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“Letteratitudini” saluta la stagione culturale 2015/2016

giugno 26th, 2016 // 6:09 pm @

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Cancello ed Arnone ( Matilde Maisto) – Come da programma, lunedì 20 giugno u.s. h avuto luogo l’incontro di Letteratitudini dei soci fondatori di questa bella realtà culturale a Cancello ed Arnone.

Infatti gli amici di Letteratitudini: Giannetta Capozzi, Lella Esposito Arkin Jasufi, Felicetta Montella, Raffaele Raimondo, Laura Sciorio, Marinella Viola, guidati dalla coordinatrice del gruppo culturale, Matilde Maisto, hanno organizzato una eccezionale serata inerente l’Addio/Arrivederci/ciao.

Sappiamo che ogni congedo comporta quel particolare saluto che è l’addio. Il nostro tempo, con il frenetico susseguirsi degli eventi e con il correlativo accorciarsi delle attese, ha ridotto ad una pura convenzione l’augurio di salvezza implicito in ogni saluto e il congedo tragico immanente in ogni addio. Eppure questo particolare gesto, che mantiene e custodisce la lontananza  è sempre stato presente, come “figura” principe nella letteratura e nell’arte di tutti i tempi.

Tantissimi, quindi, i poeti che nel corso dei tempi hanno cantato il tema dell’Addio in Storia e Letteratura.

Pensiamo, ad esempio, l’addio degli emigranti, oppure “Addio ai Monti” di Alessandro Manzoni; “I Malavoglia” di Giovanni Verga.

L’addio degli emigranti, l’allontanamento dalla propria patria, dalla propria casa, da tutto ciò che vi è di più caro. Un tema, questo, che per la drammaticità intrinseca ben si presta a numerosissime interpretazioni letterarie, che a seconda dell’autore e del periodo storico raccontano e analizzano da punti di vista e con tecniche e stili differenti, un atto di per sé sempre doloroso.

Prendiamo “l’Addio ai monti”, celebre passo tratto dal capitolo VIII de “I Promessi Sposi”: in seguito al tentativo fallito di ingannare don Abbondio, Renzo, Lucia e Agnese si vedono costretti ad abbandonare il paesello in cui vivono, aiutati da Fra Cristoforo. Ed è proprio mentre i tre si allontanano a bordo di una piccola imbarcazione a remi che Lucia, volgendo la testa indietro, dà un ultimo saluto a quei luoghi tanto amati. Nonostante si tratti di un testo in prosa il passo può essere a tutti gli effetti definito come una delle pagine più liriche del romanzo.

Famosissimo è L’addio di ‘Ntoni  “Una sera, tardi, il cane si mise ad abbaiare dietro l’uscio del cortile, e lo stesso Alessi, che andò ad aprire, non riconobbe ‘Ntoni il quale tornava colla sporta sotto il braccio, tanto era mutato, coperto di polvere, e colla barba lunga… (da I Malavoglia, cap. XV)   Questo brano chiude il romanzo I Malavoglia: il giovane ‘Ntoni ha scontato la pena che la società gli ha imposto per aver svolto attività illecite, ma solo adesso si appresta a scontare veramente la sua colpa. La condizione di estraneità del personaggio è subito evidenziata dall’abbaiare del cane che non conosce ‘Ntoni, e quasi non lo riconoscono neppure Alessi e Mena tanto era mutato, coperto di polvere, e colla barba lunga. Il giovane Malavoglia non appartiene più al suo mondo d’origine e il ritorno alla casa del nespolo è in realtà un addio definitivo: egli sa di aver tradito i valori morali della famiglia e di non poter offendere con la sua presenza il nucleo ricostituito degli affetti e dell’onore. La sua visita ad Aci Trezza, quindi, si configura come un ultimo, intenso saluto al passato: ‘Ntoni ripercorre i luoghi della propria casa come se li vedesse per la prima volta (… va guardando in giro le pareti, come non le avesse mai viste), perché per la prima volta ha compreso il valore di ciò che essi rappresentano: l’unità familiare, l’affetto, l’onore, l’onestà. Alessi e Mena, d’altra parte, pur dimostrando con i loro semplici gesti l’affetto nutrito per il fratello (Gli misero fra le gambe la scodella, perché aveva fame e sete; Alessi gli buttò le braccia al collo), condividono la sua scelta di allontanarsi, ritenendola l’unica possibile. La condanna di ‘Ntoni, insomma, non poteva essere più dura: proprio ora che «sa ogni cosa», deve andarsene, nonostante il rammarico. L’esclusione di ‘Ntoni è definitiva e irreversibile: nel momento in cui le ha tradite, egli ha perso le sue radici ed è solo in mezzo al paese. .

