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Convegno letterario a Cancello ed Arnone con “Letteratitudini” ed il professor Mario Damiano

gennaio 28th, 2013 // 4:25 pm @

 

Crisi Economica-Politica e Questione Meridionale (possibile ed immaginaria intervista a Luigi Sturzo)

Cancello ed Arnone – Circa cinquant’anni fa moriva don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano, partito laico nelle foglie ma cristiano nelle radici con forte impronta meridionalista, con il quale i cattolici si inserirono nella vita politica nazionale.

In don Luigi, meridionalista militante fin dalla prima ora, lo sviluppo del Sud occupa una posizione centrale nel suo impegno pastorale e politico. Egli analizzò la questione meridionale non con paraocchi ideologici, ma inserita nel suo quadro storico.

Egli già nel Congresso cattolico di Bologna del 1903 collegò “la questione cattolica” con la “questione meridionale” intesa come una “questione nazionale”.

Don Luigi Sturzo parallelamente al Congresso Cattolico ufficiale di Bologna, tenne una conferenza nella sala dei Fiorentini, dove si riunivano i democratici cristiani, nella quale disse: “Noi non ci conosciamo; e lo stacco si rende tanto più reale, quanto ancora non si è trovato una ragione specifica di lavoro di tutti i cattolici d’Italia anche a favore di una questione che non è semplicemente politica, ma che è fondamentalmente questione di conoscenza e di condizione di animo.

Penetrare nell’intimo del nostro problema meridionale è per molti, per moltissimi, come penetrare in una contrada inesplorata. Di fronte alla persistenza di stereotipi che impediscono una corretta conoscenza della realtà meridionale e che «concorrono a determinare un urto degli animi assai più disastroso che l’urto degli interessi», egli si propone di offrire un’analisi «accurata, coscienziosa, sobria» della questione meridionale come «un vitalissimo problema di vita nazionale» alla cui soluzione anche i cattolici dell’alta e media Italia devono partecipare «con senno, solidarietà e amore fraterno».Sturzo parlando delle popolazioni del Nord li chiama “fratelli del Nord” e non “nemici” del Sud ed invoca il principio della “solidarietà” nazionale basata sul cristianesimo.

Nel discorso pronunciato a Napoli nel 1917, in occasione del convegno “per gli interessi del Mezzogiorno Sturzo afferma che la questione meridionale è “un problema morale e politico di primissimo ordine (…) che ha una decisiva importanza per il nostro avvenire e il nostro secondo risorgimento”.

Il compito a cui devono spingere “le libere e forti energie” per contribuire validamente “alla soluzione dei problemi del Mezzogiorno” è un impegno politico e sociale animato da un rinnovato impegno morale.

Per Sturzo un rinnovamento morale doveva presupporre una visione religiosa della vita. Questa convinzione lo spinse ad impegnarsi per far recuperare una nuova pastoralità al clero meridionale e far rinascere nel popolo una fede convinta, da cui derivassero coerenti atteggiamenti morali.

Egli era convinto che per operare una profonda riforma di costume e di mentalità fra le popolazioni diseredate e avvilite del Meridione bisognava iniziare dal prete, definito da Gabriele De Rosa, come “il primo emarginato della storia della Sicilia nell’età contemporanea”.

Sturzo sogna un prete culturalmente preparato, spiritualmente formato al sacrificio e ad andare contro corrente, pastoralmente attivo, difensore dei diritti degli umili contro i potenti, pronto ad interessarsi, sull’esempio di Cristo della salvezza integrale dell’uomo. Egli ritiene che il compito più importante della Chiesa per aiutare a risolvere il problema meridionale è quello di insistere sulla formazione (spirituale, culturale, pastorale) del clero e sull’educazione religiosa e civile del popolo.

Luigi pur apprezzando il sentimento religioso del popolo meridionale, ne conosce anche i limiti: il sentimento, senza un’adeguata istruzione e una coerente vita morale, degenera facilmente nell’estetismo esteriore, nel cultualismo rumoroso, nel fanatismo arrabbiato, nel dualismo tra fede (spesso unita alla superstizione) e condotta di vita spesso immorale. Pur non negando l’importanza del culto, egli, lamenta che le feste religiose e la predicazione tendano più ad accarezzare la fantasia del popolo, che a investire tutta la sua vita morale.

Don Sturzo, pur guardando alla religiosità popolare non con la sufficienza dell’intellettuale, ma con la simpatia del pastore, che vive a contatto col popolo, non manca di notarne le ambiguità e i lati negativi, con lo scopo di purificarla e di orientarla verso una fede convinta e una pratica sacramentale autentica, una vita morale coerente coi principi evangelici e gli insegnamenti del magistero.

A don Luigi Sturzo, nonostante alcuni limiti della sua impostazione, andrebbe riconosciuto il merito di avere fra i primi, profeta inascoltato, gridato in difesa dell’ambiente , di avere denunciato il pericolo di creare mega impianti industriali inquinanti come “cattedrali nel deserto” e di avere lottato contro quelle che, con una reminiscenza dantesca, egli chiama le tre “male bestie” che inquinavano anche l’ambiente umano: lo statalismo, la partitocrazia, l’abuso del denaro pubblico. Don Sturzo , che già agli inizi del secolo scorso aveva denunciato la presenza negativa del fenomeno mafioso, alla fine degli anni ’50 sostiene che per combattere le varie mafie non basta superare il sottosviluppo economico , ma è necessario anche uno sviluppo culturale, morale e religioso.

Nel marzo 1959, alcuni mesi prima della morte, in un “Appello ai Siciliani” scriveva che per un autentico sviluppo bisognava puntare sull’educazione delle nuove generazioni con “scuole serie, scuole importanti, scuole numerose, scuole che insegnano anche senza dare diplomi, al posto di scuole che danno diplomi e certificati fasulli a ragazzi senza cultura”.

Riconoscere la validità del contributo di don Luigi Sturzo alla soluzione delle questioni meridionali, non significa riproporle meccanicamente , ma ispirarsi al suo insegnamento per trovarne di nuove . Il meridionalismo di don Luigi Sturzo, attento al territorio, si inserisce nella sua concezione autonomistica concepita non solo in chiave economico-politica in funzione di motivazioni contingent, ma anche da una profonda esigenza etico-religiosa basata su un’antropologia sociale ispirata ai principi della sussidiarietà, della solidarietà e del bene comune.

Il professore Mario Damiano nella sua affascinante esposizione precisa che: “Le brutture di Tangentopoli erano già previste nella grande e dolorosa battaglia politica e morale di Sturzo degli anni ‘50 ” .

Questa affermazione di Gabriele De Rosa, il maggior studioso di L. Sturzo e delle vicende del Partito Popolare, mi ha spinto ad immaginare un colloquio-intervista con lo stesso Sturzo sui problemi attuali del nostro vivere per poter ripresentare – in questo momento di crisi e di sfiducia – le radici e le idee guida del Partito Popolare Italiano fondato da Sturzo.

E passa, quindi, ad evidenziare tutte le riflessioni, le considerazioni e le intuizioni che il Nostro ha avuto a riguardo della “nostra cara e bella Italia” .

Sturzo ha sempre immaginato la politica dell’Italia nel contesto europeo, cioè aperta al Nord del Continente, ma anche proiettata verso il Sud euro-afro-asiatico sia per i contatti internazionali sia perché considerava quest’ultimo fronte “la fonte dell’equilibrio internazionale”.

Per quanto riguarda l’impegno politico e sociale, Sturzo deve essere considerato non tanto come studioso dei problemi, ma piuttosto quale costruttore di un nuovo assetto politico e sociale dell’ Italia ed in modo speciale del Mezzogiorno. Il suo meridionalismo più che conseguenza di letture ideologiche è sgorgato da una profonda coscienza della condizione umana della gente del Sud e dal desiderio di realizzare più giustizia sociale e democrazia. In lui pensiero ed azione interagiscono.

Considero attuale il suo pensiero ed impegno politico, perché afferma che: l’epopea risorgimentale ha realizzato solo l’unità politica dell’Italia, ma occorre ancora portarne a compimento l’ unità economica.

Guido Dorso ha definito Sturzo “un meridionale di genio”  e mi permetto di aggiungere profeta, in quanto ha previsto e additato soluzioni ancora attuali.

Molto affascinante l’esposizione del professor Mario Damiano che ha mantenuto vivo l’interesse della platea per circa un paio d’ore. Rilevante la presenza di giovani che hanno preso parte all’appassionante incontro.

Intanto il gruppo di “Letteratitudini” riprende la lettura dei poeti stranieri e si è dato appuntamento al 21 Febbraio prossimo con Victor Hugo; relatrice dell’incontro sarà la Signora Felicetta Montella.

 

Materiale dell’intero dibattito è rintracciabile al seguente link: www.ilcignorosa.it (categoria letteratitudini)

 

A cura di Matilde Maisto

 

MATERIALE DISCUSSO DURANTE L’EVENTO

CRISI ECONOMICO-POLITICA e QUESTIONE MERIDIONALE(possibile ed immaginaria intervista a Luigi Sturzo) Lavoro del prof. Mario Damiano per un premio del quotidiano La Repubblica nel 1985-6.

 

“Le ultime elezioni e le brutture di Tangentopoli erano già previste nella grande e dolorosa battaglia politica e morale di Sturzo degli anni  ‘50 “ (l).

Questa affermazione di Gabriele De Rosa, il maggior studioso di L. Sturzo e delle vicende del Partito Popolare, mi ha spinto ad immaginare un colloquio-intervista con lo stesso Sturzo sui problemi attuali del nostro vivere per poter ripresentare – in questo momento  di crisi e di sfiducia – le radici e le idee guida del Partito Popolare Italiano fondato da Sturzo.

Ho qui evidenziato tutte le riflessioni, le considerazioni e le intuizioni che il Nostro ha avuto a riguardo della “nostra cara e bella Italia” (2).

Sturzo ha sempre immaginato la politica dell’Italia nel contesto europeo, cioè aperta al Nord del Continente, ma anche proiettata verso il Sud euro-afro-asiatico sia per i contatti internazionali sia perché considerava quest’ultimo fronte “la fonte dell’equilibrio internazionale” (3) .

Prima di procedere all’intervista presento sinteticamente la figura di Sturzo.

Nacque, nel Novembre del 1871, a Caltagirone (Sicilia), importante centro all’interno della Sicilia con economia agricolo-artigianale; tale territorio per la omogeneità geografica e per le caratteristiche storico-culturali  era ed è a denominato “Calatino”. La famiglia apparteneva alla piccola nobiltà terriera ed il padre era un notabile cattolico della città, ricordato così dal figlio Mario: “Quando penso a lui, lo ricordo  nel suo povero studio a tavolino, con la ‘Imitazione di Cristo’ tra le mani ed intento a meditare. Uomo quanto mai abnegato, sceglieva sempre le cose più umili per sé” (4). Don Felice, il papà, aveva sposato donna Caterina Boscarelli, figlia di un medico, piissima ed appartenente ad una ricca famiglia borghese. Dal matrimonio nacquero sei figli: quattro donne e due maschi: Margherita, Mario, che fu poi vescovo di Piazza Armerina, Remiglia, che divenne suora, poi un’altra bambina che morì piccola (Michela o Rosa), ed infine due gemelli, il nostro Luigi e la sorella Nelina (5).

Luigi visse una fanciullezza in un clima di sicurezza economica, caratterizzata ‘culturalmente da interessi storico-letterari e religiosi ed aperto ai temi della vita politica locale ed ai problemi del movimento cattolico italiano intransigente’(6). Ricevette la prima educazione in casa perché cagionevole di salute e forse anche perché  ‘la frequenza alla scuola pubblica non avrebbe garantito sufficientemente la sua formazione cristiana’ (7). Il clima che si respirava nell’ambiente familiare ‘era antisabaudo e antimassonico più che filoborbonico’(8) .

Dopo i primi studi in casa, Luigi venne inviato ‘al seminario di Acireale per frequentarvi le prime classi ginnasiali. I genitori presero questa decisione per dare al loro figlio la possibilità di formarsi culturalmente e religiosamente in un ambiente sano ed austero, non contaminato dal laicismo che dominava nelle scuole pubbliche e di maturare, eventualmente, un avviamento alla carriera ecclesiastica. Si può pensare che in questi anni non ci fosse nel ragazzo una precisa volontà di farsi sacerdote, ma solo qualche vaga inclinazione alla vita religiosa’(9).

Luigi Sturzo fu alunno di questo seminario tra il 1883 ed il 1886, poi per motivi di salute, passò al seminario di Noto, città dal clima  più mite. Gli interessi di questi anni  furono storico-letterari con una diffidenza ed una opposizione alla letteratura contemporanea, influenzata dal liberalismo e dal socialismo 10). Fu in questo periodo che maturò un orientamento più decisivo verso il sacerdozio,  divenuto più solido nel seminario di Caltagirone soprattutto dopo l’ordinazione del fratello Mario, che contribuì in modo rilevante alla sua formazione culturale e spirituale (11) .

Per quanto riguarda l’impegno politico e sociale,  Sturzo deve essere considerato  non tanto come studioso dei problemi, ma piuttosto quale costruttore di un nuovo assetto politico e sociale dell’ Italia ed in modo speciale del Mezzogiorno. Il suo meridionalismo più che conseguenza di letture ideologiche è sgorgato da una profonda coscienza della condizione umana della gente del Sud e dal desiderio di realizzare più giustizia sociale e democrazia. In lui pensiero ed azione interagiscono.

Considero attuale il suo pensiero ed impegno politico, perché afferma che: l’epopea risorgimentale ha realizzato solo l’unità politica dell’Italia, ma occorre ancora portarne a compimento l’ unità economica.

Guido Dorso ha definito Sturzo  “un meridionale di genio” (12) e mi permetto di aggiungere  profeta, in quanto ha previsto e additato soluzioni ancora attuali, come emergerà dalla seguente intervista.

Immagino di aver incontrato l’ Onorevole Sturzo quando alloggiava presso le Canossiane a Roma, ove lo incontrai dopo  un appuntamento telefonico. Un bel giorno, di buon mattino ci siamo ritrovati  per gustare un caffè e colloquiare insieme.

Invitato da lui a prendere la parola, gli rivolsi questa domanda: ” Senta, onorevole, conosco il suo impegno politico ed il suo pensiero a proposito della crisi economica, delle riforme istituzionali e dei problemi del Mezzogiorno, vorrei quindi confrontarmi  per cercare nuove proposte e soluzioni agli attuali problemi della nostra cara e bella Italia, come  è solito ripetere”.

Incoraggiato dal silenzio e dalla attenzione, dico: “L’ Europa va verso l’unità ma, in questo momento di crisi economica e di identità che mette in dubbio ed allontana l’obiettivo naturale dell’unità del continente, è soprattutto il Mezzogiorno d’Italia a pagare un gran prezzo, con una enorme disoccupazione, un clientelismo ramificato fin nelle realtà più elementari, uno statalismo rampante e fallimentare, ed una criminalità dilagante nella vita pubblica. Ebbene come spiega tale situazione? ” .

Al che, risponde “Visto che mi offre l’opportunità di parlare delle cose che mi stanno  a cuore, vengo al dunque.  Ricordo che nel Gennaio 1922, parlando a Firenze della crisi e del rinnovamento della Stato, mi posi la stessa domanda. Oggi, come allora, “credo che una delle cause per cui è sempre il Sud a pagare nelle crisi, sia da ricercarsi nel fatto che i risparmi della sua gente, pompati dallo stato sotto forma di tasse, prestiti, buoni del tesoro o depositi, vanno ad alimentare grosse imprese statali, semi-statali e le grandi industrie dell’altra parte dell’Italia, perpetuando in tal modo l’impoverimento e lo sfruttamento economico e politico del nostro Sud” (13), “vede – continua -, nel mezzogiorno il denaro non manca, ma il guaio è che la gente del Sud non ha fede nel suo danaro, lo deposita in banca o in istituti che sviluppano le loro attività al di fuori di esso”(14) .

