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“Roquenval” di Nina Berberova

novembre 9th, 2012 // 5:08 pm @

Un luogo senza tempo. Un’anziana contessa russa. Una famiglia dal passato misterioso. L’invito a trascorrere l’estate nel castello di Roquenval, nel cuore della Francia, è per il giovane Boris l’inizio del viaggio. I ricordi d’infanzia, le amate letture, le amicizie, tutto diventa parte di una riflessione profonda sul tempo e sugli affetti, una sorta di prova generale dell’esistenza per prepararsi ad affrontare il futuro.

Roquenval è un luogo incantato e fuori dal tempo, dove il giovane Boris viene invitato a trascorrere l’estate da un amico. Qui, Boris, emigrato in Francia con i suoi genitori dalla Russia, ritrova il ricordo remoto della casa del nonno e inizia un’ansiosa ricerca delle proprie origini. La parabola struggente di Roquenval e dei suoi abitanti sembra indicare un’assorta riflessione sul ciclo inesorabile del tempo, che nemmeno il potere fantasmatico dell’immaginazione può sperare di interrompere. Breve parentesi nella vita di un giovane, l’estate a Roquenval è una sorta di prova generale dell’esistenza, che autorizza Boris, quando il momento è giunto, a tirare il sipario sulla scena del vecchio castello, per pensare alla propria vita.

A Roquenval, misteriosa e decadente dimora nobiliare dell’Ile-de-France, Boris viene invitato a passare l’estate dall’amico di liceo Jean-Paul e in questo luogo incantato e fuori del tempo, Boris ritrova il ricordo remoto della casa del nonno, in Russia, trasfigurato dalla suggestione di qualche pagina di Tolstoj, o di Turgenev, o di Cechov. Perché Boris è emigrato in Francia con i suoi genitori dalla Russia, come tanti personaggi della Berberova, e sangue rosso scorre anche nelle vene di Jean-Paul e della sua famiglia. Così, la frequentazione di Boris con la vecchia nonna del compagno si traduce nella ricerca ansiosa delle proprie origini. Ma oltre i confini di una specifica civiltà, la parabola struggente di Roquenval e dei suoi abitanti sembra indicare un’assorta riflessione sul tempo e sul suo ciclo inesorabile, che nemmeno il potere fantasmatico dell’immaginazione può sperare di interrompere e di fissare. Breve parentesi nella vita di un giovane, l’estate a Roquenval costituisce nondimeno una sorta di prova generale all’esistenza: l’esperienza dell’amore e dell’amicizia sembrano autorizzare Boris, quando il momento è giunto, a tirare il sipario sulla scena del vecchio castello, per pensare al proprio futuro. A questo sottile e amabile intrigo estivo, l’arte allusiva e insinuante della Berberova ha conferito i tratti di un piccolo capolavoro.

Nina Nikolaevna Berberova in russo: Нина Николаевна Берберова (San Pietroburgo, 8 agosto 1901 – Filadelfia, 26 settembre 1993) è stata una scrittrice russa.
Nacque l’8 agosto 1901 a San Pietroburgo, allora capitale dell’Impero Russo, figlia unica di Nikolaj Ivanovič Berberov, funzionario del Ministero delle Finanze e di Natal’ja Ivanovna Berberova, nata Karaulova.
Lasciata la Russia nel giugno del 1922 sull’onda della persecuzione operata dalla rivoluzione dei Soviet contro gli intellettuali, dopo alterne peregrinazioni si stabilì a Parigi nel 1925 dove rimase fino al 1950, anno in cui si trasferì negli Stati Uniti.
Degli anni francesi è la produzione letteraria più intensa dell’autrice tra cui “Bijankurskie prazdniki” (Биянкурские праздники, “Chroniques de Billancourt”, in edizione italiana “le feste di Billancourt”).
Negli Stati Uniti la scrittrice iniziò la sua carriera accademica dapprima alla Yale University e in seguito dal 1963 alla Princeton University, dove lavorò fino al 1971.
La storia di Berberova come scrittrice emigrée a Berlino prima, poi Parigi e negli Stati Uniti è da lei stessa descritta nell’autobiografia dal titolo “Kursiv moj”, (Курсив мой, “Il corsivo è mio”) pubblicata nel 1957. Degli anni berlinesi è la biografia di Čajkovskij (Il ragazzo di vetro, 1936) forse il più interessante approfondimento psicologico della complessa personalità dell’artista.
La Berberova è da molti considerata il cantore della melanconica vita degli emigrés russi, transfughi dalla rivoluzione, incapaci di adattarsi alla dura realtà di una nuova vita lontani dalla madre patria e perduti nel sogno di un passato incantato, in una Russia spesso più immaginata che reale.
Tornò una sola volta in Russia, per un soggiorno di alcune settimane, nel 1989, pochi anni prima di morire.
Morì il 27 settembre 1993 a Filadelfia in seguito alle complicazioni di una caduta.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

