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BUON NATALE

dicembre 23rd, 2012 // 10:42 pm @

stella.cometa

AUGURO UN SANTO E SERENO NATALE 

A TUTTI I LETTORI DI QUESTO BLOG

CON AFFETTO, CIAO

MATILDE MAISTO

Category : Pensieri Sparsi

“Letteratitudini” tutto il materiale dell’incontro del 13 dicembre dal tema “Croci e delizie del matrimonio in Anna Karenina

dicembre 16th, 2012 // 9:14 pm @

 

Lev Tolstoj

Lev Nikolaevič Tolstoj nasce nella tenuta di Jasnaja Poljana il giorno 28 agosto 1828; la famiglia è di tradizioni aristocratiche, appartenente alla vecchia nobiltà russa. Le condizioni del suo ceto faranno sempre in modo che si distingua dagli altri letterati del suo tempo, da cui egli stesso si sentirà separato anche quando la sua condizione gli parrà essenzialmente negativa.

Perde la madre quando ha solo due anni e rimane orfano all’età di nove: il piccolo Lev viene cresciuto da una zia che gli permette di frequentare l’Università: studia dapprima lingue orientali, poi legge, tuttavia non arriverà a conseguire il titolo.

Già negli anni dell’adolescenza Tolstoj sostiene un ideale di perfezionamento e di santità: la sua è la ricerca di una giustificazione della vita davanti alla coscienza.

Si ritira in campagna a Jasnaja Poljana dove si arruola come ufficiale dell’esercito nel 1851; partecipa nel 1854 alla guerra di Crimea, dove ha modo di essere a contatto con la morte, e con le considerazioni di pensiero che ne derivano. Inizia in questo periodo la sua carriera di scrittore con “I racconti di Sebastopoli”, ottenendo un buon successo a Mosca.

Lasciato l’esercito, dal 1856 al 1861 si sposta tra Mosca, Pietroburgo, Jasnaja Poljana con qualche viaggio anche oltre confine.

In questo periodo Tolsotj si trova diviso tra un ideale di vita naturale e senza preoccupazioni (la caccia, le donne e i piaceri) e l’incapacità di trovare in questi contesti il senso dell’esistenza.

Nel 1860 perde il fratello; l’evento lo lascia molto turbato; a trentadue anni si reputava già vecchio e senza speranza: si unisce in matrimonio a Sofja Andrèevna Behrs. Il matrimonio gli permetterà di raggiungere uno stato naturale di serenità stabile e duraturo. In quesiti anni nascono i suoi capolavori più noti, “Guerra e pace” (1893-1869) e “Anna Karenina” (1873-1877).

Dopo anni di vera e propria crisi razionalistica, grazie all’esperienza della vita famigliare, matura la convinzione che l’uomo sia stato creato proprio per la felicità, e che il senso della vita sia la vita stessa.

Ma queste sicurezze vengono però lentamente incrinate dal tarlo della morte: in questo ambito si sviluppa la sua conversione verso la religione, che rimane comunque molto legata al pensiero razionalista.

Nell’ultimo periodo della sua vita Tolstoj scrive moltissimo: il suo scopo rinnovato non è più l’analisi della natura umana, bensì la propagazione del suo pensiero religioso, che nel frattempo aveva raccolto numerosi seguaci. Cambiando totalmente lo stile e il messaggio filosofico delle sue opere, senza però perdere la propria maestria stilistica, talento per il quale verrà definito “il più grande esteta russo”. Di fatto nella produzione letteraria di Tolstoj vi sono affrontati temi diversissimi, ma sempre è possibile percepire il tocco del maestro assieme alla sua inconfondibile voce, sempre tesa verso l’uomo e il suo dubbio esistenziale.

Lev Tolstoj muore all’età di 82 anni, il giorno 20 novembre 1910, a Astapovo.

Anna Karenina: l’amore fatale e il fallimento

 

In questo incontro affronteremo la vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo Anna Karenina di Lev Tolstoj (1828-1910). Questo grande romanzo ebbe una difficile gestazione. Tolstoj era stato ispirato da un fatto realmente accaduto a Mosca e vi lavorò per ben cinque anni, in un momento di forte crisi spirituale. Per motivi politici – una larvata polemica nei confronti della guerra che la Russia zarista aveva appena intrapreso contro la Turchia che lo scrittore considerava una soluzione selvaggia e terribile – fu costretto a pubblicarlo a sue spese nel 1877. Ebbe però un successo travolgente, addirittura superiore a quello di “Guerra e pace” (1869), il ponderoso romanzo corale in sei libri dedicato agli avvenimenti storici iniziati con l’invasione napoleonica del 1812, che già gli aveva meritato grande fama in patria.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, Virginia Woolf ha scritto che sono “le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi” Simboli di un modernodisagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è nota ma val la pena di ricordarla. Anna è la sorella del principe Stiva Oblonskij, uomo allegro e superficiale che vive a Mosca ed è lo sposo infedele di Dolly, che vorrebbe lasciarlo dopo aver scoperto l’ultimo suo tradimento con la governante dei bambini. Andata a trovarli da Pietroburgo a Mosca, Anna riesce a comporre con abile semplicità il dissidio tra i due sposi che sono i genitori di ben cinque figli. Dolly è la sorella di Kitty, una ragazza graziosa e ragionevole che riceve una dichiarazione d’amore dal timido e serio Konstantin Levin. Kitty, che è corteggiata anche dal vacuo Aleksandr Vronskij, ricchissimo e seducente aiutante dell’imperatore con molte relazioni mondane, respinge con dispiacere Levin, che ne soffre grandemente. Anna è una donna bella ed elegante, vivace e annoiata. Vive a Pietroburgo ove è sposata con Aleksej Aleksandrovic, un alto burocrate (influente, rigido e perbenista), ed è la madre affettuosa di un ragazzo, Sereza. Anna e Vronskij si conoscono ed è subito colpo di fulmine. Durante un ballo dal quale Kitty – interessata a Vronskij – si aspetta molto, i due flirtano insieme e gettano nello sconforto la ragazza. Anna è presa da un amore senza il quale non può esserci né gioia, né dolore, e neppure vita. Rimane incinta, partorisce una figlia e si ammala gravemente. Alla fine decide di unirsi a Vronskij e di lasciare il marito e il figlio. I due amanti viaggiano per tre mesi per l’Europa e vanno in Italia, ove Anna impara a vivere soltanto per Vronskij, che è la sua felicità ma anche la sua infelicità. Il marito la punisce con il completo allontanamento dal figlio e con il fermo rifiuto del divorzio. La corrotta aristocrazia pietroburghese, chiusa a riccio nelle sue ipocrite convenienze formali, costringe Anna a vivere nel disprezzo mentre, in qualche modo, perdona Vronskij e si apre per lui. Nonostante tutto, Anna è «imperdonabilmente felice».

Vronskij (che si è dimesso dalla carriera militare) si strugge, invece, dalla noia rimpiangendo la sua precedente esistenza gaia e libera. Vronskij e Anna vivono nel lusso e nell’eleganza una vita agiata e superficiale. Vronskij soffre perché la figlia porta il nome di Karenin e vorrebbe convincere Anna a chiedere il divorzio per sposarlo e risolvere così le mille complicazioni della loro situazione. Anna non è, però, interessata al divorzio sia perché non riesce a voler bene ad Anny, la bambina di Vronskij, sia perché sa che il divorzio in ogni caso non le restituirà il figlio che ama. Anna si limita a rendersi attraente e seducente per Vronskij, è tesa e nervosa perché teme di perderlo e riesce a dormire soltanto quando usa una pozione a base di morfina. Pur apprezzando la sua dedizione, Vronskij sente il peso di quelle reti amorose nelle quali Anna tenta di avvilupparlo e diventa sempre più freddo e distante, in taluni istanti, anche ostile e crudele: non intende sacrificare la sua indipendenza di uomo a quell’amore oppressivo, rimpiangendo la libertà perduta. Si affacciano i primi gravi dissapori con i segni inequivocabili della fine di quella passione disperata. Anna avverte di perdere il controllo della situazione: si sente capace di qualunque follia e inizia ad aver paura di se stessa; sente che accanto all’amore si è inserito uno spirito maligno che la spinge a una lotta crudele con l’uomo che ama.

I due vanno a Mosca: Vronskij per affari, Anna in attesa delle decisioni del marito riguardo al divorzio: «Eppure non esisteva una cagione esterna di dissidio, ma ogni tentativo fatto per calmare quest’irritazione latente non faceva che accrescerla. Il male veniva di dentro. Per lei l’irritazione nasceva dal veder diminuire l’amore di Vronskij; per lui, dal riconoscere di essersi messo, a cagione di Anna, in una situazione penosa che essa, invece di alleviare, rendeva sempre più penosa. Né l’uno né l’altra conveniva dei motivi di questa irritazione, ma ognuno di loro credeva che l’altro avesse torto e ad ogni occasione essi lo volevano dimostrare. Anna avrebbe preteso che Vronskij concentrasse tutta la sua vita in lei e quindi era gelosa. Non era gelosa di una data donna, ma la diminuzione dell’amore di lui la rendeva gelosa ed essa cercava un oggetto per la sua gelosia. […] Ed essendo gelosa, Anna si adirava contro Vronskij e cercava tutte le occasioni per prendersela con lui. Lo accusava di tutto ciò che aveva di penoso la sua situazione. Attribuiva a lui lo stato tormentoso di attesa nel quale s’era trovata a Mosca, sospesa fra cielo e terra, la lentezza e l’indecisione di Aleksej Aleksandrovic, la sua solitudine. Era colpa di lui se stavano a Mosca invece che in campagna. Era colpa di lui se essa era divisa da suo figlio. Anche quei rari momenti di tenerezza che capitavano fra loro non la calmavano: ora negli slanci amorosi di lui essa vedeva una tranquillità, un’assoluta sicurezza che non c’era prima e che l’irritava.».

