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Jacques Prévert “Parigi di notte”

novembre 25th, 2013 // 7:30 am @

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PARIGI DI NOTTE

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose

Mentre ti stringo tra le braccia

( Jacques Prévert)

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Category : Poesia

Cancello ed Arnone: “Letteratitudini” incontro del 16 Novembre 2013

novembre 25th, 2013 // 7:11 am @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – E’ iniziato alla grande il nuovo anno culturale degli “amici/amanti della letteratura”; infatti sabato 16 Novembre u.s. si sono incontrati, presso l’abitazione della fondatrice del gruppo, tutti i già collaudati soci fondatori, a cui si sono felicemente aggiunte delle new entry.

La serata si è svolta in modo estremamente conviviale, ma con la mente rapita dal video di Benigni che ci ha deliziato con la recitazione del V Canto dell’Inferno della Divina Commedia, con il tenero e sfortunato amore di Paolo e Francesca: …Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense…” .

E’ nel V° canto dell’Inferno, comunemente conosciuto come il canto di Paolo e Francesca, il canto dei lussuriosi, i peccatori carnali che la” ragion sommettono al talento”, puniti da “la bufera infernal che mai non resta”, continuamente travolti da una furiosa bufera che non si ferma mai, simbolo ed insieme rappresentazione di quella bufera dei sensi alla quale soggiacquero in vita, che Dante affronta un motivo diffuso nella letteratura francese e italiana del tempo: amore e morte.

LETTERATITUDINI Il gruppo della ripartenza 3“E come gli stornei ne portan l’ali… e come i gru cantando lor lai…” Tra le anime dei lussuriosi, che in vita si lasciarono dominare dalla cieca passione d’amore, suddivisi in due schiere, a seconda che la loro passione fu bassa e bestiale o ardente e fatale, amanti infelici così cari all’immaginazione medievale, come Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride e Tristano, Dante ne scorge due che vanno più leggere delle altre in balia del vento, simili a colombe che, guidate dal desiderio, volano verso il nido: sono le anime di Paolo Malatesta e di Francesca da Rimini.

Tra i due giovani, come sappiamo, nacque l’amore che ebbe il tragico epilogo superbamente immortalato nella Divina Commedia da Dante, che, idealizzando la storia, collocò le anime dei due amanti fra coloro che peccarono non per brutale sensualità, ma per una violenta passione che non intaccò la nobiltà dei loro animi.

E’ Francesca a parlare a Dante, a narrargli di sé, della sua patria e, dopo la rapida rievocazione del suo passato, arriva subito all’evento fondamentale della sua vita, l’Amore, idealizzato come una divinità, secondo le concezioni della letteratura cortese, medievale, dello stilnovismo e dello stesso Dante. Racconta di come Paolo s’innamorasse di lei ed ella di Paolo, mentre accanto a lei il suo compagno prima è silenzioso e poi piange, spiega di come il sentimento fosse inizialmente innocente e come si rivelò, “… Galeotto fu il libro e chi lo scrisse…”. Fu così che tra lei e Paolo si palesò l’amore: leggevano, un giorno, per diletto, una storia d’amore, la storia di Lancillotto del Lago, leggevano le pagine relative al nascente sentimento tra Lancillotto e Ginevra, moglie di re Artù, di quell’amore puro, celato a lungo, fino ad essere svelato dal bacio dato dalla regina al cavaliere.

Tanti punti della storia erano allusivi alla loro vicenda personale e, anche se gli occhi erano spinti a guadarsi, pervasi dal timore di tradirsi si evitavano. Avevano lottato finchè “solo un punto fu quel che ci vinse: …Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende…” inizia così il dramma: l’amore, inizialmente innocente, sgorgò rapidamente tra loro. “ …Prese costui della bella persona…” amore della mia bella persona prese costui, perché è l’amore che prende in quanto l’atto non dipende, nel suo primo destarsi, dalla volontà dell’uomo, ma scaturisce da una legge naturale. “…Che mi fu tolta; e il modo ancor m’offende…” che fu violentemente separata dallo spirito e il modo in cui ciò avvenne ancora mi danneggia, perché sono stata uccisa nella colpa, impedita a pentirmene. “…Amor, che a nullo amato amar perdona…”. L’ amore non perdona, non esonera alcuno che sia amato dal riamare, chi è amato deve riamare; sentenza universale in cui l’amore si afferma come fatale, all’amore si deve rispondere con l’amore. “…Mi prese di costui piacer sì forte, che come vedi ancor non m’abbandona…”: Mi prese così fortemente dell’amabilità di costui che, come vedi, ancora gli sono unita, e in me non è venuto meno l’amore per lui. “…Amor condusse noi ad una morte…” Amore, passando i limiti, divenne peccaminoso e ci condusse a morte insieme. “…Caina attende chi vita ci spense…” scenderà tra i traditori consanguinei chi ordì l’agguato.

Il poeta, pietoso verso gli sventurati amanti, e verso l’umana fragilità in genere, si sente come vinto a se stesso, come se fosse per morire, perché le forze e i sensi lo abbandonano.

Dante concepisce Francesca come una donna viva e vera, non una creatura idealizzata o angelicata come Beatrice, ma donna vera, nobile e gentile, priva di qualità volgari, presa da un ardente desiderio, avvinta dalla passione, nel cui animo alberga un solo sentimento: l’amore, onnipotente e fatale, che s’impadronisce di lei con tanta veemenza da non abbandonarla nemmeno dopo la morte.

Dalla bocca di Francesca, che non è depravata dalla passione, ma conserva inviolate la gentilezza, la nobiltà e la delicatezza dei sentimenti, sembra che l’unica parola che possa uscire è “amor”, ripetuta tre volte: amore che subito infiamma gli animi gentili, amore come destino, che vuole che chi è amato non può a sua volta non riamare, e amore che conduce a distruzione e che unisce per la vita e per la morte.

E’ inutile dire che l’argomento ha coinvolto tutti i partecipanti che sono intervenuti con commenti e pertinenti precisazioni al riguardo, rendendo la serata interessantissima, ma sempre piacevole e conviviale.