Io stessa, nel mio piccolo, ho composto un racconto breve riguardante“l’addio”:

 CHE GIORNO E’…

Un giorno qualunque, umido, uggioso, freddo. Nuvole basse coprivano il cielo, non pioveva, ma c’era presagio di precipitazioni imminenti. Una giornata pesantemente tediosa, malinconica e triste.

Poi, come previsto, la pioggia arrivò ed io avvertii la netta sensazione di vivere uno di quei squallidi giorni, apparentemente inutili e noiosi, nei quali non succede nulla di speciale. Tu vorresti solo essere in casa e sonnecchiare accoccolata su una comoda poltrona accanto ad uno camino con un fuocherello scoppiettante. Invece, quella volta, da lì a poco avrei preso un treno che mi avrebbe portato lontano, molto lontano!

Col naso incollato al finestrino, vedevo passare persone frettolose, tutte imbacuccate, ben coperte in abiti pesanti e caldi. Per la verità,  immaginavo che fosse così, dato che i miei lunghi sospiri, a tratti, rendevano il vetro opaco ed ed iridescente e, in tal modo, non vedevo più nulla. Poi, all’improvviso, la figura della mamma mi apparve d’incanto attraverso il vetro. Non piangeva, ma il suo viso era molto triste; mi girai verso di lei che mi guadava con tutto l’amore che aveva nel cuore. I suoi occhi erano splendenti, luminosi ed amorevoli; mi abbracciò dolcemente e disse: -Mi raccomando copriti bene e indossa il golf di lana pesante!- Ed io ubbidii alla mia mamma; presi il maglioncino che ella stessa aveva lavorato a mano per me e pensai: -Ma come posso indossare questo golf ? E’ talmente pesante che sarebbe come portare un peso sulle spalle.- Intanto, rigirandolo, lo piegai e lo appoggiai sulla valigia in corridoio. Frettolosamente baciai mia madre e fui in strada, dove un  taxi mi portò alla stazione, per salire su un treno diretto a Milano. Lì mi attendeva la mia nuova vita…Non passò molto tempo e ricevetti una telefonata: mia madre stava male… Partii subito, ma non feci in tempo ad arrivare: lei se ne era “andata”, senza salutarmi, poco prima che io giungessi al suo capezzale… Ed ora sono qui; ho sul braccio il golf che lei ha lavorato per me; sento ancora la sua voce che mi dice di indossarlo per non prendere freddo; vedo i suoi occhi limpidi che mi sorridono, che continuano a dichiararmi “amore”, ma…io non so darmi pace! Continuo a chiederle: -Mamma, perché non mi hai aspettata ?-

Molto vario, dunque, il tema dell’addio, ma la serata di Letteratitudini è stato soprattutto un arrivederci al nuovo anno 2016/2017.

Per questo ultimo incontro è stata prevista la lettura e la discussione  di alcune meravigliose poesie, come: “Lettera di addio” di Gabriel Garcia Marquez – “Stavo per dirti addio” di Paolo Silenziario – “Addio!” di Giovanni Pascoli – “Farewell” di Pablo Neuda – “Addio” di Nazim Hikmet – “Addio a una vista” di Wislawa Szymborska – “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco – “Ciao” di Mariella Mulas.

Comunque la serata non è stata improntata esclusivamente sulla cultura, ma anche sulla convivialità ed il piacere di stare insieme, gustando un’ottima cenetta in compagnia.

Ed allora: ciao, ciao, lieve parola che induce al sorriso, al piacere dell’incontro, a condividere poi lo stesso attimo negli sguardi che si abbracciano!

Buone vacanze, ci rivediamo ad Ottobre prossimo!

