La Divina Commedia V° Canto dell’Inferno – l’incontro con Paolo e Francesca

novembre 18th, 2013 // 10:10 am @

Paolo e Francesca 1

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade

 

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Così discesi dal primo cerchio (limbo)
al secondo, che racchiuso in meno spazio
e più dolore, induce ai lamenti.

Vi stava a ringhiare l’orribile Minosse,
che all’ingresso esaminava le colpe,
giudicava e con la coda condannava.

Quando l’anima dannata
gli andava innanzi, confessava tutto,
e lui, giudice dei peccati,

decideva il giusto cerchio infernale,
cingendosi la coda tante volte
quanti erano i gironi in cui far precipitare.

Davanti a lui ve n’erano sempre molte:
l’una aspettava il turno dell’altra,
che confessava, ascoltava e piombava giù.

Quando Minosse mi vide
interruppe le sue funzioni e disse:
“Ehi tu ch’entri in questa desolazione,

sta’ attento a come ti muovi e a chi ti guida,
che non t’inganni il facile ingresso!”.
Ma la mia guida gli rispose: “Che hai da gridare?

Non puoi impedire la sua visita,
perché là dove volere è potere,
s’è deciso così e tu lascia fare”.

A quel punto cominciai a udire
voci lamentose; là dov’ero
molto pianto mi colpiva.

In quel luogo privo di luce
si urlava come il mare tempestoso,
agitato da venti contrari.

Una bufera mai doma
travolgeva nel turbinio gli spiriti,
tormentandoli e sbattendoli con violenza.

Quando giungevano sul ciglio del dirupo,
urlavano piangevano singhiozzavano,
bestemmiando la virtù divina.

Dal tipo di pena capii
che lussuriosi erano i dannati,
la cui ragione è schiava dell’istinto.

E come le ali portano gli stornelli
d’inverno in schiera ampia e compatta,
così quel vento gli spiriti perversi

agita su e giù, di là e di qua
e nessuna speranza li conforta mai,
né di una pausa né di uno sconto della pena.

E come le gru emettono i loro lamenti,
disposte nell’aria in lunghe file,
così vidi venir, gemendo,

le ombre sconvolte dalla tormenta.
Sicché domandai: “Maestro, chi son quelle
genti così castigate dalla bufera?”.

“La prima di cui vuoi sapere –
lui mi rispose –
fu sovrana di molti popoli.

Era così concupiscente
che una sua norma legittimò la libido,
togliendo il biasimo sulla sua condotta.

Si chiama Semiramide, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
dominò sulle terre ora governate dal sultano.

L’altra invece s’uccise per amore,
tradendo la promessa fatta al defunto Sicheo,
e l’altra ancora è la sensuale Cleopatra.

Là vedi Elena, che tanto infelice tempo
fece trascorrere, e vedi anche il grande Achille
che la passione condusse a morte.

Vedi Paride, Tristano”, e più di mille
ombre m’indicò chiamandole per nome,
che la voluttà aveva strappato alla vita.

Com’ebbi compreso dal mio maestro
chi erano quelle dame e quegli eroi,
fui come sgomento e smarrito.

Poi gli chiesi: “Poeta, vorrei parlare
a quei due che vanno insieme
e che paiono più leggeri nella bufera”.

“Aspetta che siano venuti più vicini a noi –
mi rispose -, poi pregali per quell’amor
che li lega e loro verranno”.

Appena il vento li piegò verso di noi,
esclamai: “Oh anime tormentate,
venite a parlarci, se nessuno lo vieta!”.

Come colombe, chiamate dai piccoli,
con le ali levate e ferme al dolce nido
vengono per l’aria, spinte dall’istinto,

così quelle anime dalla schiera di Didone
si staccarono attraverso l’aria maligna,
sentendo il mio affettuoso grido.

“Oh uomo cortese e benigno,
che vieni a visitare, in quest’aria tenebrosa,
chi ha macchiato la terra del proprio sangue,

se ci fosse amico il re dell’universo,
lo pregheremmo per la tua pace,
avendo tu pietà della nostra perversione.

Quel che a voi piacerà dire e ascoltare
piacerà anche a noi,
almeno finché il vento lo permetterà.

La mia città natale lambisce
il mare ove sfocia il Po,
che coi suoi affluenti trova pace.

L’amore, che subito accende i cuori gentili,
fece innamorare quest’ottima persona,
che mi fu tolta in un modo ch’ancor m’offende.

L’amore, che induce chi viene amato a ricambiare,
mi prese così forte per le maniere di costui,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

L’amore ci portò a una stessa morte:
Caina in sorte attende l’assassino”.
Ecco le parole che ci dissero.

E io, dopo aver ascoltato quelle anime travagliate,
chinai il viso e rimasi così mesto che il poeta
a un certo punto mi chiese: “A che pensi?”.

Io gli risposi: “Ahimè,
quanti dolci pensieri, quanto desiderio
condusse costoro al tragico destino!”.

Poi mi rivolsi direttamente a loro
e chiesi: “Francesca, le tue pene
mi strappano dolore e pietà.

Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri,
come faceste ad accorgervi
che il desiderio era reciproco?”.

E quella a me: “Non c’è maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella disgrazia; cosa che sa bene il tuo maestro.

Ma se tanto ti preme
conoscere l’inizio della nostra storia
te lo dirò unendo le parole alle lacrime.

Stavamo leggendo un giorno per diletto
come l’amore vinse Lancillotto;
soli eravamo e in perfetta buona fede.

In più punti di quella lettura
gli sguardi s’incrociarono, con turbamento,
ma solo uno ci vinse completamente.

Quando leggemmo che il sorriso di lei
venne baciato dal suo amante,
costui, che mai sarà da me diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.
Traditore fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno finimmo lì la lettura”.

Mentre uno spirito questo diceva,
l’altro piangeva, sicché ne rimasi sconvolto,
al punto che svenni per l’emozione

e caddi come corpo morto cade.


Category : Cultura &Poesia

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