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Il solstizio d’inverno tra il 21 e il 22 dicembre

dicembre 21st, 2014 // 3:43 pm @

Nel 2014 l’evento astronomico che segna l’inizio dell’inverno si verifica tre minuti dopo la mezzanotte in Italia

Solstizio d'inverno 2014

 

Con il solstizio di inverno, il fenomeno astronomico determinato da una particolare inclinazione dell’asse terrestre di rotazione rispetto al Sole, viene convenzionalmente fatta cominciare la stagione invernale (“il primo giorno d’inverno”). Nel 2014 questo evento astronomico capita nella notte tra domenica 21 e lunedì 22 dicembre, e precisamente alle 00 e 03 del 22 dicembre: 21 o 22 dicembre sono infatti i due giorni dell’anno in cui si verifica il solstizio di inverno nell’emisfero nord. Dal punto di vista di un osservatore sulla Terra, il solstizio di inverno è il giorno dell’anno durante il quale il Sole raggiunge la sua altezza minima rispetto all’orizzonte. Per questo motivo, per via del maggior numero di ore di buio, si dice comunemente che è il “più breve” giorno dell’anno (anche se non è detto che poi sia effettivamente così, per una serie di variabili). Nell’emisfero sud questo fenomeno astronomico capita a giugno.

Come è noto, l’avvio di ciascuna delle quattro stagioni è scandito da un evento astronomico ben preciso: gli equinozi (due) e i solstizi (altri due). Autunno e primavera iniziano nel giorno dell’equinozio, ovvero della uguale lunghezza di notte e giorno (che poi non è esattamente così, per una serie di variabili). Estate e inverno iniziano nel giorno del solstizio, nel quale le ore di luce sono al loro massimo (a giugno) o al loro minimo (a dicembre, appunto).

Il solstizio d’inverno è il momento in cui la Terra si trova in una particolare posizione della sua rivoluzione intorno al Sole – ovvero il giro intorno al Sole della durata di un anno – e nel quale si dice conclusa la stagione dell’autunno e iniziata quella dell’inverno, appunto. Insieme al solstizio d’estate e ai due equinozi di primavera e autunno, il solstizio d’inverno ripartisce il tragitto della rivoluzione terrestre in quattro quarti successivi che la Terra percorre impiegando tre mesi ciascuno: i periodi di tre mesi sono detti stagioni.

Per capire come funzionano il solstizio d’estate, quello invernale e i due equinozi, bisogna partire da qualche semplice concetto di astronomia. Il Sole sta fermo (in realtà alla lunga si muove anche lui), mentre la Terra gli gira intorno e intanto ruota anche su se stessa. Questa condizione fa sì che ognuno di noi dalla Terra veda il Sole alzarsi all’orizzonte al mattino (all’alba), attraversare la porzione di cielo visibile sopra la propria testa fino a toccare nuovamente la linea dell’orizzonte verso sera (il tramonto). Lo spostamento del Sole viene definito “moto apparente”, perché in realtà è determinato da come si muove la Terra.

Equinozi e solstizi (e durate del giorno e della notte) sono determinati dalla posizione della terra nel suo moto di rivoluzione intorno al sole. L’equinozio corrisponde al momento in cui il piano dell’equatore celeste (la proiezione dell’equatore sulla sfera celeste) e quello dell’eclittica (il percorso apparente del sole nel cielo) si intersecano. Al solstizio invece sono massimamente distanti, e il Sole a mezzogiorno è alla massima o minima altezza rispetto all’orizzonte.

Equinozi e solstizi avvengono in un istante preciso: l’istante può variare di anno in anno sull’arco di un paio di giorni a causa della diversa durata dell’anno solare e di quello del calendario (la stessa ragione degli anni bisestili). In Italia, tra il 20 e il 21 marzo la primavera, tra il 20 e il 21 giugno l’estate, tra il 22 e il 23 settembre l’autunno, tra il 21 e il 22 dicembre l’inverno. Nell’emisfero australe le stagioni sono invertite e con quello che noi chiamiamo solstizio d’inverno comincia l’estate.