Le discussioni e le recriminazioni tra Anna, ormai distrutta dalle continue torture morali, e Vronskij, non più in grado di affrontare la situazione penosa nella quale lo ha posto l’amore per lei, continuano sempre più aspre e crudeli. Anna scopre in Vronskij una punta di antipatia nei suoi confronti; ormai è convinta che lui non l’ami più, che tutto è finito o deve finire. Nella sua anima regna la tempesta e si sente a una svolta della sua vita che potrebbe avere conseguenze terribili. Comincia a pensare alla morte come alla sola cosa in grado di risolvere tutto, di riaccendere l’amore e di provocare in lui pentimento, commozione e sofferenza. Nonostante il desiderio di consolarla e la paura per una tremenda minaccia che Anna pronuncia in tono disperato, Vronskij decide di andare dalla madre ove si trova anche la principessina Sorokina (che la madre vorrebbe fargli sposare). Anna è presa dal disgusto e dall’odio: sente di amarlo e di odiarlo nello stesso tempo. Come un automa, fa una strana e confusa visita a Kitty e Dolly, e decide di andare in stazione e di prendere un treno per coglierlo in flagrante. Durante il viaggio, in mezzo alla confusione e alle innumerevoli distrazioni, in un soliloquio delirante che i critici hanno chiamato «monologo interiore», Anna passa in rassegna tutta la sua vicenda esistenziale. Arrivata in stazione, cede all’impulso di gettarsi sotto le ruote del vagone di un treno merci e di liberarsi così da tutti e da se stessa. A lei che si era chiesta: «Perché non dobbiamo spegnere la candela quando tutto ciò che vediamo ci fa orrore?», nell’istante della morte «in un lampo la vita le apparve con lo splendore di tutte le sue gioie passate». Allora si pente e fa il tentativo impossibile e inutile di ritirarsi, chiede perdono al Signore e la luce si spegne per sempre.

Ma il romanzo non finisce qui! C’e una Parte Ottava – quasi un epilogo morale – nella quale si racconta, tra l’altro, la disperazione di Vronskij che, indurito dal dolore ma arricchito da una nuova forza interiore, parte volontario per la guerra in Turchia, pronto a morire o a rinascere nell’eroica lotta. (Brani tratti da Anna Karenina, nella traduzione di Enrichetta Carafa D’Andria, Newton Compton Editori, Roma 1996)

Il romanzo di Tolstoj non narra la storia di un banale adulterio o di un passeggero capriccio sentimentale, bensì quella di un’attrazione reciproca fortissima e irresponsabile tra due esseri in fondo molto diversi. Questo trasporto si trasforma in una passione travolgente e fatale, non lasciando spazio agli impegni presi, agli affetti già esistenti, alle abitudini inveterate o alle convenzioni sociali. Vronskij è un aristocratico privo d’interiorità e dall’elevata posizione mondana, che ama la vita militare e il suo reggimento, che predilige i cavalli e che gode nel divertirsi con donnine allegre: non ha mai preso in considerazione la possibilità del matrimonio, non amando la vita di famiglia. Anna, invece, è una donna sensibile e tormentata, che sceglie per amore di cedere a «quello che l’anima sua desiderava e che la sua ragione temeva […] uno spaventevole e tanto più seducente sogno di una felicità impossibile». Si convince ad accettare un rapporto adulterino, rinunciando alla sua rispettabilità di donna sposata: «Devi capire che per me, dal primo giorno che t’ho amato, tutto si è trasformato. Per me non c’è che una cosa sola: il tuo amore. Se lo posseggo, mi sento così in alto che nulla può umiliarmi. Sono orgogliosa della mia situazione […]». In realtà, Anna paga l’adulterio con tremendi complessi di colpa, con l’abbandono del figlio e con uno sdoppiamento di sé: «C’era qualcosa di terribile, di odioso nel ricordo di quello che avevano pagato col prezzo della loro vergogna […] Anna gli teneva stretta una mano e non si muoveva. Sì, quei baci li aveva comprati a prezzo del suo onore, quella mano era la mano del suo complice […] Ella sentiva che le era impossibile di tradurre in parole la vergogna, l’orrore, la gioia che provava di fronte a questo ingresso in una nuova vita […]».

Tra l’altro, Anna ha anche preso consapevolezza della crisi del suo soffocante legame matrimoniale che vive d’ipocrisie: a lei sembra ingiusto continuare a vivere nella finzione, rimanendo accanto a un marito che non ama: «I suoi rapporti con lui avevano sempre avuto una tinta come di falsità, ma ora ne ebbe una coscienza chiara e dolorosa […] Si sentiva fasciata da un’impenetrabile corazza di menzogna!». In seguito, pur continuando ad amare Vronskij, Anna è costretta ad accorgersi che dentro di sé ha creato di lui «un’immagine superiore al vero e impossibile nella realtà». D’altra parte, Vronskij comincia a notare ben presto che «Anna non era più la stessa per lui: moralmente e fisicamente era mutata. La guardava come un uomo guarda il fiore che ha colto e che ora è appassito, e dura fatica a ritrovarvi quella bellezza per la quale lo ha colto e sciupato.».

A proposito di Anna, riporto ciò che ha scritto Gesualdo Bufalino nel suoDizionario dei personaggi di romanzo (Oscar Saggi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1989): «L’adulterio nella meteorologia amorosa dell’Ottocento è non di rado un’acquata di primavera. Per Anna Karenina è l’alluvione che spacca la diga. Da quando Vronskij le apparve, nel suo fatuo splendore di denti e spalline, non esistono più per lei, benché per un po’ insista a rispettarli, né l’alfabeto mondano né il codice dei valori morali. Finirà sotto le ruote di un treno, pietosamente, chiudendo tra una banchina e l’altra di una stazione il curricolo nero della sua deroga. È una vendetta del cielo? E Anna la meritava? O non la meritava piuttosto il mondo che la spinse alla morte? […]».

E Aleksej Aleksandrovic Karenin, il marito tradito? Per Anna, non è un essere umano ma una macchina ministeriale. Per Vronskij, è un personaggio scomodo e apparentemente superfluo! Anna lo ha sposato senza amore (più vecchio di lei di venti anni), non conoscendo l’amore, ed egli è un uomo veramente molto enigmatico e difficile da amare. Forse non aveva mai amato veramente Anna né guardato nell’anima di sua moglie, e certamente non aveva mai tentato di entrare nel segreto dei suoi sentimenti. All’inizio, è impotente davanti alla sfacciata passione dei due: «Come un bue che china dolcemente il capo, egli aspettava il colpo che sentiva sospeso su di sé […] Era come un uomo, furioso, di non aver potuto spegnere un incendio, che dice al fuoco: “Brucia! Fai pure!” […] non voleva guardare in faccia la sua situazione. Preferiva chiudere come in uno scrigno sigillato il suo affetto per la moglie e per il figlio, e anzi era diventato freddo verso il bambino, lui un tempo padre tanto premuroso […] andava inventando pretesti di lavorare per non aprire quello scrigno sigillato, dove erano racchiusi sentimenti e pensieri che il tempo rendeva sempre più penosi […] Non voleva pensare a queste cose e non ci pensava, ma giù, in fondo in fondo all’anima, sapeva, pur senza averne le prove, ma sapeva senza dubitarne di essere un marito tradito, e ne soffriva profondamente […] non soltanto non pensava di uscire da quella situazione ma non voleva riconoscerla, appunto perché era toppo terribile, troppo contro natura […] egli non voleva vedere e non vedeva […] non voleva penetrare nei sentimenti di sua moglie, gl’importavano solo i segni esteriori […]». In seguito, piuttosto brutalmente, Anna gli confessa il suo amore: «No, non sbagliate […] Io ero disperata e lo sono ancora. Vi ascolto e penso a lui. Io lo amo, sono la sua amante, non ne posso più, ho paura, vi odio…Fate di me quel che volete […]». In un primo momento Aleksej Aleksandrovic resta immobile «in quella solennità che hanno i visi dei morti» ma diviene poi un giudice implacabile per quella che considera «una donna depravata… senza onore e senza cuore, senza religione». Pensa di chiedere il divorzio dopo il riconoscimento dell’adulterio, in modo che il figlio non possa assolutamente rimanere con la madre. Cessa di occuparsi di lei e di suo figlio, e senza nessuna indulgenza prende tutte le rigide misure indispensabili per tutelare le apparenze e il suo decoro, e per salvare ciò che resta del suo onore. Si organizza, inoltre, per vivere nel modo più conveniente e per vendicarsi di Anna nella maniera più tremenda: «Non era più la gelosia che lo tormentava ma il desiderio che Anna non trionfasse, che pagasse il fio della sua colpa.». Quando però – in seguito al parto di una bimba e a una febbre puerperale – Anna sta per morire e lo chiama al suo capezzale per chiedergli perdono, egli è preso da una strana commozione e da un più alto sentimento di pietà: con la sua generosità umilia Vronskij, il quale tenta il suicidio sparandosi un colpo di revolver alla parte sinistra del petto senza però toccare il cuore. Anna guarisce e riprende a detestare Aleksej Aleksandrovic, desiderando di essere liberata dalla sua odiosa presenza: «Ho sentito dire che le donne amano gli uomini anche per i loro vizi, ma io l’odio per la sua bontà. Non posso vivere con lui […] Lo odio per la sua magnanimità […] Stiva dice che luiacconsente a tutto, ma io non posso accettare la sua generosità […]». Rinunzia allora al divorzio onorevole che le è stato proposto e parte con Vronskij e la bambina per l’Italia, lasciando il marito solo col figlio nel loro appartamento.

Aleksej Aleksandrovic non è tuttavia quell’uomo freddo e impassibile che tutti credono; anzi, è un individuo distrutto che soffre intensamente e che resta a fronteggiare questo dolore in una disperazione solitaria: «Sapeva che la gente l’odiava e lo disprezzava perché era infelice. Sapeva che, perché il suo cuore era lacerato, tutti sarebbero stati crudeli con lui. Sapeva che la gente lo avrebbe scacciato, come i cani sono pronti a dilaniare un povero cane che urla di dolore. Sapeva che l’unica difesa contro gli uomini era di nascondere la sua ferita e aveva tentato di farlo per due giorni, ma ora non si sentiva più la forza di prolungare quella lotta disuguale. In tutta Pietroburgo non c’era una sola persona alla quale avrebbe potuto confidare il suo tormento, che l’avrebbe compatito, che avrebbe visto in lui non l’alto funzionario, l’uomo di alta posizione sociale, ma semplicemente un essere umano che soffriva.». È da notare che nel piano originario del romanzo, Karenin avrebbe dovuto essere l’eroe tragico al centro della narrazione mentre Anna avrebbe dovuto rappresentare il personaggio negativo (la «donna rivoltante»). Nelle mani di Tolstoj, poi, la situazione si era capovolta con un’Anna nobilitata e un Karenin trasformato in un burocrate grigio e ottuso. In realtà, io credo che un lieve pulviscolo dorato della primitiva nobile tragicità del personaggio sia rimasto appiccicato su Aleksej Aleksandrovic.