Intervengo dicendo: “Si potrebbe ovviare a ciò creando delle leggi che impongano alle banche di investire una percentuale dei loro capitali nelle località, dove vengono raccolti, in servizi sociali ed economici”. Lui con tono decisorisponde: “Basterebbe che i nostri capitali mostrassero di non rifuggire dalle imprese per orientarvi fiducioso il capitale del Nord e quello estero” (15) .

Riprendo la parola: “Come si è formato, secondo lei, questa contrapposizionetra Nord e Sud?”

” Vede – risponde – Nord e Sud sono due termini irriducibili ed inconciliabili;  la colpa non è né del Nord  e neppure del Sud” (16). “Abbiamo interessi antagonistici ed esercitiamo l’uno a danno dell’altro, la concorrenza ed il monopolio (17). Le cause principali che hanno portato a questa contrapposizione sono da ricercarsi nell’accentramento statale e nell’uniformità tributaria e finanziaria del Paese (18). Inoltre la divisione tra Nord e Sud non è solo dovuta a diversità di razze (così si affermava ai miei tempi), ma alle diverse condizioni geografiche, psicologiche ed a fattori storici (19); noi del Sud non abbiamo avuto esperienze municipali, una borghesia audace ed ebrei (20) e neppure  l’alta finanza che influisce sulla politica e ne determina le scelte e lo sviluppo (21)” .      “Noi meridionali  ammiriamo lo sforzo realizzato dal Nord e dall’Italia media, dopo l’unificazione, per la sua trasformazione. Tale operosità ha permesso al paese di superare la crisi in cui era caduto dopo l’unità” (22). “Tuttavia penso che una delle cause determinanti la nostra minorità sia nel fatto che la Natura ha sviluppato in noi meridionali più il sentimento individuale che collettivo con un predominio della poesia e della filosofia, perciò siamo esuberanti e pensosi “…. ” devo affermare con certezza che l’arretramento del Sud non dipende dalla  povertà naturale, perché si può dimostrare che esso ha avuto periodi di floridezza quando ha attuato una politica ben precisa… una politica mediterranea” (23).

Ribatto: “Lei reputa determinante per lo sviluppo sociale ed umano la situazione ambientale? Afferma, non è determinante, ma gioca un ruolo importante. Osservi questo fenomeno: “Trasportate il meridionale fuori dal suo ambiente, mettetelo nel contrasto della vita,  perché ne superi le difficoltà. Toglietelo dalle impressioni scoraggianti di impotenza e ne farete un altro uomo” (24). Incalzo:” Cosa dobbiamo fare allora per modificare l’ambiente del Sud? “.

Lui, girando le spalle attraversa la stanza e dice: .. .il popolo del Sud ha bisogno di idee agitatrici e di larga cultura, perché – come ho detto poco fa – esso vive più di sentimenti che di idee e poi perché deve imparare ad inserire nei problemi cosmici ed universali, gli speciali ed i propri “(25)

Preso dalla curiosità, chiedo: “Scusi onorevole, quali sono queste idee agitatrici che dovrebbero scuotere la gente del Sud?”.

Sornionamente, risponde: “Sono l’autonomia ed il decentramento nell’ambito politico- amministrativo e finanziario; l’armonia delle classi,l’organizzazione del proletariato; la libertà degli scambi e la costituzione della piccola proprietà terriera, nonché la rappresentanza popolare, la legislazione operaia, i referendum comunali e l’elevazione morale e religiosa del popolo” (26).

Con trepidazione, ma con forza ribadisco: ” A mio parere non sono sufficienti delle idee guida, è necessaria un educazione politica del popolo. Qual’è il suo pensiero a proposito?”.

Sturzo si concentra come per tirare la risposta dal proprio intimo  e dice: “L’educazione politica delle masse è necessaria per lottare contro il fiscalismo, il protezionismo e lo sfruttamento economico del Sud da parte del Nord(27),soprattutto perché le popolazioni meridionali non vivono la vita della nazione, delle concezioni politiche e del movimento di idee. La loro vita si può racchiudere nel deputato e nel caporale. In più la corruzione, la sopraffazione riducono questa parte della nazione ad essere serva, terra di conquista, regione da sfruttare”(28), ma tornando alla sua domanda ”considero come mezzo di educazione politica, meglio dello stesso voto, i referendum popolari”. (29) Vorrei dire di più: “ è urgente migliorare l’educazione della gioventù, in quanto l’istruzione secondaria ha preparato e prepara una falange in cerca di posti statali… e ciò per una pretesa elevazione sociale. Occorre istituire nel Mezzogiorno scuole professionali specializzate e preparare tecnicamente(30).

L’onorevole continua: “..nel Sud mancano scuole che formano veri industriali e commercianti, scuole che educhino allo spirito di intraprendenza, alla cooperazione, mentre il bagaglio classico (l’impostazione classica della scuola) sembra mantenere lo spirito di nobili decaduti … e creare una superproduzione di professionisti parassiti ed improduttivi…”(31).

Ringrazio per questa risposta e siccome m’ urge cercare la soluzioni ai problemi attuali, chiedo: ” Abbiamo parlato di educazione politica, di scuola, ma cosa dobbiamo fare noi del Sud, da dove partire? “.

“Innanzitutto – risponde – occorre iniziare a considerarci parte dello Stato, superando così il dualismo Mezzogiorno – Governo poi creare un nostro progetto politico e farlo  diventare patrimonio di tutti gli italiani”.(32)” Vede – continua – la soluzione di tali problemi dipende massimamente dalla coscienza che i meridionali hanno di esso e se gli altri non l’hanno percepito è colpa della gente del Sud che mendica dallo Stato e dal governo senza far nulla per mutare la situazione” (33).

Condividendo ciò che afferma, gli ricordo un’espressione di Tucidide che parlando degli ateniesi  (nella Guerra del Peloponneso, II trad. it. E Savino, Garzanti, Milano 1974, 36-41), afferma: “Non è vergogna da noi, rivelare la propria povertà; piuttosto non saperla vincere, operando.In ogni cittadino  non si distingue la cura degli affari politici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente agli incarichi pubblici qualunque sia per natura la consueta mansione……non valutiamo tranquillo un individuo in quanto si astiene da quelle attività, ma superfluo. Siamo noi stessi a prendere direttamente le decisioni o almeno a ragionare come si conviene sulle circostanze politiche:  non riteniamo nocivo il discutere all’agire, ma il non rendere alla luce, attraverso il dibattito, tutti i particolari possibili di un’operazione, prima di intraprenderla….”

Occorre, divenire protagonisti, affermo: “Certo – risponde  – credo che sia necessario staccare le masse cattoliche dalle clientele per rimetterle nella lotta per la realizzazione di un unico programma(34). “Ritengo che occorre spezzare la catena per la quale i deputati servono i ministri alla Camera e questi, per mezzo degli organi di governo, asservono ai deputati le amministrazioni locali, per questo suggerisco ciò che affermavo nel 1913:   la distinzione tra partiti politici ed amministrativi(35). E con tono deciso e forte afferma: “Vede, il problema meridionale non è solo carenza di produzione di ricchezza, non si tratta di fare solo una riforma economica, ma soprattutto una riforma politica. E’ necessario, per lo sviluppo del Sud, non solo il decollo dell’industria ma anche la realizzazione delle autonomie regionali amministrative e finanziarie”(36). “E’ necessario, oltre ad amministrare da noi, disegnare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere e trovare i rimedi ai nostri mali “(37).

Continua, affermando una cosa ancora  attuale: ” La nostra politica deve essere regionalista, le nostre finanze, la nostra economia, la nostra amministrazione tutto deve corrispondere alla regione, ma non voglio con questo la secessione dalla madre patria, voglio curare i nostri interessi, perché  il governo centrale è impotente a risolvere uno solo dei nostri problemi” (38) .

A questo punto, poiché  si parla tanto di riforme istituzionali, gli chiedo di precisare il suo pensiero sulle autonomie locali, sulle regioni, sulle province e sui consorzi. Mi chiarisce che, per risolvere il problema del mezzogiorno,considera necessarie le autonomie locali, perché rispondono meglio alle esigenze sociali di oggi e sostiene che“al Comune deve essere affidata l’educazione della gioventù e del popolo; la socializzazione delle industrie collettive appartenenti o no ad esso e la soluzione di tutti gli altri problemi economici; per evitare poi gli appalti, i subappalti e le concessioni, è necessaria la municipalizzazione dei servizi pubblici con consorzi comunali o intercomunali; cosa da considerare caso per caso, perché l’esperienza insegnerà la via migliore da seguire(39) .

Vede, continua, Credo ancora valido ciò che affermai nel lontano 1917 a conclusione di un convegno cattolico sul Mezzogiorno: ” .. La partecipazione delle masse meridionali alla vita della repubblica ed il rafforzamento del loro peso politico, passa per le autonomie amministrative”(40) .

“Senta – continuo – so che lei dal 1894 fino al 1902 ha pensato ad una federazione tra regioni, poi dal 1903 al 1923, anno di inizio del suo esilio, le sue posizioni federalistichesi sono attenuate, dando più rilievo al regionalismo delle autonomie ed al decentramento. Forse questa impostazione federalistica delle autonomie potrebbe mettere in crisi l’unità della e rendere vanigli sforzi fatti per realizzarla?

Con stupore mi confida che per lui l’ Unità d’Italia è un fatto storico accettato(41) e che  il suo regionalismo è in funzione dello stato unitario e di uno snellimento delle sue strutture. Vede continua – “L’ente regione deve essere autarchico e rappresentativo degli interessi locali, specie nel campo dell’ agricoltura, dei lavori pubblici, dell’industria, del commercio, del lavoro e della scuola”(42).

Per approfondire tale argomento mi invita  a leggere  la relazione  tenuta al Congresso Nazionale del PPI a Venezia il 23 Ottobre 1921, ove analizzò le funzioni, i campi di intervento, i problemi costituzionali e rappresentativi, riproponendo in quella occasione, poiché si parlava delle autonomie locali, il problema della sopravvivenza delle Province e della creazione dei Consorzi Intercomunali ( oggi anche delle aree metropolitane).

Continuammo a parlare ed il  dialogo si incentrò sulla crisi politica del Paese e sui rischi della stessa Democrazia.Guardi – mi dice – Tre sono le bestie nemiche della democrazia. Dante da moralista cattolico e da poeta ne trovò tre.  Io, da giornalista politico, ne ho trovate molte altre, ma nel mio cammino verso la democrazia di bestie enormi ne ho individuatotre :

-LO STATALISMO

LA PARTITOCRAZIA

– L’ABUSO DEL PUBBLICO DENARO

 

Il primo va contro la libertà, la seconda contro l’eguaglianza e la terza controla giustizia.

Ebbene senza libertà, uguaglianza e giustizia non esiste la democrazia.  La lotta principale va condotta contro le tre male bestie per impedire il malaffare a seguaci e sostenitori”.

Vorrei approfondire  questi temi attualissimi, ma rinviamo ad altri momenti la discussione e, poiché mi urge comprendere bene  la situazione economica del paese, gli chiedo il suo pensiero a riguardo. Mi risponde: “La prima cosa da fare, l’ho già affermata nel 1920. Occorre che l’Italia non sia tributaria dall’ estero per le materie prime, perché fin quando lo rimarrà, resterà in un circolo vizioso ed in crisi sempre ricorrente. Urge, pertanto, orientare lo sforzo produttivo anzitutto verso la trasformazione delle materie prime esistenti sul territorio, così da attenuare la dipendenza dall’estero”(43). ” Oggi ,– aggiungodopo aver realizzato ciò possiamo lavorare,  con l’Europa e con i paesi dell’ Africa, dell’ Asia, Oceania e delle Americhe, con l’obiettivo di realizzare un’ economia mondiale interdipendente e compartecipata”. E lui: ” inoltre propongo, in vista della soluzione della questione meridionale, una politica che ci faccia riprendere il nostro posto nel Mediterraneo, come dicevo a De Rosa nel 1921 (44) ed una politica integrata tra quella estera, interna ed economica“.

Interrompendolo, chiedo: ” Qual’è stata la politica meridionalistica attuata dai governi nel nostro Paese?” Con orgoglio precisa che il primo partito ad elaborare una politica con questo fine, è stato il partito Popolare, che fin dalle origini pose al 5° punto del suo programma laRisoluzione nazionale del problema del mezzogiorno ” (45).Tuttavia, continua, fino ad oggi i governi hanno dato al problema un’impostazione errata, in quanto hanno considerato il mezzogiorno esclusivamente agricolo e per di più di una agricoltura arretrata e poco redditizia, ad eccezione di alcune zone molto fertili (46). Si diceva e si dice che lo stato deve prima costruire le infrastrutture e poi il mondo finanziario andrà in aiuto al Mezzogiorno(47).

Un pensiero mi tormenta e di botto chiedo: “Cosa significa per lei riprendere il nostro posto nel Mediterraneo?” Lisciandosi il mento, risponde : “Osservi ciò che è accaduto per il Nord: la posizione geografica gli ha permesso di creare una propria politica economica col centro dell’Europa; ebbene, perché non deve avvenire la stessa cosa per il Sud? A ben guardare esso è un ponte gettato dalla natura fra varie parti del continente europeo e delle coste africane ed asiatiche(48); “Pertanto la politica dell’Italia dovrebbe orientarsi ed essere quella di un centro economico relativo alle proprie fonti produttive e creare attorno a sé una larga sfera di realizzazioni e consensi,  non solo per correggere il fenomeno emigratorio, ma anche per trasformare la sua stessa potenzialità produttiva in realtà di commercio e di industria” (49). ” Oggi, in verità, – soggiungo – considerato che andiamo verso l’unità europea, il Sud dell’Italia potrebbe divenire  la parte avanzata dell’Europa nel Mediterraneo” .

E lui : ” Si ricordi che alla soluzione del problema del mezzogiorno e delle altre zone depresse del nostro paese è legato l’avvenire della democrazia italiana”(50). ” Ma allora, maestro, mi sembra che lei guardi all’economia dei popoli e dei paesi come espressione  della loro naturale posizione geografica, come se ogni nazione avesse un suo progetto da realizzare, giusto? Allora la politica per il mezzogiorno dovrebbe rientrare nella programmazione politica generale della Nazione o risolta mediante interventi statali speciali ?”

” Vede – mi risponde – già nel 1904 scrivevo sulla ‘Croce di Costanza’, che il problema del mezzogiorno non andava risolto con ‘leggi speciali’, poiché queste, sebbene utili, non valgono a farlo progredire verso una soluzione adeguata(51).Le leggi speciali sono sorte in seguito ad eventi tragici e soprattutto per la volontà di uomini politici, ma le ripeto ciò che sostenni a Napoli nel 1923: ‘queste leggi hanno accentuato la distanza tra governo e mezzogiorno e fra le due parti dell’Italia “.                        “Per quanto riguarda, poi, gli interventi statali vorrei fare una distinzione tra interventi legittimi ed illegittimi. Fra i primi considero le facilitazioni creditizie e fra i secondi pongo le iniziative di imprese industriali, tipo Iri, ENI ed i nuovi ‘Enti di gestione che nella loro generalità sono controproducenti e dannosi all’economia ed alla politica del Paese” (52). “Devo poi affermare che sono sempre stato contro le leggi speciali per risolvere la questione Meridionale, perché ho sempre auspicato che la soluzione di tale problema fosse gestito dalle genti del Sud attraverso le autonomie regionali, anche se nell’ambito di una politica nazionale” (53), “ed ho accettato la cassa per il mezzogiorno come intervento provvisorio in previsione della realizzazione delle suindicate autonomie(54).