Campiello 2012 per “La collina del vento” di Carmine Abate

novembre 9th, 2012 // 5:07 pm @

È Carmine Abate il vincitore della 50a edizione del  Premio Campiello, con il suo romanzo ”La collina del vento”, edito da Mondadori. Calabrese di nascita, cresciuto ad Amburgo, e attualmente residente in Trentino, Abate esordisce nella letteratura in Germania nel 1984 e da allora tra poesie, racconti e romanzi, scrive e pubblica oltre 12 titoli. Dopo l’annuncio della vittoria, un commosso Abate ha dedicato il premio alla moglie e ai figli: “In questo cinquantenario del Premio è una responsabilità ancora più grande scrivere storie non solo intriganti ma impegnate come questa. Si tratta di un libro sulla memoria del passato che illumina il presente e sul passaggio di consegne fra padri e figli”.

Impetuoso, lieve, sconvolgente: è il vento che soffia senza requie sulle pendici del Rossarco, leggendaria, enigmatica altura a pochi chilometri dal mar Jonio. Il vento scuote gli olivi secolari e gli arbusti odorosi, ulula nel buio, canta di un antico segreto sepolto e fa danzare le foglie come ricordi dimenticati.
Proprio i ricordi condivisi sulla “collina del vento” costituiscono le radici profonde della famiglia Arcuri, che da generazioni considera il Rossarco non solo luogo sacro delle origini, ma anche simbolo di una terra vitale che non si arrende e tempio all’aria aperta di una dirittura etica forte quanto una fede.
Così, quando il celebre archeologo trentino Paolo Orsi sale sulla collina alla ricerca della mitica città di Krimisa e la campagna di scavi si tinge di giallo, gli Arcuri cominciano a scontrarsi con l’invidia violenta degli uomini, la prepotenza del latifondista locale e le intimidazioni mafiose. Testimone fin da bambino di questa straordinaria resistenza ai soprusi è Michelangelo Arcuri, che molti anni dopo diventerà il custode della collina e dei suoi inconfessabili segreti.
Ma spetterà a Rino, il più giovane degli Arcuri, di onorare una promessa fatta al padre e ricostruire pezzo per pezzo un secolo di storia familiare che s’intreccia con la grande storia d’Italia, dal primo conflitto mondiale agli anni cupi del fascismo, dalla liberazione alla rinascita di un’intera nazione nel sogno di un benessere illusorio.
Carmine Abate dà vita a un romanzo dal ritmo serrato e dal linguaggio seducente, che parte da Alberto, il tenace patriarca, agli inizi del Novecento, passa per i suoi tre figli soldati nella Grande Guerra e per tutte le sue donne forti e sensuali, e giunge fino a Umberto Zanotti-Bianco, all’affascinante Torinèsia e all’ultimo degli Arcuri, uomo dei nostri giorni che sceglie di andare lontano. La collina del vento è la saga appassionata e coinvolgente, epica ed eroica di una famiglia che nessuna avversità riesce a piegare, che nessun vento potrà mai domare.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

“A spasso con il mio sigaro” e altri racconti di Gay Talese

novembre 3rd, 2012 // 10:50 am @

 

Descrizione del libro

“Io credo che, scavando abbastanza a fondo nei personaggi, si possa renderli veri quanto basta da farli sembrare inventati. È ciò che voglio: evocare il romanzesco che scorre sotto la superficie della realtà”. Il padre del New Journalism in quattro racconti da maestro, fra fiction e autobiografia. Dai gatti di Manhattan a Joe Di Maggio, un ritratto vibrante e malinconico dell’America.