Category : Pensieri Sparsi

Poesia di Natale”Il Presepe” di Giuseppe Fanciulli

dicembre 17th, 2014 // 5:41 pm @

1

Poesia di Natale” Il Presepe”

Splendete più belle
dolcissime stelle!
Sull’ali dorate
un angelo santo
ci porta Gesù.
E’ nuovo il suo canto:
“Sia pace quaggiù!”.

di Giuseppe Fanciulli

Category : Poesia

Natale di Giuseppe Ungaretti

dicembre 17th, 2014 // 5:35 pm @

8

 

Natale
Non ho voglia di tuffarmi
in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi cosi
come una cosa posata
in un angolo
e dimenticata
Qui non si sente altro
che il caldo buono
Sto con le quattro
capriole di fumo
del focolare

Giuseppe Ungaretti

Category : Pensieri Sparsi

Letteratitudini: Incontro del mese di Novembre 2014.

dicembre 17th, 2014 // 5:32 pm @

1

Incontro del mese di Novembre 2014. Grande serata con relatore professore Aldo Cervo da Caiazzo. Tema dell’incontro: “Poesia e Faziosità nell’Iliade di Omero”.
Abbiamo letto e discusso sui seguenti canti:
LIBRO SETTIMO
ARGOMENTO
ETTORE e Paride rispingono i Greci. Eleno, per inspirazione divina, consiglia Ettore che, fatta cessare la battaglia, sfidi a singolar tenzone il più valente de’ Greci. Ettore accoglie la proposta. I Greci esitano alquanto ad accettare la disfida. Quindi rimproverati da Nestore, nove di loro offronsi pronti a combattere. Poste le sorti, esce quella di Aiace Telamonio. Descrizione del duello. I combattenti, sopravvenendo la notte, sono separati dagli araldi. I Greci, per consiglio di Nestore, sospendono le armi onde attendere alla sepoltura de’ morti ed alla costruzione d’un muro per difesa del campo. Assemblea de’ Troiani. Idéo viene nel campo greco a proporre condizioni di pace, e a domandare una tregua per seppellire i morti. Le prime sono rigettate, la seconda è accordata. Muro costrutto dai Greci. Sdegno di Nettunno. Conviti notturni de’ Greci e de’ Troiani. Segni infausti mandati da Giove durante la notte.
DUELLO DI ETTORE ED AIACE, Canto VII vv. 249-379
Di splendid’armi frettoloso intanto
Aiace si vestiva: e poichè tutte
L’ebbe assunte dintorno alla persona,
Concitato avvïossi, e camminava
Quale incede il gran Marte allor che scende
Tra fiere genti stimolate all’armi
Dallo sdegno di Giove, e dall’insana
Roditrice dell’alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
Lo smisurato Aiace, sorridendo
Con terribile piglio, e misurava
A vasti passi il suol, l’asta crollando
Che lunga sul terren l’ombra spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
A riguardarlo; ma per l’ossa ai Teucri
Corse subito un gelo. Palpitonne
Lo stesso Ettór; ma nè schivar per tema
Il fiercimento, né tra’ suoi ritrarsi
Più non gli lice, chè fu sua la sfida.
E già gli è sopra Aiace coll’immenso
Pavese che parea mobile torre;
Opra di Tichio, d’Ila abitatore,
Prestantissimo fabbro, che di sette
Costruito l’avea ben salde e grosse
Cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
Una falda d’acciar. Con questo al petto
Enorme scudo il Telamónio eroe
Fêssi avanti al Troiano, e minaccioso
Mosse queste parole: Ettore, or chiaro
Saprai da solo a sol quai prodi ancora
Rimangono agli Achei dopo il Pelíde
Cuor di lïone e rompitor di schiere.
Irato coll’Atride egli alle navi
Che non temiamo lo tuo scontro, e molti.
Comincia or tu la pugna, e tira il primo.
Nobile prence Telamónio Aiace,
Rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli
Come a imbelle fanciullo o femminetta
Cui dell’armi il mestiero è pellegrino?
E anch’io trattar so il ferro e dar la morte,
E a dritta e a manca anch’io girar lo scudo,
E infaticato sostener l’attacco,
E a piè fermo danzar nel sanguinoso
Ballo di Marte, o d’un salto sul cocchio