Category : Cultura &Letteratitudini

Lunedì 20 Giugno p.v. ultimo incontro di “Lettaratitudini” per la stagione 2015/2016

giugno 13th, 2016 // 7:07 am @

 

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – Lunedì 20 Giugno 2016 ore 20,30, ultimo incontro della stagione culturale 2015/2016 per “Letteratitudini”. Infatti il tema è proprio quello dell’Addio/Arrivederci/ciao: “Adios compadres – l’addio è necessario prima che ci si possa ritrovare. E poi il ritrovarsi, è certo per coloro che sono amici”.

A proposito dell’addio, mi piace ricordare una frase di Jorge Louis Borges che dice: “Con ogni addio impari. E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno e la compagnia non è sicurezza. E inizi a imparare che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse”

E’ una frase molto bella, ma l’addio dei componenti di Letteratitudini, in realtà è solo “un arrivederci” ad ottobre prossimo, quando riposati ed ancora abbronzati dal sole, ritorneremo per raccontarci le nostre avventure estive e vacanziere, pronti ad iniziare un nuovo anno ricco di eventi culturali.

Per questo ultimo evento è stata prevista la lettura e la discussione  di alcune meravigliose poesie, come: “Lettera di addio” di Gabriel Garcia Marquez – “Stavo per dirti addio” di Paolo Silenziario – “Addio!” di Giovanni Pascoli – “Farewell” di Pablo Neuda – “Addio” di Nazim Hikmet – “Addio a una vista” di Wislawa Szymborska – “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco – “Ciao” di Mariella Mulas.

Sarà una serata all’insegna della convivialità e dei saluti e, come sempre, sarà molto istruttiva, perché ognuno di noi avrà imparato qualche cosa di nuovo ed interessante dall’altro, come sempre accade.

Grazie amici, buone vacanze!

Category : Cultura &Letteratitudini

Letteratitudini mese di Maggio 2016: “Maggio…Maggio…Maggio – rose, mamma e Maria”

giugno 5th, 2016 // 2:03 pm @

letteratitudini-web

 

Cancello ed Arnone (di Redazione) – L’incontro di “Letteratitudini” del mese di  Maggio 2016, previsto per venerdì 27 maggio 2016, è  stato, purtroppo, ancora una volta,  rinviato a causa di  impegni inderogabili.

Tuttavia è doveroso segnalare che per la serata  era stato previsto un approfondimento su  poesie dedicate a Maggio: rose, mamma e Maria.

Le poesie di maggio sono piene di luci, colori, sapori. Del resto maggio è uno dei mesi che riscuotono più successo, da parte di tutti: l’estate è lì a portata di mano, le scuole stanno per terminare, ci sono celebrazioni a vari livelli. E’ il mese delle rose, della mamma, della Madonna.  E poi è un mese che inizia con un giorno di festa: come si fa a non amarlo?

Tra le tante poesie che celebrano maggio ne abbiamo scelte alcune che ci sembrano molto belle come: Maggiolata di Giosuè Carducci, Era di Maggio di Rabindranath Tagore, Brezze di maggio di James Joyce, Maggio di Giorgio Caproni, Era de’ Maggio di Salvatore Di Giacomo, Il giardino nel bosco di Giuseppe Fanciulli, Maggio che porti le speranze e i fiori di Enrico Pea.

E poi c’è un classico, l’Ode alla Rosa di Saffo, Rime Eterne…: perché la Rosa, oh la Rosa! E’ dei fiori pupilla, è rossore dei campi che leggiadri si sanno. E’ tempo di bellezza e nell’ombracolo ignari trafigge pallidi amanti, nello splendore immoti, Oh la Rosa respira d’amore! Alle rosse labbra di Afrodite, invocata al festino, la coppa solleva, la Rosa! Oh! Inanellata per i mortali le dolci foglie, la Rosa gode del continuo ondulare dei petali che ridono al vento ridente dell’Ovest!

Maggio è anche il mese della festa della mamma, e noi abbiamo scelto: “Mammà” (anonimo)..Nun ero ancora nato già me vulive bene. ‘A freve,’a tosse, ‘e nzirie: te n’aggio dato pene. Ma tu maie nu sfastirio, vicino ‘a cunnulella…

E dulcis in fundo Maggio è il mese dedicato alla Madonna. E’ stato approfondito il tema con David Maria Turoldo, cantore della Vergine. “In amor di nostra Donna”, il grande ‘Servo di Santa Maria’ ha come dettato la sua epigrafe più vera scrivendo: il cuore del poeta è esilarante e sa raccogliere le voci dell’umanità e cantare: è una voce che canta per tutti, nella profondità di una ricchissima antologia tra poesia e preghiera, in dialogo con Maria.