Poi per l’incontro di Dicembre si è stabilito di continuare a trattare qualche passo della Divina Commedia affidandosi nuovamente ad un video del grande Benigni che introdurrà il XXVI Canto dell’Inferno in cui si tratta degli orditori di frode ossia condottieri e politici che non agirono con le armi e con il coraggio personale ma con l’acutezza spregiudicata dell’ingegno. (vedi anche Ulisse). Qui, Dante fa una riflessione sull’ingegno e sul suo utilizzo: l’ingegno è un dono di Dio, ma per il desiderio di conoscenza può portare alla perdizione, se non è guidato dalla virtù cristiana.

Matilde Maisto

MATERIALE CONSULTATO E DISCUSSO:

LA DIVINA COMMEDIA di DANTE ALIGHIERI



Il poema: introduzione generale





Dante iniziò la composizione della Commedia durante l’esilio, probabilmente intorno al 1307 (oggi è scartata l’ipotesi secondo cui avrebbe scritto i primi sette canti dell’Inferno quando era ancora a Firenze). La cronologia dell’opera è incerta, ma si ritiene che l’Inferno sia stato concluso intorno al 1308, il Purgatorio intorno al 1313, mentre il Paradiso sarebbe stato portato a termine pochi mesi prima della morte, nel 1321.
Il titolo originale è Commedia, o meglio Comedìa, secondo la definizione dello stesso Dante; l’aggettivo Divina fu aggiunto dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante (metà del XIV sec.) e comparve per la prima volta in un’edizione del 1555 curata da Ludovico Dolce. È un poema didattico-allegorico, scritto in endecasillabi e in terza rima. Racconta il viaggio di Dante nei tre regni dell’Oltretomba, guidato dapprima dal poeta Virgilio (che lo conduce attraverso Inferno e Purgatorio) e poi da Beatrice (che lo guida nel Paradiso). L’opera si propone anzitutto di descrivere la condizione delle anime dopo la morte, ma è anche allegoria del percorso di purificazione che ogni uomo deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna e scampare alla dannazione. È anche un atto di denuncia coraggioso e sentito contro i mali del tempo di Dante, soprattutto contro la corruzione ecclesiastica e gli abusi del potere politico, in nome della giustizia.

La struttura

La Commedia è divisa in 3 Cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso), ognuna delle quali divisa in canti: il numero è di 34 canti per l’Inferno (il primo è di introduzione generale al poema), 33 per Purgatorio e Paradiso, quindi 100 in totale. Ogni canto è composto di versi endecasillabi raggruppati in terzine a rima concatenata (con schema ABA, BCB, CDC…), di lunghezza variabile (da un minimo di 115 a un massimo di 160 versi). In totale il poema conta 14.233 versi endecasillabi.
Nell’opera ci sono alcuni parallelismi, che rientrano nel gusto tipicamente medievale per le simmetrie: il canto VI di ogni Cantica è di argomento politico, secondo un climax ascendente (Firenze nell’Inferno, l’Italia nel Purgatorio, l’Impero nel Paradiso). Ogni Cantica termina con la parola «stelle» («e quindi uscimmo a riveder le stelle», Inf., XXXIV, 139; «puro e disposto a salire a le stelle», Purg., XXXIII,145; «l’amor che move il sole e l’altre stelle», Par., XXXIII, 145) e su tutto domina il numero 3, simbolo della Trinità.

Il viaggio allegorico

La Commedia è il racconto di un viaggio, che ha un significato letterale e un altro allegorico. Il significato letterale è quello del viaggio di un uomo, Dante, che la notte del 7 aprile (o 25 marzo) dell’anno 1300 si smarrisce in una selva, dove incontra alcune belve feroci e viene poi soccorso dall’anima del poeta Virgilio, che lo conduce attraverso i tre regni dell’Oltretomba. Questo viaggio ha la funzione di illustrare al lettore la condizione delle anime post mortem, come Dante stesso chiarisce nell’Epistola XIII a Cangrande della Scala, e si svolge nella settimana santa dell’anno in cui papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo della Chiesa cristiana, cioè dall’8 al 14 aprile del 1300 (oppure dal 25 al 31 marzo,a seconda che l’inizio del viaggio coincida con l’anniversario della morte di Cristo, 25 marzo appunto, oppure con il venerdì santo del 1300, cioè l’8 aprile).

Il viaggio ha però anche un significato allegorico, ovvero quello di un percorso di purificazione morale e religiosa che ogni uomo può e deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna. In questa luce i vari personaggi del poema possono avere un doppio significato, letterale (o storico) e allegorico: Dante è ad esempio il poeta fiorentino nato nel 1265 e autore della Vita nuova (senso letterale), ma è anche ogni uomo (senso allegorico); Virgilio è il poeta latino autore dell’Eneide, ma anche la ragione naturale degli antichi filosofi in grado di condurre ogni uomo alla felicità terrena; Beatrice è la donna amata da Dante e morta a Firenze nel 1290, ma è anche la teologia rivelata e la grazia divina in grado di condurre ogni uomo alla felicità eterna.
È allora evidente che Virgilio, allegoria della ragione umana, può guidare Dante solo fino al Paradiso Terrestre posto in vetta al monte del Purgatorio, che è a sua volta allegoria della felicità terrena e del possesso delle virtù cardinali (prudenza, fortezza, temperanza e giustizia), mentre sarà Beatrice a guidare Dante fino al Paradiso Celeste, allegoria della felicità eterna e del possesso delle virtù teologali (fede, speranza e carità). La lettura del poema deve tenere conto di questa interpretazione, chiamata da Auerbach «figurale», altrimenti si rischia di non comprendere buona parte del suo significato di fondo.



Lo stile e la lingua



Il titolo Commedia si rifà alla teoria medievale degli stili e allude al fatto che il poema comincia male, con lo smarrimento angoscioso nella selva, e finisce bene, con l’ascesa all’Empireo e la visione di Dio (al contrario la tragedia inizia bene e finisce male, come chiarito da Aristotele nella Poetica, che Dante conosceva in forma indiretta). La retorica medievale distingueva inoltre tre stili, quello alto e «tragico», quello medio e «comico», quello basso ed «elegiaco» (che corrispondevano alle tre opere di Virgilio, Eneide, Georgiche, Bucoliche). La Commedia presenta una commistione di tutti e tre gli stili, anche se c’è una certa prevalenza per quello «comico», proprio soprattutto dell’Inferno.

