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Ulisse e le grandi donne nell’Odissea di Omero

marzo 23rd, 2015 // 4:03 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Interessante e ben riuscita la serata di “Letteratitudini” di ieri 12 Marzo. E’ stato affrontato un argomento molto accattivante che ha dato vita ad un vivace dibattito tra i fautori dell’amore fedele e coniugale di Penelope e le altre donne incontrate ed amate da Ulisse.
Assodato che la grandezza di un atto d’astuzia è ormai conosciuta, allo stesso modo bisogna tener presente che questi slanci di furbizia mantengono un loro stampo di sacra classicità. Odisseo, la volpe dell’Ellade, colui che portò alla rovina Troia, va considerato un fiore all’occhiello nel panorama omerico. Di qui, lo straordinario successo del poema che porta il suo nome, un nome dal multiforme ingegno.
Come la sorella Iliade, anche l’Odissea è composta da ventiquattro libri. Non sono più le vicende della guerra a scandire tempo e anima, siamo piuttosto dinanzi alle peripezie e le riflessioni di un viaggio, possiamo dire, del “ritorno” in cui i grandi campioni achei tentano di riabbracciare la terra natia, dopo la vittoria conseguita sul regno di Priamo. E quale sorpresa se proprio la cara Nostalgia vien su da nostos (ritorno) e elgia (dolore)? Questo unico termine, sconosciuto al mondo classico, può racchiudere tutto il valore morale della traversata omerica.
Se dovessimo analizzare una parte di questo viaggio e se dovessimo entrare in comunione con le diverse sensazioni che vi prendono parte, dovremmo fermarci un secondo allo squarcio provocato dal libro XI, quando Odisseo si cala nel regno dei morti e assiste ad una visione terribile. Sappiamo che l’eroe ha dimostrato la sua astuzia contro il ciclope Polifemo, sappiamo anche che è riuscito a svincolarsi dai gioghi della maga Circe e che, sotto consiglio di quest’ultima, ha deciso di scivolare nelle contrade del buio per incontrare il saggio Tiresia. E senza preavviso eccola, ecco l’ombra della madre vinta dall’angoscia:
Io, pensando tra me, l’estinta madre
Volea stringermi al sen: tre volte corsi,
Quale il mio cor mi sospingea, ver lei,
E tre volte m’usci fuor delle braccia,
Come nebbia sottile, o lieve sogno.
Cura più acerba mi trafisse, e ratto,
Ahi, madre, le diss’io, perchè mi sfuggi
D’abbracciarti bramoso, onde anco a Dite,
Le man gittando l’un dell’altro al collo,
Di duol ci satolliamo ambi, e di pianto?
Fantasma vano, acciò più sempre io m’anga,
Forse l’alta Proserpina mandommi?
Siamo ben oltre il pathos eroico, ci troviamo alle porte di una visione che riassume l’intera opera. Se Itaca fa da obiettivo ultimo, la madre incarna ogni tensione umana. L’uomo, che nell’Odissea ha vinto persino il Destino e si è fatto quasi beffe degli dei, adesso cerca di stringere la rosa del sonno eterno. Questa è la tua patria, qui combatte la tua furbizia, nel regno dell’illusione.
Ma il tormento è reso dolce da un canto che s’alza dal mare. Le fameliche sirene non possono certo essere relegate a quell’unico episodio del libro XII; esse mutano forma nelle diverse figure femminili del poema, ora le vediamo con bianche braccia, ora circondate da incanti e ora languide in attesa. Le donne sono tra i più grandi distruttori del ritorno ad Itaca e si pongono come una vera schiera di ancelle.
Ed ecco quindi comparire sulla scena ad una , ad una le varie donne che hanno popolato il peregrinare di Ulisse: Calipso, Nausicaa, Circe ed infine Penelope.
Calipso, la ninfa innamorata, vive sull’isola di Ogigia insieme ad altre ninfe che, come lei, trascorrono le giornate tessendo e cantando. Abita in una grande grotta piena di antri nascosti, ed è lì che accoglie Ulisse quando approda solo sull’isola, dopo essere scampato alle tempeste marine di Scilla e Cariddi. I due diventano amanti, ma la loro storia non è del tutto felice in quanto egli è consapevole della necessità di tornare ad Itaca.
Nonostante il ricordo di casa, Ulisse non si fa remore a trascorrere insieme a Calipso ben sette anni, durante i quali la ninfa si innamora profondamente di lui, tanto da volergli concedere il dono dell’immortalità, fino a che gli dei non la convincono a lasciarlo ripartire. Prima di farlo, però, Calipso scatena su Hermes, messaggero degli dei, il suo dolore per l’imminente perdita dell’amato. Il suo amore è sincero e ancor più sincera è la rabbia di dover rinunciare a un legame che lei ritiene del tutto legittimo. Nelle sue parole si legge il rincrescimento per la disparità di trattamento tra dei e dee: mentre ai primi si perdonano tutte le passioni fugaci con donne terrestri, alle seconde vengono riservate punizioni severe e imposte rinunce forzate anche quando il sentimento che le lega ad un uomo è profondo e duraturo. Apporta poi l’esempio di altre dee, da Aurora a Demetra, vittime dello stesso destino, e conclude: “Così ora contro di me vi sdegnate, o dèi, perché con me sta un uomo mortale.”
Nausicaa, la giovane vergine, figlia del re dei Feaci accoglie con gentilezza il naufrago Ulisse, lo rifocilla, gli procura delle vesti, e lo conduce nel palazzo del padre affinché racconti la sua storia. In questo Nausicaa non agisce sola, ma spinta dal consiglio della dea Atena, che le compare in sogno e le infonde un coraggio e una maturità insoliti in una ragazza della sua età. Lei rappresenta a tutti gli effetti un’ancora di salvezza per Ulisse, stanco di navigare e ormai solo, e insieme al padre Alcinoo lo aiuta concretamente a rimettersi in viaggio verso Itaca facendogli dono di una nave nuova.