Lanciarmi, e concitar nella battaglia
I veloci destrier. Nè già vogl’io
Un tuo pari ferire insidïoso,
Ma discoperto, se arrivar ti posso.
Ciò detto, bilanciò colla man forte
La lunga lancia, e saettò d’Aiace
Il settemplice scudo. Furïosa
La punta trapassò la ferrea falda
Che di fuor lo copriva, e via scorrendo
Squarciò sei giri del bovin tessuto,
E al settimo fermossi. Allor secondo
Trasse Aiace, e colpì di Priamo il figlio
Nella rotonda targa. Traforolla
Il frassino veloce, e nell’usbergo
Sì addentro si ficcò, che presso al lombo
Lacerògli la tunica. Piegossi
Ettore a tempo, ed evitò la morte.
Ricovrò l’uno e l’altro il proprio telo,
E all’assalto tornâr come per fame
Fieri leoni, o per vigor tremendi
Arruffati cinghiali alla montagna.
Di nuovo Ettorre coll’acuto cerro
Colpì lo scudo ostil, ma senza offesa,
Ch’ivi la punta si curvò: di nuovo
Trasse Aiace il suo telo, ed alla penna
Dello scudo ferendo, a parte a parte
Lo trapassò, gli punse il collo, e vivo
Sangue spiccionne. Nè per ciò l’attacco
Lasciò l’audace Ettorre. Era nel campo
Un negro ed aspro enorme sasso: a questo
Diè di piglio il Troiano, e contra il Greco
Lo fulminò. Percosse il duro scoglio
Il colmo dello scudo, e orribilmente
Ne rimbombò la ferrea piastra intorno.
Seguì l’esempio il gran Telamoníde,
Ed afferrato e sollevato ei pure
Un altro più d’assai rude macigno,
Con forza immensa lo rotò, lo spinse
Contra il nemico. Il molar sasso infranse
L’ettoreo scudo, e di tal colpo offese
Lui nel ginocchio, che riverso ei cadde
Con lo scudo sul petto: ma rizzollo
Immantinente di Latona il figlio.
E qui tratte le spade i due campioni
Più da vicino si ferían, se ratti,
Messaggieri di Giove e de’ mortali,
Non accorrean gli araldi, il teucro Idéo,
E l’achivo Taltíbio, ambo lodati
Di prudente consiglio. Entrâr costoro
Con securtade in mezzo ai combattenti,
Ed interposto fra le nude spade
Il pacifico scettro, il saggio Così primiero favellò: Cessate,
Diletti figli, la battaglia. Entrambi
Siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro
Ognun sel vede) acerrimi guerrieri:
Ma la notte discende, e giova, o figli,
Alla notte obbedir. – Dimandi Ettorre
Questa tregua, rispose il fiero Aiace:
Primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga.
Ritirerommi, se l’esempio ei porga.
E l’illustre rival tosto riprese:
Aiace, i numi ti largir cortesi
Pari alla forza ed al valore il senno,
E nel valor tu vinci ogni altro Acheo.
Abbian riposo le nostr’armi, e cessi
La tenzon. Pugneremo altra fïata
Finchè la Parca ne divida, e intera
All’uno o all’altro la vittoria doni.
Or la notte già cade, e della notte
Romper non dêssi la ragion. Tu riedi
Dunque alle navi a rallegrar gli Achivi,
I congiunti, gli amici. Io nella sacra
Città rïentro a serenar de’ Teucri
Le meste fronti e le dardanie donne,
Che in lunghi pepli avvolte appiè dell’are
Per me si stanno a supplicar. Ma pria
Di dipartirci, un mutuo dono attesti
La nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri
Diran: Costoro duellâr coll’ira
Di fier nemici, e separârsi amici.
Così dicendo, la sua propria spada
Gli presentò d’argentei chiovi adorna
Con fulgida vagina ed un pendaglio
Di leggiadro lavoro; Aiace a lui
Il risplendente suo purpureo cinto.
LIBRO DECIMOSESTO
ARGOMENTO
ACHILLE, mosso dalle preghiere di Patroclo, gli concede di vestirsi delle sue armi e di menare a battaglia i Mirmidoni. Sue parole nella partenza di Patroclo. Questi si mostra ai Troiani, i quali, credendolo Achille, si volgono in fuga. Prodezze dell’eroe. Sarpedonte, dopo avere uccìso Pedaso, uno dei cavalli d’Achille, è posto a morte da Patroclo. Combattimento intorno al cadavere, che finalmente per volere di Giove è trasportato prodigiosamente nella Licia. Patroclo, volendo assalire le mura di Troia, n’è impedito da Apollo. Scontro di Ettore e di Patroclo. Morte di Cebrione scudiero di Ettore, e battaglia intorno ad esso. Apollo disarma invisibilmente Patroclo, che prima è ferito da Euforbo, e poscia ucciso ed insultato da Ettore. Predizioni dell’eroe morente.