Quanto alla lingua, Dante si serve del volgare fiorentino già usato nelle precedenti opere, benché ricorra anche a latinismi, francesismi, provenzalismi e prestiti da varie altre lingue (c’è chi ha visto persino vocaboli di origine araba, mentre i versi 140-147 del Canto XXVI del Purgatorio sono in pura lingua d’oc). Dante ricorre talvolta a linguaggi strani e incomprensibili (le parole di Pluto, quelle di Nembrod nell’Inferno), mentre altrove conia degli arditi neologismi (specialmente nel Paradiso). Questo ha portato gli studiosi a parlare di plurilinguismo e pluristilismo della Commedia, il che differenzia Dante daPetrarca e dai poeti dell’Umanesimo e del Rinascimento, che preferiranno alla sua una lingua più «pura» e regolare. Sulla questione cfr. anche il sito «Dantepoliglotta.it», che contiene interessanti materiali sulle traduzioni della Commedia.

Gli exempla del poema



La novità straordinaria della Commedia non è tanto la descrizione dei luoghi dell’Aldilà, già proposta da altri scrittori precedenti, quanto piuttosto il fatto che Dante non si limita a descrivere castighi e premi ma indica personaggi noti che il pubblico del tempo conosceva assai bene. L’autore indica cioè ai lettori esempi (exempla in latino) di peccati puniti o di virtù premiata che abbiano per protagonisti personaggi «pubblici» e perciò noti a tutti, perché solo così è possibile suscitare il maggior effetto possibile nell’ immaginazione (è Dante stesso a chiarirlo nel Canto XVII del Paradiso, nelle parole dell’avo Cacciaguida); ciò risponde anche a un’altra funzione, quella di usare esempi noti e spesso «scandalosi» al fine di denunciare i mali e le ingiustizie del tempo.

Questo spiega perché Dante scelga i personaggi da includere fra i dannati, i penitenti o i beati in base al criterio della notorietà, ovvero tra gli esempi più importanti e noti di quel peccato o di quella virtù, non importa se reali e storici oppure letterari e immaginari:

abbiamo personaggi che appartengono alla storia antica e recente, alla cronaca «nera» del tempo di Dante (si pensi a Paolo e Francesca), al mito classico, alla letteratura, alla tradizione biblica. Dante del resto non distingue in modo scientifico e moderno tra mito e storia, perché tutto è funzionale alla rappresentazione dell’«escatologia», cioè della realtà dell’Oltretomba e del destino ultraterreno delle anime.

Allo stesso modo Dante non esita a reinterpretare in chiave cristiana personaggi e vicende del mito classico, secondo una tradizione tipica del Medioevo: lo stesso Virgilio era visto come «mago e profeta» del Cristianesimo, poiché si riteneva che avesse predetto la nascita di Cristo nella famosa Egloga IV. Analogamente molti demoni e mostri infernali sono divinità classiche degradate al rango di diavoli, mentre troviamo il poeta latino e pagano Stazio tra le anime del Purgatorio, e Rifeo e Traiano tra i beati del Paradiso. Le stesse Muse, Apollo, Giove sono immagini usate per adombrare Dio stesso.

Dante personaggio-poeta

Un’ulteriore considerazione va fatta sul duplice ruolo svolto da Dante nel poema, essendo al tempo stesso protagonista del viaggio da lui narrato (e che lui descrive come realmente e fisicamente avvenuto in un tempo storico ben preciso) e poeta chiamato a raccontare in versi l’esperienza affrontata. Dante chiarisce in più di un passo del poema che a lui è toccato un privilegio eccezionale, quello di visitare da vivo i tre regni dell’Oltretomba e di tornare sulla Terra per riferire con esattezza tutto quello che ha visto: è una missione straordinaria, cui lui è chiamato in virtù dei suoi meriti di letterato e poeta, rendendolo simile ad Enea e san Paolo già protagonisti di esperienze analoghe.
A questo proposito è importante ciò che lo stesso Dante sottolinea a più riprese nel corso del viaggio, non solo cioè l’assoluta veridicità delle cose viste e narrate, ma anche l’oggettiva difficoltà di spiegare con parole umane quel che di non umano e di ultraterreno ha visto. Per fare questo, Dante avrà bisogno dell’assistenza e dell’aiuto di Dio, perciò la Commedia è un libro «ispirato», scritto materialmente da Dante ma sotto la «dettatura» della grazia divina che lo ha incaricato di questo compito straordinario. La Commediadiventa quindi una sorta di nuova Bibbia, ed è Dante stesso a definirla poema sacro, sacrato poema, al quale hanno collaborato e cielo e terra: in questo senso l’autore può ben aspettarsi la fama eterna, anche per l’assoluta novità della materia da lui trattata (nessuno prima di lui aveva toccato tali argomenti in modo così innovativo).

Fortuna della Commedia

Non sappiamo se la fama di Dante sia destinata a durare quanto il mondo lontana, ma certo il poema ebbe un immediato successo e conobbe una straordinaria diffusione nell’Italia del primo Trecento: ne è prova il fatto che la tradizione manoscritta ci ha trasmesso circa 700 codici, rendendo impossibile ogni tentativo di edizione critica (oggi si segue il testo della «Vulgata» stabilito da Giorgio Petrocchi, ovvero quello più diffuso e filologicamente più corretto). Non possediamo l’autografo dantesco e si pensa che i versi della Commedia fossero diffusi anche oralmente, forse influenzando gli stessi copisti.

Nel Trecento fu soprattutto Boccaccio a coltivare il culto dantesco, visto che l’autore del Decameron curò l’edizione manoscritta dei «Cento», scrisse un Trattatello in laude di Dante, lesse e commentò pubblicamente i primi 17 canti dell’Inferno.
Nel Quattrocento e Cinquecento a Dante fu preferito il modello di Petrarca, soprattutto quanto alla lingua e allo stile, anche se non mancarono estimatori del poema che fucommentato e anche stampato in edizioni prestigiose. Nel Seicento l’interesse per laCommedia calò, rinascendo in parte nel Settecento e soprattutto in età romantica, quando Dante diventò simbolo di amore patriottico, forza morale, esempio politico per l’Italia da unificare. Uno studio critico e più scientifico del testo iniziò alla fine dell’Ottocento, con la critica storica di Carducci: nel 1888 si costituì la Società Dantesca, che nel 1965 (in occasione del settimo centenario della nascita del poeta) ha pubblicato l’edizione del poema curata dal Petrocchi.