Nausicaa è una principessina destinata a prendere marito e ad essere per tutta la vita una moglie fedele e devota. Ha ancora lo spirito libero della sua giovane età e, pur non pensando ancora al matrimonio, vede in Ulisse l’uomo che vorrebbe al suo fianco. Allo stesso tempo, è anche prudente e saggia, tanto che al momento di condurre l’eroe alla casa paterna gli suggerisce di prendere una strada diversa per evitare i possibili pettegolezzi dei Feaci nel vederla insieme a uno sconosciuto prima delle nozze. Dispiace quasi per Nausicaa, così saggia e generosa, eppure destinata ad un futuro convenzionale di moglie e madre. Non si capisce, però, se questa astuzia sia insita in lei o se sia piuttosto il frutto temporaneo dell’intervento delle dea Atena, sempre pronta ad aiutare Ulisse nel momento di maggiore necessità.
Circe, la maga ammaliatrice, figlia degli dei e abitante solitaria dell’isola di Eea, Circe è il personaggio femminile più misterioso dell’Odissea. Vive in uno splendido palazzo difeso da belve feroci e, dopo avere ammaliato i compagni di Ulisse con il suo canto e con bevande velenose, non esita a trasformarli in maiali e rinchiuderli nella stalla. Anche Ulisse potrebbe cadere vittima della stesso fato, ma viene prontamente avvertito da Hermes e rifiuta le sue offerte. Però ne diventa l’amante e ottiene la liberazione dei compagni di viaggio dall’incantesimo. Per un anno gli uomini vengono ospitati in modo sontuoso nel palazzo di Circe, ma in loro è vivo il desiderio di fare ritorno a casa e avvertono Ulisse, il quale se ne era quasi dimenticato (per la seconda volta, dopo l’esperienza con Calipso). La maga acconsente, ma lo avverte che ad aspettarlo ci sono ancora altre peripezie da affrontare, stavolta nel regno dell’oltretomba. Gli fornisce anche dei consigli preziosi per fronteggiare al meglio la nuova sfida e gli dona un vento favorevole alla navigazione.
Ciò che più stupisce di Circe non è tanto la sua solitudine, quanto la trasformazione simbolica degli uomini in maiali (perché non un altro animale?) e la sua volubilità: da una passione repentina nei confronti di Ulisse passa rapidamente ad un distacco, e lo lascia andare senza le remore di Calipso. La differenza sta nel fatto che Circe non è innamorata, ma vuole soltanto divertirsi senza coinvolgimento emotivo. Per questo il suo invito non lascia spazio a dubbi. Attenzione però: Circe parla di fiducia, non di passione carnale e il suo sembra piuttosto un desiderio di amicizia e compagnia. In questo la maga dell’isola di Eea è profondamente attuale: lei e Ulisse sono friends with benefits! Nonostante lui si fosse ripromesso di non lasciarsi ammaliare, cade vittima di un incantesimo più sottile di quello della mera trasformazione in maiale e resta nel palazzo di Circe più a lungo del previsto.
Arriviamo infine a Penelope, la moglie fedele, figura emblematica della moglie paziente e devota, disposta a perdonare le scappatelle del marito (non vogliamo credere che non ne sapesse nulla…) pur ditenerselo accanto dopo così tanti anni di lontananza.
Penelope incarna l’emblema della femminilità, la “madonna” piena di virtù, ed è facile ritrovarla in due oggetti simbolici: da un lato la tela che fila e disfa ogni notte per respingere con l’inganno le avances dei Proci, dall’altro il dilemma del letto che le permette infine di riconoscere il marito. Il continuo affaccendarsi su una tela, secondo una chiave di lettura del tutto personale, rappresenta la monotonia del lavoro domestico che si ripete sempre uguale a se stesso e che non è fonte di alcuna soddisfazione per chi lo compie. Un lavoro dato per scontato a cui per intere generazioni si sono dedicate le sole donne, un lavoro che richiede tempo e pazienza, ma che non conduce a nessuna crescita interiore, un lavoro che proprio per questo è sempre stato considerato prettamente femminile. Il letto coniugale, invece, è il luogo dell’amore legittimo per eccellenza. Voglio pensare che Ulisse abbia amato Calipso e Circe in contesti diversi da quello classico… Il letto di Penelope, per di più, è intagliato nel legno robusto di un tronco d’ulivo, è radicato nella terra di Itaca, è un richiamo forte a tutto ciò che è terreno e concreto. Come il legame che unisce i due coniugi, e che alla fine del poema trionfa nuovamente. La moglie devota vince, e Omero vuole premiare la costanza epica della “saggia” Penelope, per quanto anti-femminista e antiquata ci possa sembrare. L’incontro tra i due coniugi dopo ben vent’anni di guerre e peripezie marine non è certo dei più affettuosi. I due faticano a riconoscersi non solo a causa del ricordo ormai pallido di una vita insieme, quanto per i segni del tempo che si leggono sui loro visi mortali. Riuscirà Ulisse ad amare ancora la sua sposa, che ha visto l’ultima volta giovane e che è ora invecchiata di vent’anni all’improvviso? E riuscirà Penelope ad amare ancora il marito nonostante l’abbia tradita numerose volte e abbia posticipato il ritorno per stare accanto ad altre donne? Omero conclude l’Odissea con un “e vissero felici e contenti” di cui gli antichi avevano un gran bisogno. Io, se fossi stata Penelope, probabilmente non mi sarei comportata in modo così “saggio” e devoto…
Figure femminili assolutamente grandi, ognuna nel suo genere, donne che hanno lasciato un segno nella vita di Ulisse. Egli facilmente si è lasciato incantare dal canto di quelle famose sirene che hanno mutato forma nelle diverse figure femminili del poema, ora le vediamo con bianche braccia, ora circondate da incanti e ora languide in attesa.
La piacevole serata è terminata con l’ appuntamento al prossimo incontro, fissato per giovedì 23 Aprile p.v. alle ore 20,30, l’argomento che andremo a trattare sarà un passo dell’Eneide e la relatrice sarà la gentilissima signora Felicetta Montella.
Matilde Maisto