LA MORTE DI PATROCLO, CANTO XVI, VV. 1091 – 1189
Finchè del sole ascesero le rote
Verso il mezzo del ciel, d’ambe le parti
Uscíano i colpi con egual ruina,
E la gente cadea. Ma quando il giorno
Su le vie dechinò dell’occidente,
Prevalse il fato degli Achei che alfine
Dall’acervo dei teli, e dalla serra
De’ Troiani involâr di Cebrïone
La salma, e l’armi gli rapîr di dosso.
Qui fu che pieno di crudel talento
Urtò Patróclo i Troi. Tre volte il fiero
Con gridi orrendi gli assalì, tre volte
Spense nove guerrier; ma come il quarto
Impeto fece, e parve un Dio, la Parca
Del viver tuo raccolse il filo estremo,
Miserando garzon, chè ad incontrarti
Venía tremendo nella mischia Apollo:
Nè camminar tra l’armi alla sua volta
L’eroe lo vide, chè una folta nebbia
Le divine sembianze ricopría.
Vennegli a tergo il nume, e colla grave
Palma sul dosso tra le late spalle
Gli dechinò sì forte una percossa,
Che abbacinossi al misero la vista
E girò l’intelletto. Indi dal capo
Via saltar gli fe’ l’elmo il Dio nemico,
E l’elmo al suolo rotolando fece
Sotto il piè de’ corsieri un tintinnío,
E si bruttaro del cimier le creste
Di sangue e polve; nè di polve in pria
Insozzar quel cimiero era concesso
Quando l’intatto capo e la leggiadra
Fronte copriva del divino Achille.
Ma in quel giorno fatal Giove permise
Che d’Ettore passasse in su le chiome
Vicino anch’esso al fato estremo. Allora
Tutta a Patróclo nella man si franse
La ferrea, lunga, ponderosa e salda
Smisurata sua lancia, e sul terreno
Dalla manca gli cadde il gran pavese
Rotto il guinzaglio. Di sua man l’usbergo
Sciolsegli alfine di Latona il figlio,
E l’infelice allor del tutto uscío
Di sentimento; gli tremaro i polsi,
Ristette immoto, sbalordito, e in
Tra l’una spalla e l’altra lo percosse
Coll’asta da vicin di Panto il figlio
L’audace Euforbo, un Dardano che al corso
E in trattar lancia e maneggiar destrieri
La pari gioventù vincea d’assai.
La prima volta che sublime ei parve
Su la biga a imparar dell’armi il duro
Mestier, venti guerrieri al paragone
Riversò da’ lor cocchi; ed or fu il primo
Che ti ferì, Patróclo, e non t’uccise.
Anzi dal corpo ricovrando il ferro
Si fuggì pauroso, e nella turba
Si confuse il fellon, che di Patróclo
Benchè piagato e già dell’armi ignudo
Non sostenne la vista. Da quel colpo
E più dall’urto dell’avverso Dio
Abbattuto l’eroe si ritirava
Fra’ suoi compagni ad ischivar la morte.
Ed Ettore, veduto il suo nemico
Retrocedente e già di piaga offeso,
Tra le file vicino gli si strinse,
Nell’imo casso immerse l’asta e tutta
Dall’altra parte rïuscir la fece.
Risonò nel cadere, ed un gran lutto
Per l’esercito achivo si diffuse.
Come quando un lïone alla montagna
Cinghial di forze smisurate assalta,
E l’uno e l’altro di gran cor fan lite
D’una povera fonte, al cui zampillo
Veníano entrambi ad ammorzar la sete;
Alfin la belva dai robusti artigli
Stende anelo il nemico in su l’arena:
Tal di Menézio al generoso figlio
De’ Teucri struggitor tolse la vita
Il troian duce, e al moribondo eroe
Orgoglioso insultando, Ecco, dicea,
Ecco, o Patróclo, la città che dianzi
Atterrar ti credesti, ecco le donne
Che ti sperasti di condur captive
Alla paterna Ftia. Folle! e non sai
Che a difesa di queste anco i cavalli
D’Ettór son pronti a guerreggiar co’ piedi?