L’Inferno: introduzione generale

È il primo dei tre regni dell’Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del viaggio, con la guida di Virgilio. Dante lo descrive come un’immensa voragine a forma di cono rovesciato, che si spalanca nelle viscere della terra sotto la città di Gerusalemme, nell’emisfero settentrionale della Terra. Questa cavità sotterranea si è aperta quando Lucifero, cacciato dal Cielo dopo la sua ribellione a Dio, fu scaraventato al centro della Terra dove è tuttora confitto; la terra si ritrasse per il contatto col demonio e avrebbe formato il monte del Purgatorio, che sorge agli antipodi di Gerusalemme, nell’emisfero meridionale.

Sulla porta dell’Inferno c’è una scritta minacciosa di colore oscuro, che preannuncia a chi la attraversa le pene infernali e l’impossibilità di tornare indietro; la porta è scardinata e permette un facile accesso, ciò in quanto Cristo trionfante dopo la resurrezione la sfondòper andare nel Limbo e trarre fuori i patriarchi biblici. Non sappiamo dove si collochi con precisione questo ingresso, ma Dante e Virgilio impiegano quasi un giorno per raggiungerlo dopo l’episodio della selva oscura.

L’Inferno è diviso in nove Cerchi, simili a delle cornici rocciose che circondano la parte interna della voragine e che ospitano i vari dannati. C’è un Vestibolo, detto anche Antinferno, dove si trovano gli ignavi. Questo luogo è diviso dall’Inferno vero e proprio dal fiume Acheronte, dove i dannati vengono traghettati da Caronte sulla sua barca. Il I Cerchio, detto anche Limbo (da «lembo», ovvero orlo estremo dell’abisso infernale), ospita i pagani virtuosi e i bambini morti prima del battesimo; queste anime non sono né dannate né salve e non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di vedere Dio (Virgilio è una di esse).
Dopo il passaggio dell’Acheronte, i dannati giungono davanti a Minosse, custode del II Cerchio e giudice infernale. Le anime confessano tutti i loro peccati e Minosse indica qual è il Cerchio dove saranno destinati, attorcigliando la lunga coda intorno al corpo.

Topografia morale dell’Inferno

I Cerchi dal II al IX sono ripartiti in tre zone, dove sono puniti rispettivamente i peccati di eccesso (II-VI), di violenza (VII), di frode (VIII-IX). Tale suddivisione è tratta dalla dottrina cristiana e da Aristotele, ed è illustrata da Virgilio a Dante nel Canto XI della Cantica. I peccati vanno dal meno grave al più grave, con criterio opposto a quello del Purgatorio.
I peccatori subiscono una pena detta del «contrappasso», ovvero che ha un rapporto simbolico di analogia o contrasto col peccato commesso: così ad esempio i lussuriosi sono trascinati da una bufera infernale, come in vita lo furono dalla passione; gli indovini camminano con la testa rovesciata all’indietro, per aver voluto vedere troppo avanti quand’erano vivi; i ladri hanno le mani legate dietro la schiena da orribili serpenti, per averle usate malamente sulla Terra, e così via. Non sempre il contrappasso ha un significato chiaro e privo di ambiguità.
Molte zone dell’Inferno ospitano varie figure diaboliche, tratte dalla tradizione biblico-cristiana e da quella classica. Questi demoni sono custodi di Cerchi o Gironi, e spesso hanno un ruolo attivo nel tormentare le anime. Queste ultime (vale anche per i penitenti del Purgatorio) sono dotate di un corpo «umbratile», fatto cioè d’aria, che dà loro un aspetto umano (Dante rappresenta i dannati come nudi, con aspetto spesso stravolto) e permette di subire tormenti fisici, per volontà divina imperscrutabile.

Nei Cerchi dal II al V sono puniti i peccati di lussuria, gola, avarizia e prodigalità, ira. Il VI Cerchio corrisponde alla città di Dite, custodita da vari demoni e nella quale ci sono gli eresiarchi, fra cui gli Epicurei (è molto discusso se questo peccato sia da considerare di eccesso o di altra natura).
Il VII Cerchio è diviso in tre gironi: violenti contro il prossimo (predoni e assassini), contro se stessi (suicidi e scialacquatori), contro Dio (bestemmiatori, sodomiti e usurai). Nel primo girone scorre un fiume infernale, il Flegetonte, nel secondo c’è una selva, nel terzo un sabbione reso infuocato da una pioggia di fiamme.
Tra VII e VIII Cerchio c’è un «alto burrato», un precipizio scosceso custodito dal mostro Gerione. L’VIII Cerchio è detto Malebolge e punisce i peccatori di frode contro chi non si fida; è diviso in dieci Bolge, ciascuna delle quali destinata a una diversa schiera di peccatori.
Il IX Cerchio è detto Cocito, fiume infernale ghiacciato dove sono puniti i peccatori di frode contro chi non si fida, ovvero i traditori. Cocito è diviso in quattro zone concentriche, dette Caina (traditori dei parenti), Antenòra (traditori della patria), Tolomea (traditori degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori). Al centro di Cocito e della Terra è Lucifero, confitto nel ghiaccio e descritto come un orrendo mostro. Sbattendo le ali produce un vento gelido che forma il ghiaccio di Cocito. Uno stretto budello sotterraneo, detto «natural burella», collega il centro della Terra e il fondo dell’Inferno alla spiaggia del Purgatorio, posto agli antipodi di Gerusalemme.
Ecco uno schema riassuntivo delle varie zone infernali, con i peccati puniti, le pene, i demoni eventualmente presenti:

Vestibolo (Antinferno)
Ignavi, uomini che non si sono schierati dalla parte del bene né del male. Corrono dietroun’insegna senza significato, punti da vespe e mosconi (ci sono anche gli angeli «neutrali»,non schieratisi con Dio né con Lucifero).

I Cerchio (Limbo)
Pagani virtuosi, bambini non battezzati e «spiriti magni». Non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di veder Dio.

II Cerchio (lussuriosi)
Sono trascinati da una violenta bufera infernale. Minosse giudica i dannati ed è custode del Cerchio.

III Cerchio (golosi)
Giacciono in un fango maleodorante, colpiti da una incessante pioggia. Cerbero li rintrona coi suoi latrati e li graffia con gli artigli.

IV Cerchio (avari e prodighi)
Divisi in due opposte schiere, fanno rotolare enormi macigni in direzioni opposte, finché cozzano gli uni contro gli altri. A questo punto si rinfacciano rispettivamente la loro colpa, poi tornano indietro fino al punto opposto del Cerchio.
Il demone Pluto (Plutone) custodisce il Cerchio, ma non partecipa alla loro pena.

