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“Alla luna” di Giacomo Leopardi

giugno 24th, 2013 // 10:07 am @

imagesCAVMTEW8Il tema del ricordo ricorre molto spesso nella produzione letteraria di Leopardi. Il ricordo – come l’illusione e come il sogno – esalta la contemporanea presenza, nell’animo umano, del dolore e del piacere, i quali, pur non conciliandosi, sembrano confondersi nell’alternanza in un unico sentimento che esprime la condizione esistenziale dell’uomo.

L’apertura è sul versante della gioia: “O graziosa luna”. E “graziosa” significa sia “bella e leggiadra”, sia “benigna”. Ma subito (v. 3) irrompe il dolore: “io venia pien d’angoscia”. Quindi di nuovo la luce che sempre emana dalla Luna e illumina la terra. Poi il ricordo del dolore passato, che, però, sembra addolcirsi: fra le lacrime – è vero –, ma pur sempre è luce quella che appare agli occhi (luci anch’essi) del poeta. A questo punto la sferzata della ragione, in forma quasi eleatica: “è, né cangia stile” (v. 9), il dolore come l’Essere. Ma subito dopo una sorta di riconciliazione con la Natura: “o mia diletta luna”. E segue il piacere (“mi giova”) del ricordo, anche se è ricordo di cose dolorose e, pertanto, rinnova la tristezza.

Dopo il l835, su una copia dell’ultima edizione a stampa, Leopardi aggiunge i versi l3 e l4: una riflessione sulle sue convinzioni giovanili e una presa di distanza da esse, che sottolinea però la portata della funzione del ricordo, legandolo alla speranza. Di fronte alla morte incombente (e quasi presentita dal poeta) le certezze della ragione non sono piú scalfite dal sogno, dall’illusione o dal ricordo; ma quando la vita – seppure con tutto il suo bagaglio di dolore – appariva una via in gran parte da percorrere, allora il ricordo non solo saldava il passato al presente, ma offriva anche una prospettiva di speranza per il futuro. Una sorta di dilatazione del presente verso l’eterno (e l’infinito) che rammenta il tema nicciano dell’eterno ritorno.

Lo stesso tema è presente, in forma piú “filosofica”, in una pagina dello Zibaldone (60). L’eterno ritorno delle cose passate non è un processo meccanico, ma il frutto di una azione (volontaria) del soggetto che, rivivendo realmente nel presente affetti ed esperienze passati, quasi in una continua rinascita, fa in qualche modo rivivere anche i luoghi e gli oggetti, sottraendosi e sottraendoli cosí al Nulla “che tanto ci ripugna”. Lo scorrere di un fiume tra i sassi del greto, la cima di un albero contro la Luna, la Luna stessa che a metà di ogni ciclo splende intera nel cielo possono suscitare in noi il ricordo di una emozione, che, immediatamente, cessa di essere ricordo per farsi emozione viva, presente, che lacera realmente la carne del nostro cuore.

 

1 O graziosa luna, io mi rammento

2 che, or volge l’anno, sovra questo colle

3 io venia pien d’angoscia a rimirarti:

4 e tu pendevi allor su quella selva

5 siccome or fai, che tutta la rischiari.

6 Ma nebuloso e tremulo dal pianto

7 che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci

8 il tuo volto apparia, che travagliosa

9 era mia vita: ed è, né cangia stile,

10 o mia diletta luna. E pur mi giova

11 la ricordanza, e il noverar l’etate

12 del mio dolore. Oh come grato occorre

13 nel tempo giovanil, quando ancor lungo

14 la speme e breve ha la memoria il corso,

15 il rimembrar delle passate cose,

16 ancor che triste, e che l’affanno duri!

 

Category : Poesia