E che fra’ Teucri bellicosi io stesso
Non vil guerriero maneggiar so l’asta,
E preservarli da servil catena? 0
Tu frattanto qui statti orrido pasto
D’avoltoi. Che ti valse, o sventurato,
Quel tuo sì forte Achille? Ei molti avvisi
Ti diè certo al partire: O cavaliero
Caro Patróclo, non mi far ritorno
Alle navi se pria dell’omicida
Ettór sul petto non avrai spezzato
Il sanguinoso usbergo… Ei certo il disse,
E a te, stolto che fosti! il persuase.
LIBRO VENTESIMOSECONDO
ARGOMENTO
ESSENDOSI i Troiani rinchiusi nella città, il solo Ettore rimane sotto le mura ad attendere Achille di piede fermo. Timore e parole di Priamo e di Ecuba. Ettore si pone in fuga alla vista d’Achille, che, riconosciuto l’inganno di Apollo, ritorna verso Troia. Giove pesa le sorti dei due capitani. Minerva sotto la figura di Deifobo instiga Ettore a cimentarsi con Achille. Combattimento degli eroi. Ettore, ferito a morte, supplica il nemico di rendere il suo cadavere ai genitori. Dura risposta di Achille. Parole e morte di Ettore. Insulti d’Achille sull’estinto e vana baldanza dei Greci. Achille dispogliato il cadavere e legatolo dietro il suo cocchio, lo fa girare intorno alle mura della città. Costernazione e lamenti di Ecuba, di Priamo e d’Andromaca.
LA FUGA DI ETTORE DI FRONTE AD ACHILLE, Canto XXII, vv. 214-275
A riguardarli intento
Stava il consesso de’ Celesti, e Giove
A dir si fece: Ahi sorte indegna! io veggo
D’Ilio intorno alle mura esagitato
Un diletto mortal; duolmi d’Ettorre
Che su l’idée pendici e sull’eccelsa
Pergámea rocca a me solea di scelte
Vittime offrire i pingui lombi, ed ora
Del minaccioso Achille il presto piede
L’incalza intorno alla città. Pensate,
Vedete, o numi, se per noi si debba
Dalla morte camparlo, o pur, quantunque
Così prode, il domar sotto il Pelíde.
Procelloso Tonante, oh che dicesti,
Gli rispose Minerva, e che t’avvisi?
Alla morte involar uom sacro a morte?
E tu l’invola. Ma non tutti al certo
Noi Celesti tal fatto assentiremo.
T’accheta, o figlia, replicò de’ nembi
L’adunator, ch’io nulla ho fermo ancora,
E nulla io voglio a te negar. Fa tutto,
Senza punto ristarti, il tuo desire.
Spronò quel detto la già pronta Diva
Che dall’olimpie cime impetuosa
Spiccossi, e scese. Alla dirotta intanto
Incalza Achille il fuggitivo Ettorre.
Come veltro cerviero alla montagna
Giù per convalli e per boscaglie insegue
Dalla tana destato un caprïuolo:
Sotto un arbusto il meschinel s’appiatta
Tutto tremante, e l’altro ne ritesse
L’orme, e corre e ricorre irrequïeto
Finchè lo trova: così tutte Achille
Del sottrarsi ad Ettór tronca le vie.
Quante volte sfilar diritto ei tenta
Alle dardanie porte, o delle torri
Sotto gli spaldi, onde co’ dardi aita
Gli dian di sopra i suoi, tante il Pelíde
Lo previene e il ricaccia alla pianura,
Vicino alla città. Come nel sogno
Talor ne sembra con lena affannata
Uom che fugge inseguir, nè questi ha forza
D’involarsi, nè noi di conseguirlo;
Così nè Achille aggiugner puote Ettorre,
Nè questi a quello dileguarsi. E intanto
Come schivar potuto avría la Parca
Di Príamo il figlio, se l’estrema volta
Nuovo al petto vigor non gli porgea
Propizio Apollo, e nuova lena al piede?
Accennava col capo il divo Achille
Alle sue genti di non far co’ dardi
Al fuggitivo offesa, onde veruno,
Ferendolo, l’onor non gli precida
Del primo colpo. Ma venuti entrambi
La quarta volta alle scamandrie fonti,
L’auree bilance sollevò nel cielo
Il gran Padre, e due sorti entro vi pose
Di mortal sonno eterno, una d’Achille,
L’altra d’Ettorre: le librò nel mezzo,
E del duce troiano il fatal giorno
Cadde, e vêr l’Orco dechinò.
Foto di Matilde Maisto.

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