V Cerchio (iracondi)
Sono immersi nella palude formata dal fiume Stige, che circonda la città infernale di Dite, e si colpiscono continuamente con schiaffi, pugni, morsi (tranne gli «accidiosi», ovvero gli iracondi amari e difficili che covarono il risentimento e sono totalmente immersi nella palude).
Il demone Flegiàs è il custode del Cerchio, funge da traghettatore delle anime alla città di Dite.

VI Cerchio (eresiarchi)

Giacciono in tombe di pietra infuocate, dentro la città di Dite che è custodita da centinaia di diavoli. Tra di essi vi sono soprattutto i seguaci dell’epicureismo, che affermavano la mortalità dell’anima.

VII Cerchio (violenti)
I Girone (violenti contro il prossimo): sono immersi nel Flegetonte, fiume di sangue bollente, e sono tenuti a bada dai Centauri armati di arco e frecce.
II Girone (suicidi e scialacquatori): i primi sono imprigionati dentro gli alberi della selva e tormentati dalle Arpie; i secondi sono inseguiti da cagne nere che li azzannano e sbranano.
III Girone (bestemmiatori, sodomiti, usurai): sono in un sabbione infuocato, sotto una pioggia di fiammelle; i bestemmiatori sono sdraiati e immobili, i sodomiti camminano, gli usurai restano seduti.

VIII Cerchio (Malebolge, peccatori di frode)
I Bolgia (ruffiani e seduttori): sono frustati dai diavoli
II Bolgia (adulatori): sono immersi nello sterco
III Bolgia (simoniaci): sono conficcati dentro delle buche a testa in giù, con le piante dei piedi accese da fiammelle
IV Bolgia (indovini): camminano con la testa rivoltata all’indietro
V Bolgia (barattieri): sono immersi nella pece bollente, sorvegliati da demoni alati armati di bastoni uncinati (Malebranche)
VI Bolgia (ipocriti): camminano con indosso una cappa di piombo dorata all’esterno
VII Bolgia (ladri): hanno le mani legate dietro la schiena da serpenti e subiscono orribili metamorfosi
VIII Bolgia (consiglieri fraudolenti): sono avvolti da una fiamma
IX Bolgia (seminatori di discordie): sono tagliati e mutilati da un diavolo armato di spada
X Bolgia (falsari): i falsari di metalli sono colpiti dalla scabbia; quelli di persone si addentano tra loro; quelli di monete sono tormentati dalla sete; quelli di parole sono colpiti da febbre altissima

IX Cerchio (Cocito, traditori)

Sono imprigionati nel ghiaccio: i traditori dei parenti a capo chino, quelli della patria fino a mezza faccia col capo eretto, quelli degli ospiti col capo all’indietro (così che le lacrime si ghiaccino e chiudano loro gli occhi), quelli dei benefattori sono totalmente immersi nel ghiaccio.
Al centro di Cocito si trova Lucifero, che nelle tre bocche maciulla Bruto e Cassio (traditori di Cesare) e Giuda (traditore di Cristo).

La discesa all’Inferno come percorso morale

Dante offre dell’Inferno una rappresentazione fisica, materiale, per rendere un’idea efficace dei terribili castighi cui sono condannati i vari peccatori, e questo è il significato principale della sua discesa all’Inferno (come spiega lui stesso nella famosa Epistola XIII a Cangrande Della Scala). Il viaggio ha però anche valore allegorico, come il percorso di purificazione morale che ogni uomo deve compiere in questa vita per liberarsi dal peccato, sotto la guida della ragione rappresentata da Virgilio. In questo senso Dante compartecipa moralmente alla pena dei dannati, provando per loro una pietà che non va intesa genericamente come compassione, ma come turbamento angoscioso che provoca in lui la presa di coscienza del peccato punito e gli consente di superarlo.
Questo spiega le varie reazioni di Dante di fronte allo spettacolo della dannazione, che possono essere di profondo turbamento (ad es. di fronte a Paolo e Francesca), di ira e sdegno (verso i simoniaci), di disperazione (di fronte agli indovini). Talvolta Dante si mostra cortese e benevolo verso i dannati, come nel caso di Brunetto Latini, altre volte contribuisce egli stesso ad accrescere la loro pena, come nel caso di alcuni traditori diCocito. In ogni caso è chiara e netta la condanna verso i peccatori, conformemente allagiustizia divina, e sarebbe quindi assurdo immaginare un Dante che protesta contro l’«iniquità» di talune pene (totalmente errata, sotto questo aspetto, l’interpretazione dei critici romantici dell’episodio di Paolo e Francesca).
Le figure diaboliche che tentano invano di impedire il fatale andare di Dante, voluto da Dio in virtù di un altissimo privilegio e perciò ineluttabile, vanno interpretate come allegoria di quegli impedimenti peccaminosi che frenano l’uomo nel raggiungimento della felicità terrena, necessaria premessa per la salvezza eterna. Non a caso è sempre Virgilio, cioè la ragione, ad aiutare Dante a superare questi ostacoli, tranne nel caso dei diavoli della città di Dite per i quali è necessario l’intervento del messo celeste.

I fiumi infernali



Nell’Inferno dantesco scorrono quattro fiumi, la cui origine è descritta da Virgilio nel finale del Canto XIV, dopo l’incontro con Capaneo. Secondo Virgilio, dentro il monte Ida a Creta c’è un vecchio gigantesco, con le spalle volte all’Oriente e il viso a Roma, con la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro, il piede destro (su cui si appoggia) di terracotta. A parte il capo, tutto il suo corpo è pieno di fessure da cui gocciolano le lacrime, che, forato il terreno, scendono nell’Inferno formando Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito. L’immagine è tratta dal passo biblico (Daniele, II, 31-33) in cui re Nabucodonosor sogna un vecchio identico, che qui è probabilmente allegoria dell’Umanità decaduta nel peccato dopo l’età dell’oro, cioè l’Eden, e che è successivamente scivolata nel peccato. I due piedi di ferro e terracotta rappresentano forse l’Impero e laChiesa.