Intanto l’appuntamento con i soci di Letteratitudini è stato rinviato al 20 Giugno prossimo, incontro che sarà anche l’ultimo della stagione 2015/2016, per cui si è pensato ad un tema che riguardi i saluti: “Adios compradres – l’addio è necessario prima che ci si possa ritrovare. E poi il ritrovarsi, è certo per coloro che sono amici”

Matilde Maisto

 

Di seguito il materialepreparato per Maggio 2016:

 

MAGGIO: rose, mamma e Maria

UN CLASSICO , ODE ALLA ROSA DI SAFFO, RIME ETERNE…

 

PERCHE’ LA ROSA, OH LA ROSA! E’ DEI FIORI PUPILLA,
E’ ROSSORE DEI CAMPI CHE LEGGIADRI SI SANNO,
E’ TEMPO DI BELLEZZA E NELL’OMBRACOLO IGNARI
TRAFIGGE PALLIDI AMANTI, NELLO SPLENDORE IMMOTI.
OH, LA ROSA RESPIRA D’AMORE! ALLE ROSSE LABBRA
DI AFRODITE, INVOCATA AL FESTINO, LA COPPA SOLLEVA, LA ROSA!
OH! INANELLATE PER I MORTALI LE DOLCI FOGLIE,
LA ROSA GODE DEL CONTINUO ONDULARE DEI PETALI
CHE RIDONO AL VENTO RIDENTE
DELL’OVEST!

 

 

Rose ai pilastri
Rose ai pilastri, rose lungo i muri
e dentro i vasi, da per tutto rose
che sbocciano fiammanti e sanguinose
come ferite sopra i seni impuri.

Rose thee dai bei labri immaturi
dalle fini ceramiche untuose,
rose di siepe, rose rugiadose
avvinghiate ai cancelli e ai vecchi muri.

Eruzione di rose nei giardini,
di rive sanguinose ed odorose,
vive e rampanti per la mia ringhiera.

Rose e rose ne i miei vasi murrini
rose odorose, rose sanguinose
rosee bocche della primavera!
Andrea Zanzotto

 

POESIE DEL MESE DI MAGGIO (LETTERATITUDINI  27 MAGGIO 2016)

 

Maggiolata

Maggio risveglia i nidi,
maggio risveglia i cuori;
porta le ortiche e i fiori,
i serpi e l’usignol.
Schiamazzano i fanciulli
in terra, e in ciel li augelli:
le donne han ne i capelli
rose, ne gli occhi il sol.
Tra colli prati e monti
di fior tutto è una trama:
canta germoglia ed ama
l’acqua la terra il ciel.
E a me germoglia in cuore
di spine un bel boschetto;
tre vipere ho nel petto
e un gufo entro il cervel.

 

Giosuè Carducci

 

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Era di Maggio

 

Era di maggio. Il pomeriggio afoso
sembrava interminabile. La terra riarsa
si spaccava nel gran caldo, assetata.
Dalla riva del fiume udii una voce
che gridava: “Vieni, tesoro mio”.
Chiusi il libro e aprii la finestra
per guardare fuori.
Vidi presso il fiume un grande bufalo, coperto di fango,
che guardava in giro con occhi placidi e pazienti;
un ragazzo, nell’acqua fino al ginocchio, lo chiamava
per farlo bagnare.
Sorrisi compiacente ed ebbi un senso di dolcezza
che m’invase il cuore.

 

Rabindranath Tagore

 

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Brezze di maggio

 

Brezze di maggio, danzanti sul mare!
Via che danzate di solco in solco
il girotondo esultante, mentre in alto
vola la spuma a farsi ghirlanda
d’argentei archi gettati sull’aria,
vedete l’amor mio da qualche parte?
Ahimè! Ahi!
Brezze di maggio!
Amore è misero se il suo amore è assente.

