Cancello ed Arnone: “Letteratitudini” incontro del 16 Novembre 2013

novembre 25th, 2013 // 7:11 am @

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Cancello ed Arnone (Matilde Maisto) – E’ iniziato alla grande il nuovo anno culturale degli “amici/amanti della letteratura”; infatti sabato 16 Novembre u.s. si sono incontrati, presso l’abitazione della fondatrice del gruppo, tutti i già collaudati soci fondatori, a cui si sono felicemente aggiunte delle new entry.

La serata si è svolta in modo estremamente conviviale, ma con la mente rapita dal video di Benigni che ci ha deliziato con la recitazione del V Canto dell’Inferno della Divina Commedia, con il tenero e sfortunato amore di Paolo e Francesca: …Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense…” .

E’ nel V° canto dell’Inferno, comunemente conosciuto come il canto di Paolo e Francesca, il canto dei lussuriosi, i peccatori carnali che la” ragion sommettono al talento”, puniti da “la bufera infernal che mai non resta”, continuamente travolti da una furiosa bufera che non si ferma mai, simbolo ed insieme rappresentazione di quella bufera dei sensi alla quale soggiacquero in vita, che Dante affronta un motivo diffuso nella letteratura francese e italiana del tempo: amore e morte.

LETTERATITUDINI Il gruppo della ripartenza 3“E come gli stornei ne portan l’ali… e come i gru cantando lor lai…” Tra le anime dei lussuriosi, che in vita si lasciarono dominare dalla cieca passione d’amore, suddivisi in due schiere, a seconda che la loro passione fu bassa e bestiale o ardente e fatale, amanti infelici così cari all’immaginazione medievale, come Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride e Tristano, Dante ne scorge due che vanno più leggere delle altre in balia del vento, simili a colombe che, guidate dal desiderio, volano verso il nido: sono le anime di Paolo Malatesta e di Francesca da Rimini.

Tra i due giovani, come sappiamo, nacque l’amore che ebbe il tragico epilogo superbamente immortalato nella Divina Commedia da Dante, che, idealizzando la storia, collocò le anime dei due amanti fra coloro che peccarono non per brutale sensualità, ma per una violenta passione che non intaccò la nobiltà dei loro animi.

E’ Francesca a parlare a Dante, a narrargli di sé, della sua patria e, dopo la rapida rievocazione del suo passato, arriva subito all’evento fondamentale della sua vita, l’Amore, idealizzato come una divinità, secondo le concezioni della letteratura cortese, medievale, dello stilnovismo e dello stesso Dante. Racconta di come Paolo s’innamorasse di lei ed ella di Paolo, mentre accanto a lei il suo compagno prima è silenzioso e poi piange, spiega di come il sentimento fosse inizialmente innocente e come si rivelò, “… Galeotto fu il libro e chi lo scrisse…”. Fu così che tra lei e Paolo si palesò l’amore: leggevano, un giorno, per diletto, una storia d’amore, la storia di Lancillotto del Lago, leggevano le pagine relative al nascente sentimento tra Lancillotto e Ginevra, moglie di re Artù, di quell’amore puro, celato a lungo, fino ad essere svelato dal bacio dato dalla regina al cavaliere.

Tanti punti della storia erano allusivi alla loro vicenda personale e, anche se gli occhi erano spinti a guadarsi, pervasi dal timore di tradirsi si evitavano. Avevano lottato finchè “solo un punto fu quel che ci vinse: …Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende…” inizia così il dramma: l’amore, inizialmente innocente, sgorgò rapidamente tra loro. “ …Prese costui della bella persona…” amore della mia bella persona prese costui, perché è l’amore che prende in quanto l’atto non dipende, nel suo primo destarsi, dalla volontà dell’uomo, ma scaturisce da una legge naturale. “…Che mi fu tolta; e il modo ancor m’offende…” che fu violentemente separata dallo spirito e il modo in cui ciò avvenne ancora mi danneggia, perché sono stata uccisa nella colpa, impedita a pentirmene. “…Amor, che a nullo amato amar perdona…”. L’ amore non perdona, non esonera alcuno che sia amato dal riamare, chi è amato deve riamare; sentenza universale in cui l’amore si afferma come fatale, all’amore si deve rispondere con l’amore. “…Mi prese di costui piacer sì forte, che come vedi ancor non m’abbandona…”: Mi prese così fortemente dell’amabilità di costui che, come vedi, ancora gli sono unita, e in me non è venuto meno l’amore per lui. “…Amor condusse noi ad una morte…” Amore, passando i limiti, divenne peccaminoso e ci condusse a morte insieme. “…Caina attende chi vita ci spense…” scenderà tra i traditori consanguinei chi ordì l’agguato.

