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“Letteratitudini” nel 1° Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale

maggio 24th, 2015 // 7:44 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Il gruppo storico dei soci di “Letteratitudini” (Matilde Maisto, Raffaele Raimondo, Felicetta Montella, Marinella Viola, Laura Sciorio, Lella Coppola, Giannetta Capozzi, Maria Sciorio, Arkin Jafuri), nel 1° Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale, ha organizzato un incontro dal tema: La “Grande Guerra”: dolore ed umana pietà nella testimonianza poetica di Giuseppe Ungaretti.
Come sappiamo l’Italia e l’Europa nel 2015 ricordano il centenario della “Grande Guerra”, un conflitto caratterizzato da decine di milioni di morti, infatti fra il 1914 e il 1918 il mondo fu sconvolto dalla Prima Guerra Mondiale, uno spartiacque storico che segnò la fine di un’epoca: l’età delle rivoluzioni industriali, dell’illuminismo e del positivismo, con la sua ottimistica fiducia nella razionalità, nel progresso e nella scienza, terminò nel sangue.
La scintilla della Grande Guerra fu l’attentato di Sarajevo, avvenuto esattamente 101 anni fa, il 28 giugno 1914. L’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono d’Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia, in visita nella città, caddero sotto i colpi di pistola esplosi dal rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip.
Fu così che ebbe inizio la guerra, ufficialmente un mese più tardi, il 28 luglio 1914, e fu un evento destinato a cambiare radicalmente non solo la geopolitica dell’Europa, ma anche il modo di pensare e di agire dei suoi cittadini.
L’Italia dichiarò guerra all’Austria il 24 maggio 1915, entrando così nella Prima Guerra Mondiale. I nostri morti nel conflitto furono 1,24 milioni. Di questi 651mila militari e 589 mila civili.
E’ proprio in questo contesto storico che il professore Raffaele Raimondo, eccellente relatore della serata, ci ha deliziati ripercorrendo in una obbligata sintesi, l’itinerario poetico e la vicenda umana di Giuseppe Ungaretti: uomo del nostro tempo, poeta che fu unico fin dal suo esordio e, per tutta la vita, mantenne fede a quella espressione, direi quasi filosofica, dell’uomo di pena. Attraverso le varie fasi del suo percorso Ungaretti riuscirà sempre ad inserire sulla sua lingua poetica, popolare e parlata, i sensi di cui si accresceva come Uomo, rimanendo sempre fedele a quella urgenza, già presente in lui fin fai tempi del Porto Sepolto e poi dell’Allegria, ovvero la necessità umana che la storia della sua poesia non sarebbe stato altro che un diario e la storia della propria vita un’autobiografia scritta appunto per necessità umana.
Non a caso Ungaretti scriveva in ogni luogo, come non ricordare i suoi scritti d’impeto in trincea, sdraiato sul fango, accanto ad un suo compagno morto, mentre con un lapis segnava i versi sul suo quadernetto: Un’intera nottata/buttato vicino/ a un compagno massacrato… nel mio silenzio/ ho scritto/lettere piene d’amore./Non sono mai stato/tanto/attaccato alla vita. (23 dicembre 1915).
Non v’è dubbio, quindi, che tutta la sua poesia nascerà e si fonderà sulla esperienza diretta, umanamente vissuta, dolorosamente sofferta.
Ricordiamo un brevissimo e celebre componimento, incluso nella raccolta “Allegria di naufragi”. Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie. Poesia formata da un’unica e pregnante similitudine, che equipara i soldati alle foglie autunnali, simboleggiando la precarietà dell’esistenza umana durante la guerra. In essa è evidente il senso della tragedia esistenziale del primo conflitto mondiale. Anche in questo caso i versi sono scritti in trincea presso il bosco di Courton, vicino a Reims. A questo sentimento si associa l’estrema brevità del testo, che sembra quasi una fulminante scoperta della condizione assurda in cui versano i “soldati”.
Tuttavia, “L’Allegria di Naufragi” è anche la presa di coscienza di sé, è la scoperta che tutto è naufragio, tutto può essere travolto, soffocato, consumato dal tempo; è l’esultanza che l’attimo offre proprio perché fuggitivo, quell’attimo che soltanto amore può strappare al tempo, quell’allegria che non avrà mai se non il sentimento della presenza della morte da scongiurare.
Quella presa di coscienza di sé culmina con il canto “I fiumi” dove sono enumerate le quattro fonti, il Nilo, il Serchio, l’Isonzo, la Senna: i fiumi che mescolano le loro acque con il sangue del poeta.