 

James Joyce

 

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Maggio

 

Al bel tempo di maggio le serate
si fanno lunghe; e all’odore del fieno
che la strada, dal fondo, scalda in pieno
lume di luna, le allegre cantate
dall’osterie lontane, e le risate
dei giovani in amore, ad un sereno
spazio aprono porte e petto. Ameno
mese di maggio! E come alle folate
calde dall’erba risollevi i prati
ilari di chiarore, alle briose
tue arie, sopra i volti illuminati
a nuovo, una speranza di grandiose
notti più umane scalda i delicati
occhi, ed il sangue, alle giovani spose.

 

Giorgio  Caproni

 

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Era de maggio

 
Era de maggio e te cade ano ‘nzino
a schiocche a schiocche li ccerase rosse…
Fresca era ll’aria e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciente passe.
Era de maggio – io, no, nun me scordo –
na canzona cantàvamo a ddoje voce:
cchiù tiempo passa e cchiù me n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce.
E diceva. «Core, core!
core mio, luntano vaje;
tu me lasse e io conto ll’ore,
chi sa quanDo turnarraje!»
Rispunnev’io: «Turnarraggio
quanDo tornano li rrose,
si stu sciore torna a maggio
pure a maggio io stonco ccà».

E so’ turnato, e mo, comm’a na vota,
cantammo nzieme lu mutivo antico
passa lu tiempo e lu munno s’avota,
.
ma ammore vero, no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, m’annamuraje,
si t’allicuorde, finanze a la fontana:
l’acqua llà dinto non se secca maje,
e ferita d’ammore non se sana.
Nun se sana; ca sanata
si se fosse, gioia mia,
mmiezo a st’aria mbarzamata
a guardare io non starria!
E te dico – Core, core!
core mio, tornato io so’:
torna maggio e torna ammore,
fa de me chello che buo’!


Salvatore Di Giacomo (1885)

 

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Il giardino nel bosco

 

 

In un mese di maggio
era nato sul limite di un bosco
un piccola giardino,
così, per un capriccio di natura
o uno scherzo del vento.
V’era di tutto: viole, ciclamini,
rose, bottoni d’oro,
gladioli bianchi e azzurri fiordalisi;
lungo il tronco di un leccio,
alti su l’erbe i freschi semprevivi,
salivano i convolvoli.
Tanta bellezza invero era sciupata,
chè la zona del bosco
era lontana e mai nessun vi andava.
Ma, ugualmente felici,
i fiori si scaldavano al buon sole;
e facevan festa
ai leprotti, agli insetti ed agli uccelli:
a tutte le creature viventi
oppure solo di passaggio
nei boschi a maggio.

 

 

Giuseppe Fanciulli

 

 

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Maggio, che porti le speranze e i fiori

 

Maggio, che porti le speranze e i fiori
per fare ghirlandette alla Regina;
che porti le farfalle luminose,
che porti il pane, frutto di stagione,
mattini rugiadosi, notti chiare
perché nel cielo migrino le stelle;
Maggio, che sai le fole di mill’anni,
dimmi, conosci dove alberghi pace?

 

Enrico Pea (da Fole, 1910)

 

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MAMMÀ (anonimo)

Nun ero ancora nato

già me vulive bene.

’A freva, ’a tosse, ’e nzirie:

te n’aggio dato pene.

Ma tu maie nu sfastirio,

vicino ’a cunnulella

n’he’ perzo suonno e suonno

pe’ chesta criaturella,

pronta a rialarme sempe

nu munno ’e tennerezza,

vase, carezze, abbracce,

surrise d’allerezza.

Si ’a vita toia, ’a vita,

t’avess’addimannata,

no una, ciento vote

tu me l’avisse data.

Tutto m’he’ dedicato:

penziere e sentimente,

mentr’io, mammà, i’ a tte

che t’aggio dato? Niente!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

David Maria Turoldo, cantore della Vergine 

di LUIGI M. DE CANDIDO

“In amor di Nostra Donna”
Il grande ‘Servo di Santa Maria’ ha come dettato la sua epigrafe più vera scrivendo: “Il cuore del poeta è esilarante e sa raccogliere le voci dell’umanità e cantare: è una voce che canta per tutti”, nelle profondità di una ricchissima antologia tra poesia e preghiera, in dialogo con Maria.