Il poeta, pietoso verso gli sventurati amanti, e verso l’umana fragilità in genere, si sente come vinto a se stesso, come se fosse per morire, perché le forze e i sensi lo abbandonano.

Dante concepisce Francesca come una donna viva e vera, non una creatura idealizzata o angelicata come Beatrice, ma donna vera, nobile e gentile, priva di qualità volgari, presa da un ardente desiderio, avvinta dalla passione, nel cui animo alberga un solo sentimento: l’amore, onnipotente e fatale, che s’impadronisce di lei con tanta veemenza da non abbandonarla nemmeno dopo la morte.

Dalla bocca di Francesca, che non è depravata dalla passione, ma conserva inviolate la gentilezza, la nobiltà e la delicatezza dei sentimenti, sembra che l’unica parola che possa uscire è “amor”, ripetuta tre volte: amore che subito infiamma gli animi gentili, amore come destino, che vuole che chi è amato non può a sua volta non riamare, e amore che conduce a distruzione e che unisce per la vita e per la morte.

E’ inutile dire che l’argomento ha coinvolto tutti i partecipanti che sono intervenuti con commenti e pertinenti precisazioni al riguardo, rendendo la serata interessantissima, ma sempre piacevole e conviviale.

Poi per l’incontro di Dicembre si è stabilito di continuare a trattare qualche passo della Divina Commedia affidandosi nuovamente ad un video del grande Benigni che introdurrà il XXVI Canto dell’Inferno in cui si tratta degli orditori di frode ossia condottieri e politici che non agirono con le armi e con il coraggio personale ma con l’acutezza spregiudicata dell’ingegno. (vedi anche Ulisse). Qui, Dante fa una riflessione sull’ingegno e sul suo utilizzo: l’ingegno è un dono di Dio, ma per il desiderio di conoscenza può portare alla perdizione, se non è guidato dalla virtù cristiana.

Matilde Maisto

MATERIALE CONSULTATO E DISCUSSO:

LA DIVINA COMMEDIA di DANTE ALIGHIERI



Il poema: introduzione generale





Dante iniziò la composizione della Commedia durante l’esilio, probabilmente intorno al 1307 (oggi è scartata l’ipotesi secondo cui avrebbe scritto i primi sette canti dell’Inferno quando era ancora a Firenze). La cronologia dell’opera è incerta, ma si ritiene che l’Inferno sia stato concluso intorno al 1308, il Purgatorio intorno al 1313, mentre il Paradiso sarebbe stato portato a termine pochi mesi prima della morte, nel 1321.
Il titolo originale è Commedia, o meglio Comedìa, secondo la definizione dello stesso Dante; l’aggettivo Divina fu aggiunto dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante (metà del XIV sec.) e comparve per la prima volta in un’edizione del 1555 curata da Ludovico Dolce. È un poema didattico-allegorico, scritto in endecasillabi e in terza rima. Racconta il viaggio di Dante nei tre regni dell’Oltretomba, guidato dapprima dal poeta Virgilio (che lo conduce attraverso Inferno e Purgatorio) e poi da Beatrice (che lo guida nel Paradiso). L’opera si propone anzitutto di descrivere la condizione delle anime dopo la morte, ma è anche allegoria del percorso di purificazione che ogni uomo deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna e scampare alla dannazione. È anche un atto di denuncia coraggioso e sentito contro i mali del tempo di Dante, soprattutto contro la corruzione ecclesiastica e gli abusi del potere politico, in nome della giustizia.