Quest’amore così totalizzante sembra, quindi, un errore. Non dimentichiamo, però, che esistono diversi aforismi che inneggiano all’amore smisurato e senza freni: il poeta latino Properzio Sesto (45-15 a.C.) sosteneva: «Il vero amore non ha mai conosciuto misura». Il romanziere e motteggiatore francese Roger Bussy de Rabutin (1618-1693) scriveva: «Quando non si ama troppo, non si ama abbastanza», mentre il poeta e commediografo francese Paul Geraldy (1885-1983) – che aveva pubblicato nel 1913 la raccolta di poesie d’amore Tu e io – si giustificava dicendo: « È perché ti amo troppo, se ti amo così male».

P.S. Il cinema e la televisione hanno amato Anna Karenina. Sono almeno venti le trasposizioni cinematografiche e televisive dal 1911 (film per la regia di Maurice Maître) al 2012 (film diretto da Joe Wright con Keira Knightley, Aaron Johnson e Jude Law). Da ricordare: Love (1927) per la regia di Edmund Goulding con Greta Garbo e i film Anna Karenina di Clarence Brown (1935) con Greta Garbo, di Julien Duvivier (1948) con Vivien Leigh, e di Bernard Rose (1997) con Sophie Marceau. Desidero rammentare anche la stupenda miniserie televisiva italiana del 1974 di Sandro Bolchi con una superba e indimenticabile Lea Massari.

 

Anna Karenina [Lev Tolstoj]
«Mihi vindictaego retribuam»

(A me la vendetta, sono io che ricambierò)

«In Anna Karenina è rappresentata la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità. Per questo Anna e a Vronskij non possono essere felici insieme.

Prima di incontrare Vronskij, Anna era una donna calma e lieta, che dava fiducia e pace a chiunque l’avvicinasse; ella si credeva contenta del proprio destino: la sua vita si svolgeva tranquilla nelle cure domestiche e mondane, ella aveva un figlio che amava, un marito di cui aveva stima, e non chiedeva nulla di più. Ma dopo l’incontro con Vronskij questa sua apparente sicurezza e chiarezza interiore viene meno: ella si rende conto d’improvviso del pauroso vuoto che ha intorno. […] Tuttavia nella sua vita con Vronskij, Anna non prova rimpianto per la sua vita passata, apparentemente così felice e paga; perchè avendo oramai conosciuto l’amore, quella felicità di allora le appare artificiosa e vuota; poche ora prima di uccidersi, ella rammenta i propri rapporti con il marito, che anche quelli si chiamavano amore, rivede gli occhi spenti di lui e le mani dalle vene turchine, e ne ha un brivido di disgusto. Così Anna Karenina muore a mani vuote: ella non ha conquistato nulla, non ha capito nulla. Ma anche Vronskij, come Anna, non capisce e non conquista nulla: e quando dopo la morte di Anna parte volontario contro i Turchi, anche questo per lui non significa nulla, non è che un mezzo per sfuggire al ricordo del corpo insanguinato di Anna».

 

Natalia Ginzburg



Il Romanzo

«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo».

 

Il romanzo inizia presentando la figura di Stepan Arkad’ič Oblonskij (“Stiva”), un ufficiale civile che ha tradito la moglie Dar’ja Aleksandrovna (“Dolly”). La vicenda di Stiva mostra la sua personalità passionale che sembra non poter essere repressa. Per questa ragione, Anna Karenina, la sorella sposata di Stiva, che vive a San Pietroburgo, viene chiamata da Stiva per persuadere Dolly a non lasciarlo. Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, un serio aristocratico che vive in una tenuta che gestisce lui stesso, Konstantin Dmitrič Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly. Kitty rifiuta, poiché aspetta una proposta di matrimonio dall’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovič Vronskij. Ma Vronskij si infatua di Anna ed Anna, scossa dalla propria reazione alle attenzioni di Vronskij, ritorna immediatamente a San Pietroburgo, da suo marito Aleksei Aleksandrovič Karenin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Serëža. Vronskij, perdutamente innamorato, la segue sullo stesso treno.

A San Pietroburgo Anna cede alla propria passione per Vronskij e rimane incinta. Quando Vronskij cade da cavallo durante una gara, l’angoscia provata da Anna rende palesi i suoi sentimenti al marito, per cui si vede costretta a confessargli la relazione. Karenin, rifiutando di separarsi da Anna, la mette in una situazione molto frustrante, minacciandola di non lasciarle più vedere Serëža, nel caso se ne vada con Vronskij o commetta dei passi falsi.

Karenin inizia a trovare la situazione intollerabile e comincia a valutare la possibilità di divorziare, ma cambia idea dopo aver saputo che Anna sta morendo per complicazioni dovute al parto. Al suo capezzale, Karenin perdona Vronskij, che cerca di suicidarsi per il rimorso. Anna comunque migliora, e decide con Vronskij di partire per l’Europa, senza aver ottenuto il divorzio.

In Europa, Vronskij e Anna fanno molta fatica a trovare degli amici che li accettino, continuando a dedicarsi a passatempi, finché non tornano in Russia. Karenin è consolato e influenzato dalla contessa Lidija Ivanovna, di lui innamorata, entusiasta della religione e delle credenze mistiche di moda nelle classi sociali più elevate, che gli consiglia di tenere Serëža lontano dalla madre. Anna riesce lo stesso a fai visita al figlio il giorno del suo compleanno, ma è scoperta da Karenin, che aveva detto a Serëža che Anna era morta. Poco dopo, lei e Vronskij partono per la campagna.

Vronskij cerca di convincere Anna a chiedere il divorzio a Karenin e solo quando Vronskij parte per alcuni giorni, la noia e il sospetto convincono Anna della necessità di un matrimonio con lui: scrive a Karenin e parte con Vronskij per Mosca.

All’ennesimo rifiuto del divorzio da parte del marito, la relazione tra Anna e Vronskij inizia ad essere sempre più tesa, dominata dal risentimento provocato da un’ingiustificata ed esasperata gelosia da parte della donna. I due decidono di tornare in campagna, ma Anna, mentre Vronskij si trova fuori, in un uno stato di forte confusione e di avversione verso tutto ciò che la circonda, si suicida lanciandosi sotto un treno.

L’altra coppia che sale sul palco di questo bellissimo romanzo, Kitty e Levin, vive una esistenza parallela a quella di Anna e Vronskij, fatta di piccole cose normali, dell’accettazione della realtà di ogni giorno, delle piccole gioie e dei piccoli dolori. Eppure le pagine che toccano nel profondo, restano indiscutibilmente quelle dell’amore tormentato di Anna e Vronskij.

 

Stralci d’autore

Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.

 

Col tatto abituale dell’uomo di mondo, da una sola occhiata all’aspetto esteriore di questa signora Vronskij giudicò in modo certo ch’ella apparteneva all’alta società. Egli si scusò e stava per andare nella vettura, ma provò la necessità di guardarla ancora una volta, non perchè ella fosse molto bella, non per quell’eleganza e quella grazia modesta che si vedevano in tutta la sua persona, ma perchè nell’espressione del volto leggiadro, quand’ella gli era passata vicino, c’era qualcosa di particolarmente carezzevole e tenero. Quand’egli si volse a guardarla, ella pure voltò il capo. I scintillanti occhi grigi, che sembravano neri per le ciglia folte, si fermarono amichevolmente, con attenzione, sul volto di lui, come se ella lo riconoscesse, e immediatamente si portarono sulla folla che passava, come cercando qualcuno. In questo breve sguardo Vronskij fece a tempo a notare l’animazione rattenuta che balenava sul volto di lei e svolazzava tra gli occhi scintillanti ed il sorriso appena percettibile, che incurvava le sue labbra vermiglie. Come se un’abbondanza di qualcosa colmasse talmente il suo essere, da esprimersi all’infuori della sua volontà ora nello scintillio dello sguardo, ora nel sorriso. Ella aveva spento deliberatamente quella luce nei suoi occhi, ma essa splendeva a suo malgrado nel sorriso appena percettibile.

Ella si volse a guardarle e in quello stesso momento riconobbe il volto di Vrònskij. […] Ma ora, nel primo attimo dell’incontro con lui, la prese un sentimento di orgoglio gioioso. Non aveva bisogno di domandare perchè egli fosse lì. Lo sapeva con altrettanta certezza come se egli le avesse detto che era lì per essere dov’era lei. «Non sapevo che foste in viaggio anche voi. Perchè siete in viaggio?» ella disse, abbassando la mano con cui stava per aggrapparsi alla colonnina. E un’incontenibile gioia e animazione splendeva sul su volto. «Perchè sono in viaggio?» egli ripeté, guardandola proprio negli occhi. «Lo sapete, sono in viaggio per essere là dove siete voi» diss’egli «non posso altrimenti». […] Egli aveva detto proprio quello che desiderava l’anima di lei, ma che ella temeva con la sua ragione. Ella non rispondeva nulla, e sul suo volto egli vedeva la lotta.[…]                     Il senso d’irragionevole vergogna, che ella aveva provato in viaggio e l’agitazione erano scomparsi completamente. Nelle condizioni abituali di vita ella si sentiva di nuovo ferma e irreprensibile. […] Il fuoco sembrava spento in lei o nascosto in qualche luogo lontano.

Nei primi tempi Anna credeva sinceramente d’esser malcontenta di lui perché egli si permetteva di perseguitarla; ma poco dopo il suo ritorno da Mosca, venuta a una serata dove pensava di incontrarlo, e lui non c’era, dalla tristezza che s’impadronì di lei capì chiaramente che ingannava se stessa, che quella persecuzione non solo non le era spiacevole, ma che essa formava tutto l’interesse della sua vita.