Il Nilo è il fiume che bagna Alessandria d’Egitto dove il poeta è nato, il fiume della sua infanzia e dell’adolescenza, denso di tutta l’inesperienza e l’incosapevolezza di quell’età. Quegli anni passati in Egitto sono formativi per il poeta e quel paesaggio, quella malinconica dolcissima cantilena del beduino, quel deserto ondeggiante in cui si muove da ragazzo, è pur sempre un deserto pieno di oasi, di luoghi di speranza.
Il Serchio, invece, è il fiume che scorre vicino a Lucca, la città originaria dei suoi genitori, il fiume degli avi del poeta, il fiume dove affondano le sue radici.
La Senna che bagna Parigi dove il poeta visse parte della giovinezza, il fiume che fu testimone della sua formazione culturale e della sua maturazione morale. In questo periodo vi furono le letture e le lezioni di Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé fino all’amicizia di Apollinaire.
Ed infine l’Isonzo nelle cui acque come uomo si è liberato dalle tossine della guerra ed ha provato la sensazione di far parte della vita universale e si sente una docile fibra dell’universo, mentre le acque del fiume penetrano nel suo corpo facendolo sentire in armonia con l’universo.
Un incontro assolutamente eccezionale, condotto dal Professore Raffaele Raimondo con grande competenza che ci ha fatto vivere momenti di autentica, malinconica dolcezza con l’ascolto di alcuni canti di cori alpini: “Era una notte che pioveva” – “La montanara”. Naturalmente sono state declinate meravigliose poesie, come: Caino – San Martino del Carso – Fratelli – Dove la Luce – La Madre – Giorno per Giorno – M’illumino d’Immenso.
E, dopo esserci illuminati d’immenso, ci siamo dati appuntamento al mese prossimo con un’antologia di poesie dedicate al mare, dal titolo: “Al centro della nostra vita: il mare”.

Matilde Maisto

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Category : Cultura &Letteratitudini

“Gli emigranti” di Edmondo De Amicis

maggio 20th, 2015 // 2:00 pm @

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GLI EMIGRANTI
Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.
E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.
Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.
Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.
Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.
[p. 229 modifica]
Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro,
Frutto segreto d’infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.
Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.
E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!
E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.
Addio, poveri vecchi! In men d’un anno
Rosi dalla miseria e dall’affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.
Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire….
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.
Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.
Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.
E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.
Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.
Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.
E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.
(Edmondo De Amicis – 1882)

Category : Pensieri Sparsi

Letteratitudini – La “Grande Guerra”: dolore ed umana pietà nella testimonianza poetica di Giuseppe Ungaretti.

maggio 20th, 2015 // 1:54 pm @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Nel 1° Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale, il gruppo di “Letteratitudini” ha organizzato un incontro dal tema: La “Grande Guerra”, dolore ed umana pietà nella testimonianza poetica di Giuseppe Ungaretti.
Come sappiamo l’Italia e l’Europa nel 2015 ricordano il centenario della “Grande Guerra”, un conflitto caratterizzato da decine di milioni di morti, infatti fra il 1914 e il 1918 il mondo fu sconvolto dalla Prima Guerra Mondiale, uno spartiacque storico ch segnò la fine di un’epoca: l’età delle rivoluzioni industriali, dell’illuminismo e del positivismo, con la sua ottimistica fiducia nella razionalità, nel progresso e nella scienza, terminò nel sangue.
La scintilla della Grande Guerra fu l’attentatodi Sarajevo, avvenuto esattamente 101 anni fa, il 28 giugno 1914. L’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono d’Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia, in visita nella città, caddero sotto i colpi di pistola esplosi dal rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip.
Fu così che ebbe inizio la guerra, ufficialmente un mese più tardi, il 28 luglio 1914, e fu un evento destinato a cambiare radicalmente non solo la geopolitica dell’Europa, ma anche il modo di pensare e di agire dei suoi cittadini.
L’Italia dichiarò guerra all’Austria il 24 maggio 1915, entrando così nella Prima Guerra Mondiale. I nostri morti nel conflitto furono 1,24 milioni. Di questi 651mila militari e 589 mila civili.
E’ proprio in questo contesto storico che il professore Raffaele Raimondo, relatore della serata, desidera ripercorrere in una obbligata sintesi l’itinerario poetico e la vicenda umana di Giuseppe Ungaretti: uomo del nostro tempo, poeta che fu unico fin dal suo esordio e, per tutta la vita, mantenne fede a quella espressione, direi quasi filosofica, dell’uomo di pena. Attraverso le varie fasi del suo percorso Ungaretti riuscirà sempre ad inserire sulla sua lingua poetica, popolare e parlata, i sensi di cui si accresceva come Uomo, rimanendo sempre fedele a quella urgenza, già presente in lui fin fai tempi del Porto Sepolto e poi dell’Allegria, ovvero la necessità umana che la storia della sua poesia non sarebbe stato altro che un diario e la storia della propria vita un’autobiografia scritta appunto per necessità umana.
Non a caso Ungaretti scriveva in ogni luogo, come non ricordare i suoi scritti d’impeto in trincea, sdraiato sul fango, accanto ad un suo compagno morto, mentre con un lapis segnava i versi sul suo quadernetto: Un’intera nottata/buttato vicino/ a un compagno massacrato… nel mio silenzio/ ho scritto/lettere piene d’amore./Non sono mai stato/tanto/attaccato alla vita. (23 dicembre 1915).
Non v’è dubbio, quindi, che tutta la sua poesia nascerà e si fonderà sulla esperienza diretta, umanamente vissuta, dolorosamente sofferta.
Ricordiamo un brevissimo e celebre componimento, incluso nella raccolta “Allegria di naufragi”. Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie. Poesia formata da un’unica e pregnante similitudine, che equipara i soldati alle foglie autunnali, simboleggiando la precarietà dell’esistenza umana durante la guerra. In essa è evidente il senso della tragedia esistenziale del primo conflitto mondiale. Anche in questo caso i versi sono scritti n trincea presso il bosco di Courton, vicino a Reims. A questo sentimento si associa l’estrema brevità del testo, che sembra quasi una fulminante scoperta della condizione assurda in cui versano i “soldati”.
Molto ci sarà ancora da dire su questo poeta, ma lasciamo volentieri il campo al nostro relatore, professore Raffaele Raimondo, che sicuramente ci delizierà con il suo approfondito e competente resoconto.
Come sempre invito tutti a partecipare all’incontro che sarà motivo di arricchimento culturale, ma anche un piacevole afflato tra amici che amano la letteratura.
Matilde Maisto