La struttura

La Commedia è divisa in 3 Cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso), ognuna delle quali divisa in canti: il numero è di 34 canti per l’Inferno (il primo è di introduzione generale al poema), 33 per Purgatorio e Paradiso, quindi 100 in totale. Ogni canto è composto di versi endecasillabi raggruppati in terzine a rima concatenata (con schema ABA, BCB, CDC…), di lunghezza variabile (da un minimo di 115 a un massimo di 160 versi). In totale il poema conta 14.233 versi endecasillabi.
Nell’opera ci sono alcuni parallelismi, che rientrano nel gusto tipicamente medievale per le simmetrie: il canto VI di ogni Cantica è di argomento politico, secondo un climax ascendente (Firenze nell’Inferno, l’Italia nel Purgatorio, l’Impero nel Paradiso). Ogni Cantica termina con la parola «stelle» («e quindi uscimmo a riveder le stelle», Inf., XXXIV, 139; «puro e disposto a salire a le stelle», Purg., XXXIII,145; «l’amor che move il sole e l’altre stelle», Par., XXXIII, 145) e su tutto domina il numero 3, simbolo della Trinità.

Il viaggio allegorico

La Commedia è il racconto di un viaggio, che ha un significato letterale e un altro allegorico. Il significato letterale è quello del viaggio di un uomo, Dante, che la notte del 7 aprile (o 25 marzo) dell’anno 1300 si smarrisce in una selva, dove incontra alcune belve feroci e viene poi soccorso dall’anima del poeta Virgilio, che lo conduce attraverso i tre regni dell’Oltretomba. Questo viaggio ha la funzione di illustrare al lettore la condizione delle anime post mortem, come Dante stesso chiarisce nell’Epistola XIII a Cangrande della Scala, e si svolge nella settimana santa dell’anno in cui papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo della Chiesa cristiana, cioè dall’8 al 14 aprile del 1300 (oppure dal 25 al 31 marzo,a seconda che l’inizio del viaggio coincida con l’anniversario della morte di Cristo, 25 marzo appunto, oppure con il venerdì santo del 1300, cioè l’8 aprile).

Il viaggio ha però anche un significato allegorico, ovvero quello di un percorso di purificazione morale e religiosa che ogni uomo può e deve compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna. In questa luce i vari personaggi del poema possono avere un doppio significato, letterale (o storico) e allegorico: Dante è ad esempio il poeta fiorentino nato nel 1265 e autore della Vita nuova (senso letterale), ma è anche ogni uomo (senso allegorico); Virgilio è il poeta latino autore dell’Eneide, ma anche la ragione naturale degli antichi filosofi in grado di condurre ogni uomo alla felicità terrena; Beatrice è la donna amata da Dante e morta a Firenze nel 1290, ma è anche la teologia rivelata e la grazia divina in grado di condurre ogni uomo alla felicità eterna.
È allora evidente che Virgilio, allegoria della ragione umana, può guidare Dante solo fino al Paradiso Terrestre posto in vetta al monte del Purgatorio, che è a sua volta allegoria della felicità terrena e del possesso delle virtù cardinali (prudenza, fortezza, temperanza e giustizia), mentre sarà Beatrice a guidare Dante fino al Paradiso Celeste, allegoria della felicità eterna e del possesso delle virtù teologali (fede, speranza e carità). La lettura del poema deve tenere conto di questa interpretazione, chiamata da Auerbach «figurale», altrimenti si rischia di non comprendere buona parte del suo significato di fondo.



Lo stile e la lingua



Il titolo Commedia si rifà alla teoria medievale degli stili e allude al fatto che il poema comincia male, con lo smarrimento angoscioso nella selva, e finisce bene, con l’ascesa all’Empireo e la visione di Dio (al contrario la tragedia inizia bene e finisce male, come chiarito da Aristotele nella Poetica, che Dante conosceva in forma indiretta). La retorica medievale distingueva inoltre tre stili, quello alto e «tragico», quello medio e «comico», quello basso ed «elegiaco» (che corrispondevano alle tre opere di Virgilio, Eneide, Georgiche, Bucoliche). La Commedia presenta una commistione di tutti e tre gli stili, anche se c’è una certa prevalenza per quello «comico», proprio soprattutto dell’Inferno.

