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“Spesso il male di vivere ho incontrato…” Eugenio Montale – Per “Letteratitudini” mese di Aprile 2016

maggio 16th, 2016 // 9:59 am @

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L’incontro di “Letteratitudini” del mese di Aprile 2016, previsto per il 28 Aprile 2016, è purtroppo saltato a causa di un disguido, dovuto ad un impegno inderogabile della coordinatrice del gruppo, Matilde Maisto.

Tuttavia è doveroso segnalare che per la serata era stato previsto un approfondimento su Eugenio Montale e le sue celeberrime opere.

Di seguito il materiale predisposto:

 

 Meriggiare pallido e assorto
Presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi
(Ossi di seppia)

 

Nato a Genova nel 1896, trascorre l’infanzia tra la sua città natale e Monterosso, luoghi che gli  offriranno una fonte di ispirazione per le sue opere. Sarà sempre un uomo schivo e distaccato e, nonostante il suo presentarsi non come letterato professionale ma come uomo comune che scrive solo per sé stesso, diverrà uno dei poeti più rappresentativi del ’900, tanto da ricevere, nel 1975, il premio Nobel per la letteratura.

La spontaneità è, dunque, il carattere che della sua poesia l’autore vuole sottolineare, come risulta dall’ “Intervista Immaginaria” , pubblicata nel 1946 “Le mie poesie sono funghi nati spontaneamente in un bosco; sono stati raccolti, mangiati”.  Una spontaneità che comunque non prescinde da una solida formazione culturale, seppure non condotta attraverso il canonico percorso universitario, ma frutto di un autonomo e  solitario studio.

Intorno al’23 comincia a elaborare una raccolta poetica che porta inizialmente il titolo di Rottami. Con questo titolo paga il suo debito nei confronti di una tradizione espressionista legata alla rivista “La Voce” e ai suoi poeti come Clemente Rebora e Camillo Sbarbaro, autore di Frantumi. La vita di Montale appare priva di avvenimenti e in una poesia di Ossi di Seppia, Arsenio, il poeta la definisce una “vita strozzata”,

riprendendo un’espressione che Benedetto Croce aveva usato per Leopardi. Una vita strozzata che non riesce a conoscere l’esistenza in senso pieno.

 

Nell’epoca fascista Montale si avvicina alla resistenza antifascista: pubblica

nel 1925 Ossi di Seppia, la prima raccolta edita da Piero Gobetti, che l’anno successivo verrà ucciso dai fascisti, e sempre nel ’25 firma il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” di Benedetto Croce.
Negli anni successivi il poeta si ritira a Firenze, si impiega in una biblioteca, vive ospite a casa dello storico d’arte Matteo Marangoni, marito di Drusilla Tanzi, con cui Montale avrà una lunga relazione, fino alla morte di lei negli anni ’60 e celebrata nella poesia Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale della raccolta Satura. Ma un’altra donna sarà importante per la vita del poeta, Irma Brandeis, americana, di origine ebraica e critica letteraria, con cui nascerà una storia d’amore, che si concluderà nel 1938. Questa donna diventa nella poesia di Montale emblema di una salvezza possibile, soprattutto nella raccolta Le occasioni, dove compare con il soprannome-senhal di Clizia.

 

Nel 1939 Montale pubblica la sua seconda raccolta, Le occasioni, forse la raccolta di poesie più importante del Novecento. Viene pubblicata da Einaudi, una nuova casa editrice, centro di raccolta di scrittori e intellettuali antifascisti. Nel dopoguerra (1948) si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare con il Corriere della Sera. Nel 1956 pubblica La bufera e altro, una raccolta di componimenti riguardanti la guerra e il dolore. Dopo la Bufera, la poesia di Montale prende una piega intimista e crepuscolare. Nel 1966 le poesie raccolte in Xenia sono dedicate alla moglie defunta, Drusilla Tanzi, detta “Mosca”. La raccolta verrà poi pubblicata insieme alla raccolta Satura nel 1971. Nel 1975 Montale ottiene il premio Nobel per la letteratura per poi morire nel 1981 a Milano.

 

OSSI DI SEPPIA

Ossi di seppia comprende ventitré liriche, ed è una delle otto sezioni della prima raccolta di poesie di Montale: Movimenti, Poesie per Camillo Sbarbaro, Sarcofaghi, Altri versi, Ossi di seppia, Mediterraneo, Meriggi ed ombre; a questi fanno da cornice una introduzione (In limine) e una conclusione (Riviere).