 

 

 

Gay Talese (Ocean City, 7 febbraio 1932) è uno scrittore statunitense di origini italiane (suo padre era il sarto Joseph Talese, emigrato da Maida, Catanzaro, e sua madre Catherine De Paolo di Brooklyn, New York).
Ocean City era stata fondata da pastori metodisti ed era abitata in maggioranza da irlandesi protestanti. La sua famiglia gestiva un negozio per abiti da donna nella cittadina sulla costa atlantica. Talese ha scritto della storia della sua famiglia e del paese paterno nel romanzo Unto the sons (Ai figli dei figli) del 1992.
Talese si laureò all’Università dell’Alabama nel 1953. Iniziò a lavorare come reporter per il New York Times (dal 1953 al 1965) per poi passare al mensile Esquire. Con i suoi articoli fu tra i precursori del nuovo modo di fare giornalismo conosciuto poi come “New Journalism”.
In Honor thy father (Onora il padre) del 1971 Talese descrive l’ascesa e il declino del boss mafioso Joseph Bonanno.

 

A spasso con il mio sigaro e altri racconti

Gay Talese
Milano : Il Sole 24 Ore, 2012 (I libri della domenica ; 74)
79 p. ; 19 cm

EAN: 9771973564394 20074

Testi:

  • genere letterario: narrativa

 

Destinatari

adulti, generale

Classificazione

813.54 – NARRATIVA AMERICANA IN LINGUA INGLESE, 1945-1999

Collana

I libri della domenica

Nomi

Talese, Gay (Autore)

Soggetti

Genere: Racconti e romanzi brevi [Generale
  Contiene: New York è una città di cose che passano inosservate ; La stagione silenziosa di un eroe ; Quando avevo venticinque anni ; A spasso con il mio sigaro 

New York è una città di cose che passano inosservate:“New York è una città di cose che passano inosservate. In questa città i gatti dormono sotto le auto parcheggiate, due armadilli di pietra si arrampicano su per i muri della cattedrale di San Patrizio e migliaia di formiche si radunano in cima all’Empire State Bulding. Probabilmente sono stati gli uccelli o il vento a portare lassù le formiche, ma nessuno lo sa per certo; a New York nessuno sa delle formiche più di quanto sappia dell’accattone che prende sempre il taxi per la Bowery, o del signore azzimato che fa la cernita dei rifiuti feugando nei cestini della Sesta Avenue, o della medium sulla west seventies che proclama – Sono chiaroveggente, chiaroudente e chiarosenziente…..”

 

La stagione silenziosa di un eroe: “Non er4a ancora primavera, la stagione silenziosa che precede la pesca del salmone, e i vecchi pescatori i San Francisco erano occupati a ridipingere le barche o a riparare le reti, oppure se ne stavano seduti al sole a chiacchierare tranquillamente fra loro, a guardare l’andirivieni dei turisti e a sorridere, quando, come adesso, una ragazza carina si fermava a fotografarli…..”

 

Quando avevo venticinque anni: “Quando avevo venticinque anni davo la caccia ai gatti randagi in giro per Manhattan. Li seguitivo mentre rovistavano in cerca di cibo nelle discariche cittadine, sul retro dei mercati del pesce e del pollame, sui moli infestati di ratti lungo il fiume Hudson; e ricordo di aver trascorso il mio venticinquesimo compleanno in un tunnel buio sotto il Grand Central Terminal a osservare decine di gatti sibilanti contendersi gli avanzi del pranzo lasciato lì poche ore prima da alcuni operai della metropolitana…..”

 

A spasso con il mio sigaro: “Tutte le sere dopo cena, in compagnia dei miei due cani, vado a fare un giro in Park Avenue per portare a spasso il mio sigaro. Il sigaro è dello stesso colore dei cani, e i cani sono attratti dal suo aroma; mentre lo accendo, prima della passeggiata, mi saltano su per le gambe con le narici dilatate e gli occhi concentrati, con lo stesso sguardo famelico di quando offro loro un biscotto per cani o un vassoio di saporiti tramezzini avanzati da uno dei nostri cocktail party. Se il mio sigaro non fosse così costoso, e se non fossi certo che lo divorerebbero, potrei anche lasciare che facessero un tiro, perchè sono sicuro che apprezzerebbero il piacere postprandiale più di molti miei amici…..”