Quanto alla lingua, Dante si serve del volgare fiorentino già usato nelle precedenti opere, benché ricorra anche a latinismi, francesismi, provenzalismi e prestiti da varie altre lingue (c’è chi ha visto persino vocaboli di origine araba, mentre i versi 140-147 del Canto XXVI del Purgatorio sono in pura lingua d’oc). Dante ricorre talvolta a linguaggi strani e incomprensibili (le parole di Pluto, quelle di Nembrod nell’Inferno), mentre altrove conia degli arditi neologismi (specialmente nel Paradiso). Questo ha portato gli studiosi a parlare di plurilinguismo e pluristilismo della Commedia, il che differenzia Dante daPetrarca e dai poeti dell’Umanesimo e del Rinascimento, che preferiranno alla sua una lingua più «pura» e regolare. Sulla questione cfr. anche il sito «Dantepoliglotta.it», che contiene interessanti materiali sulle traduzioni della Commedia.

Gli exempla del poema



La novità straordinaria della Commedia non è tanto la descrizione dei luoghi dell’Aldilà, già proposta da altri scrittori precedenti, quanto piuttosto il fatto che Dante non si limita a descrivere castighi e premi ma indica personaggi noti che il pubblico del tempo conosceva assai bene. L’autore indica cioè ai lettori esempi (exempla in latino) di peccati puniti o di virtù premiata che abbiano per protagonisti personaggi «pubblici» e perciò noti a tutti, perché solo così è possibile suscitare il maggior effetto possibile nell’ immaginazione (è Dante stesso a chiarirlo nel Canto XVII del Paradiso, nelle parole dell’avo Cacciaguida); ciò risponde anche a un’altra funzione, quella di usare esempi noti e spesso «scandalosi» al fine di denunciare i mali e le ingiustizie del tempo.

Questo spiega perché Dante scelga i personaggi da includere fra i dannati, i penitenti o i beati in base al criterio della notorietà, ovvero tra gli esempi più importanti e noti di quel peccato o di quella virtù, non importa se reali e storici oppure letterari e immaginari:

abbiamo personaggi che appartengono alla storia antica e recente, alla cronaca «nera» del tempo di Dante (si pensi a Paolo e Francesca), al mito classico, alla letteratura, alla tradizione biblica. Dante del resto non distingue in modo scientifico e moderno tra mito e storia, perché tutto è funzionale alla rappresentazione dell’«escatologia», cioè della realtà dell’Oltretomba e del destino ultraterreno delle anime.

Allo stesso modo Dante non esita a reinterpretare in chiave cristiana personaggi e vicende del mito classico, secondo una tradizione tipica del Medioevo: lo stesso Virgilio era visto come «mago e profeta» del Cristianesimo, poiché si riteneva che avesse predetto la nascita di Cristo nella famosa Egloga IV. Analogamente molti demoni e mostri infernali sono divinità classiche degradate al rango di diavoli, mentre troviamo il poeta latino e pagano Stazio tra le anime del Purgatorio, e Rifeo e Traiano tra i beati del Paradiso. Le stesse Muse, Apollo, Giove sono immagini usate per adombrare Dio stesso.

Dante personaggio-poeta

Un’ulteriore considerazione va fatta sul duplice ruolo svolto da Dante nel poema, essendo al tempo stesso protagonista del viaggio da lui narrato (e che lui descrive come realmente e fisicamente avvenuto in un tempo storico ben preciso) e poeta chiamato a raccontare in versi l’esperienza affrontata. Dante chiarisce in più di un passo del poema che a lui è toccato un privilegio eccezionale, quello di visitare da vivo i tre regni dell’Oltretomba e di tornare sulla Terra per riferire con esattezza tutto quello che ha visto: è una missione straordinaria, cui lui è chiamato in virtù dei suoi meriti di letterato e poeta, rendendolo simile ad Enea e san Paolo già protagonisti di esperienze analoghe.
A questo proposito è importante ciò che lo stesso Dante sottolinea a più riprese nel corso del viaggio, non solo cioè l’assoluta veridicità delle cose viste e narrate, ma anche l’oggettiva difficoltà di spiegare con parole umane quel che di non umano e di ultraterreno ha visto. Per fare questo, Dante avrà bisogno dell’assistenza e dell’aiuto di Dio, perciò la Commedia è un libro «ispirato», scritto materialmente da Dante ma sotto la «dettatura» della grazia divina che lo ha incaricato di questo compito straordinario. La Commediadiventa quindi una sorta di nuova Bibbia, ed è Dante stesso a definirla poema sacro, sacrato poema, al quale hanno collaborato e cielo e terra: in questo senso l’autore può ben aspettarsi la fama eterna, anche per l’assoluta novità della materia da lui trattata (nessuno prima di lui aveva toccato tali argomenti in modo così innovativo).