L’Acheronte è il primo fiume incontrato nella discesa, dopo il Vestibolo, e divide questo luogo dall’Inferno vero e proprio. Caronte traghetta le anime dannate sull’altra sponda con la sua barca.
Lo Stige sgorga dal IV Cerchio e discende nel V, dove si impaluda e forma una sorta di acquitrino: qui sono immersi gli iracondi e la palude è presidiata da Flegiàs, che con la sua barca ha il compito di traghettare le anime verso la città di Dite che lo Stige circonda (ma forse il demone trasporta nella palude anche gli iracondi).
Il Flegetonte è un fiume di sangue bollente, che scorre nel I Girone del VII Cerchio. Vi sono immersi i violenti contro il prossimo, in misura maggiore o minore a seconda del peccato commesso, e a sorvegliarli ci sono i Centauri, armati di arco e frecce.
Cocito è l’ultimo fiume, che si trova nel IX Cerchio dei traditori. È completamente ghiacciato dal vento prodotto dalle ali di Lucifero, che è confitto al centro di esso, ed è diviso nelle quattro zone di Caina, Antenòra, Tolomea, Giudecca.
Nella «natural burella» che collega il fondo dell’Inferno alla spiaggia del Purgatorio, è descritto un corso d’acqua che i due poeti risalgono controcorrente e che scorre quindi dal Purgatorio verso l’Inferno: è generalmente interpretato come lo «scarico» del Lete, che fa dimenticare tutti i peccati commessi dai Penitenti.

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La Divina Commedia V° Canto dell’Inferno – l’incontro con Paolo e Francesca

novembre 18th, 2013 // 10:10 am @

Paolo e Francesca 1

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade

 

*********************************

 

Così discesi dal primo cerchio (limbo)
al secondo, che racchiuso in meno spazio
e più dolore, induce ai lamenti.

Vi stava a ringhiare l’orribile Minosse,
che all’ingresso esaminava le colpe,
giudicava e con la coda condannava.

Quando l’anima dannata
gli andava innanzi, confessava tutto,
e lui, giudice dei peccati,

decideva il giusto cerchio infernale,
cingendosi la coda tante volte
quanti erano i gironi in cui far precipitare.

Davanti a lui ve n’erano sempre molte:
l’una aspettava il turno dell’altra,
che confessava, ascoltava e piombava giù.

Quando Minosse mi vide
interruppe le sue funzioni e disse:
“Ehi tu ch’entri in questa desolazione,

sta’ attento a come ti muovi e a chi ti guida,
che non t’inganni il facile ingresso!”.
Ma la mia guida gli rispose: “Che hai da gridare?

Non puoi impedire la sua visita,
perché là dove volere è potere,
s’è deciso così e tu lascia fare”.

A quel punto cominciai a udire
voci lamentose; là dov’ero
molto pianto mi colpiva.

In quel luogo privo di luce
si urlava come il mare tempestoso,
agitato da venti contrari.

Una bufera mai doma
travolgeva nel turbinio gli spiriti,
tormentandoli e sbattendoli con violenza.

Quando giungevano sul ciglio del dirupo,
urlavano piangevano singhiozzavano,
bestemmiando la virtù divina.

Dal tipo di pena capii
che lussuriosi erano i dannati,
la cui ragione è schiava dell’istinto.

E come le ali portano gli stornelli
d’inverno in schiera ampia e compatta,
così quel vento gli spiriti perversi

agita su e giù, di là e di qua
e nessuna speranza li conforta mai,
né di una pausa né di uno sconto della pena.

E come le gru emettono i loro lamenti,
disposte nell’aria in lunghe file,
così vidi venir, gemendo,

le ombre sconvolte dalla tormenta.
Sicché domandai: “Maestro, chi son quelle
genti così castigate dalla bufera?”.

“La prima di cui vuoi sapere –
lui mi rispose –
fu sovrana di molti popoli.

Era così concupiscente
che una sua norma legittimò la libido,
togliendo il biasimo sulla sua condotta.

Si chiama Semiramide, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
dominò sulle terre ora governate dal sultano.

L’altra invece s’uccise per amore,
tradendo la promessa fatta al defunto Sicheo,
e l’altra ancora è la sensuale Cleopatra.

Là vedi Elena, che tanto infelice tempo
fece trascorrere, e vedi anche il grande Achille
che la passione condusse a morte.

Vedi Paride, Tristano”, e più di mille
ombre m’indicò chiamandole per nome,
che la voluttà aveva strappato alla vita.

Com’ebbi compreso dal mio maestro
chi erano quelle dame e quegli eroi,
fui come sgomento e smarrito.

Poi gli chiesi: “Poeta, vorrei parlare
a quei due che vanno insieme
e che paiono più leggeri nella bufera”.

“Aspetta che siano venuti più vicini a noi –
mi rispose -, poi pregali per quell’amor
che li lega e loro verranno”.

Appena il vento li piegò verso di noi,
esclamai: “Oh anime tormentate,
venite a parlarci, se nessuno lo vieta!”.

Come colombe, chiamate dai piccoli,
con le ali levate e ferme al dolce nido
vengono per l’aria, spinte dall’istinto,

così quelle anime dalla schiera di Didone
si staccarono attraverso l’aria maligna,
sentendo il mio affettuoso grido.

“Oh uomo cortese e benigno,
che vieni a visitare, in quest’aria tenebrosa,
chi ha macchiato la terra del proprio sangue,

se ci fosse amico il re dell’universo,
lo pregheremmo per la tua pace,
avendo tu pietà della nostra perversione.

Quel che a voi piacerà dire e ascoltare
piacerà anche a noi,
almeno finché il vento lo permetterà.

La mia città natale lambisce
il mare ove sfocia il Po,
che coi suoi affluenti trova pace.

L’amore, che subito accende i cuori gentili,
fece innamorare quest’ottima persona,
che mi fu tolta in un modo ch’ancor m’offende.

L’amore, che induce chi viene amato a ricambiare,
mi prese così forte per le maniere di costui,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

L’amore ci portò a una stessa morte:
Caina in sorte attende l’assassino”.
Ecco le parole che ci dissero.

E io, dopo aver ascoltato quelle anime travagliate,
chinai il viso e rimasi così mesto che il poeta
a un certo punto mi chiese: “A che pensi?”.

Io gli risposi: “Ahimè,
quanti dolci pensieri, quanto desiderio
condusse costoro al tragico destino!”.

Poi mi rivolsi direttamente a loro
e chiesi: “Francesca, le tue pene
mi strappano dolore e pietà.

Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri,
come faceste ad accorgervi
che il desiderio era reciproco?”.

E quella a me: “Non c’è maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella disgrazia; cosa che sa bene il tuo maestro.

