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Letteratitudini: conclusa la serata sul grande Verga

aprile 7th, 2017 // 5:48 am @

Cancello ed Arnone (di Redazione) – Si è felicemente conclusa la serata di Letteratitudini incentrata sul grande Giovanni Verga, condotta egregiamente dal nostro relatore della serata Franco Martino. Franco Martino, di origini catanesi ha saputo cogliere tutte le sfumature letterarie e sociali legate al territorio, all’ambientazione in cui si muovono i personaggi narrati dal Verga. Egli, inoltre, ha evidenziato un parallelismo con la società attuale, riuscendo a trovare e ad esternare situazioni del nostro tempo, assolutamente analoghe a quelle narrate dal Verga, giungendo alla conclusione che egli sia di un’attualità travolgente.

Intanto, ricordando la figura del Verga, precisiamo che la sua prima formazione romantico-risorgimentale si svolse a Catania, dove abbandonando gli studi giuridici, decise di dedicarsi esclusivamente alla letteratura. Trasferitosi a Firenze nel 1865 compose i suoi primi romanzi Una peccatrice e Storia di una Capinera. Successivamente a Milano frequentò l’ambiente degli Scapigliati, rappresentando in modo fortemente critico il mondo aristocratico-borghese (Eva, 1873; Tigre Reale, 1873; Eros,1875). In seguito alla scoperta del naturalismo francese matura la sua svolta decisiva verso il verismo che sarà segnato dai racconti e dai romanzi di ambiente siciliano (Vita dei campi, 1880; I Malavoglia, 1881; Novelle rusticane, 1883; Mastro don Gesualdo, 1889). Lo scrittore crede nel progresso ma si interessa ai vinti e ai deboli; la sua è una visione della vita tragicamente pessimistica che si pone in antitesi con l’ottimismo imperante nei suoi tempi. Rappresenta un mondo di primitivi in lotta con il destino avverso cui inesorabilmente soccombono quando si staccano dalla religione, dalla famiglia e dal lavoro. Il linguaggio verghiano è arditamente innovatore: dando spazio al linguaggio dialettale riesce a raggiungere effetti di grandiosa coralità. Alla produzione narrativa si accompagnò quella teatrale, connotata sempre da una intensa drammaticità (Cavalleria rusticana, 1884; La lupa, 1884; In portineria, 1885; Dal tuo al mio, 1903). Lo scrittore muore nella sua città natale nel 1922.

 Verga, a differenza di altri scrittori, non espose le proprie idee sulla letteratura e sull’arte in opere compiute; preferisce invece immergersi nel suo scrupoloso e concreto lavoro di scrittore. Il canone fondamentale a cui si ispira è quello dell’impersonalità (per altro comune ai veristi), che egli intende innanzi tutto come “schietta ed evidente manifestazione dell’osservazione coscienziosa”. Verga vuole indagare nel misterioso processo dei sentimenti umani presentando il fatto nudo e schietto come è stato “raccolto per viottoli dei campi, press’a poco con le medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare”, sacrificando “l’effetto della catastrofe, allo sviluppo logico, necessario delle passioni e dei fatti verso la catastrofe resa meno imprevedibile ma non meno fatale”; l’obiettivo è quello di giungere a un romanzo in cui l’affinità di ogni sua parte sarà completa, in cui il processo della creazione rimarrà un mistero, la mano dell’artista rimarrà invisibile e “l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé”. Verga vuole rappresentare la lotta per la vita ripercorrendo la scala sociale, dai livelli più bassi a quelli più elevati e questo sia per la sua esigenza personale di rimeditare la propria esperienza umana e artistica e anche per estendere l’indagine che si era in genere limitata ai ceti popolari, alle classi più alte. Le tecniche narrative riguardano il rapporto tra autore e materia rappresentata, le tecniche espressive, la sintassi e il lessico. La novità di Verga sta nella distinzione tra autore e narratore e nella definizione e invenzione del narratore regredito. L’autore per essere impersonale deve rinunciare ai suoi pensieri e giudizi, alla sua morale e cultura perché non deve esprimere se stesso ma si deve nascondere impedendo così al lettore di percepire la sua presenza. Verga cerca di realizzare l’eclissi dell’autore delegando la funzione narrante a un narratore che è perfettamente inserito nell’ambiente rappresentato, regredito al livello sociale e culturale dei personaggi rappresentati che assume la loro mentalità e non fa trapelare l’idea dell’autore. Il narratore assume così, un aspetto camaleontico evidente soprattutto nei Malavoglia. Verga vuole essere impersonale fino in fondo e, oltre a rinunciare alla sua mentalità ai suoi ideali e principi rinuncia anche alla sua lingua e cerca di adottare un tipo di espressione più vicina possibile agli umili rappresentati; l’autore cerca, infatti, di studiare la sintassi del dialetto siciliano e tenta di riprodurre tale struttura della frase nella lingua italiana, citando spesso proverbi che appartengono alla cultura locale. L’autore utilizza anche la tecnica del discorso indiretto libero tutte le volte che ha bisogno, nel descrivere fatti e luoghi, di far risuonare i modi tipici del linguaggio popolano e di identificarsi col pensiero della gente del posto. E’ utilizzato anche l’artificio dello straniamento realizzato attraverso un modo di raccontare i fatti secondo cui quello che è normale appare strano e viceversa.