Fortuna della Commedia

Non sappiamo se la fama di Dante sia destinata a durare quanto il mondo lontana, ma certo il poema ebbe un immediato successo e conobbe una straordinaria diffusione nell’Italia del primo Trecento: ne è prova il fatto che la tradizione manoscritta ci ha trasmesso circa 700 codici, rendendo impossibile ogni tentativo di edizione critica (oggi si segue il testo della «Vulgata» stabilito da Giorgio Petrocchi, ovvero quello più diffuso e filologicamente più corretto). Non possediamo l’autografo dantesco e si pensa che i versi della Commedia fossero diffusi anche oralmente, forse influenzando gli stessi copisti.

Nel Trecento fu soprattutto Boccaccio a coltivare il culto dantesco, visto che l’autore del Decameron curò l’edizione manoscritta dei «Cento», scrisse un Trattatello in laude di Dante, lesse e commentò pubblicamente i primi 17 canti dell’Inferno.
Nel Quattrocento e Cinquecento a Dante fu preferito il modello di Petrarca, soprattutto quanto alla lingua e allo stile, anche se non mancarono estimatori del poema che fucommentato e anche stampato in edizioni prestigiose. Nel Seicento l’interesse per laCommedia calò, rinascendo in parte nel Settecento e soprattutto in età romantica, quando Dante diventò simbolo di amore patriottico, forza morale, esempio politico per l’Italia da unificare. Uno studio critico e più scientifico del testo iniziò alla fine dell’Ottocento, con la critica storica di Carducci: nel 1888 si costituì la Società Dantesca, che nel 1965 (in occasione del settimo centenario della nascita del poeta) ha pubblicato l’edizione del poema curata dal Petrocchi.

L’Inferno: introduzione generale

È il primo dei tre regni dell’Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del viaggio, con la guida di Virgilio. Dante lo descrive come un’immensa voragine a forma di cono rovesciato, che si spalanca nelle viscere della terra sotto la città di Gerusalemme, nell’emisfero settentrionale della Terra. Questa cavità sotterranea si è aperta quando Lucifero, cacciato dal Cielo dopo la sua ribellione a Dio, fu scaraventato al centro della Terra dove è tuttora confitto; la terra si ritrasse per il contatto col demonio e avrebbe formato il monte del Purgatorio, che sorge agli antipodi di Gerusalemme, nell’emisfero meridionale.

Sulla porta dell’Inferno c’è una scritta minacciosa di colore oscuro, che preannuncia a chi la attraversa le pene infernali e l’impossibilità di tornare indietro; la porta è scardinata e permette un facile accesso, ciò in quanto Cristo trionfante dopo la resurrezione la sfondòper andare nel Limbo e trarre fuori i patriarchi biblici. Non sappiamo dove si collochi con precisione questo ingresso, ma Dante e Virgilio impiegano quasi un giorno per raggiungerlo dopo l’episodio della selva oscura.

L’Inferno è diviso in nove Cerchi, simili a delle cornici rocciose che circondano la parte interna della voragine e che ospitano i vari dannati. C’è un Vestibolo, detto anche Antinferno, dove si trovano gli ignavi. Questo luogo è diviso dall’Inferno vero e proprio dal fiume Acheronte, dove i dannati vengono traghettati da Caronte sulla sua barca. Il I Cerchio, detto anche Limbo (da «lembo», ovvero orlo estremo dell’abisso infernale), ospita i pagani virtuosi e i bambini morti prima del battesimo; queste anime non sono né dannate né salve e non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di vedere Dio (Virgilio è una di esse).
Dopo il passaggio dell’Acheronte, i dannati giungono davanti a Minosse, custode del II Cerchio e giudice infernale. Le anime confessano tutti i loro peccati e Minosse indica qual è il Cerchio dove saranno destinati, attorcigliando la lunga coda intorno al corpo.