«Non sapete forse voi che siete tutta la vita per me? Ma la tranquillità io non la conosco e non ve la posso dare. Tutto me stesso, l’amore… sì. Non posso pensare a voi e a me stesso separatamente. Voi e io per me siamo una sola cosa. E io non vedo per l’innanzi la possibilità della tranquillità, perché per me stesso, perché per voi. Io vedo la possibilità della disperazione, della sventura… o vedo la possibilità della felicità, di che felicità!… E’ forse impossibile?» egli soggiunse con le sole labbra, ma ella sentì. Ella tese tutte le forze della sua intelligenza per dir quello che bisognava; ma invece di questo ella fermò su di lui il suo sguardo pieno d’amore, e non rispose nulla. “Ecco! – egli pensava con entusiasmo – Quando io mi disperavo già e quando sembrava che non sarebbe venuta una fine, ecco! Ella mia ama. Lo confessa!”. «Allora fate questo per me, non ditemi mai queste parole, e siamo buoni amici – ella disse con le parole»  ma il suo sguardo diceva tutta un’altra cosa. «Amici non saremo, questo lo sapete da voi. E se saremo le più felici o le più infelici delle persone, questo è in poter vostro.». Ella voleva dire qualcosa, ma egli l’interruppe: «Perché io chiedo una sola cosa: chiedo il diritto di sperare, di tormentarmi, come ora; ma se anche questo non si può, ordimnatemi di scomparire, e io scomparirò. Non mi vedrete, se la mia presenza è penosa.» «Io non voglio scacciarvi in nessun modo.» «Soltanto non cambiate nulla. Lasciate tutto come è » egli disse con voce tremante «Ecco vostro marito.» […] «Voi, mettiamo, non avete detto nulla, io non pretendo neppure nulla – egli diceva – ma voi sapete che non è l’amicizia di cui ho bisogno, che per me è possibile una sola felicità nella vita, quella parola che amate così poco… sì, l’amore…» «L’amore – ella ripeté lentamente con una voce interiore e a un tratto, nello stesso momento in cui staccò il pizzo, soggiunse – io non amo questa parola appunto perché essa per me ha un significato troppo grande, molto più grande di quel che voi possiate capire, – ed ella lo guardò in viso – A rivederci!»

Ella si sentiva criminosa e colpevole, che non le rimaneva se non umiliarsi e domandar perdono; e nella vita adesso, all’infuori di lui, ella non aveva nessuno, così ch rivolgeva appunto a lui la sua preghiera di essere perdonata. Ella, guardandolo, sentiva fisicamente la sua umiliazione e non poteva più dir nulla. Egli invece sentiva quel che deve sentire un assassino quando vede il corpo privato della vita da lui. Questo corpo privato della vita da lui era il loro amore, il primo periodo del loro amore. C’era qualcosa di orribile e di ripugnante nei ricordi di quello per cui era stato pagato questo terribile prezzo di vergogna. La vergogna dinanzi alla propria nudità spirituale, la soffocava e si comunicava a lui. Ma malgrado tutto l’orrore dell’assassino dinanzi al corpo, bisogna approfittare di quel che l’assassino ha acquistato con l’assassinio. E l’assassino si getta su questo corpo con rabbia, si direbbe con passioe, e lo trascina, e lo taglia; così anche lui copriva di baci il volto e le spalle di lei. Ella gli teneva una mano e non si muoveva. Sì, questi baci son quello che s’è comprato con questa vergogna. Sì, e questa mano, che sarà sempre mia, è la mano del mio complice. Ella sollevò quella mano e la baciò. Egli si abbassò sui ginocchi e voleva vederle il volto, ma ella lo nascondeva e non diceva nulla.

Egli sentiva tutto il tormento della sua situazione e di quella di lei, tutta la difficoltà in cui si trovavano, esposti com’erano agli occhi di tutta la società, di nascondere il proprio amore, mentire, ingannare, e mentire, ingannare, usare astuzia e pensare continuamente agli altri allorquando la loro passione era tanto forte, che tutt’e due dimenticavano tutto il resto, eccetto il proprio amore. […] E per la prima volta gli venne in mente il pensiero che era indispensabile far cessare quella menzogna, e quanto più presto tanto meglio sarebbe stato.

«Sono incinta» ella disse piano e adagio. […] Egli impallidì, volle dire qualcosa ma si fermò, lasciò andare la mano di lei e chinò il capo. «Sì, egli ha capito tutto il significato di questo avvenimento» ella pensò e gli strinse la mano con riconoscenza. [Diss’egli] «Né io  nè voi abiamo mai considerato i nostri rapporti come un giocattolo e ora la nostra sorte è decisa. E’ indispensabile por fine, – egli disse, volgendosi indietro – alla menzogna in cui viviamo». «Por fine? E come por fine, Aleksjéi?» diss’egli piano. Ella s’era calmata adesso, e il suo volto splendeva di un tenero sorriso. «Lasciare vostro marito e unire la nostra vita» «Essa è unita anche così» rispose ella appena udibilmente. «Sì, ma del tutto, del tutto […]  come hai potuto sacrificare tutto per me? Io non posso perdonarmi che tu sia infelice.»«Io infelice? – ella disse avvicinandosi a lui e guardandolo con un entusiastico sorriso d’amore – io son come una persona affamata cui abbiamo dato da mangiare. Forse ha freddo, ha il vestito rotto, e si vergogna, ma non è infelice.[…] Devi capire che per me dal giorno che ho cominciato ad amarti tutto s’è mutato. Per me c’è una cosa sola: è il tuo amore. Se esso è mio, mi sento allora così in alto, così calda, che nulla per me può essere umiliante.»

“Il mio amore si fa sempre più appassionato ed egoistico, e il suo non fa che spegnersi, ed ecco perchè ci dividiamo, – ella seguitò a pensare. – E porvi rimedio non si può. Io ho tutto lui solo, e pretendo ch’egli mi si abbandoni sempre più. E lui sempre di più vuole allontanarsi da me. Noi ci siamo appunto andati incontro prima della relazione, e ora ci dividiamo andando irresistibilmente da parti diverse. E mutare questo non si può. […] Se lui, senza amarmi sarà buono, tenero con me per dovere, e non ci sarà quello che io voglio, – ma è mille volte peggio perfino del risentimento! E’ un inferno! Ed è appunto così. Lui non mi ama già da un pezzo. E dove finisce l’amore, là comincia l’odio… Queste strade non le conosco affatto. […] Noi siamo separati dalla vita, e io faccio la sua infelicità, lui la mia, e non si può rifare nè lui, nè me. Tutti i tentativi sono stati fatti, la vite s’è svitata…”

«La ragione è data all’uomo per liberarsi da quello che lo inquieta» disse in francese la signora. “Liberarsi da quello che inquieta – ripeté Anna – Sì, mi inquieta molto e la ragione è data per liberarsene; perciò bisogna liberarsene. E perchè non spegnere la candela, quando non c’è più nulla da guardare, quando fa schifo guardare tutto questo? Ma come?” E a un tratto, essendosi ricordata dell’uomo schiacciato il giorno del suo primo incontro con Vrònskij, ella capì quel che doveva fare. Dopo essere scesa con un passo veloce, leggero per i gradini che andavano dalla pompa alle rotaie, si fermò accanto al treno che le passava vicinissimo. Ella guardava il basso dei carrozzoni, le viti e le catene e le alte ruote di ghisa del primo carrozzone che scivolava lentamente e cercava di stabilire a occhio il punto di mezzo fra le ruote anteriori e le posteriori e il momento quando questo punto di mezzo sarebbe stato di fronte a lei. […] Ed esattamente nel momento in cui il tratto di mezzo fra le ruote giunse alla sua altezza, ella gettò indietro il sacchetto rosso e con un movimento leggero, come preparandosi ad alzarsi subito, si lasciò cadere in ginocchio. E in quell’attimo stesso inorridì di quel che faceva. “Dove sono? Che faccio? Perchè?” Voleva sollevarsi piegarsi all’indietro, ma qualcosa di enorme, d’inesorabile le dette una spinta nel capo e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” ella proferì, sentendo l’impossibilità della lotta. Un mužicjòk dicendo intanto qualcosa, lavorava su del ferro. E la candela con la quale ella leggeva il libro pieno di ansie, di inganni, di dolore e di male, s’infiammò d’una luce più vivida che non mai, le illuminò tutto quello che prima era nelle tenebre, scoppiettò cominciò a oscurarsi e si spense per sempre.

CONCLUSIONI

 

 Centro della vicenda è, dunque, la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij. Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti. “In Anna Karenina è rappresentata – scrive Natalia Ginzburg – la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità”. Tra i primi lettori il libro ebbe Dostoevskij che così ne scrisse: “Anna Karenina è un’opera d’arte assolutamente perfetta. Vi è in questo romanzo una parola umana non ancora intesa in Europa… e che pure sarebbe necessaria ai popoli d’Occidente”.

 

Commento:

Pubblicato nel 1877, il libro venne accolto in origine piuttosto freddamente e considerato alla stregua di una semplice storia d’amore, non ottenendo quindi grandi riconoscimenti ma solo critiche. Successivamente rivalutato, è oggi considerato uno dei capolavori dell’epoca. La mole non indifferente del romanzo può scoraggiare ma, in verità, merita tutto il tempo che si impiega per leggerlo!

Anna, divisa tra ciò che reputa giusto e ciò che desidera, vive una vita perennemente in lotta con se stessa, sempre in bilico tra ciò che prova e ciò che le convenzioni le impongono. Romanzo introspettivo con descrizioni molto efficaci, è una storia avvincente che descrive sentimenti forti, dall’amore coniugale a quello materno, all’amore passionale e ancora ipocrisia, paura, attrazione e tanto altro.

La bravura di Tolstoj nel far partecipare il lettore in prima persona ai sentimenti descritti, il grosso lavoro psicologico, il conflitto interiore della protagonista, lo rendono un romanzo estremamente interessante, a tratti quasi difficile da portare avanti per la sofferenza che trasuda dalle pagine.

In effetti, abbraccia diversi temi e contenuti ricorrenti nella letteratura dei grandi classici come questo.

Temi dell’amore senza regole, che infrange un vincolo sacro come il matrimonio; quello tra Anna e il marito Aleskey Aleskandrovich, il tema della morte, molto forte, e dell’amore fraterno disinteressato quello tra Dmitrich e il fratello konstantin, il tema dell’amore puro tra Dmitrich e Kitty; il tema della famiglia che traspare nella vicenda familiare di Dolly e Stiva (fratello di Anna) che tradisce la moglie e che viene perdonato pur di non stravolgere l’equilibrio nella famiglia.

In realtà, Anna Karenina parla dell’unico reale problema dell’uomo. Oggi come due secoli fa.

Come può perdurare l’amore? Tutto quello che occupa le nostre vite, dai problemi politici alle piccole incombenze di tutti i giorni, non è altro che una via molto lunga per capire come amare ed essere amati. Levin, Kitty, Vronkji, Anna, Dolly, Stiva stanno lì al nostro posto tentando di conciliare i desideri più profondi dell’uomo: la passione per la bellezza e l’aspirazione alla pace.

Anna, con il suo animo tormentato, le sue paure e il rifiuto verso un mondo ipocrita che non riesce più ad accettare – portandola a compiere scelte drastiche – entra nel cuore del lettore per non uscirne più.

Un capolavoro senza tempo.