 Il Verga ebbe una concezione dolorosa e tragica della vita. Pensava che tutti gli uomini fossero sottoposti a un destino impietoso e crudele che li condanna non solo all’infelicità e al dolore, ma ad una condizione di immobilismo nell’ambiente familiare, sociale ed economico in cui sono venuti a trovarsi nascendo. Chi cerca di uscire dalla condizione in cui il destino lo ha posto, non trova la felicità sognata, ma va incontro a sofferenze maggiori, come succede a’Ntoni Malavoglia e a Mastro Don Gesualdo. Con questa visione un po’ pietrificata della società il Verga rinnova il mito del fato ( cioè la credenza in una potenza oscura e misteriosa che regola imperscrutabilmente le vicende degli uomini), ma senza accompagnarlo con il sentimento della ribellione in quanto non crede nella possibilità di un qualsiasi cambiamento o riscatto. Per il Verga non rimane che la rassegnazione eroica e dignitosa al proprio destino. Questa concezione fatalistica e immobile dell’uomo sembra contraddire la fede nel progresso propria delle dottrine positivistiche ed evoluzionistiche. In verità, Verga non nega il progresso, ma lo riduce alle sole forme esteriori ed appariscenti; in ogni caso, è un progresso che comporta pene infinite. La visione verghiana del mondo sarebbe la più squallida e desolata di tutta la letteratura italiana se non fosse confortata da tre elementi positivi. Il primo è quel sentimento della grandezza e dell’eroismo che porta il Verga ad assumere verso i “vinti” un atteggiamento misto di pietà e di ammirazione: pietà per le miseria e le sventure che li travagliano, ammirazione per la loro rassegnazione. Secondo elemento positivo è la fede in alcuni valori che sfuggono alla dure leggi del destino e della società: la religione, la famiglia, la casa, la dedizione al lavoro, lo spirito del sacrificio e l’amore nutrito di sentimenti profondi ma fatto di silenzi, sguardi furtivi e di pudore. Il terzo elemento è la saggezza che ci viene dalla coscienza dei nostri limiti e ci porta a sopportare le delusioni.

La serata si è svolta, come sempre, in modo armonioso e scorrevole, i vari partecipanti si sono confrontati sul tema esponendo ognuno le proprie idee con grande libertà.

Ovviamente sono state ricordate tutte le opere più importanti dello scrittore, ma ora, una su tutte, menzioniamo:

 

Storia di una capinera

“Il romanzo Storia di una capinera, rappresenta una tappa essenziale nel percorso narrativo dell’autore Giovanni Verga. L’opera, edita dapprima a puntate sotto forma di rivista sul giornale di mode “ La ricamatrice” e solo successivamente in volume nel 1871, narra la storia di Maria, giovane siciliana, orfana di madre che, suo malgrado, viene costretta a ritirarsi a vita monastica in un convento di clausura catanese. La monacazione forzata era, all’epoca del Verga, assai diffusa.

La tematica poteva dare all’autore la possibilità di approfondire l’analisi della società e dell’economia del suo tempo; in realtà Verga preferisce focalizzare il suo interesse sulla figura femminile della protagonista, indagando e dando largo spazio alle sue fragilità ed ai suoi sentimenti più intimi.

Il libro inizia con una pagina introduttiva in cui l’autore spiega le ragioni che l’hanno spinto a scegliere proprio quel titolo per la sua opera: “Storia di una capinera” poiché la protagonista Maria, chiusa dalla famiglia in un convento, proprio come una capinera rinchiusa in una gabbia, morirà di dolore e malinconia rimpiangendo la perduta libertà.

Maria, entrata in convento ad appena sette anni, in seguito alla scomparsa della madre, è una novizia destinata per volere della famiglia a vita monacale.