Topografia morale dell’Inferno

I Cerchi dal II al IX sono ripartiti in tre zone, dove sono puniti rispettivamente i peccati di eccesso (II-VI), di violenza (VII), di frode (VIII-IX). Tale suddivisione è tratta dalla dottrina cristiana e da Aristotele, ed è illustrata da Virgilio a Dante nel Canto XI della Cantica. I peccati vanno dal meno grave al più grave, con criterio opposto a quello del Purgatorio.
I peccatori subiscono una pena detta del «contrappasso», ovvero che ha un rapporto simbolico di analogia o contrasto col peccato commesso: così ad esempio i lussuriosi sono trascinati da una bufera infernale, come in vita lo furono dalla passione; gli indovini camminano con la testa rovesciata all’indietro, per aver voluto vedere troppo avanti quand’erano vivi; i ladri hanno le mani legate dietro la schiena da orribili serpenti, per averle usate malamente sulla Terra, e così via. Non sempre il contrappasso ha un significato chiaro e privo di ambiguità.
Molte zone dell’Inferno ospitano varie figure diaboliche, tratte dalla tradizione biblico-cristiana e da quella classica. Questi demoni sono custodi di Cerchi o Gironi, e spesso hanno un ruolo attivo nel tormentare le anime. Queste ultime (vale anche per i penitenti del Purgatorio) sono dotate di un corpo «umbratile», fatto cioè d’aria, che dà loro un aspetto umano (Dante rappresenta i dannati come nudi, con aspetto spesso stravolto) e permette di subire tormenti fisici, per volontà divina imperscrutabile.

Nei Cerchi dal II al V sono puniti i peccati di lussuria, gola, avarizia e prodigalità, ira. Il VI Cerchio corrisponde alla città di Dite, custodita da vari demoni e nella quale ci sono gli eresiarchi, fra cui gli Epicurei (è molto discusso se questo peccato sia da considerare di eccesso o di altra natura).
Il VII Cerchio è diviso in tre gironi: violenti contro il prossimo (predoni e assassini), contro se stessi (suicidi e scialacquatori), contro Dio (bestemmiatori, sodomiti e usurai). Nel primo girone scorre un fiume infernale, il Flegetonte, nel secondo c’è una selva, nel terzo un sabbione reso infuocato da una pioggia di fiamme.
Tra VII e VIII Cerchio c’è un «alto burrato», un precipizio scosceso custodito dal mostro Gerione. L’VIII Cerchio è detto Malebolge e punisce i peccatori di frode contro chi non si fida; è diviso in dieci Bolge, ciascuna delle quali destinata a una diversa schiera di peccatori.
Il IX Cerchio è detto Cocito, fiume infernale ghiacciato dove sono puniti i peccatori di frode contro chi non si fida, ovvero i traditori. Cocito è diviso in quattro zone concentriche, dette Caina (traditori dei parenti), Antenòra (traditori della patria), Tolomea (traditori degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori). Al centro di Cocito e della Terra è Lucifero, confitto nel ghiaccio e descritto come un orrendo mostro. Sbattendo le ali produce un vento gelido che forma il ghiaccio di Cocito. Uno stretto budello sotterraneo, detto «natural burella», collega il centro della Terra e il fondo dell’Inferno alla spiaggia del Purgatorio, posto agli antipodi di Gerusalemme.
Ecco uno schema riassuntivo delle varie zone infernali, con i peccati puniti, le pene, i demoni eventualmente presenti:

Vestibolo (Antinferno)
Ignavi, uomini che non si sono schierati dalla parte del bene né del male. Corrono dietroun’insegna senza significato, punti da vespe e mosconi (ci sono anche gli angeli «neutrali»,non schieratisi con Dio né con Lucifero).

I Cerchio (Limbo)
Pagani virtuosi, bambini non battezzati e «spiriti magni». Non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di veder Dio.