 

 

 

IL TRADIMENTO OGGI

 

Al contrario, purtroppo il tradimento oggi è vissuto non più come qualcosa di eclatante, ma esattamente al contrario. Nella tarda modernità tradire è diventato un’abitudine normalissima per molti, a tal punto da non stupirsene più come accadeva un tempo. Tutti sono consapevoli della possibilità di tradire o di essere traditi. Ed è questa consapevolezza il fattore veramente demotivante, una consapevolezza che in qualche modo giustifica il tradimento come comportamento e malattia sociale.

Il tradimento spesso diventa un mezzo per fuggire ad una situazione di cui non si è soddisfatti, che non si accetta, ma non si ha il coraggio di affrontare direttamente. Il tradimento viene quindi facilmente giustificato. E in questo modo si traduce anche in una trappola mentale, un circolo vizioso in cui un tradimento segue l’altro, senza che ne venga cercata la causa o una soluzione ad esso. Viene semplicemente vissuto come una soluzione temporanea, e non come un indice di malessere.

Perché si tradisce?

Tradimento per trasgressione – tradimento per noia – tradimento per vendetta – tradimento per debole natura.

Tante situazioni per descrivere una paura… paura di cambiare… paura di esser soli…

Non si considera mai, invece, che il cambiamento è una risorsa, e non solo un rischio. Specialmente in campo sentimentale. E’ un modo di evolvere i rapporti, di crescere e maturare. Se si è insoddisfatti della comunicazione di coppia o della propria sessualità, si abbia il coraggio di cambiare… per migliorare se stessi e la propria autostima. Senza necessariamente ricorrere ad un palliativo dequalificante come il tradimento, chiaro indice di personalità deboli e paura di cambiare.

Ovviamente considerando questa prospettiva si possono aprire diversi filoni e correnti di pensiero, legati all’educazione individuale, all’ambiente in cui si vive, alla religione, per cui si può dire tutto ed il contrario di tutto.

 

Tuttavia ritornando ad Anna Karenina dobbiamo opportunamente farci una domanda: è colpevole Anna? L’epigrafe apposta al romanzo sembra togliere ogni dubbio in proposito “A me la vendetta, e io renderò il dovuto” (Dt. 32,35). E’ Jahvè che parla per bocca di Mosè, contro i disprezzatori della Legge: là dove dice pure

Poiché il loro vitigno è della vite di Sodoma,

e dai terrazzi di Gomorra:

la loro uva è uva di veleno,

i loro grappoli sono amari.

[…]

Al tempo stabilito il loro piede

comincerà a incespicare,

poiché il giorno della loro sciagura è vicino

e gli avvenimenti preparati per loro

si affrettano, invero.

 

Anna dunque è di questa stirpe, e non ha scampo: le sue sofferenze e il suo suicidio sono il castigo divino per l’adulterio che ha consumato con il giovane Vrònskij, abbandonando non soltanto il marito ma anche il figlio, e dando lungo scandalo nell’alta società pietroburghese – di cui prima della colpa, Anna era stata un fiore ammiratissimo. L’alta società, dal canto suo, ha punito Anna con il disprezzo e l’emarginazione, ma illegittimamente: poiché non tocca agli uomini punire, ma a Dio soltanto, a quel terribile Dio veterotestamentario che fa vendetta e retribuisce, e non conosce il perdono.

Ma questo, in realtà, ci mostra un Tolstoj moralista, cupo e crudele, che resiste per centinaia di pagine alla tentazione di innamorarsi di quell’Anna dolcissima, bella, intelligente, appassionata che egli stesso va creando, fino al culmine quando egli finalmente distrugge la sua splendida creatura – offrendola in sacrificio, sulle rotaie, alla furia divina. “Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d’inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” proferì, sentendo che era impossibile lottare”… (Parte settima, capitolo 31). Rabbrividisci, e pensi che non è giusto, per cui il lettore si sente automaticamente investito, dinanzi a tanta crudeltà divina, di insorgere contro l’autore e la sua epigrafe; di prendere le parti di Anna contro quel Dio feroce, e di difendere la colpa di lei, contro la Legge di Lui. “A me la vendetta…”: ma quale vendetta, per cosa? Anna, in fondo, non ha fatto altro che amare, apertamente e con coraggio; e ben più di lei meriterebbe semmai “vendetta” quell’ambiente bigotto, ipocrita e vizioso a cui lei si è ribellata e che le ha voltato le spalle (incapace di perdonarle non tanto l’adulterio, quanto piuttosto il suo coraggio, la sua sincerità, la forza della sua passione) – e innanzi a tutti il marito, lo spregevole Karénin che ricatta la povera Anna facendo leva sul figlio: Perché Tolstoj non massacrò anche Karénin? O Stepàn Arkàd’evic, e Betsy Tverskàja (entrambi colpevoli della stessa colpa di Anna, ma premuratisi sempre di evitare scandali?

Tuttavia Anna è palesemente una donna condannata: è un personaggio tragico, votato alla tragedia, malato d’angoscia, incline all’ossessione, ed è talmente ingombrante! Ingombrante come può esserlo un ribelle, un individuo cioè che non trova pace nel mondo consueto, e che di nessuno può essere compagno (persino Vrònskij a un certo punto ne è annoiato fino alla disperazione). La sua morte salva, rende tormentosamente bello tutto ciò che in lei sarebbe divenuto insopportabile se fosse vissuta più a lungo: il suo egoismo, il suo orgoglio, la sua malinconia, i suoi incubi, la pena che suscita la sua situazione. Sicché la “vendetta divina” finisce per apparire al lettore in un certo qual modo come provvidenziale e pacificante.

 


 

Category : Letteratitudini

Croci e delizie del matrimonio in Anna Karenina di Lev Tolstoj

dicembre 16th, 2012 // 6:52 pm @

 

Alcuni compenenti del gruppo di lettura “Letteratitudini”

da sx Concetta Pennella – Matilde Maisto – Felicetta Montella – Giannetta Capozzi – Laura Sciorio

Brillante incontro di Letteratitudini giovedì 13 u.s., serata che è stata anche l’occasione giusta per l’immancabile scambio degli auguri natalizi. I soci molto gioviali, in un clima di estrema sobrietà ed amicizia hanno affrontato il tema trattato dalla relatrice di turno Matilde Maisto, con serietà e impegno, ma, come di consueto, in un’atmosfera di allegra convivialità.

In questo incontro è stata affrontata la vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo “Anna Karenina” di Lev Tolstoj.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, Virginia Woolf ha scritto che sono “le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi”. Simboli di un moderno disagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è sicuramente nota, per cui qui di seguito la ricorderò brevemente, desiderando, invece, fare alcune considerazioni che sono nate spontanee nel corso della lettura di questo grandissimo romanzo.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” , così inizia il romanzo, presentando la figura di Stepan Arkad’ic Oblonskij (“Stiva”), un ufficiale civile che ha tradito la moglie Dar’ja Aleksandrovna (“Dolly”). La vicenda di Stiva mostra la sua personalità passionale che sembra non poter essere repressa. Per questa ragione, Anna Karenina, la sorella sposata di Stiva, che vive a San Pietroburgo, viene chiamata da Stiva, per persuadere Dolly a non lasciarlo. Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, un serio aristocratico che vive in una tenuta che gestisce lui steso, Konstantin Dmtric Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly, Kitty rifiuta, poiché aspetta una proposta di matrimonio dall’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovic Vronskij. Ma Vronskij si infatua di Anna ed Anna, scossa dalla propria reazione alle attenzioni di Vronskij, ritorna immediatamente a San Pietroburgo, da suo marito Aleksei Aleksandrovic Karenin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Sereza. Vronskij, perdutamente innamorato, la segue sullo stesso treno. A san Pietroburgo Anna cede alla propria passione per Vronskij ed ha così inizio l’idillio che finirà per tormentarla rovinosamente sino ad indurla al suicidio.

Centro della vicenda è dunque, la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij. Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti.

Pubblicato nel 1877, il libro venne accolto in origine piuttosto freddamente e considerato alla stregua di una semplice storia d’amore, non ottenendo quindi grandi riconoscimenti ma solo critiche. Successivamente rivalutato, è oggi considerato uno dei capolavori dell’epoca. La mole non indifferente del romanzo può scoraggiare ma, in verità, merita tutto il tempo che si impiega per leggerlo!
Anna, divisa tra ciò che reputa giusto e ciò che desidera, vive una vita perennemente in lotta con se stessa, sempre in bilico tra ciò che prova e ciò che le convenzioni le impongono. Romanzo introspettivo con descrizioni molto efficaci, è una storia avvincente che descrive sentimenti forti, dall’amore coniugale a quello materno, all’amore passionale e ancora ipocrisia, paura, attrazione e tanto altro.
La bravura di Tolstoj nel far partecipare il lettore in prima persona ai sentimenti descritti, il grosso lavoro psicologico, il conflitto interiore della protagonista, lo rendono un romanzo estremamente interessante, a tratti quasi difficile da portare avanti per la sofferenza che trasuda dalle pagine.

In effetti, abbraccia diversi temi e contenuti ricorrenti nella letteratura dei grandi classici come questo.
Temi dell’amore senza regole, che infrange un vincolo sacro come il matrimonio; quello tra Anna e il marito Aleskey Aleskandrovich, il tema della morte, molto forte, e dell’amore fraterno disinteressato quello tra Dmitrich e il fratello konstantin, il tema dell’amore puro tra Dimitrich e Kitty; il tema della famiglia che traspare nella vicenda familiare di Dolly e Stiva (fratello di Anna) che tradisce la moglie e che viene perdonato pur di non stravolgere l’equilibrio nella famiglia.

In realtà, Anna Karenina parla dell’unico reale problema dell’uomo. Oggi come due secoli fa.
Come può perdurare l’amore? Tutto quello che occupa le nostre vite, dai problemi politici alle piccole incombenze di tutti i giorni, non è altro che una via molto lunga per capire come amare ed essere amati. Levin, Kitty, Vronkji, Anna, Dolly, Stiva stanno lì al nostro posto tentando di conciliare i desideri più profondi dell’uomo: la passione per la bellezza e l’aspirazione alla pace.

Anna, con il suo animo tormentato, le sue paure e il rifiuto verso un mondo ipocrita che non riesce più ad accettare – portandola a compiere scelte drastiche – entra nel cuore del lettore per non uscirne più.

Ma noi lettori dobbiamo opportunamente farci una domanda: è colpevole Anna? L’epigrafe apposta al romanzo sembra togliere ogni dubbio in proposito “A me la vendetta, e io renderò il dovuto” (Dt. 32,35). E’ Jahvè che parla per bocca di Mosè, contro i disprezzatori della Legge: là dove dice pure:
Poiché il loro vitigno è della vite di Sodoma,
e dai terrazzi di Gomorra:
la loro uva è uva di veleno,
i loro grappoli sono amari.
[…]
Al tempo stabilito il loro piede
comincerà a incespicare,
poiché il giorno della loro sciagura è vicino
e gli avvenimenti preparati per loro
si affrettano, invero.