Category : Cultura

I grandi pensatori: Jean Jacques Rousseau

novembre 1st, 2012 // 9:25 pm @

Jean-Jacques Rousseau

 

Considerato per certi aspetti un illuminista, e tuttavia in radicale controtendenza rispetto alla corrente del pensiero predominante nel suo secolo, Rousseau ebbe una influenza tale da determinare certi aspetti dell’ideologia egualitaria ed anti-assolutistica, che fu alla base della Révolution française del 1789. Anticipò, inoltre, molti degli elementi che, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, avrebbero caratterizzato il Romanticismo, e segnò profondamente tutta la riflessione politica, sociologica, morale, psicologica e pedagogica successiva, alcuni elementi della sua visione etica essendo stati ripresi in particolare da Immanuel Kant. Nato da un’umile famiglia calvinista ginevrina di origine francese, il 28 giugno del 1712, ebbe una gioventù difficile ed errabonda durante la quale si convertì al Cattolicesimo, visse e studiò a Torino e svolse diverse professioni, tra cui quella della copia di testi musicali e quella di istitutore. Trascorse alcuni anni di tranquillità presso la nobildonna Françoise-Louise de Warens; quindi, dopo alcuni vagabondaggi tra la Francia e la Svizzera, si trasferì a Parigi, dove conobbe e collaborò con gli enciclopedisti. Nello stesso periodo iniziò la sua relazione con Marie-Thérèse Levasseur, da cui avrebbe avuto cinque figli. Il suo primo testo filosofico importante, il Discorso sulle scienze e le arti, vinse il premio dell’Accademia di Digione nel 1750 e segnò l’inizio della sua fortuna. Dal primo Discours emergevano già i tratti salienti della filosofia rousseauiana: un’aspra critica della civiltà come causa di tutti i mali e le infelicità della vita dell’uomo, con il corrispondente elogio della natura come depositaria di tutte le qualità positive e buone. Questi temi sarebbero stati ulteriormente sviluppati dal Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini del 1754: da questo secondo Discours emergeva la concezione di Rousseau dell’uomo e dello stato di natura, la sua idea sull’origine del linguaggio, della proprietà, della società e dello Stato. Un altro testo, il Contratto sociale del 1762, conteneva la proposta politica di Rousseau per la rifondazione della società, sulla base di un patto equo – costitutivo del popolo come corpo sovrano, solo detentore del potere legislativo e suddito di sé stesso.
Questi e altri suoi scritti, massimamente l‘opera pedagogica l’Émile, vennero condannati e contribuirono a isolare Rousseau dall’ambiente culturale del suo tempo. Le sue relazioni con tutti gli intellettuali illuministi suoi contemporanei, oltre che con le istituzioni della Repubblica di Ginevra, finirono per deteriorarsi a causa di incomprensioni, sospetti e litigi, e Rousseau morì in isolamento quasi completo, ad Ermenonville, 2 luglio 1778. –

Durante la Rivoluzione il pensiero politico rousseauiano in generale, e il Contratto sociale in particolare, divennero un importante punto di riferimento per gli oppositori dell’Ancien Régime. Il 14 aprile 1794, nell’ottica di rendere onore alla sua memoria, la Convenzione nazionale ordinò che i resti di Rousseau venissero traslati al Panthéon di Parigi. La salma fu spostata, con una solenne cerimonia, tra il 9 e l’11 ottobre; l’operazione venne accompagnata da veglie e processioni, l’ultima delle quali condusse i resti del ginevrino all’interno del Panthéon sulle note dell’Indovino del villaggio. Rousseau fu tra i primi (dopo Mirabeau, Voltaire, le Peletier de Saint-Fargeau e Marat) a essere inumato nel Panthéon, che era stato dedicato alla memoria dei grandi francesi dai rivolu-zionari nel 1791. Il testo filosofico d’esordio di Jean-Jacques Rousseau, il Discorso sulle scienze e le arti, costituiva la prima formalizzazione sistematica (resa possibile dall’epifania sulla via di Vincennes) delle idee che l’autore aveva maturato nel corso degli anni precedenti. Pur essendo un testo totalmente originale, nel primo discorso si scorge l’influenza di una tradizione moralistica che, partendo da Seneca e Plutarco, arriva fino a Montaigne, Fénelon e Montesquieu. L‘opera rappresenta un’aspra critica della civiltà contrapposta allo stato naturale, di assoluta felicità, dell’uomo. La seconda opera filosofica importante di Rousseau fu il Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini. Esso, composto per l’edizione del 1754 del premio dell’Accademia di Digione, fu accolto con minore entusiasmo rispetto allo scritto precedente, più lungo, più rigoroso e più filosofi-camente profondo del primo. Rousseau intende qui operare una decostruzione storica dell’uomo sociale per risalire all’uomo naturale, cioè ricostruire “genealogi-camente” la storia dell’umanità dalla sua origine naturale alla società passando per il venir meno dell’isolamento e per l’istituzione del linguaggio e della proprietà. Se i primi due discorsi costituiscono una forte critica della civiltà e della società per come storicamente si sono date, il Discorso sull’economia politica e Il contratto sociale contengono le sue risposte filosofiche ai proble-mi da lui stesso sollevati. Essendo per lui impossibile un ritorno allo stato di natura, nel Contratto sociale egli si propone di esporre quale sia l’ordinamento sociale e politico che meglio consente di coniugare ciò che il diritto autorizza e ciò che l’interesse suggerisce, «in modo che la giustizia e l’utilità non si trovino separate ».

