Solo nel 1929 ottenne il diploma di licenza complementare e in verità completò la propria formazione culturale da autodidatta. Dopo aver trascorso un periodo viaggiando per l’Italia e la Francia, nel 1932, più per accontentare i famigliari, trovò un impiego nella magistratura come “aiutante di cancelleria”. Nel 1936 sposò la svizzera-tedesca Jula Scherb da cui ebbe anche un figlio, Marco. Il matrimonio, tuttavia, finì dopo poco tempo.
Dopo la breve chiamata alle armi, nonostante il suo disinteressamento alla politica, fu costretto a fuggire in Svizzera (1944) in seguito ad un ordine di cattura emesso dal Tribunale Speciale Fascista per aver messo, il 25 luglio 1943 alla caduta del Fascismo, il busto di Mussolini nella gabbia degli imputati del tribunale in cui lavorava. In Svizzera visse in alcuni campi in cui venivano internati i rifugiati italiani. Finita la guerra, insegnò lettere al liceo italiano dello Zugerberg e l’anno dopo tornò in Italia.
Inizia un periodo di fervida inventiva e continua creatività.
Nel 1970 Piero Chiara ha un ruolo di attore in Venga a prendere il caffè da noi, film diretto da Alberto Lattuada e interpretato da Ugo Tognazzi, tratto dal suo romanzo del 1964 La spartizione, per il quale collabora anche alla sceneggiatura.
Il suo successo culmina nel 1976 con il capolavoro La stanza del vescovo che diventerà immediatamente un film di grande successo diretto da Dino Risi e interpretato anch’esso da Ugo Tognazzi, insieme a Ornella Muti.
Spesso appare come comparsa o recitando in piccole parti nei film tratti dai suoi romanzi, per esempio proprio come cancelliere del tribunale in La stanza del vescovo.
Morirà dieci anni dopo, a Varese, dopo aver anche ricoperto numerosi incarichi nel Partito Liberale Italiano anche a livello nazionale , fu inoltre affiliato alla Massoneria nelle logge di Varese, Milano e Como
Piero Chiara è il poeta delle piccole storie del “grande lago” che spesso fa da palcoscenico ai suoi brevi ed illuminanti racconti. Narra le piccolezze della vita di provincia con quello stile mai insipido, sempre venato di arguzia, di ironia, a tratti di un sottile e malinconico umorismo, e sempre capace di cogliere nel quotidiano l’essenza, ormai dimenticata, della vita.
Paragonato spesso al collega Giovannino Guareschi, narratore della bassa padana, Chiara dipinge i tratti della vita dell’alta Lombardia e dei cantoni svizzeri: una vita di frontiera, fatta di spalloni e contrabbandieri, briganti e fuggiaschi, ma soprattutto della piccola borghesia e di personaggi quotidiani.
Amante del biliardo e dell’ozio, molti personaggi saranno in parte autobiografici. Così scopriremo gli altarini del pretore di provincia o della moglie del commercialista che si fa curare dal medico del paese. Storielle ben narrate, che scorrono veloci tra le righe, talmente ben congegnate, che non ci persuadono non esser vere. Nei suoi libri non è importante solo la descrizione dei luoghi ma anche (e soprattutto) l’indagine psicologica dei personaggi, la capacità di metterne in evidenza vizi e virtù con un sorriso ironico, spregiudicato ma mai irrispettoso. Il segreto di Chiara è nella sua capacità di raccontare, nella scelta di argomenti anche “scabrosi” (l’omicidio, l’adulterio, l’ossessione erotica) senza mai cedere a compiacimenti volgari: Chiara descrive caratteri e situazioni, non indulge a cedimenti morbosi. Traspare dalle sue pagine un senso di nostalgia che non è un patetico desiderio di tornare indietro (come in Guareschi), ma la disincantata consapevolezza che questo ritorno non è realizzabile. L’amarezza dello scrittore emerge soprattutto nelle ultime opere, da “Il cappotto di astrakan” a “Vedrò Singapore?”, fino al postumo “Saluti notturni dal Passo della Cisa”, disillusa storia di provincia ispirata a un fatto di cronaca.
Chiara, oltre che uno scrittore di grande successo, fu uno dei più noti studiosi della vita e delle opere dello scrittore e avventuriero Giacomo Casanova. Pubblicò molti scritti sull’argomento che raccolse poi nel libro “Il vero Casanova” (1977). Curò, per Mondadori, la prima edizione integrale, basata sul manoscritto originale, dell’opera autobiografica del Casanova: Histoire de ma vie. Scrisse anche la sceneggiatura dell’edizione televisiva (1980) dell’opera di Arthur Schnitzler Il ritorno di Casanova.

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L’Immacolata Concenzione e altri racconti di Alfred Doblin

ottobre 8th, 2012 // 8:03 pm @

La giovane Maria. Un predicatore visionario. Una “vecchia fanciulla”…I personaggi di Döblin, considerato tra i maggiori scrittori tedeschi del Novecento, sono anime inquiete, sospinte da una permanente vocazione alla metamorfosi, “animali delicati e schivi” che vagano da uno stato di lucidità alla follia. Nell’incontro primordiale di desiderio e realtà si svela la natura tragica dell’esistenza.