In breve non biasimo gli interventi statali o meglio i finanziamenti, deploro lo spirito che si diffonde: invece della spinta a fare, la spinta a non fare per la perversa volontà che cada la pera matura dall’albero statale, pertanto se lo stato vuole riguadagnare il tempo perduto, sarà bene che aiuti l’industrializzazione del Sud con minore spesa e maggior vantaggio(55).

“Potrei sintetizzare la sua proposta economica – affermo – con l’espressione politica ambientale“, ma lui: “Se ho ben capito il significato che lei dà al termine, posso senz’ altro accettarla. Vede non l’ho mai usata ma sono stato fautore di una tale politica. Infatti ho sempre lottato per collegare leggi, tributi e scuola alle esigenze territoriali, quale punto di partenza per una maggiore crescita economica e democratica del Sud. Fin dall’inizio del mio operare nel sociale e nel politico, ho sempre avuto presente questo aspetto, infatti, avendo constatato che nel Sud l’agricoltura era il lavoro della maggioranza delle persone mi sono battuto affinché la terra fosse data ai contadini, che il latifondo fosse spezzettato, che cooperative prendessero in fitto le terre o acquistassero le sementi per tutti ed infine mi son impegnato a mutare i ‘patti agrari’. Nella situazione odierna partire, come allora, dalla realtà concreta e dall’oggi, programmando il suo sviluppo nell’ambito di una politica nazionale ed europea “.

Queste riflessioni generali mi portarono a fare delle domande più particolareggiate

  1. Quale tipo di agricoltura suggerirebbe per il mezzogiorno?”
  2. Quale tipo di industrie potrebbero fare da volano per la sua industrializzazione?”
  3. Cosa consiglierebbe per uscire dalla crisi economica attuale?”.

L’onorevole, sorpreso da questa valanga di interrogativi, mi dice: ” Vede questi problemi  non possono essre risolti singolarmente in quanto sono interconnessi”

Per quanto concerne l’agricoltura è necessario sviluppare cooperative agricole, coordinare i piccoli proprietari terrieri, realizzare consorzi tra loro e sul territorio per l’uso delle macchine agricole, per l’acquisto delle sementi migliori e per le analisi del terreno ecc., altrimenti i costi di produzione non verranno compensati dai prezzi di mercato(56). Un principio deve però rimanere ben saldo: La politica agraria non va gestita in modo uniforme, ma devono essere considerate le speciali condizioni delle diverse parti d’Italia(54).Ciò, secondo il mio modo di vedere dovrebbe valere per qualsiasi  tipo di politica- affermo – “Oggi bisogna preoccuparsi delle terre incolte perché non più redditizie. Un altro problema attualissimo  è quello del rimboschimento, dell allevamento animale, della produzione lattea e soprattutto la specializzazione della qualità. A ciò occorrerebbe collegare l’industrializzazione di tali prodotti.  In breve“considero necessario migliorare la produzione dei campi, tecnicizzare il lavoro, adeguare le coltivazioni al mercato. Per realizzare ciò occorrono  macchine adatte alle  colture, alle località, alle piccole e grandi aziende; Tutto ciò è realizzabile attraverso grandi trasformazioni ed imprese costose, perciò in agricoltura c’è necessità di capitali privati e pubblici, ma soprattutto cooperazione tra privati e stato, tra proprietari e conduttori, oltre alla competenza ed alla fiducia, altrimenti resteremo in coda nel mercato comune europeo” (55). “Vede – continua – a proposito del rimboschimento considero questo il ‘problema dei problemi‘, esso non è stato mai affrontato con chiari programmi e grandi investimenti, anche se la volontà governativa in tutti questi anni c’è stata. Solo che spesso si è tradotta in provvedimenti occasionali”(56) . “Il suolo ha perso e perde moltissime superfici coltivate e fertilizzate a causa delle alluvioni delle acque non regolate e di venti impetuosi. Non si possono più realizzare programmi in pianura se prima non sviluppiamo convenientemente e tempestivamente la protezione montana. E’ la montagna che comanda la collina e la pianura e non viceversa. Viene prime il forestale, poi l’agricoltura e l’industriale…. spesso affidiamo il problema montano ai cantieri di rimboschimento(spesa massima con minimi risultati) (57),perché non lo consideriamo di attualità e di valore economico produttivo, eppure la sistemazione forestale è uno dei capisaldi della industrializzazione del mezzzogiorno(58) . “Un governo od un regime che spendesse migliaia di miliardi per impianti industriali di carattere politico (Alfasud, Gioia Tauro, Ilva di Bagnoli, Montedison di Brindisi) e negasse qualche migliaio di miliardi alla sistemazione montana del Mezzogiorno, non osserva neppure le regole elementari della buona amministrazione. In breve: per ottenere incrementi seri e duraturi di produttività in pianur, occorre  rendere la montagna sana e produttiva(58) . “Penso che l’Italia meridionale potrebbe specializzarsi nel commercio dei legni pregiati, cosa che andrebbe rifatta ex novo, la  conseguenza sarà lo sviluppo dell’industrializzazione”.

A proposito, poi, della crisi attuale dell’industria nel Sud, chiedo suggerimenti   per l’industrializzazione del mezzogiorno.

Penso ” che l’industrializzazione è anzitutto un problema di ambientee di commercio conseguente” (59) e continua “ogni regione deve dare quello che può. E’ antieconomico voler imporre al mezzogiorno industrie che non abbiano un assorbimento locale. L’industrializzazione al Sud si fa con i fatti, col passo della natura e con la conquista dei mercati (60). Non possiamo stabilire ‘a priori’ la sede geografica degli impianti industriali e neppure fissare gli investimenti in misura prestabilita, senza considerare la presenza od il trasporto delle materie prime, la viabilità, la vicinanza di sbocchi commerciali ed i costi . Invece, sa cosa accade? – mi guarda sorridendo – enti statali che non corrono rischi accettano di fare impianti costosi e poco redditizi. Ma  ciò non sarà di alcun giovamento al mezzogiorno e la cosa  più grave è l’abdicazione della iniziativa privata per quella statale che rende il Mezzogiorno servo della burocrazia e della politica degli innumerevoli enti statali (60).

Ascolto con interesse le cose che l’onorevole dice, mentre lui continua: “Voglio precisare che non è sufficiente, per l’industrializzazione del Sud, l’iniziativa locale. Occorrono capitali italiani ed esteri, persone sperimentate e disposte a sfruttare le risorse del Mezzogiorno; ma devo anche affermare che i meridionali quando escono di casa loro – vanno via dalla loro terra – fanno miracoli, mentre quando sono nei loro paesi, intristiscono e perdono fiducia in se stessi e negli altri ” (61) .

Credo che le strade prese per l’industrializzazione del mezzogiorno, in questi anni, siano state in parte sbagliate, in parte controproducenti e solo in parte discretamente produttive (61). Sono ancora convinto che premessa dell’industrializzazione del Sud, debba essere la ripresa economico-agricolo-forestale e poi considerare gli sbocchi commerciali e le iniziative ad essi collegati, quali  la produzione e la trasformazione di determinati prodotti” (62) .

Altro aspetto da considerare è che ” la gente meridionale deve  investire nell’ industria i propri risparmi invece di lasciarli in banca o nella cassa postale o preferire imprese individuali od al massimo familiari a quelle di società extrafamiliari. In breve si accontenta di mantenersi nelle dimensioni di piccola o media industria” (63) .

Quindi, concludo, l’industrializzazione del Sud dovrebbe ruotare intorno alla meccanizzazione agricolo-forestale  e alle produzioni ad esse inerenti. Inoltre occorre investire in manutenzione oltre che della natura, beni ambientali, anche di quelli museali ed archeologici,  per far sì che il turismo diventi un’azienda non stagionale ma permanente.….

. i

Con impeto Sturzo soggiunge, chiedendomi scusa:

Un’altra cosa vorrei dire sull’industria siderurgica e metalmeccanica. Sono del parere di smantellarla subito per trasformarla, se non vogliamo andre in perdita. Affermavo ciò già nel 1920 a proposito della crisi economica che attraversava il nostro paese (64). E’ necessario incentivare la piccola e media industria, per poter poi pervenire alla grande industria. “

Concludendo

voglio affermare che il cammino è lungo, ma necessario e soltanto una programmazione regionale in un piano di politica nazionale ed internazionale potrà farci uscire fuori dalla crisi”.

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CONFR./DIBAT. SU FRAT. e  LEG.     Un’altra possibile lettura

Trovo interessantissimo  questo binomio  soprattutto per noi meridionali, anzi per noi europei del Sud, come per ogni altra parte del pianeta ove vivono persone di  diverse culture.

Una premessa importante: E’ tempo di riconoscere ogni cultura, ogni aspetto culturale, maturato   lungo il corso della storia dei popoli europei e del pianeta.

Stimola a ciò la nostra stessa fede cristiana, che vede l’uomo e il mondo ad immagine del DIO-UNITRINITA’, quindi un mondo che no esclude la molteplicità dei  popoli e delle culture da  valorizzare e simultaneamente armonizzarli in  unità.

Il come   lo suggerisce la stessa fede nella TRINITA’.

Occorre inoltre  sfatare, combattere,  molti pregiudizi ed equivoci, tra cui quello che mette in rapporto diretto SUD = CAMORRA – MAFIA- NDRANGHETA .

Le nostre società mediterranee sono  edificate su rapporti umani più stringenti, costruiti più sull’ amicizia, sull’amico, sulla dipendenza dall’altro che sul gendarme, giudice o su LEGGI ASTRATTE.

Comprendiamo bene ciò, se osserviamo  quanto, nella nostra società meridionale, sia importante- o almeno lo è stato fino a qualche generazione fa – la ricerca del padrino per il battesimo, cresima e matrimonio. Non si sceglie  colui che potrebbe  esserci da guida nella fede cristiana, ma chi può guidare nell’inserimento sociale e nel lavoro, forse anche nella vita.

Ricordo d’aver letto in Vittorio Messori  (Pensare la storia, Una lettura cattolica dell’avventura umana, Edizioni San Paolo, Torino 1995pag. 202e ss.un’espressione del card. Ratzinger, che con ammirazione convinta, parlava diquella umanità latina che lascia spazio alla persona  concreta, sempre ricordando che la legge è per l’uomo e non viceversa”.

Noi viviamo i vincoli, le leggi, norme, e le stesse  istituzioni  in modo elastico:  come al rosso del semaforo, la fila in banca o altrove; ilricorrere istintivamente alla raccomandazione;le clientele che si formano spontaneamente attorno ai leader politici sia al sud  che al nord, ma soprattutto presso le popolazioni del nostro mezzogiorno. Osserviamo, inoltre, la stranezza dei nostri consigli comunali o dei sindaci delle nostre zone,  spesso nel passato e tutt’ora, composti per il 50% e oltre, da medici.  Una volta i voti li portavano le parrocchie, oggi gli studi medici , ciò perché tutto si fonda  sul rapporto di fiducia che nutriamo nei loro confronti, segno che nella nostra contemporaneità si dà molto valore alla salute del corpo.

Dovremmo con azioni , comportamenti, parole, e immagini,  aiutare le persone e noi stessi a ricercare e costruire ciò che è meglio per noi, che in definitiva ci realizza.  Ciò avrebbe come conseguenza  la partecipazione   alla vita della città e alla soluzione dei problemi, senza delegare. Il rimanere chiusi nel privato, nel proprio interesse, è un atteggiamento  infantile da superare.

Noi del Sud  non abbiamo  fatto l’esperienza comunale e partecipativa come le genti del Centro Nord. In verità avevamo iniziato a sperimentare l’autonomia attraverso le città marinare, prima degli altri.  Non esisteva solo la città autonoma di Amalfi, ma Brindisi, Gaeta ed altre ancora. Queste città erano talmente importanti che avevano  ambasciate in paesi europei ed extra. La venuta dei  Normanni, chiamati dal Duca di Aversa per risolvere beghe locali, riportò  in Italia meridionale, il feudalesimo francese, che ci ha   legati al modello fondato sulla fedeltà-protezione.

Forse al nostro Sud, all’Italia intera e al sud europeo, così pensa Messori,  è stato imposto un astratto modello statale  nato nel nord Europa  e nella vicina Francia.Probabilmente, oso dire certamente, l’uniformità legislativa –  così pensava Francesco Saverio Nitti, presidente del consiglio italiano  inizi ‘900 ha soffocato le identità particolari dei popoli d’Italia. ( cf. Nitti nel suo testo NORD e SUD.  ………………..) Forse è giunto il momento, per noi cristiani, vista la riscoperta del messaggio del DIO-UNITRINITA’ valorizzare le diverse identità culturali,  frutto di costruzioni, fatiche ed impegni secolari, non per opporre le  identità tra loro, ma per realizzare un’unità sinfonica, dove ognuno offre il meglio di sé ed è capace di perdersi nell’altra identità come in un orchestra, ove  per   realizzare l’armonia, ciascun strumento si perde nell’altro, si ridimensiona o  fa da sfondo  per poi ritornare in evidenza. 

Credo che questo sia il contributo che noi europei occidentali dobbiamo offrire agli altri popoli della terra : mostrare loro che pongono a rischio la propria identità, hanno paura di perderla, in quanto temono di annullarsi e perciò diventano fondamentalisti..  E’ certo che ciò che va bene a Londra  potrebbe non andar bene a Parigi e a Roma e neppure a Napoli. Mi domando se è giusto  battersi per un modello istituzionale e legislativo che forse non è adatto per noi?

Forse le mafie sono lo sviamento di una visione della vita di per sé legittima, anzi rispettosa della cultura e del temperamento delle nostresocietà mediterranee,

FORSE la mafia è la degenerazione di un sistema di rapporti sociali che ha pari dignità rispetto a quello che la  Costituzione ha ESPOSTO? .   la cosca mafiosa o camorristica stessa, non segnalano forse il nostro bisogno di un sistema basato sull’uomo, sul governo personale più che sulla norma astratta?

Che cosa è il Padrino mafioso se non l’espressione del pater familiasdi una famiglia sociale più allargata???La cosca mafiosa o camorrista stessa, non segnalano forse il  bisogno di un sistema basato sull’uomo, sui rapporti umani, sul governo personale più che sulla norma astratta?  Non potrebbe essere questa la strada da battere per inventare istituzioni più umane e meno estranee a noi?

Scusatemi: chi ci dice che la sola forma possibile di organizzazione sociale , come  andiamo ripetendo da secoli, sia quella occidentale con lo STATO DI DIRITTO , dove comanda la legge  e non le persone ?

Con un’AUTORITA’ fredda ed IMPERSONALE??? Dove le cose dovrebbero procedere solo basandosi sui regolamenti, su codici validi sempre e comunque? ( sempre Vittorio Messori)

FORSE SI POTREBBE SFATARE  un tabù secolare sul brigantaggio ( sorto al tempo dell’occupazione francese dell’Italia , come una reazione alla presenza napoleonica  in Piemonte, Toscana e nel Sud Italia) Spesso mi son chiesto come mai al Nord, il brigantaggio   è finito, mentre persiste al sud? 

Ciò potrebbe essere letto non solo come negatività criminosa, bensì come segnali di un modo diverso ( ma non per questo inaccettabile ) di intendere i rapporti tra uomini… Diceva lo studioso Gianfranco Miglio:” Più avanzo nello studio del sistema politico italiano e più cresce in me il sospetto che, alla base di logoranti, inconcludenti discussioni, ci sia un rilevante errore di metodo” (pag. 203 di Vittorio Messori,Pensare la Storia, Ed. Paoline   )

L’errore di pensare che il termine obbligato, l’unico possibile, sia con l’Europa “fredda”, con l’occidente “atlantico” , i cui  “….ordinamenti sono tutti basati sull’impersonalità del comando ove i cittadini devono obbedire a norme astratte piuttosto che all’autorità di persone concrete. La Storia delle libertà costituzionali in Occidente è una lotta per sostituire al comando personale (del feudatario, del principe, del giudice) la sovranità della legge, cioè norme stabili una volta per tutte. I nostri costituenti avevano naturalmente dinanzi agli occhi questo modello, quando stesero la Costituzione del 1948).(cosi GianfrancoMiglio, citato da Messori a pag. 203).