Category : Cultura

Nell’Ottocento con la letteratura erotica “Les Fleurs du mals” di Boudelaire

novembre 1st, 2012 // 9:22 pm @

 

Pubblicata nella primavera del 1857, in una tiratura di 1320 esemplari, LES FLEURS DU MAL comprendeva cento-ventisei poesie divise in sei sezioni: Spleen et ideal, Quadri Parigini, Les fleurs du mal, La revolte, Le vin e La mort. L‘opera venne prontamente censurata, perché la forma poetica e i temi trattati fecero scandalo, così come il primo titolo dell‘opera “Les lesbiennes” (Le lesbiche). Nel 1861, uscì in 1530 esemplari la versione ag-giornata dell’opera dove Baudelaire rimosse le sei liriche accusate e le sostituì con altre 35, dividendo l‘opera diver-samente e aggiungendo la sezione “Tableaux Parisiens”. Da molti critici come dal pubblico, soprattutto quello giovanile, attratto dalle tinte mitiche, macabre e vaga-mente erotiche, I fiori del male viene considerata una delle opere poetiche più innovative dell‘ottocento francese e non. Il liricismo aulico ed altisonante, che si unisce a sfondi surreali, di un modernismo ancora reduce della poetica romantica si tradusse, nei periodi successivi, nello stereotipo del Poeta Maledetto, dedito a venerare i piaceri della carne ed a tradurre la propria visione del mondo in una comprensione d’infinita sofferenza e bassezza. Estremamente ispirante fu anche l‘intenso misticismo del linguaggio ed un rigore formale, camuffato dall‘am-bigua moralità e dalle oscillanti posizioni in temi fre-quentemente metafisici e teologici. A detta dello stesso Baudelaire l‘opera va intesa come un viaggio immaginario che il poeta compie verso l‘inferno che è la vita. Nella prima sezione “Spleen et ideal” Baudelaire esprime lo stato di malessere del poeta (figura fondamentale nella sua produzione). Egli è uno spirito superiore capace d’elevarsi al di sopra degli uomini e di percepire con la sua sensibilità innata le segrete corrispondenze tra gli oggetti, i profumi e gli elementi della natura (Correspondances), ma, proprio a causa delle sue capacità, il poeta è maledetto dalla società (Bene-dition) e diventa oggetto di scherno per gli uomini comuni. Baudelaire sceglie l’albatros per simboleggiare questa condizione: come il grande uccello marino, infatti, il poeta si eleva ai livelli più alti della percezione e della sensibilità ma una volta sulla terra ferma non riesce a muoversi proprio a causa delle sue capacità (paragonate alle ali dell’albatros). L‘albatro rappresenta anche l‘aspirazione dell’uomo al cielo e quindi l‘aspirazione ad arrivare ad un piano intellettuale superiore. La causa della sofferenza del poeta è lo spleen (letteralmente “milza”, ritenuta dai greci la fonte del male corporeo), un‘angoscia esistenziale profonda e disperata che lo proietta in uno stato di perenne disagio che Baudelaire descrive in ben quattro splendidi compo-nimenti, tutti col titolo di “Spleen”.
I fiori del male sono i paradisi artificiali e gli amori proibiti e peccaminosi che danno l‘illusoria speranza di un conforto. Quando anche questi effimeri piaceri vengono a svanire, al poeta non rimane che La revolte, il rinnegamento di Dio e l‘invocazione di Satana che tuttavia non si rivela utile alla sua fuga. L‘ultimo appiglio per lo spirito disperato del poeta è la morte, intesa non come passaggio ad una nuova vita ma come distruzione e disfacimento a cui tuttavia il poeta s’affida, nel disperato tentativo di trovare nel-l’ignoto qualcosa di nuovo, di diverso dall’onnipresente angoscia. Per quanto riguarda l’ultima sezione, La mort è il componimento che chiude Le voyage.