 

 I LIMONI

« Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una VERITà

Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità. »

Significato del componimento

“I limoni“, umile pianta, diventano simbolo della poetica di Montale che canta povere e semplici cose e tende a instaurare un rapporto diretto con gli oggetti e le piante. L’apertura della poesia ha un tono polemico: Montale rifiuta i “poeti laureati” che hanno falsato la realtà rappresentandola con uno stile aulico, per avere onori e gloria. Egli ama il linguaggio comune, familiare, per descrivere il paesaggio aspro e brullo della sua Liguria, ama le stradette che conducono ai fossati, le “pozzanghere mezzo seccate”, dove i ragazzi “agguantano qualche sparuta anguilla” e le viuzze che portano agli orti ravvivati dal giallo dei limoni dove hanno tregua il conflitto di sentimenti e delle sofferenze distratte dal loro profumo.

 

MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Potremo dire che il poeta paragona la vita dell’uomo piena di travagli e sofferenze al camminare lungo un muro nell’ora più calda del giorno, e voler superare quest’ostacolo senza riuscirci perché bloccato da un mucchio di cocci aguzzi; allo stesso tempo l’uomo cammina, vive, osserva ogni aspetto della natura, trova il suo “mare” da cui attingere la conoscenza, ma non è in grado di individuare il senso vero della vita, bensì è limitato nella sua ricerca dall’impossibilità di proseguire lungo il suo cammino. Egli vede nelle “scaglie di mare” (che suscitano allo stesso tempo un senso di aridità e scagliosità) il raggiungimento di una verità a cui non riesce ad arrivare. L’uomo cerca continuamente e intensamente il senso vero della natura, ma nella sua condizione non è mai in grado di trovarlo.

SPESSO IL MALE DI VIVERE

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Questa poesia è strutturata in due parti, nella prima quartina il poeta esprime la realtà sperimentata nella sua vita, “il male di vivere“; nella seconda metà il limitato “bene” che ha avuto modo di conoscere, cioè una via di scampo trovata nell’Indifferenza. Il poeta dice di aver incontrato nella propria esistenza soltanto dolore che si abbatte indifferentemente su animali e cose, male che non fa vivere, rappresentato dalle figure del ruscello, della foglia, del cavallo.

 

LE OCCASIONI

Le occasioni è il titolo della seconda raccolta poetica di Montale, pubblicata da Einaudi nel 1939. Essa annovera al suo interno la produzione poetica dell’autore tra il 1928 e il 1939. Rispetto ad Ossi di seppia, sono evidenti da subito alcuni cambiamenti nella poetica montaliana: dalla poesia del paesaggio ligure di Ossi di seppia passiamo (complice anche il trasferimento del poeta a Firenze nel 1927) a testi che si concentrano maggiormente su una figura femminile, di nome Clizia, che, amata e mancante, diventa una figura emblematica della poesia di Montale. Clizia – al secolo, Irma Brandeis – assume contemporaneamente i tratti di una donna reale e quelli della donna salvatrice e angelicata, che, richiamando alla memoria la tradizione stilnovista, diventa per il poeta l’ultima àncora di salvezza dal disastro storico e personale cui egli assiste

 

LA CASA DEI DOGANIERI

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscuri

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)

Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

 

La poesia indica già dal titolo l’ambientazione del ricordo del poeta: questa casa, che è uno dei posti di guardia della dogana situati lungo la costa, si trova a Monterosso ed è il luogo in cui Montale ha conosciuto una giovane villeggiante di nome Arletta o Annetta, alla quale egli si rivolge nel componimento, che gli ispirò molte liriche nelle quali è presentata come una fanciulla morta giovane. La realtà biografica è comunque probabilmente diversa da quella poetica: Annetta è stata identificata con quasi assoluta certezza in Anna degli Uberti, figlia di un ammiraglio romano nata nel 1904, la quale, fino al 1924, trascorse regolarmente le vacanze estive a Monterosso; dopo quella data i rapporti tra la ragazza e Montale cessarono quasi del tutto, sebbene Anna degli Uberti sia vissuta ancora molti anni, fino al 1959.

LA SPERANZA DI PUR RIVEDERTI

La speranza di pure rivederti
m’abbandonava;

e mi chiesi se questo che mi chiude
ogni senso di te, schermo d’immagini,
ha i segni della morte o dal passato
è in esso, ma distorto e fatto labile,
un tuo barbaglio:

(a Modena, tra i portici,
un servo gallonato trascinava
due sciacalli al guinzaglio).

 

E’ uno dei venti componimenti della seconda sezione delle Occasioni, che ha titolo collettivo Mottetti ed è stata scritta nel 1937.

Il componimento, ispirato da Clizia, è un unico enunciato che si suddivide in tre periodi ritmici. Nei primi due versi, Montale si rivolge a Clizia dicendole che la speranza di vederla nuovamente svaniva sempre più; questa è la condizione in cui versa il poeta, in cui matura il dubbio espresso in seguito (espresso dalla congiunzione e posta al principio del terzo verso).