Category : Cultura &Letteratitudini

Letteratitudini: ”Le grandi donne nell’Odissea di Omero”

marzo 8th, 2015 // 8:48 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – E’ stato programmato per Giovedì 12 Marzo, prossimo, alle ore 19,30, l’incontro mensile di “Letteratitudini”.
Tema dell’incontro: “Le grandi donne nell’Odissea di Omero”. Prosegue, quindi il filone epico che il gruppo ha deciso di affrontare in questa nuova stagione.
Ma in questo mese, dedicato alle donne, ci è sembrato quasi doveroso parlare delle grandi donne che hanno popolato la vita di Ulisse, donne: innamorate, fedeli e fortissime, nonostante la loro fragilità.

Calipso, la ninfa innamorata, vive sull’isola di Ogigia insieme ad altre ninfe che, come lei, trascorrono le giornate tessendo e cantando. Abita in una grande grotta piena di antri nascosti, ed è lì che accoglie Ulisse quando approda solo sull’isola, dopo essere scampato alle tempeste marine di Scilla e Cariddi. I due diventano amanti, ma la loro storia non è felice in quanto Ulisse è consapevole della necessità di tornare ad Itaca. Nonostante ciò, egli trascorre insieme a Calipso ben sette anni, durante i quali la ninfa si innamora profondamente di lui, tanto da volergli concedere il dono dell’immortalità, fino a che gli dei non la convincono a lasciarlo ripartire. Prima di farlo, però, Calipso scatena su Hermes, messaggero degli dei, il suo dolore per l’imminente perdita dell’amato: “…Impietosi siete, o dèi, e invidiosi più di tutti, voi che vi sdegnate con le dee quando giacciono con gli uomini palesemente, se una di loro trova un amato marito…”