“Io sono un frate dell’Ordine dei Servi di Santa Maria, un Ordine di origine medioevale… Figlio di quei famosi Sette Santi fiorentini che sono tra i primi a fondare la ‘compagnia dei laudesi’: gente che si raduna per cantare alla Vergine, nuovi ‘trovadori’, poeti della Grande Madre”.

In poche righe autobiografiche David Maria Turoldo (Coderno in Friuli 1916 – Milano 1992) confida quali sono radici e stile della sua identità di poeta (riconosciuto con ampi consensi come uno tra i più grandi poeti religiosi del Novecento) anche nell’innumere arpeggiare e ‘laudare’ a Santa Maria. Egli non è mariologo nel senso di autore di trattati sistematici di teologia mariana. Offre una mariologia intarsiata di immagini, arpeggiata nel canto delle liriche, inabissata in celsitudini di poesia.

Un aforisma medioevale si attaglia alla sua devozione per la Santa Vergine Madre di Cristo Maria: ‘in amor di Nostra Donna’ è la necessità che urge il suo cantare. L’amore alla Madonna (Nostra Donnanel linguaggio medioevale) si visibilizza nella poesia. “Oltre che per convinzione com’è naturale – citazione di un altro spiraglio autobiografico – non potevo non farlo”. Anche queste sono parole scultoree: alludono non a qualche forzatura, bensì ad una forza come quella che preme un innamorato a palesare i sentimenti. Quel “non potevo” va tradotto in un positivo ‘sento la necessità di esternare un amore’ per colei che egli interpella come “Vergine o natura sacra, / piena di bellezza / tu sei l’isola della speranza”.

Teologia per immagini

David Maria Turoldo non è nemmeno il teologo che si individua nel cattedratico o nel firmatario di trattati sistematici intorno ai misteri divini. Anche la sua cristologia si sfoglia in immagini: come sculture michelangiolesche del mistero di Cristo. Alle volte l’immagine di Cristo si illumina con un riverbero di Maria:

“Cristo, corpo di Dio, coscienza / della terra, figlio / della Bellissima, nostro / ultimo esistere”.

Basta l’aggettivo “bellissima”, cesello di estrema semplicità ma superlativo di alto stupore e incontenibile gioia, per evocare la figura di Maria l’immacolata.

All’Immacolata Turoldo dedica una poesia che è anche preghiera:

“Vergine, o natura sacra, / piena di bellezza, / tu sei l’isola della speranza. / Vergine, radice e pianta / sempre verde, / colomba dello Spirito nuovo. / Arca della vera alleanza, / tra uomo e natura, ritorna, / caravella che porti il Signore / sotto la vela bianca”.

La teologia si industria a sondare il mistero, a scavare risposte intorno alla domanda ‘chi è Maria’. Turoldo dischiude ogni uscio sul mistero tramite la convinzione che “non da altri, ma dal Cielo noi sappiamo chi tu eri e sei, o Donna” (o Madonna). Commentando l’annuncio dell’Angelo, padre David appella Maria “divina taciturna”. La strofa di una poesia modula la nota del silenzio mariano nel mistero dell’Incarnazione:

Vergine, cattedrale del silenzio, / anello d’oro / del tempo e dell’eterno, / tu porti la nostra carne in paradiso / e Dio nella carne. / Vieni e vai negli spazi / a noi invalicabili”.
Padre Turoldo mentre tiene un’ omelia nella chiesa dell’Abbazia ‘Sant’Egidio’ a Fontanella,
presso Sotto il Monte (BG), dove si era ritirato dal 1963
.

La teologia, anche quella che pensa e parla intorno al mistero di Maria, avrebbe necessità di silenzio frammezzo a tante parole, ossia di contemplazione. La poesia, nella tonalità del canto, disvela il silenzio del mistero con le luci di simboli e icone. Maria è icona della maternità divina e il poeta domanda a lei “or che il figlio il grembo le inarca”:

“Vela che scivoli adagio sul mare / porti il destino del mondo, lo sai?”.