Nel secondo periodo ritmico egli afferma che (allora) si chiese se la realtà in cui viveva, la grande quantità di immagini che impedivano di vederla e di sentirla, avesse i segni della morte o non avesse in sé, portato dal passato, un segno luminoso della sua presenza, per quanto distorto e reso debole dal tempo trascorso e dalla lontananza.

Negli ultimi tre versi l’autore indica tra parentesi il luogo e l’occasione che gli hanno ispirato questa poesia: era a Modena e stava passeggiando sotto i portici quando incontrò un servo in livrea che portava a spasso due sciacalli.

 

La raccolta dal titolo tanto esemplificativo, La bufera e altro di Eugenio Montale venne pubblicata nel 1956. E’ divisa in sette sezioni, che si distinguono l’una dall’altra per la varietà dei temi trattati, dall’attualità drammatica della guerra alla funzione testimoniale della poesia delle ultime liriche: Finisterre; Dopo; Intermezzo; Flashes e dediche; Silvae; Madrigali privati; Conclusioni provvisorie, in tutto 58 poesie. Essa racchiude al suo interno poesie composte tra il 1939 e il 1956: anni che abbracciano un periodo storico molto denso e significativo per l’Italia e l’Europa in genere. Ne La bufera il male di vivere diventa insomma cosmico ed universale, conseguenza tangibile del terribile momento storico

La primavera hitleriana

 

Questa poesia, scritta nel 1939 e pubblicata nel 1946 sulla rivista fiorentina «Inventario», fa parte della sezione Silvae.

La struttura metrica presenta quattro strofe di diversa lunghezza. I lunghi versi liberi (fino a diciotto sillabe) sono inframmezzati dagli endecasillabi.

 

Né quella ch’a veder lo sol si gira…

DANTE (?) a Giovanni Quirini*

 

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite

turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,

stende a terra una coltre su cui scricchia

come su zucchero il piede; l’estate imminente sprigiona

ora il gelo notturno che capiva

nelle cave segrete della stagione morta,

negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.

 

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale

tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso

e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,

si sono chiuse le vetrine, povere

e inoff ensive benché armate anch’esse

di cannoni e giocattoli di guerra,

ha sprangato il beccaio che infi orava

15 di bacche il muso dei capretti uccisi,

la sagra dei miti carnefi ci che ancora ignorano il sangue

s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,

di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere

le sponde e più nessuno è incolpevole

 

Tutto per nulla, dunque? – e le candele

romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente

l’orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii

forti come un battesimo nella lugubre attesa

dell’orda (ma una gemma rigò l’aria stillando

25 sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi

gli angeli di Tobia, i sette, la semina

dell’avvenire) e gli eliotropi nati

dalle tue mani – tutto arso e succhiato

da un polline che stride come il fuoco

30 e ha punte di sinibbio…

 

Oh la piagata

primavera è pur festa se raggela

in morte questa morte! Guarda ancora

in alto, Clizia, è la tua sorte, tu

35 che il non mutato amor mutata serbi,

fino a che il cieco sole che in te porti

si abbàcini nell’Altro e si distrugga

in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi

che salutano i mostri nella sera

40 della loro tregenda, si confondono già

col suono che slegato dal cielo, scende, vince –

col respiro di un’alba che domani per tutti

si riaffacci, bianca ma senz’ali

di raccapriccio, ai greti arsi del sud…

 

La guerra vicenda cosmica

Nel volume La bufera e altro una nota dell’autore chiarisce l’avvenimento politico da

cui il componimento trae spunto: «Hitler e Mussolini a Firenze. Serata di gala al

teatro Comunale. Sull’Arno, una nevicata di farfalle bianche». I fatti della cronaca

e i drammatici eventi storici collocati in uno scenario cosmico-religioso accostano

realismo e ansia metafisica.

La visita di Hitler, ricevuto a Firenze da Mussolini e dagli scherani del regime

(9 maggio 1938), è vissuta dal poeta con orrore e sdegno: Hitler è un messo infernale

e l’incontro con Mussolini è una tregenda, un convegno di demoni.

La natura stessa, con la neve di primavera, sembra raggelata dall’evento, sembra

anticipare il gelo della morte che la guerra porta con sé (le falene-neve su cui scricchiolano i piedi alludono alle vite umane lacerate).

L’immagine della primavera (vv. 31-33) che sconfigge la morte verso cui si avvia il

mondo e il suono mandato dal cielo che scende a vincere il male sono l’annuncio della fine del nazifascismo e di una rinascita

 

 

 

 

 

Category : Cultura &Letteratitudini