Da LES FLEURS DU MAL: Le chat
Viens, mon beau chat, /sur mon coeur amoureux; / Retiens les griffes de ta patte, / Et laisse-moi plonger dans tes beaux yeux, / Mêlés de métal et d’agate. […] Et, des pieds jusques à la tête, /un air subtil, un dangereux parfum, / nagent autour de son corps brun.

 Il gatto

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;trattieni le unghie della zampa,e lasciami sprofondare nei tuoi begli occhi striati di metallo e d’agata.Quando le dita indugiano ad accarezzare la tua testa e il dorso elastico e la mano s’inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrico, vedo la mia donna in spirito. Il suo sguardo come il tuo, amabile bestia, profondo e freddo, taglia e fende come un dardo, e, dai piedi fino alla testa, un’aria sottile, un minaccioso profumo circolano attorno al suo corpo bruno..

Category : Cultura

Una donna nella letteratura: Fedra

novembre 1st, 2012 // 9:18 pm @

 

Figlia di Minosse e Pasifae, Fedra sposò Teseo, re di Atene, che aveva già avuto un figlio, Ippolito, dal matrimonio con la regina delle amazzoni. Ella si innamorò follemente di Ippolito e non riuscendo più a controllare questa sua passione, dopo avere saputo che il suo figliastro era stato informato dei sentimenti che provava verso di lui, dalla vecchia nutrice di lei, decide di impiccarsi per il disonore.

Secondo l‟elaborazione del mito fatta da Euripide, in due tragedie:un Ippolito velato e l‘Ippolito coronato, in quest‘ultimo, la scena è in Trezene. Afrodite sdegnata che Ippolito rifiuti a lei l’onore dovuto, mentre lo concede ad Artemide, si appresta alla vendetta.
Fedra è presa d’amore per Ippolito. Incalzata dalla nutrice, preoccupatissima per il turbamento della regina, essa le svela la passione per la quale ha deciso di uccidersi. La nutrice cerca di distogliere la sua signora dal proposito suicida e svela a Ippolito l’amore della matrigna, ma il giovane, a quella notizia, rimane inorridito e qualunque proposta è per lui inaccettabile. Fedra s’impicca e il marito rinviene nella mano di lei una tavoletta, in cui la regina incolpa Ippolito di aver tentato di sedurla.
Teseo implora da Posidone l’adempimento di una delle tre maledizioni che il dio gli aveva accordato, e fa perire Ippolito.
Nella Fedra di Seneca è la regina che confessa al figliastro il proprio amore. Ippolito la vuole uccidere con la spada, ma la getta via e fugge. Il particolare della spada servirà, poi, alla nutrice per incolpare Ippolito dell’amore incestuoso.
L’interpretazione del mito di Fedra ha seguito principalmente due motivi: quello simbolico, che vede in lei gli attributi di una divinità lunare, d’amore e di morte al tempo stesso, finendo col farne quasi un’ipostasi di Afrodite; quello novellistico, che ha ricongiunto questo mito con tutte le affini leggende, aventi a fondo comune la calunnia come vendetta dell’amore respinto, abbondanti non solo in Grecia, ma in tanta parte delle letterature orientali. Nei tempi moderni sono da ricordare special-mente la Fedra del Racine e quella del D’Annunzio; ed è da notare che nell’una e nell’altra Ippolito non è rappresentato come l’uomo che non cede neppure un istante alle lusinghe d’amore, ma nella prima egli ama e sposa Aricia, nella seconda anela alla mano di Elena (nella Fedra del Bois un filtro propinato dalla nutrice al giovane, invece di agire in favore di F., fa rinascere in lui l’amore per una fanciulla, che già l’amava in segreto). In tutt’e due F. confessa il suo amore al figliastro, da cui è respinta.

Category : Cultura