Maria avanzava nel pellegrinaggio della fede, affermano il concilio Vaticano II e il papa Giovanni Paolo II coraggiosamente rispetto ad una mariologia massimalista. Turoldo ricama in poesia la fede di Maria, itinerario di “giorni senza parole” come egli intitola il capitolo sul tempo ignoto nella vita di Gesù: silenzi e interrogativi attenuati dal ‘forse’ nel primo verso:

“Neppur tu forse puoi dirci, o madre, / dirci chi mai sia questo tuo figlio? / Ma perché Dio si muove a quel modo? / O si rivela sol quando è nascosto? / Nemmeno tu puoi svelare, Maria, / cosa portavi nel puro tuo grembo: / or la Scrittura comincia a compirsi / e a prender forma la storia del mondo. / E tu andrai dal profeta nel tempio / e sentirai parole inaudite: / ma già la croce appare sul mondo / e a te una spada or sanguina in cuore”.

Quella ‘spada’ balenata nelle parole dei mistico Simeone raffigura altresì la Parola di Dio che penetra dentro i recessi della propria personalità: Turoldo non coglie tale interpretazione, ma in parole che convergono in una Parola egli avvolge la propria interpretazione delle nozze a Cana (‘Non hanno più vino’ è il libro della sua ‘antica’ mariologia: 1957, 1979):

“La madre disse ai servi: ‘Fate tutto quello che egli vi dirà’. Sono queste, Maria, le tue ultime parole che si conoscono; le prime e le ultime che rivolgi a noi per metterci in giusti rapporti con il Cristo”.

Ma anche l’evento nuziale di Cana è una icona: sullo sfondo si staglia la Croce:

“Ancora tutto è solo in figura: / vino che deve mutarsi in sangue, / nozze che segnano altra alleanza, / e tu Donna sarai della croce”.


  1. David Maria Turoldo nel suo Studio di Fontanella, a Sotto il Monte.

La commozione forte e pietosa della poesia accompagna la Madre sul Calvario ai piedi della Croce del Figlio, silente Madonna addolorata, icona dell’immenso dolore umano:

“Ritta, discosta appena dal legno, / stava la madre assorta in silenzio, / pareva un’ombra vestita di nero, / neppure un gesto nel vento immobile. / Lo sguardo aveva sperduto lontano: / cosa vedevi dall’alta collina? / Forse una sola foresta di croci? / O anche tu non vedevi più nulla? / O madre, nulla pur noi ti chiediamo: / quanto è possibile appena di credere, / e star con te sotto il legno in silenzio: / sola risposta al mistero del mondo”.

L’immagine della Madre sotto la Croce ispira anche l’assillo di Turoldo che impone a se stesso e invoca compassione per i poveri: devozione e contemplazione e parole e financo poesia intorno alla madre di Cristo sono cembalo squillante e ornamento effimero se non maturano la stessa pur personalizzata identità di Maria perché, egli dice, tu Maria “sei la pietà che soccorre ogni vittima”. I poveri sono sfida indelebile, almeno per il credente: “Sono i poveri, Cristo, a svelarti!”.

La Pasqua di un poeta come Turoldo, rincorso da domande e tallonato da urgenze di silenzio, dardeggia domande anche nel rimirare Maria dentro l’alone folgorante della Risurrezione:

“Solo tu, madre, credevi al risorto? / Per il credente il silenzio è la legge: / questo è l’evento che solo una vita / può dimostrare che è certo e reale”.

La Pentecoste conclude anche il ciclo della ‘mariologia poetica’ di David Turoldo. Maria sperimenta un’altra attesa, non più sola, ma insieme ai discepoli e lei il poeta vede solida presenza e guida della Comunità di Gesù:

“L’ordine era d’attender lo Spirito: / così vegliavano assidui e unanimi. / Eri tu forse a guidar la preghiera, / come lui fece nell’ultima cena? / Certo tu eri la terra promessa / l’isola intatta del santo approdo, / ove lo Spirito scese già prima / a fecondarti del germe divino. / Con noi assisti all’ultimo tempo: / lo stesso vento ora scuote la casa, / lo stesso fuoco dell’Oreb divampa / e apre la via nel nuovo deserto!”.