Anna dunque è di questa stirpe, e non ha scampo: le sue sofferenze e il suo suicidio sono il castigo divino per l’adulterio che ha consumato con il giovane Vrònskij, abbandonando non soltanto il marito ma anche il figlio, e dando lungo scandalo nell’alta società pietroburghese – di cui prima della colpa, Anna era stata un fiore ammiratissimo. L’alta società, dal canto suo, ha punito Anna con il disprezzo e l’emarginazione, ma illegittimamente: poiché non tocca agli uomini punire, ma a Dio soltanto, a quel terribile Dio veterotestamentario che fa vendetta e retribuisce, e non conosce il perdono.
Ma questo, in realtà, ci mostra un Tolstoj moralista, cupo e crudele, che resiste per centinaia di pagine alla tentazione di innamorarsi di quell’Anna dolcissima, bella, intelligente, appassionata che egli stesso va creando, fino al culmine quando egli finalmente distrugge la sua splendida creatura – offrendola in sacrificio, sulle rotaie, alla furia divina. “Avrebbe voluto sollevarsi, gettarsi da un lato; ma qualcosa di enorme, d’inesorabile, la urtò alla testa e la trascinò per la schiena. “Signore, perdonami tutto!” proferì, sentendo che era impossibile lottare”… (Parte settima, capitolo 31).
Rabbrividisci, e pensi che non è giusto, per cui il lettore si sente automaticamente investito, dinanzi a tanta crudeltà divina, di insorgere contro l’autore e la sua epigrafe; di prendere le parti di Anna contro quel Dio feroce, e di difendere la colpa di lei, contro la Legge di Lui. “A me la vendetta…”: ma quale vendetta, per cosa? Anna, in fondo, non ha fatto altro che amare, apertamente e con coraggio; e ben più di lei meriterebbe semmai “vendetta” quell’ambiente bigotto, ipocrita e vizioso a cui lei si è ribellata e che le ha voltato le spalle (incapace di perdonarle non tanto l’adulterio, quanto piuttosto il suo coraggio, la sua sincerità, la forza della sua passione) – e innanzi a tutti il marito, lo spregevole Karénin che ricatta la povera Anna facendo leva sul figlio. Perché Tolstoj non massacrò anche Karénin? O Stepàn Arkàd’evic, e Betsy Tverskàja (entrambi colpevoli della stessa colpa di Anna, ma premuratisi sempre di evitare scandali?)
Tuttavia Anna è palesemente una donna condannata: è un personaggio tragico, votato alla tragedia, malato d’angoscia, incline all’ossessione, ed è talmente ingombrante! Ingombrante come può esserlo un ribelle, un individuo cioè che non trova pace nel mondo consueto, e che di nessuno può essere compagno (persino Vrònskij a un certo punto ne è annoiato fino alla disperazione). La sua morte salva, rende tormentosamente bello tutto ciò che in lei sarebbe divenuto insopportabile se fosse vissuta più a lungo: il suo egoismo, il suo orgoglio, la sua malinconia, i suoi incubi, la pena che suscita la sua situazione. Sicché la “vendetta divina” finisce per apparire al lettore in un certo qual modo come provvidenziale e pacificante.
Un capolavoro senza tempo.
Intanto “Letteratitudini” prosegue a vele spiegate ed invita, sin d’ora, a partecipare al convegno letterario che si terrà in data 26 Gennaio 2013 con il Prof. Mario Damiano, filosofo e storico, che affronterà il tema seguente: “La questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo”.

A cura di Matilde Maisto

 

 

Category : Letteratitudini &Racconti/Romanzi

Mamma, quando ti ricrescono i capelli? di Barbara Martinelli Kohler

dicembre 14th, 2012 // 10:29 am @

 

RECENSIONE DEL REGISTA ALDO ZAMPIERI

“Secondo me questo è un piccolo capolavoro letterario anche se è un diario personale, che

avvince, fa VIVERE il calvario di una donna-moglie-MADRECORAGGIO con la semplicità ed il cinismo che a volte il verismo richiede.

Oltre che interessante e per nulla retorico, l’autrice è di una precisione meravigliosa, non prolissa, non ripetitiva se non nel necessario.

Leggere questo libro-diario, chiudere gli occhi e VEDERLO nella sua atroce e schietta VERITA’, mi sono commosso nel leggere le peripezzie, i timori, l’infinito amore per la sua famiglia, lo stoicismo nell’affrontare una situazione assolutamente non facile da affrontare, senza mai menzionare la parola “DOLORE”, quello fisico e quello morale- parla di dispiacere ma non di dolore, inveisce SIMPATICAMENTE contro il mostro che si è impadronito di lei con violenza senza intaccare la sua GIUSTIFICATISSIMA gioia di vivere non per lei sola – che sarebbe egoistico – ma per tutti i suoi cari, i suoi amici, il mondo che la circonda. A volte è sarcastica (nel senso bonario) e commovente coi suoi pianti silenziosi che assalgono tutte le persone emotivamente preoccupate ma non dòme, sfiora il poetico lirismo di una mamma che idolatra i suoi bimbi come la chioccia che protegge i suoi PULCINI.

BELLO! Assolutamente da non perdere per chi ama le esperienze di vita vissute e finite (fortunatamente!) bene!”

 

SCHEDA DEL LIBRO:

Category : Cultura &Racconti/Romanzi

Cancello ed Arnone: “Dalla sofferenza i sentimenti di pace e amore per l’intera umanità”

dicembre 1st, 2012 // 8:52 pm @

                                                                                                          

 

“Il problema del dolore in Pascoli” al centro dell’incontro novembrino di Letteratitudini                                     

L’appuntamento di dicembre sarà dedicato ad “Anna Karenina” di Leone Tolstoj

CANCELLO ED ARNONE (Raffaele Raimondo) – Plumbeo il cielo di novembre. La generosa “Estate di San Martino” è già passata. Tutto è tornato autunnale: il clima, il paesaggio, il cuore… In questa malinconica eppur benefica atmosfera, capace di indurre talora a riflessioni perfino struggenti, il gruppo Letteratitudini ha affrontato, leggendo e commentando preselezionati brani, “Il problema del dolore in Pascoli”. Un approccio denso di rievocazioni biografiche, esistenziali, dolcemente poetiche. Una full immersion nella vicenda umana e letteraria di un autore i cui celebri versi restano stampati nella memoria profonda di quanti hanno avuto modo di apprezzarli sui banchi di scuola già tanti anni fa. Semplici, trepidanti, dolenti i componimenti sui quali il gruppo, sempre amabilmente diretto da Tilde Maisto, s’è soffermato. Leimotiv condiviso della serata il convincimento pascoliano racchiuso nell’espressione “Il dolore è ancor più dolore, se tace”. Quasi dissacrante, ma tuttavia non elusa, l’analisi delle probabili morbosità che avrebbero condizionato la vita e l’opera del poeta: miccia accesa da un richiamo al libro “I segreti di casa Pascoli” dello psichiatra Vittorino Andreoli. Ne ha analizzato gli snodi controversi il gruppo, che comunque ha superato il guado preferendo approdare ad una conclusione così riassunta: “Dal dolore Pascoli imparò una grande verità: bisogna sempre dire una parola di perdono, di bontà, di pace e di amore amore agli uomini che, a volte, fanno del male a se stessi e agli altri senza rendersene conto”.  Rinviata a gennaio la problematica di carattere storico, il nuovo incontro di Letteratitudini previsto per il prossimo 13 dicembre, sarà riservato ad un argomento non meno accattivante: “ Croci e delizie del matrimonio in ‘Anna Karenina’ di Leone Tolstoj”. In tal modo circoscritta l’attenzione per uno dei capolavori della letteratura russa, il gruppo tenterà di attualizzare la lezione di Tolstoj, incardinandola nei tratti dominanti dell’odierna vita coniugale ed esplorando inevitabilmente analogie e differenze rispetto alla temperie ottocentesca che fa da sfondo alla narrazione che vide protagonista l’aristocratica Anna tornata quest’anno alla ribalta cinematografica per l’interpretazione di Keira Knightley nel film di Joe Wright. Quali e quanti i motivi che la indussero a dare inizio alla passionale relazione con il conte Vronsky? Sfuggire alla condanna di un matrimonio infelice fu (ed è tuttora) un diritto, un’inesorabile e risolutivo sbocco o un ulteriore bombardamento nella sfera affettiva? Gli appassionati di letteratura che desiderano prender parte al percorso di Letteratitudini potranno certamente intervenire.

Matilde Maisto

 scena di un matrimonio

 

MATERIALE DISCUSSO NEL CORSO DELL’INCONTRO:

Category : Letteratitudini

Paolo Nori: “Garibaldi fu ferito” – “E noi?”

dicembre 1st, 2012 // 8:41 pm @

“Garibaldi fu ferito”,  è un discorso sul Risorgimento pronunciato, la prima volta, a Carpi, il 19 settembre del 2009, nell’ambito del festival filosofia di Modena, Carpi, Sassuolo, invece “E noi?”, è un discorso sul ridicolo pronunciato a Torino il 29 settembre del 2012 in occasione del festival Torino spiritualità.
Qui si parla del fatto che Rinascimento è una parola che ci è stranamente meno familiare di quanto ci sia familiare la sua traduzione in inglese, Revival, si ripercorre la cronaca di una rivoluzione che c’è stata a Carpi nel 1831, si incrociano le vite di Saddam Hussein e di Sathya Sai Baba, si risponde alle domande che fanno a quelli che si mettono a studiare russo, e alle domande che fanno a quelli che si mettono a scrivere libri, si dice come ci si sente ad essere l’unico a sapere la verità, si calcola con una bilancia medica decimale il peso dell’anima, si sostiene che quando ci capita di esser ridicoli, sono quelli i momenti che siamo vivi.
Perché qui siamo a Torino spiritualità, e questa questione della spiritualità, cioè del sacro, uno quando pensa al sacro pensa, non so, alla messa; l’eucarestia, il corpo di Cristo, be’, io, che sono andato a messa fino a quando avevo undici o dodici anni, per fare la cresima, non l’ho mai capito, cosa vuol dire, il corpo di Cristo; «questo è il mio corpo, offerto per voi e per tutti in sacrifico».
Il tuo corpo? Per me? In sacrificio? Ma cosa dici?
«Scambiatevi un segno di pace».
Un segno di pace? Cosa vuol dire, scambiatevi un segno di pace? Che ci diam la mano? Ah, va bene, ci diamo la mano.