 

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Category : Cultura &Letteratitudini

Dal monologo di Molly Bloom

maggio 15th, 2015 // 7:24 am @

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Lui quel giorno che eravamo stesi tra i rododendri sul promontorio di Howth con quel suo vestito di tweed grigio e la paglietta il giorno che feci fare la dichiarazione sim prima gli passai in bocca quel pezzetto di biscotto all’anice ed era un anno bisestile come ora si 16 anni fa Dio mio dopo quel bacio così lungo non avevo più fiato si disse che ero un fior di montagna si siamo tutti fiori allora un corpo di donna si è stata una delle poche cose giuste che ha detto in vita sua e il sole splende per te oggi si perciò mi piacque si perché vidi che capiva o almeno sentiva cos’è una donna e io sapevo che me lo sarei rigirato come volevo e gli detti quanto più piacere potevo per portarlo a quel punto finchè non mi chiese di dir di si e io dapprincipio non volevo rispondere guardavo solo in giro il cielo e il mare e pensavo a tante cose che lui non sapeva di Mulvey e mr Stanthope e Hester e papà e il vecchio capitano Groves e i marinai che giocavano al piattello e alla cavallina come dicevan loro sul molo e la sentinella davanti alla casa del governatore con quella cosa attorno all’elmetto bianco povero diavolo mezzo arrostito e le ragazze spagnole che ridevano nei loro scialli e quei pettini alti e le aste la mattina i Greci e gli Ebrei e gli Arabi e il diavolo chi sa altro da tutte le parti d’europa e Duke street e il mercato del pollame un gran pigolio davanti a Larby Sharon e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati e gli uomini avvolti nei loro mantelli addormentati all’ombra sugli scalini e le grandi ruote dei carri dei tori e il vecchio castello e vecchio di mill’anni si e quei bei mori tutti in bianco e turbanti come re che chiedevano di metterti a sedere in quei buchi di botteghe e Ronda con le vecchie finestre delle posadas fulgidi occh celava l’inferriata perché il suo amante baciasse le sbarre e le gargotte mezzo aperte la notte che perdemmo il battello ad Algesiras il sereno che faceva il suo giro con la lampada e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo Oh e il mare il mare qualche volta cremisi come il fuoco e gli splendidi tramonti e i fichi nei giardini dell’Alameda sì e tutte quelle stradine curiose e le case rosa e azzurre e gialle e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus e Gibilterra da ragazza dov’ero un Fior di montagna sì quando mi misi la rosa nei capelli /come facevano le ragazze andaluse o ne porterò una rossa sì e come mi baciò sotto il muro moresco /e io pensavo be’ lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora sì allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio sì.
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Category : Pensieri Sparsi