Ma se tanto ti preme
conoscere l’inizio della nostra storia
te lo dirò unendo le parole alle lacrime.

Stavamo leggendo un giorno per diletto
come l’amore vinse Lancillotto;
soli eravamo e in perfetta buona fede.

In più punti di quella lettura
gli sguardi s’incrociarono, con turbamento,
ma solo uno ci vinse completamente.

Quando leggemmo che il sorriso di lei
venne baciato dal suo amante,
costui, che mai sarà da me diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.
Traditore fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno finimmo lì la lettura”.

Mentre uno spirito questo diceva,
l’altro piangeva, sicché ne rimasi sconvolto,
al punto che svenni per l’emozione

e caddi come corpo morto cade.

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“Letteratitudini” riapre la nuova stagione 2013/2014

novembre 11th, 2013 // 10:51 am @

1 web

 (Matilde Maisto) – E’ previsto per sabato 16 Novembre 2013, il primo incontro della stagione 2013/2014.

Tutti pronti i componenti storici del gruppo: Giannetta Capozzi, Matilde Maisto, Felicetta Montella, Arkin Jasufi, Concetta Pennella, Olga Petteruti, Raffaele Raimondo con la gentilissima signora Lella, Laura Sciorio, Marinella Viola, nonché nuovi graditissimi associati come Maria Sciorio, Rossella Botta, Maria Luisa Santonicola ed altri ospiti.

Per questo primo incontro ci lasceremo incantare dalla recitazione di Roberto Benigni nel V Canto dell’Inferno della Divina Commedia, “L’impossibile amore di Paolo e Francesca a confronto con la realtà dei giorni nostri”.

Quindi andremo a leggere di Virgilio e Dante mentre si trovano nel II cerchio dell’inferno nella bufera infernale, che è incessante, trascina le anime, le tormenta sbattendole e percuotendole, sono i dannati per i peccatori di lussuria, quei peccatori che hanno sottomesso la ragione al piacere.

A tal proposiro Dante dice: …E come i gru van cantando lor lai, faccendo in aere di sé lunga riga, così vid’io venir, traendo guai, ombre portate da la detta briga; per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle genti che l’aura nera sì gastiga…? (E come d’inverno gli stornelli sono trasportati in volo dalle loro ali, formando una larga schiera, così quel vento trasporta gli spiriti malvagi; li trascina qua e là, su e giù; non hanno alcuna speranza che li conforti, né di riposo né di una diminuzione della pena. E come le gru emettono i loro lamenti, formando in cielo una lunga riga, così vidi venire sospirando delle anime, trasportate da quella tempesta).

Tra queste anime Dante ne scorge due che lo colpiscono particolarmente e chiede di parlare con loro. E’ Francesca a parlare: “…Siede la terra dove nata fui su la marina dove ‘Po discende per aver pace co’ seguaci sui. Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense…” (La terra dove sono nata (Ravenna) sorge alla foce del Po, dove il fiume si getta in mare per trovare pace coi suoi affluenti. L’amore, che si attacca subito al cuore nobile, prese costui per il bel corpo che mi fu tolto, e il modo ancora mi danneggia. L’amore, che non consente a nessuno che sia amato di non ricambiare, mi prese per la bellezza di costui con tale forza che, come vedi, non mi abbandona neppure adesso. L’amore ci condusse alla stessa morte: Caina attende colui che ci uccise…).

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La storia di Paolo e Francesca

C’era una volta una nobile fanciulla chiamata Francesca…

Potremmo iniziare così il nostro racconto, ma non è una favola, bensì una storia vera.

Paolo e Francesca sono due personaggi realmente esistiti e non figure romantiche come Giulietta e Romeo nate dalla geniale fantasia di Shakespeare.

Francesca da Polenta era figlia di Guido Minore Signore di Ravenna e Cervia “…siede la terra dove nata fui, sulla marina dove ‘l Po discende…..” e lì viveva tranquilla e serena la sua fanciullezza , sperando che il padre le trovasse uno sposo gradevole e gentile.

Siamo nel 1275 e Guido da Polenta decise di dare la mano di sua figlia a Giovanni Malatesta (detto Giangiotto Johannes Zoctus – Giovanni zoppo) che lo aveva aiutato a cacciare i Traversari, suoi nemici. Il capostipite, Malatesta da Verucchio detto il Mastin Vecchio o il Centenario, concorda ed il matrimonio è combinato. Fu detto a Guido:

“-…voi avete male accompagnato questa vostra figliuola, ella è bella e di grande anima, ella non starà contenta di Giangiotto… Messer Guido insistette: – Se essa lo vede soltanto quando tutto è compiuto, non può far altro che accettare la situazione”.

Per evitare il possibile rifiuto da parte della giovane Francesca i potenti signori di Rimini e Ravenna tramarono l’inganno.

Mandarono a Ravenna Paolo il Bello “piacevole uomo e costumato molto”, fratello di Giangiotto. Francesca l’aveva visto “…fu una damigella di là entro, dimostrato da un pertugio d’una finestra a madonna Francesca, dicendole – madonna, quegli è colui che dee esser vostro marito – e così si credea la buona femmina, di che madonna Francesca incontamente in lui pose l’anima e l’amor suo…”

Francesca accettò con gioia ed il giorno delle nozze, senza dubbio alcuno, pronunciò felice il suo “sì” senza sapere che Paolo la sposava “artificiosamente” per procura ossia a nome e per conto del fratello Giangiotto. “…non s’avvide prima dell’inganno, che essa vide la mattina seguente al dì delle nozze levare da lato a sè Giangiotto…” Pensate alla sua disperazione!

Ma ben presto si rassegnò, ebbe una figlia che chiamò Concordia, come la suocera, e cercava di allietare come poteva le sue tristi giornate. Paolo, che aveva possedimenti nei pressi di Gradara, sovente faceva visita alla cognata e forse si rammaricava di essersi prestato all’inganno!

Uno dei fratelli, Malatestino dell’Occhio, così chiamato perchè aveva un occhio solo “ma da quell’uno vedeva fin troppo bene”, spiando, s’accorse degli incontri segreti tra Paolo e Francesca.

Ed eccoci all’epilogo della nostra storia: un giorno del settembre 1289, Paolo passò per una delle sue solite visite e qualcuno (forse Malatestino “quel traditor”) avvisò Giangiotto.