Messori afferma che il partito d’azione composto  di pochi intellettuali, che non riuscì mai ad avere un minimo di base popolare e che sempre perseguì il tentativo di sradicare l’Italia dal suo contesto mediterraneo per agganciarla all’Europa nordica, ha imposto all’Italia un’egemonia culturale (pag.203). Il Mediterraneo, per molti (e pensa a Gramsci, Gobetti, liberals e marxisti, sono concordi) è l’arretratezza cattolica, la Controriforma,  le plebi superstiziose che alternano rosario e coltello e la mentalità clientelare. Insomma è il Sud dei padrini.

L’Europa, invece,è quella della Riforma protestante la cui mancanza avrebbe permesso  la vera rovina del paese, la sua modernizzazione. Essa, la Riforma, sarebbe  l’Eden del civismo, dove nessuno getta la carta per terra.  e, se lo fa, sono i passanti a trasformarsi in poliziotti. (204)

Ho notato una cosa, confermatami da altri….. Dieci anni fa varcai  il confine Italia /Svizzera, dalla zona di Sondrio, nel marciapiede italiano quando incontra ad angolo retto  la strada, nella zona italiana era adorna  di fili d’erba, ma  oltrepassato il confine di pochi centimetri,  ne constatai la mancanza. Rimasi sbalordito! Parlando in seguito con qualcuno che frequenta spesso quella strada, perché si reca sovente  in Svizzera per lavoro, mi ha detto  di aver notato che tanti svizzeri che nel loro paese non lanciano dal finestrino della macchina alcuna carta, appena giungono in Italia si comportano in modo diverso…

Torno alla riflessione di Messori:::

L’Italia realesoprattutto quel Sud così disprezzato – mostrò sin dall’inizio che cosa ne pensasse. Infatti  nel 1799, al riparo dei francesi invasori, a Napoli fu proclamata la Repubblica giacobina da un gruppo di aristocratici “democratici”, avvocati e farmacisti ”illuminati”.; cioè borghesi e  latifondisti che vedevano possibile realizzare l’antico sogno di mettere le mani sui beni ecclesiastici e sulle terre comunali, date in uso civico per il sostentamento della povera gente, che non si lasciò incantare dai bei proclami democratici e, riunitasi nell’armata della Santa Fede del card. Fabrizio Ruffo, in pochi mesi costrinse i collaborazionisti giacobini alla resa.

( cito dei dati::: L’operato delle repubbliche italiane, nate con la venuta di Napoleone in Italia, fu controllato dai francesi. L’Italia fu considerata come un paese da sfruttare dal punto di vista finanziario sicché  si ebbe un notevole aggravio di carico fiscale. La soppressione di chiese e di monasteri, mal vista dai contadini che la consideravano una profanazione della religione, comportò il  venir meno delle associazioni caritative che in qualche  modo lenivano la miseria degli  strati inferiori della popolazione.  Inoltre mancò da parte delle autorità repubblicane una qualche politica mirata a migliorare le condizioni delle plebi urbane e rurali. Nacque  nelle campagne un odio sordo contro gli invasori e i giacobini…pag. 216 della Formazione storica , vol.2, l’Ottocento- Ed. Sansoni per la scuola, Firenze 2000- …..a pag. 228 si dice: “ Nel regno d’Italia e in quello di Napoli gli effetti della vendita delle terre ecclesiastiche risultarono in realtà inferiori alle aspettative: meno del 10% della superficie complessiva del  Regno  di Napoli e solo il 6% delle terre del dipartimento milanese fu messo in vendita. La terra posta in commercio finì  poi in misura assai limitata nelle mani dei piccoli proprietari: sempre a Napoli, per esempio, il 7% degli acquirenti si aggiudicò il 65% delle terre vendute. Le vendite napoleoniche non servirono dunque  a diminuire il rilievo assunto dalla proprietà nobiliare, anzi i nobili riuscirono ad acquistare una parte cospicua dei terreni. Nei dipartimenti di Milano e Bologna, invece, la quota di beni nazionali acquistata dalla nobiltà si aggirò attorno al 50%. Bisogna tuttavia sottolineare come la nobiltà che partecipò alle aste fosse in molti casi costituita da elementi dinamici e intenzionati a introdurre sui propri possedimenti innovazioni tecnologiche.  ( pag.228) .. “ non va dimenticata  la coscrizione obbligatoria voluta dall’occupazione francese.. .Essa gravò soprattutto sulla parte più povera della popolazione specie delle campagne,  in quanto i ricchi potevano facilmente, con un’operazione prevista e autorizzata dalla legge, trovare un sostituto disposto in cambio di una ricompensa a svolgere il servizio militare al loro posto.  Com’ è ovvio si sviluppò specie nel sud ma anche altrove, il fenomeno della renitenza alla leva. Nelle campagne, infatti, i figli   rappresentavano la forza lavoro.. – ciò accadde anche dopo l’unità in Italia meridionale – I contadini che si sottraevano agli obblighi militari  andavano spesso ad alimentare la criminalità e il brigantaggio, diffusi soprattutto nelle zone montuose e nelle aree di confine. L’appennino tosco-emiliano era infestato da grosse bande, così come il bergamasco: Alcune figure di briganti come ad esempio Mayno della Spinetta in Piemonte, entrarono a far parte del folklore popolare. Tra il 1805  e il 1806 una rivolta scoppiò nell’Appennino parmense e piacentino in seguito all’annessione alla Francia. Tra il 1806 e 1810 la Calabria venne sconvolta da una guerra di bande contadine fomentate dagli inglesi e dai Borbone, che i generali francesi poterono domare soltanto,  facendo ricorso a metodi spietati – nello stesso modo si comportò l’esercito a dopo l’unità contro i briganti: le famose leggi specialiNel 1809 venne  introdotto l’odioso  balzello della tassa sul macinato – accadde lo stesso dopo l’unità – introdotto dalla sinistra di allora – per sanare il debito pubblico piemontese. Le resistenze furono così forti che il governo ritirò il provvedimento fiscale. ( cf. La Formazione storica , vol.2, l’Ottocento- Ed. Sansoni per la scuola, Firenze 2000, pag. 228).

Come precedentemente accennato. Messori continua “ la rivolta divampò di nuovo, quando i piemontesi vollero imporre al sud  le istituzioni nordiche di Cavour. Per piegare il cosiddetto  BRIGANTAGGIO ( che spesso ebbe i tratti d’una vera guerra di liberazione) occorsero infinite atrocità e i due terzi dell’esercito italiano. Una piaga che non  si è  mai sanata e di cui ora paghiamo il conto”

Allora, Messori  si chiede: “ lo scatenamento della criminalità organizzata deriva davvero da una “immodificabile” genetica predisposizione a “delinquere” del popolo meridionale?” (pag. 204)    La risposta razzista è inevitabile se si è convinti che le nostre istituzioni ( a cominciare dalla Costituzione) siano le sole valide, il nec plus ultra dell’organizzazione sociale. Quel disprezzo etnico per i “terroni”, che le varie “leghe” settentrionali portano alla luce del sole, alimentato dal feticismo “europeo” dei liberals, è superabile solose si comincia a sospettare che culture diverse esigono istituzioni diverse.   ‘ L’aver tanto esaltato, quasi idolatrato ,la democrazia parlamentare anglosassone, la codificazione napoleonica(204), e lo stato di diritto dei giuristi tedeschi (205), ha chiaramente provocato la reazione nei paesi ex coloniali, dove l’imposizione di quei modelli estranei si è rovesciata nella dispotica realtà che sappiamo…’

“  Può darsi che anche nel nostro Sud, ma forse nell’Italia intera,  l’illegalità di massa non sia  che l’allarmante spia di istituzioni inadatte, che , conculcando valori e tradizioni  pienamente legittimi, provocano la cancrena della mafia(205).

Questa non è, come vuole lo schema consolatorio da telegiornale, un meteorite caduto dal cielo, un cancro sviluppatosi casualmente, l’infezione portata da qualche extraterrestre. E’ (come le consorelle napoletane, calabresi, sarde,  ma come, forse il clientelismo dell’Italia intera, compresa quella del Nord ) la patologia di una società che cerca di basarsi su valori propri che l’Europa “fredda” e i suoi ammiratori nostrani disprezzano, ma a torto.

Valori come il rapporto diretto da uomo a uomo, la famiglia e i vincoli di parentela, l’amicizia, l’impegno verbale che prevale sul contratto scritto. Il senso dell’onore, l’attenzione alla persona ( che è – osserva Miglio- parola “cattolica”, mentre il protestantesimo parla di “ individuo”  )il riconoscimento del leadership naturale, del carisma di un “padrino”, il rifiuto della Legge  astratta (“ la lettera che uccide”  di Paolo ), la giustizia rapida e non burocratica, la prospettiva religiosa stessa.

Se come cristiani ci interessa non il trionfo dell’ideologia, ma il rispetto dell’uomo, è tempo forse di smetterla di cercare di conculcare una cultura, che non è poi la nostra, ma è tempo di riesaminarla con simpatia per trovarle uno sbocco istituzionale.(pag.205)

Siamo così sicuri che le sprezzanti e gelide “virtù civiche” del borghese …. debbano prevalere, manumilitari, sulle “virtù umane”, sul “sistema caldo”, sulle “istituzioni personali” dei popoli mediterranei forgiati dal cattolicesimo ???   (pag.205)

 

Fraternità o solidarietà? Il ritorno di un dibattito antico             di Antonio Maria Baggio  Numero rivista: NU news 202-203 

A proposito dell’articolo di Stefano Rodotà

Stefano Rodotà con un articolo pubblicato da «Repubblica» (Quella virtù dimenticata, 25 settembre 2012) si è interrogato sull’idea di solidarietà per annunciare il Festival del Diritto, di cui lo stesso Rodotà è il direttore scientifico, svoltosi   a Piacenza giovedì 27 settembre, dedicato a Solidarietà e Conflitti.

L’articolo confronta ed analizza  l’idea di solidarietà e  di fraternità, ponendoli in opposizione. Va notato che in questi ultimi anni si è manifestato   un crescente interesse verso il tema della fraternità, come testimoniano numerose pubblicazioni di livello accademico,  fatte da studiosi di sensibilità e orientamenti diversi: la fraternità viene considerata  non come legame famigliare, di sangue, ma nella sua dimensione pubblica, in particolare come principio di rilevanza giuridica e come categoria politica[i].

In questo articolo Rodotà espone essenzialmente due tesi.

La prima è che la solidarietà sarebbe da preferire alla fraternitàin quanto quest’ultima appare «troppo intrisa di religiosità”. Nel corso della storia sarebbe avvenuto un passaggio verso la solidarietà, realizzando così una “laicizzazione” dell’idea di fraternità, alla quale avrebbe dato un fondamentale contributo il “sentire socialista”.

La seconda tesi sottolinea il ruolo del movimento socialista nell’affermazione dell’idea di solidarietà, anche in riferimento all’articolo 2 della Costituzione, dove si menzionano i «doveri inderogabili della solidarietà». Rodotà precisa che la centralità che la solidarietà acquisisce nella nostra Costituzione non può essere attribuita  al solo pensiero cattolico.

Le due tesi corrispondono dunque a due preoccupazioni di Rodotà:

  • che si parli di solidarietà e non di fraternità;

  • che si ridimensioni il ruolo dei cattolici rispetto alla solidarietà.

Si tratta di un confronto non nuovo.           Il tentativo di sostituire l’idea di fraternità con quella di solidarietà è presente nel dibattito politico francese della seconda metà dell’Ottocento e raggiunge il suo culmine con la teorizzazione del “solidarismo” politico, che ha avuto tra i suoi maggiori rappresentanti Léon Bourgeois, autore, nel 1896, del libro Solidarité. Bourgeois, primo presidente della Società per le nazioni e Premio Nobel per la pace nel 1920,era un esponente del partito radicale, autodefinentesisocialista liberale”, divenne Presidente del Consiglio nel 1895 e diede vita ad un gabinetto con forte presenza di ministri appartenenti, come lui, al Grande Oriente di Francia.

In generale, lungo l’arco di due-tre decenni, l’idea di solidarietà si impose e venne presentata all’opinione pubblica come vantaggiosa rispetto a quella di fraternità. Anzituttoperché poteva assumere, per la mentalità positivista del tempo, una apparenza di scientificità, come interprete dei legami oggettivi di interdipendenza esistenti tra gli uomini nella società, mentre la fraternità veniva inserita in un ambito più soggettivo e affettivo; sembrava, inoltre, – il termine solidarietà –  più facilmente utilizzabile come principio giuridico, mentre la fraternità si faceva valere soprattutto come dovere morale. Infine, ed è l’argomento presentato ancora oggi da Rodotà, la solidarietà permetteva– almeno apparentemente – di conservare i contenuti della fraternità, tagliandone però i suoi legami con la sfera religiosa dalla quale proveniva. In breve  sembrava prestarsi meglio, di conseguenza, ad ispirare una azione civile e pubblica, di carattere non confessionale.

È da sottolineare che la storia di Francia ha provveduto a superare tutte queste obiezioni, confermando la fraternità come parte integrante del trittico che la unisce alla libertà e all’uguaglianza e facendone un principio di riferimento del suo diritto pubblico vigente, come dimostra ampiamente lo studio di Michel Borgetto[ii]; e la Francia è un Paese che notoriamente applica una separazione netta tra la dimensione religiosa e quella civile ed istituzionale. Pertanto,  ritirare fuori l’obiezione che la fraternità sarebbe un concetto religioso ci farebbe dunque ritornare al dibattito ampiamente superato e risoltodell’Ottocento.

L’obiezione appare anche priva di significato scientifico, mantenendone invece solo uno polemico.

È evidente che la fraternità è un’idea di origine religiosa; e ciò  vale non solo per la religione cristiana, ebraica, islamica, ma anche per quella degli antichi Egizi, per gli Irochesi, per i Piaroa dell’Orinoco. Gli studi etnologici e di antropologia culturale ci attestano che tutte le grandi idee relazionali di cui l’umanità contemporanea fa uso hanno origine nelle narrazioni originarie (mitologie) di carattere religioso. Dire che la fraternità ha un legame con la religione è dire un’ovvietà. Ciò che ci deve interessare sono i contenuti culturali che queste idee di origine religiosa hanno trasmesso alle culture viventi; contenuti che si sono arricchiti e modificati nel corso delle esperienze storiche e che vengono assunti e vissuti indipendentemente dalla loro origine religiosa e dai sacerdoti, druidi o sciamani che ce li hanno trasmessi. Se le religioni dalle quali provengono i contenuti fraterni sono ancora vive e se esse continuano a nutrire la società con i loro contributi, questo costituisce un arricchimento, non un problema, dato che, nello spazio pubblico, gli elementi di fraternità vengono presi in considerazione per i loro aspetti civili e non per le eventuali motivazioni religiose che li producono.

Ancora, si tenga presente che le perplessità nei confronti della fraternità non sono appartenute, storicamente, soltanto al campo “progressista”, le troviamo anche – ma è solo un esempio fra i molti possibili – in un’importante opera collettiva di ispirazione conservatrice, quale fu il Dizionario generale di politica di Maurice Block (1873). Essere a favore o contro l’uso della fraternità come principio di riferimento della vita pubblica non colloca dunque, automaticamente, né da una parte né dall’alta degli schieramenti politici del passato e del presente.