La vicenda ha sullo sfondo Monte Ilice; è proprio lì che la famiglia di Maria (il padre, la seconda moglie, sposata dopo la morte della madre di Maria, ed i loro figli, Giuditta Gigi) si è rifugiata per proteggersi dall’epidemia di colera.

Per evitare il pericolo di contagio anche Maria verrà temporaneamente allontanata dal convento: ormai diciannovenne la novizia lascerà per la prima volta la clausura per trasferirsi in campagna dove la sua famiglia ha una piccola residenza.

Trattandosi di un romanzo epistolare, la vicenda si prospetta al lettore sotto forma di lettere che Maria scrive a Marianna, consorella ed amica.

Nelle prime epistole Maria si scopre felice, spensierata ed entusiasta di poter godere finalmente a pieno della bellezza della natura.

Le giornate della giovare scorrono tra allegre corse nei prati e vivaci visite alla famiglia Valentini ed ai loro due figli, Annetta e Nino.

La felicità di Maria per la ritrovata libertà, nei primi tempi, va di pari passo ad un senso di inadeguatezza e disagio per una vita mondana cui non è abituata: ha paura di ballare, di essere guardata ed arrossisce ad ogni parola.

Un po’ alla volta, però, Maria abbandona tutte le sue inquietudini e comincia ad apprezzare la vita fuori dal convento che le sembra sempre più piacevole, piena di meravigliose sensazioni e di emozioni nuove ed inaspettate come l’amore casto per Nino, vicino di casa.

Anche Nino si innamora di Maria; la sua ingenuità e la sua disarmante naturalezza a poco a poco lo conquistano. Così tra i due scoppia l’amore: un amore fatto solo di sorrisi, silenzi e sguardi rapiti. Un amore, però, contrastato dalle famiglie perché per Maria (il cui patrimonio è già stato riservato ai figli di secondo letto del padre!) non è contemplato altro destino che il convento.

Maria scrive a Marianna della sua attrazione per Nino ma non trova dentro di sé la forza di disubbidire ad una famiglia che la vuole rinchiusa. Si scatenano così dentro la ragazza sensi di colpa ed una inquietudine che la porteranno ad ammalarsi ed a chiudersi in se stessa. La matrigna di Maria, accortasi dello stato d’animo della giovane, cercherà di accentuare tale isolamento escludendola da ogni occasione di gioco, festa ed incontro e soprattutto da ogni opportunità di vedere Nino.

A Maria rimarranno solo le lettere all’amica Marianna cui si aggrapperà con tutta se stessa riversando nelle epistole la sua disperazione per un destino che la vede tormentata e divisa tra un futuro in convento ed il desiderio di amare e di essere amata da Nino.

I due ragazzi, però, verranno definitivamente divisi, i loro familiari faranno in modo che non si vedano più e Maria, sempre più malata, non incontrerà mai più il suo Nino.

Nel frattempo il pericolo epidemia scompare, la famiglia Valentini torna a Catania ed anche Maria ritorna al convento catanese per prendere in modo definitivo il velo. Al contrario, la sua amica di penna Marianna, resterà presso la famiglia, lasciando per sempre il convento.

Nei primi tempi di ritorno alla vita monastica Maria sembra essersi tranquillizzata e pacificata con Dio; la ragazza cerca di convincersi che il sentimento per Nino altro non era se non un peccato da dimenticare.

Un tentativo inutile perché Maria avrà presto la consapevolezza che nulla sarà mai più come prima dentro di lei: il suo cuore e la sua testa non riescono a scordarsi di Nino a tal punto che Maria si sentirà impazzire non appena le verrà comunicato che l’amato ed indimenticato Nino sposerà la sua sorellastra Giuditta.

La vita monastica della giovane frattanto procede e la porta alla pronuncia dei voti definitivi, ma ciò non farà altro che amplificare la sua sofferenza. Nino e la sorellastra di Maria, dopo il matrimonio, andranno a vivere molto vicino al convento, tanto che Maria potrà addirittura spiare il suo amore dalle mura del monastero.

L’impossibilità di congiungersi a Nino e l’impossibilità di godere pienamente della vita finiranno per far odiare alla ormai disperata Maria la vita monastica e per renderla completamente pazza. Maria, terrorizzata al pensiero di essere rinchiusa nella cella delle folli con la consorella Agata (che ci sta già da molto tempo), alla fine vi verrà rinchiusa, e lì consumata dal dolore e dai rimpianti morirà lentamente di disperazione e pazzia. I suoi ultimi pensieri saranno ancora per il suo Nino

 La narrazione di Storia di una capinera finisce con una lettera scritta da suor Filomena a Marianna, amica epistolare di Maria.