L’Immacolata Concezione: scritto intorno al 1902-1903, il racconto era inserito originariamente nella prima versione di Worte und Zufalle, Der schwarze Vorbang (Parole e casi. Il sipario nero), il primo romanzo di Doblin. Fu poi espunto dall’autore già nella seconda versione in vista della pubblicazione del romanzo a puntate nel 1912, e poi in volume nel 1919. La prima pubblicazione del testo in forma di racconto autonomo avvenne su “Der Sturm” nelo dicembre del 1911. “Maria camminava pallida e con sguardo assorto tra le erbe umide, basse. Dove il fogliame diventava alto e folto, Maria cercava un albero dai larghi rami che si ergeva solitario dietro a un fitto intrico di cespugli, in un boschetto che gli uomini evitavano. Il verde delle fronde si fondeva con le seriche ombre dell’aria; e lì sotto quella cortina, sbocciavano corpi di fanciulle allacciati nell’amore, corpi bronzei, rosei, dorati o candidi come la neve…..”

Astralia: Il racconto fu scritto nell’ottobre del 1904 e venne pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nel settembre del 1910. “Il signor Gotting, Adolf Gotting, libero studioso, domiciliato in Albrechtstrasse 15, terzo piano a destra presso la signora Schulke. E’ seduto su un dicano in camera sua e si riscalda al tepore della lampada. Un ometto dimesso dal viso raggrinzito, giallognolo, gli occhi esaltati e una voce flebile, concitata. Le sue dita giocherellano con le frange della coperta di lana marrone che tiene adagiata sulle gambe sottili….”

La vecchia signorina e la morte: Il racconto fu scritto a Freiburg nel 1905. Fu il primo a essere pubblicato sulla rivista “Das Magazin” nel gennaio del 1908. “La magra signorina dai capelli grigi aveva spostato i vasi di giacinti, appoggiato il gomito sinistro al davanzale della finestra e sedeva curva, nel riverbero della neve. Fuori, in giardino, un biancore accecante, interrotto da tracce di passi, si scioglieva lentamente al sole del meriggio; sottili rivoli nerastri stillavano attorno agli alberi…”

La porta sbagliata: Sulla base degli appunti di lavoro di Doblin, il racconto fu scritto con ogni probabilità tra il 1908 e il 1910. Fu pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nel marzo del 1911. “Verso le quattro del mattino la sentinella appoggiò il fucile contro l’alto muro del piazzale della caserma, titò la catenella per spegnere l’ultimo lampione a gas, con il fez calato sul viso e la fronte rivolta alla Mecca mormorò la breve preghiera del mattino…

La veleggiata: Il racconto fu scritto presumibilmente nel 1910, dopo un viaggio di Doblin a Bruxelles e a Ostenda e venne pubblicato per la prima volta sulla rivista “Der Sturm” nel luglio del 1911. “La diga di Ostenda era immersa nella luce folgorante del meriggio. Nei loro abiti eleganti, le persone ridevano e si passavano accanto sull’ampia passeggiata a mare. Le finestre degli stabilimenti balneari mandavano un lieve bagliore nel riverbero dell’acqua sconfinata. Il rombo incessante del mare rifluiva dai moli, riprendeva forza, si smorzava di nuovo senza posa…”

La metamorfosi: Il racconto fu scritto probabilmente nella primavera del 1911 e venne pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nell’agosto del 1911. Durante la stesura di questa novella, all’ospedale Urban di Berlino Doblin aveva conosciuto la studentessa di medicina Erna Reiss, che diventerà sua moglie nel gennaio del 1912. Nello stesso periodo, proprio nei mesi del fidanzamento, si situa anche l’evento traumatico della nascita del figlio illegittimo dello scrittore, nato dalla sua relazione con la giovane infermiera Frieda Kunke. Numerosi critici hanno dato rilevanza a questo sfondo biografico nell’interpretazione della struttura simbolica del testo. “I primi anni di matrimonio di quei due, la regina e il principe sposo, erano trascorsi tempestosamente. Ma quando il bimbo, l’erede al trono, ebbe fatto sentire il suo grido nel vecchio castello, i battenti di ferro del portone laterale si aprirono…”

Il terzo: Il racconto fu scritto probabilmente intorno all’estate del 1911 e venne pubblicato per la prima volta su “Der Sturm” nel settembre dello stesso anno. “Il famoso ginecologo di Boston dottor William Converdon il 14 aprile pubblicò su “Le notizie del giorno” un annuncio con cui cercava una segreteria…”

Döblin scrive indubbiamente bene, ma la maggior parte di questi racconti non mi hanno coinvolta. Sì, vi ho riconosciuto il clima teso e disorientato del mondo germanico dei primi del ’900, l’ossessione della psicopatologia (“Prof. Unrat” di H. Mann, tanto Schnitzler, ecc.), la fuga nello scenario dei regni da operetta (v. “Altezza reale” di Th. Mann), ecc. (fa impressione nel racconto “Astralia” che il protagonista, profeta di una nuova era, si chiami Adolf, anche se non ha il successo del più truce omonimo); però spesso i passaggi sono bruschi e poco motivati, in altri passi l’insistenza tira i nervi. Sicché alla fine l’unico che mi abbia abbastanza convinto è il primo (“Immacolata concezione”), dove il misurarsi con la tradizione scritturale dà spessore alle pagine. Una nota a margine: per chi non sa il tedesco andrà ricordato che la morte, nelle lingue germaniche, è nome di genere maschile (ricordate “Il settimo sigillo” di Bergman?): solo così si spiega la tensione erotica presente nel terzo racconto (“La vecchia signorina e la morte”).

Alfred Döblin (Stettino, 10 agosto 1878 – Emmendingen, 26 giugno 1957) è stato uno scrittore e drammaturgo tedesco di origine ebraica; le sue opere sono caratterizzate da una forte critica verso la società.

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