Nausicaa, la giovane vergine, figlia del re dei Feaci, che accoglie con gentilezza il naufrago Ulisse, lo rifocilla, gli procura delle vesti, e lo conduce nel palazzo del padre affinché racconti la sua storia. Nausicaa è una principessa destinata a prendere marito e ad essere per tutta la vita un moglie fedele e devota. Ha ancora lo spirito libero della sua giovane età e, pur non pensando ancora al matrimonio, vede in Ulisse l’uomo che vorrebbe al suo fianco. Allo stesso tempo, è anche prudente e saggia, tanto che al momento di condurre l’eroe alla casa paterna gli suggerisce di prendere una strada diversa per evitare i possibili pettegolezzi dei Feaci nel vederla insieme ad uno sconosciuto prima delle nozze. “…Voglio però sfuggire alle loro chiacchiere maligne, poiché temo che qualcuno mi mormori alle spalle: ci sono dei prepotenti fra il popolo: e uno più maligno, incontrandoci, potrebbe dire: – Chi è mai questo stranieo, bello e forte, che segue Nausicaa? Dove mai lo ha trovato? Certo sarà suo sposo… -“

Circe, la maga ammaliatrice, il personaggio femminile più misterioso dell’Odissea. Vive in uno splendido palazzo difeso da belve feroci e, dopo avere ammaliato i compagni di Ulisse con il suo canto e con bevande velenose, non esita a trasformarli in maiali e rinchiuderli nella stalla. Anche Ulisse potrebbe cadere vittima dello stesso fato, ma viene avvertito da Hermes e rifiuta le sue offerte. Però ne diventa l’amante e ottiene la liberazione dei compagni di viaggio dall’incantesimo. Per un anno gli uomini vengono ospitati in modo sontuoso nel palazzo di Circe, ma in loro è vivo il desiderio di fare ritorno a casa e avvertono Ulisse, (il quale per la seconda volta se ne era quasi dimenticato). La maga acconsente a farli ripartire, ma avverte Ulisse che ad aspettarlo ci sono ancora altre peripezie da affrontare. Gli fornisce anche dei consigli preziosi per fronteggiare al meglio la nuova sfida e gli dona un vento favorevole alla navigazione. Ciò che stupisce di Circe non è tanto la sua solitudine, quanto la trasformazione simbolica degli uomini in maiali (perché non un altro animale?)e la sua volubilità: da una passione repentina nei confronti di Ulisse passa rapidamente ad un distacco, e lo lascia andare senza le remore di Calipso. La differenza sta nel fatto che Circe non è innamorata, ma vuole soltanto divertirsi senza coinvolgimento emotivo. Per questo il suo invito non lascia spazio a dubbi: “…Suvvia, la tua spada riponi nel fodero; saliamo noi due sul mio letto, così che sul letto insieme congiunti in amore, possiamo scambiare fra noi la fiducia dell’animo…”In effetti Circe parla di fiducia, non di passione carnale e il suo sembra piuttosto un desiderio di amicizia e compagnia e, nonostante Ulisse si fosse ripromesso di non lasciarsi ammaliare, cade vittima di un incantesimo più sottile di quello della mera trasformazione in maiale e resta nel palazzo di Circe più a lungo del previsto.

Penelope, la moglie fedele, figura emblematica della moglie paziente e devota, disposta a perdonare le scappatelle del marito, pur di tenerselo accanto dopo così tanti anni di lontananza. Penelope incarna il simbolo della femminilità, la “madonna”piena di virtù, ed è facile ritrovarla in due oggetti simbolici: da un lato la tela che fila e disfa ogni notte per respingere con l’inganno le avances dei Proci, dall’altro il dilemma del letto che le permette infine di riconoscere il marito. Il letto coniugale è il luogo dell’amore legittimo per eccellenza. Il letto di Penelope, per di più, è intagliato nel legno robusto di un tronco d’ulivo, è radicato nella terra di Itaca, è un richiamo forte a tutto ciò che è terreno e concreto, come il legame che unisce i due coniugi, e che alla fine del poema trionfa: la moglie devota vince, e Omero vuole premiare la costanza epica della”saggia” Penelope, per quanto anti-femminista e antiquata ci possa sembrare. “…Quando giunse e varcò la soglia di pietra, sedette di fronte ad Odisseo, nella luce del focolare, vicino alla parete opposta: egli, appoggiato ad una grande colonna, stava seduto, lo sguardo a terra, aspettando se gli parlasse la sposa illustre, dopo averlo visto con i suoi occhi. Ma lei sedeva silenziosa, da molto, era sorpreso il suo cuore: ora le sembrava di riconoscerlo guardandolo in viso, ora invece le appariva sconosciuto con quelle vesti lacere…”

 

Il gruppo di “Letteratitudini”prevede, quindi, un’altra bella e promettente serata culturale ed è, come sempre, lieto d’invitare tutte le persone che desiderano partecipare.
Matilde Maisto

N.B. Le foto si riferiscono ad incontri precedenti.

 

8 Marzo 2015

Category : Pensieri Sparsi