…No, io mi ricordo che durante la messa non ho mai avuto la minima esperienza, del sacro, io la cosa più bella era quando dicevano «La messa è finita, andate in pace», io se penso alla messa mi vengono in mente le calze traforate che mi faceva mettere mia mamma quando avevo sei o sette anni con le braghe corte che mi sentivo così coglione «Ma come si fa, – mi chiedevo, – a vestirsi così?», no, io i misteri della religione, le manifestazioni del sacro, per me non hanno mai avuto a che fare con delle cerimonie ufficiali, no, io se devo pensarci, il sacro, nella mia vita, non so, quando stendi il bucato, e poi esci e torni a casa e senti odore di sapone di Marsiglia.
Quando hai un computer nuovo e stai caricando il programma di scrittura.
Quando sei in giro, in centro, con tua figlia, e ti volti a vedere se è dietro di te e la vedi e ti vien da pensare “Ma com’è bella”.
Quando firmi un contratto di allacciamento del gas.
Quando vedi che gli alberi sono diversi e pensi “L’autunno ha cambiato il giardino”.
Tutte le volte che ti svegli che hai fame.
Quando senti qualcuno che sta attento a quello che dice.
Quando ti rammendi le tasche della giacca.

Paolo Nori (Parma, 1963) è uno scrittore italiano. Dopo il diploma in ragioneria ha lavorato in Algeria, Iraq e Francia. Tornato in Italia ha conseguito la laurea in Lingua e Letteratura Russa presso l’Università di Parma, con una tesi sulla poesia di Velimir Chlebnikov. Ha quindi esercitato per un certo tempo l’attività di traduttore di manuali tecnici dal russo part time. Alla redazione de Il semplice conosce Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Ugo Cornia, Daniele Benati, con i quali collabora per anni, cominciando a pubblicare i suoi scritti fortemente influenzati dalle avanguardie russe ed emiliane. È fondatore e redattore della rivista L’Accalappiacani, edita da DeriveApprodi. Collabora con alcuni quotidiani tra cui Il Manifesto, Libero, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
Bibliografia
    Le cose non sono le cose (Fernandel, 1999)
    Bassotuba non c’è (DeriveApprodi, 1999)
    Spinoza (Einaudi, 2000)
    Diavoli (Einaudi, 2001)
    Grandi ustionati (Einaudi, 2001)
    Si chiama Francesca, questo romanzo (Einaudi, 2002)
    Gli Scarti (Feltrinelli, 2003)
    Storia della Russia e dell’Italia (Fernandel, 2003), con Marco Raffaini
    Pancetta (Feltrinelli, 2004)
    Ente nazionale della cinematografia popolare (Feltrinelli, 2005)
    I quattro cani di Pavlov (Bompiani, 2006)
    Noi la farem vendetta (Feltrinelli, 2006)
    La vergogna delle scarpe nuove (Bompiani, 2007)
    Tre discorsi in anticipo e uno in ritardo (DeriveApprodi, 2007)
    Siam poi gente delicata: Bologna Parma, novanta chilometri (Laterza, 2007)
    Mi compro una Gilera (Feltrinelli, 2008)
    Baltica 9. Guida ai misteri d’oriente, con Daniele Benati (Laterza, 2008)
    Pubblici discorsi (Casa editrice Quodlibet, 2008)
    Esattamente il contrario – con disegni di Fausto Gilberti (Drago Edizioni, 2009)
    Bassotuba non c’è (Feltrinelli, 2009)
    I malcontenti (Einaudi, 2010)
    A Bologna le bici erano come i cani (Ediciclo, 2010)
    La matematica è scolpita nel granito (Sugaman, 2011)
    La meravigliosa utilità del filo a piombo (Marcos y Marcos, 2011)
Ha tradotto e curato l’antologia degli scritti di Daniil Charms Disastri (Marcos y Marcos), l’edizione dei classici di Feltrinelli di Un eroe dei nostri tempi di Lermontov, le Umili prose di Puškin, Le anime morte di Gogol, il capolavoro diTurgenev Padri e Figli (Feltrinelli) e l’antologia di Velimir Chlebnikov, 47 poesie facili e una difficile (Quodlibet, 2009); ha infine tradotto e pubblicato nel 2010, per le Edizioni Voland il romanzo postumo di Tolstoj, Chadži-Murat.

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“Amanti assassinati da una pernice” di Federico Garcia Lorca

dicembre 1st, 2012 // 8:38 pm @

Un bizzarro incontro con Luis Bunuel; un dialogo tra Buster Keaton, un gufo, un gallo e un negro; un’impietosa riflessione sulla morte della madre di Charlot; alcune descrizioni di appartati e inquietanti giardini … e, ultima ma non meno importante, una conferenza sulla ninnananna. Questi testi di Lorca, quasi tutti inediti in Italia, offrono l’immagine ammaliante di un prosatore, inventivo e arrischiato, sempre geniale.

“Lasciamoli sulla superficie i nostri occhi, come i fiori acquatici, e noi, rannicchiamoci dietro di loro, mentre in un mondo oscuro galleggia la nostra palpitante fisiologia”.

Così il grande poeta andaluso in uno dei suoi testi in prosa qui riuniti: immagini fortemente inventive, a volte arrischiate ma sempre geniali.

“Propagandista del sentimento poetico” come lui stesso si definisce, Lorca aderisce alle cose trasmigrando in esse, vivendole liricamente, associando e dissociando idee, forme e colori in modo totalmente libero.

Sulla ninnananna:

Dormi mio bel bambino,

dormi, che io ti guardo;

Dio t’ha dato molta fortuna

in questo mondo bugiardo.

 

O mora tra le more,

la Virgen del Castanar

nell’ora della morte

ci proteggerà.

 

Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca, pronuncia IPA: [feðeˈɾiko ɣarˈθi.a ˈlorka] (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 19 agosto 1936), è stato un poeta e drammaturgo spagnolo appartenente alla cosiddetta generazione del ’27, un gruppo di scrittori che affrontò le Avanguardie europee con risultati eccellenti, tanto che la prima metà del Novecento viene definita la Edad de Plata della letteratura spagnola.
Apertamente a favore delle forze repubblicane e dichiaratamente omosessuale, scoppiata la Guerra civile spagnola viene per questo ucciso da ignoti, probabilmente legati al movimento nazionalista.
Nato in una famiglia di piccoli proprietari terrieri nel paesino di Fuente Vaqueros, García Lorca è per vari aspetti un ragazzo prodigio, sebbene non raggiunga mai l’eccellenza – non per incapacità, ma per le pieghe del suo complesso carattere – in ambito scolastico. Nel 1909, si trasferisce assieme alla famiglia a Granada, vicina città dell’Andalusia, dove ben presto rimane profondamente coinvolto nelle attività dei circoli artistici del luogo. La sua prima opera letteraria, Impresiones y paisajes, viene pubblicata nel 1918, ma non ha particolare successo, se non in ambito locale.
Nel 1919, giunge, per proseguire gli studi, a Madrid, dimorando presso la famosa Residencia de Estudiantes. All’Università stringe amicizia con Luis Buñuel e Salvador Dalí, così come con molti altri personaggi che oggi annoveriamo tra i più importanti della storia spagnola. Tra questi, Gregorio Martínez Sierra, il Direttore del Teatro Eslava, dietro invito del quale García Lorca scrive e mette in scena, nel 1919-20, la sua opera d’esordio, El maleficio de la mariposa, che però non viene accolta bene dal pubblico.
Nel giro di pochissimi anni, García Lorca sa però ribaltare questi iniziali insuccessi, divenendo membro di spicco dell’avanguardia artistica del proprio Paese: pubblica ulteriori raccolte di poesie, tra le quali Canciones e Romancero Gitano, forse il suo libro più conosciuto. Sul fronte teatrale, Mariana Pineda, con fondali disegnati da Dalí, debutta con clamoroso trionfo a Barcellona.
Tuttavia, verso la fine del 1929, García Lorca cade vittima di una depressione sempre più profonda, esacerbato frutto dei sensi di colpa per una omosessualità che comunque sempre meno riesce a mascherare con amici e parenti, e tutto questo mentre al contrario la fama del suo Romancero Gitano cresce enormemente. Vedendo peggiorare le condizioni psicologiche di Federico, anche se forse ne ignoravano la causa, la famiglia di García Lorca organizza per lui – con la complicità di Fernando de los Ríos, amico attraverso il quale riesce ad ottenere una borsa di studio – un viaggio negli Stati Uniti d’America.
Questo viaggio, ed in particolare il soggiorno a New York, dove Federico frequenta per un breve lasso la Columbia University, assume una importanza fondamentale nella produzione poetica di García Lorca, che difatti compone quello che molti giudicano il suo capolavoro, ovverosia Poeta en Nueva York, incentrato sull’alienazione dell’uomo nella società moderna e sui meccanismi che permettono ai pochi di dominare sui molti. Un’opera, come si comprende, molto avanti sul resto del panorama artistico coevo, così come lo sono le pièces teatrali che realizza in questo periodo, Así que pasen cinco años e El público, tanto che quest’ultima verrà pubblicata solo al termine degli anni Settanta del secolo scorso, e mai integralmente.
Dopo un breve ma importante e intenso soggiorno a Cuba, il suo ritorno in Spagna nel 1930 coincide con la caduta della dittatura di Primo de Rivera ed il ristabilirsi della democrazia. Nel 1931, García Lorca viene nominato direttore della compagnia Teatro Universitario la Barraca. Questa compagnia, fondata dal Ministro dell’Educazione, riceve l’incarico di portare in giro la propria produzione nelle più remote aeree rurali del Paese. García Lorca non si limita a dirigere, ma ne è anche attore. È durante questo tour con La Barraca, che García Lorca scrive le sue opere di teatro più note, e denominate ‘trilogia rurale’: Bodas de sangre, Yerma e La casa de Bernarda Alba.
Scoppia la Guerra civile spagnola: García Lorca lascia Madrid per Granada, nonostante debba essere conscio del fatto che si sta praticamente votando alla morte andando a raggiungere una città con la fama di essere abitata dalla oligarchia più conservatrice d’Andalusia. García Lorca e suo cognato, che era anche sindaco socialista di Granada, sono effettivamente arrestati. García Lorca viene fucilato da militanti del movimento politico CEDA il 19 agosto 1936 perché di sinistra e omosessuale e gettato in una tomba senza nome a Fuentegrande de Alfacar nei dintorni di Víznar, vicino Granada