L’utilizzo dell’idea di fraternità non è affatto semplice. Nel corso della storia recente essa ha subito diverse interpretazioni distorcenti. Pensiamo alla fraternità trasformata in ideologia nazionalistica, utilizzata per descrivere una “Nazione di fratelli” che dà vita ad uno Stato aggressivo nei confronti degli altri. O alla fraternità intesa come legame settario tipico di organizzazioni quali la massoneria. O alla fraternità come legame di classe, usata per definire un nemico da distruggere: tutte interpretazioni, queste, che hanno l’effetto di escludere, di definire un’appartenenza comunitaria di tipo privilegiato o antagonista; interpretazioni che negano un elemento essenziale dell’idea di fraternità, indispensabile per dare fondamento ad un orizzonte di democrazia e di pace: quello di essere un legame tendenzialmente universale, che riconosce a tutti gli esseri umani la medesima dignità.

Perché allora, nonostante queste oggettive difficoltà, la fraternità si impone nuovamente nel dibattito pubblico? Credo che questo sia dovuto alla ricchezza del suo stesso concetto: la condizione fraterna, nel significato della sua origine famigliare che costituisce la nostra prima esperienza di essa, è una relazione tra pari, tra esseri umani che vengono dagli stessi genitori e che, per questo, vivono in condizione di uguaglianza; e che, contemporaneamente, sono tra loro diversi e questa diversità è riconosciuta e rispettata, per cui vivono in condizione di libertà. La fraternità è dunque la condizione per la libertà e per l’uguaglianza: il trittico della Rivoluzione francese, liberté, égalité, fraternité, trasferisce questa condizione esistenziale umana dall’ambito della famiglia a quello della società; il trittico rivoluzionario, storicamente, osa l’inosabile, volendo trasformare una condizione di privilegio riservata a pochi in una condizione universale di cittadinanza. Ecco perché i tre principi, libertà, uguaglianza, fraternità, possono essere considerati, insieme, come le “categorie del politico”, come una sintesi del progetto politico irrealizzato della modernità. Gli studi dell’ultima generazione non intendono semplicemente “recuperare” la fraternità ma, attraverso una nuova attenzione per l’intero trittico, offrono importanti contributi al dibattito contemporaneo sui fondamenti della democrazia e sulle vie per realizzare più pienamente il suo progetto politico. In questo senso, riproporre oggi la “solidarietà” come se fosse una scoperta nuova e ostentando di ignorare il dibattito internazionale che si è sviluppato su questi temi, lascia fortemente perplessi.

Emergono qui due caratteristiche fondamentali che qualificano la fraternità politicamente. La prima, che la differenzia radicalmente dalla solidarietà, è la sua orizzontalità: i fratelli non accettano rapporti di subordinazione ma interpretano se stessi, sempre, come pari, anche se hanno ruoli diversi. Al contrario la solidarietà, come viene comunemente intesa e praticata, può consentire anche relazioni verticali, di aiuto da parte del forte verso il debole; è chiaro che la solidarietà così intesa può essere usata per mantenere il debole nella sua condizione subordinata, dandogli l’aiuto sufficiente a garantire che egli non si ribelli. La solidarietà non mette in questione la relazione di potere; la fraternità, al contrario, non può non farlo. Lo stesso uso della solidarietà come “solidarietà orizzontale” appartiene ad una prospettiva recente, ispirata proprio dalla nozione di fraternità. La seconda caratteristica consiste nel fatto che la relazione fraterna mi fa prendere atto che esiste un altro, diverso da me, che ha strettamente a che fare con me – siamo, insieme, società – e che ha i miei stessi diritti; non dispongo di lui, non posso cambiarlo, devo accettarlo nella sua differenza e nel suo diritto di viverla e di svilupparla. In questo senso, la fraternità è il fondamentale principio di realtà, quello che stabilisce la verità di fatto senza la quale, come sottolinea Hanna Arendt, non c’è società politica.

Ho accennato ad un progetto politico irrealizzato; le sue possibilità si chiusero infatti poco dopo il suo annuncio: la fraternità, appena enunciata dalla Rivoluzione francese, cade ben presto, essenzialmente per due motivi. Il primo: la Rivoluzione si trasforma in guerra civile sempre più cruenta; al posto della fraternità si attuano i processi di “fraternizzazione”, con i quali i sanculotti impongono con la violenza il loro controllo sulle altre organizzazioni politiche: il grido “Fraternità o morte”, che inizialmente esprimeva la disponibilità a dare la propria vita per la causa della Rivoluzione diventa, spiega lo storico Alphonse Aulard, la propensione a prendere la vita degli altri: «Sii mio fratello o ti ammazzo»[iii]. Il secondo: la Francia rivoluzionaria mantiene in piedi l’economia schiavistica nelle sue colonie; i diritti dell’uomo e del cittadino proclamati a Parigi valgono per i bianchi ma non per i neri e la Grande Rivoluzione entra in contraddizione con se stessa.

La fraternità dunque cade; non perché sia, dei tre principi del trittico, il più fragile, come suggerisce Rodotà, ma perché cade il trittico intero: libertà, uguaglianza e fraternità avevano assunto significati nuovi proprio attraverso la loro relazione; una libertà fraterna non sarebbe mai degenerata nell’arbitrio della legge del più forte; né un’uguaglianza fraterna avrebbe prodotto sistemi sociali simili a carceri. Ed è invece proprio ciò che è accaduto nella storia dei due secoli successivi, quando la libertà e l’uguaglianza si sono separate e contrapposte, dando vita a sistemi socio-economici conflittuali. Non è strano allora che oggi si voglia riprendere la riflessione sulla fraternità: è, in realtà, una riflessione sull’intero trittico, è l’esigenza di riprendere in mano, con diversa consapevolezza ed esperienza, il progetto politico che voleva mettere insieme la libertà e l’uguaglianza attraverso la fraternità.

Che la fraternità abbia questo ruolo di “generatore” degli altri due principi lo si vede lungo tutta la storia del Novecento: quando sono venute a mancare la libertà e l’uguaglianza, i popoli sono sempre ripartiti dalla fraternità. Passato il momento del “solidarismo”, la fraternità ha continuato ad ispirare il pensiero della democrazia. Basti ascoltare le parole della Resistenza italiana o del Maquis francese, per udire completamente dispiegato il linguaggio della fraternità: è con quello che siamo usciti dalla guerra e dall’oppressione nazifascista. Viceversa, la fraternità non può agire come principio pubblico senza libertà e uguaglianza: ricadrebbe nelle sue possibili degenerazioni settarie, privatistiche, fondamentaliste.

La fraternità come categoria di pensiero nello spazio pubblico non è, dunque, una facile soluzione ai problemi politici attuali; ma è certamente uno dei luoghi nei quali cercare le soluzioni. Accantonare la fraternità e la sfida che essa rappresenta significherebbe rinunciare a guardare la complessità del nostro tempo, che ci chiede di uscire dalle eredità ideologiche che ancora ingombrano il campo della democrazia, per riuscire ad essere, insieme, sia liberi che uguali.

[i] Alcune opere, limitandoci alle italiane e alle più recenti: A. Mattioni – A. Marzanati (Edd.), La fraternità come principio del diritto pubblico, Città Nuova, Roma 2007; A.M. Baggio (Ed.), Il principio dimenticato. La fraternità nella riflessione politologica contemporanea, Città Nuova, Roma 2007; I. Massa Pinto, Costituzione e fraternità. Una teoria della fraternità conflittuale: “come se” fossimo fratelli, Jovene, Napoli 2011; F. Pizzolato, Il principio costituzionale di fraternità. Itinerario di ricerca a partire dalla Costituzione italiana, Città Nuova, Roma 2012; A. Cosseddu, L’orizzonte del diritto «luogo» delle relazioni, in A.M. Baggio (Ed.) (con A. Cosseddu, P. Giusta, R. Mardones, A. Márquez Prieto), Caino e i suoi fratelli. Il fondamento relazionale nella politica e nel diritto, Città Nuova, Roma 2012.

[ii] M. Borgetto, La notion de fraternité en droit public français. Le passé, le présent et l’avenir de la solidarité, Librairie Générale de Droit et de Jurisprudence, Paris 1993.

[iii] F.A. Aulard, La Devise «Liberté, Égalité, Fraternité», in Études et leçons sur la Révolution Française, Sixième Série, Paris 1910, p. 23.

FRATERNITA’ e    LEGALITA’  Analisi del Mezzogiorno ..oggi.

Sul Sole 24 ore del 25 Marzo 2012 a pag.32nell’inserto della DOMENICA  del Sole, nella pagine Cultura e sviluppo,   un ‘articolo di Sergio Zavoli dal titolo generale  NAPOLI /SPERANZA con il proprio titolo LA FORZA DI ILLUMINARSI DA SE’, mi ha colpito e tra le tante cose afferma….:La trasgressione minuta e quotidiana è alle  stelle,  e splende soprattutto a Napoli: ”Nessuno scontrino in quattro negozi su cinque”..

Le azioni della Finanza in quest’ultimo periodo hanno  rilevato uno sterminato e impunito numero di reati, eper la prima volta è stata sfatato il mito   dell’Italia tutta sana da una parte e tutta malata dall’altra.

Napoli rimane un caso  sé inconfondibile, un’isola di scetticismo, nobiltà e arrendevolezze che richiama alla mente un giudizio di Guido Piovene, che nel suo VIAGGIO IN ITALIA, notava  la“profonda inclinazione del Sud, ma soprattutto di Napoli, a vivere la trasgressione, che avrebbe assunto secondo lui, una natura addirittura razionale, quasi razionalistica”

Zavoli considera tale diagnosi un po’ elitaria e condizionata da visione intellettualeper rappresentare la grande metafora della vittima, complice orgogliosa del suo destino.…ed afferma:   ‘Non era ipotizzabile che il Sud potesse farsi punto di coagulo e di rivalsa in un ‘Italia che rischiava, ovunque di essere inconciliabile nella politica e nell’economia, nei costumi e orgogliosa del suo destino ’.

…….”Quanto a Napoli, continua Zavoli , troppo si è detto sull’impossibilità di dare principioe norme,continuità e storiaa un popolazione che ha conosciuto la marginalità e la fama, la regalità e i suburbi, la cultura accademica e quella dei vicoli, il ritmo della metropoli e la frustrazione dei bassi, con tutta la ricaduta delle contraddizioni e delle convenienze, degli inganni e dei compromessi.”.

Il Sud non poteva.. io dico NON PU0’rimanere il contenitore inerte di un potere teso a preservare una vecchia idea della politica come assistenza  e ripianamento…. lasciando definitivamente credere nella sua ineluttabilità, per giunta dagli effetti  torbidi e ingovernabili.    Sarebbe giusto domandarsi se e come Napoli potrebbe rendere efficace un progetto che la sciolga dalle sue complicità antropologiche liberandosi da quelle della politica”…. continua .. “ questa città vive da secoli  nello  spirito  di una conversione perenne perché ha mancato le sue occasioni risolutive,  ma le ha perdute perché la storia non le  aveva prodotte . E’ rimasta sola, amata e lasciata a  sé, indifesa, senza potersi mai misurare con una  realtà che avesse le premesse reali e la forza concreta per modificarla radicalmente. Sicché tutto si è continuamente accumulato su se stessa.   Oggi è facile dire che a Napoli vi è uno dei tassi più alti di “invivibilità  civica”, abbandonata com’è – in tutto ciò che è pubblico – al disservizio, al disordine, alla rinuncia, cominciando dal disfacimento delle strutture urbane fino alle vischiosità delle periferie brulicanti e neglette.

Ai piedi del Vesuvio, è  cresciuta senza alcuna previdenza una popolazione dalla densità 18 volte superiore  a quella di Hong Kong, e i quartieri del centro storico – due metri quadrati per abitante – hanno via via assunto le forme, certo solo esteriori di una megalopoli del Terzo Mondo; lasciando che, come tutto il Sud, Napoli si arrendesse al dover vivere una sorta di designata, irredimibile“singolarità”, rivolta al minimo del mutamento e al massimo dell’immutabile. …Ciò dovrebbe indurre a capire  perché molto del duo destino è passato attraverso la sconfitta, la delusione, la resa. ………non si cura una società affidandola ai risarcimenti, quasi sempre strumentali e ricattatori. Così, molto è fallito.

UNA SOCIETA’ RICCHISSIMA DI VALORI UMANI E CULTURALI RELEGATA A UN SORTA DI EMARGINAZIONE  E DI PURA SOPRAVVIVENZA – cioè a due povertà mai sanate all’origine, bensì perpetuate con gli interventi  straordinari da una parte, le clientele e il “voto di scambio” dall’altranon poteva che smarrire le norme di un civismo divenuto, in quel disordine naturale, quasi incomprensibile.

Ecco allora la strategia del giorno per giorno, che alimenta uno stare al mondo , tra l’ingegnoso e rassegnato e rinvia all’infinito le soluzioni organiche, cioè strutturali e durevoli..

Ma Napoli è qualcosa di più, e di meglio, rispetto a ciò che essa lascia. Nessun altro luogo d’Italia, neppure Firenze, si identifica tanto con la  propria vocazione più mentale e interiore, astratta e reale. Già due secoli orsono  negli anni dei Lumi, Napoli seppe cogliere quasi d’istinto l’intelligenza della Storia; quel po’ di illuminismo italiano fu il suo.

Ora la fiducia che i napoletani riescano a darsi essi stessi un progetto non è senza fondamento ) vedi cosa dice Sturzo dopo)Una città capitale, finalmente incline a veder rispettata la sua dignità borghese e operaia, sede di studi umanistici e scientifici, reputata nel mondo laboratorio di  culture, di imprese e di arti non più, come un tempo, sempre pronte a migrare, ma  a misurarsi con un tessuto umano più consapevole e meno geloso della sua rarità; una gioventù avvezza a vivere in un popolo, si direbbe, senza società e tuttavia attratto dalle rivalse civili, anche quelle prese in prestito dallo sport; una Chiesa, che abbandonando antichi devozionismi  respinge gli alibi della “MALANAPOLI”, sono tutti motivi di speranza in una città colma di vizi e di virtù, forse più clamorosi che altrove, ma anche di voglia di liberarsi da se stessa nonostante i patti da convenire e i diritti da reclamare  in un luogo con il crimine portato a forme d’imprenditoria, la debolezza delle regole, un dolente sentimento della comunità, del rispetto civico, dell’etica individuale e collettiva.

Raffaele Di Capria afferma “ che il napoletano  deve concludere dentro di sé, e da solo, quell’evoluzione che storicamente è rimasta inconclusa. Deve individuare, come una specie di peccato originale, il punto a partire dal quale tutto si è guastato, e ripartire proprio da quel punto”.   Scoprirlo, sembra possibile, significa immaginare che la vituperata e vitale “napoletanità” trasmigri dal ventre di Napoli  per insediarsi nella sua testa.  Perché Napoli è la sua cultura stessa, qualunque forma essa prenda. E’ augurabile che essa ramifichi anche nella società e nelle istituzioni.

Qui è passato il mondo, dai greci agli americani, dai longobardi agli angioini, dagli aragonesi agli austriaci, ai francesi, ai piemontesi, agli italiani e ai tedeschi; qui si sono svolte molte vicende, addirittura brucianti, come le “quattro giornate che illuminarono il  nostro animo grigio”, così Corrado Alvaro.

Dopo tanta forza di secoli, Napoli non vive più la napoletanità come una condanna, la cui vera natura era di resisterle solo inghiottendola. Forse non è vero che il napoletano ha perdestinoil doversi azzuffare con la sua esistenza perché in essa ha continuato a trovare tutti gli aggiustamenti possibili, questo è folklore, piccola letteratura, napoletanismo; dove secondo Curzio Malaparte, “ l’infezione e l’infetto si somigliano” e l’ineluttabile diventa la spiegazione, quindi il farmaco di tutto.

Napoli, azzardano gli  antropologi, sta compiacendosi sempre meno di essere, co- così la chiamò Domenico Rea – “uno degli ombelichi del mondo”, volendo esistere per quello  che “ non si può non sapere e non fare di noi stessi”, si augurava Croce.