Nell’epistola Filomena racconta gli ultimi momenti della vita di Maria e le sue ultime volontà: quelle di far recapitare un piccolo involucro contenente un crocifisso d’argento, una ciocca di capelli e alcune foglie di rosa da donare a Nino dopo la sua morte.”

Per concludere, precisiamo che un’altra bella serata può essere annoverata nel curriculum di Letteratitudini, e, nell’intesa di proseguire in questo cammino culturale, diamo appuntamento alla serata di Maggio con il seguente tema: Omaggio a Ludovico Ariosto nei 500 anni dalla pubblicazione dell’Orlando Furioso.

 

 

 

 

 

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Letteratitudini si appresta ad organizzare l’incontro di Aprile con Giovanni Verga: I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo – il ciclo dei vinti

aprile 1st, 2017 // 8:23 am @

 

Cancello ed Arnone (Elisa Cacciapuoti) – E’ ormai imminente l’incontro di Aprile di Letteratitudini, previsto per mercoledì 5 Aprile p. v. alle ore 20,00.

Il tema della serata sarà Giovanni Verga, con focus particolare su i Malavoglia e Mastro don Gesualdo “Il ciclo dei vinti”.

Graditissimo relatore dell’incontro Franco Martino proveniente dalla città di Mondragone, ma di origini sicule, motivo per cui è stato affidato a lui il compito di relazionare sul Verga.

Come ben sappiamo, Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840. Trascorse la giovinezza in Sicilia per poi trasferirsi a Firenze e a Milano, dove visse a contatto con i più grandi letterati della Scapigliatura. Ritornato a Catania morì nel 1922. Verga ebbe una concezione dolorosa e tragica della vita, una concezione fatalistica e immobile dell’uomo che però non contrasta con la fede nel progresso dell’autore, sicché il Verga considera il progresso in riferimento all’umanità intera, mentre l’uomo singolo è sempre dolorante ed infelice, in balia del Fato. Egli pensava infatti che tutti gli uomini sono sottoposti ad un destino crudele che li condanna all’infelicità e al dolore e chi cerca di uscire da tale condizione piuttosto che trovare la felicità va solo incontro a sofferenze maggiori, in una visione pietrificata della società in cui non esiste alcuna possibilità di cambiamento o riscatto. Tale visione pessimistica del mondo sarebbe la più desolata di tutta la letteratura, se non fosse per tre elementi positivi che la addolciscono. Il primo è quel sentimento dell’eroismo e della grandezza umana, che porta l’autore ad assumere un atteggiamento di pietà misto ad ammirazione verso quelli che lui chiama i vinti, ossia coloro che nella lotta all’esistenza sono destinati inevitabilmente al fallimento e dunque alla sofferenza. Altro elemento è la fede in alcuni valori, come la famiglia, la casa vista come centro di affetti, la dedizione al lavoro, l’onore e la dignità, lo spirito di sacrificio, la fedeltà alla parola data, l’amore profondo. Il terzo elemento positivo è la saggezza che ci viene dalla coscienza dei nostri limiti, consapevolezza che aiuta a sopportare le delusioni e a non cercare invano di migliorare la propria condizione, per evitare di andare incontro a sofferenze maggiori. Piuttosto è saggio chi, in tale consapevolezza, sa accettare la propria vita per quella che è, accontentandosi e attingendo da essa le piccole gioie da ritrovare in quei valori in cui ha fede l’autore (la famiglia, l’amore, …).

Il Verga è tra le figure più rilevanti del panorama romanzesco ottocentesco,ed è il principale autore del Verismo italiano, quella corrente che – sull’eredità del Naturalismo francese e nel clima positivista degli anni Settanta ed Ottanta del secolo XIX – si propone la missione etica e letteraria di descrivere oggettivamente e realisticamente la “fiumana del progresso” che sta sconvolgendo il mondo antico e rurale dell’Italia di quegli anni. Prima di approdare ai capolavori romanzeschi de I Malavoglia e del Mastro-don Gesualdo, lo strumento letterario verghiano, rivisto e rielaborato in direzione dell’impersonalità e della narrazione corale (così che l’opera sembri essersi “fatta da sé”), conosce così un lungo perfezionamento. Dalle prime opere (come ErosTigre reale e Nedda) fino alle celebri raccolte di novelle (Vita dei campi e le Novelle rusticane), dove già compaiono alcune figure memorabili ed icastiche della dura legge di vita del mondo verista: da Rosso Malpelo al pastore Jeli, dalle regole non scritte della “cavalleria rusticana” all’ossessione del Mazzarò de La roba, la grandezza di Giovanni Verga sta anche nei suoi testi brevi.