  1. Turoldo ritratto nei luoghi del suo ‘ritiro spirituale’, sui monti bergamaschi.

Orante amore

Molti versi della poesia sono apostrofi, invocazioni dirette a Maria: sono preghiera. Turoldo fu, oltre che frate orante, anche compositore di preghiere. Memorabile ed esemplare è la Liturgia delle Ore, inni originali e traduzione personale di salmi e cantici. Abbondano dunque pure le preghiere a Maria. Sono preghiere che invocano la presenza del Cristo:

“A partorirlo tu, madre, ritorna / torni la terra a sperare ancora!”.

Le preghiere mariane di David Maria Turoldo danzano, ancora, sulle musicali immagini della poesia. La confidenza autobiografica iniziale spiega la fedeltà allo stile poetico. Nella sacra rappresentazione‘Sul monte la morte’ (1983) il cronista delinea la personalità di frate Manetto, “eremita per Iddio e per i poveri”, consolidata da una tradizione: “Si dice che tutta la vita egli passò nel cantare inni alla madre del Signore (di cui tutti e Sette invero si proclamavano umili servi o cavalieri)”.

Quel frate fu uno dei Sette Santi Fondatori dei Servi di Maria, l’Ordine di Turoldo, dove egli trovava linfa per la poesia e la preghiera a Maria. Dunque, ‘in amor di Nostra Donna’ Turoldo canta e prega.

Sovente l’eucologia mariana entra nella Liturgia delle Ore nella tonalità dell’inno, sempre articolato per il canto e spesso musicato in armonia originale. E l’inno non di rado consente soste di meditazione e financo immersioni in contemplazione del mistero di Cristo e di Maria:

“La tua prima parola, Maria, / ti chiediamo d’accogliere in cuore: / come sia possibile ancora / concepire pur noi il suo Verbo. / Te beata perché hai creduto, / così in te ha potuto inverarsi / la parola vivente del Padre / benedetta dimora di Dio”.

La preghiera mariana di Turoldo di rado insiste a domandar visibili ‘grazie’: preferisce insistere nel chiedere la Grazia, ossia il Cristo stesso:

“… dal tuo trono discendi ancora / e torna ovunque a donarci il Figlio / perché da soli noi siamo perduti / e non abbiamo più un senso per vivere”.

L’attesa instancabile dell’orante poeta è che ‘sia pentecoste perenne’ in grazia di Maria:

“Madre, disponi pur noi ad accoglierlo, / a rivestirlo di splendida carne, / resi fecondi con te dallo Spirito. / O madre, fa che la Chiesa continui / la sua preghiera concorde, unanime, / perché lo Spirito continui a scendere. / O madre, sia pentecoste perenne, / e il santo fuoco consumi ogni male, / sia come il vento una libera Chiesa“.

E sono preghiera anche le strofe d’amore, le parole che inghirlandano Maria la ‘bellissima’ che ha aperto la nuova ‘via della bellezza’: preghiera con parole di amore. Amore per Maria che alle volte si accomuna con l’amore per la Chiesa, perché lei ne è l’icona:

“La palma tu sei di Cades, Maria, / orto cintato, o santa dimora, / carica sempre del frutto tuo santo, / ora trasvola radiosa sul mondo. / Tu cattedrale del grande silenzio, / anello d’oro tra noi e l’Eterno, / gl’invalicabili spazi congiungi / e un ponte inarchi sul nostro esilio. / Madre di gloria, ora sei la figura / di come un giorno sarà la sua Chiesa: / la sposa ornata e pronta alle nozze, / la città santa che scende dal cielo”.

Padre David fu anche omileta dalla parola tonante, commentatore di testi sacri, saggista su svariati versanti: anche da quei pulpiti calavano pensieri intorno a Maria, testimonianze che completano la ‘mariologia’ di Turoldo, sebbene egli sia piuttosto tessitore di arazzi per venerare la madre di Cristo, il quale per lui resta il vertice del suo ragionare e dire e vivere:

“Gioia e tormento tu sei / figlio di Dio e uomo / come noi: impossibile / amarti impunemente”.

Non c’è conclusione per una antologia tra poesia e preghiera in dialogo con Maria se non un paio di assiomi dello stesso Turoldo:

“Il cuore del poeta è esilarante e sa raccogliere le voci dell’umanità e cantare: è una voce che canta per tutti”“Non c’è altra via che la preghiera”.

Luigi De Candido

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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