MIE RIFLESSIONI  da un lavoro redatto per il quotidiano Repubblica nel 1984-85, il cui titolo era “Intervista impossibile a Lugi Sturzo”.

Tra le altre cose, ripetevo a Sturzo in certo qual modo un suo pensiero: “ Il Mezzogiorno d’Italia  paga un gran prezzo: una enorme disoccupazione, un clientelismo ramificato fin nelle realtà più elementari, uno statalismo rampante e fallimentare ed una criminalità dilagante nella vita pubblica” e gli chiedevo :

“Come si è formata, secondo lei, questa contrapposizione tra Nord e Sud?”

Vede, risponde, Nord e Sud non sono due termini irriducibili ed inconciliabili  e  la colpa non è del Nord e neppure del Sud”  “Abbiamo interessi antagonistici ed esercitiamo l’uno a danno dell’altro, la concorrenza ed il monopolio.

Le cause principali che hanno portato a questa contrapposizione sono da ricercarsi nell’ accentramento statale e nell’uniformità tributaria e finanziaria del Paese. Inoltre la divisione tra Nord e Sud non è solo dovuta a diversità di razze (così si affermava ai miei tempi nel’1800),ma a  diverse condizioni geografiche, psicologiche ed a fattori storici.

Noi del Sud non abbiamo avuto esperienze municipali, una borghesia audace, ebrei” …“e neppure l’alta finanza che influisce sulla politica e ne determina le scelte e lo sviluppo” . “Noi meridionali ammiriamo lo sforzo realizzato dal Nord e dall’Italia media, dopo l’unificazione, per la sua trasformazione. Tale operosità ha permesso al paese di superare la crisi in cui era caduto dopo l’unità”. “Tuttavia credo che una delle cause determinanti la nostra minorità consista nel fatto che la Natura ha sviluppato in noi meridionali più il sentimento individuale che collettivo con un predominio della poesia e della filosofia, perciò siamo esuberanti e pensosi “…. ” devo, inoltre, affermare che l’arretratezza del Sud non dipende dalla povertà naturale, perché si può dimostrare che esso, il sud,ha avuto periodi di floridezza quando ha attuato una politica ben precisa: una politica mediterranea“. …. Trasportate il meridionale fuori dal suo ambiente, mettetelo nel contrasto della vita, perché ne superi le difficoltà. Toglietelo dalle impressioni scoraggianti di impotenza e ne farete un altro uomo” (24).

Incalzo: “Cosa dobbiamo fare allora per modificare l’ambiente del Sud?”. Lui, girando le spalle, attraversa la stanza e, con irritazione,dice: “. .il popolo del Sud ha bisogno di idee agitatrici e di larga cultura, perché esso vive più di sentimenti che di idee e poi perché deve imparare ad inserire nei problemi cosmici ed universali, gli speciali ed i propri “.

Preso dalla curiosità, chiedo: “Scusi onorevole, quali sono queste idee agitatrici che dovrebbero scuotere la gente del Sud?” Sornionamente, risponde: Sonol’autonomia ed il decentramento nell’ambito politico-amministrativo e finanziario;l’armonia delle classi, l’organizzazione del proletariato, la libertà degli scambi e la costituzione della piccola proprietà terriera, nonché la rappresentanza popolare, la legislazione operaia, i referendum comunali e l’elevazione morale e religiosa del popolo”……..“L’educazione politica delle masse è necessaria per lottare contro il fiscalismo, il protezionismo e lo sfruttamento economico del Sud da parte del Nord (27), soprattutto perché le popolazioni meridionali non vivono la vita della nazione, delle concezioni politiche e del movimento di idee. La loro vita si può racchiudere nel deputato e nel caporale. In più la corruzione e la sopraffazione riducono questa parte della nazione ad essere serva, terra di conquista, regione da sfruttare(28) ma, tornando alla sua domanda”considero come mezzo di educazione politica, meglio dello stesso voto, i referendum popolari”(29), anzi direi  di più:“ è urgente migliorare l’educazione della gioventù, in quanto l’istruzione secondaria ha preparato e prepara una falange in cerca di posti statali… e ciò per una pretesa elevazione sociale…. Occorre istituire nel Mezzogiorno scuole professionali specializzate e preparare tecnicamente (30). Poi, dopo un attimo di silenzio, continua: “..nel Sud mancano scuole che formano veri industriali e commercianti, scuole che educhino allo spirito di intraprendenza, alla cooperazione, mentre il bagaglio classico (l’impostazione classica della scuola) sembra mantenere lo spirito di nobili decaduti … e creare una superproduzione di professionisti parassiti ed improduttivi…”.

Ringrazio per questa risposta e, siccome m’ urge cercare la soluzioni ai problemi attuali, domando :

“Abbiamo parlato di educazione politica, di scuola, ma cosa dobbiamo fare noi del Sud, da dove partire? “.

“Innanzitutto, risponde, occorre iniziare a considerarci parte dello Stato, superando così il dualismo Mezzogiorno-Governo, poi creare un nostro progetto politico e farlo diventare patrimonio di tutti gli italiani”.(32)“Vede – continua – la soluzione dei problemi in questione dipende massimamente dalla coscienza che i meridionali hanno dello stesso  e se gli altri non l’ hanno percepito, è colpa della gente del Sud che mendica dallo Stato e dal governo senza far nulla per mutare la situazione”..

Condivido ciò e gli faccio presente parte del discorso di Pericle agli ateniesi, riportata da Tucidide, Guerra del Peloponneso, II – trad. it. di E Savino, Garzanti, Milano 1974, 36-41 :“Non è vergogna da noi, rivelare la propria povertà; piuttosto non saperla vincere, operando.In ogni cittadino non si distingue la cura degli affari politici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente agli incarichi pubblici qualunque sia per natura la consueta mansione……non valutiamo tranquillo un individuo in quanto si astiene da quelle attività, ma superfluo. Siamo noi stessi a prendere direttamente le decisioni o almeno a ragionare come si conviene sulle circostanze politiche; non riteniamo nocivo il discutere all’agire, ma il non rendere alla luce, attraverso il dibattitto, tutti i particolari possibili di un’operazione, prima di intraprenderla….”

Occorre, quindi, divenire protagonisti?“Certo, credo che sia necessario staccare le masse cattoliche dalle clientele per rimetterle nella lotta per la realizzazione di un unico programma…... “Ritengo che occorre spezzare la catena per la quale i deputati servono i ministri alla Camera e questi, per mezzo degli organi di governo, asservono ai deputati le amministrazioni locali, perciò suggerisco, come affermavo nel 1913: “la distinzione tra partiti politici ed amministrativi e con tono deciso e forte, continua: Vede, il problema meridionale non è solo carenza di produzione di ricchezza, non si tratta di fare solo una riforma economica, ma soprattutto una riforma politica.

E’ necessario, per lo sviluppo del Sud, non solo il decollo dell’industria ma anche la realizzazione delle autonomie regionali amministrative e finanziarie”…..“E’ necessario, oltre ad amministrare da noi, disegnare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere e trovare i rimedi ai nostri mali “. Dopo un sospiro, continua: “La nostra politica deve essere regionalista, le nostre finanze, la nostra economia, la nostra amministrazione, tutto, deve corrispondere alla regione, ma non voglio con questo la secessione dalla madre patria, voglio curare i nostri interessi, perché il governo centrale è impotente a risolvere uno solo dei nostri problemi .

A questo punto, poiché si parla tanto di riforme istituzionali, chiedo di precisare il suo pensiero circa le autonomie locali, le regioni, le province e i consorzi.Mi chiarisce che, per risolvere il problema del Mezzogiorno, reputa necessarie le autonomie locali, perché rispondono meglio alle esigenze sociali del presente e ribadisce:“al Comune deve essere affidata l’educazione della gioventù e del popolo; la socializzazione  delle industrie collettive appartenenti o no ad esso e la soluzione di tutti gli altri problemi economici.  Per evitare poi gli appalti, i subappalti e le concessioni, è necessaria la municipalizzazione dei servizi pubblici con consorzi comunali o intercomunali; cosa da considerare caso per caso, perché l’esperienza insegnerà la via migliore da seguire” (39) .

Vede, continua, reputo ancora valido ciò che affermai nel lontano 1917 a conclusione di un Convegno cattolico sul Mezzogiorno: “…La partecipazione delle masse meridionali alla vita della Repubblica ed il rafforzamento del loro peso politico, passa per le autonomie amministrative”.

Senta – continuo – so che lei dal 1894 fino al 1902 ha pensato ad una federazione tra regioni, poi dal 1903 al 1923, anno di inizio del suo esilio, ha attenuato le sue posizioni federalistiche, dando più rilievo al regionalismo delle autonomie ed al decentramento; ebbene penso che questa impostazione federalistica delle autonomie potrebbe mettere in crisi l’Unità della Nazione e rendere vani gli sforzi fatti per realizzarla?”

Con stupore, mi confida che per lui l’ Unità d’Italia è un fatto storico accettato e che il suo regionalismo è in funzione dello stato unitario e di uno snellimento delle sue strutture e continua: “L’ente regione deve essere autarchico e rappresentativo degli interessi locali, specie nel campo dell’ agricoltura, dei lavori pubblici, dell’industria, del commercio, del lavoro e della scuola”.

Per approfondire tale argomento, mi invita a leggere la relazione tenuta al Congresso Nazionale del PPI a Venezia il 23 Ottobre 1921, ove  analizzò le funzioni, i campi di intervento, i problemi costituzionali e rappresentativi, riproponendo– in quella occasione – il problema della sopravvivenza delle Province e della creazione dei Consorzi Intercomunali ( oggi anche delle aree metropolitane).

Continuo a parlare del Mezzogiorno e lui:     “Vede, già nel 1904 scrivevo sulla rivista ‘Croce di Costanza’ che il problema del mezzogiorno non andava risolto con ‘leggi speciali’, poiché queste, sebbene utili, non valgono a farlo progredire verso una soluzione adeguata.Le leggi speciali sono sorte in seguito ad eventi tragici e soprattutto per la volontà di uomini politici, ma le ripeto ciò che sostenni a Napoli nel 1923:‘queste leggi hanno accentuato la distanza tra governo e mezzogiorno e fra le due parti dell’Italia “.

Per quanto riguarda, poi, gli interventi statali vorrei fare una distinzione tra interventi legittimi ed illegittimi. Fra i primi considero le facilitazioni creditizie e fra i secondi pongo le iniziative di imprese industriali, tipo Iri, ENI ed i nuovi ‘Enti di gestione che nella loro generalità sono controproducenti e dannosi all’economia ed alla politica del Paese”(52). Devo affermare che sono sempre stato contro le Leggi Speciali per risolvere la Questione Meridionale, perché ho continuamente auspicato che la soluzione di tale problema fosse gestito dalle genti del Sud attraverso le autonomie regionali, anche se nell’ambito di una politica nazionale…… ho accettato la Cassa per il Mezzogiorno come intervento provvisorio in previsione della realizzazione delle suindicate autonomie…”.

In breve non biasimo gli interventi statali o meglio i finanziamenti, deploro lo spirito che si diffonde: invece della spinta a fare, la spinta a non fare per la perversa volontà che cada la pera matura dall’albero statale, pertanto se lo stato vuole riguadagnare il tempo perduto, sarà bene che aiuti l’industrializzazione del Sud con minore spesa e maggior vantaggio.

 

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Il gruppo di “Letteratitudini” annuncia il convegno: “La questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo”

gennaio 19th, 2013 // 7:23 pm @

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CANCELLO ED ARNONE – E’ per sabato 26 gennaio p.v. alle ore 16,30 il meeting di “Letteratitudini”, che per il primo incontro del 2013, organizza un convegno letterario dal tema “La Questione Meridionale e la figura di Don Luigi Sturzo” con relatore il valente docente di storia e filosofia prof. Mario Damiano. I componenti storici del gruppo,Giannetta Capozzi, Arkin Jasufi, Matilde Maisto, Pina Manzo, Felicetta Montella, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Raffaele Raimondo, Laura Sciorio, Marinella Viola, ne danno l’annuncio ed invitano tutti gli amanti della cultura a partecipare all’evento, che si terrà presso il Ricc-Caffè in via Roma 87 – Cancello ed Arnone (Caserta). Il prof. Mario Damiano è un qualificato e stimato docente di storia e filosofia presso il Liceo Torricelli di Somma Vesuviana. Famosa è la lettera da lui scritta ai suoi alunni qualche anno fa, che riporto integralmente perché sempre attualissima e molto illuminante: 2010 27 Gennaio  Lettera agli studenti sulla memoria dell’Olocausto. Cari allievi di Terza – Quarta – Quinta D e Quinta E, 65 anni fa, il 27 gennaio 1945, i soldati dell’Armata Rossa abbattevano i cancelli di Auschwitz e liberavano i prigionieri sopravvissuti allo sterminio del campo nazista. Le truppe liberatrici, entrando nel campo di Auschwitz – Birkenau, scoprirono e svelarono al mondo intero il più atroce orrore della storia dell’umanità: LA SHOAH. Dalla fine degli anni ’30 al 1945, in Europa furono deportati e uccisi circa sei milioni di ebrei. In molti Paesi del mondo quel 27 gennaio viene ricordato come anniversario di una tragedia che l’intera umanità non vuole, non deve e non può dimenticare. Eppure vi è chi cerca di negare quella tremenda verità, rimuovendo proprio la memoria che dovrebbe servire a tutti per ritrovare e costruire un mondo diverso: di pace e di uguaglianza nella diversità.  Vi dedico questa lettera per ricordare l’Olocausto non solo come pagina di Storia e neppure per educarvi alla tolleranza e alla pratica della giustizia, ma per farvi comprendere che dobbiamo essere grati alla vita, alla storia e alla natura che ci hanno posto in contatto con tanta varietà. E’ una cosa bella la varietà – diversità – di razza, di storia, di cultura, di popoli, così come un giardino, un parco, una foresta, che se omogenea, tutta uguale ….. che monotonia … che stanchezza, osservarla. Invece la diversità se è armoniosa, organica, colpisce i nostri sensi, li pacifica, facendoci sentire parte di un tutto armonioso. Vi ho sempre comunicato il mio pensiero circa la diversità. E’ una ricchezza di cui non possiamo fare a meno reciprocamente e che dobbiamo apprezzare così come ammiriamo la natura varia e colorata, come restiamo affascinati dall’arcobaleno e dall’ascolto di una stupenda sinfonia, prodotta da una orchestra fatta di tanti e diversi strumenti. Credetemi, non voglio turbare i vostri sogni/progetti, ma offrirvi un ideale più grande per cui vivere. Voglio sognare con voi un pianeta abitato da uomini che si sentono e vivono da fratelli, perché appartenenti alla stessa famiglia umana e che sognano un mondo unito con un orgnanismo superinternazionale che coordini un programma di sviluppo, evidenziando il particolare di ciascuno come ricchezza da donare scambievolmente tra i popoli. Sogno un’educazione che formi non più cittadini italiani, inglesi o europei e americani, cinesi e africani, ma cittadini del mondo, ove ognuno esprima e dia il meglio di sé in armonia con ciò che l’altro può donare a ciascuno e a tutti.  Non releghiamo questo momento ad un ricordo fine a se stesso, ma ad uno stimolo che deve portare alla valutazione della realtà d’oggi, che contiene situazioni molto simili alla Shoah di allora, addirittura in luoghi molto vicini ad Israele stessa. Questo vi chiedo: non fate mai della Storia un argomento passato e senza futuro. Non lasciatevi condizionare e scoraggiare da un mondo volutamente ottuso e fuorviante, ma cercate sempre la verità, pretendete sempre la giustizia, siate giusti per primi e non smettete mai di meravigliarvi, se volete rimanere sempre giovani. Altri ragazzi come voi, sessantacinque anni fa, vedevano spegnere i lori sogni e le speranze del futuro all’interno dei reticolati che li avevano isolati dal mondo per la loro diversità.  Uno di loro, quattordicenne, ha lasciato questo straziante messaggio di dolore e di speranza negata: “Miei cari genitori, se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me. Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe… Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra (ci hanno portato via anche i nostri mantelli). Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno e il mio corpo è pieno di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia. L’altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato… Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui. Dico addio a tutti, cara mamma, caro papà, mie sorelle e miei fratelli, e piango…” (Lettera scritta in yiddish da un ragazzo di 14 anni nel campo di concentramento di Pustkow. Vi aspettiamo numerosi, quindi, non mancate, sarà molto interessante.
Matilde Maisto

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Al via il Bando per il Premio Nazionale di Poesia inedita “Calliope” 2013 – 1^ edizione

gennaio 9th, 2013 // 11:41 pm @

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CANCELLO ED ARNONE – L’Associazione musicale-culturale “New Melody” col patrocinio del Comune di Cancello ed Arnone, della Provincia di Caserta e della Regione Campania ed in collaborazione con i Portali on line La Voce del Volturno e Cancello ed Arnone News, bandisce il Premio nazionale di Poesia inedita “CALLIOPE” 2013 – 1^ Edizione.