II Cerchio (lussuriosi)
Sono trascinati da una violenta bufera infernale. Minosse giudica i dannati ed è custode del Cerchio.

III Cerchio (golosi)
Giacciono in un fango maleodorante, colpiti da una incessante pioggia. Cerbero li rintrona coi suoi latrati e li graffia con gli artigli.

IV Cerchio (avari e prodighi)
Divisi in due opposte schiere, fanno rotolare enormi macigni in direzioni opposte, finché cozzano gli uni contro gli altri. A questo punto si rinfacciano rispettivamente la loro colpa, poi tornano indietro fino al punto opposto del Cerchio.
Il demone Pluto (Plutone) custodisce il Cerchio, ma non partecipa alla loro pena.

V Cerchio (iracondi)
Sono immersi nella palude formata dal fiume Stige, che circonda la città infernale di Dite, e si colpiscono continuamente con schiaffi, pugni, morsi (tranne gli «accidiosi», ovvero gli iracondi amari e difficili che covarono il risentimento e sono totalmente immersi nella palude).
Il demone Flegiàs è il custode del Cerchio, funge da traghettatore delle anime alla città di Dite.

VI Cerchio (eresiarchi)

Giacciono in tombe di pietra infuocate, dentro la città di Dite che è custodita da centinaia di diavoli. Tra di essi vi sono soprattutto i seguaci dell’epicureismo, che affermavano la mortalità dell’anima.

VII Cerchio (violenti)
I Girone (violenti contro il prossimo): sono immersi nel Flegetonte, fiume di sangue bollente, e sono tenuti a bada dai Centauri armati di arco e frecce.
II Girone (suicidi e scialacquatori): i primi sono imprigionati dentro gli alberi della selva e tormentati dalle Arpie; i secondi sono inseguiti da cagne nere che li azzannano e sbranano.
III Girone (bestemmiatori, sodomiti, usurai): sono in un sabbione infuocato, sotto una pioggia di fiammelle; i bestemmiatori sono sdraiati e immobili, i sodomiti camminano, gli usurai restano seduti.

VIII Cerchio (Malebolge, peccatori di frode)
I Bolgia (ruffiani e seduttori): sono frustati dai diavoli
II Bolgia (adulatori): sono immersi nello sterco
III Bolgia (simoniaci): sono conficcati dentro delle buche a testa in giù, con le piante dei piedi accese da fiammelle
IV Bolgia (indovini): camminano con la testa rivoltata all’indietro
V Bolgia (barattieri): sono immersi nella pece bollente, sorvegliati da demoni alati armati di bastoni uncinati (Malebranche)
VI Bolgia (ipocriti): camminano con indosso una cappa di piombo dorata all’esterno
VII Bolgia (ladri): hanno le mani legate dietro la schiena da serpenti e subiscono orribili metamorfosi
VIII Bolgia (consiglieri fraudolenti): sono avvolti da una fiamma
IX Bolgia (seminatori di discordie): sono tagliati e mutilati da un diavolo armato di spada
X Bolgia (falsari): i falsari di metalli sono colpiti dalla scabbia; quelli di persone si addentano tra loro; quelli di monete sono tormentati dalla sete; quelli di parole sono colpiti da febbre altissima

IX Cerchio (Cocito, traditori)

Sono imprigionati nel ghiaccio: i traditori dei parenti a capo chino, quelli della patria fino a mezza faccia col capo eretto, quelli degli ospiti col capo all’indietro (così che le lacrime si ghiaccino e chiudano loro gli occhi), quelli dei benefattori sono totalmente immersi nel ghiaccio.
Al centro di Cocito si trova Lucifero, che nelle tre bocche maciulla Bruto e Cassio (traditori di Cesare) e Giuda (traditore di Cristo).