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“Il ritorno” di Joseph Conrad

dicembre 1st, 2012 // 8:35 pm @

“Il ritorno” apparve nella raccolta Tales of Unrest (“Racconti inquieti” o “Racconti dell’inquietudine” nelle edizioni in lingua italiana) assieme ad altri quattro racconti: Karain, un ricordo (Karain: A Memory), Gli idioti (The Idiots), Un avamposto del progresso (An Outpost of Progress) e La laguna (The Lagoon). Il ritorno è l’unico dei cinque racconti a non essere apparso precedentemente in riviste letterarie. Si pensa, tuttavia, che sia stato scritto, come gli altri, nel 1897, un periodo nel quale Conrad frequentava Henry James.
La morale del racconto è il fallimento del matrimonio, inteso come istituzione. Sono state viste ne Il ritorno influenze soprattutto da James, da Il ventaglio di Lady Windermere di Oscar Wilde e da Bel Ami di Maupassant. Il racconto lasciò sconcertati numerosi lettori, fu definito dall’editore e studioso di Conrad Ugo Mursia «uno dei più trascurati e insieme maltrattati dalla critica». Più tardi lo stesso Conrad, scrisse che aveva la sensazione che Il ritorno fosse «opera della mano sinistra», gli era costato «fatica, rabbia e delusione» e che detestava questo racconto («I hate it».)
Gi abissi di una crisi coniugale, nell’intenso racconto di un maestro della prosa moderna: un uomo, una donna il tradimento e l’abbandono. In poche ore tutto accade tra gli impassibili duellanti, sotto la superficie esplode la rabbia e dietro l’apparenza rispettabile si compie ls crudeltà dell’amore.
Da “Il ritorno” Patrice chéreau ha tratto nel 2005 il film “Gabrielle” con Isabelle Huppert e Pascal Greggory.
Nella Parigi primo Novecento i coniugi Hervey aprono ogni giovedì il loro salotto alla buona società. Formano una coppia agiata e, in apparenza, sperimentata. Monsieur Hervey si vede rispecchiato nella moglie Gabrielle: un uomo solido, rispettato, socialmente invidiato e ammirato. Un pomeriggio, però, tornando a casa, trova un biglietto con cui lei gli annuncia di averlo abbandonato per un altro, ma, mentre è ancora in preda allo choc, lei ritorna: «Ho avuto paura» confessa. Non ce l’ha fatta ad andarsene e tuttavia non accetta più che tutto possa essere come prima.  “Il ritorno”, è costruito con impianto teatrale e un’alternanza cinematografica di bianco e nero e colore, Gabrielle ha il suo punto di forza in una superba ricostruzione di ambienti e, soprattutto, in Isabelle Huppert, bravissima nel disegnare il ritratto di una donna che scopre per la prima volta i suoi sentimenti e quindi se stessa e così facendo si accorge di non aver mai saputo niente del marito, un concentrato di convenzioni più che un essere umano. Nello scontro fra i due, sarà lui ad andare in pezzi e saranno di Gabrielle le parole più crudeli e illuminanti sull’amore, la sua mancanza, la sua ricerca.

 

 

Joseph Conrad, nato Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski (Berdicev, 3 dicembre 1857 – Bishopsbourne, 3 agosto 1924), è stato uno scrittore polacco naturalizzato britannico.
Considerato uno dei maggiori scrittori moderni, è stato capace – grazie a un ricchissimo linguaggio (e nonostante la lingua inglese fosse la sua terza lingua, dopo quella polacca e quella francese) – di ricreare in maniera magistrale atmosfere esotiche e riflettere i dubbi dell’animo umano nel confronto con terre selvagge.
È universalmente riconosciuto come uno dei grandi maestri della prosa. Molti dei suoi lavori sono pervasi di romanticismo ma è considerato soprattutto come un importante precursore del modernismo. Il suo stile narrativo e i suoi personaggi anti-eroici hanno influenzato molti scrittori, tra cui Ernest Hemingway, David Herbert Lawrence, Graham Greene, William S. Burroughs, Joseph Heller, V.S. Naipaul e John Maxwell Coetzee. Ha ispirato inoltre diversi film, tra cui Lord Jim e Apocalypse Now (tratto dal suo Cuore di tenebra).
Monumento a Conrad in Polonia a Gdynia, sulla costa del Mar Baltico
Mentre l’Impero Britannico raggiungeva il suo apice, Conrad sfruttò la sua esperienza prima nella marina francese e, successivamente, in quella britannica per scrivere romanzi e racconti che riflettono aspetti di un impero “globale” e, allo stesso tempo, esplorano gli abissi della mente umana.

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Recensione sul libro di Ida Matilde dal titolo: “Eva voleva volare”

dicembre 1st, 2012 // 8:32 pm @

 

Nel leggere il libro di Ida Matilde :”Eva voleva volare” si ha l’impressione di guardarsi a pezzi nel senso che in ogni rigo,in ogni passo,in ogni parola letta e gustata vi è uno sguardo nuovo sul tema delicato della violenza di genere, nasce quindi una nuova geografia che affronta il tema difficile e complesso della violenza sulle donne.

Il libro ricco di dettagli parla una lingua forte e delicata nello stesso tempo e ci conduce per mano nello svelare un universo quello femminile che si scontra ogni giorno contro il fenomeno della sopraffazione non solo fisica ma anche morale e psicologica inflitta alle donne da uomini violenti.

Un libro quello di Ida Matilde che ci fornisce indizi ed alcune caselle vuote e quest’ultime come le parole crociate devono essere completate dal lettore e dalle lettrice che devono essere in grado di riconoscere l’intreccio che lega la protagonista del racconto agli altri personaggi ,ogni lettore e lettrice sulla base delle loro esperienze deve ricercare all’interno del libro  l’arte per poter invertire il cammino verso la violenza  in un cammino verso la valorizzazione delle diversità tutte,verso le vere ed indiscusse politiche di genere che devono condurci ad un mondo sano e completo senza che il plurale femminile /maschile diventi una curtosi di genere.

Se la scrittura vuole cambiare in positivo le lacerazioni della società ,lacerazioni che come il fenomeno della violenza alle donne è sempre più in crescendo allora possiamo senza alcun dubbio affermare che tutto questo può avvenire utilizzando strumenti culturali  idonei a far veicolare un nuovo messaggio che valorizzi le differenze  di genere e  possiamo asserire  con fermezza che il libro “Eva voleva volare” di Ida Matilde  ha questo fine didascalico . Il  libro ,dunque ,  come valido strumento di lavoro per gli insegnanti che vogliano intraprendere il difficile  percorso educativo  che tenga conto delle politiche di genere  e delle azioni positive e quindi sia le politiche di genere che le azioni positive sono chiamate ad esportare  e decodificare le  buone prassi in modo tale che le nuove generazioni non possano essere etichettate come “generazioni” invisibili

 

Adele Grassito

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“La vita accanto” di Mariapia Veladiano

dicembre 1st, 2012 // 8:30 pm @

La vita accanto

 

Titolo: La vita accanto

Autore: Mariapia Veladiano

Editore: Einaudi
Pagine: 172
Prezzo: € 16,00
Pubblicazione: febbraio 2011
ISBN: 978-88-0620-598-0

 

Ci sono una madre senza più parole, con l’anima in briciole. E una zia sfacciatamente bella e innamorata del fratello. Ci sono Maddalena, con la forza di un amore che nasce dal bisogno e gli occhi svelti al pianto; una bambina grassa con il canto nella voce e le mani pronte a spingere nel fiume la violenza, una maestra elementare che protegge e insegna, e una bianca signora della musica, malata solo quando serve. Rebecca, infine, a dirigere il coro delle voci femminili de La vita accanto, breve romanzo d’esordio di Mariapia Veladiano.

Rebecca è una bambina brutta. Che vive con prudenza, «in punta di piedi sul ciglio estremo del mondo». Che ha imparato a mangiare senza fare briciole, a giocare spostando solo il necessario, «a non consumare calze e scarpe perché si muove in modo composto». Perché «una bambina brutta è grata a tutti per il bene che le vogliono nonostante la delusione per la sua nascita (…); vede, osserva, indaga, ascolta, percepisce, intuisce; in ogni inflessione di voce, espressione del viso, gesto sfuggito al controllo, in ogni silenzio breve o lungo, cerca un indizio che la riguardi, nel bene e nel male. Teme di ascoltare qualcosa che confermi quello che sa già, e cioè che la sua esistenza è una vera disgrazia».

È invece, quella di Rebecca, un’esistenza che, con grazia e lucidità, ha imparato a restare ai margini della vita, a tessere una trama che si riverbera nelle forme altre e che la spinge a scavalcare la superficie. Una “vita accanto”, come quella delle donne che con lei si muovono nella trama della narrazione. Fatta di segreti appena accennati e invisibili incrostature. Di piccoli inganni, superstizioni, poesie e follia. Vita sussurrata sulla riva di un fiume, consegnata alle pagine di un diario, alle confidenze che hanno il profumo di cucina. O alla musica «che porta sempre con sé il ricordo del dolore».

E tutto questo contro la messa in scena del mondo, della sua presunta bellezza e delle versioni ufficiali che stanno sulla bocca pettegola di una città di provincia. Una città, Vicenza, dove «le vetrine e i palazzi luccicano come le squame dei coccodrilli», ma la cui anima è nera. Come le acque stagnanti del fiume Retrone e quelle altrettanto torbide in cui si nasconde un universo che pensa bene, ma è il reale portatore della bruttezza descritta nel romanzo.

In una fiaba che non lo è, in un’atmosfera sospesa e quasi fuori dal tempo, Mariapia Veladiano ci mette tra le mani una storia eccezionale. E ci ricorda che l’amore femminile, anche nell’assenza, nelle pieghe a volte crudeli, nell’esibizione volgare e trasgressiva, violenta o sfacciata, non smette mai di circolare e legare. Di scavalcare, come per magia, la vita singolare di ognuna. Per trovare un rammendo comune agli strappi della violenza maschile, con la fiducia e l’obbedienza di chi porta con sé il sapere delle madri.


L’AUTORE

Mariapia Veladiano vive a Vicenza, è laureata in lettere e teologia e collabora con ‘Il Regno’, rivista conciliare che mantiene un dialogo ecumenico con ogni cultura e religione. Insegna italiano e storia in un istituto professionale frequentato soprattutto da ragazze. La vita accanto, premio Calvino aprile 2010, è il suo primo romanzo pubblicato.

Category : Cultura &Racconti/Romanzi