Quest’ultimo che ogni mattina partiva per Pesaro ad espletare la sua carica di Podestà, che per maggior equanimità non doveva avere appresso la famiglia, per far ritorno a tarda sera, finse di partire ma rientrò da un passaggio segreto e …mentre leggevano estasiati la storia di Lancillotto e Ginevra, “come amor li strinse” si diedero un casto bacio (questo è quello che Dante fa dire a Francesca!) proprio in quell’istante Giangiotto aprì la porta e li sorprese. Accecato dalla gelosia estrasse la spada, Paolo cercò di salvarsi passando dalla botola che si trovava vicino alla porta ma, si dice, che il vestito gli si impigliasse in un chiodo, dovette tornare indietro e, mentre Giangiotto lo stava per passare a fil di spada, Francesca gli si parò dinnanzi per salvarlo ma…Giangiotto li finì entrambi.

Dante mette gli sventurati amanti all’inferno perchè macchiati di un peccato gravissimo, ma li fa vagare assieme: oltre la pena, che non abbiano anche quella della solitudine eterna. “…io venni men così com’io morisse; e caddi come corpo morto cade”.

Gli sventurati amanti vengono così immortalati da Dante nella Divina Commedia – V canto dell’Inferno.

Nel corso dei secoli poeti, musicisti, letterati, pittori e scultori si sono ispirati alla tragedia di Paolo e Francesca (da Pellico a D’Annunzio, da Zandonai a Scheffer, ecc.) ed ancor oggi la loro storia d’amore, avvolta in un alone di mistero, affascina migliaia di persone.

Ebbene anche il gruppo di “Letteratitudini” è rimasta affascinata da questa storia e ne farà una serata di argomentazioni, raffrontandola con la realtà dei giorni nostri.

 

 

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“Dal mio cuore al tuo” di Matilde Maisto

novembre 5th, 2013 // 9:52 pm @

dal mio cuore al tuo web

 “Dal mio cuore al tuo” questo il titolo del nuovo libro di Matilde Maisto, appena ultimato e reperibile on line sui siti “Il cigno rosa” e “Sfogliando.it”.

 La vita d’oggi per molti sembra essere affamata di sazietà, di soddisfacimento dei bisogni immediati, dice la Maisto, prendendo spunto da H. De Lubac, eppure, nonostante tutto, viviamo uno squilibrio, un “misterioso zoppicare”. Da una parte, infatti, sperimentiamo in mille modi i nostri limiti; dall’altra ci accorgiamo di essere senza confini nelle nostre aspirazioni.

 La presente antologia offre circa 30 poesie che accedono agli abissi del cor inquietum e alle sue attese profonde: si muovono dal buio alla visione, attraverso la ricerca umana. Il lettore è chiamato ad accogliere i versi come se gli arrivassero chiusi in una bottiglia che arriva sulla spiaggia dal vasto oceano.

 La Maisto dedica il libro a tutti coloro che amano la poesia e le piace ricordare una frase pronunciata da don Tonino Bello “E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace.

 “Dal mio cuore al tuo” è un insieme di miei componimenti poetici, prosegue la Maisto, frutto delle mie esperienze quotidiane con la mia incolmabile voglia di sentirmi viva e palpitante d’amore per tutte le persone a me care. Amo molto, inoltre, quella fascia di umanità che si batte per un futuro di Pace e di Uguaglianza fra tutti gli uomini della terra; auspico un mondo privo di ingiustizie e discriminazioni sociali, un mondo in cui ogni uomo possa sentirsi libero e felice. Sono una sognatrice, lo so, ma finchè avrò un alito di vita continuerò a sognare e a sperare, conclude la Maisto

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Alla sera – Ugo Foscolo

novembre 2nd, 2013 // 8:19 am @

orme

Forse perché della fatal quiete

tu sei l’imago a me sì cara vieni

o sera! E quando ti corteggian liete

le nubi estive e i zeffiri sereni,e quando dal nevoso aere inquiete

tenebre e lunghe all’universo meni

sempre scendi invocata, e le secrete

vie del mio cor soavemente tieni.Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le tormedelle cure onde meco egli si strugge;

e mentre io guardo la tua pace, dorme

quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

 

Category : Cultura &Poesia

A Zacinto – Ugo Foscolo

novembre 2nd, 2013 // 8:16 am @

zacinto

 

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

del greco mar da cui vergine nacqueVenere, e fea quelle isole feconde

col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l’inclito verso di colui che l’acquecantò fatali, ed il diverso esiglio

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.Tu non altro che il canto avrai del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

 

Category : Cultura &Poesia

Festa di tutti i Santi

novembre 1st, 2013 // 6:49 am @

friends
divisore

0000tutti-i-santi
❤☆҉‿↗⁀FESTA DI TUTTI I SANTI E RICORDO DEI DEFUNTI‿↗⁀☆҉❤
Quale festa si celebra nel primo giorno di novembre?
Nel primo giorno di novembre si celebra la festa di tutti i Santi.
CHI SONO I SANTI?
I Santi sono uomini e donne, ragazzi e ragazze che, quando
erano sulla terra, hanno tanto amato Gesù e hanno vissuto seguendo i suoi insegnamenti;
per questo erano molto felici.
Ora sono ancora più felici perché si trovano per sempre in Paradiso, vicino a Dio.
 La Chiesa sceglie alcune di queste persone e ce le propone come esempio da seguire.
Infatti ogni giorno del calendario è collegato ad un Santo, ma i Santi sono molti di più.
Sono sante anche quelle persone che sono passate sulla terra senza che nessuno si
accor­gesse di loro, ma che hanno dato una bella testimonianza di
amore a Dio e ai fratelli.
 
 ANCHE NOI POSSIAMO ESSERE SANTI?
Sì, perché i Santi erano persone come noi, commettevano anche dei peccati, ma
siccome amavano tanto Gesù, volevano essere sempre suoi amici.
Perciò si confessavano spesso, partecipavano alla Santa Messa,
pregavano con cuore sincero e vivevano tutta la loro vita con
impegno e passione.
Volevano tanto bene anche Maria, Madre di Gesù e di tutti noi.Perché, quando preghiamo, invochiamo anche i Santi?
Invochiamo anche i Santi perché sono amici fedeli del Signore e si trovano con lui in Paradiso.
 Infatti se ci rivolgiamo a loro, che ci amano tanto, chiederanno a
Dio di ascoltare le nostre preghiere.

Category : Religione