La discesa all’Inferno come percorso morale

Dante offre dell’Inferno una rappresentazione fisica, materiale, per rendere un’idea efficace dei terribili castighi cui sono condannati i vari peccatori, e questo è il significato principale della sua discesa all’Inferno (come spiega lui stesso nella famosa Epistola XIII a Cangrande Della Scala). Il viaggio ha però anche valore allegorico, come il percorso di purificazione morale che ogni uomo deve compiere in questa vita per liberarsi dal peccato, sotto la guida della ragione rappresentata da Virgilio. In questo senso Dante compartecipa moralmente alla pena dei dannati, provando per loro una pietà che non va intesa genericamente come compassione, ma come turbamento angoscioso che provoca in lui la presa di coscienza del peccato punito e gli consente di superarlo.
Questo spiega le varie reazioni di Dante di fronte allo spettacolo della dannazione, che possono essere di profondo turbamento (ad es. di fronte a Paolo e Francesca), di ira e sdegno (verso i simoniaci), di disperazione (di fronte agli indovini). Talvolta Dante si mostra cortese e benevolo verso i dannati, come nel caso di Brunetto Latini, altre volte contribuisce egli stesso ad accrescere la loro pena, come nel caso di alcuni traditori diCocito. In ogni caso è chiara e netta la condanna verso i peccatori, conformemente allagiustizia divina, e sarebbe quindi assurdo immaginare un Dante che protesta contro l’«iniquità» di talune pene (totalmente errata, sotto questo aspetto, l’interpretazione dei critici romantici dell’episodio di Paolo e Francesca).
Le figure diaboliche che tentano invano di impedire il fatale andare di Dante, voluto da Dio in virtù di un altissimo privilegio e perciò ineluttabile, vanno interpretate come allegoria di quegli impedimenti peccaminosi che frenano l’uomo nel raggiungimento della felicità terrena, necessaria premessa per la salvezza eterna. Non a caso è sempre Virgilio, cioè la ragione, ad aiutare Dante a superare questi ostacoli, tranne nel caso dei diavoli della città di Dite per i quali è necessario l’intervento del messo celeste.

I fiumi infernali



Nell’Inferno dantesco scorrono quattro fiumi, la cui origine è descritta da Virgilio nel finale del Canto XIV, dopo l’incontro con Capaneo. Secondo Virgilio, dentro il monte Ida a Creta c’è un vecchio gigantesco, con le spalle volte all’Oriente e il viso a Roma, con la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro, il piede destro (su cui si appoggia) di terracotta. A parte il capo, tutto il suo corpo è pieno di fessure da cui gocciolano le lacrime, che, forato il terreno, scendono nell’Inferno formando Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito. L’immagine è tratta dal passo biblico (Daniele, II, 31-33) in cui re Nabucodonosor sogna un vecchio identico, che qui è probabilmente allegoria dell’Umanità decaduta nel peccato dopo l’età dell’oro, cioè l’Eden, e che è successivamente scivolata nel peccato. I due piedi di ferro e terracotta rappresentano forse l’Impero e laChiesa.

L’Acheronte è il primo fiume incontrato nella discesa, dopo il Vestibolo, e divide questo luogo dall’Inferno vero e proprio. Caronte traghetta le anime dannate sull’altra sponda con la sua barca.
Lo Stige sgorga dal IV Cerchio e discende nel V, dove si impaluda e forma una sorta di acquitrino: qui sono immersi gli iracondi e la palude è presidiata da Flegiàs, che con la sua barca ha il compito di traghettare le anime verso la città di Dite che lo Stige circonda (ma forse il demone trasporta nella palude anche gli iracondi).
Il Flegetonte è un fiume di sangue bollente, che scorre nel I Girone del VII Cerchio. Vi sono immersi i violenti contro il prossimo, in misura maggiore o minore a seconda del peccato commesso, e a sorvegliarli ci sono i Centauri, armati di arco e frecce.
Cocito è l’ultimo fiume, che si trova nel IX Cerchio dei traditori. È completamente ghiacciato dal vento prodotto dalle ali di Lucifero, che è confitto al centro di esso, ed è diviso nelle quattro zone di Caina, Antenòra, Tolomea, Giudecca.
Nella «natural burella» che collega il fondo dell’Inferno alla spiaggia del Purgatorio, è descritto un corso d’acqua che i due poeti risalgono controcorrente e che scorre quindi dal Purgatorio verso l’Inferno: è generalmente interpretato come lo «scarico» del Lete, che fa dimenticare tutti i peccati commessi dai Penitenti.


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