La Presidente del comitato organizzativo, Matilde Maisto, ed i suoi collaboratori tra cui Mattia Branco, Anya D’Ambrosio,  Arkin Jafuri e Antonio Foniciello, invitano poeti e neo poeti a partecipare numerosi al Premio di Poesia “CALLIOPE”, il cui regolamento è riportato in calce alla presente.

Si precisa che la composizione della Giuria, nominata dal Comitato organizzatore, verrà resa nota mediante un comunicato stampa nel mese di aprile 2013.

Molte le valenti persone segnalate nel Comitato d’Onore.

La cerimonia di Premiazione avrà luogo, alla presenza del Comitato d’onore, mercoledì 22 maggio 2013, nel corso della trasmissione televisiva Anya Show, in onda in diretta su Italiamia canale 17, satellitare 936 – dalle ore 21 alle 23.

I nomi di tutti i Partecipanti e le prime dieci poesie saranno pubblicati sui portali Cancello ed Arnone News e La Voce del Volturno.

 

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L’Associazione musicale-culturale “New Melody” 

           

col patrocinio del Comune di Cancello ed Arnone

             

della provincia di Caserta

della Regione Campania

ed in collaborazione dei Portali on line

   BANDISCE                                                                                                                 

 il Premio nazionale di Poesia inedita “CALLIOPE” 2013 – 1a Edizione

REGOLAMENTO

Art. 1) Il Premio è articolato in due Sezioni:

–        Sezione “Adulti”: Poesia in lingua italiana, a tema libero, inedita e mai premiata, di non più di 30 versi;

–        Sezione “Giovani”: Poesia in lingua italiana, a tema libero, inedita e mai premiata, di non più di 30 versi. Questa Sezione è riservata ai giovani Autori italiani dai 10 ai 18 anni compiuti. Per i minorenni è necessaria la firma di uno dei due genitori, in calce alla domanda di partecipazione (Allegato 1).

Art. 2) Ogni Autore potrà concorrere soltanto per una delle due Sezioni.

Art. 3) Ciascun Partecipante dovrà inviare un plico con l’indicazione PREMIO CALLIOPE e la   Sezione cui si intende partecipare, contenente quanto segue:

–        3a) una busta piccola non trasparente con incluso il predetto Allegato 1, relativo alle generalità debitamente compilato, e non più di 3 poesie, in copia dattiloscritta e firmate;

–        3b) n. 4 copie delle stesse poesie, di cui al precedente punto 3a, dattiloscritte, in forma rigorosamente anonima.

–        3c) è previsto un contributo volontario per spese organizzative di euro 10,00 da versare in banconote e da inserire nel predetto plico.

Art. 4) Le poesie dovranno pervenire a mezzo posta, entro e non oltre il 15 marzo 2013 al seguente indirizzo:

ASSOCIAZIONE NEW MELODY

Via L. Settembrini, 21

81030 Cancello ed Arnone (CE)

Il Comitato organizzatore escluderà dal Premio i plichi pervenuti dopo il 15 marzo 2013 e non risponderà di eventuali ed accidentali ritardi postali.

Art. 5) La composizione della Giuria, nominata dal Comitato organizzatore, verrà resa nota mediante un comunicato stampa nel mese di aprile 2013. Il giudizio della Giuria è insindacabile: non saranno, pertanto, ammessi ricorsi o reclami di alcun genere.

Art. 6) I Premi saranno così assegnati per entrambe le Sezioni:

1° Classificato – Trofeo e Pergamena

2° Classificato – Targa e Pergamena

      3° Classificato – Medaglia e Pergamena

 

 

Inoltre, per entrambe le Sezioni, sono previsti:

1° classificato PREMIO SPECIALE

2° classificato PREMIO del COMITATO d’ONORE

3° classificato PREMIO della GIURIA

Art. 7) I Premi dovranno essere ritirati personalmente dai Vincitori; l’assenza degli stessi, qualunque ne sia la causa, sarà considerata tacita rinuncia.

Art. 8) La Cerimonia di Premiazione avrà luogo, alla presenza del Comitato d’Onore, mercoledì 22 maggio 2013, nel corso della trasmissione televisiva Anya Show, in onda in diretta su Italiamia canale 87, satellitare 936 – dalle ore 21 alle 23.

Art. 9) I nomi di tutti i Partecipanti e le prime dieci poesie saranno pubblicati sui portali Cancello ed Arnone News e La Voce del Volturno.

Art.10) L’invio delle poesie al Premio “CALLIOPE” costituisce, per ogni Partecipante, implicita accettazione del presente Regolamento. Le poesie inviate non saranno restituite.

Art. 11) Le spese di vitto e alloggio per i Vincitori ed altri Ospiti saranno a loro carico.                Per informazioni logistiche rivolgersi a                                                                                            Mattia Branco (Addetto Stampa – Public Relations – Press & Event Communications)                           E-mail: mattia.branco@tin.it; Info: 339 3887333.

Art. 12) Il Comitato organizzatore si riserva il diritto di apportare al presente Regolamento modificazioni e/o integrazioni, per eventuali imprevisti o altre cause di forza maggiore, dandone la dovuta informazione.

In base al D.L.vo n. 196/2003, il Soggetto organizzatore del Premio s’impegna ad utilizzare i dati personali degli Autori partecipanti soltanto per operazioni concernenti lo svolgimento dell’Evento culturale di cui al presente Regolamento.

Category : Cultura &Poesia

“La via del mare” poesia di Franco Pastore

gennaio 9th, 2013 // 1:07 pm @

Category : Poesia

“La coscienza di Zeno” di Italo Svevo

gennaio 6th, 2013 // 12:06 am @

Com’era stata più bella la mia vita che non quella dei cosiddetti sani”. Chi può dirsi normale, chi sano? Perché e quale il riverbero esistenziale di questa condizione? La coscienza di Zeno di Italo Svevo è una tra le risposte più originali e importanti della lettertura italiana sulla questione dell’analisi psicologica.

Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su sé stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute”. La coscienza di Zeno sovverte la concezione di cura e malattia. Le teorie freudiane vengono manipolate come strumento per rivelare una natura diversa della condizione patologica. Usando un approccio paradossalmente cattolico, lo psicanalista austriaco trova nel passato il trauma, nel presente la psicanalisi, nel futuro guarigione. Ecco, queste forme sono colmate da nuovi significati, più radenti al rapporto con la singolarità dell’uomo.

Potremmo infatti sostenere che l’utilizzo delle definizioni non è assimilabile alla caratteristiche proprie dell’unicità, condizione che forse più di ogni altra attanaglia la vita umana. Definire è acquisire un dogmatismo, rappresentativo della scienza. E ciò porta alla costituzione di una verità che racchiude un dato ben delineato, la salute.

Alla definizione Svevo oppone la forza descrittiva. Come un calco lascia emergere le imperfezioni, le irregolarità del profilo psicologico individuale. Elementi che dalla lente scientifica possono contrassegnare circostanze anormale. La malattia. E invece no, il proprio limite è da considerarsi un valore, purché divenga coscienza. Il soggetto si appropria di un sé consapevole e scopre nel difetto, pur anche ascrivibile al capitolo scientifico patologico, un nuovo modo di interagire col reale. La scoperta della malattia come dinamismo, nella contraddizione un modo di vivere le infinite sfumature racchiuse in un polo dualistico le cui estremità sono inattingibili.

Nella salute la fissità dell’imperfezione che si autoproclama normalità, conformità alla definizione. Mentre il compendio della malattia diventa ironica parodia, preziosa fragilità. Racchiude, nella sua consapevolezza, una potenza vitale. Compreso il rovesciamento di un paradigma comune, che poi è una maniera diffusa di interpretare il reale ed è quindi a sua volta realtà, possiamo giungere al portato anti-psicanalitico dell’opera. Scelta che anticipa di oltre trent’anni una grande tendenza novecentesca, vittima di un pensiero freudiano degenerato in assillo.

Il romanzo La coscienza di Zeno raffigura un mondo borghese, sotto il cui segno opera il protagonista e vengono espresse le diverse alterità, soprattutto familiari, correlate. Una rete di relazioni che guida la formazione di narrazioni ordinate in composizioni a sé stanti. Spazi della coscienza. Con lo scorrere delle pagine affiora però un’organizzazione chiara. L’opposizione tra il modo di vivere la coscienza alla luce della terapia, e quello della chiave letteraria. “Il mentitore dovrebbe tener presente che, per essere creduto, non bisogna dire che le menzogne necessarie”. Quando la sincerità è solo miraggio scivola la speranza della cura, se ne palesa l’ottusità. Sorge il piacere liberatorio della letteratura, senza la necessità della coerenza di una mira definita. Letteratura che libera la coscienza del bisogno di un miglioramento statico. Letteratura che è vita e quindi legata a un presente a misura d’imprefezione.

Category : Racconti/Romanzi

“Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcìa Màrquez

gennaio 6th, 2013 // 12:03 am @

 Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez

“’Il migliore amico,’ soleva dire allora, ‘è quello che è appena morto’”. Un piccolo borgo può riassumere i tratti della solitudine? E quali sono? Cent’anni di solitudine del Premio Nobel Gabriel García Márquez, edito da Mondadori, sceglie un ricco ventaglio di avvenimenti, in un susseguirsi di generazioni dove passato e presente si confondono, con l’eterno riproporsi dell’uguale. Una realtà dalle note favolistiche, in cui s’alternano temi sociali quali la guerra, la lotta per il potere, la morte, la nascita. Malgrado questa superficie, tutto, nel profondo, resta sempre uguale seguendo un tempo ciclico. Dramma irrisolvibile della vita.

Cent’anni di solitudine ricorre a un vasto uso della memoria, da cui deriva una progressione temporale non lineare. Abbiamo pause, regressioni, anticipazione e accelerazioni nel ritmo narrativo. L’impressione che se ne ricava è di un’opera strutturata secondo un gioco costante di riflessi, chiave di svolta della sua originalità. “Aveva dovuto promuovere 32 guerre, e aveva dovuto violare tutti i suoi patti con la morte e rivoltarsi come un maiale nel letamaio della gloria, per scoprire con quasi quarant’anni di ritardo i privilegi della semplicità”.

Delle figure abbiamo spesso una descrizione essenziale, quasi esclusivamente correlata agli aspetti caratteriali. I nomi maschili sono così simili che producono un certo senso di confusione, completata buona parte dell’opera. Vi sono elementi di contorno, appena tratteggiati, che hanno una valenza quasi del tutto strumentale. Nel villaggio di Macondo si susseguono quattro generazioni di abitanti. La nota distintiva è l’isolamento della condizione esistenziale, prodotta dal pericolo di una vulnerabilità coincidente con tutto ciò che è esterno. Un universo chiuso che porta a caratteri fatti di una dimensione introversa e solitaria, abitata dal fallimento. “In quella Macondo dimenticata perfino dagli uccelli, dove la polvere e il caldo si erano fatti cosí tenaci che si faceva fatica a respirare, reclusi dalla solitudine e dall’amore e dalla solitudine dell’amore in una casa dove era quasi impossibile dormire per il baccano delle formiche rosse, Aureliano e Amaranta Ursula erano gli unici esseri felici, e i più felici sulla terra”.

La solitudine acquisisce quindi una funzione basilare nella caratterizzazione dell’uomo di Cent’anni di solitudine. Da una parte abbiamo la vita, alimentata da contrasti, battaglie e una profonda immobilità. Dall’altra la morte, con i defunti che tornano a far visita sulla terra in sembianze ectoplasmatiche, vicine, nella sostanza, ai nemici conosciuti in vita. Dalla solitudine s’affaccia un universo complesso e soprattutto tragico. L’immobilismo della solitudine diviene una maniera per declinare l’impossibilità del cambiamento (miglioramento). “Nella furia del suo tormento cercava inutilmente di provocare i presagi che avevano guidato la sua gioventù lungo sentieri di pericolo fino al desolato ermo della gloria”.

Troviamo infine delle lontane attinenze che dalla circolarità del tempo portano a riferimenti alchemici, esoterici, profetici. Fino a toccare questioni quali l’autodistruzione dell’uomo, del suo ambiente, la simbologia, il significato della vita e della morte. “Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente”.

Category : Racconti/Romanzi

“Il profumo delle bugie” un libro di Bruno Morchio

gennaio 5th, 2013 // 11:58 pm @

 “Cantami di questo tempo
l’astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l’odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi, femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu.”

Otocento, Fabrizio De Andrè

 
 
Intrighi, vizi e piccole virtù di una famiglia borghese

 

Un romanzo in sintonia con lo spirito del nostro tempo: vizi privati, pubbliche virtù, ipocrisie di una famiglia borghese che pare essere il ritratto perfetto della piccola Italia di oggi. Poeti e cantautori hanno più volte dedicato ampio spazio ai difetti di questo piccolo strano mondo. È una storia grottesco-borghese quella narrata da Bruno Morchio nel suo nuovo libro, dal titolo Il profumo delle bugie. Bruno Morchio vive e lavora a Genova, è uno psicologo e psicoterapeuta. Ha già pubblicato articoli su riviste di letteratura, psicologia e psicoanalisi ed è autore di altri sette romanzi, che hanno per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano.

In questo romanzo, Morchio lascia il noir e fa emergere tutto il suo anticonformismo, decidendo di analizzare con spirito critico il potere.

Come in ogni romanzo di Morchio, l’omaggio alla sua città, Genova, pare d’obbligo. Scenario perfetto per una storia che racconta gli intrecci e la vita di una delle famiglie più in vista della città ligure: la famiglia D’Aste. La loro è una ricchezza antica, accresciuta negli anni grazie all’attività immobiliare e grazie a relazioni con i potenti del luogo. Politica, potere, grandi  imprenditori e borghesia camminano sui binari incrociati dell’esistenza e il loro incontro dà luogo a situazioni meschine.

Nell’ampia villa con vista sul mare dove risiedono i D’Aste, il nonno Edoardo, il vecchio patriarca, domina su tutti e porta avanti le sorti della famiglia. Edoardo ha deciso di puntare tutto sul venticinquenne nipote Francesco, sarà lui il volto nuovo della famiglia e sarà lui ad avere il compito di risanare un’area industriale dismessa.