Sarà, senza alcun dubbio, una serata molto interessante, a cui gli associati del sodalizio letterario non vorranno mancare e la coordinatrice del gruppo, Matilde Maisto è lieta d’ invitare gli amanti della letteratura a non mancare all’appuntamento, che si terrà, come sempre, presso il salotto letterario della Maisto in V.le Europa – Cancello ed Arnone (CE).

N.B. nella foto FRANCO MARTINO con PAOLA STARACE

 

 

 

 

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Conclusa la grande serata di Letteratitudini in musica

aprile 1st, 2017 // 8:21 am @

Si è svolta in Cancello ed Arnone, con la partecipazione del Soprano lirico Internazionale Maestro Teresa Sparaco accompagnata al pianoforte dal bravissimo Maestro Michele della Ventura, la serata Culturale organizzata da Matilde Maisto, “Letteratitudini in Musica”.

L’evento si è svolto presso il salotto letterario della Maisto e l’incontro dedicato alle “donne” sì è alternato con brani operistici e del classico napoletano interpretati dal noto Soprano Sparaco

Il tema della serata è stato il seguente: “Festa della donna”: la storia dell’8 marzo e quella leggenda che nessuno racconta… Inoltre sono state menzionate alcune donne che con il loro operato hanno saputo conquistare un posto nella storia.

Purtroppo la storia ha sempre sottovalutato il ruolo delle donne, che ancora oggi faticano a vedere riconosciuto il loro lavoro. Si pensa  che i grandi sconvolgimenti dell’umanità siano stati decisi e realizzati dagli uomini, ma non sempre è così. Il passato, ma anche il presente, è ricco di donne che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della storia dell’umanità, in molti casi offrendo il loro genio per il progresso sociale e culturale.

E’ tempo di ristabilire il giusto equilibrio nel racconto storico, indicando alcune donne che in un certo senso hanno cambiato il mondo con il loro pensiero e le loro azioni. Donne come: Madre Teresa di Calcutta, Marie Curie, Rita Levi Montalcini, Margaret Thatcher, Giovanna D’Arco, Coco Chanel, Amelia Earhart, Evita Peron, Anna Frank, Maria Montessori, Lady Diana, Saffo, Simone De Beauvoir, Anna Bolena, Wangari Maathai, Rosalind Franklin, Artemisia Gentileschi, Sara Simeoni, Emmeline Pankhurst, Calamity Jane.

Naturalmente le donne menzionate sono solo esempi di “Grandi donne”.

Intanto nel corso della serata la signora Mina Iazzetta ha accennato a Penelope, alla sua grande intelligenza e tenacia. Il professore Raimondo ha vagamente accennato all’innocenza negata di alcune bambine, che vanno difese a tutti i costi, mentre lo scrittore Alessandro Zannini ha parlato delle donne dei suoi romanzi, asserendo che il suo rapporto con il genere femminile e di gran rispetto, ma soprattutto d’amore.

Una bellissima e interessante serata tra i soci del sodalizio letterario conclusa con la degustazione dei prodotti locali tra cui il “gioiello” del luogo: la mozzarella di bufala “Made in Cancello ed Arnone”.

 

Di Redazione

 

 

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Letteratitudini in musica per la “Festa della donna”

aprile 1st, 2017 // 8:12 am @

Cancello ed Arnone (Elisa Cacciapuoti) – Il Soprano lirico Internazionale Maestro Teresa Sparaco accompagnata al pianoforte dal Maestro Michele della Ventura sarà protagonista alla serata organizzata da Matilde Maisto, coordinatrice dell’Associazione letteraria “Letteratitudini”.

L’evento è previsto per martedì 14 marzo p.v., ore 20,00 presso il salotto letterario della Maisto, sito in V.le Europa N. 33 – Cancello ed Arnone (CE).

In occasione del mese dedicato alle “donne”, l’incontro verterà sulle tematiche femminili, ovvero: “Festa della Donna – la storia dell’8 marzo e quella leggenda che nessuno racconta… – Alcune donne che hanno cambiato il mondo”.

Si prevede una bellissima serata ed i soci del sodalizio letterario, si organizzano affinché l’incontro si svolga nel migliore dei modi.

 

 

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