Intanto, le tensioni in quella famiglia crescono. Le incomprensioni tra Edoardo e i figli crescono. Il padre di Francesco è un medico, dal carattere insicuro e instabile, la figlia, invece, è appena tornata da un soggiorno in India. Ed è lei, insieme alle altre figure femminili di casa D’Aste, a ricoprire un ruolo fondamentale per gli equilibri della famiglia e per le faide familiari. Alla figura della figlia, si aggiungono altre protagoniste in rosa: la moglie di Edoardo, malata e anziana; sua nuora Rosita, che resta un corpo estraneo al clan; e infine la splendida Dolores, fidanzata di Francesco, sensuale, giovane, conosciuta per la sua leggerezza e per la sua forza seduttiva. E sarà proprio lei a mettere a nudo l’ipocrisia che aleggia nella famiglia, sarà proprio lei a togliere le maschere indossate per troppi anni in casa D’Aste, sarà Dolores a scardinare la finzione che regge i rapporti familiari e a far emergere contrasti celati e nascosti troppo a lungo. Tutto questo in un un arco di tempo relativamente breve: tre settimane saranno necessarie per scardinare l’ipocrisia. Tre settimane che conducono a un Natale decisivo per la famiglia D’Aste, raccontate dai tre uomini della dinastia di quella piccola famiglia borghese.

Category : Pensieri Sparsi &Racconti/Romanzi

“Mamma, quando ti ricrescono i capelli?”

gennaio 5th, 2013 // 11:54 pm @

 

 

 di Matilde Maisto

 Grande, nella sua cruda realtà! Così mi appare l’opera di Barbara Martinelli Kohler. Sentimenti atroci popolano la vicenda narrata. Momenti di vita vissuta, lenti sprofondamenti, ordinarie circostanze ed eventi singolari ed irripetibili: questi gli scenari illustrati, queste le emozioni che l’Autrice ci propone.

Il vasto universo dei ricordi, dai più dolorosi a quelli segnati da una tenerezza dolcissima, è la sostanza degli accadimenti raccontati. Da essi  emerge un ricordare che, nonostante tutto, fa bene all’anima, la addolcisce, la spinge all’ottimismo della ragione, sebbene la navigazione della memoria non sempre si muova sulle rotte della felicità. L’Autrice racconta tutto questo senza veli, ma con pudicizia.

La forma che Barbara predilige è quella diaristica con una meticolosa cronologia dei fatti accaduti; fatti che suggellano la paura – il dolore – la sofferenza ed infine, con la guarigione, la speranza e la gioia.

L’approccio epistolare agevola il dialogo, che non esita a svelare segreti, emozioni, situazioni caratterizzate per lo più da intime fibrillazioni che non tutti sono disposti a sciorinare con immediatezza senza riserve, ma lei  desidera rendere pubblica la sua storia, infatti dice: “In tutti questi mesi, mi sono sempre chiesta se fosse il caso di scrivere l’ennesima storia di tumore, dopo averne viste e lette già tante in passato. Poi mi sono detta: forse la mia esperienza personale può servire anche ad altre donne e un libro in più o in meno sull’argomento può fare la differenza, dato che so di molte ragazze e donne mie conoscenti o amiche che non si fanno mai controllare da un medico, vuoi per paura, vuoi per carattere, per un certo atteggiamento verso la vita o che altro…”

Una storia che è stata scritta sicuramente per superare il dolore, ma anche per dare speranza alle persone afflitte dal medesimo male.

E’ molto bella la pagina che chiude il lavoro di Barbara, allorché lei dice: “Sono a casa da sola. Sono in giardino perché Thomas e Lorenzo sono in giro in bici e Kelly è andata a giocare da un’amichetta. Ci sono 25 °C e tutto è tranquillo perché è la festa del lavoro per cui c’è un silenzio quasi surreale… I miei pensieri sono andati tutto d’un tratto a una mamma del doposcuola che, come me, aveva avuto un tumore al seno l’anno dopo di me (2009), però non dello stesso tipo del mio, il suo è molto probabilmente ereditario perché sua nonna e sua mamma sono purtroppo morte di quello, e che mi aveva detto, l’ottobre scorso (2011), che purtroppo le avevano trovato delle metastasi ai polmoni… ora le hanno trovato metastasi al fegato… Me lo ha detto un’altra mamma del nostro gruppo e mi sono sentita davvero male per lei quando l’ho saputo. E, all’epoca della sua operazione, mi aveva detto che i suoi linfonodi ascellari erano tutti puliti, anche i sentinella……ma mi chiedo: perché la chemio non ha funzionato? Non mi sembra possibile sentire un caso estremo come quello! Mi dispiace tanto…L’altra mamma mi ha riferito che le hanno dato solo più di quindici anni di vita, ma per dire tanto… potrebbero anche essere solo dieci! O anche meno… (e lei ha trentotto anni e una figlia di sette!!!) E mi chiedo se, con una giornata così bella, non mi debba sentire in colpa per essere felice…Sono qui, penso al suo destino, penso che oggi anche lei vede e vive questa giornata, ma forse non riesce ad essere felice come lo sono io ora, al sole, in giardino, al silenzio, ascoltando solo il canto degli uccellini qui intorno… Come si fa a non amare una giornata così? Come si fa a non amare la vita? Lei forse, adesso non ce la fa ad amare questa splendida giornata… O forse si, proprio per il suo destino infame… forse sì… la ama, forse ancora di più e non pensa al futuro.

Category : Racconti/Romanzi

Il viaggio del quarto re – Una leggenda per riflettere sul Natale

gennaio 4th, 2013 // 2:27 pm @

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Nei giorni in cui era imperatore Cesare Augusto ed Erode regnava a Gerusalemme, viveva nella città di Ecbatana, tra i monti della Persia, un certo Artabano. Era un uomo alto e bruno, sulla quarantina. Gli occhi sfavillanti, la fronte da sognatore e la bocca da soldato lo rivelavano uomo sensibile ma di volontà ferrea, uno di quegli uomini sempre alla ricerca di qualcosa. Artabano apparteneva all’antica casta sacerdotale dei Magi, detti adoratori del fuoco.

Un giorno convocò tutti i suoi amici e fece loro, più o meno, questo discorso: “I miei tre compagni tra i Magi – Gaspare, Melchiorre e Baldassare – e io stesso abbiamo studiato le antiche tavole della Caldea e abbiamo calcolato il tempo. Cade quest’anno. Abbiamo studiato il cielo e abbiamo visto una nuova stella, che ha brillato per una sola notte e poi è scomparsa. I miei fratelli stanno vegliando nell’antico tempio delle Sette Sfere, a Borsippa, in Babibolia, e io veglio qui. Se la stella brillerà di nuovo, tra dieci giorni partiremo insieme per Gerusalemme, per vedere e adorare il Promesso, che nascerà Re d’Israele. Credo che il segno verrà. Mi sono preparato per il viaggio. Ho venduto la mia casa ed i miei beni e ho acquistato questi gioielli – uno zaffiro, un rubino e una perla – da portare in dono al Re. E chiedo a voi di venire con me in pellegrinaggio, affinchè possiamo trovare insieme il Principe”.

Così dicendo, trasse da una piega recondita della cintura tre grosse gemme, le più belle mai viste al mondo. Una era blu come un frammento di cielo notturno, una più rossa di un raggio al tramonto, una candida come la cima innevata di un monte a mezzogiorno.

Ma un velo di dubbio e diffidenza calò sui volti dei suoi amici, come la nebbia che si alza dalle paludi a nascondere i colli. “Artabano, questo è solo un sogno”, disse uno. E tutti se ne andarono.

Artabano rimase solo e uscì sulla terrazza della sua casa. Allora, alta nel cielo, perfetta di radioso candore, vide pulsare la stella dell’annuncio. “Salvami”. Djemal, il più veloce e resistente dei dromedari di Artabano, divorava la sabbia dei deserti con le sue lunghe zampe. Artabano doveva calcolare bene i tempi per giungere all’appuntamento con gli altri Magi. Passò lungo pendii del monte Orontes, scavati dall’alveo roccioso di cento torrenti. Percorse le pianure dei Nisseni, dove i famosi branchi di cavalli scuotevano la testa all’avvicinarsi di Djemal, e si allontanavano al galoppo in un tuonare di zoccoli. Varcò molti passi gelidi e desolati, arrancando penosamente fra i crinali flagellati dal vento; si addentrò in gole buie, seguendo la traccia ruggente del fiume che le aveva scavate.

Era in vista delle mura sbrecciate di Babilonia, quando, in un boschetto di palme, vide un uomo che giaceva bocconi sulla strada. Sulla pelle, secca e gialla come pergamena, portava i segni della febbre mortale che infieriva nelle paludi in autunno. Il gelo della morte già lo aveva afferrato alla gola. Artabano si fermò. Prese il vecchio tra le braccia. Era leggero e gli ricordava suo padre. Lo portò in un albergo e chiese all’albergatore di avere cura del vecchio e ospitarlo per il resto dei suoi giorni. In pagamento gli diede lo zaffiro.

Il giorno seguente, Artabano ripartì. Sollecitava Djeemal che volava sfiorando il terreno, ma ormai i tre Re Magi erano partiti senza aspettare il loro fratello persiano. Non volevano perdere l’appuntamento con il Grande Re.

Artabano arrivò in una vallata deserta dove enormi rocce si innalzavano fra le ginestre dai fiori dorati. All’improvviso udì delle urla venire dal folto degli arbusti. Saltò giù dalla cavalcatura e vide un drappello di soldati che trascinavano una giovane donna con gli abiti a brandelli. Artabano mise mano alla spada, ma i soldati erano troppi e non poteva affrontarli tutti insieme.

La ragaza notò l’aureo cerchio alato che aveva al petto. Si svincolò dalla stretta dei suoi aguzzini e si gettò ai suoi piedi. “Abbi pietà” gli gridò “e salvami, per amore di Dio! Mio padre era un mercante, ma è morto, e ora mi hanno preso per vendermi come schiava e pagare così i suoi debiti. Salvami!”

Artabano tremò, ma mise la mano nella cintura e con il rubino acquistò la libertà della giovane. La ragazza gli baciò le mani e fuggì verso le montagne con la rapidità di un capriolo. Le mani vuote.

Intanto Gaspare, Melchiorre e Baldassarre erano arrivati alla stalla dove stavano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù. I tre santi re si prostrarono davanti al bambino e presentarono i loro doni. Gasparre aveva portato un magnifico calice d’oro. Melchiorre porse un incensiere da cui si levavano volate di profumato incenso. Baldassarre presentò la preziosa mirra.

Artabano correva e correva. Arrivò a Betlemme mentre dalle case si levavano pianti e fiamme, e l’aria tremava come trema nel deserto. I soldati dalle spade insanguinate, eseguendo gli ordini di Erode, uccidevano tutti i bambini dai due anni in giù. Vicino a una casa in fiamme un soldato dondolava un bambino nudo tenendolo per una gamba. il bambino gridava e si dibatteva. Il soldato diceva: “Ora lo lascio, ed egli cadrà nel fuoco…farà un buon arrosto!” La madre alzava urla acutissime. Con un sospiro Artabano prese l’ultima gemma che gli era rimasta, la magnifica perla più grossa di un uovo di piccione, e la diede al soldato perchè restituisse il figlio alla madre. Così fu. Ella ghermì il bambino, lo strinse al petto e fuggì via.

Solo molto tardi Artabano trovò la stalla dove si nascondevano il bambino, Maria e Giuseppe. Giuseppe si stava preparando a fuggire e il bambino era sulle ginocchia di sua madre. Ella lo cullava teneramente cantando una dolce ninna nanna.

Artabano crollò in ginocchio e si prostrò con la fronte al suolo. Non osava alzare gli occhi, perchè non aveva portato doni per il Re dei Re. “Signore, le mie mani sono vuote. Perdonami…”, sussurrò.

Alla fine osò alzare gli occhi. Il bambino forse dormiva? No, il bambino non dormiva. Dolcemente si girò verso Artabano. Il suo volto splendeva, tese le manine verso le mani vuote del re e sorrise.

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Category : Leggende

Ed è ancora Natale…..

gennaio 4th, 2013 // 12:25 am @

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 Girotondo di Natale

Qui comincia il girotondo di Natale in tutto il mondo,
una festa di pace e di amore e di regali fatti col cuore

A Roma Gesù Bambino porta i regali a ogni piccino
si fa aiutare da Babbo Natale con le sue renne e una slitta speciale

Père Noël lo tovi in Francia
lunga barba e grossa pancia, dona a tutti i bimbi francesi
giochi da fare per dodici mesi.

In Olanda,San Nicola veste bianca e rosso-viola,
mette negli zoccoletti con i doni anche i dolcetti.

A San Paolo il tempo è estivo e il mantello rosso vivo
Papà Natale fa molto sudare, ma lui i regali continua a portare.

Bon Noël dirai a Parigi Merry Christmas sul Tamigi,
ma a Natale ovunque andrai bontà e gioia in dono avrai.

 

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CANZONI NATALIZIE

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 O Tannenbaum

 O albero di Natale, o albero di Natale

come sono fedeli le tue foglie,
Tu non inverdisci solo in estate, no
anche d’inverno quando nevica.
O albero di Natale, o albero di Natale,
come sono fedeli le tue foglie!
O albero di Natale, o albero di Natale,
tu mi piaci tantissimo!
Quante volte in inverno
un albero come te mi ha tanto rallegrato!
O albero di Natale, o albero di Natale,
tu mi piaci tantissimo!

O albero di Natale, o albero di Natale,
il tuo manto vuole insegnarmi qualcosa:
La speranza e la stabilità
dà coraggio e forza in ogni momento!
O albero di Natale, o albero di Natale,
il tuo manto vuole insegnarmi qualcosa.

 

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 Stille Nacht! Heilige Nachy!

 Notte calma, notte santa
tutto dorme, veglia solo
la fedele santissima coppia,
bimbo grazioso con i capelli ricciuti,
dormi in pace celestiale!

Notte calma, notte santa
per primi si annunciano i pastori
attraverso l’alleluia degli angeli
risuona da vicino e da lontano:
Cristo il Salvatore è qui!

Notte calma, notte santa
oh come ride il figlio di Dio
amorevolmente dalla sua bocca divina
per noi suona l’ora della salvezza,
Cristo nella tua nascita!

 

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 TU SCENDI DALLE STELLE

Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo.
O Bambino mio divino,
io ti vedo qui a tremar;
o Dio beato !
Ah, quanto ti costò l’avermi amato !

2. A te, che sei del mondo il Creatore,
mancano panni e fuoco, o mio Signore.
Caro eletto pargoletto,
quanto questa povertà
più m’innamora,
giacché ti fece amor povero ancora.

3. Tu lasci il bel gioir del divin seno,
per giunger a penar su questo fieno.
Dolce amore del mio core,
dove amore ti trasportò ?
O Gesù mio,
per ché tanto patir ? per amor mio !

4. Ma se fu tuo voler il tuo patire,
perché vuoi pianger poi, perché vagire ?
mio Gesù, t’intendo sì !
Ah, mio Signore !
Tu piangi non per duol, ma per amore.

5. Tu piangi per vederti da me ingrato
dopo sì grande amor, sì poco amato!
O diletto – del mio petto,
Se già un tempo fu così, or te sol bramo
Caro non pianger più, ch’io t’amo e t’amo

6. Tu dormi, Ninno mio, ma intanto il core
non dorme, no ma veglia a tutte l’ore
Deh, mio bello e puro Agnello
a che pensi? dimmi tu. O amore immenso,
un dì morir per te, rispondi, io penso.

Dunque a morire per me, tu pensi, o Dio
ed altro, fuor di te, amar poss’io?
O Maria. speranza mia,
se poc’amo il tuo Gesù, non ti sdegnare
amalo tu per me, s’io non so amare!

 

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 BIANCO NATALE

Quel lieve tuo candor, neve,
discende lieto nel mio cuor.
Nella notte santa il cuor esulta
d’amor, è Natale ancor.

E viene giù dal ciel lento,
un dolce canto ammaliator
che ti dice “Spera anche tu.”
È Natale, non soffrire più.

Oh…oh oh oh oh

E viene giù dal ciel lento,
un dolce canto ammaliator
che ti dice “Spera anche tu.”
È Natale, non soffrire più.

 

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Category : Cultura &Pensieri Sparsi